Il sole stava tramontando, le pecore, nella penombra incipiente, a poco a poco si allontanavano dalle colonne e dagli eleganti frontoni del tempio di Afrodite, avviandosi per istinto verso il comodo ovile. Io, giovane e inesperto pastore, le ignoravo, trascurando le raccomandazioni di mio padre, pastore ben più esperto di me, che consigliava di osservarle attentamente perché non si smarrissero. Guardavo invece, fantasticando, le fronde degli alberi a ridosso del tempio, che si agitavano sotto il soffio di un debole vento e, nel loro movimento, scorgevo ancora la bionda fanciulla, dalla corta tunica, che per un attimo mi aveva osservato e all’improvviso era fuggita. Le pecore si allontanavano e io sognavo la giovane adolescente dai capelli dorati, quando improvviso un ululato, a breve distanza, fece tremare le colonne del portico e i faggi del boschetto adiacente. Per la sacra Pizia, un lupo, quello era un lupo! E le pecore, dov’erano le pecore? Allontanate, si erano tutte allontanate, non riuscivo a vederne nemmeno una! Afferrai il bastone nodoso con cui le guidavo e corsi a perdifiato al loro inseguimento, lungo la discesa che dalla collina portava al terreno di mio padre. Eccole laggiù, a ridosso del campo, che trottavano
Francesco Lanzoni è nato a Rovigo da una famiglia di origine romagnola, il nonno e il padre erano farmacisti e da loro ereditò la Farmacia Tre Colombine, lo zio Davide fu il fondatore della squadra rugbystica del Rugby Rovigo. Le passioni sportive di Francesco e il suo lavoro di farmacista, svolto per oltre quarant’anni, l’hanno portato ad osservare con attenzione i clienti, la loro umanità, spingendolo a studiarne le qualità e i difetti. Una volta in pensione, ha seguito una Scuola di Scrittura Creativa e, finalmente, è riuscito a realizzare il suo desiderio, dedicandosi alla narrazione, alla poesia e alla redazione di diversi articoli culturali. Collabora con il Ventaglio 90, con l’edizione di Raise di Arquà Polesine, è socio di Autori Polesani ed è uno dei fondatori dell’ Associazione Bandiera Gialla.
pacifiche, abituate al percorso. Le raggiunsi affannato e, per rabbia, diedi un calcio sul sedere dell’ultima pecora, facendola sobbalzare, senza che emettesse neppure un breve belato. Ora però dovevo pensare al lupo, l’ululato l’avevo sentito… dov’era quel maledetto lupo? Dovevo proteggere le pecore che sgambavano tranquille, avevo il bastone in mano, se fosse apparso il lupo, simile a un mostro dell’Ade, avrei difeso le pecore e me stesso. Un rumore, un piccolo rumore a sinistra, puntai il bastone pronto a combattere e, da sinistra, apparve un cagnolino che mi guardava stupito. Ma non guardai il cagnolino, guardai la giovinetta dai capelli d’oro che, con la sua minuscola tunica, sbucò alle spalle del cucciolo. Per un attimo dimenticai il lupo e, come inebetito, ammirai la sua bellezza che mi abbagliava attraverso le spighe del campo. Notai con stupore che mi sorrideva… ma no, forse il suo non era un sorriso, era quasi una smorfia che, confuso, avevo scambiato per due magnifiche labbra piene di gioia. “ Il lupo…” balbettò incerta. “ No, non è un lupo… è un cucciolo!” risposi, credendo di pronunciare una battuta di spirito in un’occasione che, forse, poteva mutarsi in tragedia. “No, il lupo è qui, dietro di me, mi insegue!” urlò disperata la fanciulla. Vidi allora le spighe alle sue spalle piegarsi con forza sotto una spinta terribile, il cagnolino saltò nel campo accanto, imitato dalla giovinetta che spiccò un balzo fenomenale, come un atleta del salto in lungo! Non vidi il lupo, ma sentivo il suo respiro caldo che mi bruciava le spalle, mentre anch’io m’infilavo tra le messi seguendo, come un lampo di Zeus, la giovane bionda e il velocissimo cagnetto. Sentivo il ringhio del lupo, le sue zanne che mi sfioravano le caviglie, davanti a me vedevo la giovinetta e il suo cagnolino che rallentavano, senza forze, le pecore erano già salve, ora dovevo fermarmi, impugnare il bastone, affrontare il lupo e salvare la fanciulla bionda, che mai più mi avrebbe offerto le sue grazie e la sua bellezza. Era quello il mio destino? Un destino, che nemmeno gli Dei dell’Olimpo potevano mutare. Ma anche il destino del lupo era segnato, perché, mentre calava le fauci bavose sul mio collo, capì, in quell’istante, che un’energia enorme e irresistibile lo sollevava e lo scagliava contro lo spigolo acuto di una roccia, a venti cubiti di distanza, fracassandogli testa e ferocia. Il ramo robusto di un pioppo afferrò sul retro la mia tunica e mi sollevò come un fuscello, ma non era un ramo di pioppo… era il mastodontico braccio di Eracle, figlio di Zeus! Mentre lo guardavo, incredulo, in mezzo alle spighe di grano, Eracle, mostrandomi a torso nudo i suoi poderosi muscoli, mi osservava con ironia, scuotendo il capo e spolverandosi le mani, quasi per eliminare i resti del povero lupo schiantato contro un sasso. “Tu fai il pastore, come tuo padre?” mi disse, col suo vocione cavernoso “ Le pecore vanno sempre sorvegliate con attenzione, soprattutto se c’è un lupo in giro! Ma tu te ne fregavi delle pecore… pensi che non abbia visto che tu sbavavi per la bella biondina?”. Tremai al suono della sua fragorosa risata. Attraversammo il campo, mentre io, intimorito, osservavo di sbieco la carcassa del lupo ridotto in pezzi. Arrivammo al casale di mio padre, tre casucce di legno messe in fila, e davanti vedemmo quel buonuomo di mio padre, il cagnolino e la sua padroncina, biondissima, sempre più bella, una Venere di campagna con gli occhi azzurri. Vedendo l’enorme massa di Eracle, il cagnetto agitò la coda e abbaiò affettuosamente, mio padre strabuzzò gli occhi e la giovinetta – o sorpresa – si slanciò, baciandomi con passione. Si ritrasse e rimase intimidita a guardarmi, anche lei stupita dal suo gesto, io, non sapendo che fare, allargai le braccia indifeso, balbettando frasi senza senso. Solo Eracle, sollevando con un braccio il cucciolo e posando l’altro sulle spalle di mio padre ammutolito, scoppiò, come un tuono, in una focosa risata, accelerando di colpo il passo delle pecore all’ingresso del recinto. “Ahhh, le donne, le donne… prima agiscono e poi pensano! Questo è il loro pregio, agire e pensare per loro è un’unica cosa! Attenzione quindi alle donne… lo so bene io, che ne ho sposate due e ne ho avute un centinaio nel palazzo di un certo Re, di cui non ricordo il nome. In compenso la mia prima moglie, Alcmena, che Zeus la maledica, mi ha lasciato questa splendida figlia, bionda e dagli occhi cerulei, a cui anche gli Dei devono inchinarsi”. “Le sorprese, oggi, non finiscono mai!” mi dissi allibito, senza aprire bocca. Ammirai il viso gentile della fanciulla, le forme perfette del suo corpo, la grazia del suo sguardo e mi sembrava impossibile che fosse figlia del possente, impetuoso e rozzo Eracle! Ma di una cosa ero certo: lei ora mi sorrideva davvero, aprendo invitante la bella bocca ornata da candidi denti. Anch’io le sorridevo, ne’ sapevo quando avrei smesso di sorriderle, finché il vocione di Eracle non si rivolse a me:” Se vuoi essere un buon pastore e difendere le tue pecore, devi mettere su un po’ di muscoli, caro ragazzo! Ora allevo tori, dopo che il Re Gerione di Erice me li ha regalati per un’impresa che ho compiuto a nome suo… ma che impresa era? Mah, non ricordo. In ogni caso, allevare tori è una cosa che mi stanca, così ho aperto una palestra a Selinunte: corsa, salto in lungo, lancio del giavellotto, pugilato e anche il maledetto “pancrazio”, che ti squarcia le ossa. Sai che, combattendo il “pancrazio”, ho vinto le Olimpiadi per otto anni di seguito? Vieni a trovarmi nella mia palestra, ti farò spuntare bicipiti e dorsali vigorosi, come nessun atleta ha mai avuto! Ma non come i miei, nessuno può avere i miei invincibili muscoli. Vieni, vieni a trovarmi…”. Con l’enorme mano, accarezzò con dolcezza la testolina del cagnetto e, per salutare con simpatia mio padre, sollevò l’altra mano dalle sue spalle e gliela stampò tra le scapole, come fosse l’ultimo masso precipitato da una frana. Mio padre, magro come un chiodo, vacillò un istante, ma rimase in piedi rigettando un conato di vomito. Eracle, tenendo il cucciolo tra le braccia, invitò sua figlia, esile e provocante giovinetta, con gesto affettuoso, a seguirlo verso il recinto dei suoi tori, laggiù nei pressi di Selinunte. La biondina dai lunghi capelli d’oro esitò un attimo, poi ancora mi sorrise aggiungendo, come un soffio di vento, queste ultime delicate parole:” Domani mattina presto, sul retro del tempio, accanto al boschetto di pruni selvatici…”. Poi se ne andò a raggiungere il padre, con la tunica svolazzante tra le gambe, come una farfalla che sfiorava i cespugli di mirto cresciuti sui gradini del tempio. Ebbene, sì: ho conosciuto Eracle, il più grande tra gli Eroi della Grecia! L’uomo dalla forza prodigiosa che uccise il Leone di Nemea e l’Idra di Lerna, che catturò il Toro di Creta, le giumente di Diomede e il Cane Cerbero, l’uomo che mi dimostrò la sua forza uccidendo il lupo che voleva divorarmi, che mi invitò nella sua palestra per rafforzarmi i muscoli, che era il tenero padre della meravigliosa fanciulla dai capelli dorati. A presto Eracle, ti rivedrò ancora, abitiamo uno accanto all’altro, presto arriverò a Selinunte… ma non entrerò nella tua palestra. Entrai nella recinzione che circondava le pecore, erano calme e brucavano teneramente l’erba, poi sollevai lo sguardo sui rossi papaveri che macchiavano un campo di spighe e dipingevano i bordi di un viottolo diretto verso lontani ciuffi di mirto. Stringendo gli occhi, vidi, su quella viuzza, le forme trasbordanti del prode eroe e le forme gentili della giovinetta. Mi convinsi che avevo ragione: non volevo frequentare la palestra di Eracle, non volevo che le mie forme divenissero aitanti e gagliarde come le sue, preferivo le forme accoglienti della sua incantevole figlia, che domani mattina mi avrebbe atteso nel boschetto di pruni vicino al Tempio di Afrodite.
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Francesco Lanzoni. “Nel tempio di Afrodite”. Ventaglio Novanta, n. 67, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/nel-tempio-di-afrodite/