Amo molto parlare in dialetto, anche se ormai è difficile trovare chi lo usa abitualmente. Nel nostro mondo globalizzato il dialetto sta divenendo un prodotto “di nicchia”, in cui i giovani d’oggi si riconoscono sempre meno. Ma per me, anziana signora, è un mondo ancora vivo, attuale, da far conoscere e tramandare perché racchiude la storia delle nostre origini e, nel caso mio, anche la storia del mio paese: Contarina, i suoi abitanti e più in generale il Basso Polesine.
Ed è da questo presupposto che inizia una mia ricerca partita in sordina, per caso, ma che mi ha fatto scoprire, in modo profondo, quanta storia ci portiamo addosso, o – per essere più chiari – quanto c’è scritto nel nostro DNA. Gratificata da queste scoperte, ho deciso di condividerle soprattutto con i giovani: quasi un testamento, un’eredità per non perdere il nostro passato.
I modi di dire
Da dove ho cominciato? Dal nostro modo di parlare, di pronunciare, inconsciamente, frasi e modi di dire del passato ma che rivivono ancor oggi.
Il primo Modo di dire affacciatosi alla mia mente, mi è stato suggerito da “un cassetto del comò” dove tengo le foto di famiglia. La prima foto che ho visto è stata quella di nonno paterno Rinaldo chiamato Rinaldon dei Mori e per tutti un Paladin d’omo, essendo alto un metro e novanta centimetri, un’altezza eccezionale per quei tempi (a fine ‘800).
È superfluo dire che mi sono commossa, ma ciò che mi ha attratto, incuriosito è la parola “paladin”. Ma cosa c’entriamo noi del Basso Polesine, o meglio di Contarina, paese mio, del nonno e della nostra famiglia da generazioni, con i Paladini di Francia?
I paladini erano le guardie d’onore di Carlo Magno Imperatore del Sacro Romano Impero, quindi abbastanza lontani dal nostro mondo. Però, doveva esserci un nesso col territorio del delta polesano se la parola paladin era entrata nei nostri modi di dire. Una parola che mamma usava spesso incrociando o vedendo un bell’uomo, alto e ben fatto. La stessa motivazione per cui, come detto, il nonno era definito un Paladin d’omo.
Ma non è tutto, infatti nel gergo dialettale bassopolesano si usa la parola paladin anche per definire un discorso che rivanga una storia passata, lontana, ripetendo cose già dette, ripetute con insistenza, magari dimenticate: Oh, per carità, t’va a tirar fora i ossi d’Paladin!
L’ho sentito dire recentemente da un mio vicino di casa, rivolto alla moglie che continuava a contraddirlo. Tirar fora i ossi d’paladin: rispolverare le ossa dei paladini di Francia, cioè incominciare il racconto da molto lontano.
Ero e sono affascinata da queste frasi e mi chiedo perché ancora oggi si dica così. Cosa c’entrano col territorio del Delta i Paladini di Francia? A trovare la risposta mi hanno aiutato i libri, le tante scartoffie che conservo, studiosi e scrittori locali.
I Paladini di Carlo Magno
Va detto innanzitutto che il Paladino era – secondo il ciclo letterario conosciuto come Ciclo Carolingio o Chansons de Geste – il cavaliere più importante alla Corte di Carlo Magno. Infatti la parola deriva dal latino palatium (governo), cioè palazzo, ovvero Conte di Palazzo, temine col quale si designavano i cavalieri più fidati della corte imperiale di Carlo Magno.
I Paladini erano dodici cavalieri di alta nobiltà e valore che vivevano alla corte di Carlo Magno e lo accompagnavano in guerra.
Nella lingua italiana la parola paladino ha il significato di difensore della legalità contro la sopraffazione e la prepotenza. Per me è soprattutto iniziare un viaggio attraverso la storia. Infatti “I Paladini di Francia” era il titolo di uno dei tanti romanzi che si leggevano o si raccontavano nei filò.
Questa storia mi riporta a nonno Rinaldo.
Rinaldo il paladino e le tradizioni di famiglia
Il nonno, oltre ad avere un fisico da paladino, ne portava anche il nome. Rinaldo, infatti, era un paladino di Francia, uno dei dodici cavalieri di Carlo Magno.
Ma non è finita qui, perché il soprannome del nonno – che veniva chiamato Rinaldon dei Mori – rimanda storicamente al paladino Rinaldo e ai Mori. I Mori, ovvero i Saraceni, avevano stabilito il loro campo di battaglia a Poitièrs, presso Parigi, e Rinaldo riuscì a metterli in fuga costringendoli a riparare ad Arles.
Tornando alle tradizioni di famiglia, va detto anche che mamma chiamò mio fratello Rinaldo – allora si usava spesso chiamare i figli col nome di nonni o bisnonni – e scherzosamente diceva Rinaldo di Montalbano, forse ignara che era il nome del principato che Carlo Magno donò proprio al paladino Rinaldo per le sue imprese di grande cavaliere. Secondo i Poemi Cavallereschi Rinaldo e il cugino Orlando si contesero l’amore di Angelica, ma lei, sposando Medoro, fece impazzire Orlando.
Questa dei paladini è una storia magica, fantastica, affascinante, narrata da Matteo Maria Boiardo ne l’Orlando Innamorato e da Ludovico Ariosto ne l’Orlando Furioso, sul cui sfondo si proietta la guerra fra pagani e cristiani.
I Paladini e San Basilio
Ma torniamo alla domanda iniziale: come mai nel Delta sopravvivono modi di dire che fanno riferimento ai Paladini? Forse i Paladini sono giunti anche in Polesine?
Ebbene, sì: i Paladini sarebbero arrivati nella zona del Delta a seguito del figlio di Carlo Magno e Ildegarda, Pipino (773-810) giunto in Veneto per combattere i Bizantini. Ho trovato l’informazione in uno scritto del prof. Francesco Passarella pubblicato sul giornale La Piazza nel 1997.
Il re franco pose il suo quartier generale sulle dune intorno a San Basilio e intrecciò furiosi combattimenti nelle acque della laguna di Venezia. In uno scontro fu ferito a morte (anno 810). I soldati della guardia reale – i paladini appunto – lo riportarono nell’accampamento di San Basilio e qui eressero un “pantheon” in onore del loro re. Ecco perché si dice che la pieve di San Basilio è stata costruita dai Paladini.
Episodi lontani, spesso alimentati dalla fantasia di narratori che nei secoli hanno tenuto vive tradizioni tramandate oralmente, da cui sono derivati i modi di dire che ancora oggi vengono usati nel territorio del Delta polesano¹.
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Come citare questo articolo
Mirella Pregnolato. “I Paladini e il Delta”. Ventaglio Novanta, n. 61, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-paladini-e-il-delta/