Una presenza di pubblico ben oltre le aspettative quella registrata presso la sala Carlo Bagno e gli spazi attigui dell’ex Pescheria di Lendinara nell’incontro pomeridiano dello scorso 25 giugno 2024 per assistere alla presentazione di una pubblicazione in ricordo di Gianfranco Pavan, per tutti il “professore”. Azzecata per tipologia e ubicazione la scelta della location, a pochi metri da quella che oserei definire – con buona pace dei più rigorosi accademici – la sede di un “pellegrinaggio” dell’istruzione, proprio per la varietà e l’enorme quantità di studenti lendinaresi e di vari comuni limitrofi che, a partire dagli anni cinquanta, vi si recavano con fiducia, per qualsiasi tipo di sostegno scolastico.
Dopo i saluti e l’introduzione da parte del primo cittadino, dell’assessore alla cultura e del direttore della biblioteca comunale, la figura del professor Pavan è stata delineata attraverso gli interventi dei curatori della pubblicazione e gli affettuosi aneddoti di chi l’ha conosciuto in qualità di allievo, collaboratore o concittadino. L’idea della pubblicazione dal titolo “Grazie Franco della tua saggezza profusa” (Press Up S.r.l., Roma, aprile 2024), in occasione del centesimo anniversario della nascita, già da tempo abbozzata dal suo principale curatore Sergio Magon (artista, scrittore e già insegnante) era stata parzialmente concretizzata mediante un’intima e personale testimonianza contenuta in un taccuino stampato qualche anno fa. È altresì opportuno segnalare il tributo a cura di Paolo Celin pubblicato in questa rivista (Franco e i giovani di Lendinara – Un ricordo di Franco Pavan e della sua originale scuola in riva adigetto, n. 18 del gennaio 1999) a seguito della sua scomparsa avvenuta nel luglio del 1991.
Ma è soprattutto dalla viva voce di Sergio Magon che trapelano stima, affetto e riconoscenza per colui che fu “un mentore che ha dato valore e senso alla sua vita, lasciando un’eredità d’affetti che ancor oggi vive nella memoria di molti amici”, nel sintetizzare, attraverso questa conversazione, i punti salienti di un intenso legame esplicitato nel testo con una piacevole e puntuale narrazione.
Com’è avvenuto il primo incontro con Franco?
“Era una sera di luglio, verso la fine degli anni settanta, quando nel centrale Caffè San Marco di Lendinara, sito nell’omonima piazza, Franco mi salutò con un gesto affettuoso posato sul mio capo, manifestando una gradita attenzione nei miei confronti. La sera successiva, dopo aver percorso assieme il tragitto verso la sua abitazione, ricevetti la proposta che diede avvio alla mia collaborazione nelle ripetizioni a molti dei suoi ragazzi”.
Al di là della validità e competenza del “professor” Pavan e l’estrema disponibilità in qualsiasi orario, feriale o festivo del giorno, cosa potrebbe dirci dell’uomo Franco?
“Franco possedeva un’innata propensione ad adoperarsi per gli altri, e dedicò la sua vita ad aiutare i più deboli, a educare e far crescere molti ragazzi, anche quelli un po’ esuberanti che la scuola tradizionale avrebbe sicuramente emarginato. Per tutti aveva un sorriso, una parola, una battuta, un nomignolo attraverso cui trasmetteva simpatia, affetto e cordialità. Amante della compagnia e della convivialità, era davvero scherzoso, mai volgare, possedeva un linguaggio pulito, intelligente, ironico, mosso spesso dalla parola dialettale nostrana che gli permetteva di essere autentico e genuino ma soprattutto di mostrare quell’atteggiamento anticonformista che consisteva prevalentemente nel non allinearsi con le idee e i comportamenti dominanti. Un modo di vivere acquisito in gioventù che mai abbandonò né attenuò nel corso dell’intera esistenza”.
Oltre a questa sua attività lavorativa che potremmo meglio definire una missione, anche per la valenza educativa del suo operato, com’era conosciuto nel contesto cittadino?
“Franco è stato senza dubbio un personaggio che non passava inosservato sia per il suo aspetto fisico, statura, lineamenti marcati, sguardo attraente e folta capigliatura e un outfit – per usare un termine molto attuale – caratteristico, sia per la sua personalità esuberante. La quotidiana presenza presso qualche locale pubblico e in particolar modo il tragitto, percorso a piedi e rallentato dai numerosi incontri, erano motivo di scambi, informazioni e partecipazione alla vita cittadina. Franco, dopo gli anni universitari trascorsi a Bologna in qualità di studente di Medicina, aveva vissuto la realtà lendinarese del periodo post bellico, fremente di iniziative che, nonostante la povertà dilagante e le dolorose esperienze dell’immane conflitto, coinvolsero molte persone, soprattutto i giovani. Memorabili i momenti di svago tra i quali le feste e i celebri veglioni di fine anno che si svolgevano al Teatro Ballarin. Ma soprattutto è doveroso ricordare il suo impegno in veste di membro zelante del Comitato Organizzativo del Carnevale Lendinarese di cui entrò a far parte a metà degli anni ottanta. Un incarico notevole, sempre assolto con passione, che gli permise ancora una volta di esprimere la sua naturale capacità di promuovere l’aggregazione e favorire la coesione tra il mondo dell’infanzia e quello degli adulti”.
Vuole raccontarci qualche curiosità, un vezzo o semplicemente esprimere un pensiero conclusivo prima di salutare i nostri lettori?
“Potrei parlare di Franco per intere giornate, raccontare aneddoti ed episodi che rimarranno scolpiti nella mia memoria. Dirò che Franco amava le ore notturne e, in ogni stagione e con qualsiasi condizione climatica, rincasava all’una o alle due, dopo un primo rientro alle ore 11 che gli permetteva di accompagnare gli anziani genitori, con difficoltà motorie, al piano superiore. Franco viveva con la famiglia (moglie, figli e genitori) e la stanza adibita alle lezioni si trovava al pianterreno dell’abitazione. A questo proposito vorrei ricordare l’arredo spartano di quell’aula, sede della “scuola media numero tre” – così era denominata dai lendinaresi – in particolare la bella tovaglia verde, spessa e damascata che i ragazzi avevano sgualcito con innumerevoli scritte, disegni, formule, numeri, conferendole un tocco di originalità e bellezza antica accentuata dal profumo d’inchiostro, libri e polvere. E poi l’immancabile penna rossa con la quale siglava perentoriamente le numerose, poco edificanti ma simpatiche, locuzioni dirette al malcapitato di turno. Rossa, come le immancabili rosse morbide Marlboro sempre presenti sul lungo tavolo.
Franco amava la pesca ma era disinteressato alla cattura dei pesci, gli piaceva la compagnia, lo scherzo, la risata. Non aveva la patente di guida perciò spesso era accompagnato dagli amici.
I miei quindici anni con Franco sono stati per me un tempo di straordinaria formazione, un tratto del percorso giovanile compiuto tra innumerevoli passeggiate lungo la riviera dell’Adigetto. Per lui sono stati gli ultimi della sua esistenza terrena, conclusasi in una calda notte di luglio che sempre mi ha rammentato il primo incontro. Grazie Franco, ancora una volta”.
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Come citare questo articolo
Laura Viaro. “Gianfranco Pavan (1924-1991)”. Ventaglio Novanta, n. 66, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/gianfranco-pavan-1924-1991/