Tempo dell’Antropocene, tempo dell’uomo ispirato al profitto, tempo dello sfruttamento in nome del benessere, tempo frenetico senza sosta e senza tregua, tempo istantaneo dominato dalla rete interconnettiva, tempo di sfida alle leggi della natura, tempo moderno che conosce la storia passata, ma l’ignora…
… una litania che risuona nella mente, vaga errante nelle stanze buie della memoria; nello sfondo le mani tremanti d’un vecchio, dalla pelle bruciata dal sole, piegato dalla fatica e con lo sguardo implorante.
È tempo d’esserci, tempo di dar voce alle genti che ci hanno preceduto ed hanno conosciuto i segreti di questa terra. La loro vita è stata spesa nella fatica quotidiana, con le mani e i piedi in ammollo per raccogliere il riso o la canna nella giovane terra del Delta.
Intanto la barca procede. Il sole cocente, come caduto dal carro di Fetonte, si riflette sulla superficie dell’acqua e si tira dietro bagliori di stelle, scappate dalla volta celeste per brillare riflesse nell’azzurro dell’acqua in pieno giorno. Il vento caldo del mare si infila tra i capelli e trasporta il sapore della salsedine, spazzando via tutti i pensieri.
I turisti imperterriti scattano foto al mare che avanza impavido e parla del tempo passato, quando mani di donna raccoglievano il riso al ritmo di un canto antico, che rimbalzava sulle onde e andava lontano, cullato dalle acque.
Si naviga su invisibili cordoni di sabbia, dispersi sul fondale, dove risiede l’anima dell’isola scomparsa, non una leggenda, ma storia vera. Linee di costa, su cui ora galleggia la spuma del mare, che ha infranto i sogni di conquista di queste terre sommerse, una volta abitate dal popolo degli scanni. Nel silenzio di questa distesa d’acqua riemerge il loro canto muto, che racconta ciò che è accaduto, oggi come fosse ieri.
I canneti circondano il piccolo villaggio, come volessero segnarne i confini tutt’attorno, per proteggere le case di mattoni, rimaste a custodire i ricordi di quella gente ardita che era venuta a patti con l’acqua e ne aveva fatto notevole risorsa. Già, perché qui nell’isola di Batteria, la bonifica era riuscita a conquistare un’immensa area di quasi 300 ettari, metà dei quali erano coltivati a riso ed i restanti erano occupati dal canneto.
Nel periodo della raccolta il villaggio si riempiva di stagionali. I casoni di canna erano la loro dimora. All’interno il pavimento era di terra e le pareti di quell’unica vegetazione che cresceva lì. Loro, la canna la usavano per tutto, per ripararsi, per viverci, per venderla. Un mondo che si è dissolto nell’elemento liquido, le cui radici non sono mai scomparse.
I cordoni di quelle piante verdi si ergono ancor ora, dondolano nel vento e prestano voce al popolo dei canneti, con la schiena ricurva e le mani raggrinzite. Poi, … poi l’acqua ha inghiottito tutto, come in un abbraccio primordiale, riprendendosi il suo spazio, senza indugio e senza pena.
I mattoni sono rimasti, ma il tempo li consuma, ogni anno si porta via un pezzo. I ruderi dei magazzini resistono ancora, con i balconi a penzoloni e le travi dissestate. La casa padronale resiste anch’essa, con il suo camino, le persiane verdi abbassate, le grondaie attorno all’edificio con il tetto ormai sfondato.
In questo estremo delta nei pressi delle Bocche del Po della Pila regna il silenzio austero, interrotto dal suono ritmato del mare. Non siamo troppo lontani dalla terra ferma, ma qui è un altro mondo.
Nella calura estiva e nelle fitte nebbie invernali, sempre immersi nel fango, la vita era acqua e il tempo lo si segnava al ritmo delle maree e con l’inclinazione del sole. Quella forte mareggiata, però, allagò irrimediabilmente l’isola. Come accade ad una boa, il tempo sembrava galleggiare e fu così che tutto divenne fradicio ed irrecuperabile. Pian piano l’isola fu abbandonata.
In verità, si stava sprofondando, tutta la superficie scendeva clamorosamente. Nessuno ne parlava, finché il disastro delle numerose alluvioni, anche in quella che doveva essere terra ferma, non mise in evidenza la tragedia.
Sotto l’acqua e sotto le sabbie umide o bonificate del delta si nasconde il metano. L’estrazione sconsiderata con più di millecinquecento pozzi in un ventennio fece abbassare la superficie di due o tre metri, in alcuni punti si registrarono anche quattro metri.
La natura fu depredata e lo sciacallo del profitto non pensò a restituirle il favore. Le parole sono come l’aria, si dissolvono. L’unica certezza è che la terra è sprofondata, i fiumi scorrono più in alto di dove si cammina e se non fosse per le alte arginature il mare si sarebbe già ripreso la sua sede d’un tempo.
La nostra barca riprende lentamente la navigazione. Lo spettacolo con i ruderi nell’acqua ci ha rapito. Sono divenuti un’attrazione turistica, specialmente se ci si avvicina e si scorgono le parti sommerse che ancora raccontano storie all’apparenza inverosimili, come in una bizzarra fantasia.
La nostra sconcertata ammirazione è ancor più turbata da ciò che sappiamo si vuol fare. Si parla ancora di estrarre il metano, anche se la direzione attuale è ormai per le energie pulite. Ci si fa forti della scusa della crisi energetica, ma qui tutto parla di una tragedia passata, di una storia di esodo di massa delle genti di questa terra.
Forse la lezione non è stata efficace, forse si pensa che la modernità possa dominare e controllare le leggi fisiche. Oppure, forse, non si vuol guardare uno spettacolo di tristezza, segnato dalla miseria e dal dolore. Che serve ancora? La scienza è stata chiara, gli esperti hanno sentenziato no alle trivelle, il rischio è troppo grande.
Il tempo fluisce velocemente, non avrebbe senso ignorare la memoria recente, lasciando che la storia scriva ancora pagine di un disastro che si può evitare. La subsidenza è ormai un fatto noto e comprovato. La terra è sprofondata e non vi è dubbio che il metano ne sia stata la causa conclamata.
Inevitabilmente, i nostri pensieri si soffermano sulle tracce del passato. I mattoni che ancora sfidano le acque sono grida pietrificate, bagnate dal sudore della fatica, trasformata poi in lacrime amare, per l’abbandono e la sconfitta.
A guardarsi attorno, tante cose del passato sembrano essersi allontanate dal tempo, i pozzi metaniferi dispersi nelle golene e nella campagna non sovrastano più il paesaggio. La maggior parte è stata rasa al suolo, come per cancellare il dramma di un vissuto tragico.
Inutile negare! … ciò che oggi viviamo, è accaduto davvero.
I pozzi erano dappertutto, almeno un migliaio. Per anni hanno rigurgitato acqua e metano. Lo si estraeva a dismisura dalle viscere della terra. Allora, non è che non si sapesse, era conveniente! Nessuno si oppose, finché un giorno arrivò la catastrofe dell’alluvione.
Oggi, come un tempo, sembra si voglia sfidare la sorte. La memoria però non è lontana e ci ha lasciato quei ruderi che piano piano si piegano su sé stessi e danno voce a questa terra d’acqua.
Il capitano ormeggia la piccola imbarcazione, ormai il viaggio volge al termine. Siamo giunti là dove possiamo scendere. Terra!
Terra cangiante, terra d’acqua, terra di confine. Un confine che mai rimane lo stesso, spazi senza fine, ridisegnati dalle onde e lambiti dal vento, che canta le strofe delle correnti e le unisce all’etere evanescente.
A volo d’uccello, labirinti di canneti, cordoni di sabbia che oggi si intrecciano e domani scompaiono coperti dalle onde ruggenti, un paesaggio sempre nuovo e mai lo stesso, linee di costa erose, isole emerse e domani sommerse.
Qui, da sempre, l’uomo è naufrago. Il canto antico non è cambiato.
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Come citare questo articolo
Elisa Chiorboli. “45° parallelo – Terra d’acqua”. Ventaglio Novanta, n. 66, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/45-parallelo-terra-dacqua/