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NARRATIVA

T R E N O

di Susanna Salvan

Ventaglio Novanta n. 68 2026 pp. 119–121

Chissà se le mie sensazioni di libertà erano anche le sue, quando partivo con un qualsiasi mezzo di trasporto per andare a fare una gita, mentre “Treno” serrando tra le gambe la sua bicicletta, percorreva il più delle volte in solitudine, chilometri di strada, apparentemente senza una meta. E quelle volte che qualche giovanotto chiedeva di fare il percorso assieme, Treno sorrideva fra sé, perché sapeva che la richiesta era dettata per un raffronto, che non ci sarebbe mai stato.

Erano fatti di una pasta diversa. Treno era un arguto pensionato appassionatamente innamorato della sua bicicletta e di quello che rappresentava; ed intendiamoci, non una bicicletta da corsa professionale, ma una composizione di tante biciclette da lui stesso assemblate, un veicolo quasi rozzo e pesante, che non era paragonabile agli splendidi esemplari di marchi prestigiosi e famosi per avere rivoluzionato il mondo del ciclismo: mezzi leggerissimi, eleganti, elaborati, costosi, confortevoli, con cui a volte pavoneggiandosi e vestiti di tutto punto, con maglie set traspiranti, pantaloncini imbottiti di gel aderenti, giacche antivento, guanti, casco, occhiali, porta borraccia, pompe, kit, scarpe e copri scarpe, i suoi giovani amici si accostavano per pedalare assieme.

Per non parlare delle bibite energetiche di Treno, che erano delle bevande a base di acqua con succo di limone, che lui stesso si preparava ogni giorno, e nulla avevano di miracoloso come tutte quelle bevande contenenti sostanze stimolanti molto in voga. Eppure Treno arrivava a destinazione e con lo stesso passo rientrava, a differenza dei suoi compagni di squadra, che ci riusciranno a rientrare in paese, ma non contemporaneamente.

Treno li aveva distanziati senza alcuno sforzo già da molti chilometri. Non erano bastate le numerose marce delle potenti bici da corsa, quanto le loro costosissime attrezzature, né le loro mirabolanti bibite spaziali. Mitici i calzini che lasciavano intravedere una gambetta nervosamente bronzata dal sole, come le braccia e il suo bel volto segnati dal tempo, dai suoi vissuti e dai milioni e milioni di giri della catena della sua bicicletta.

Gioventù moderna, servirà ben altro per intaccare e fiaccare il nostro Treno e la sua tempra, formatasi negli anni con la fatica e la costanza, con la maturità e la crescita interiore, con il suo amore per l’aria e il vento, il sole e la pioggia, i lunghi silenzi e tutti quei paesaggi stregati, che sfilavano davanti ai suoi occhi, dagli alberi e dai fiori, dai colori e dai rumori, dalla presenza umana. Un giovanotto di altri tempi con una impalpabile fibra di cuoio, che aveva saputo accettare, godendo di quello che la vita gli aveva offerto e lui aveva saputo accogliere: il lavoro, la famiglia, i figli, i nipoti, le sue passioni, il piacere dei suoi anni, l’approfondimento delle conoscenze, dei tantissimi rapporti sociali intrecciati nei decenni, dell’intimo sentire legato alla religiosità, accarezzata e saldata giorno per giorno, ogni giorno come un giorno buono.

Rinchiuso nell’armadio il suo vestiario di lavoro, si era dedicato a quello che più lo faceva stare bene, investire nello spazio temporale la gioia assoluta quanto sottile, di fare quello che più gli piaceva: pedalare. Pedalare e pedalare, non per cercare chissà quali cose, ma per ristorarsi di quello che avrebbe incontrato e compiuto, ogni giorno, metodicamente pieno di energia. Non esisteva la parola ozio nel suo vocabolario; l’ozio ingrassava e rallentava il reflusso del sangue al cervello, facendoci vedere le cose con meno obiettività, meno limpide e veritiere.

Treno, se lo volessimo paragonare a un albero, sarebbe perfettamente rappresentato dalle sequoie, che imperterrite seguono la loro crescita al di là delle altre chiome, per vedere le cose dall’alto, accarezzate dai soffi di vento più puri; tra spiriti liberi ci si potenzia vicendevolmente. E siccome i suoi polmoni non si riempivano mai abbastanza, ogni giorno partiva con la sua bicicletta, piccola tappa in piazza a salutare qualche conoscente e via, per strade, stradine, colline, vallate, alla ricerca di quel ristoro che veniva saziato solo temporaneamente dall’ebbrezza dell’aria frizzante sulla pelle, gratificata la vista dei tanti paesaggi, del calore del sole, della rugiada sulle palpebre, della pioggia sulle spalle, della nebbia sulle ossa… sempre avanti, tra primavere, estati, autunni e freddi inverni. Tutto compariva e scompariva alla sua vista.

Ancora oggi, a Lendinara, in Piazza Risorgimento manca quella piccola atletica figura, che lesta scivolava silenziosa marcando il manto stradale e che, con dovizia di fare prima di partire per la sua meta, salutava gli amici alzando la mano sinistra scuotendo il capo, piantonati questi al bar davanti a un bicchiere vuoto oppure sui marciapiedi, immobili nelle loro posizioni.

L’uomo in movimento invece era Treno, figlio del garbìn (libeccio), il vento caldo del mezzodì.

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Come citare questo articolo

Susanna Salvan. “T R E N O”. Ventaglio Novanta, n. 68, 2026. https://ventaglionovanta.it/archivio/t-r-e-n-o/

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