Con la bolla pontificia “De Salute Dominici Gregis”, emanata da papa Pio VII il 1° maggio 1818, avveniva un vasto riordino territoriale delle diocesi del Veneto, con aggiunte e sottrazioni di parrocchie, come nel caso delle diocesi di Adria, Vicenza e Padova, unione di diocesi (Feltre con Belluno) e addirittura, soppressioni di antiche diocesi (come Torcello e Caorle).
Inoltre, la diocesi di Adria, che fin dalle origini apparteneva alla provincia ecclesiastica del metropolita di Ravenna (autorità che presiede alla scelta e al controllo dei vescovi diocesani, detti suffraganei), con la stessa bolla fu inserita in quella del Patriarcato di Venezia, per cui da allora i vescovi adriensi saranno quasi tutti di provenienza veneta.
Con analoghi provvedimenti, negli anni 1818-20 avveniva anche il riordino delle diocesi della Lombardia, la regione che in seguito al Congresso di Vienna (1814-15) formava con la nostra il regno Lombardo-Veneto sotto il dominio austriaco. Entrambe le revisioni confinarie vennero motivate con l’intento di migliorare l’azione pastorale dei vescovi e del clero, quindi, favorire il bene spirituale delle popolazioni. Aspetto questo tutto da dimostrare, poiché con i nuovi provvedimenti si venivano ad interrompere secolari, se non millenarie, tradizioni di appartenenza religiosa (e culturale) e a sconvolgere equilibri economici (decime, quartesi, benefici), raggiunti nel tempo non senza difficoltà.
Certamente, vi erano situazioni che richiedevano un riassetto territoriale (come nel caso di Barbona in provincia di Padova che dipendeva dalla parrocchia di Concadirame), ma la vasta portata delle rettifiche confinarie fa capire che lo scopo non dichiarato delle bolle papali era quello di far coincidere, per quanto possibile, i confini delle giurisdizioni religiose, con quelli delle circoscrizioni politico-amministrative, cioè le province istituite dal governo austriaco. Anzi, dalla documentazione consultata¹, risulta che fu proprio l’imperatore Francesco I d’Austria a richiedere nel 1816 al pontefice Pio VII questo genere di intervento, cosa che in altri tempi avrebbe rappresentato un’intollerabile ingerenza negli affari della Chiesa e che invece trovò il mite papa ossequiente alla volontà imperiale. E non era nemmeno la prima volta che ciò accadeva, poiché già nel concordato del 1801 tra Santa Sede e Repubblica di Francia, Pio VII aveva dovuto cedere alle richieste del Primo Console, tale Napoleone Bonaparte, di uniformare le diocesi ai dipartimenti amministrativi, riforma realizzata oltralpe, ma poco o nulla nella Cisalpina.
Era quindi evidente l’obiettivo dei regnanti dell’epoca (di orientamento gallicano o febroniano che fossero), di limitare l’autonomia della Chiesa Universale in favore di una chiesa nazionale, non certo per la salvezza delle anime, ma per controllare in modo più efficace le gerarchie ecclesiastiche e i movimenti del popolo.
Nell’impero asburgico il percorso per realizzare una Chiesa di Stato era iniziato negli ultimi decenni del Settecento, quando l’imperatore Giuseppe II aveva imposto una serie di riforme in materia religiosa (la nomina dei vescovi, l’istituzione di seminari statali, la soppressione di molti istituti cattolici, la riforma delle liturgie, ecc.), condannate da papa Pio VI (predecessore di Pio VII), che nel 1782 si era persino recato a Vienna, nel tentativo, risultato vano, di convincere personalmente l’imperatore a revocare quei provvedimenti (passando nel ritorno a Roma per il Polesine, vedi Ventaglio n. 41).
Ma, all’indomani del Congresso di Vienna, il papato ha un potere politico quasi nullo e un grande debito di riconoscenza nei confronti dell’Austria, che ha permesso la restaurazione dello Stato della Chiesa, abolito da Napoleone fin dal 1809, nella sua integrità fisica, fatta eccezione per quel piccolo e insignificante territorio pontificio a Nord del Po, noto col nome di Transpadana Ferrarese, fagocitato dal Lombardo-Veneto e ancora soggetto alla diocesi di Ferrara.
L’imperatore Francesco I (nipote di Giuseppe II), ha quindi l’occasione favorevole per chiedere, o meglio, imporre al papa una serie di concessioni che vanno dalla citata riforma dei confini diocesani (in particolare, che il corso del Po divenisse linea di separazione politica e spirituale), alla nomina dei vescovi (al papa sarà concesso solo di ratificarla), al giuramento di fedeltà all’Imperatore imposto ai parroci, ecc.
Il debole Pio VII non può far altro che acconsentire, e in questo contesto storico avviene l’emanazione della citata bolla De Salute Dominici Gregis, nelle cui righe tuttavia, si avverte la sofferenza di un papa in tanta temporum inclinatione… costretto a prendere decisioni per cause estranee agli interessi della Chiesa: graviorum causarum necessitus…
Ma veniamo ai contenuti della bolla, nella parte che interessano la provincia del Polesine di Rovigo, all’epoca suddiviso fra le diocesi di Adria, Ferrara e Ravenna (la parte soggetta alla diocesi di Chioggia era stata aggregata alla provincia di Venezia dal 1815 al 1851).
Anzitutto, va precisato che la politica interna ed estera dello Stato Pontificio durante il pontificato di Pio VII fu svolta dal segretario di stato card. Ercole Consalvi, un fine diplomatico (si era formato presso la prestigiosa Accademia Pontificia dei Nobili Ecclesiastici in Roma), ammirato al Congresso di Vienna per la sua eloquenza e saggezza; e sarà proprio il Consalvi ad eseguire le trattative coi vescovi interessati dalla revisione dei confini diocesani.
Da vecchia volpe qual era, aveva congegnato un travaso di parrocchie tra le diocesi abbastanza equilibrato, in modo da ottenere da parte dei vescovi l’atto formale di accettazione della emananda bolla.
Secondo il “piano Consalvi” la diocesi di Adria avrebbe ceduto a quella di Ferrara le 6 parrocchie che teneva in territorio pontificio, che erano: Ro, Zocca, Final di Reno, Guarda Ferrarese, Cornacervina e Mesola. In compensazione avrebbe ottenuto dalla diocesi di Ravenna le parrocchie di Crespino e S. Apollinare e dalla diocesi di Ferrara la parrocchia arcipretale di Fiesso e la rettoriale di Pissatola, su un totale di 21 parrocchie che teneva nella provincia di Rovigo.
Il vescovo di Ferrara mons. Patrizio Fava Ghisleri diede il suo assenso, come pure il collega di Adria mons. Federico Molin, seppure con qualche riserva che fece slittare la notifica della bolla agli interessati al 18 settembre 1818.
Nella trattativa non si era fatto alcun cenno al destino delle rimanenti 19 parrocchie della diocesi di Ferrara, a Nord del Po, che ricadevano in provincia di Rovigo, evidentemente per non provocare la reazione contraria di mons. Fava Ghisleri. Pertanto di questo problema nella bolla del 1° maggio 1818 non c’è traccia.
Il pericolo della separazione di queste parrocchie dalla diocesi madre sembrava scongiurato, ma l’astuto Consalvi aveva già previsto lo strumento giuridico, una specie di supplemento, di codicillo ad integrazione della bolla, che in gergo canonico si chiama breve, con cui completare il travaso delle parrocchie transpadane alla diocesi di Adria, senza che il vescovo di Ferrara avesse la possibilità di opporsi.
Infatti, il 9 marzo 1819, inaspettato giunse il breve di Pio VII Cum Nos Gravibus, che, con la solita scusante di gravi ragioni – vale a dire per volontà austriaca – stabiliva, a partire dal 1° agosto 1819, il passaggio alla diocesi di Adria anche delle parrocchie ferraresi di Melara, Bergantino, San Pietro in Valle con Bariano, Massa Superiore (oggi Castelmassa), Ceneselli, Calto, Salara, Ficarolo, Gaiba, Trecenta, Giacciano, Zelo, Sariano, Bagnolo con Runzi, Stienta, Occhiobello, Gurzone, Santa Maria Maddalena e Canaro.
A nulla valse l’immediata protesta del vescovo di Ferrara, mons. Fava Ghisleri al segretario di stato card. Consalvi, nella quale esprimeva gravissimo rammarico nel vedermi staccare da questa mia diocesi la parte migliore…
“Effettivamente, le 19 parrocchie transpadane, con le loro grandiose chiese, tutte di recente costruzione, con la loro parlata tipicamente ferrarese, con la loro storia civica e religiosa di dedizione a Ferrara, con un territorio fertile e densamente popolato, rappresentavano la parte migliore della diocesi di Ferrara, ma anche un’identità etnica e culturale difficilmente integrabile nel contesto della diocesi di Adria, diversa per storia, irrilevante per importanza ecclesiastica e anche più povera sotto l’aspetto economico”³.
Il mutamento repentino, non condiviso dalle comunità, aveva provocato rabbia e delusione sia fra il popolo che fra il clero; prova ne sia che nel 1858 – cioè 40 anni dopo il cambio di provincia e di diocesi e con il rischio incombente della censura austriaca – l’abate Bellini, studioso di storia locale a Castelmassa, trattando di questi eventi scriveva: “Poi per la sola efferata ragion di spada si sforzò la natura, demarcando altri confini, staccando fratelli, annodandoli ad altro paese col quale non avevano né legami, né interessi, né simpatia; concorrendovi persino la Chiesa così costante nelle sue tradizioni!”⁴.
“Di tutto questo i vescovi adriensi ne erano pienamente consapevoli e, per rendere meno traumatico il distacco delle ex parrocchie ferraresi dalla diocesi matrice e non esacerbare lo scontento del popolo e del clero, adotteranno la strategia del distacco graduale, lasciando tutti i parroci di nomina ferrarese nelle loro sedi e quando causa mortis si renderà necessario sostituirli, si ricorrerà di preferenza ad un sacerdote nativo del luogo o formatosi presso il seminario di Ferrara”⁵.
Ci sarebbe ancora molto da scrivere sullo sconquasso provocato da questa separazione, che richiese più volte l’intervento di mediazione del vescovo di Vicenza, mons. Giuseppe Maria Peruzzi, nominato delegato ed esecutore apostolico della bolla di Pio VII. Come nel caso delle parrocchie di Papozze e Villanova Marchesana che avevano giurisdizione spirituale rispettivamente sulle comunità di Serravalle e Berra, poste alla destra del Po, rimaste a lungo senza parroco; analogamente, la parrocchia di Mesola, essendo passata alla diocesi Ferrara, non poteva più assistere la popolazione di Rivà, divenuta una sua exclave in territorio Lombardo-Veneto. Per non dire della lunga vertenza insorta tra le parrocchie di Stienta (che era pieve) e Ravalle sul diritto della prima di esigere il quartese anche se traslata alla diocesi di Adria, lite che fu risolta solo con una sentenza del tribunale della Sacra Rota, ma compromise i buoni rapporti fra le due comunità.
E c’è anche chi attribuisce allo smembramento dalla diocesi di Ferrara ripercussioni negative sul sentimento religioso delle comunità rivierasche, divenute le meno praticanti e le più difficili della diocesi di Adria⁶, cioè l’effetto opposto che si prefiggeva, almeno in apparenza, la bolla pontificia.
Di certo, essa contribuì a rendere il Po un fiume morto, una rigida linea di frontiera, quando in precedenza era un brulicare di barche, di traffici e di relazioni umane tra le opposte rive.
A distanza di due secoli non serve a nulla rivangare polemiche o nostalgie, piuttosto serve riconciliarsi con la propria storia, e in questo senso per la prima volta il vescovo di Adria mons. Pierantonio Pavanello e il vescovo di Ferrara mons. Giancarlo Perego hanno deciso di incontrarsi il giorno 30 aprile 2018, per visitare insieme alcune ex pievi ferraresi (Trecenta, Castelmassa e Ficarolo), e concludere la visita con una solenne concelebrazione presso la bella chiesa di Ficarolo, opera dell’architetto ferrarese Gaetano Barbieri, nel segno di una ritrovata fratellanza fra le due rive del Po.
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Come citare questo articolo
Michelangelo Caberletti. ““De Salute Dominici Gregis””. Ventaglio Novanta, n. 57, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/de-salute-dominici-gregis/