Nel secondo anniversario della sua scomparsa va ricordato un artista polesano davvero innovatore quale fu Paolo Gioli (Sarzano 1942 – Lendinara 2022).
Pittore, fotografo, cineasta, ricercatore e sperimentatore, è stato un genio multiforme, premiato da affermazioni e consensi della critica, che hanno assicurato alle sue opere la presenza stabile in musei e gallerie di tutto il mondo: dall’Art Institute of Chicago al Museum of Modern Art di New York, dal Centre Georges Pompidou e al MEP (Museè Europeen de la Photographie) di Parigi. In Italia le sue realizzazioni sono ospitate nella collezione permanente della Galleria d’Arte Moderna e dell’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma.
Tanti dunque gli apprezzamenti ottenuti da Gioli nel mondo, ma scarsa la conoscenza che si ha di lui nella sua terra: forse perché ha vissuto a lungo lontano dal Polesine per studio e lavoro, ma probabilmente anche perché in provincia è stato poco capito, e ciò fors’anche a causa del suo temperamento spesso rude e severo, poco incline alle relazioni sociali, in quanto tutto concentrato ad inventare nuovi strumenti di lavoro, e a creare singolari immagini fotografiche, filmiche.
La formazione artistica
Paolo Gioli inizia l’attività lavorativa in un laboratorio di ceramiche a Rovigo, presso lo scultore Virgilio Milani. Questi, avendo riconosciute le abilità artistiche del giovane, lo avvia alla pittura, che rimarrà una costante della sua produzione pure quando si confronterà con altre forme d’arte.
A metà degli anni sessanta inizia a frequentare la Scuola Libera del Nudo a Venezia e in questa città, culla dell’arte per eccellenza, entra in contatto con Luciano Gaspari, Giuseppe Santomaso, Emilio Vedova e altri importanti esponenti del periodo delle Avanguardie. Visita con assiduità, quasi maniacale le mostre della Biennale, frequenta la residenza di Peggy Guggenheim a Palazzo Venier dei Leoni e poi ancora gallerie, così da cogliere gli aspetti singolari e innovativi dell’arte moderna. Partecipa a mostre collettive e individuali, in cui ottiene importanti riconoscimenti. Partecipa alle collettive della Fondazione Bevilacqua La Masa del 1963, 1964,1966. Alla 51° collettiva Bevilacqua la Masa del 1963 vince il primo premio per il disegno, in cui si distingue per la tecnica utilizzata del carboncino a sanguigna e nel 1966 ottiene il primo premio per la pittura.
Dall’arte pittorica alla sperimentazione fotografica
Alla fine degli anni sessanta ottiene una borsa di studio della John Cabot Foundation, che gli permette di vivere a New York per un anno: qui entra in contatto con l’Espressionismo Astratto, la Pop Art e il New American Cinema che gli trasmettono una visione più ampia dei movimenti moderni sulla scena internazionale. Lavora ad alcuni grandi disegni (uno di essi è oggi conservato presso la Rockfeller Foundation) e l’esperienza americana segna la nascita di un forte interesse per il cinema e la fotografia. A New York stringe amicizia con Paolo Vampa, che diviene sostenitore e produttore del suo lavoro; lo influenzerà in molte scelte e lo orienterà nelle svolte più importanti della sua carriera.
Tornato in Italia, si muove tra Venezia e Roma, iniziando una nuova fase della sua ricerca sperimentale, in cui crea artigianalmente oggetti, che poi trasforma in dispositivi ottici per la produzione e riproduzione di originali immagini fotografiche, in un continuo alternarsi di arte e tecnologia.
Nel laboratorio di Lendinara, in cui fa spesso ritorno, dà sfogo alla sua creatività: inventa, modifica, utilizza involucri di ogni tipo e dimensione: macchine fotografiche antiche, pellicole, conchiglie, foglie, bottoni, aghi, qualunque tipo di oggetto con un foro per l’ingresso della luce, che smonta e rimonta, facendone i punti di partenza per un’avventura personale, ritenendo più importante lo strumento utilizzato dell’immagine stessa.
In un impeto creativo svuota la macchina fotografica, la riduce ad una primordiale camera ottica, attivando l’occhio magico del foro stenopeico: apre un piccolo spiraglio, senza lenti, in un involucro chiuso sul cui fondo pone una pellicola sensibile, in modo che solo la distanza tra il foro e la pellicola determini le varianti in scala prospettica. Nel foro stenopeico si vede come sarebbe la vita e la visione senza il bilanciamento del cervello.
Il momento concettualmente più alto, in questo senso, è l’utilizzo del palmo della sua stessa mano come camera oscura contenente pellicola sensibile: sparito ogni tipo di macchina, industriale o artigianale che sia, è l’uomo stesso a farsi camera e ad accogliere la luce che darà l’immagine. Gioli si libera simbolicamente di ogni strumentazione e torna a rapportarsi con l’opera attraverso il proprio corpo: si libera di lenti, obiettivo, negativo, supporti tradizionali, rievoca e reinventa i rudimenti del fotografare, riscopre la magia ineffabile della luce come materia, recupera i supporti della carta da disegno, della seta, e tutto questo lo fonde con sofisticate tecnologie.
Accanto a supporti di propria invenzione utilizza materiali sensibili prodotti dalla tecnologia industriale più avanzata, quali la Polaroid e il Cibachrome, che trasforma in oggetti a sostegno delle sue opere sperimentali sempre più complesse. Con la Polaroid, l’artista manipola il materiale sensibile della fotografia come fosse un pigmento pittorico; utilizza la materia vischiosa, il concentrato chimico interno al dispositivo, in modo anomalo, il residuo diventa elemento creativo, così come la macchina si trasforma in meccanismo, la storia in memoria, il caso in immaginazione, l’errore in spunto formale. Riporta l’immagine meccanica alle sue più pure radici storico filosofiche, discutendo il rapporto tra arte e tecnica; attraverso la reinvenzione creativa del fotofinish penetra nei dinamismi plastici stessi che creano l’immagine; rivivendo ed indagando profondamente la natura del materiale Polaroid, realizza una sintesi estrema fra alta tecnologia e antica manualità.
Nelle sue opere notiamo che è presente una produzione continua di opere ispirate alla storia dell’arte; soprattutto i volti lo attraggono, come quelli rappresentati nelle tele da Signorelli a Mantegna, da Piero della Francesca a Durer, Da Courbet a Van Gogh. Attraverso l’esperienza stenopeica, riprende le vedute veneziane di Canaletto, oppure opere dedicate alla natura, come i giardini e le piante di Monet, mescolando idealmente la propria creatività a quella di altri, non senza escludere talvolta processi di immedesimazione.
Dalla fotografia al cinema sperimentale
Anche nel cinema Gioli trasferisce le sperimentazioni che utilizza nella fotografia, animazione, found-footage, riprese stenopeiche; costruisce immagini fotografiche ricche di significati allegorici ed allusivi, mai ispirati ad un naturalismo fotografico, ma frutto della sua immaginazione. L’attività filmica non è separabile da quella fotografica e la stessa infaticabile ricerca lo dimostra.
Tra Rovigo e Roma produce i suoi film che sviluppa da sé stesso usando la cinecamera come un laboratorio, sulle orme dei fratelli Lumière, ottenendo riconoscimenti e interesse da parte della critica, con una personale allestita all’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma nel 1981, al MNAM (Centre Pompidou di Parigi) nel 1989. Nel 2006 una selezione dei suoi film viene presentata in una sezione speciale del New York Festival, dove diventa una presenza costante; e l’anno successivo è invitato alla 44esima edizione dell’Hong Kong International Film Festival, dove verrà chiamato ogni anno a presentare la sua ultima produzione.
Nel 2008 una selezione dei suoi film viene presentata a Toronto, all’International dedicata alle Avanguardie. E poi ancora una vasta rassegna delle sue opere viene presentata in Italia, sino al 2015 quando partecipa con una selezione di opere al Padiglione Italia della 56^ Esposizione Internazionale d’Arte alla Biennale di Venezia.
L’artista prosegue la sua attività ininterrottamente, trascorrendo lunghi periodi a Saguedo (frazione di Lendinara) dove nel suo studio/laboratorio continua a raccogliere, sezionare, congiungere, sperimentare diversi materiali; inventa nuove immagini da cui traspare tutta la sua creatività e fantasia, le doti innate che lo portano a ottenere i livelli più alti dell’arte filmica e cinematografica.
Ora che la storia terrena di Paolo Gioli si è conclusa, sta scaturendo maggior interesse per la sua arte, proprio nei luoghi da cui si era allontanato adolescente per inseguire il suo sogno, e in cui era ritornato, dopo aver ottenuto riconoscimenti in ogni parte del mondo.
Impareremo a conoscerlo meglio pure noi polesani e gli tributeremo finalmente tutti i meriti, di cui finora ci siamo dimostrati piuttosto parchi?
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Come citare questo articolo
Federica Panziera. “Paolo Gioli (1942-2022)”. Ventaglio Novanta, n. 65, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/paolo-gioli-1942-2022/