Il 1925 è considerato l’anno fondamentale della nascita del movimento Art Déco, appellativo derivato – per estrema sintesi – dall’esposizione internazionale tenutasi a Parigi in quell’anno, dedicata alle arti decorative ed industriali moderne.
Nel I Centenario dell’origine dell’innovativo movimento rivolgiamo uno sguardo al passato, sottolineando innanzitutto come, per definire pienamente il suo arco di azione, occorre distinguere la fioritura europea dal più longevo successo americano.
Di una cosa e una soltanto si trattava: a dispetto della sua durata… era una questione di lusso.
I presupposti
Il primo conflitto mondiale aveva mostrato la propria nudità e i paesi che avevano avuto un potenziale produttivo erano desiderosi di rinascita. L’anno immediatamente successivo alla fine della “grande guerra” stabilisce il primo avvio di questo nuovo movimento, anche se definirlo tale può sembrare riduttivo. In seno a un forte desiderio di rinnovamento, il risveglio guardò al progresso e al moderno appannaggio di tutto ciò che era potenza, motori, infrastrutture e denaro. I ruggenti anni venti erano alle porte con il loro vortice di cinema e musica; e tutto faceva pensare a un contesto di ritrovata agiatezza: un ritrovato ottimismo dopo tempi opachi e incerti, un’espressione di gioia che solo il brio del Charleston sapeva interpretare.
Il “diritto al divertimento” lasciava il suo marchio indelebile anche nella moda sempre più libera e comoda, in un’atmosfera di spensieratezza che guardava al futuro con estrema eleganza. Certo le sovrapposizioni erano frequenti, ma il freddo razionalismo ricercava piuttosto un’architettura funzionale adeguata ai nuovi materiali il cui presupposto fondamentale era il cemento armato. In Italia la neonata architettura fascista tendeva più al monumentale, con un linguaggio atto a raccontare la grandezza di un regime più che un movimento vero e proprio.
A quel tempo la città di Parigi era reduce da molte rivoluzioni: quella famosa che aveva portato ghigliottine e diritti universali, la restaurazione, le Repubbliche, i vari Napoleone e gli Impressionisti. In questo vortice di episodi storici aveva trovato il tempo di “cambiare pelle” con la trasformazione urbanistica del prefetto Haussmann e, per promuovere il suo primato in Europa, aveva già ospitato ben 5 Esposizioni Universali di cui almeno due epocali. Era stata la terra dell’Art Nouveau, la città dei caffè all’aperto, della moda, dell’eleganza e dei grandi boulevard, aveva scandito il passaggio del secolo con la fata elettricità. Ma Parigi era anche stata la città delle luci notturne, dei bordelli, dei magnifici disegni di Lautrec e i chiassosi cabaret di Aristide Bruant.
Nascita e sviluppo del movimento
Ora però il vento stava cambiando e con esso le stesse tessiture sonore; la fluidità della natura con le sue atmosfere eteree e il lirismo di Debussy lasciavano spazio a una musica nuova. Lo stesso innovativo Erik Satie si spegne in una data cruciale: il 1925, l’anno che viene considerato basilare per la nascita dell’Art Déco.
Quell’anno Parigi ospitava l’Exposition internationale des arts décoratifs et industriels modernes, un evento destinato a passare alla storia. L’acronimo che ne seguì racchiuse tutte le istanze di modernità che la grande mostra-evento voleva promuovere.
L’Art Déco nasce quindi dalle ceneri di un mondo magnifico e di un’epoca bella, ma porta in sé l’arroganza della gioventù e si impone in seno a un Gusto che in forma tentacolare promuove le arti e le tecniche in egual misura senza slegare il potenziale che tutti i settori possono promuovere. Le arti visive e la moda stessa, l’architettura specificatamente e il design di interni si esprimono attraverso un linguaggio ricco anzi ricchissimo di materiali pregiati.
L’Art Déco si impone con tutta la forza della sua epoca, frizzante e moderna, tenace e inflessibile di linee geometriche come a tracciare un percorso predefinito, una passionalità rigida e austera. Non si tratta di un movimento, non ha un manifesto, è piuttosto una questione di gusto! I materiali di lusso vedono l’utilizzo dell’ebano e del palissandro, ma anche pelle di serpente, di zebra e talvolta anche di squalo. E poi i vetri opalini o colorati, il marmo, l’alluminio e l’acciaio tra i metalli. E ancora lacche e tessuti preziosi come il velluto e la seta e corallo e onice tra i gioielli.
Lontano dalle sinuosità del periodo precedente, quasi in opposizione, questo nuovo stile impone una tendenza all’aerodinamicità, a forme simmetriche e stilizzate, a zig zag o trapezi e motivi che richiamano i raggi del sole.
Tutto è opulenza, colori vivaci, geometrie e velocità dei tempi moderni come i rumori e le dinamiche delle nuove città. Singolari per forza e bellezza le vetrate. Questo imperativo maschile dell’estetica non esclude tuttavia il fascino di femminili interpretazioni di sofisticata indipendenza, se pensiamo ai bellissimi ritratti di Tamara de Lempicka.
L’Europa darà commiato a questo stile alla fine degli anni ‘30, mentre negli Stati Uniti sopravviverà fino agli anni ‘40 adattandosi a diverse condizioni economiche con più attenzione alla funzionalità. Se l’Art Nouveau sosteneva un’estetica del quotidiano attraverso la bellezza di oggetti accessibili, funzionali e decorativi con un design ispirato alla natura, l’Art Déco con le sue geometrie e la sua ricercatezza proponeva ad un pubblico ristretto il bell’oggetto unico e prezioso.
Il Dèco italiano e il contributo del Polesine
Nel nostro Paese la I Mostra Internazionale delle Arti Decorative precede la grande esposizione di Parigi che consacrerà l’Art Dèco nel 1925. Viene infatti organizzata nel 1923 a Monza. Successivamente l’Italia del regime vede nella prestigiosa esposizione francese del 1925 una vetrina per il meglio dei propri artisti che, dialogando col mercato internazionale, celebrano il trionfo delle arti applicate italiane.
A Parigi il padiglione italiano accoglieva infatti nomi importanti, tra cui Alberto Martini con il famoso ritratto di Wally Toscanini, il versatile architetto Gio Ponti, Galileo Chini, Vittorio Zecchin, Adolfo Wildt e Renato Brozzi. Il Déco italiano nasce così dall’incontro di artisti, architetti, designer e raffinati artigiani antesignani di quel gusto squisitamente distintivo del nostro paese. Fu la prima vera collaborazione tra arte e industria.
Ma nel nostro territorio, il Polesine, si risentì dell’influenza di questo movimento? Parzialmente. Ricordiamo come negli anni ‘20 furono attivi i paesaggisti come Ugo Boccato (1890-1982) di Adria e Luigi Cobianco (1893-1967) di Villanova Marchesana. Va poi ricordato il rodigino Edoardo Chendi (1906-1993) a cui è stata dedicata un’interessante antologica 15 anni fa dal titolo “Edoardo Chendi – Segni e disegni nel futuro. Opere grafiche dal 1925 al 1960” Importante fu la testimonianza dell’opera di Virgilio Milani (1888-1977) protagonista dell’esposizione a palazzo Roncale nel 2023 “Virgilio Milani e l’arte del ‘900 in Polesine” (nella cui mostra trovava posto l’opera dello stesso Chendi) lo stesso Mario Cavalieri rodigino di nascita (1887-1969) e infine il grande Giuseppe Marchiori (1901-1982) e ancora la collettiva di Ca’ Pesaro del 1925.
Non sono dunque mancati i protagonisti che hanno raccontato il nostro territorio anche attraverso le diverse discipline; ma va anche sottolineato come appaiano limitate le connessioni degli artisti polesani con la nuova estetica Déco. Un Polesine ancora caratterizzato da una realtà agricola; una terra che comunque ha saputo raccogliere, anche se marginalmente, l’eco dei grandi movimenti internazionali. E va a questo proposito ricordata la forte connessione determinatasi tra arte ed industria.
Vanno ricordati infatti episodi di crescita tecnologica, che tra le varie letture è uno dei fondamenti dell’Art Déco. Per restare al nostro Polesine va sottolineato l’importante sviluppo tecnologico verificatosi negli anni ‘20 e ‘30 a Ca’ Vendramin, con la parziale conversione dell’impianto idrovoro (attivato nel 1905) da vapore a energia elettrica nel 1921 e l’aggiunta di nuove idrovore elettriche per la bonifica del bacino inferiore. Una nuova turbina alimentò due idrovore più piccole, situate a circa 4.700 metri dall’impianto principale. Questo rappresentò un’innovazione significativa, potenziando i mezzi di bonifica nel bacino inferiore e completando l’opera di redenzione delle terre del Delta.
L’impianto rimase operativo, con modifiche successive, fino agli anni ‘60, quando fu dismesso a causa di dissesti idrogeologici legati anche all’alluvione del 1957.
Oggi è diventato il Museo Regionale della Bonifica. La vicenda racconta in sé dell’operosità della nostra terra e dei suoi abitanti e di come abbiamo sempre cercato di modellare un suolo storicamente aggredito da frequenti alluvioni.
Il declino del movimento
L’Art Deco iniziò a calare la sua popolarità a seguito di alcuni episodi della storia come la Grande Depressione e la seconda guerra mondiale. Una volta raggiunta la produzione di massa in Europa, i suoi costi si rivelarono eccessivi per le reali esigenze di quel tempo. Resta tuttavia un momento di accesa creatività e ingegno in cui l’Italia si è espressa profondamente in luoghi diversi e con diverse espressioni, ma sempre con egual passione, genio e creatività.
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Come citare questo articolo
Irene Gianello. “Art Déco”. Ventaglio Novanta, n. 68, 2026. https://ventaglionovanta.it/archivio/art-deco/