Con Dicembre e l’arrivo delle Feste, ecco arrivare, puntualmente, la strenna più diffusa: il calendario. Non c’è negozio o associazione benefica che non lo regali ai suoi affezionati clienti o possibili benefattori. Ed ognuno di noi lo ritira con grande piacere.
Gli anziani, per questione di vista, lo preferiscono con numeri e scritte grandi, magari con i cicli lunari, con spazi ampi da riempire annotando spese di casa, scadenze ed appuntamenti ed anche le messe prenotate per i propri defunti: insomma un calendario da poter usare come agenda.
C’è chi lo preferisce invece con aneddoti, con vecchie ricette della tradizione locale, con i lavori dell’orto e/o con motti, proverbi e modi di dire che abbiamo imparato da bambini. Altri lo vorrebbero con gli eventi meteorologici, dato che “il Pojana non sbaglia mai”! Insomma in qualunque veste si presenti, il calendario si dimostra un oggetto gradito ed indispensabile.
Nel corso dei secoli, adattandosi alle varie esigenze, mode e temperie culturali, esso ha, più volte, cambiato usi, espressioni, citazioni, forme. Ora cita di tutto un po’: un nome al giorno con la sua etimologia, influenza degli astri sugli amori e sulle fortune, numeri del lotto, oroscopi e zodiaco, equinozi e solstizi, lunazioni, fiere e mercati, tempi di nozze, i tempora, le feste mobili, i cicli, le eclissi. Resistono ancora i
nomi dei Santi, abbinati ai vari giorni anche se qualcuno borbotta e rimbrotta, mostrando il suo disappunto non ritrovandovi più quelli della tradizione legati ai cicli agresti e stagionali!
A tutti, il calendario parla il linguaggio della lusinga, della promessa e della speranza proclamandosi “maestro di vita”, cercando di regolare ed influenzare azioni e comportamenti: bella responsabilità!
Ogni epoca ha avuto i suoi calendari. Il Medioevo li scolpiva su porte bronzee o li metteva in bella mostra all’interno delle chiese: ne è meravigliosa testimonianza la cattedrale di Ferrara che, un tempo, recava lo straordinario ciclo scultoreo dei mesi considerato uno tra i documenti più significativi d’Europa. Tutta la storiografia locale ricorda il portale ferrarese come “Porta dei Mesi”, un insieme di dodici formelle scolpite in altorilievo portante ognuna un aspetto importante el mondo agricolo di allora.
Ferrara, città all’avanguardia, si allinea con piacere alla moda imperante propugnata dall’Antelami agli inizi del Duecento che vuole i sottarchi dei portali e le volte dei protìri abbelliti dal ciclo dei mesi, quale moderno vademecum per il popolo analfabeta. Le formelle che, abbattuto il portale meridionale nel Settecento, sono ora ospitate al Museo della Cattedrale in San Romano, rappresentano un importante capitolo della scultura padana del terzo decennio del Duecento.
Gli altorilievi ferraresi, opera di un artista anonimo ma di gran talento soprannominato “Il Maestro dei Mesi”, sono anche una testimonianza viva e tangibile di alcuni interessanti aspetti della vita quotidiana dell’epoca, mostrandone aspetti che spaziano dagli abiti agli alimenti, alle usanze, oltre che documentare la vita, la storia, le pratiche agricole delle nostre campagne, dando un aspetto iconografico a ciò che gli statuti comunali regolamentavano per legge.
Ecco allora che puoi vedere Dicembre, nella veste di un giovane, con in mano le armi del mestiere norcino, alle prese con il maiale, la macellazione delle carni, campeggiante tra corone di salsicce e bondiole appese al soffitto ad asciugare; accanto è il focolare con il fuoco acceso dove il paiolo bolle e il lardo si disfa promettendo “ciccioli a volontà”.
Febbraio cambia scenario e mostra la potatura degli alberi da frutto. E se Giugno è rappresentato dal giglio di Sant’Antonio,
Settembre raggiunge il massimo del realismo con la bellissima rappresentazione della vendemmia.
Evolvendosi, il calendario passò dagli edifici religiosi a quelli civili ingentilendo ed abbellendo torri campanarie e civici orologi come una sorta di primigenio grande schermo a disposizione del popolo minuto e del contado che veniva in città nei giorni di mercato o di fiera.
Ma entrò anche nei palazzi signorili come testimoniano i grandi e meravigliosi affreschi del ciclo pittorico dei mesi di Palazzo Schifanoia che, attraverso quelle grandi scenografie, cambiando registro, passano però dalla funzione didascalica alla celebrazione e all’apoteosi della casa d’Este.
Con il passare del tempo il calendario perse questa sua carica celebrativa e “pubblicitaria” e si ammantò di vesti più semplici e dimesse fino a diventare uno zibaldone di consigli vari che spaziano dalla botanica all’erboristeria, dalla culinaria all’astrologia.
A lui, ai suoi consigli a volte ci affidiamo speranzosi, illudendoci che esso ci predica il futuro, dimenticando che l’unica cosa di certo che esso predice è che il tempo passa così veloce che il nuovo calendario con un nuovo carico di promesse e consiglio è già alle porte”
“Tempus Fugit”, ammonisce una vecchia meridiana dipinta sui muri di una antica dimora, a ricordarci che il tempo è cosa preziosa e non ritorna più: usiamolo bene dunque! Buon anno e Buon calendario!
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Massimo Vigna. “Calendari, che passione!”. Ventaglio Novanta, n. 68, 2026. https://ventaglionovanta.it/archivio/calendari-che-passione/