Pochi anni fa, mentre viaggiavo in treno alla volta di Roma, s’inscenò un divertente diverbio tra una mamma e suo figlio Carlo (ne ricordo ancora sorridendo il nome) a causa di un panino con tonno e cipolline che il ragazzino non intendeva consumare come pranzo durante il viaggio.
La madre, una santa donna che aveva profuso tutte le spiegazioni possibili, tra cui: “me l’hai chiesto proprio tu il panino con tonno e cipolline”, ad un certo punto guardò spazientita Carlo e in dialetto veneto gli sibilò: “Magna, ca te magni il tuo, magna e tasi” e aggiunse, schiarendo la voce: “O lo mangio io”, questa volta In italiano, riprendendo un tono più sereno e volutamente signorile, forse per distogliere l’attenzione creatasi tra i viaggiatori, divertiti dal gustoso fuori programma.
Ed eccolo arrivare immediato, alla memoria, il ricordo di un racconto sui miei bisnonni materni in cui, una quasi identica frase, pronunciata in altro dialetto, era divenuta storica e tramandata con svariati e divertenti commenti alle generazioni a venire, fino a me.
I miei bisnonni non navigavano certo nella ricchezza, ma insomma neppure pativano stenti, anche se il capofamiglia era un semplice impiegato dello Stato e, per arrotondare lo stipendio, scriveva lettere per chi non ne era in grado e svolgeva altri compiti per assicurarsi guadagni extra.
La moglie, brava casalinga e madre, aveva il compito di gestire denaro e spese, cosa che faceva con grande attenzione e attitudine: i conti quadravano sempre.
Certo, il mio bisnonno, suo marito, a volte lamentava la mancanza di qualcosa di speciale a tavola durante le ricorrenze, ma la mia bisnonna, sua moglie, rispondeva che era impossibile sgarrare per poter arrivare a fine mese dignitosamente.
Arrivò la festa di fidanzamento della prima figlia femmina e la consuetudine voleva che i festeggiamenti fossero a totale carico della di lei famiglia. Ovvero quella dei miei bisnonni. Un bell’impegno economico… ma non si poteva fare certo una brutta figura agli occhi degli invitati e dei congiunti del futuro sposo. Il bisnonno raccomandava costantemente alla moglie di non lesinare su nulla, lei gli ripeteva che nulla sarebbe mancato, senza strafare, naturalmente.
Fu durante la ricerca di un vecchio piano in legno, per allungare il tavolo che avrebbe accolto gli ospiti, che il bisnonno avvistò, in soffitta, una scatola che si distingueva dagli altri oggetti, perché fin troppo pulita. Preso dalla curiosità, l’aprì. Tra qualche vecchia foto, merletti sgualciti e nastrini ingialliti, ecco lì la sorpresa: un gruzzoletto di soldi ben legato da una corda sottile. Non una cifra enorme, ma pur sempre una quantità inaspettata, quanto ragguardevole, di denaro.
Dopo il primo smarrimento e una veloce riflessione, ipotizzò che sua moglie avesse messo da parte quella somma, di certo per poter affrontare qualche improvvisa emergenza. Era risaputo che lei lo definiva un potenziale scialacquatore, mentre era da tutti etichettata come spilorcia, tirchia, taccagna, mano corta, ingenerosa e via dicendo. E brava la sua sposa avara e furbetta…
Il giorno appresso, festa del fidanzamento, poco prima che s’adunassero gli ospiti, un carrettino si fermò davanti casa e un giovanotto iniziò a scaricare: una cassa di vini, un cesto di bellissime rose, diverse profumatissime focacce con le verdure e una torta incredibile: una cassata di dimensioni tali da poterne offrire certamente anche agli ormai curiosissimi vicini di casa, per quanto era gigantesca!
La mia bisnonna, stupefatta quanto allarmata, non riusciva a capacitarsi da dove venisse tutto quel ben di Dio, ma il muscoloso giovanotto non sapeva dirle chi lo avesse ordinato. Comunque, poteva starne certa, tutto era già stato pagato. Un vero mistero che tuttavia non poteva essere discusso mentre futuri consuoceri e parenti tutti facevano ingresso nella sala da pranzo, resa particolarmente accogliente da vini di ottima qualità, gustose focacce, quel meraviglio cesto di rose e la cassata in bella vista, come si conviene ad un’opera d’arte. L’insieme sollevò tra i presenti molti commenti sopresi quanto estasiati e sinceri applausi.
La bisnonna, arrivato il momento di servire il magnifico dolce, riuscì finalmente a sussurrare al marito: “Sono preoccupata assai, e se tutta sta roba non era indirizzata a noi? Ma chi l’ha ordinata, se nessuno se ne vanta? E se è un errore di consegna e poi dobbiamo ripagare tutto?”
Il bisnonno, sornione e pacifico, le rispose in dialetto siciliano: “Mancia, mancia, che dillo toi manci e dillo toi saziattinni”, ovvero: “mangia, mangia, che mangi del tuo e del tuo saziatene”.
Lei, stupìta ma non certo stupida, lo guardò negli occhi…capì e, arrossendo, gli sussurrò di rimando: “Sempre e solo per la famiglia, soprattutto per i nostri nipoti lo feci, non te ne scordare mai”. E mai festa di famiglia fu più dolce e apprezzata, e mai più il mio bisnonno andò a curiosare in soffitta.
Sorridevo mentre il treno percorreva veloce la bella campagna toscana, pensando che è sempre stupefacente come una frase (in questo caso quella della mamma esasperata, rivolta in dialetto veneto al suo polemico figlioletto) ne possa richiamare alla memoria un’altra tanto simile seppure pronunciata in altra epoca e regione…dal mio bisnonno e in dialetto siciliano.
Nel frattempo Carlo si era arreso avidamente al suo panino con tonno e cipolline, che tutti i passeggeri a portata di naso, certamente gli invidiavano. Io pure continuavo a deglutire, un po’ per l’aroma delizioso che si spandeva ormai prepotente nella carrozza ferroviaria, un po’ perché quel ricordo d’un evento lontano, per giungere fino a me aveva attraversato moltissimi anni e la vita di molte persone della mia ascendenza… eppure rimaneva sempre un piccolo gioiello di emozioni familiari ancora tramandate e da tramandarsi tra generazioni.
Evviva i nonni!
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Nuccia Venuto. “Magna ca te magni il tuo”. Ventaglio Novanta, n. 68, 2026. https://ventaglionovanta.it/archivio/magna-ca-te-magni-il-tuo/