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STORIA - TRADIZIONI

La regina degli zingari

24 aprile 1958, Lendinara sotto i riflettori internazionali per la morte della regina degli zingari

di Laura Viaro

Ventaglio Novanta n. 57 2018 pp. 80–83

Sessant’anni or sono, alla vigilia della plurisecolare Fiera di San Marco, un fatto insolito galvanizzò i cittadini di Lendinara, i quali assistettero ad una delle cerimonie più solenni e folcloristiche del tempo: i funerali della Regina degli Zingari di etnia Rom, di nome Mimì Rossetto.

Se ai nostri giorni il termine “zingaro” appare politicamente scorretto – al punto da essere bandito dai siti di pubblica condivisione in un illogico (a mio avviso) tentativo di azzerare i pregiudizi a scapito del background culturale che accompagna vocaboli di solida tradizione – il generoso tributo accordato alla sovrana in occasione della sua morte sopraggiunta il 24 aprile 1958 nella sua tenda accampata nel Piazzale dei Frati (Piazzale dello Statuto), conferì un’imprevista e dignitosa aura a quell’immenso tripudio di genti nomadi accorse a Lendinara da ogni parte d’Europa.

Seppur innegabilmente dissonante con gli infantili scenari nei quali gli “zingari” rappresentavano misteriosi e inquietanti personaggi – verso i quali i genitori ci mettevano in guardia elencandone, tra realtà e fantasia, i più significativi misfatti – la partecipazione ai funerali, soprattutto da parte della cittadinanza lendinarese, fu davvero considerevole e rimane a tutt’oggi uno degli eventi più ricordati e noti anche alle generazioni successive.

“Qualche decennio dopo il famoso funerale” racconta l’amico Lorenzo, “a bordo di una corriera nella zona dell’agordino, mia moglie ed io fummo spiacevolmente sorpresi nell’apprendere di come la nostra cittadina, dal glorioso e intramontabile passato, fosse riconosciuta unicamente come il luogo in cui avvenne la morte di Mimì, la Regina degli zingari”.

“Allora avevo quasi dieci anni – ricorda Silvana -. Il giorno del funerale le suore dell’Istituto S. Caterina sospesero le lezioni e ci allinearono all’esterno della scuola, per assistere al passaggio del corteo funebre”.

E ancora, Renato: “Ero bambino delle elementari quando riuscii ad intrufolarmi nella tenda montata all’ingresso del piazzale di S. Francesco, ma rinunciai in fretta alla bravata non appena mi resi conto delle immense sofferenze che stavano portando alla morte colei che, in quel momento, percepii solamente come una persona degna di rispetto”.

La notizia della morte rappresentò il grande scoop giornalistico sulla Gazzetta Padana del 26 aprile 1958, a firma di Ferruccio Zapponi, noto giornalista e fotografo, nonché figlio dell’allora segretario comunale lendinarese Agostino Zapponi, che colorirà il reportage con sapienti pennellate di humor.

L’accampamento in Piazzale dello Statuto

La Rai e la stampa internazionale si mossero al seguito dell’ultima fase dell’esistenza della sovrana, che morì – come si addice ad una zingara – nella sua tenda, circondata dagli anziani e dai fuochi da campo della sua tribù.

L’eco del suo carisma si diffuse anche in ambito letterario nelle suggestive fanciullesche esperienze di Daniel Picouly, ove risuonano l’angoscia e l’impavida eccitazione delle segrete e avventurose imprese. “…È stato quella sera che mi sono avvicinato all’accampamento degli zingari…gli zingari rubano i bambini!…Quella volta scendevano in Italia per il funerale della loro regina. Si chiama Mimì. Così ci ha spiegato un vecchio tutto incartapecorito che ci voleva reimpagliare le sedie” (Il Campo di Nessuno, Feltrinelli, 1996).

O attraverso la penna di Ferdinando Camon che ne “La vita eterna” (Garzanti, 1972) cita Lendinara e la morte della regina nella sua discesa nell’aldilà scortata da un insolito rituale avvenuto tra i pretendenti al privilegio. “…nella Vita eterna ho chiamato Zaira la regina degli zingari venuta a morire a Lendinara. In verità non so come si chiamasse la regina. Io la vidi morire su un letto sontuoso, in mezzo a una tenda sorretta da pali tortili e dorati, tra una selva di auto con targhe straniere”.

Ne scriveranno anche Jean Paul Clèbert in “Les tsiganes” (Arthaud,1961) e Carlo Castellaneta in “Tante storie” edito da Rizzoli nel 1973.

Furono le complicanze di una severa malattia cardiaca a causare la morte, seguita all’agonia iniziata alle ore 14 del 21 aprile presso l’Ospedale Civile di Lendinara, dove la regina era stata ricoverata in condizioni disperate.

La permanenza nel luogo di cura fu breve; sentito il parere dei medici che decretava l’imminenza del decesso, la regina venne trasportata nella sua tenda, per accogliere la morte secondo il costume “Rom”.

Il 24 aprile 1958, alle ore 11 e 10, dinanzi al M° Giovanni Olivo, Assessore e Ufficiale dello Stato Civile, per delegazione avuta, del Comune di Lendinara, il nipote Mario Rossetto nato a Bilbao nel luglio del 1923, meccanico, residente a Fontanella (BG), scortato dai testimoni Targa Giuseppe e Tinazzo Giuseppe di Lendinara, dichiara l’avvenuta morte della regina. (Va fra l’altro segnalata una coincidenza registrata nel mondo tzigano: la morte quasi in contemporanea di Rossetto Nella Mimì, dei furono Michele e Rossetto Mara, nata a Bilbao nel 1895, cittadina apolide tzigana, nubile, residente a Fontanella con iscrizione provvisoria spentasi alle ore 7 e 35 dello stesso giorno).

Numerosissimi gli articoli apparsi sulla stampa di ogni Paese che riportano interviste sulle ultime ore della regina, le quali fruttano ai seguaci del popolo rom indiscutibili benefici economici. I nomadi, seguendo le indicazioni testamentarie della regina, avevano infatti fissato un prezzo per la carta, per i fotografi e i cameramen: la faccia della regina sul letto di morte, 30.000 lire e 20.000 a una distanza di 15 metri e 5.000 lire per una zingara piangente.

Ben poca cosa, tuttavia, rispetto alle ingenti ricchezze che sembravano appartenere alla Rossetto consistenti in oro e preziosi per parecchi milioni di lire oltre ai quasi altrettanti in denaro contante e sulla cui collocazione sarà interrogata attorno al letto di ospedale dai reggenti la tribù, Dindo, Pepi, Marika, Janko e Dino Rossetto, mentre ella, ormai quasi fuori di conoscenza, chiamerà invano il nipote Jardtz assente da Lendinara. Da ben tre giorni la regina non riusciva a bere grappa né a fumare la sua grossa pipa, come era sua consuetudine.

La successione della sovrana si prospettò piuttosto ardua; secondo alcune fonti la cerimonia di proclamazione avverrà nel mese di settembre a Gonzaga. Intanto il suo popolo dovrà sottostare alle regole imposte dall’osservanza del lutto: niente fumo e alcool, né rasatura per gli uomini e il divieto all’accesso in pubblici locali per un periodo di sei mesi.

Nella camera ardente, allestita sotto la tenda, al tepore emanato dal fuoco di un piccolo braciere, il volto della regina appare finalmente sereno, il suo corpo è coperto di fiori che si confondono con i colori dello splendido abito di seta; al polso destro un vistoso bracciale e un anello a forma di serpente al dito. Un rosario tra le mani; poche monete d’argento per il pagamento del pedaggio verso l’eternità o, secondo una diversa interpretazione, per tutta la strada finora percorsa. Due aerei a bassissima quota sorvolano la tenda, gettando i primi fiori come omaggio alla salma della regina.

Dopo l’estremo sacramento impartito da Don Giuseppe Navarro, in quegli anni parroco di S. Biagio, il rogo purificatore che distruggerà l’itinerante dimora di Mimì assieme agli oggetti personali.

L’estremo saluto

Il giorno sabato 26 aprile, celebrate le esequie da parte di monsignor Ennio Giusberti già parroco di S. Sofia, la bara viene trasportata al cimitero di Lendinara nella tomba tuttora conservata, nonostante fosse stata ipotizzata la destinazione finale presso il comune di Seregno.

I funerali, cattolici, furono diretti da Don Dino Torregiani di Reggio Emilia, il prete degli zingari, chiamato da uno dei nipoti. Cinquemila le presenze stimate al corteo funebre, tra i suoi seguaci e i cittadini lendinaresi attratti da un evento fuori dall’ordinario che darà vita ad una vastissima e pregiata produzione foto-filmografica di indubbia suggestione.

La vicenda lendinarese sarà documentata accanto a fatti di rilevanza internazionale, quali l’inaugurazione a Ravenna del nuovo impianto chimico per la produzione della gomma sintetica e dei fertilizzanti e della cerimonia per la prima legislatura del nuovo stato federale delle Indie Occidentali alla presenza della principessa Margaret, e rimarrà a buon titolo parte integrante della storia del nostro Paese.

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Come citare questo articolo

Laura Viaro. “La regina degli zingari”. Ventaglio Novanta, n. 57, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-regina-degli-zingari/

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