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Il tango del burligiù

Ideato da Angioletta Masiero un romanzo sull’emigrazione dell’Ottocento, con la scoperta del tango da parte del protagonista originario del Delta

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 59 2019 pp. 166–167

Incontriamo Angioletta Masiero reduce dalla splendida cerimonia milanese ideata per l’attribuzione dei premi letterari “Amici di Ron”, che il 27 gennaio a Palazzo Parigi l’hanno vista tra i destinatari del prestigioso riconoscimento. Un premio alla carriera che, per quanto riguarda l’autrice polesana, è stato conferito in riferimento al valore della sua ampia ed apprezzata produzione poetica.

Ma, oltre alle poesie, Angioletta (che fra l’altro ha da poco assunto il ruolo giuda dell’associazione Autori Polesani) si è recentemente cimentata nell’ambito della prosa, dando alle stampe il romanzo “Tango del Burligiù”. Termine quest’ultimo dall’etimo incerto, e ai nostri giorni pressoché sconosciuto, ma usato un tempo, soprattutto in basso Polesine, per indicare l’emigrante di ritorno nel paese natio.

Teatro iniziale del romanzo è il Delta della seconda metà dell’Ottocento, gravato da una povertà molto diffusa, da malattie e soprusi. La fuga verso le Americhe viene vista dai più coraggiosi come l’unica speranza per approdare ad una vita dignitosa. Ed è così che – due anni dopo il padre, emigrato in Argentina nel 1875, e del quale si sono perdute le tracce – anche Danilo, il protagonista della vicenda, si imbarcherà con la madre e una sorella alla volta dello stato sudamericano.

Nel libro sono quindi tratteggiate le traversie del viaggio su un bastimento inadatto a contenere tanta gente e privo delle minime condizioni igieniche; poi il diffondersi di malattie come il tifo e la varicella, i decessi a bordo e le frettolose sepolture in mare, infine il disorientato arrivo nel nuovo continente.

Tanti i “vinti” che non riusciranno a coronare il sogno dell’atteso riscatto. Ma a Danilo la sorte riserva una possibilità di emancipazione, grazie al suo organetto, uno strumento regalatogli dal padre prima della sua partenza, che il ragazzo suona con sorprendente abilità. Il provvidenziale incontro con un maestro di musica, avvierà il giovane ad un istituto musicale dove acquisirà una buona preparazione. Poi per Danilo vi sarà l’occasionale scoperta del tango e di uno strumento sconosciuto chiamato bandoneon (una sorta di fisarmonica) particolarmente idoneo ad esaltare le caratteristiche musicali del tango.

Ben presto, oltre che musicista affermato, Danilo diverrà bandoneonista, ottenendo riconoscimenti e potendo fruire di una vita agiata, fino a quando, all’approssimarsi della vecchiaia, avvertirà forte il richiamo dei luoghi dell’infanzia ed il desiderio di tornare: “volver”.

Come è nata l’idea di scrivere un romanzo legato al tristissimo periodo dell’Ottocento, in cui si sviluppò un imponente fenomeno migratorio dal Polesine? Chiediamo all’autrice.

“E’ nata in modo abbastanza fortuito. Da tempo pensavo di scrivere un romanzo ispirato al flusso migratorio polesano e, nel corso di una manifestazione, ho avuto modo di conoscere il discendente di una famiglia del Basso Polesine, pronipote di un celebre musicista. Mi ha raccontato la vicenda legata alla storia familiare, e mi ha affascinato da subito la figura del prozio partito a fine ottocento per Buenos Aires e là divenuto famoso grazie al suo talento musicale.”

Come mai non appare l’indicazione reale della famiglia polesana di origine del protagonista?

“Come ho già detto la storia è vera. Per motivi legati alla privacy ho dovuto cambiare i nomi dei protagonisti, ma molti personaggi citati nel libro sono realmente esistiti. Paquita, ad esempio, non è un personaggio di invenzione: è stata la prima donna bandoneonista di Buenos Aires. Anche Piero Ripari è una figura reale, musicista italiano emigrato in Argentina dove fondò la Escuela de Musica de la Provincia.”

Il tango, la musica e le movenze della danza si configurano come un balsamo per gli appartenenti alle classi sociali più umili dell’Argentina dell’epoca. Danilo, il protagonista, a sua volta ne è letteralmente catturato. Anche l’autrice del libro avverte il fascino del tango?

“Certamente. Da alcuni anni studio tango argentino, una danza tra le più affascinanti e seducenti. Qualche tempo fa ho pubblicato un altro libro ispirato al tango, una raccolta poetica che mi ha dato molte soddisfazioni. Il tango è sicuramente un’espressione artistica che ti coinvolge a tutti i livelli. Il tango è balsamo d’anima sulle cicatrici della passione, è una coperta calda che diventa rifugio negli inverni del cuore, è un velo sugli occhi che ripara dai lampi della realtà.”

Progetti legati al suo libro?

“Oltre ad una serie di presentazioni già in programma, con grande soddisfazione posso annunciare che lo scrittore e regista veneziano Roberto Bianchin sta scrivendo la sceneggiatura del mio romanzo che verrà portato entro breve nei teatri.”

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Il tango del burligiù”. Ventaglio Novanta, n. 59, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-tango-del-burligiu/

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