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STORIA - TRADIZIONI

L’illuminazione del Teatro di Badia

L’installazione, attuata nel corso del 1896, fu salutata con grande entusiasmo: “Un esperimento non ancora fino ad oggi tentato in Italia”

di Giorgio Soffiantini

Ventaglio Novanta n. 57 2018 pp. 76–79

Da sempre presente nel cuore dei badiesi, l’artistico Teatro Sociale ebbe a registrare nel 1896 la grande novità dell’illuminazione, utilizzando come propellente l’acetilene.

All’epoca l’iniziativa fu salutata con grande entusiasmo. Ne parla con toni trionfalistici un redattore del Corriere del Polesine che definisce l’installazione come un esperimento unico, “non ancora fino ad oggi tentato in Italia”. Lo ricaviamo da un articolo pubblicato sul giornale rodigino il 4 settembre 1896, di cui riproponiamo di seguito ampi stralci.

Il pezzo giornalistico è riportato nel volume manoscritto di Eugenio Baruffaldi (1862-1944) intitolato “Ricordi Badiesi”¹. Nel volume c’è una sezione proposta con la dicitura Articoli di giornali, scritti da me o da altri concittadini, riguardanti le patrie memorie. In calce Baruffaldi ha annotato: G. Marchesani, evidentemente un concittadino o un buon conoscitore di fatti inerenti la cittadina che inviò il suo scritto al Corriere del Polesine.

L’articolo, oltre all’eclatante notizia, ci dà anche alcune informazioni sull’allestimento di allora del teatro.

[…] Era vivamente atteso l’esperimento definitivo, non ancora fino ad oggi tentato in Italia per il numero ragguardevole di fiamme (41) e per le difficili condizioni di funzionamento, quale presenta un luogo chiuso e per giunta affollato. E l’esito ci affrettiamo a registrarlo, ad onore degli inventori Signori Kerbs ed Armellini e della Ditta Piana² di qui, assuntrice dell’impianto in questo Teatro Sociale.

L’elegantissima sala era addirittura inondata da un mare di luce quieta, costante, splendidissima che pioveva dal grazioso lampadario centrale del Proscenio, come nell’Atrio e nella Sala Superiore e nel caffè. Lo sfarzo di luce era tanta che l’orchestra ha suonato senza le proprie lucerne. È proprio il caso di dire che le nostre signore e signorine stasera le ammiravamo “raggianti di pallor”.

L’esperimento non poteva riuscire più perfetto ed il successo del prezioso Apparecchio ebbe la solenne conferma di ben meritato e completo trionfo. Sabato e Domenica prossima nelle due ultime recite della fortunata nostra “Mignon” si ripeterà l’esperimento di questa ammirabile, nuovissima sorgente di luce che tanto vivamente interessa il pubblico per la facilità con cui si ottiene.

Il nuovissimo apparecchio allestito dal polacco Emilio Kerbs di Pomerania (Stettino) e Giovanni Armellini di Polesella (Rovigo) aveva ottenuto il Brevetto Governativo che era stato però subito acquistato dalla potente ditta B. Camona di Sesto San Giovanni (Milano). Questa azienda era rappresentata in Veneto dal noto industriale badiese Giuseppe Piana, che ne aveva iniziato la commercializzazione e le prime istallazioni.

[…] Alla splendida luce del nuovo gas, alla facilità estrema di produrlo la maggior parte del pubblico si entusiasmò, ognuno volle provare a fabbricarsi il gas e mostrare agli amici la sua potente forza illuminante, ne venne da ciò, che sorsero da ogni parte innumerevoli inventori e fabbricanti di apparecchi, pochissimo studiati e male concepiti […].

L’articolo prosegue con una lunga esposizione del tecnico della Ditta Piana sulle caratteristiche costruttive di uno strumento efficiente ed affidabile per l’illuminazione. Non si trattava solo di mettere in contatto i due elementi (carburo e acqua), bensì di trovare un sistema che garantisse un funzionamento semplice, continuo, senza timori di guasti e di interruzioni. Il gas prodotto poteva esaurirsi velocemente e quindi si sarebbe dovuto ripulire, aggiungere carburo o di nuovo acqua. Lo strumento proposto dagli inventori Kerbs e Armellini risolveva tutti questi problemi.

Queste caratteristiche erano la soluzione innovativa per ogni situazione, ma per un Teatro, come si può facilmente intuire, era certamente quella ottimale perché consentiva lo sviluppo dello spettacolo senza disturbi o interruzioni.

L’articolo si conclude con l’affermazione dell’oratore della ditta Piana che l’apparecchio “Phoebus”, così era stato battezzato, avrebbe presto ottenuto “l’approvazione generale, una rinomanza altissima e l’acetilene finirà per trionfare su tutti i sistemi di luce”.

Dopo appena un mese (febbraio 1898, Corriere del Polesine) da questa prima sperimentazione con l’acetilene, nei giornali già si parlava della nuova illuminazione a GAZ a Badia Polesine e cioè di un progetto di una ditta di Milano che avrebbe realizzato un nuovo impianto d’illuminazione per la città.

Fino ad allora in Badia esistevano una settantina di fanali a petrolio che con le loro “languide fiammelle” poco svolgevano la loro funzione.

La città dopo il tramonto era in uno stato semibuio e solo fino alle ventitré, lasciando poi tutte le vie in un buio pesto fino al mattino. Gli sventurati cittadini che dovevano prendere i primi treni dovevano cercare la via per la stazione con non poche difficoltà.

Era in scadenza il contratto quinquennale con la ditta dell’illuminazione a petrolio per cui il nuovo progetto a GAZ venne presentato in Consiglio Comunale dall’Assessore Camillo Dal Fiume.

Si prospettava anche il potenziamento dell’impianto con l’installazione di 100 lampade, la metà delle quali sarebbero rimaste accese fino al mattino.

Non sappiamo come andò a finire, nei documenti di Baruffaldi non vi sono altri accenni in merito ma, presumibilmente, la proposta venne accettata perché la fornitura di luce a petrolio era a termine. Il nuovo appalto prevedeva un accordo col comune di 25 anni, ma era già alle porte l’avvento della corrente elettrica

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Come citare questo articolo

Giorgio Soffiantini. “L’illuminazione del Teatro di Badia”. Ventaglio Novanta, n. 57, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/lilluminazione-del-teatro-di-badia/

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