Germania-Ulmer Strasse 137 Avevo appena terminato le elementari e, come tante mie compagne di scuola, avrei voluto proseguire gli studi, ma non avevo ancora capito che mio padre, uomo dal carattere chiuso e autoritario, avverso a qualsivoglia forma di cultura, aveva altri progetti per me. A me, ovviamente, non era dato conoscerli né tantomento discuterne, per cui, con i soliti modi imperiosi e senza alcuna spiegazione, mi disse che nel giro di qualche giorno, sarei dovuta partire con lui alla volta della Germania, dove già da parecchi anni era emigrato e lavorava.
Fu lungo e triste il viaggio che ci portò da Salerno (allora abitavo a Cava dei Tirreni) a Stoccarda, in Germania. Non ricordo quante ore, seduta accanto a mio padre, trascorsi in quel vagone affollato, dove la puzza di sudore di quanti erano saliti sul treno prima di noi si mescolava a quella di formaggi stagionati e salami fatti in casa, tirati fuori dalla valigia di cartone all’ora di pranzo.
Finalmente arrivammo a destinazione – Ulmer Strasse 137, zona periferica della città – che era già buio pesto. Nella poca luce, riuscii a malapena a intravedere file e file di baracche ammucchiate, basse e immerse nell’oscurità. Mio padre tuttavia riconobbe subito la sua ed insieme entrammo.
Un brivido gelido mi percorse la schiena: io, poco più che bambina, mi trovai catapultata in un mondo di soli uomini, molti dei quali già dormivano nei letti a castello. Nessun arredo ingentiliva la camerata tranne qualche mobiletto sgangherato, recuperato chissà dove, e su uno di questi un fornello a gas, come quello della cucina di casa mia. Le brande a noi destinate erano state messe in un angolo, rischiarato a malapena dalla luce fioca di un’opaca plafoniera. L’impatto, visivo ed emotivo, fu così forte che, nonostante la stanchezza, non riuscii a chiudere occhio per tutta la notte: mi giravo e rigiravo senza pausa e continuavo a farmi mille domande: perché mio padre mi ha portato qui in Germania, strappandomi ai miei affetti e al mio piccolo mondo di ragazzina undicenne? Perché mia mamma non glielo ha impedito? Che progetti ha mio padre per me? Che farò io? Ero spaventata, disorientata, persa nei miei pensieri e mi sentivo terribilmente sola e confusa.
Si fece presto mattina: in quello stanzone squallido tutto d’un tratto si mescolarono il calpestio sulle assi di legno del pavimento, voci concitate, suoni e parole incomprensibili. Erano di uomini che, visti alla luce del giorno, portavano in faccia i segni del duro lavoro, che li aspettava a qualche chilometro di distanza. Si capiva dai loro movimenti rapidi e dai toni scattosi con cui si parlavano tra loro che avevano una gran fretta, tanto che non si erano neppure accorti di me, che continuavo a starmene rincantucciata. Anche mio padre si preparò per andare al lavoro, ma non mi disse quando sarebbe tornato. E così, dopo tanto trambusto, rimasi sola per quasi tutta la giornata nella baracca, e sarebbe stato così anche in seguito, quando mio padre aveva il turno di mattina.
A farmi compagnia rimanevano solo pensieri tristi e ore piene di sgomento in cui la nostalgia di casa la faceva prepotentemente da padrona. Spesso uscivo, vagabondavo nei pressi della baracca, ma senza mai allontanarmi troppo: non conoscevo nessuno, non capivo la lingua di quella terra sconosciuta e non sapevo dire neppure una parola in tedesco, per cui mi tenevo lontana dalle persone che incontravo strada facendo.
Stavo fuori tanto tempo perché nella baracca non ci volevo rimanere: c’erano sempre troppi uomini e mi spaventavano i loro sguardi. Un giorno la fortuna mi venne incontro: mentre camminavo lungo i binari che portavano alla miniera di carbone poco distante, una signora, dalla finestra della sua casa si rivolse a me: “Ehi tu bambina, come ti chiami? Dove vai? Dove abiti? Vieni qui che parliamo da vicino”. Quella voce e quelle parole, un po’ in dialetto veneto, un po’in italiano, furono come un lampo di luce in quel mondo oscuro in cui mi trovavo. Con la gioia nel cuore, risposi che ero la figlia di un emigrante e che vivevo in una delle baracche là nei paraggi, assieme a mio padre e a lavoratori italiani.
Dopo di allora cominciai ad andare da lei ogni giorno: non più giovanissima, conservava tuttavia una sua bellezza ed era dolce, garbata e molto materna. Mi raccontava di lei, del marito e dei suoi figli, Roberto e Maria Luisa, che poi ebbi modo di conoscere e di cui apprezzai le qualità. Nacque tra noi un’affettuosa amicizia e quella famiglia, i Righetti, di Verona, diventò la mia nuova famiglia: mangiavo con loro, dormivo in camera con Maria Luisa, mi portavano a messa la domenica e passavo là le mie giornate.
Di tanto in tanto ritornavo alla baracca. Quelli che ci vivevano erano tutti affettuosi e premurosi con me, e, a modo loro mi volevano bene. E anche mio padre sembrava contento. Ma, conoscendolo bene, – poca voglia di lavorare, litigioso e facile all’ira – mi meravigliavo che tutto filasse liscio per quanto riguardava il lavoro, anche se in verità non me ne parlava mai. Un giorno, però, circa quattro mesi dacché eravamo a Ulmer Strasse 137, accadde quel che temevo: mio padre, dopo una lite violenta col datore di lavoro, fu licenziato in tronco.
Senza darmi nessuna spiegazione né la possibilità di salutare la famiglia Righetti che con tanto affetto mi aveva accolta, mi portò via. Mi disse soltanto che ci saremmo trasferiti in un’altra città – Esslingen am Neckar, non molto distante da Stoccarda. Fu per me un nuovo, grande e profondo dolore, che dovetti comunque superare da sola.
Da allora sono passati tanti e tanti anni, ma conservo ancora nella mente e nel cuore il ricordo della famiglia Righetti. Non furono certamente giorni felici, quelli che seguirono, che mi hanno sempre ispirato amare considerazioni.
Certe fasi della vita mi sono passate davanti come paesaggi attraversati da un treno ad alta velocità. Bambina, per poco tempo – neanche il tempo di rendermi conto che la fanciullezza dovesse associarsi alla spensieratezza, alla leggerezza e ai giochi, già gravata di pensieri e di responsabilità – ero passata all’adolescenza, e tutto d’un tratto mi sembrò di essere diventata definitivamente grande…
Ero cresciuta non tanto in senso fisico – ero più bassa dei miei coetanei, piccola e magra, tanto che mi si potevano contare le ossa – quanto nella mente e nello spirito, dopo una dolorosa e drammatica esperienza vissuta, a soli undici anni, da emigrante in Germania, dove mio padre, che lì lavorava, mi aveva portato.
Se questo fatto da un lato mi aveva profondamente segnata, mettendomi di fronte a situazioni assurde e impensabili per una ragazzina di quella età, dall’altra mi aveva reso forte e combattiva, facendo nascere in me la convinzione che, se avevo superato quella durissima prova (lontana da tutti i miei affetti, costretta a provvedere da sola a me stessa e ai miei bisogni quotidiani in quella terra straniera, di cui non sapevo niente e della cui lingua non capivo neppure una sillaba) sicuramente avrei potuto superare qualsiasi ostacolo.
In Germania restai per più di un anno, dopodiché, finalmente, mio padre mi riportò in Italia. Ma non fu come mi aspettavo…
I problemi infatti si presentarono subito dopo il mio agognato ritorno a casa, e anche nei giorni a venire non mancarono, anzi si misero in fila uno dietro l’altro: la situazione economica era molto precaria, eppure io volevo continuare ad andare a scuola, alle medie, dopo quella parentesi in Germania.
Come avrei potuto? Soprattutto come affrontare il discorso con mio padre, uomo avverso alla cultura e stupidamente arroccato alla convinzione che chi andava a scuola era solo un parassita e non aveva diritto ad alcunché? In casa eravamo in tanti, undici tra sorelle, fratelli e genitori, troppe le bocche da sfamare, pochi i soldi da spendere, per cui vivevamo di pane e pane, in ristrettezze, tra mille sacrifici e rinunce.
Quello che però più mi faceva arrabbiare, era sentir dire da mio padre – proprio da lui che di voglia di lavorare ne aveva davvero poca – che noi figli, almeno quelli più grandi, avremmo dovuto contribuire al mantenimento della famiglia, lavorando e portando i soldi a casa. All’epoca lo facevano già da tempo le mie sorelle maggiori Maria e Carmela, ma io non avevo nessuna intenzione di seguirle in questo percorso né tantomeno di lasciarmi intimorire e scoraggiare dalle minacce e dalla furia di mio padre di fronte alle mie “pretese”.
Risoluta e consapevole che mi sarebbe costata cara, un giorno, tutto d’un fiato, gli dissi che io sarei andata a scuola, checché ne pensasse, e che avrei provveduto a me stessa e alle mie necessità. Non lo avevo forse già fatto – gli ricordai – quando ero stata in Germania? Per tutta risposta, mi arrivò in faccia uno schiaffo così forte che ne portai i segni per qualche giorno, ma non servì a farmi cambiare idea e, ai primi di gennaio del 1963, andai ad iscrivermi alla scuola media, Istituto G. Trezza di Cava dei Tirreni. La felicità che provai fu però subito guastata da mille dubbi e preoccupazioni: come avrei potuto andare a scuola senza libri né quaderni, senza vestiti né scarpe di mia proprietà? Dissi a me stessa (novella Rossella O’Hara) che ci avrei pensato dopo, che le soluzioni le avrei trovate e che sicuramente ce l’avrei fatta! Intanto avevo vinto quella prima, durissima battaglia!
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Anna Volpe. “Volevo andare a scuola”. Ventaglio Novanta, n. 68, 2026. https://ventaglionovanta.it/archivio/volevo-andare-a-scuola/