Quella sera nell’ostello-rifugio del Delta ci eravamo trovati in un gruppetto di amici dei vecchi tempi. Una specie di rimpatriata autunnale, rimandata per anni, che finalmente qualcuno aveva deciso di concretizzare, fissando un appuntamento al quale quasi tutti gli invitati avevano aderito.
La cena era risultata delle migliori. L’apice era stato raggiunto dall’anguilla alla brace, procurata e cucinata direttamente da Michele, l’”uomo del delta”, come lo avevamo ormai soprannominato, dopo che un articolo, uscito su una rivista naturalistica, lo aveva così definito. Per noi era divenuto un pretesto per qualche battuta scherzosa, tipo se aveva provveduto a farsi stampigliare la nuova etichetta sul bigliettino da visita, o se era sempre alla ricerca della vera “donna del delta”, o altro ancora.
Lui si schermiva, chiamandoci “uomini senza fede”, “imboscati-traditori”, sapendo in cuor suo quanto in verità lo rispettassimo, e come fossimo consapevoli che a nessuno più che a lui calzava quella definizione. Il delta, fin dall’infanzia, lo aveva infatti vissuto veramente dal di dentro, sia conoscendo le privazioni di un tempo, ormai considerato lontanissimo, in cui ci si accontentava dei limitati proventi di una pesca tradizionale – quando ancora esistevano i casoni di canna – sia assaporando i momenti di fiaba della natura, gli attimi di intenso stupore di albe indimenticabili al ridestarsi di mille voci, o la magìa dei tramonti infuocati, quando acqua e cielo si tingono di porpora in un’atmosfera senza tempo.
Dopo cena ci eravamo accostati al caminetto, dove la fiamma era stata ravvivata con legna ben stagionata, e, centellinando un bicchierino di buona grappa, ci eravamo trovati a fare una specie di filò, scavando nella memoria per raccontare vecchie storie, più volte ascoltate nelle lontane sere dell’infanzia dalla suadente voce dei nonni, o sollecitando la fantasia ad inventarne di nuove. Alla fine di ogni racconto, un punteggio segnava il gradimento della narrazione. Vinse Michele, e non fu una sorpresa, dato che i suoi racconti erano sempre i più coinvolgenti. Era una storia ambientata in una golena del grande fiume.
Tutto successe in un giorno di autunno…
…Improvvisamente il sole si oscurò, e la nebbia scese fittissima, umida e fredda, gravando immobile ed ostile su tutta l’ampia golena.
Antonio avvertì una sensazione di sconcerto; mai aveva visto un cambiamento climatico tanto repentino e privo di preannuncio. Provò uno sgradito senso di vertigine, per cui scese rapidamente dalla scala appoggiata al pioppo che era intento a potare. Un brivido gli percorse la schiena e si sentì improvvisamente stanco e smarrito.
Il cane, che era solito girovagare tutt’intorno alla ricerca di tane di roditori, spuntò dalla grigia coltre di freddo vapore. Lo guardò con occhi interrogativi, emettendo un flebile guaito.
– Che ci succede Tobia? – disse Antonio rivolgendosi all’animale. – Stiamo diventando vecchi? Non dirai mica che ci facciamo spaventare da un po’ di nebbia! – Parole in realtà pronunciate per se stesso, perché non si sentiva per niente tranquillo: un senso di malessere e di nausea lo aveva preso, assieme ad una sconosciuta stanchezza. Faticava a concentrarsi e a seguire nella boscaglia il sentiero del ritorno. Il paese gli sembrava lontanissimo, irraggiungibile.
– Sai che facciamo Tobia? – disse cercando di dominare un leggero tremito che avvertì nella propria voce. – Ci fermiamo per un paio d’ore nella baracca e accendiamo un fuocherello.-
Deviò a sinistra, asciugandosi la fronte madida e fredda. Era sudore o l’effetto dell’umida nebbia? Provò una sensazione di sollievo entrando nella baracca. Nell’angolo, un focolare rustico era già pronto con ramaglia minuta, adatta per avviare celermente il fuoco che in un attimo guizzò crepitando allegro.
– Così va meglio, vero Tobia? – si rivolse al cane, che sembrò approvare scodinzolando. Si ricordò della bottiglia di grappa che da anni giaceva nello stipetto. Togliendo il tappo annusò la robusta ed acre fragranza. Un sorso prolungato gli comunicò subito un senso di calore e benessere. – Va meglio, va meglio! – sussurrò ravvivando il fuoco sul quale pose nuova legna e un bel ceppo.
– Ah, brigante, ti sei già addormentato! – esclamò poi rivolgendosi al cane che, muso tra le zampe anteriori, si era acquattato di fronte al camino. – E bravo!, un sonnellino è proprio quello che ci vuole. – osservò aprendosi una vecchia branda. – Qui c’è proprio tutto quello che serve. – disse infine stendendo una coperta sotto cui si infilò lesto.
Si svegliò che il cane si agitava presso l’uscio. Fuori era chiaro, il cielo limpido con qualche nube isolata. Mentre apriva la porta a Tobia, che aveva urgenza di uscire, guardò incredulo l’orologio che segnava le otto. Non potevano essere le venti. Come mai aveva dormito per tante ore? Possibile? Antonio era un po’ allarmato, ma poi, con soddisfazione constatò che si sentiva proprio bene e del tutto ristabilito.
– Chissà! – pensò riferendosi al malessere che lo aveva preso il giorno prima, – forse negli ultimi tempi avrò lavorato troppo.- Ma non aveva nulla da rimproverarsi. Doveva infatti riempire con l’attività quei giorni di solitudine, dopo la scomparsa della moglie e la lontananza delle figlie, accasatesi in città.
Era proprio mattina, e si preannunciava una bella giornata tiepida di novembre, di quelle che fanno pensare all’estate di San Martino. Giocherellò un po’ con Tobia, invitandolo a prendere al volo un pezzo di legno che gli tirava, fin tanto che il cane, dopo alcuni lanci, si rifiutò di collaborare, facendogli capire che aveva fame.
– Hai ragione, torniamo a casa! – osservò Antonio, che però volle prima risistemare ogni cosa nella baracca, ripiegando la branda e riponendo nell’armadietto la provvidenziale coperta.
C’era una strana animazione nelle vie del paese. Diverse persone, riunite in crocchi, erano intente a confabulare. Antonio si avvicinò ad uno dei capannelli più animati: si parlava della nebbia, della stranissima nebbia che il giorno prima era scesa improvvisa e tenebrosa sulla zona. E non pochi avevano avvertito una sensazione di vertigine o di prostrazione.
Antonio ascoltava senza intervenire, interessato ai vari pareri: c’era chi parlava di una nube tossica; chi negava, osservando che nessuno aveva avvertito alcun odore sgradevole; c’era chi notava che, quanti si erano sentiti stanchi ed affaticati, in realtà in quella giornata avevano lavorato troppo; e non mancò chi giunse ad ipotizzare un segnale divino, un invito ad una sorta di esame di coscienza collettivo, una specie di campanello di allarme per quanti, in numero crescente negli ultimi tempi avevano abbandonato le pratiche religiose. Poi intervenne Giovanni, il fruttivendolo. Premise di essere stato fino ad allora zitto nella speranza che qualcuno dicesse quello che lui, per pochi secondi, aveva avuto modo di osservare. Temeva di non essere creduto.
– Ebbene? – lo sollecitarono in coro i presenti, spingendolo a rompere gli indugi.
– Il sole stava quasi tramontando – esordì Giovanni – quando improvvisamente vidi apparire, giusto sopra il paese, un Ufo: uno strano oggetto a forma di sombrero messicano, che subito divenne luminoso per circondarsi rapidamente di fitta nebbia, che in breve scese dal cielo e coprì ogni cosa. E tutto avvenne in un tempo brevissimo. Al massimo cinque secondi. Certamente non oltre.
Negli ultimi tempi più volte i telegiornali avevano dato notizia di apparizioni inspiegabili in varie parti del mondo, che avevano fatto parlare di Ufo. Pertanto la testimonianza di Giovanni non mancò di fare un certo effetto, dato che in definitiva si prestava ad offrire una spiegazione accettabile al fenomeno. Ma ben presto qualcuno ricordò varie burle architettate anni prima dal fruttivendolo, cosicché la credibilità del racconto – nonostante le proteste di Giovanni pronto a garantire la veridicità con un solenne giuramento – scese rapidamente. Mancando concrete alternative, la discussione si affievolì, tanto che ben presto il capannello si sciolse.
Passarono frattanto alcuni giorni senza che il clamore suscitato dal fenomeno della nebbia anomala si spegnesse del tutto. La domenica anzi il fatto tornò di grande attualità, sia perché la gente, libera dagli impegni quotidiani, aveva tempo per dissertare sull’argomento, sia perché don Luciano si sentì in dovere di farvi riferimento nell’omelia, utilizzando il fenomeno per una similitudine di come si presenti troppo spesso la vita dell’uomo, avvolta da una nebbia che fa perdere le tracce della retta via. Occorreva dunque meditare e prepararsi col dovuto raccoglimento.
Fu così che l’ipotesi di un segno celeste, già da qualcuno avanzata, non mancò, nella giornata domenicale, di trovare dei proseliti. Anche i sostenitori di questa ipotesi si rendevano però conto che era veramente eccessivo, per un fenomeno tutto sommato limitato nello spazio e nel tempo, scomodare il Padre Eterno. Tutt’al più si era inclini a pensare all’intervento di qualche santo.
San Martino? L’ipotesi stava prendendo quota, visto che mancavano pochi giorni alla festa del santo, quando Arturo, orologiaio di professione, ma non digiuno di filosofia, osservò che il “principio di non contraddizione” portava ad escluderlo. San Martino si rivelava infatti col tepore del sole, non col freddo umido della nebbia. La ricerca andava indirizzata verso un altro santo, ad esempio San Rocco, protettore della parrocchia. La sua festa cadeva il 16 agosto, ma forse il Santo intendeva dare un segno al paesello smarrito, in quei giorni di novembre.
Antonio ascoltava tutto ciò con un certo scetticismo. Per natura non sentiva un gran trasporto verso le cerimonie liturgiche. Frequentare la chiesa nei giorni prestabiliti era per lui più che altro una consuetudine, come prendere un buon bagno al sabato ed indossare gli indumenti migliori alla domenica, ma non provava quel coinvolgimento che altri dimostravano. E quando il sacerdote, a conclusione della sacra funzione, pronunciava la fatidica frase “la messa è finita, andate in pace”, assaporava una sensazione di autentica liberazione.
Se avesse dovuto schierarsi non avrebbe però avuto dubbi sull’opportunità di manifestare la preferenza per San Rocco, ma la tematica sinceramente lo sconcertava, gli comunicava una certa inquietudine che desiderava allontanare. Evitò pertanto di intromettersi nel dibattito che animava il paese, preferendo l’ambiente a lui più confacente, quello della golena, ove di buon grado riprese le consuete attività stagionali.
Antonio amava quell’ambiente, per il quale anche Tobia mostrava una vera predilezione. Tutto ciò univa ancora più saldamente l’uomo al cane. E proprio lì, in golena, Antonio aveva provato momenti di dolce intensità che lo avevano portato a rivolgere un commosso pensiero al Creatore.
– Questo è il nostro paradiso – diceva allora, rivolgendosi a Tobia. – Se ne esiste un altro, dopo la morte, speriamo che ci prendano tutti e due. – aggiungeva poi, senza però provare un vero trasporto verso la dimensione astratta del mondo ultraterreno. Perché lui si sentiva intimamente legato alla terra, alle attività che svolgeva con attenzione e competenza, che gli davano soddisfazione e lo facevano sentire in pace con se stesso e con il mondo.
Frattanto nel paesello l’ipotesi “San Rocco” cominciava ad avere un crescente seguito, tanto che ben presto si costituì un Comitato per studiare il da farsi: prese corpo l’idea di costruire un capitello votivo, nella biforcazione della strada verso la golena, là dove varie testimonianze assicuravano che il fenomeno della nebbia era apparso con una intensità inimmaginabile.
Proprio mentre cresceva l’assenso verso l’iniziativa e iniziavano a moltiplicarsi i contributi ad essa finalizzati, ecco scaturire, dalle polverose carte custodite nella biblioteca comunale, la notizia che, nel corso del XVIII secolo, più volte il paese era stato avvolto da una nebbia incredibilmente fitta, battezzata da un diligente cronista del tempo come “calìgo de la golena”.
Il bibliotecario, soddisfatto per il ritrovamento del quaderno settecentesco, la cui esistenza era nota, ma del quale da alcuni decenni si erano perdute le tracce, aveva distribuito alcune fotocopie delle pagine dedicate alla descrizione del fenomeno meteorologico. Vi aveva aggiunto una sorta di supplica scritta di suo pugno, per sollecitare un intervento economico al fine di poter pubblicare l’antica cronaca che abbracciava sei lustri.
Alla soddisfazione del bibliotecario non corrispose un analogo sentimento dei compaesani, specie dei membri del Comitato, che avvertirono nel documento un’insidia nei confronti dei progetti avviati con tanto entusiasmo. Ma lo sconcerto ebbe breve durata, ed anzi l’imprevisto ostacolo ebbe l’effetto di moltiplicare gli sforzi per raggiungere quanto prima l’obiettivo dell’edificazione del capitello. E, prima ancora di avere un progetto concreto, il presidente del Comitato volle annunciare la data dell’inaugurazione: il 16 Agosto dell’anno successivo, giorno dedicato al Santo.
Come sarebbe stato il tempietto? Mentre cresceva la curiosità, iniziarono a serpeggiare anche alcune critiche indirizzate all’operato del Comitato che, con una mossa a sorpresa, riuscì però a portare dalla sua la maggior parte dei paesani. A Tiziana, maestra della scuola elementare con spiccate doti artistiche, fu infatti affidato il compito di realizzare un disegno che rappresentasse il capitello inserito nell’ambiente. E Tiziana predispose tre bellissime tavole che suscitarono unanimi consensi.
Anche Antonio trovò i disegni stupendi. Il tempietto appariva in tre diversi momenti: in estate, circondato dall’esplosione verdeggiante della vegetazione della golena, in autunno, con il prevalere delle tinte dorate, ed infine in una situazione di grande piena del fiume, con le acque che giungevano quasi a lambire il monumento sacro, mentre le cime degli alberi emergevano irreali dalla liquida superficie, formando una specie di mistica corona.
Questa volta Antonio non volle rimanere in disparte. Non si trattava ora di parlare di aspetti mistici, che gli comunicavano disagio ed inquietudine, ma di fare qualcosa di bello ed innovativo: il capitello della golena. L’opera avrebbe valorizzato quel luogo a lui tanto caro, avrebbe portato i passanti a fermarsi per una preghiera a San Rocco ed uno sguardo alla natura. Ed anch’egli avrebbe guardato l’immagine del Santo con benevolenza e speranza ogni qual volta avesse percorso il tragitto verso il bosco fluviale.
La festa ferragostana con l’inaugurazione del tempietto votivo fu davvero memorabile, e da allora il capitello divenne meta di fedeli e di quanti, sempre più numerosi e documentati, iniziarono ad interessarsi alle caratteristiche naturali dell’ambiente anfibio della golena. E molti erano soliti porre un fiore davanti all’edicola di San Rocco, presso la quale si fortificava quel desiderio di pace ed armonia che non manca, nei più suggestivi ambienti naturali, di permeare l’animo umano.
A novembre la nebbia riapparve, fredda e fittissima. Ma questa volta nessuno se ne meravigliò, perché a tutti fu chiaro che quello era l’atteso segno di assenso di San Rocco.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “La nebbia di San Rocco”. Ventaglio Novanta, n. 61, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-nebbia-di-san-rocco/