Il caldo estivo e l’afa insopportabile non davano tregua in quella stanza pur all’ombra, con la porta e le finestre spalancate per permettere lo scorrere di un qualche refolo d’aria che non arrivava. Arrivavano invece le doglie, sempre più fitte, sempre più ravvicinate, e Maria sentiva il ventre scoppiarle mentre la Madre Superiora le diceva di fare dei respiri profondi, anziché ansimare, nell’attesa della doglia successiva; e suor Doviziosa, l’infermiera del convento, le cambiava il panno umido sulla fronte con uno più fresco e la rincuorava: “Tra poco, Maria, vedrai il tuo figliolo”. Già incinta al 3° mese, tastandole la pancia attentamente, le aveva predetto che sarebbe nato un maschio… e la profezia si avverrò.
“E’ un maschio, un maschio”, gridò alla Madre Superiora, che si era affezionata a Maria come ad una figlia da quando, 18 anni prima, l’aveva presa in braccio tirandola su dalla ruota dei bastardi del convento delle suore di San Rocco al Volto di Rosolina, un pio istituto divenuto nel corso degli anni un vero e proprio orfanotrofio che raccoglieva i figli indesiderati e inaspettati, affidandoli alla pietà di quelle suore misericordiose.
Suor Doviziosa afferrò il neonato per i piedi con una mano, e con l’altra gli dette dei colpetti sulle spalle per costringerlo a piangere e a respirare, ma nel far ciò notò tra le spallucce del bimbo una piccola sporgenza, e la mostrò alla Madre Superiora la quale restò senza parole. Allora la suora infermiera lavò accuratamente il piccolo e, presa una fascia, lo cinse strettamente dalla testa sino ai piedi come una mummia, girando più volte intorno alla protuberanza per comprimerla, tra gli strilli e gli scalpitii della creaturina che cercava invano di svincolarsi. Era allora usanza fasciare strettamente i neonati perché così restassero ben dritti, dettata dal principio di salvaguardare la forma delle membra considerate fragili e delicate, di correggere la natura al bisogno o di rimediare ad eventuali danni prodotti durante il parto.
“Guardate com’è bello, sembra il bambinello Gesù dipinto da Giotto agli Scrovegni”- esclamò suor Doviziosa la quale era originaria da Padova ed aveva avuto modo di ammirare il ciclo pittorico del grande maestro, dove in effetti si vede il Divin Bambino fasciato strettamente che sorride alla madre. Quindi lo consegnò a Maria e fece entrare Bepin, il padre, anch’egli trovatello e raccolto dalla ruota due anni prima di Maria, il quale baciò in fronte mamma e figlio ringraziando la suora infermiera e la Madre Superiora che si rivolse ai giovani sposi raggiante: “Lo chiameremo Adelfo, che è il Santo Vescovo protettore di questo 29 agosto e significa fratello, perché egli è nostro fratello e noi siam sue sorelle. Molti son i miracoli attribuiti a San Adelfo, tra cui quello di resuscitare i morti, e un angelo salutò la madre annunciandole il suo concepimento con queste parole: “Ave, Deo Dilecta”.
Maria annuì sorridendo mentre Bepin teneva tra le sue forti braccia il neonato. Erano braccia abituate alla vanga e a dissodare la terra dell’orto del convento, da quando, bambino, la Madre Superiora l’aveva affidato al vecchio giardiniere Giacinto che gli insegnò tutti i segreti delle piante e delle culture, sin a prendere il suo posto quando costui non riuscì più a lavorare per l’età.
Bepin era un giovane dalle braccia forti, ma dall’animo gentile e, augurandole buon giorno, offriva tutte le mattine fiori a Maria, che cresceva “in beltade e umiltade”, come diceva compiaciuta la Madre Superiora che pensò di maritarlo a lei, così entrambi sarebbero rimasti in convento: Bepin infaticabile giardiniere e ortolano, Maria provetta sarta e ricamatrice.
Grazie a Bepin la mensa del convento continuò ad esser ricca di frutta e verdura e di minestre per poter sfamare i piccoli ospiti che appena in età potevano esser adottati da famiglie senza figli venute da fuori, oppure affidati ai lavori dei campi i maschietti, o ai lavori domestici le femminucce, presso le famiglie intorno.
Finalmente venne il giorno di sciogliere le bende di Adelfo, ma la protuberanza era ancora lì e sporgeva imperterrita tra le sue spallucce, per cui la Madre Superiora si decise a chiedere il consulto del medico condotto del paese, il dottor Ballarin che, a dispetto della sua gamba zoppa, era considerato un vero pozzo di scienza.
“Magari si tratta di una bolla di grasso e si può asportare”, pensò ad alta voce la Madre Superiora.
Il dottore, dopo aver tastato e palpato attentamente le spalle ad Adelfo, sentenziò: “Ma quale bolla di grasso! E’ proprio una gobba!”
“Ma si può far qualcosa?” domandò timidamente suor infermiera.
“Ancora non hanno inventato lo scalpello per scalpellare le gobbe”- rispose brusco il medico- “Dovete tenervelo così oppure affidarlo a un circo”.
Maria si senti morire, mentre Bepin esclamava esterrefatto: “E’ gobbo, mi è nato un figlio deforme!”.
“Non dite così”- rispose la Superiora- “Dio vede e provvede. Chi può sapere i progetti che ha per il vostro figliolo? Sicuramente, per avergliela data, a qualcosa servirà quella gobba! L’amore di Dio per questa creaturina innocente deve diventare il vostro amore, non dovete aver paura dell’amore”.
Maria strinse al petto Adelfo e lo coprì di baci carezzandogli la piccola gobba, mentre Bepin scappava fuori dalla stanza inveendo contro la sua cattiva sorte. Per una settimana intera rifiutò di vedere madre e figlio, poi si arrese all’evidenza: non poteva stare lontano da Maria, il primo ed unico amore della sua vita, il solo conforto alle sue fatiche, lo specchio dei suoi occhi, il sorriso della sua anima.
Entrò nella stanza e Maria gli porse il bambino che gli si tuffò tra le braccia scalpitando e scuotendo le braccine come stesse nuotando ed emettendo squittii di gioia. Finalmente Bepin lo abbracciò tra un mare di lacrime e di singhiozzi, mentre il cuore gli batteva così forte da scoppiagli in petto, e Maria circondò con un lungo eterno abbraccio padre e figlio: l’amore aveva vinto!
“Bisogna guardare avanti con coraggio e ottimismo e abbandonare ogni timore”, esclamò Maria. -”Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte e alimentino rabbia e rifiuto! Se Dio ha voluto che il bimbo sopravvivesse vuol dire che ha un disegno per lui; chi sa che cosa ha in serbo per noi tutti!”
Adelfo cresceva ogni giorno sempre più in forza e salute, con un buffo sorriso stampato sulle labbra socchiuse: si vedeva che era un bambino felice, e non mancava di correre e giocare con gli altri bambini, i quali lo chiamavano Delfino e sembravano non accorgersi della sua piccola imperfezione, anche perché Maria, bravissima nell’arte della sartoria, gli confezionava delle giubbe larghe e delle mantelline per nascondere la sua gobba.
Ma invano… Perché crescendo lui, cresceva anche la sua gobba, a tal punto che non poté più nasconderla agli altri ragazzi, i quali presero a deriderlo e canzonarlo facendo il girotondo intorno a lui e gridando: Rigoletto, Rigoletto… Ma lui non capiva, gli sembrava un gioco, e continuava imperterrito con quel sorriso sornione ad emettere squittii di gioia. Sinché la mamma si precipitò a portarlo via sgridando ed allontanando quei ragazzi screanzati. “Mamma, chi è Rigoletto?” E Maria: – “E’ il protagonista di una opera lirica, devi esserne fiero!”.
Bepin, per sottrarlo alla derisione dei compagni, lo prese con sé a vangare e coltivare l’orto del convento: tanto Delfino non faceva fatica a star curvo sulla terra, lo era già di suo…
Le suore del Volto di Rosolina tenevano in affido un oratorio a Rosapineta, una località sul mare lì vicino, raggiungibile voltando dalla strada Romea, donde il nome Volto. Questo oratorio, dedicato a San Giorgio Cavaliere che uccide il drago e protegge dai sismi e dalle tempeste, sorgeva tra le dune di sabbia e le capanne dei pescatori a pochi metri dal mare e, d’estate, le pie suore vi ospitavano i bambini del convento, poiché il clima salso e ricco di jodio rafforzava loro i bronchi e le prime vie aeree, mentre il sole li proteggeva dal rachitismo.
Adelfino, appena arrivato all’oratorio nei pressi del litorale, sentì un richiamo ancestrale, come se l’acqua fosse il suo elemento naturale, e corse a tuffarsi in mare. Egli non nuotava, sembrava scivolare sulle onde: la gobba gli faceva da galleggiante e bilanciere e, avendo il dorso curvo, il suo corpo offriva minor resistenza all’acqua… Era solo una questione di idrodinamica, a fare di lui un abilissimo e velocissimo nuotatore. Le onde sembravano emergere dal mare come bianchi boccioli dai mille petali, e Bepin, e prese a carezzarle: ma a differenza dei fiori, che si piegavano alle sue carezze, queste schizzavano più in alto in mille bolle di schiuma e gli facevano un piacevole solletico alle mani.
Ben presto la sua fama e la sua bravura varcarono i confini del paese e la gente correva ad ammirarlo ed assistere alle sue impennate e ai suoi balzi tra le onde mentre egli emetteva degli squittii e sorrideva felice: sembrava proprio un delfino.
“Ecco a cosa serve la gobba!” esclamarono Bepi e Maria.
Ma appena usciva fuori dall’acqua, il suo difetto fisico prendeva il sopravvento sulla sua bravura e la gente si defilava esclamando: “Om tocà da Dio, tri pasi indrio”, oppure indicava con un dito la sua imperfezione deridendolo e chiamandolo Rigoletto, Rigoletto, il gobbo giullare dell’opera lirica di Verdi.
“Questo forse sarebbe dovuto essere il mio nome”, pensò tristemente. Ma la madre lo rincuorò: “Figlio mio non ti avvilire! Essi sono solo invidiosi della tua bravura e bisogna che trovino qualcosa da ridire per sminuirti e umiliarti”. E Adelfo, fattosi forza, continuò imperterrito a tuffarsi e a nuotare…
Intanto a Rosapineta cominciarono a sorgere i primi stabilimenti balneari (e i primi bagnini), e un giorno ad Adelfo capitò di assistere al salvataggio di un bagnante improvvido spintosi troppo in avanti tra le onde, ad opera di un bagnino soprannominato “il Moro” per via della sua carnagione scura. Allora capì che non si può sfuggire al proprio destino, e che il suo era stato determinato sin dalla nascita, quando la Madre Superiora gli aveva imposto il nome Adelfo, abbreviato poi in Delfo e Delfino. San Adelfo era capace di salvare dalla morte e il pesce delfino (in realtà un mammifero) è capace di salvare un uomo in procinto di affogare: non sono rari i racconti di naufraghi portati in salvo proprio dai delfini, ed egli aveva visto una celebre statua antica raffigurante un bambino portato sul dorso da un delfino in un vecchio libro della Madre Superiora.
Trovò quindi naturale chiedere al Moro di essere il suo assistente bagnino, e questi gli insegnò che bisognava non solo saper nuotare, ma anche avere cuore e gli diceva: “Avere cuore significa esser generosi, forti, pronti al sacrificio e a mettere le proprie qualità a disposizione degli altri”.
Così Adelfo, divenne un esperto bagnino, e molti furono i salvataggi che effettuò.
Il mare non aveva più segreti per lui, e cavalcava le onde come ad un rodeo -”Per questo le chiamano cavalloni”, pensò squittendo. Per tutti era Delfino, il bagnino gobbo di Rosolina Mare.
Ma un giorno gli capitò un salvataggio che mise a dura prova tutta la sua abilità: un bambino si era allontanato da una secca ed era stato trascinato dalle onde in alto mare tra le urla dei genitori. Egli in un battibaleno corse a salvarlo, ma il bambino si divincolava per la paura e gli sfuggiva di mano; allora se lo pose a cavalcioni sulla gobba, quindi lo depositò al sicuro sull’acqua bassa della secca.
Delfino stava così bene in acqua, a galleggiare tra le onde, e si sentiva felice… Ringraziò la sua gobba che gli permetteva di stare a galla e di spingersi in alto mare, dove gli altri non osavano. Perché tornare sulla terra tra gli uomini cattivi che pure aveva tanto beneficato e non mancavano di deriderlo e beffeggiarlo? Decise allora di restarsene in acqua e non fu più visto ritornare.
Si racconta che nelle notti di luna piena, quando il mare è più calmo, tra lo schiumare lieve della risacca si sente lo squittio di un delfino: è Adelfo che saluta sua mamma e par che dica: “Mamma son qui, qui, qui”…
Qualcuno giura di averlo visto piroettare e saltare tra le onde e di aver assistito ad uno spettacolo che non ha eguali: un delfino che fa il surf sulla coda come su una tavola squittendo felice.
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Come citare questo articolo
Cesare Lorefice. “Adelfo e il mare”. Ventaglio Novanta, n. 59, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/adelfo-e-il-mare/