Era nel mese di ottobre che usciva l’“Arcifiera”, una pubblicazione simpatica e originale curata da un carissimo amico, Angelo Savaris. Nei giorni che precedevano la fiera di Rovigo, quando sentivo suonare il campanello di casa sapevo già che all’ingresso avrei trovato Angelo con diverse copie dell’Arcifiera tra le braccia. Non vedevo l’ora di sfogliarla e di leggere i racconti della mia mamma Lucia Dionisio, di mio zio Ernesto, e degli altri collaboratori della rivista: il poeta Carlo Bellinello, Carlo Lezziero, il poeta veronese Giampaolo Feriani, e tanti altri.
Mi divertivano le vignette di Savaris e ammiravo i bellissimi acquarelli di Luciano Scarpante. Ogni volta che arrivava Angelo con l’Arcifiera era una vera festa! Stessa emozione per ogni nuovo numero dell’“Almanacco Polesano”, divenuto in seguito “Almanacco Veneto”.
Con Angelo Savaris ci sentivamo spesso al telefono, tante volte veniva a casa mia ed era sempre un piacere parlare con lui di poesia, di arte, di libri, di amici scrittori… C’era una profonda e bella intesa tra di noi, un’amicizia sincera: io ero una giovanissima autrice e lui un poeta molto più grande di me e già affermato, e la nostra frequentazione era per me fonte di orgoglio. Mi esortava a comporre poesie, diceva che avevo un grande talento. In seguito, scrisse bellissime prefazioni per alcune mie pubblicazioni in lingua veneta.
Lui aveva per me e per la mia mamma (anch’essa poetessa) e per mio zio Ernesto, traduttore e linguista, una grande considerazione, io lo ammiravo incondizionatamente. Non ricordo quante volte ho letto “Album de fameja”, un vero capolavoro.
Considero un privilegio aver goduto dell’amicizia di Angelo Savaris che era molto selettivo e si circondava di pochi e fidati amici. Tra questi figurava l’editore padovano Mario Chibbaro che, nei confronti di Savaris nutriva una vera e propria venerazione. Lo stimava tantissimo sia come uomo che come scrittore.
Era riservato, schivo, Angelo, geloso delle sue emozioni e del suo privato. A volte diventava malinconico, ricordava gli anni della sua infanzia e della sua adolescenza, mi parlava di suo padre, geometra, del suo paese natale, Ariano Polesine, dove era nato il 18 settembre 1927. Con grande affetto ricordava la nonna materna, Severina Moglia, diplomata in pianoforte e poetessa sensibile e raffinata.
La sua famiglia si trasferì a Legnago quando Angelo aveva appena nove anni. A diciassette interrompe gli studi ginnasiali, siamo nel 1944 e l’Italia sta vivendo una guerra civile. Il giovanissimo Angelo sceglie di militare nella Repubblica Sociale Italiana. Nel ’45, dopo un breve periodo di prigionia, Angelo inizia a pensare al proprio futuro. Abbandona gli studi classici e si diploma geometra. É una scelta forzata perché non si sente portato vero le costruzioni e la topografia.
Finirà per fare l’impiegato in un ente pubblico, passerà le sue giornate in un “grigio.
Angelo Rasi, poeta lendinarese e fraterno amico di Savaris, lo definiva un “poeta istintivo, per virile asprezza di linguaggio, per incisiva fecondità di immagini, per consumata dimestichezza con la metrica. Sogni e delusioni, fiducia e sfiducia dell’uomo e nell’uomo sono il filo conduttore della sua tematica; una poesia, insomma, satura di rimpianto per un patrimonio di tradizioni e di costumi che, di giorno in giorno, va assottigliandosi, forse esaurendosi.”
Chi legge le poesie di Savaris si ritrova immerso in una Rovigo lontana, tagliata a metà dall’Adigetto, con i profumi e i sapori di una volta, le luci della fiera d’ottobre, il caffè Lodi, l’archivio”. Ma sarà proprio in quell’archivio che Angelo inizierà a coltivare la sua passione per la poesia. Non amava la modernità, preferiva rifugiarsi nel passato, in un mondo di ideali e di romantiche atmosfere, di personaggi strambi, di paesaggi nebbiosi e fiabeschi…
Ad affascinare Angelo era la Rovigo di una volta, la Rovigheto dei ponti e dei canali, delle vecchie botteghe, degli angoli solitari, dei poeti nostrani… Ricordo che gli piaceva andare alla ricerca delle cartoline che ritraevano la Rovigo scomparsa. A quelle cartoline di un tempo passato egli si ispirava per comporre le sue splendide e nostalgiche poesie.
Era un idealista, un sognatore d’altri tempi, Angelo. Amava la natura e non sopportava chi la deturpava, non tollerava l’inquinamento, lo smog, il degrado ambientale. Nell’Almanacco si scaglierà spesso contro il consumismo, e le sue vignette saranno sempre più graffianti e pungenti. Non posso parlare dell’amico Angelo senza citare almeno i titoli dei suoi libri di poesia che ho tanto amato: Galiverna, Fumara, Album de fameja, El merlo de un vecio inverno.
personaggi di un tempo: la Pendona che prediceva il futuro, Libero Buson, battitore di baccalà sempre in lite con la moglie Anita, il mestro Pendon, el Professor Calegari, imbonitore, Bacan straccivendolo, e tanti altri.
“Cari e irripetibili personaggi -come ha scritto Savaris stesso- fondamentali della mia un po’ sognante e irrequieta giovinezza, concittadini fantastici, balordi e anarcoidi filosofi da liston e da osteria, ma anche uomini liberi e forti e maghi e soffiatori nel fuoco ispiratore del sogno e della poesia”.
Negli anni, poi, arrivarono altre pubblicazioni: Mondo perso, Anguria Mekanica, Epigrami figurà, Quadreti vilani, Poesie Purgative. Tutti libri che ho letto e amato.
Il ricordo che ho di Angelo, della sua amata moglie Mirella, dei suoi tre figli, resterà sempre nel mio cuore. Per tutto ciò che ha scritto, per gli Almanacchi, per le Arcifiere, per i Calendari, per i suoi stupendi libri di poesie, per la sua coerenza e integrità morale, per il gran sognatore che era, per come ha cantato Rovigo e il Polesine tutto, Savaris avrebbe meritato tanto.
Ci ha lasciati il 13 ottobre 2008 e io posso dirgli soltanto grazie. Per il poeta e per l’uomo che è stato. Perché, come diceva Alberto Moravia, “la poesia è come l’acqua nelle profondità della terra. Il poeta è simile a un rabdomante, trova l’acqua anche nei luoghi più aridi e la fa zampillare”.
Grazie, Angelo, per gli zampilli di poesia, scaturiti dalla tua anima.
EL SEGRETO DE ROVIGO
Gh’e ‘sconto, rampeg’ sul vecio gheto de Piazza Roma, un camaron desfà che varda sora tuta la çità dai tempi de la vecia Rovigheto.
E che ghe sia ‘sto camaron de vento, muri de aria, copi de caligo, sul’ultimo granaro de Rovigo. Co’ tute le stranesse che gh’è drento,
mi credo ch’i lo sapia apena i gati e i sorzi che passegia là de sora, quando la Luna nova salta fora coi barbastréj che svola come mati.
Dal basso, la çità xe indafarà a vivare el casin de tuti i giorni (politica, marcà, siòperi, corni, césa, balòn, caresse, scortelà),
senza saver che in çima a chela fiera de piere, tole e feri inranzinà, ‘na striga da fumara gà piantà la locanda più bela dela Tera.
Be’, proprio bela nò dirìa, ma bela senz’altro par un tipo de clienti, morti da un toco, epur cossì viventi, la su, nel’ostaria de ‹Ciarastela›…
E qua gavì capìo de chi se trata ma sì, de lori… de Palmieri, Piva e Rizzi, la più mata comitiva de morti e de strigoni de gran zata.
Maghi rabià, che scapa da le fosse, volando col tabaro fin la su, su ‘na Rovigo che no’ ghe xé più, morta co’ lori, che no’ gà più vosse, copà dai rovigogoti che gh’è adesso, tuti architeti, tuti imboressà a farghe el muso novo a ‘na çità co’ la ruspa viliaca del Progresso.
E i se cata là in çima co’ xé sera… Sere de inverno, quando su le case le cornace se giazza e tuto tase soto la neve che la cala in tera.
O Rovigheto, alora te vien fora, fora anca ti, dai busi, dai camini, su da le ‹fosse›, fora dai tombini, dai orti soterà, su dala cuora!
E casca i gratacéi, ziga el ponaro, se spaca el Corso, bùta l’Adeseto, coi àrzari e co’ l’acqua… O Rovigheto, i maghi stà scòrlando l’amolaro!
Rovigo s-ciopa, casca zò, la pare el finimondo, sùpia, le se storze, e i rovigoti dorme e no’ i se incorze che Rovigheto sogna de tornare
coi so’ cafè ciapà nele scarpìe del tempo imbalsamà, i so’ palazzeti, i cògoli çelesti, i feraleti, i ponteséi de fero, le osterie,
le so’ stradele de silenzio vecio, le so’ casete basse in mézo ai orti de salatina, de figari storti, de salvia, de rosari, de radecio…
Da ‹Ciarastela› i maghi fa cagnara, zogando al zogo de ‘ste do’ çotà, una zà morta, ‘st’altra indormenzà, ma tute do’ fondà nela fumara,
come in t’un sogno longo de poeta morto da un toco e istesso che vorìa vìvare ancora la so’ fantasia la so’ vecia çità che dorme e speta.
EL SOLE IN CASA
In ‘sti tempo de fissa consumista, me tira su ogni tanto la vision de ‘na cusina scura ‘fa el carbon (nera de tempo e de miseria), vista
tanti ani fa, da bocia, in ‘na caseta rente la mia, nel Delta. Contadini che tirava a fadiga ‘na careta carga de fame e carga de putini…
Epure ‘na fameja fortunà, parchè in te’chela casa gh’era el sole. Lo go visto ‘na sera, apena entrà, e ve assicuro che no’ conto fòle.
Ora de zena. I gèra tuti quanti, mama, papà e fioleti, sentà a tola, intorno a ‘na polenta tuta sola ma che mandava i ragi come i santi.
E tuti insieme, a ridar come mati solo a vardarla apena roversà sòra la tola nuda, senza piati. Ma co’ la casa tuta illuminà
PENDONA
Nel to’ saloto impatacà de ontisso, signora dei pianeti e dela Luna e oracolo da sagra e prezzo fisso, a chi lèzito adesso la fortuna?
Bateva a la to’ porta l’aventore dela Rovigo de tant’ani fa, el fusse stà ignorante o gran dotore, in çerca de la so’ feliçità.
Ed eco che la porta se spalanca co’ tuto quanto el magico segreto del to’ saloto co’ la bala bianca, le pùe de pezza e i rospi nel casseto;
e vedo ti, Pendona chiromante, che ràuca te fasevi el to’ discorso a qualche dama in pena par l’amante, a qualche toso in pena pa ‘l concorso.
Nel to’ reame imbalsamà e bisonto, fra un merlo in coma, un gato spelacià e ‘na tovaja co’ le mace d’onto che al scuro la pareva ricamà,
te lezévi, tegnendo i oci bassi. la man soto la lampada a carburo, cavando al tempo el tapo del futuro e i çelegati a tuta la sintassi.
Dove saréto, ancuò, gran pitonessa, che a tuti te verzèvi le to’ porte? E ti, maga infalibile, a ti stessa sito sta bona a lézare la sorte?
Ormai, Pendona no’ te ghe si’ più. Ma sito morta? O sito volà via come i faseva al tempo del cucù i maghi che spariva par magìa?
Da la to’ vecia casa carolà. dime, Pendona, ’scòltame un fiatin: chi xelo el tipo che te gà slogià? Ed ela, da lontan: «Xé stó el Destin»…
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Come citare questo articolo
Angioletta Masiero. “Angelo Savaris (1927-2008)”. Ventaglio Novanta, n. 66, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/angelo-savaris-1927-2008/