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NARRATIVA

Il vecchio e il fiume

di Enzo Fuso

Ventaglio Novanta n. 66 2025 pp. 127–128

Finalmente ce l'aveva fatta, ora non doveva preoccuparsi più di niente. Il Po era là, in fondo alla scarpata, subito dopo il piccolo terrapieno che i giovani d'estate usano per le loro serate rock. Angelo era solo. Solo nella sua carrozzina che ormai era diventata la sua inseparabile compagna. Aveva 83 anni e si sentiva vecchio. Non tanto per i malanni fisici che ormai non sapeva più come combattere, quanto invece per quella dannata voglia di farla finita, di non avere più pensieri, di non essere più di peso a nessuno.

Come quella volta che il cervello gli era andato in tilt. Un ictus in forma leggera, aveva diagnosticato il medico; un malanno che, invece di mandarlo all'altro mondo o lasciarlo paralizzato, gli aveva bloccato il braccio destro che si era come irrigidito e la bocca un po’ storta. Un niente, si può dire, perché il braccio rigido viene anche a chi ha soltanto dei dolori e la bocca storta nemmeno si notava.

Solo se sorrideva si vedeva che c'era qualcosa di imperfetto, ma ad Angelo di occasioni per ridere ne erano ormai rimaste ben poche. Solo le battute sceme del suo compagno di stanza Erminio lo facevano ridere. Sorrideva ancor prima che finisse di parlare perché era la sua faccia da professore accigliato con la mente fissa sulle donne a farlo sorridere. Lui che non si era mai sposato, chissà quante ne avrà conosciute nella sua vita di scapolo impenitente e l'importante incarico di maître d'albergo nella Milano del boom economico. Una volta era stato anche premiato per il suo modo di trattare i clienti: gentile ma non servizievole. Quarant'anni nella città meneghina sempre in mezzo a uomini importanti ed a belle donne.

Giuseppe, l'altro suo amico, lo faceva invece imbestialire per le sue manie di grandezza che lo portavano a considerarsi il giustiziere di tutti i ladri e di tutti gli arruffoni del mondo. Il suo bersaglio preferito erano i politici, quelli che si mettono i soldi in tasca senza fare niente. Un giorno, non si sa perché, gli era venuta la fissazione dei campanili che cadono. Nessuno che si preoccupasse di questa situazione per lui angosciante. "Possono restarci sotto molte persone", affermava convinto, mentre tutti gli dicevano di stare calmo, di non preoccuparsi perché alla fine tutto sarebbe stato sistemato. Angelo lo mandava a quel paese, non mancando di ricordargli che era matto del tutto.

Diventando vecchio gli si erano indebolite le gambe. Lui, che pescatore di fiume era solito puntellarsi sulla sponda della barca per tirare su le reti, non poteva più contare sulle sue gambe. Quelle gambe che per tutta la vita lo avevano fatto sembrare un saltimbanco, uno del circo, tanta era la sua abilità e la sua destrezza nello sporgersi da una parte all'altra della barca. Soprattutto quando c'era vento forte. Questo succedeva sempre vicino al mare, dove il Po si allargava e non aveva più la naturale protezione degli argini.

Quella volta era andata proprio così: un improvviso colpo di vento uscito dalla bocca di Volta Grimana per poco non gli aveva rovesciato la barca. A bordo quel giorno c'era anche la moglie Antonia che era venuta a dargli una mano perché era la stagione dei cefali e delle trote, molto richiesti nei ristoranti di Boccasette e Barricata. Con la barca sbattuta da una parte all'altra, Antonia non aveva potuto evitare una botta all'anca destra contro il mozzo del timone. Forse era solo una botta, forse era qualcosa di più. Un colpo al quale la donna al momento non diede molta importanza e che invece finì col renderla zoppa. Malanni simili allora non venivano nemmeno curati. Una botta, si diceva, passa presto, e cure non ce n'erano. Ancor meno per i poveri che non potevano permettersi una visita in una clinica all'ospedale di Padova o di Mestre.

Il delta era una terra povera e più poveri erano quelli che l'abitavano. Non avevano nemmeno i soldi per comprarsi il sale ed evitare così di prendersi la pellagra. Antonia peggiorò sempre di più, cosicché non poteva più seguire il marito nelle sue uscite per la pesca. Per lei era rimasto solo lui, dato che purtroppo il loro amore non era stato allietato dalla nascita di un figlio. "Non importa – diceva lui – vuol dire che questo è il nostro destino".

Una volta Angelo tornando all'alba non l'aveva trovata addormentata nel letto. Qualcuno gli disse che l'aveva vista il giorno prima sul sentiero che porta alla strada arginale. Subito Angelo si mise a cercarla, ma sapeva già dov'era e tre giorni dopo il suo corpo fu ritrovato in località Pila, nel punto dove il Po incontra il mare e perde il suo colore olivastro per diventare azzurro. Una linea di demarcazione netta fra le acque del fiume e quelle del mare.

Anche il Po nei giorni sereni era azzurro come il mare, puntellato di brillanti sotto i raggi del sole. In quei momenti era bellissimo e i due sposi erano soliti fermarsi ad ammirare questo spettacolo rimanendo con la barca in mezzo al fiume. Si sentivano dei privilegiati.

Non riuscendo a dargli dei figli, Antonia si era aggrappata a lui come l'edera fa con una pianta, e faceva di tutto per renderlo felice. Angelo non riusciva ad immaginare una vita senza di lei. Da quel giorno non fu più lo stesso e stava sempre di più in giro con la barca perché, rimanendo sul fiume, gli sembrava di averla ancora accanto a sé.

Ora era lì, sulla strada che costeggia il Po, lontano qualche centinaio di metri dal paese. Ce l'aveva fatta. La casa di riposo che lo aveva accolto quando ancora non aveva settantacinque anni, era giù in basso, oltre l'argine e la piazza. Con la carrozzella non era mai riuscito a salire sulla strada arginale. Ogni tanto chiedeva a conoscenti di spingerlo su, sulla riva del Po, ma tutti, per una ragione o l'altra, avevano sempre rifiutato. Forse intuivano qualcosa.

Quella volta però in paese si girava un film sul Polesine degli anni '70, ambientato proprio a Crespino. Angelo si avvicinò ad un uomo che faceva da comparsa e che, fra una ripresa e l'altra, si stava concedendo una pausa sulla strada che portava all'argine del Po. Gli chiese se poteva spingerlo su per la salita fino alla strada arginale. L'uomo, abbastanza giovane, esaudì con piacere il suo desiderio, ovviamente felice di soddisfare il bisogno di una persona anziana. Angelo lo ringraziò e, una volta rimasto solo, raggiunse il punto dove c'era un sentiero sterrato e pieno di sassi che andava diritto verso il Po.

Quel giorno c'era un silenzio irreale, rotto solo dal gracchiare stridulo di qualche gabbiano. Sorrise, guardò il fiume che brillava sotto il sole come un letto di diamanti bianchi e azzurri. Erano le undici del mattino. Angelo girò la carrozzella in direzione del fiume e con la mani cominciò a spingere sulle due ruote che fungevano da volano. Il suo viso sprizzava felicità da tutti i pori.

"Arrivooo", cominciò a gridare forte mentre la carrozzella precipitava giù verso la scarpata prima di scomparire nel fiume.

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Come citare questo articolo

Enzo Fuso. “Il vecchio e il fiume”. Ventaglio Novanta, n. 66, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-vecchio-e-il-fiume/

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