Facciamo un gioco: se poteste parlare con il nostro territorio, il Delta, cosa gli chiedereste? Se poteste dargli una forma, a cosa assomiglierebbe? Se poteste guardarlo negli occhi, cosa fareste?
Non a tutti è data questa opportunità. Scienziati e studiosi forse vi si avvicinano, ma chi più di tutti ha la possibilità di valicare questo limite e instaurare un vero e armonioso dialogo con il territorio è certamente il poeta o il prosatore, se preferite.
Ce n’è uno, in particolare, che nel corso degli anni ho imparato a conoscere e che ha saputo dare alla letteratura di paesaggio, per come la conoscevo, una nuova e più complessa prospettiva: Joseph d’Arbaud (Meyrargues, 1874 – Aix-en-Provence, 1950 .
D’Arbaud è un poeta-gardian felibrista (ossia esponente di quel movimento letterario che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, si pose come obiettivo la difesa della lingua provenzale, ridandole forza e dignità letteraria) che, nel 1926, pubblica quello che sarà il suo romanzo capolavoro, e che solo dal 2022 è possibile leggere in traduzione italiana, grazie al lavoro della Dott.ssa Rossella Pellerino.
D’Arbaud è un autore affascinante che nel 1897 abbandona gli studi e la vita di città per trasferirsi nel delta della Camargue e diventare un gardian, ossia un mandriano, di professione. Moderni centauri, poeti a cavallo, i felibristi occupano un posto nella storia della letteratura occitanica per la loro produzione artistica, per la loro lotta in difesa della “nation gardianne” e di una identità linguista e paesaggistica sempre più minacciata dall’avvento della modernità.
La Bèstio dóu Vacarés è una storia d’incontri. Il primo, difficile, tormentato e molto particolare: quello tra un mandriano della Camargue del XV secolo e l’ultimo fauno rimasto sulla terra rifugiatosi, in esilio, nelle solitarie paludi del Vacarés, per sfuggire ad una modernità sempre più opprimente.
Perdersi tra le pagine del racconto è facile. La lingua occitana traccia le linee di un paesaggio in mutamento con le stagioni, complesso e misterioso, con il quale è necessario vivere in armonia e ai cui ritmi bisogna sapersi adeguare. È una vita semplice e pura, la vita cui lo stesso autore aspirava, e la Bestia è la figura chiave per narrare tutto un mondo: quello di un passato di tradizioni che d’Arbaud sente andrà perduto, l’interiorità del poeta stesso, l’anima del territorio camarghese.
Lo scopo di d’Arbaud nello scrivere La Bèstio dóu Vacarés era dunque dare voce alla sua terra e alle sue umane inquietudini, infatti, per lui non si tratta semplicemente di “un’interessante tematica poetica da approfondire” ma di una e vera propria rivelazione – a tratti quasi religiosa – dell’anima della sua terra, che si svela sotto lo sguardo di un lettore attento e consapevole.
Se il lettore non si lascerà distrarre, se saprà immergersi nei paesaggi e nelle atmosfere del racconto, se avrà visto, almeno un paio di volte, anche i paesaggi del Delta del Po, non potrà fare a meno di accorgersi che quel delta della Camargue, all’apparenza così lontano, quei boschi di salicornie, quelle paludi e quelle nebbie, assomigliano tanto, troppo, ad un territorio che possiamo chiamare casa.
Ed è qui che entra in gioco un altro Delta, il nostro. È il Delta raccontato da vari autori che con esso si sono rapportati, stringendo rapporti intimi e significativi. Tra questi Gianni Celati, Ermanno Rea, Giorgio Bassani, Gian Antonio Cibotto e Ivano Fossati. Nei loro scritti troviamo quella “strada provinciale delle anime” che cerca di dare forma e sostanza ad un paesaggio bello, decadente e misterioso, la cui geografia segreta è difficile da cogliere per chi non è nato e cresciuto nella terra dove il fiume trova un abbraccio unico e per certi aspetti misterioso col mare.
Dunque, alla letteratura di fiume nostrana non mancano certo gli autori ma manca forse una lingua caratteristica e unitaria, che sappia dare voce e dignità ad una poesia e una prosa erroneamente giudicate di nicchia.
Tornando alla domanda di partenza, troviamo allora la nostra risposta: per noi, il Delta ha tante forme, da quelle più consistenti delle figure mitologiche della tradizione popolare a quelle più evanescenti degli autori che lo hanno esplorato.
Resta ferma però l’idea che i territori deltizi, siano essi camarghesi o veneti, abbiano molto da offrire: tutto sta nel saperli leggere ed incontrarli. Non basta passare distrattamente, diceva d’Arbaud. E questo incontro potrebbe cominciare proprio in Occitania. Uno sguardo al di fuori, ad un panorama letterario originale e poco noto, per essere così in grado di guardarsi e osservare il proprio con chiarezza.
Perché, in fondo, si parte sempre da casa per compiere un viaggio, dalle proprie radici e da quello che si conosce per esplorare un mondo nuovo.
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Come citare questo articolo
Giulia Ziviani. “Tra due Delta”. Ventaglio Novanta, n. 64, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/tra-due-delta/