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ATTUALITÀ - INIZIATIVE CULTURALI

Oltre il racconto

Considerazioni sugli elaborati presentati dagli studenti al concorso letterario della Fondazione Banca del Monte di Rovigo

di Cristiano Draghi

Ventaglio Novanta n. 57 2018 pp. 160–163

Una porta socchiusa, dalla quale poter osservare gli adolescenti nel loro mondo. Così mi si è presentata davanti agli occhi la massa degli elaborati presentati dagli studenti di alcune scuole polesane al concorso letterario ideato dalla Fondazione Banca del Monte di Rovigo che mi aveva fatto l’onore di invitarmi in giuria. Ho quindi chiesto di poter studiare quegli elaborati non dal punto di vista del bello o del brutto, ma dello stile e dei contenuti. Ne è venuta fuori una ricerca sui giovani nati nel XXI secolo, a base statistica, di cui rendo conto in queste pagine¹. Il campione è limitato, l’area in cui si è svolta l’iniziativa pure, la mia visuale personale, la mia esperienza in campo letterario relativa, ma ritengo che qualcosa d’interessante, su cui riflettere, ci sia.

Innanzitutto il soggetto. Quale tecnica narrativa viene adottata dalle ragazze e dai ragazzi che hanno partecipato al concorso²? Due terzi, il 66%, preferisce la prima persona “io”. Ciò avviene sia se il racconto è chiaramente di fantasia sia nel caso di un racconto che ha qualche possibile legame con l’esperienza del narratore. Il 32% ha scelto invece la terza persona (lui, lei). In ogni caso nel 98% dei racconti c’è un solo protagonista (le cui vicende solo talvolta s’intrecciano con sub-protagonisti, un amico, un parente), e solo il 2% utilizza più soggetti in una narrazione composita, sicuramente la più complessa.

La scelta di genere. Nella maggioranza dei casi (63%) il protagonista prescelto dai partecipanti al concorso è uomo, nel 32% dei casi è invece una donna. Visto che la nostra popolazione è al 57,37% femminile e anche tenendo conto di eventuali deviazioni statistiche dovute al campione, sembra quindi probabile che anche alcune ragazze abbiano voluto un uomo come fulcro della loro storia. Infine, solo l’1% ha scelto un animale come io parlante, il 2% un oggetto (nei casi riscontrati una macchina), l’ultimo 2% non ha un protagonista identificabile con un genere (si tratta di persone o esseri senza un sesso dichiarato).

Viaggio nel tempo. L’uso del miglior tempo verbale nella narrativa è un argomento che può far discutere anni. Senza quindi schierarsi né di qua né di là, il fatto è che il tempo preferito dai nostri narratori è il presente (43%), di solito associato alla prima persona. Io faccio, io vedo, io mi sveglio… Il passato remoto è preferito dal 37% dei partecipanti, anche se non sempre risulta semplice da gestire, talvolta intrecciato con il presente o più spesso con l’imperfetto, tempo scelto invece come base del racconto dal 20% dei ragazzi. Un quinto di questi (pari al 4% del totale, il che rappresenta comunque un pacchetto relativamente significativo), a nostro parere ha scelto l’imperfetto non come sostituto del passato remoto, ma come “tempo della favola”, un racconto in stile “C’era una volta”.

Problemi di forma. Può darsi che ci voglia un po’ di coraggio, o almeno di studio, per cimentarsi con un virgolettato. Comunque è il 45% dei narratori ad utilizzare un discorso diretto all’interno del racconto. La stessa percentuale (45%) evita invece ogni rischio utilizzando il discorso indiretto. Il restante 10% usa la forma tipica della lettera, quasi sempre con un interlocutore ben preciso, collocandosi a metà fra i due stili.

Come va a finire? Può essere interessante, per addentrarsi nella psicologia dei narratori, vedere come vanno a finire le storie che hanno scelto di raccontare³. Il cosiddetto “lieto fine” (secondo Il Nuovo De Mauro: “Finale allegro, positivo e risolutivo delle vicende narrate”) conclude il 27% dei racconti. Nel 21% dei casi invece la storia finisce davvero male, in tragedia, e nel 10% la conclusione è comunque triste, malinconica. Nel 13% dei casi il finale è neutro, né positivo né negativo, mentre nel 16% resta sospeso, fa intuire un possibile futuro che non conosciamo. Il restante 13% delle storie ha infine una conclusione che ho voluto definire “educativa”, ovvero né buono né cattivo, ma piuttosto una sorta di “come volevasi dimostrare”.

C’è una morale? Proprio dalla constatazione che diversi racconti si concludono educativamente nasce la suddivisione degli elaborati in due grandi gruppi: quelli che contengono una morale, intendendo per questo l’esplicitazione di un principio etico, di un ideale, e quelli che non la contengono.

Ebbene, a mio parere ben il 35% delle storie contiene una qualche “morale”, mentre il restante 65% non ha morale, non dà e apparentemente non vuole fornire insegnamenti al lettore.

Qual è il contenuto degli elaborati⁴? E’ il punto cruciale di questa ricerca. Il panorama è molto frastagliato, con generi di racconto molto diversi fra loro. Il 18% racconta una storia personale o fa proprie riflessioni su un qualche argomento. A racconti familiari (non personali) si dedica il 6% degli autori, a storie sportive il 3%, a viaggi avventurosi il 2%.

Molto presente è il tema dell’immigrazione che può essere correlato ai racconti di volontariato all’estero e di impegno sociale portando quest’area al 12%.

E’ interessante notare che il 14% del campione tratta di incidenti o tragedie che si concludono in genere con la morte del protagonista. Il classico giallo o il noir è il genere letterario scelto dal 5% degli autori, così come un altro 5% tratta di personaggi storici realmente vissuti. Il terrorismo o la mafia coprono il 3% del campione, così come la violenza in famiglia o a scuola (3%), e come la Seconda guerra mondiale e la Liberazione (un altro 3%).

Un altro genere molto apprezzato riguarda mondi immaginari, fantasy o fantascientifici (12%), talvolta collegati a giochi elettronici dello stesso tipo. L’11% del totale ha scritto invece quelli che potremmo definire “racconti di fantasia”, brevi narrazioni di vicende non reali ma plausibili, collocate in genere nel presente, ma con qualche elemento fantastico. L’antico genere della favola invece è in netta decadenza: solo l’1% dei ragazzi lo preferisce.

Colpirà forse il fatto che solo l’1% scriva una storia d’amore propriamente detta, sempre l’1% si sia ispirato a un fatto di cronaca e un nuovo 1% al rapporto fra uomo e ambiente.

Temi dolorosi. Vari autori sembrano attratti da un tema doloroso come il suicidio, tema che entra dal 10% dei racconti (di cui 9 suicidi compiuti, 1 sventato), mentre il 2% si occupa di stati di coma, il 2% di incidenti d’auto, l’1% di incidenti aerei, di nuovo l’1% di violenza sessuale. C’entra anche la droga, ma solo in un 2% dei casi sovrapposto a vicende infauste: la droga, in questi racconti, provoca incidenti o suicidi.

Il rapporto con il territorio e i nomi inglesi. Ipotizzando che il 100% dei partecipanti al concorso viva in Veneto, è curioso che solo il 9% abbia ambientato la sua storia sul territorio (5% in Veneto, 4% a Rovigo).

Infine, il 24%, quasi un quarto del totale, ha utilizzato per i suoi protagonisti un nome straniero, con una spiccata predilezione (18%) per i nomi anglosassoni (il resto sono nomi tedeschi, francesi o di Paesi da cui proviene l’immigrazione). Dei racconti personali, sei su dieci sono ambientati a scuola. Ultima curiosità: nel 4% dei casi ciò che viene raccontato è un sogno, in genere preoccupante, dal quale il protagonista si risveglia nel finale.

Per concludere. “Adesso nessuno sa più scrivere una storia inventata, tutti si rifugiano nei ricordi d’infanzia e non c’è chi li smuova” diceva Dino Buzzati. In realtà, i nostri giovani autori smentiscono questo assunto, nonostante molti racconti siano in prima persona e al presente, forme che possono svelare una maggior tendenza all’introspezione, mentre terza persona e tempo passato possono fare pensare all’osservazione dall’esterno di fatti accaduti e/o inventati.

L’età degli autori, ormai adolescenti, potrebbe spiegare la scarsità di protagonisti animali, che potevamo aspettarci da una popolazione più giovane, mentre l’alto numero di uomini protagonisti può essere dovuto al fatto che in alcuni generi (esempio: fantasy o noir) me lo spiego di meno, può essere dovuto ad una supposta maggior difficoltà di tratteggiare protagoniste donne.

Se il virgolettato può preoccupare l’aspirante scrittore e spingerlo a scrivere in forma indiretta, l’uso della forma epistolare, scelta da uno su dieci, è un artificio noto agli studenti che possono essersi già esercitati a scrivere lettere immaginarie durante i loro compiti in classe. Mi ha colpito invece l’assenza di racconti in forma di diario: può darsi che in epoca digitale l’abitudine di scrivere le proprie memorie in quella forma sia diventata merce rara.

Sfidati a scrivere un racconto, il 40% delle ragazze e dei ragazzi ha ideato un finale positivo, lieto (27%) o perlomeno educativo (13%). Era prevedibile, confermando almeno in parte l’idea di adolescenza come ‘età drammatica’ attirata da eventi estremi, che molti racconti si concludano in tragedia in genere con la morte del protagonista.

La scelta di dare una morale al racconto da parte di oltre un terzo degli autori, spesso con una frase conclusiva dal contenuto etico, potrebbe riflettere un’abitudine scolastica alla scrittura di brevi saggi, nei quali la conclusione è considerata componente necessaria dell’elaborato.

Abbiamo già visto quali siano i temi scelti dai narratori. Relativamente scarsi proprio i racconti autobiografici, anche se niente può escludere che negli altri racconti siano presenti elementi personali, ma in fondo è così per ogni scrittore. Pochi anche i racconti ambientati a scuola (quasi pari a quelli che hanno a che fare con lo sport), mentre sono numerose le descrizioni di eventi più o meno drammatici, con tanti suicidi – sappiamo come l’adolescenza sia per questo un momento cruciale – e la presenza occasionale di altri temi caldi come la droga, il terrorismo, la violenza in famiglia, il bullismo, la violenza sessuale.

Un forte impatto sul campione esaminato hanno argomenti come l’immigrazione, il volontariato e l’impegno sociale, quasi sempre con chi scrive schierato dalla parte degli immigrati e dei più poveri. Credo sia nelle previsioni la presenza di molti elaborati in stile fantasy o fantascientifico, generi che i giovani nati al tempo di “Guerre Stellari” e della “Storia Infinita”, oltre che al tempo dei videogame, sono abituati a praticare.

Infine, la scelta dei nomi anglosassoni di molti protagonisti mi pare un automatismo dovuto al cinema, alla tv, a molta letteratura: dare un nome ’straniero’ a un investigatore, a un pilota, ma anche a uno studente proietta subito il lettore nel mondo della fantasia, mentre un nome italiano può essere più difficile da gestire perché molto più legato al territorio, alle nostre abitudini, alle diverse culture che compongono il nostro Paese. E proprio su questo concludo sottolineando come solo un autore su dieci abbia scelto di collocare il proprio racconto in Veneto o a Rovigo, cioè nei luoghi che più conosce: meglio proiettarsi all’esterno, al di là delle mura.

Ai più bravi consiglierei proprio questo, per la prossima volta: pensate a scrittori di successo come Camilleri e il suo Salvo Montalbano, il nostro Toni Cibotto appena scomparso e il suo “Scano Boa”, o la molto più giovane Silvia Avallone (“Acciaio”, ambientato nella mia Toscana, a Piombino), usate tutta la vostra fantasia, seguite l’imperativo di Buzzati, ma nel contempo descrivete ciò che conoscete. Potrebbe essere una ricetta vincente.

*Componente la Giuria del Concorso letterario “Fondazione Banca del Monte di Rovigo per la Scuola” ed. 2017. Tratto da Venti inediti racconti brevi – Terza Edizione/ Anno 2017 pubblicato da Fondazione Banca del Monte di Rovigo.

NOTE

1. Per semplicità statistica e per ragioni di tempo – questa ricerca è stata svolta in modo del tutto volontario – sono stati esaminati 100 elaborati su 251.

2. D’ora in poi utilizzeremo il maschile (partecipanti, narratori, giovani), anche se la popolazione oggetto di questa ricerca è ovviamente di entrambi i generi.

3. Le categorie che utilizzo in questo passaggio della ricerca sono arbitrarie: potrebbero essere possibili, come in quasi tutti gli aspetti della ricerca, analisi molto più approfondite.

4. In questa fase della ricerca i vari costrutti utilizzati per suddividere gli elaborati in categorie, non sono stati predisposti in anticipo ma dedotti dalla lettura degli elaborati stessi. Anche in questo caso è evidente il possibile impatto sulla ricerca delle idee e dei sentimenti di chi scrive e ogni ulteriore studio è possibile.

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Come citare questo articolo

Cristiano Draghi. “Oltre il racconto”. Ventaglio Novanta, n. 57, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/oltre-il-racconto/

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