Era quella la guerra? Avanzare nel fango, anzi strisciare nel fango con la bocca spalancata, perché non respiri mentre ne ingurgiti un boccone puzzolente e ti offusca la vista e si infiltra nelle orecchie.
Maledetta guerra! Mentre mi faccio strada in quel viscidume e cerco di non ingoiare la cacca umidiccia di un cane, giro lo sguardo a destra e a sinistra verso due commilitoni, anch’essi impegnati nel compito funesto di andare avanti. Uno porta gli occhiali, sono coperti da un pugno di melma. Forse non vede nulla. E come può vederci? Va avanti così, alla cieca, senza vedere dove lo porta il destino. Mi guardano entrambi con gli occhi dilatati e, mentre sputano fango, i loro occhi mi pongono la stessa domanda: ma perché ci siamo arruolati da volontari? Mi dissi che da giovani, a vent’anni, tutto sembra facile: anche fare questa specie di guerra!
Il militare davanti a me tira un calcio alla fanghiglia per salire sulla collina: naturalmente quella massa di melma precipita nella mia bocca, opportunamente aperta. Sputo anche l’anima, come un disperato. Ora saliamo, mentre il fango scende come un acquitrino dal fianco dell’altura. Piove! Ci manca solo la pioggia, piove a dirotto. Ma bisogna avanzare, sempre avanti! Boia chi molla! Eccolo che grida ancora, quel figlio di puttana del Sergente:” Boia chi molla, avanti, avanti!”, vorrei che le sue urla lo soffocassero. “Attenti al muro, bisogna superare quel muro, le mani in alto, le mani in alto, aggrappatevi, tiratevi su, le mani sul muro non tra i coglioni! Forza!” e sbraita ancora come un pazzo infuriato.
Sotto un folle acquazzone, le mie misere mani cercano fessure tra le pietre. Le afferro, ma è umido e scivolo; grazie a dio un braccio oltrepassa il colmo del muro, così mi sollevo su un fianco e, mentre la pioggia mi tappa l’orecchio sinistro, lo scavalco e precipito nel marciume sottostante. Vedo solo fango e merda e due occhi spalancati che, senza fango, portavano occhiali Polo Club, molto raffinati, e che ora cercano una via di fuga da quella sozzura maledetta.
“Attenti al filo spinato, c’è un fottuto filo spinato, dovete passarci sotto senza impigliarvi, senza strapparvi le mutande, mie care signorine!” grida ancora il bastardo venuto dall’inferno. Il filo spinato mi strappa solo il giubbotto, ma mi lascia un segno sanguinante sulla mano destra. Fango, merda e sangue: meglio di così non poteva andare!
“Basta ragazzi, piove che dio la manda, torniamocene in caserma…” ha smesso di urlare il caro Sergente, la sua voce è tornata normale, si è quasi addolcita. L’ esercitazione è finita, torniamo in caserma, un po’ acciaccati e con le ossa doloranti, ma lasciamo lo schifoso pantano sognando una soffice branda.
Non abbiamo ancora capito perché ci siamo arruolati “volontari”, ma certo è meglio la “naja” della guerra in Ucraina.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Francesco Lanzoni. “I volontari”. Ventaglio Novanta, n. 64, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-volontari/