I documenti, a cui faccio riferimento in questo scritto, sono quasi tutti conservati nell’Archivio di Stato di Verona, riscontrati diversi anni fa durante la mia ricerca sulla storia del Comune di Giacciano con Baruchella.
Ho avuto recentemente occasione di riprenderli in mano per una serata divulgativa nell’ambito della rassegna “Conosci la tua città”, organizzata a Badia dalla locale sezione del CTG (Centro turistico giovanile) “La Mongolfiera”. Il titolo dato alla serata era: “Ai tempi di Napoleone. Quando Badia voleva essere veronese”.
La storia, quantomeno curiosa, mette in evidenza i reiterati tentativi dei Badiesi per essere amministrativamente inseriti nel territorio di Verona. Ne do un sintetico resoconto, iniziando dalla prima inclusione di Badia nell’ambito del territorio veronese, con la destinazione della cittadina al Dipartimento dell’Adige nell’ultimo decennio della dominazione francese in Italia. Un periodo del primo Ottocento badiese in gran parte da delineare – a parte le già note vicende della fine della Vangadizza e del suo acquisto da parte dei D’Espagnac -; dico da delineare perché i documenti di cui parlo si riferiscono soltanto all’inizio e alla fine dell’aggregazione di Badia a Verona.
Da Ferrara a Verona
Si tratta, infatti, di due periodi:
•1802-1803, al tempo della Repubblica Italiana delineata da Napoleone, quando Badia riesce a passare dal Dipartimento del Basso Po (che comprendeva quasi tutto il Polesine, allora con capoluogo Ferrara) al Dipartimento dell’Adige facente capo a Verona;
•1814-15 quando il nostro centro cerca in tutti i modi di restare unito a Verona per non tornare a dipendere da Rovigo, mentre il Polesine – passato sotto il controllo degli Austriaci – sta per essere costituito in provincia autonoma, con il Po delimitante il nuovo confine.
Per quanto riguarda il primo periodo, non appena si apprende della nascita di un nuovo dipartimento autonomo attorno a Verona, la municipalità badiese è tra le prime a vantare il diritto di essere unita alla “illustre e popolosa città”; ritiene anzi che tale diritto appartenga a tutto il Polesine di Rovigo tra Adige e Po, compresa la Traspadana ferrarese, per poter così formare “un ben configurato comprensorio e separarsi dai Ferraresi”.
All’inizio del 1803, gli amministratori badiesi incaricano il famoso “direttore idraulico” locale Gaetano Canova di stendere una breve memoria per sostenere che: “verso Levante il Polesine di Rovigo trovasi congiunto ed unito al Veronese e che nel governo de’ fiumi e delle acque non potrà mai essere disgiunto, anzi deesi fare un solo comprensorio”.
Va ricordato che il Canova, di origini mantovane, conosceva bene il territorio badiese; tra l’altro egli legò il suo nome alla costruzione della “Bova”, per regolare l’uscita dell’Adigetto dall’Adige. Qualche giorno dopo è la municipalità stessa a ribadire quanto sia opportuna l’unione a Verona: “gl’interessi comuni d’acque, abitudini antiche d’amicizia, costumi eguali, tutto ci chiama a desiderarla; un’unione che Badia aveva già sperimentato “per breve tempo negli antichi tumultuosi tempi”.
A questo proposito vanno ricordati i secolari grandi traffici fluviali sull’Adige e la fondazione in epoca medioevale della “Francavilla Mercatorum”, una specie di colonia agricola veronese tra Adige, Malopera e Adigetto destinata al pascolo per la produzione della lana, di cui nel tempo resta solo il nome come località di Badia. Tutto ciò prima dell’arrivo degli Estensi da sud e del Comune di Padova da nord a contendersi il territorio a cavallo dell’Adige, a parziale discapito dell’autonomia dell’Abbazia.
Per un cantone più grande
Nel periodo napoleonico Badia ottiene dunque di passare nell’orbita di Verona, inserita nel dipartimento veneto come “Cantone II del Distretto di Legnago”. Ma c’è di più, perché ben presto iniziò la lotta per decidere l’estensione di questo cantone.
Di fronte alle obiezioni delle autorità del Basso Po sull’estensione del cantone (che doveva limitarsi alla ex-podesteria), la municipalità di Badia ebbe uno scatto d’orgoglio. Oltre a ribadire le ragioni della geografia, ricorse anche a quelle della sua storia, da quella più antica a quella più recente; ragioni che si dimostrarono almeno in parte efficaci.
I dirigenti badiesi (Bassi, Baviera, Piccinali ecc., oltre al Canova) ripercorrono così a grandi tappe la storia della città e quella dell’Abbazia fino a giungere a citare il privilegio imperiale del Barbarossa del 1177 ad un’antica disposizione dello Statuto del Comune di Verona che vincolava al “consiglio” del podestà di quella città, oppure a quello della Repubblica di Venezia, la nomina del podestà di Badia da parte dell’abate (Potestatem quem accipere voluerit debeat illum accipere cum consilio Domini Potestatis Veronae, sive Illustr. Dominij Veneti).
Un primo sommario giudizio su tutta la vicenda, potrebbe portare ad affermare che i maggiorenti della Badia napoleonica facciano un uso strumentale della storia dell’Abbazia, solo per giustificare le loro pretese, la loro volontà di ingrandirsi al di là dei vecchi confini; ad es. fino a Canda, fino a Giacciano e Zelo da una parte, e fino a Carpi, Castagnaro e Spininbecco; questi ultimi perché ricadevano nella nuova pretura di Badia. E ciò proprio negli anni in cui il monastero passava definitivamente nelle mani del D’Espagnac, il quale – fra l’altro – propose inutilmente di affittarne una parte al comune per adibirla a scuola pubblica.
Ingrandimento che, dopo un tentativo del 1807-8, riuscì verso la fine del decennio tornando ad unificare nel solo comune di Badia (allora però si diceva “la comune” alla francese) quelli limitrofi di Baruchella (solo la parte al di qua del Castagnaro), Pissatola, Salvaterra e Villabona (oggi Villa d’Adige), che erano stati emancipati dai francesi. Un’unificazione che durò anche nel primo periodo austriaco, anticipando un po’ l’attuale situazione determinatasi poi in epoca fascista.
L’ultima illusione di restare veronesi
Caduto Napoleone e tornati gli austriaci dopo il Congresso di Vienna, Badia teme per la sua “indipendenza”. Lo prova la lettera del 20 gennaio 1815 del nuovo podestà badiese Dente (dovrebbe essere quel Bartolomeo che eresse il Teatro Sociale) al podestà veronese, in cui si legge: “Torna in campo che la Città di Rovigo tenta tutte le strade, ed insiste per la riunione al Polesine di questa Comune, onde il Polesine stesso sia separato da qualunque altro Dipartimento ed eretto in separato Circondario.. “e lo prega di darsi da fare “onde non abbia la dispiacenza di dividerci, giacché tanti e ben noti rapporti ci vogliono uniti ai buoni Veronesi”.
Ad aprile, poi, lo informa di avere mandato due suoi delegati (Baviera e Piccinali) ad illustrargli meglio la questione. Ad agosto, infine, informa di essere andato di persona a Venezia a perorare la causa badiese col Governatore austriaco Conte di Goess, il quale gli dà buone speranze e “compiacentissimo” legge i titoli (le motivazioni) che gli aveva portato, tanto che “soddisfatissimo” ne da’ comunicazione al suo omologo veronese che già aveva risposto alle sue precedenti sollecitazioni.
E conclude: “Sono a pregarla della di Lei valida cooperazione onde (Badia) sia costituita in Circondario Distrettuale, molto più che l’attuale suo Territorio”.
La nuova provincia del Polesine attuata nel 1816
Le cose invece andarono diversamente. Il conte Pietro di Goess era il governatore veneto del nuovo Regno Lombardo-Veneto, nominato dall’imperatore Francesco I nel 1815. Solo con la “sovrana patente” del 12 febbraio 1816, tuttavia, entrò in vigore il primo “compartimento territoriale delle provincie venete” con la nuova Provincia del Polesine che comprendeva anche Badia. Ecco allora che nell’agosto del ’15 il conte poteva ancora sbilanciarsi a fare al podestà Dente quelle promesse che poi non furono mantenute.
Di tutto l’ingrandimento veronese di allora, rimane oggi al Comune badiese solo la località Barchetta, a due passi da Menà ma separata allora dal grande corso del Castagnaro.
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Maurizio Tramarin. “Badia veronese”. Ventaglio Novanta, n. 65, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/badia-veronese/