Nicola restò fermo sull’argine ad osservare ancora per un istante le case di Guarda Veneta e la chiesa di San Domenico. Come diceva la nonna, sembravano tanti pulcini stretti attorno alla chioccia. Poi si girò verso il fiume, guardando là, dove c’era Borgata Moia, un pugno di case, ammassate dentro la golena a ridosso dell’argine; ci vivevano pescatori, barcaioli, traghettatori, mugnai e galafà, gli abili costruttori di barche.
Nicola era il mugnaio più anziano. Il suo mulino, il “Radames”, era ancorato più sotto, verso la Rena. Con un fischio preannunciò alla Edda, sua moglie, che stava arrivando per darle il cambio. Il mulino non andava mai abbandonato e qualcuno doveva essere sempre a bordo per qualsiasi eventualità problematica: un tronco portato dalla corrente, il passaggio di una grossa imbarcazione, gli ormeggi da controllare.
Nel silenzio della sera Nicola riconobbe tutti i rumori, ormai familiari, e capì che ogni cosa era a posto. L’acqua che batteva sulla volà, la grande ruota a pale; il grano che scendeva dalla tramoggia, il “ron ron” delle macine che giravano infaticabili. E i mille altri cigolii delle tavole in rovere e cimolo con le quali era stato costruito il vecchio mulino. Il suo aspetto esteriore era arcaico; nel corso dei secoli i mulini sul Po erano stati costruiti sempre allo stesso modo. Due barche, il sandon grande, quella più larga, e il sandonselo, la più stretta, unite dall’andiale che serviva per il passaggio e per caricare e scaricare i materiali. La casetta, la vera anima del mulino, poggiava interamente sulla barca grande.
Al suo interno c’erano le macine, i sacchi di granaglie e di farine, una letiera, l’umile giaciglio per il riposo del mugnaio e una fogara per scaldare cibo e ambiente nelle notti più fredde. A una parete della casetta Nicola aveva appeso un’immagine di S. Antonio Abate, protettore dei mugnai, e in segno di devozione lì davanti teneva sempre acceso un lumino ad olio.
Fu proprio quella sera che lo vide per la prima volta. Stava armeggiando sulla prora per un ultimo controllo ai mancoli che assicuravano l’aggancio del mulino quando Nicola si accorse di quella strana figura. Portava un cappello a tese larghe e un impermeabile chiaro; nelle mani stringeva una custodia, sicuramente uno strumento musicale. Le rughe sul viso testimoniavano di una vita vissuta in bufera.
Improvviso il temporale si scatenò.
Nicola fece un cenno e disse: “Salite o vi bagnerete tutto.”
Lo sconosciuto salì la passerella che univa la riva al mulino. Nicola lo fece sedere vicino alla fogara e divise in due piatti il contenuto di un pentolino. Una zuppa di verdure e un pezzo di “pinza alla munara” che era la specialità di Edda. I due uomini mangiarono in silenzio, poi lo sconosciuto raccontò a Nicola di essere un suonatore di violino che per vivere suonava il suo strumento nelle piazze. Confidò a Nicola di essere solo e che si fermava dove gli davano ospitalità.
Il mugnaio provò rispetto per quella solitudine e disse che avrebbe potuto fermarsi al mulino fino a quando avesse voluto e che avrebbero diviso il poco spazio e il cibo. Con una stretta di mano fu stabilita una amicizia sincera.
Nei giorni seguenti, di buon mattino, il violinista era solito salutare Nicola e partire per suonare nei paesi vicini dove c’era un mercato.
Alla sera seduti sui sacchi, il vecchio prendeva il violino e suonava una musica, sempre quella, di una dolcezza indescrivibile. Nicola aspettava per tutta la giornata quel momento. Immobile, chiudeva gli occhi, e navigava nei propri pensieri, tra i ricordi.
Improvvisamente, un giorno, il vecchio violinista non fece ritorno. Quel mattino se n’era andato in silenzio, di buonora, ma alla sera non tornò al mulino. Per molti giorni Nicola continuò a chiedere informazioni a tutti, anche alle persone dei paesi vicini, ma nessuno sapeva nulla.
Nei giorni che seguirono, il mugnaio diventò ancora più taciturno e triste. Ormai era rassegnato. Non accettava però il fatto che il vecchio se ne fosse andato così, senza salutarlo, ignorando quella amicizia semplice ma sincera che era nata tra di loro.
Fu una sera che sentì improvvisa la musica del violino. Un nodo gli strinse la gola. Cominciò a guardarsi intorno, sperando di vedere il vecchio. Nessuno. La musica continuava, ma questa volta era ancora più dolce e sembrava suonata da cento violini.
Per un attimo Nicola ebbe la sensazione che la musica scendesse dal cielo. Alzò gli occhi… Stava forse sognando? O erano gli Spiriti del fiume che, come raccontava la nonna, si divertivano nella noia delle notti a prendere in giro gli uomini? Nelle sere successive il fenomeno si ripeté ancora.
Nicola, per non essere considerato un visionario, una sera volle al mulino anche la Edda e altre persone della Moia. Alcuni erano scettici, ma la maggioranza aveva fiducia perché conosceva Nicola da sempre.
Quando, tra lo stupore generale, le prime note si sparsero attorno, rimasero a bocca aperta. Era uno spettacolo indescrivibile. Quella fu anche l’ultima volta che si sentì la “musica degli angeli”, così come l’avevano chiamata quelli della Borgata.
Nella mente e nelle chiacchiere della gente dei paesi lungo il Po si fece largo l’idea che quel vecchio fosse un santo, forse S. Antonio Abate stesso, venuto a trovare una persona buona come Nicola.
È trascorso ormai molto tempo. Oggi i mulini sul Po non ci sono più ed anche Borgata Moia non esiste più. Il Governo fece abbattere le povere costruzioni molti anni fa e i suoi abitanti furono trasferiti in nuove casette più sicure e confortevoli nel piano campagna, al di qua dell’argine. Ma forse qualcosa è rimasto e ogni tanto qualcuno dice di aver sentito, passando per la Rena nelle notti di vento, un flebile suono di violino. Ma, si sa, il vento tra le foglie dei pioppi può favorire l’immaginazione.
L’unica cosa certa è che da quella volta, per ricordare l’evento straordinario, Nicola venne chiamato “Sanvioin”. E in seguito, anche i suoi figli, i suoi nipoti e tutti i discendenti, portarono e portano ancora oggi questo soprannome.
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Come citare questo articolo
Francesco Verza. “La leggenda del Santo violinista”. Ventaglio Novanta, n. 64, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-leggenda-del-santo-violinista/