Quale fu il primo grande quadro realizzato per la chiesa della Rotonda? E’ questa la terza domanda (alle prime due si è data risposta nel numero precedente di questa rivista) a cui ci accingiamo a rispondere. Facciamo innanzitutto presente che l’argomento ci porterà ad interessarci di una guerra poco nota, la “Guerra di Castro”, che coinvolse vari stati regionali e che vide lo sviluppo di alcune aspre battaglie (con centinaia di morti, distruzioni, ruberie e saccheggi) nella fascia meridionale del Polesine
Entrando nello specifico del quesito, relativamente al primo quadro che all’interno del tempio della Rotonda inaugurò la serie delle “Glorificazioni”, conosciamo per certo sia l’autore che il committente. Autore fu il bolognese Antonio Randa, (Bologna 1570 – Rovigo o Ferrara 1650 data presunta) che al tempo dimorava a Rovigo; committente il podestà Pietro Morosini (nato a Venezia nel 1606 e ivi morto nel 1656) che fu podestà di Rovigo dal 1642 al 1644.
Il Podestà Pietro Morosini
Pietro Morosini, rampollo della nobile famiglia veneziana, con beni oltre che a Venezia, anche nel vicentino, nel trevigiano, nel padovano e nel Polesine (in particolare a Pontecchio), dopo la nomina a Podestà, risalente a cinque mesi prima, giunse a Rovigo il 21 dicembre 1642 accompagnato dalla moglie Cornelia Mocenigo. Se il podestà si attendeva un’attività tranquilla, la realtà dovette subito smentirlo. Innanzitutto fu investito dalle croniche problematiche delle quali tutti i rettori dovettero occuparsi, ovvero dei regimi spesso preoccupanti dei fiumi, con la necessità di interventi per far fronte a rotte o tracimazioni. Soltanto qualche giorno dopo il suo arrivo a Rovigo, il rettore deve infatti precipitarsi a Polesella per cercare di scongiurare una possibile rottura degli argini a causa di una inattesa grande piena del Po. Ma il problema si presenta ben presto duplice e complicato: non si tratta infatti soltanto di apportare rinforzi per il contenimento dalla massa d’acque, ma anche di gestire turni di sorveglianza per un’altra temuta evenienza, dovuta a possibili malaugurate iniziative ferraresi per nuocere al Polesine, a cominciare da temuti tagli degli argini per allagare il territorio polesano.
La guerra di Castro (1641-1644)
C’è infatti una guerra in corso che oppone i Veneziani ai Pontifici – e quindi ai ferraresi dato che il territorio del Ducato di Ferrara era passato alla Santa Sede dopo la morte di Alfonso II (1597) senza eredi -. Una guerra che geograficamente ha origine in un territorio lontano: a Castro, località dell’alto Lazio ai confini con la Toscana (attuale provincia di Viterbo); una guerra scatenata da papa Urbano VIII della famiglia dei Barberini storicamente nemica dei Farnese di Parma che da un secolo detenevano il possesso della munita rocca del Ducato di Castro. Venezia, alleata dei Farnese, entra pertanto nel conflitto. Per quanto riguarda il territorio polesano c’era il concreto timore che per ordine del pontefice potessero essere attivate azioni ostili partendo dal ferrarese, ovvero dai territori a sud del Po, nonché dalla Transpadana ferrarese a nord del grande fiume. Non poche erano pertanto le preoccupazioni del podestà Pietro Morosini.
I presupposti della guerra e le prime azioni militari
Papa Urbano VIII Barberini (1568-1644) riteneva che il possesso di Castro da parte dei Farnese di Parma fosse illegittimo. Va infatti detto che tale dominio era stato ratificato da papa Paolo III Farnese circa un secolo prima, nel 1538, a favore del figlio Pier Luigi Farnese. Precedentemente il territorio era parte integrante del Patrimonio di San Pietro e pertanto papa Urbano VIII ne rivendicava la proprietà per lo Stato della Chiesa.
Contro i Farnese il Papa agì con molta determinazione: “benedisse” una spedizione militare capitanata dal nipote Taddeo Barberini, il quale con molta facilità nel settembre del 1641 occupò il piccolo ducato di Castro; contemporaneamente scomunicò il duca di Parma Odoardo Farnese e lanciò l’interdetto nei confronti del ducato di Parma.
Ciò scatenò la reazione del Farnese il quale, a capo di un agguerrito esercito, entrò nello Stato della Chiesa, occupando posizioni strategiche e facendo temere al Pontefice un nuovo sacco di Roma. A questo punto fu concordata la sospensione delle azioni belliche, avviando colloqui che però ben presto risultarono infruttuosi.
Il conflitto si allarga
I Farnese riprendono pertanto l’iniziativa militare, puntando sulla riconquista del Ducato di Castro, senza però riuscire nell’intento. Le armi sembrano favorire i Barberini, la cui politica espansionistica inizia a preoccupare sempre più i confinanti con lo Stato della Chiesa. Contro Urbano VIII si costituì pertanto una lega formata dal Gran Ducato di Toscana, la Repubblica di Venezia, il Ducato di Modena e ovviamente il ducato di Parma. Furono avviate interlocuzioni chiedendo al Papa la restituzione del Ducato di Castro ai Farnese.
Il fallimento delle trattative, portò al riaccendersi delle operazioni militari, questa volta estese su un territorio molto più vasto, interessando in modo sempre più consistente anche il Polesine.
Per far fronte alla situazione la Serenissima nomina come Provveditore generale al Polesine Alvise Tiepolo, che raduna un sostanzioso contingente militare a Badia Polesine.
Frattanto il duca di Parma conduce sortite vittoriose nel Bolognese, nella Romagna e nelle Marche, giungendo fin sotto le mura di Orvieto.
Battaglie lungo il Po
In Polesine ci si prepara ad uno scontro imminente e Giovanni Pesaro, nominato frattanto Provveditore Generale in terraferma, raduna un’armata di 12.000 uomini presso Canda, località al confine con la Transpadana Ferrarese, estesa a sud del Canalbianco.
Frattanto Il duca di Parma il 29 maggio 1643, dopo le vittoriose sortite nell’Italia centrale, cuore dello Stato Pontificio, attacca il forte di Stellata (di fronte a Ficarolo). A questo punto Giovanni Pesaro muove le truppe veneziane espugnando i forti pontifici sul Po e puntando alla conquista di tutta la Transpadana Ferrarese.
Negli stessi giorni, il 3 giugno del 1643, una flottiglia veneziana, al comando di Nicolò Dolfin sbaraglia il presidio pontificio presso la foce del Po di Volano.
In breve, grazie alle operazioni congiunte tra il duca Odoardo Farnese e Venezia, tutta la fascia a nord del Po – dal mantovano al Delta – risulta sotto il controllo della Serenissima. Un obiettivo questo da sempre nelle mire veneziane, che sembra concretizzarsi.
Le sorti della guerra appaiono dunque favorevoli ai Farnese e Veneziani, ma ben presto ci sarà il contrattacco, avviato il 30 luglio 1643. Nottetempo 6.000 papalini superano il Po in zona Lagoscuro, al comando del francese Baly de Valenzè, dando vita ad una cruenta battaglia con la riconquista del forte, presso l’attuale Santa Maria Maddalena, e dilagando poi fino al Canalbianco. Uno scacco dolorosissimo per Venezia che sostituisce il Pesaro (il quale dovrà subire anche un processo per inettitudine da cui ne uscirà con un disonorante verdetto di colpevolezza) con Alvise Tiepolo richiamato in servizio con la nomina di Provveditore Generale del Polesine, affiancato dal nuovo Provveditore di Terraferma Marco Giustinian. Seguono cruenti combattimenti a sud del Canalbianco.
E Rovigo?
A Rovigo il Podestà Pietro Morosini vive giornate di grandi preoccupazioni: scrive a Venezia dimostrandosi molto allarmato per il possibile dilagare dei nemici in tutto il Polesine. Lo angoscia anche la necessità di far fronte a consistenti spese straordinarie per il mantenimento della numerosa milizia inviata da Venezia. E, non da ultimo, è impensierito dalla necessità di far fronte a non più rimandabili riparazioni degli argini.
Guerra e malattie
Continua la guerra ma lo spirito dei combattenti manifesta stanchezza e sempre minor motivazione. Sembra diffondersi l’idea che difficilmente avrà luogo la battaglia decisiva in grado di risolvere le sorti della guerra a favore dell’uno o dell’altro dei contendenti.
Ad aggravare la situazione delle milizie venete si registra il moltiplicarsi di infermità che colpiscono i militari di ogni ordine e grado, compresi i comandanti. Lo stesso podestà Morosini a Rovigo cade gravemente ammalato, tanto che il 17 agosto del 1643 si fa portare a Padova per essere curato.
I papalini non cessano di fare incursioni distruttive in Polesine, approfittando della debolezza militare da parte della Serenissima, la quale per un contrattacco attende rinforzi da Parma. Ed in effetti giunge in Polesine lo stesso duca Odoardo Farnese, ma gli aiuti sono limitati, non sufficienti per cambiare l’esito del conflitto.
Tutti i capi veneziani hanno problemi di salute, in particolare il provveditore Michele Priuli che morirà il 9 settembre. Considerevoli anche tra i soldati le perdite per malattie o per il nefasto esito di ferimenti. A Rovigo si predispongono ospedali presso il Monastero di San Bartolomeo, la Commenda di San Giovanni e il Convento di Sant’Antonio abate.
Frattanto da varie località del Polesine vengono inviati a Venezia dispacci con segnalazioni della difficile situazione e la richiesta di aiuti. Il provveditore in terra ferma Marco Giustinian si dichiara deluso, sottolineando la superiorità del nemico e l’impossibilità di contrattaccare.
Alvise Tiepolo, provveditore in campo, gravemente ammalato, viene accolto a Rovigo dal Podestà Morosini. Dopo una breve permanenza raggiungerà Padova per farsi curare. Successivamente lo ritroviamo ancora una volta nelle prime linee del conflitto, questa volta a Trecenta. Alla fine, stremato riparerà a Venezia dove in breve cesserà di vivere nel luglio del 1644.
Ma non c’è solo la guerra. A Rovigo il podestà Morosini deve affrontare varie problematiche interne sia di ordine pubblico, sia riguardo alla difficoltà di riscuotere tributi e dazi. Sempre all’ordine del giorno poi la necessità di intervenire per riparare o rinforzare gli argini di Adige e Adigetto.
Verso la pace
Intanto le operazioni della guerra procedono con fasi alterne, e finalmente si registra una vittoria veneziana nel corso di un duplice contrattacco oltre il Po, in territorio ferrarese, guidato dal provveditore Giustinian. Soddisfazione sia per il bottino ottenuto, sia per gli importanti personaggi fatti prigionieri, fra cui Marco Doria, governatore del forte ferrarese, e il vice-legato pontificio Paolo Carafa; ostaggi che potranno divenire utili al momento della definizione dei trattati di pace (già avviati in sordina) la cui firma sembra ormai imminente. Un clima di stanchezza è subentrato da entrambe le parti, con la consapevolezza dell’inutilità di continuare a dissanguarsi reciprocamente.
Si susseguono frattanto i colloqui tra i contendenti (mentre continuano scontri armati con perdite tutt’altro che trascurabili da entrambe le parti) fino a giungere ad un accordo. I trattati di pace saranno sottoscritti a Ferrara il 31 marzo 1644, prevedendo in pratica il ritorno dei confini alla situazione ante guerra: il ducato di Castro verrà infatti restituito ai Farnese; i territori occupati da questi ultimi verranno riconsegnati al pontefice; il papa toglierà la scomunica a Odoardo Farnese, liberando il ducato di Parma dall’interdetto; i prigionieri saranno scambiati e le fortezze costruite nel corso del conflitto verranno smantellate. Si conclude pertanto “come nulla fosse accaduto” – così si legge in un corollario dei trattati di pace – una guerra assurda, contrassegnata da migliaia di morti, acute sofferenze ed insensate distruzioni di beni. Ma la contesa si riaccese qualche anno dopo con l’elezione al soglio pontificio di Innocenzo X, anch’egli fieramente contrario ai Farnese. (Ne parliamo nella scheda “Il Ducato di Castro, nascita e distruzione dalla cittadella rinascimentale”).
Pietro Morosini e la tela della Rotonda
Si chiude frattanto anche l’esperienza rodigina di Pietro Morosini che nella sua relazione finale, presentata al Senato il 18 maggio 1644, per quanto riguarda la guerra da poco conclusa, si limiterà ad annotare sinteticamente di aver visto con soddisfazione i fedelissimi sudditi consolati per il raggiungimento della pace.
La grande tela, dipinta nello stesso anno dal bolognese Antonio Randa, a quanto pare è stata voluta dal Morosini quale ringraziamento alla Madonna del Soccorso per aver preservato il territorio di Rovigo da scontri armati. Una sorta di ex voto del podestà al momento di lasciare Rovigo. L’opera, posizionata sulla sinistra del prezioso altare dedicato alla Madonna del Soccorso, rappresenta la prima delle “Glorificazioni dei Podestà” presenti nel tempio della Rotonda.
Nel grande quadro Pietro Morosini è raffigurato in primo piano, abbigliato con una sontuosa veste rossa bordata di ermellino.
Il suo sguardo è indirizzato al cielo, verso la Vergine con Bambinello fiancheggiata da San Francesco e San Domenico tra le nuvole con angioletti.
Ai piedi del podestà una cornucopia che è indicata dal rettore con la mano destra: forse i frutti – nonostante le avversità – del “buon governo”? Il podestà ringrazia il Cielo per la positiva conclusione del suo mandato in coincidenza con la fine della guerra.
Nel dipinto la pace è rappresentata da una bianca colomba in volo sul Polesine ed in particolare sulla città di Rovigo rappresentata dal Castello con le due Torri. Davanti a questo sono raffigurati alcuni militi a cavallo che fanno pensare ad un residuo di allarme, in attesa di vedere del tutto consolidata la pace.
Dietro al podestà si erge un palazzo, dall’architettura elegante, nella cui loggia, in lontananza, si possono notare due nobili nerovestiti – Giovanni Durazzo e Sertorio Casalini – i due Regolatori dell’epoca, assistenti del Podestà nel governo della città.
All’estrema sinistra, in uno spazio ristretto delimitato da una colonna appare un altro personaggio nerovestito, le cui sembianze rimandano allo stesso pittore, effigiatosi in un ritaglio della grande tela.
Altri particolari sono rappresentati dal basamento della colonna in cui appare lo stemma del podestà Morosini, e da una vicina grù che stringe un sasso, simbolo della vigilanza, mentre dalla parte opposta è raffigurata una lapide con incisa la dedica del quadro alla Madonna come ringraziamento.
Tornato a Venezia, Pietro Morosini continuò a manifestare una salute cagionevole, cessando di vivere, non ancora cinquantenne, il 4 gennaio 1656.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “La guerra di Castro (1641-1644)”. Ventaglio Novanta, n. 68, 2026. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-guerra-di-castro-1641-1644/