Rovistando tra le mie carte, mi è capitato tra le mani un vecchio manoscritto proveniente dal Venezuela intitolato Tracce storiche di una famiglia polesana, in cui con ricchezza di particolari e in un italiano incerto era descritta la vicenda della famiglia Paparella, oriunda del Venezuela e originaria di Bosaro. Mi aveva fatto avere il testo manoscritto il nipote di Rovigo, Carlo Alberto Schiesaro, quando collaboravo alla rivista dell’Associazione Polesani nel Mondo. Il documento non è un memoriale autobiografico: è il racconto di una vita che si è formata nell’austerità della campagna polesana e si è realizzata professionalmente nel contesto in fermento del Venezuela postbellico.
La storia di Mario Paparella rappresenta una di quelle vicende esemplari che raccontano, meglio di tante cronache ufficiali, il Novecento vissuto tra il Polesine e il Venezuela, tra le campagne segnate dalla povertà e i grandi processi di modernizzazione oltreoceano. Medico, emigrante, protagonista della lotta contro la tubercolosi, Paparella ha incarnato la figura di un “uomo di frontiera”: sospeso fra due mondi, ma sempre fedele a un’idea di servizio e responsabilità.
Era nato il 24 agosto 1913 nella “Casa Vecchia” della famiglia Paparella a Bosaro; era cresciuto in un ambiente di ristrettezze economiche, ma ricco di legami familiari. La figura dominante della sua infanzia fu la nonna Eugenia Menoni, donna energica e autoritaria, capace di tenere unita la famiglia nonostante le difficoltà della Grande Guerra e le perdite di familiari dovute a malattie come la tubercolosi.
L’educazione di Mario seguì un percorso di determinazione e sacrificio: cinque anni di scuola elementare a Bresparola di Polesella, otto di scuola secondaria a Rovigo percorrendo ogni giorno non pochi chilometri in bicicletta, poi l’Università di Ferrara per i primi studi di Medicina e successivamente Bologna, dove completò il corso in Clinica Medica e Chirurgica, laureandosi nel 1940.
Il suo percorso accademico si intrecciò con obblighi familiari, come l’assistenza alla nonna malata, e con la progressiva consapevolezza del proprio ruolo sociale. Il matrimonio con Teresa “Tosca” Schiesaro nel giugno 1940 coincise con la mobilitazione bellica: l’Italia entrava nella Seconda Guerra Mondiale e Paparella, già medico, veniva arruolato.
Inviato in Grecia, visse in prima persona il crollo del regime fascista e la complessa fase dell’armistizio, ritrovandosi prigioniero in un campo di concentramento. Qui il medico divenne figura di riferimento per i compagni di internamento, occupandosi della cura dei malati in un contesto di precarietà estrema.
Il ritorno in Italia nel 1945 lo trovò disilluso dalla politica e provato dall’esperienza, ma animato dalla necessità di ricostruirsi una vita. In un’Italia devastata, l’occasione lavorativa arrivò dall’Ospedale Antitubercolare di Rovigo, grazie all’intercessione del dottor Ghibellini. La tubercolosi, ancora piaga sanitaria mondiale, fu il campo di specializzazione che aprì a Paparella una nuova prospettiva.
Nel 1947 la svolta della sua vita, chiamato a far parte del nascente Sanatorio Antitubercolare di Barquisimeto in Venezuela. L’anno successivo lo raggiunse la famiglia, con i figli piccoli e persino i mobili di casa, segno evidente del desiderio di stabilirsi definitivamente oltre oceano, ricominciando la strada della propria esistenza.
L’impatto con la nuova realtà fu duplice: da un lato, il medico polesano trovò un contesto sanitario arretrato, con vaste aree ancora prive di infrastrutture igieniche di base; dall’altro, visse in prima persona l’accelerata modernizzazione del paese sudamericano, che in pochi anni passò da condizioni quasi rurali a un’urbanizzazione rapida.
Mario Paparella ebbe un ruolo centrale nello sviluppo dell’ospedale, contribuendo all’aumento dei posti letto, alla creazione di un’area residenziale per i medici e alla formazione di un’equipe professionale stabile. Collaborò strettamente con figure di rilievo della sanità venezuelana come il dott. Luis Gómez López e il dott. Baldó, portando con sé un metodo clinico di impronta europea e un approccio pragmatico alle emergenze sanitarie.
Oltre alla pratica ospedaliera, Paparella incarnò la figura del medico residente “totale”: reperibile a ogni ora, pronto a intervenire non solo per motivi clinici ma anche per questioni organizzative e logistiche dell’ospedale. La moglie Tosca partecipò attivamente come ausiliaria di Radiologia, trasformando l’impegno professionale in un’opera familiare.
La presenza di Mario Paparella non fu limitata all’attività medica: fu un impegno totale, giorno e notte, nel garantire il funzionamento della struttura e nel seguire i pazienti. Per oltre vent’anni i coniugi Paparella furono il cuore pulsante del sanatorio di Barquisimeto, fino al 1970, quando decisero di spostarsi in una casa propria, senza mai recidere i legami con l’ospedale.
Mario Paparella morì a Barquisimeto il 21 maggio del 2007. La sua presenza più che ventennale a Barquisimeto lasciò un’impronta tangibile: il riconoscimento ufficiale per uno straniero come lui di “funzionario di carriera amministrativa” testimonia l’apprezzamento per il suo lavoro. Allo stesso tempo, anche in Italia gli fu riconosciuta la sua opera di emigrante portatore in terra straniera dei valori italiani e nel 1992 gli fu conferito il titolo di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana.
La sua vicenda rappresenta un esempio emblematico di mobilità professionale e sociale tipica dell’emigrazione qualificata del dopoguerra: un percorso in cui le competenze acquisite in patria trovano pieno riconoscimento in contesti in espansione.
Il manoscritto ci restituisce una figura di emigrante legato alla propria funzione: pragmatico, poco incline alle idealizzazioni politiche ma fermamente ancorato al senso del dovere e alla responsabilità verso la comunità servita. Si percepisce una certa nostalgia per l’Italia, non tanto idealizzata, quanto riconosciuta come radice identitaria, e al contempo un sincero attaccamento alla nuova patria venezuelana. E proprio questa prospettiva soggettiva costituisce il valore documentario del testo: Paparella non scrive da storico, ma da protagonista, consapevole di appartenere a una generazione segnata da guerre, epidemie e migrazioni.
Il suo contributo medico in Venezuela, soprattutto nell’ambito della lotta alla tubercolosi, è il lascito più rilevante: un’opera di lunga durata che ha inciso sulla vita di migliaia di pazienti e sulla formazione di una struttura sanitaria di riferimento. A ciò si aggiunge il merito di aver preservato, attraverso la scrittura, la memoria di una famiglia e di un’epoca, restituendo un frammento autentico di storia polesana e italo-venezuelana.
Mario Paparella è stato, nella sua essenza, un uomo di frontiera: tra campagne venete e città sudamericane, tra la medicina come vocazione e la guerra come imposizione, tra la memoria delle origini e l’impegno nella costruzione di un mondo futuro in terra straniera. Il suo manoscritto non è soltanto un tributo alla famiglia, ma un documento vivo su come un medico del Novecento abbia saputo mettere la propria competenza al servizio di comunità diverse, lasciando un segno in entrambe.
La sua storia di emigrante si intreccia così con la grande storia dell’emigrazione italiana del dopoguerra. Non un’emigrazione di sopravvivenza, ma qualificata, portatrice di competenze che trovavano pieno riconoscimento in un contesto in espansione. Il medico polesano incarnò perfettamente questo modello: un professionista che, grazie alla propria formazione, seppe costruirsi un ruolo di rilievo in una nuova patria, senza mai rinnegare le proprie radici, ma è anche quella di un uomo che, partito dalle campagne del Polesine, seppe affrontare le sfide del mondo globale con professionalità, coraggio e spirito di servizio. Un “medico-pioniere” che ha lasciato un segno profondo in due continenti, testimone della possibilità di trasformare le difficoltà in crescita e di costruire ponti tra culture diverse.
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Come citare questo articolo
Adriano Romagnolo. “Mario Paparella (1913-2007)”. Ventaglio Novanta, n. 68, 2026. https://ventaglionovanta.it/archivio/mario-paparella-1913-2007/