Pubblicità

Archivi: Articoli d’archivio

  • La storia del Polifonico di Rovigo

    La storia del Polifonico di Rovigo

    La storia del Polifonico di Rovigo è intimamente legata alla vita del M° Giorgio Mazzucato che iniziò la sua attività nel 1972 dirigendo il Coro dei Piccoli Cantori di San Bortolo, un complesso vocale che ha raccolto negli anni molti consensi e che oggi, non a caso, è guidato con successo da Roberto Spremulli, corista del Polifonico.

    Il primo nucleo del complesso rodigino può essere datato 1978 allorché nasce il Coro femminile “Città di Rovigo” (30 ragazze) e successivamente una sezione maschile, la “Schola Gregoriana”, fin dall’inizio impegnata nell’esecuzione del repertorio gregoriano e pre-polifonico seguendo recenti studi semiologici di insigni studiosi quali Don Eugene Cardine, Luigi Agustoni e Alberto Turco. Nel Concorso Polifonico Internazionale di Arezzo sez. Canto Gregoriano nel 1985 ha ottenuto un lusinghiero successo aggiudicandosi il terzo premio e nel 1988 il primo premio e così pure nel 1990 a Stresa nel Concorso Internazionale sono stati ottenuti due primi premi e un secondo nelle sezioni “Polifonia a voci miste”, “Femminili” e “Canto popolare”.

    Nel 1983 si è tentata la prima fusione dei due cori maschile e femminile pur mantenendo una diversità di repertorio. Furono gli anni in cui il M° Mazzucato ebbe la fruttuosa collaborazione del M° Francesco Finotti, organista di fama internazionale, conseguendo grande successo in Italia e all’estero con la “Via Crucis” di Franz Liszt.

    La sezione femminile del coro “Città di Rovigo” ha interpretato da sempre il miglior repertorio polifonico, ottenendo ovunque consensi e riconoscimenti nei Concorsi Nazionali. Numerosi i Concerti tenuti nelle più importanti città italiane e Festivals musicali internazionali: dalla rassegna di Alpe-Adria a Graz e a Lagenfurt in Austria agli scambi socio-culturali in altri Paesi, fino alle esibizioni in Ungheria, in Germania, in Spagna, in Israele, in Francia, in Inghilterra e in Polonia.

    Il repertorio è vastissimo: dal canto gregoriano alle forme sia sacre che profane del XV-XVI-XVII sec. (mottetti, madrigali, villotte, canzoni, villanelle,); dal barocco al romanticismo (A. Scarlatti, Vivaldi, Bach, Rossini, Brahms, Liszt, Verdi), fino al novecento storico e i contemporanei (Poulenc, Fauré, Thompson, Fulgeri, Crestani, Dalla Vecchia).

    Il Polifonico Città di Rovigo così strutturato nelle sue diverse espressioni è diventato nel tempo un complesso sempre più raffinato ed esigente nella scelta dei suoi membri, in tutto più di cinquanta. Solo una forte passione e una costante carica interiore possono sostenere l’immane richiesta di energie di cui ciascuno deve disporre prova dopo prova, primo fra tutti naturalmente il direttore Mazzucato, esperto nel saper “condurre il gioco con sottile equilibrio”, mediando – come ha detto il critico musicale Claudio Santori – fra “espressione e rigore”; qualità queste proprie dei grandi, che sanno infondere sicurezza ed entusiasmo e in ciò forse sta il segreto dei tanti e meritati successi del “Gruppo Polifonico Città di Rovigo”.

  • Sergio Pascucci imprenditore a tutto campo

    Sergio Pascucci imprenditore a tutto campo

    Lo chiamano “imprenditore fai – da – te”. Nessuno più di lui conosce il valore del lavoro, del sacrificio, del doversi reinventare ogni giorno, senza mai perdersi d’animo, per continuare la strada della produzione commerciale.

    Sergio Pascucci dirige insieme alla moglie Gianna la “Nuova Iva”, ditta di Arquà Polesine che l’ha accolto agli inizi degli anni Settanta, per puro caso. Lui, originario di San Felice Circeo, allora ventiquattrenne, insegnante di radiotecnica a Roma, vive il dramma della morte improvvisa della suocera, appena quarantaduenne. Più per ‘dovere’ che per scelta, accetta la sfida dell’imprenditoria, stabilendosi nel cuore del Polesine…e la sua vita volta pagina.

    “Iva era il nome della madre di mia moglie, per questo abbiamo mantenuto tale denominazione anche dopo la sua scomparsa – afferma Pascucci -. Certo è che proseguire l’attività, in una stagione in cui la finta pelle non era più vendibile, non è stato semplice”.

    Attualmente la Nuova Iva è leader nell’abbigliamento intimo donna e nei costumi da bagno, grazie a strategie imprenditoriali capaci di cogliere le opportunità delle grandi griffe, da “La Perla”, a “Parah”, da “Cotton Club” a “Dolce & Gabbana”, fino a “Benetton”, “Joop!”, “Studio Italia”, “Marex”.

    Ma prima di aprire altre tre aziende in Polesine, dando lavoro a oltre 240 persone e di approdare, nel 1990, a Bratislava, in Slovacca, con un complesso produttivo che ospita 160 addetti, Pascucci si è più volte rimboccato le maniche, scalando la dura salita chiamata competitività, facendo propria una citazione di Henry Ford: “Molte persone usano più energie per parlare dei problemi di quante ne utilizzino per risolverli”.

    “La Nuova Iva ha iniziato a lavorare per conto terzi, vendendo camicie, pantaloni, gonne – prosegue il racconto dell’imprenditore, oggi consigliere della Camera di Commercio Italo Slovacca, ma che vanta un nutrito curriculum, in particolare come presidente dell’Assindustria di Rovigo dal ‘94 al ‘98, componente della Giunta di Confindustria dal ‘95 al ‘98, solo per citare alcuni dei maggiori impegni -. Ricordo ancora il mio primo viaggio in Germania, più per curiosità, a visitare la maggior fiera del settore. Non parlavo una parola di tedesco, ma sono riuscito a tornare a casa con una valigetta ricca di ordini. Così, mi sono attrezzato. Prima affidandomi a un corriere, ma poi, vedendo ritardi nelle consegne, ho acquistato un camion per recapitare personalmente il prodotto ai clienti. E, da privatista, ho conseguito la patente C”.

    In due anni i debiti della fabbrica scompaiono e l’export diventa il fiore all’occhiello di Sergio e Gianna. “Quando mi ha contattato il gruppo ‘La Perla’ sono rimasto titubante – ricorda – Non conoscevo quel nome e la mia intenzione era di creare un marchio tutto mio. Ma scoprendo che si trattava di una delle maggiori realtà del settore, ho accettato”.

    Da allora l’espansione, ma soprattutto l’innovazione, sono le parole d’ordine dell’attività. La riorganizzazione della produzione, l’avanguardia nelle tecnologie, l’allestimento di una sala di modellazione con un gruppo di figure professionali specifiche rende la Nuova Iva una realtà in continua crescita. “Il costo del lavoro, in Italia, iniziava a diventare troppo alto. Ho avuto modo, durante un viaggio organizzato dalla Federexport, di conoscere a Bratislava un imprenditore con il quale ho subito simpatizzato – prosegue – Abbiamo deciso di costituire una società mista (italiana per l’80%) che successivamente ho acquisito del tutto.

    L’internazionalizzazione della mia azienda originariamente è stata criticata, vista come l’intenzione di dismettere totalmente l’impresa. I risultati, invece, hanno confermato l’opposto. Vi è stato un aumento della produzione, l’assunzione di nuovo personale altamente specializzato, l’incremento degli investimenti in nuovi macchinari e la flessibilità nell’organizzazione del lavoro. Sono riuscito, cioè, a svilupparmi investendo a distanza”. Segno che la globalizzazione, se perseguita con intelligenza, è sinonimo di crescita industriale.

  • Il Sodalizio Vangadiciense

    Il Sodalizio Vangadiciense

    Le motivazioni che hanno suggerito la costituzione del Sodalizio Vangadiciense, sono contenute nel primo volume che raccoglie gli “Atti e Memorie del Sodalizio Vangadiciense” presentati nel primo e secondo Convegno di Studi Vangadiciensi svoltesi entrambi oltre trent’anni fa a Badia Polesine, rispettivamente il 14 settembre 1972 e il 20-21 settembre 1973.

    In tale documento, tra le altre motivazioni, si legge: “Nei confronti della Vangadizza serve un riesame severo di tutti i documenti che la riguardano; una ricerca appassionata di nuovi elementi in testimonianze lasciate scivolare nell’oblio perché considerate nulle dalla storiografia aulica del passato; una indagine critico-comparativa sulla sua presenza attraverso i tempi in cui essa operò; una giusta valorizzazione degli aspetti cosiddetti secondari della sua attività…

    Dopo alcuni anni di approcci, di colloqui, di proposte, di progetti, si è costituito a Badia Polesine un Sodalizio Vangadiciense, avente appunto lo scopo di perseguire in maniera sistematica la ricerca e lo studio di tutti gli elementi che possano contribuire alla puntualizzazione del fenomeno Vangadizza”.

    Le firme sono quelle di Guido Mora, Camillo Corrain e Giovanni Beggio che a Badia Polesine, il 15 ottobre 1970 davanti al notaio Gian Luca Sanley fondarono il Sodalizio Vangadiciense.

    Il Sodalizio Vangadiciense rimarrà rappresentato dai tre soci fondatori sino all’8 dicembre 1983 quando muore il prof. Giovanni Beggio: il suo posto verrà preso dal prof. Antonio Rigon dell’Università di Padova. Il 12 gennaio 1999 scompare anche Guido Mora e sino all’inizio del 2002 il Sodalizio Vangadiciense rimane composto da Camillo Corrain e Antonio Rigon.

    Successivamente Corrain e Rigon decidono di allargare il Sodalizio Vangadiciense con nuove nomine confermando nel ruolo di soci onorari i figli di Guido Mora: Vittorio e Alessandro. E’ il 12 febbraio 2002 quando il Comitato di gestione assume questa composizione: Camillo Corrain (presidente); consiglieri Antonio Rigon, Giorgio Paolo Aguzzoni, Bruno Caramore, Giovanni Comisso, Donato Gallo, Primo Griguolo, Enrico Zerbinati. Nella stessa seduta vengono indicati anche diversi soci corrispondenti che saranno formalizzati nella prima riunione del rinnovato Comitato di Gestione che si svolge il 2 giugno 2002 e sancisce la nascita di “Wangadicia” il primo volume di una collana che raccoglie inizialmente gli “Atti dell’VIII Convegno di Studi Vangadiciensi” del novembre 2001 con il sottotitolo: “Fonti, territorio, cultura”,

    Dalla sua costituzione il Sodalizio Vangadiciense ha organizzato otto convegni e raccolto i relativi atti dei primi sette in quattro volumi.

    Fondato, il Sodalizio Vangadiciense, si sente la necessità di poterne organizzare, presso l’Abbazia della Vangadizza, l’Archivio Storico. Già il 6 settembre 1972 la Sovrintendenza Archivistica per il Veneto di Venezia, con il sovrintendente Ferruccio Zago, invia una lettera interessante al conte Michel de Rostolan, allora proprietario dell’Abbazia della Vangadizza e quindi dell’archivio storico più antico e di quello più recente. In quest’ultimo sono conservati i documenti dall’acquisizione del monastero da parte della famiglia D’Espagnac all’inizio del 1800 e sino agli stessi De Rostolan.

    Il sovrintendente, dopo aver ricordato la visita effettuata dal direttore dell’Archivio di Stato di Rovigo Alberto Mario Rossi ai documenti d’archivio conservati presso la Vangadizza, rileva: “Dall’esame dei carteggi è emerso che essi presentano interesse storico-documentario in quanto riflettono, senza soluzione di continuità, la vita di un’azienda agricola dai primi dell’800 alla seconda guerra mondiale. Per questo motivo sarà cura di questa Sovrintendenza di dichiarare il notevole interesse storico dell’archivio, documento che sarà notificato alla S.V. in forma amministrativa”.

    Il 15 settembre 1972 la Sovrintendenza Archivistica del Veneto “dichiara che l’archivio Casa D’Espagnac di proprietà del Conte Michel De Rostolan, conservato in Via Cigno – Badia Polesine (RO), è di notevole interesse storico e pertanto sottoposto alla disciplina prevista dal D.P.R. 30 settembre 1963, n. 1409, per i seguenti motivi: perché costituisce omogeneo complesso di carteggi di carattere economico-patrimoniale relativi ai secc. XIX – XX”.

    L’11 giugno 1976 Sovrintendenza Archivistica del Veneto completa la messa sotto tutela dell’intero Archivio in possesso del conte Michel De Rostolan, e per la prima volta usa il termine “Archivio Vangadiciense“.

    Così l’11 giugno 1976 la Sovrintendenza Archivistica del Veneto “dichiara che l’Archivio Vangadiciense di proprietà del Co. Michel De Rostolan in consegna al “Sodalizio Vangadiciense” nella persona del presidente sig. Guido Mora, che lo conserva nella propria abitazione (Badia Polesine, Via Pinzon 18) in attesa sia prescelta la sede del Sodalizio, è di notevole interesse storico e pertanto sottoposto alla disciplina prevista dal D.P.R. 30 settembre 1963 n. 1409, per i seguenti motivi: parte dell’archivio della soppressa Abbazia Camaldolese di S. Maria della Vangadizza, comprendente una settantina di pergamene dei secc. X-XVIII ed altro materiale pergamenaceo e cartaceo dei secc. XIII-XVIII per una decina di buste, tra cui Catastici, protocolli notarili di atti rogati nell’interesse dell’Abbazia, il Catastico Guarnieri del 1791. La presente dichiarazione si intende estesa ad eventuali future acquisizioni e non pregiudica lo status giuridico dei documenti”.

    Il 5 novembre 1977 il conte Michel de Rostolan dona tutto l’archivio, quello antico e quello cosiddetto di famiglia, al Sodalizio Vangadiciense del quale è presidente onorario scrivendo: “Allo scopo che non siano dispersi ma soprattutto perché possa essere costituito un Archivio di consultazione per gli studiosi sotto l’egida del Sodalizio Vangadiciense in Badia Polesine possibilmente presso l’Abbazia stessa, in qualità di presidente onorario del Sodalizio Vangadiciense è mio desiderio e volontà di donare al presidente del Sodalizio cavaliere Guido Mora, tutti i documenti e pergamene esistenti nell’Abbazia della Vangadizza già in parte vincolati dalla Sovrintendenza agli Archivi di Stato di Venezia … come pure altri di mia appartenenza ma che trovasi altrove…”.

    Il conte muore in Francia il 31 luglio 1978 lasciando unici eredi la moglie Hélene Merceron-Vicat e i figli Louis Félix André de Rostolan, Christian Philippe Marie de Rostolan, Dominique Edouard Marie de Rostolan e Hubert Denis Louis de Rostolan.

    Il 29 agosto 1980 gli eredi del conte Michel De Rostolan donano al “Sodalizio Vangadiciense” anche l’archivio di “Casa D’Espagnac”.

    Dal 29 agosto 1980 tutti i documenti di quello che sarà il completo “Archivio Vangadiciense” sono stati donati al Sodalizio Vangadiciense. Manca, però, la sede dell’Archivio e in più occasioni la nuova sovrintendente archivistica Bianca Lanfranchi Strina, saputo anche della vendita della Vangadizza a privati avvenuta nel 1980, chiede notizie sullo stato di conservazione dei documenti vangadiciensi e sulla possibilità di poter aprire nell’ex monastero la sede dell’Archivio.

    La svolta avviene nel 1985 quando il Comune di Badia Polesine acquista l’Abbazia della Vangadizza dai Fratelli Bonetto di Menà di Castagnaro (VR): dal quel momento si profila la possibilità di poter sistemare i locali dove allestire l’Archivio Vangadiciense.

    Il 12 febbraio 1987 l’allora assessore alla Cultura e Pubblica Istruzione Giorgio Paolo Aguzzoni trasmette a Guido Mora e a Camillo Corrain lo schema di convenzione tra il Comune di Badia Polesine e il Sodalizio Vangadiciense per la istituzione dell’Archivio Storico del Sodalizio.

    La “Convenzione con il Sodalizio Vangadiciense per l’istituzione e gestione dell’archivio storico” viene presentata, discussa e approvata dal Consiglio Comunale di Badia Polesine il 7 maggio 1987. Su trenta consiglieri sono presenti in ventidue e tutti votano a favore.

    Il 21 agosto 1989 la sovrintendente archivistica Bianca Lanfranchi Strina comunica al Comune di Badia Polesine, e per conoscenza alla Prefettura di Rovigo, che l’Archivio del Sodalizio Vangadiciense è stato “dichiarato di notevole interesse storico” con atto della stessa Sovrintendenza Archivistica per il Veneto.

    Passano alcuni anni e finalmente l’otto marzo 1995 la Giunta Municipale delibera lo “Affidamento a trattativa privata dei lavori di sistemazione dei locali da adibire a sede del Sodalizio Vangadiciense” per un importo complessivo di 130 milioni di lire coperti da un contributo della Fondazione della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Il 19 aprile 1995 i lavori vengono consegnati.

    Sabato 31 maggio 1996 l’Archivio Vangadiciense viene inaugurato. All’indomani della morte del presidente Guido Mora l’Archivio, su proposta di Camillo Corrain, gli viene intitolato e così diventa: “Archivio Vangadiciense – Guido Mora”

  • Arsimpresa Polesine

    Arsimpresa Polesine

    Ideato dalla Provincia di Rovigo, “Arsimpresa polesine” è un premio, concepito a cadenza biennale, destinato alle imprese polesane distintesi per il sostegno a progetti caratterizzati da positive ricadute sul piano culturale.

    Nella affascinante cornice di Villa Badoera di Fratta Polesine, si è svolta lo scorso 25 Ottobre la prima edizione del concorso, che ha visto premiate quattro aziende: la Crivellari Office Furniture di Taglio di Po, le Antiche distillerie Mantovani di Pincara, la Polistudio di Rovigo e la Softel Engineering di Lendinara, i cui progetti hanno ottenuto l’ampio consenso della qualificata giuria chiamata ad individuare gli interventi ritenuti più significativi.

    L’assessore provinciale alla cultura Gioia Beltrame, introducendo il convegno “Arsimpresa Polesine, la cultura premia l’azienda, l’azienda premia la cultura”, dopo aver ringraziato quanti si sono attivati per la realizzazione del nuovo premio attuato dalla Provincia con il sostegno di due partner istituzionali quali la Camera di Commercio e l’Ente Parco Regionale del Delta, ha evidenziato come l’investimento sul piano della cultura determini un maggior radicamento dell’impresa nel tessuto del territorio. Investire in cultura significa inoltre avere un positivo ritorno di immagine e poter beneficiare di sgravi fiscali.

    Federico Saccardin, presidente della Provincia, intervenuto al convegno, ha sottolineato il contributo del premio allo sviluppo del Polesine, e l’assessore regionale Isi Coppola ha evidenziato come il progetto Arsimpresa valorizzi il binomio impresa e territorio. Apprezzamenti per l’iniziativa sono stati espressi da Loredano Zampini, vicepresidente della Camera di Commercio e Nerella Pavan dell’Ente Parco, nonché da Luigino Rossi, amministratore delegato del calzaturificio Rossimoda.

    Per la giuria sono intervenuti Giorgio Busetto, direttore della Fondazione Querini Stampalia, di Emilio Cabasino del Centro Europeo per il management culturale e Philippe Daverio, conduttore di Passepartou di Rai 3.

    Si è quindi passati all’attribuzione dei premi alle quattro aziende vincitrici.

    La Crivellari Office Furniture è stata premiata – con il Premio Speciale Ente Parco – per il progetto relativo al “Recupero architettonico della torre campanaria di Taglio di Po”, simbolo importante per la comunità tagliolese, in quanto unica traccia di un bene architettonico risalente alla metà dell’Ottocento.

    Nella motivazione al premio è stato sottolineato come il progetto valorizzi gli elementi storici e culturali dell’area deltizia, restituendo un bene alla fruizione del territorio. Inoltre l’iniziativa, essendo collegata alla campagna “I luoghi del cuore” lanciata dal FAI (Fondo Ambiente Italiano) promuove la visibilità del Delta del Po di Rovigo in ambito nazionale.

    Luigi Crivellari, amministratore unico della Crivellari Office Furniture, ha spiegato come l’idea di avviare un intervento di restauro della Torre fosse nel suo cuore da tempo e si rinnovasse ogni volta che gli capitava di passare davanti allo storico manufatto assurdamente lasciato in stato di abbandono.

    Le Antiche Distillerie Mantovani hanno ottenuto il premio per il progetto “Museo d’Impresa, il futuro della memoria”, realizzato all’interno dell’azienda e aperto ai visitatori, gruppi e scolaresche. L’iniziativa, che parte dalle tradizioni e dalle leggende di un mestiere di antichissima origine, ha avuto il patrocinio del comune di Pincara e la collaborazione della CNA di Rovigo, della Cooperativa Turismo & Cultura di Artigianexport e di un Istituto scolastico per la realizzazione del logo.

    Nella motivazione al premio è stato sottolineato come il museo risulti impostato con criteri moderni e Paolo Mantovani, referente dell’azienda, ha ricordato come la ditta, a conduzione familiare da cinque generazioni, abbia sempre manifestato interesse a valorizzare il patrimonio della tradizione senza mai interrompere la ricerca della qualità. L’ideazione del progetto – ha spiegato – è nata dalla volontà di “fare memoria” , andando anche incontro all’esigenza degli estimatori dei prodotti dell’azienda, interessati a conoscere la storia delle Distillerie Mantovani.

    La Polistudio ha ottenuto il premio per il progetto “Concorso a premi nazionale Studiamo la sicurezza – Roberto Sambin”. Il concorso è rivolto agli studenti (dalle elementari alle superiori) che sono invitati a realizzare studi e progetti inerenti la sicurezza e l’igiene degli ambienti di vita e lavoro. Attuata per la prima volta nell’anno scolastico 1997-98, l’iniziativa, accolta con favore da varie scuole, viene ripetuta con continuità.

    Nella motivazione all’attribuzione del premio è stato evidenziato il valore sociale del progetto rivolto al mondo dei giovani, e Monica Calzaverini e Lorenzo Belloni, referenti per la Polistudio, hanno messo in evidenza la sintonia dell’iniziativa con gli obiettivi dell’azienda che si occupa di consulenza e formazione sulla sicurezza negli ambienti di lavoro.

    La Softel Engineering è stata premiata per l’attuazione del progetto concernente la pubblicazione del volume “Il trattato sui dogmi ebraici di Yosef Albo” che illustra un rarissimo codice ebraico medioevale, conservato presso l’Accademia dei Concordi di Rovigo.

    Nella motivazione al premio è stata sottolineata la sensibilità dell’azienda, impegnatasi in un settore lontano dagli interessi aziendali, solitamente trascurato dalle sponsorizzazioni.

    Per l’impresa Adriano Raimondi, referente del progetto, ha evidenziato i legami della Softel Engineering con il territorio, che si concretizza nel sostegno a diverse iniziative di interesse storico e culturale (tra cui la sponsorizzazione del restauro del campanile di S. Sofia di Lendinara e del programma pluriennale “Polesine Musica”). Ha inoltre auspicato uno snellimento delle procedure burocratiche per quanto riguarda i progetti di sponsorizzazione culturale.

    Soddisfazione dunque per l’avvio del premio Arsimpresa, nato da una borsa di studio per un master alla Bocconi a favore di Chiara Vallini, la quale si è concretamente impegnata nella realizzazione di questa prima edizione. E’ auspicabile che lo slogan del premio “L’azienda premia la cultura , la cultura premia l’azienda” venga fatto proprio da molti imprenditori polesani, promuovendo l’investimento in cultura come fattore di sviluppo economico per l’azienda ed il territorio, con una qualificante ricaduta di iniziative nella terra dei grandi fiumi.

  • Libri in redazione

    Libri in redazione

    Claudio Mancin
    IL DELTA DEL PO
    Genesi di un territorio
    Arti Grafiche Diemme, Taglio di Po, 2002

    Si completava, quattrocento anni fa, un’opera pubblica per i tempi davvero grandiosa, denominata “Taglio di Porto Viro”. L’impresa, attuata dalla Repubblica Veneta, consistè nello scavo di un canale in grado di accogliere l’acqua del Po e portarla nella sacca di Goro, derivandola da una falla artificiale, provocata nell’argine destro del grande fiume.

    Da quell’opera, di alta ingegneria idraulica, si originava il nuovo alveo conclusivo del Po, i cui apporti alluvionali nel corso di quattro secoli davano vita al delta attuale. E nel 2004 non mancheranno incontri e dibattiti in occasione del quarto centenario della ciclopica realizzazione.

    Un’impresa fermamente voluta dalla Serenissima per raggiungere molteplici obiettivi: deviazione dei depositi alluvionali dalla laguna veneta, scongiurandone l’interramento; miglioramento del deflusso del Po a mare, limitando possibili alluvioni nel Polesine; agevolazione della navigazione tra fiume e mare; azione di disturbo nei confronti del confinante Stato, in cui da poco il dominio Pontificio si era sostituito alla signoria di Casa d’Este.

    Ma quale fu il peso giocato da ognuna di queste motivazioni nella decisione politica della Repubblica di S. Marco di attuare il “taglio”?

    Il libro di Claudio Mancin, cultore portotollese di storia locale, che ha al suo attivo varie apprezzate pubblicazioni sul delta padano, esamina approfonditamente tutti gli aspetti relativi alla realizzazione dell’opera, basandosi sulla consultazione dell’ampia documentazione dell’epoca: dagli atti del Senato Veneto, ai rapporti degli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede; dalle relazioni dei commissari ai confini, a quelle dei provveditori al taglio.

    Con la sua accurata ricerca Claudio Mancin ricostruisce chiaramente sia i retroscena politici della grande opera, sia le varie fasi della difficile realizzazione, seguendo puntigliosamente lo svolgersi delle vicende dal 1598, anno della delibera del “taglio” da parte del Senato Veneto, al 1604, conclusione dei lavori idraulici. Un ultimo capitolo è alla fine dedicato alle problematiche successive concernenti la “genesi del nuovo delta del Po”, sia in relazione agli interventi di sistemazione del territorio resisi necessari nel corso del primo decennio, sia in riferimento al mutare dei confini e ai diritti di proprietà.

    Un’opera importante per la conoscenza della storia della terra dei grandi fiumi, la cui copertina è stata emblematicamente dedicata ai due polesani che, quarant’anni prima della realizzazione del “taglio”, sostennero l’opportunità dell’opera: Marino Silvestri, che disegnò la prima carta della fattibilità dell’impresa e Luigi Groto che, con un’appassionata orazione, sostenne la necessità dell’intervento davanti al Senato della Repubblica.

    Marco Folin
    RINASCIMENTO ESTENSE – POLITICA, CULTURA, ISTITUZIONI DI UN ANTICO STATO ITALIANO
    Giuseppe Laterza e figli, Roma-Bari, 2001. 450 pagine.

    Finalmente abbiamo in commercio un libro, serio, che prende in esame gli antichi territori estensi del Polesine, che furono sotto la casa d’Este molti secoli fa.

    Documentatissimo, Marco Folin, giovane studioso di origine veneziana, con un curriculum di tutto rispetto, si presenta con uno studio pensato per il casato d’Este, con continui agganci con le nostre zone ex transpadane. Ecco quindi che prende in esame diversi aspetti del vivere quotidiano, quali la politica, la cultura e le istituzioni di Ferrara, ma pure i rapporti con la Santa Sede. Belle ed utili le cartine ed i grafici interni.

    Dopo Folin lo studio del territorio ex transpadano non sarà più uguale a prima. Egli traccia percorsi da seguire, ampliare ed approfondire. Con fonti di prima mano, e chi ha fatto ricerca su di esse, sa quanto tempo, passione e capacità servono per districarsi in queste culle del sapere che sono gli archivi di Stato. A queste si aggiungono anche le cronache ed una bibliografia usata di oltre trenta pagine.

    Novità non trascurabile, esiste anche una versione Online disponibile sul sito www.laterza.it ampliata sia nelle note sia di immagini rispetto alla versione a stampa. Il libro è sicuramente da consigliarsi a chi vuole ben comprendere e approfondire il contesto sociale-istituzionale della casata d’Este nell’ancient regime.

    Luciano Chiappini
    GLI ESTENSI – MILLE ANNI DI STORIA
    Corbo editore, Ferrara 2001, 758 pagine.

    E’ questo forse uno degli ultimi scritti di Chiappini, insigne storico ferrarese, dedicata a quegli Estensi che gli diedero notorietà persino all’estero, tanto da farlo diventare lo storico per eccellenza della casata.

    Chiappini ha scritto come sempre nel suo modo garbato, quasi raccontato, tutta la saga estense, mille anni per l’appunto. Anche lui come molti ferraresi contemporanei è sempre stato attento alle fonti ma pure alla forma narrativa. C’è un sano piacere a leggere le pagine che parlano della casata, come pochi altri sanno fare perché la maggior parte degli storici si perde nel turbine delle date. Egli invece riesce a trasmettere passione per la storia, perché si addentra nell’animo umano e nelle passioni travolgenti degli avvenimenti.

    Da segnalare le decine e decine di tavole genealogiche, le quasi trenta fotografie a colori e le quasi cento pagine di fonti e bibliografia, indice queste ultime della serietà di ricerca e della capacità di analisi davvero singolare, caratteristiche peculiari dello studioso di razza, che ha voluto dare vita ad una serrata enciclopedia estense. Questo saggio è da affiancare a quello del Folin per esserne il degno complemento.

    Giuseppe Rigolin
    LUNGO LE RIVE DEL GRANDE FIUME
    Artestampa, Rovigo, 2003

    La storia del Polesine dal dopoguerra ai nostri giorni è nota: dalla tragedia della grande alluvione alle sofferenze di tanta povera gente costretta a fare i conti con salari risicati e tutt’altro che sicuri; dalle storie dell’emigrazione fino al riscatto degli ultimi tempi in cui alla terra dei fiumi si guarda con occhi nuovi e motivi di speranza. E, per chi vuole approfondire, non mancano studi statistici che offrono la possibilità di conoscere le cifre dei problemi.

    Ma questi ultimi cinquant’anni come sono stati vissuti realmente dalla popolazione polesana? Con quali stati d’animo uomini e donne hanno affrontato i problemi del vivere quotidiano?

    Una risposta, nata dal cuore e da tanti lucidi ricordi di avvenimenti grandi o piccoli succedutisi negli anni, ce la offre Giuseppe Rigolin con il suo ultimo impegno letterario che guarda al grande fiume e soprattutto – come ben chiarisce il sottotitolo – alla “Gente della Bassa”, ovvero all’humus sociale che ha caratterizzato la zona del Delta nell’utimo mezzo secolo.

    Il volume prende il via dai giorni dell’alluvione, descrivendo le ansie, l’altalena di speranze e timori prima che le acque della rotta dilagassero nel territorio, poi la fuga della popolazione da Contarina; ma anche, nel contempo, la decisione di restare, presa con determinazione da un manipolo di uomini (tra cui anche l’autore), guidati dal sindaco, per coordinare lo sgombero e presidiare il paese allagato.

    Abile narratore, attento osservatore di quanto lo circonda, Rigolin parlando delle proprie esperienze di vita (dalle visite alla moglie sfollata a Ferrara, alla descrizione del territorio completamente sfregiato dall’irruenza delle acque, alla visione raccapricciante del crollo di un’ala della propria casa, all’incredibile intervento per porre in salvo la preziosa enciclopedia) ci fa rivivere i giorni angoscianti dell’alluvione e il desolante sconforto del periodo successivo, offrendo al lettore – ben oltre le informazioni statistiche – la possibilità di comprendere la vastità del dramma.

    Ma poi ecco farsi strada la voglia di ricominciare, mentre si intrecciano storie di spontanea solidarietà, di importanti interventi pubblici, di profondi affetti privati e di tante relazioni con la gente comune frequentante il negozio di alimentari gestito dalla moglie dell’autore.

    E’ quello di Rigolin un libro vivo, alla cui vivacità contribuisce anche la scelta di interrompere il flusso narrativo con squarci di dialoghi in dialetto, riuscendo a delineare con immediatezza la personalità dei vari interlocutori.

    Proprio le storie di gente comune danno corpo al volume, che si chiude con un incontro che dà adito a nuove speranze: quello con i “figli dell’alluvione”, ovvero gli attuali cinquantenni, i quali, con impegno e capacità, hanno dato una sicurezza economica alle loro famiglie contribuendo a delineare il nuovo corso della “Bassa”.

    Papotti e Mattia Signorini
    DOVE COMINCIA LA STRADA
    Ed. Fernandel, Ravenna 2002

    Il volume “Dove comincia la strada”, pubblicato in occasione del Premio Tondelli 2001, raccoglie i racconti di due autori poco più che ventenni, Papotti e Signorini; racconti di viaggio, di cammini quotidiani e di percorsi interiori, di ricerca e di domande irrisolte.

    Mattia Signorini, studente universitario, da anni svolge attività giornalistica e si occupa di letteratura e cinema, i suoi racconti sono pubblicati da importanti riviste. In quelli presentati nel libro l’ispirazione sembra nascere da un episodio, un’immagine o un incontro e spazia poi a indagare i personaggi attraverso i dialoghi, anche interiori, e l’azione. Azione che non è avventura: non accade nulla, nei racconti di Mattia, se non all’interno degli esseri umani, che vivono fughe o debolezze o desolazioni, ma anche impeti e velleità di sogni, che non traspaiono agli altri se non da una frase, un cenno.

    È una realtà senza drammi o, meglio, che vive il dramma come evento quotidiano. Le figure umane, solitamente molto giovani, si aggirano nel paesaggio mosse da impulsi apparentemente incomprensibili a chi le guarda dall’esterno, ma perfettamente motivati dall’interno, frutto di condizioni di incertezza e piccole nevrosi, di difficoltà emotive o esistenziali.

    Lo scenario sono vie e luoghi della città e della provincia polesana, nominati con precisi riferimenti per far sì, come dice l’autore, che appaiano assolutamente reali e credibili, in una estremizzazione della finzione letteraria.

    I titoli della raccolta, “Portami lontano”, e di alcuni dei racconti (Fermate, Strade, Via Nevegal), rimandano al concetto di viaggio: viaggio minimo, da un piccolo luogo all’altro, ma importante e a volte decisivo per ognuno dei personaggi che lo affrontano; oppure alludono a momenti di passaggio (Ultima sera, Capodanno), in cui la paura del cambiamento viene mascherata dietro comportamenti noncuranti e dialoghi senza peso.

    Le persone diventano pretesti per domande a cui non si può o non si vuole ancora dare risposta, con la proclamata umiltà di un giovane scrittore che sa bene di aver molto da dire, e sceglie di non bruciarsi tutto e subito. Il minimalismo apparente, rivisitato con sensibilità visionaria, diventa sfida a cogliere le implicazioni sottintese alla vita della provincia, che non ti regala niente ma è tuttavia il luogo che ti permette di coltivare sogni e fughe.

    Lo stile della scrittura è pacato ma non piatto, il linguaggio essenziale diventa brillante e raffinatissimo nella scelta dei termini, coinvolgente nell’uso del dialogo e della struttura anche visiva del racconto, sorprendente per l’invenzione di immagini e forme espressive che lo rendono già unico e inconfondibile.

    Lorenzo Busson
    STUDENTI SERPENTI e BAR NORDEST
    Ed. BIBLIOTECA DELL’IMMAGINE,
    Pordenone 2001 e 2002

    Molto è stato detto e scritto su Lorenzo Busson dal 2001, quando il “professore” si è proposto in una veste diversa e un tantino anomala. Il caso letterario creato da “Studenti serpenti”, con la vendita in breve tempo di circa 10.000 copie, ha suscitato reazioni veementi da parte di chi (con la coda di paglia?) si è sentito colpito nella “dignità professionale” ed entusiastiche da parte di insegnanti e studenti che, per quanto bistrattati, si sono ritrovati nelle situazioni, paradossali e non, proposte dal libro.

    “Studenti serpenti” è infatti la messa in scena di un anno scolastico, dal primo giorno di scuola alla conclusione, con la descrizione di personaggi-maschere, di momenti ed episodi rappresentati alternativamente con feroce sarcasmo o agrodolce comprensione. Un mondo a parte, quello della scuola, alieno ai più, dove vivono fianco a fianco improponibili zitelle, galeotti delle circolari ministeriali e studenti dalle abitudini deplorevoli, un “bestiario” raccontato senza ipocrisia e con lucida spietatezza.

    Diversa è invece l’ambientazione di “Bar Nordest”, volume di racconti, o meglio “a episodi”, che riporta alla mente echi di film come “Signore e Signori”, o i racconti di Guareschi e Pederiali. Atmosfere un po’ rétro, di bar e osterie che forse oggi, nel 2003, non esistono più, ma fanno parte sia dell’immaginario collettivo che dell’esperienza reale di molti; posti qualunque intorno a noi, scenari di tragicommedie quotidiane e personaggi in cui ognuno può riconoscere il vicino, il conoscente. Storie nate, come dice l’autore, dalla lunga frequentazione di piazze e caffè, storie di vita e di persone, osservate e ascoltate, assorbite. Il bar del titolo rappresenta qualsiasi bar o caffè, di città o di paese, luogo essenzialmente maschile dove scompaiono le distinzioni di classe e censo e il primario gioca a carte con l’operaio, dove le donne sono presenti solo come oggetto di racconto e discussione, o al più come emblematiche proprietarie del locale stesso (Il bar delle due porche).

    L’ironia e la satira sociale, così vive nei ritratti personaggi che sembrano diventare involontariamente la caricatura di se stessi (“I mostri” 2002, ad esempio), lasciano il posto, in alcuni episodi, a una narrazione più intima, a storie di esseri umani tormentati, di vite sprecate in tono a volte graffiante a volte quasi carezzevole (Vocazione, Lulù).

    Stili diversi quindi, per personaggi e situazioni diverse, in una scrittura figurativa rigorosa ed essenziale, ma anche mossa e sanguigna, con l’ironia che svolta spesso nel sarcasmo, ma con l’occhio sempre amichevole per i personaggi a cui l’autore sembra, sempre e comunque, sorridere.

    Due libri, quelli di Lorenzo Busson, di piacevole lettura, che invitano però a una riflessione sul nostro prossimo, sulle contraddizioni e sui paradossi quotidiani e su noi stessi.

    A.A. V.V.
    MELARA DA VEDERE
    Pro loco, Amministrazione Comunale,
    Bergantino 2002.

    Fa sicuramente piacere scorrere le agili pagine della pubblicazione voluta dalla Pro Loco Melara, finanziata da Amministrazione Comunale e Provincia di Rovigo, e scritta a più mani. Colma una lacuna e quest’attivo paese, il primo che si incontra giungendo da ovest nella nostra provincia, meritava proprio che si facesse qualcosa in merito. Troppe le notizie, le notorietà e le “imprese” da far conoscere e quindi giusta la decisione di dare alle stampe un agile libretto, ben curato ed interamente a colori.

    Il melarese, e non solo lui, potrà scorgere diverse peculiarità di quest’angolo del Polesine, dalle attività per i fuochi d’artificio di fine ‘800, tra le prime iniziative in tal senso originatesi nella nostra regione, alle aziende specializzate nella costruzione delle giostre.

    I personaggi più conosciuti vengono per brevità solo elencati per fare spazio ai monumenti, ai carnevali del passato, alle attuali feste della zucca, agli indirizzi e recapiti delle associazioni. Insomma un bel biglietto da visita per Melara. Chiunque volesse, può richiedere la pubblicazione presso la biblioteca comunale, il Municipio o la Pro Loco.

    Adriano Franceschini
    GIURISDIZIONE EPISCOPALE E COMUNITA’ RURALI ALTOPOLESANE – Bergantino Melara Bariano tra Gonzaga vescovi ed Estensi (1393-1458)
    Pàtron Editore, Bologna, 1999. 351 pagine.

    Questo studio dal titolo lunghissimo chiude la triade dedicata ai paesi dell’Alto Polesine, iniziata nel 1986. Franceschini, che nel frattempo è stato nominato cittadino onorario di Melara, ed ha ricevuto una laurea Honoris Causa dall’ateneo di Ferrara, è studioso che non finisce mai di stupire. Con la sua tenacia e caparbietà ha sondato gli archivi statali, religiosi e civili come nessuno prima d’ora nel ferrarese.

    E’ persona generosa e non nega mai a nessuno, suggerimenti, consigli se non addirittura informazioni precise sulla collocazione di una notizia: è inoltre persona schietta ed umile ed i ragguardevoli risultati che ha raggiunto sinora sono tutti frutto della sua intelligenza e volontà. Per questo, conoscendolo, molti si avvicinano al maestro, perché sanno che molte fonti lui le ha visionate per primo e sa dare indicazioni certe e sicure.

    Detto questo, il libro si scosta un pochino dai precedenti, perché si analizzano più documenti e per un nuovo modo di esporre il contenuto, più maturo e sicuramente accattivante.

    Il volume si compone di due parti, la prima è narrativa la seconda documentaria. E’ superfluo affermare che gli studi altopolesani di questi paesi, Melara, Bergantino, Castelnovo, Castelmassa e Trecenta hanno acquisito un corpus a stampa importante, che nessun’altra persona da sola avrebbe potuto portare a termine. Ma qui si sta parlando del maestro, pardon, dottore Franceschini, ed allora, studiosi e ricercatori, giù il cappello, please!

    Blandina Zanellati
    UN TOCCO AL CUORE
    Grafiche Adriatica, Taglio di Po, 2003

    Dal paesaggio spesso nascono emozioni profonde in grado di suscitare momenti di poesia. E’ quanto è accaduto a Blandina Zanellati, donna del Delta, amante della fotografia e conscia della grande valenza dell’ambiente bassopolesano. Interessata a cogliere inquadrature originali e coinvolgenti della terra solcata dal grande fiume, che proprio a Porto Tolle attua il suo più profondo abbraccio con il mare, Blandina ha sentito nascere prepotente il desiderio di fermare, oltre che con l’obiettivo, anche con la penna momenti di grande suggestione.

    Ne è nato il volumetto “Un tocco al cuore”, fatto di belle immagini a colori e annotazioni di un’anima candida, “toccata” nel profondo dalla poesia dell’ambiente. Un libro, ben curato anche sotto il profilo grafico, che Blandina ha voluto dedicare alla memoria del fratello Sandro, prematuramente scomparso, che le ha trasmesso l’amore verso la natura e gli abitanti del delta polesano.

    La raccolta di annotazioni poetiche ed immagini di Blandina Zanellati non ha la pretesa di confrontarsi con le opere degli autori più noti che hanno consacrato le bellezze del Delta, ma si presenta come la incantata visione di un’anima in grado di cogliere, con immediatezza a volte ingenua e priva di riferimenti letterari, autentici slanci del cuore che portano a riflessioni di fede, cosicché le ultime composizioni si sostanziano in vere preghiere.

    Con piacere diamo notizia della pubblicazione del volume di Blandina che, incoraggiata da amici ed estimatori, ha raccolto e dato alle stampe il materiale frutto delle sue riflessioni e di un dialogo quotidiano con l’ambiente che la circonda. Un volume che, come ha giustamente osservato il presidente dell’Ente Parco Dimer Manzolli, aggiunge un altro tassello alla conoscenza dell’area umida più importante d’Europa, un’area che offre al visitatore tutto lo splendore di una natura incontaminata, ma anche storia, cultura e tradizioni.

    Margherita Pulga
    TRECENTA: RICORDI, GESTI E SAPORI
    Biblioteca Comunale di Trecenta, 2003

    Con il passaggio epocale al nuovo millennio si è diffusa, più forte, la sensazione che il mondo che ha a lungo caratterizzato la vita e le consuetudini tipiche del novecento stia per essere completamente accantonato. E chi ha vissuto con intensità quel periodo (che improvvisamente sembra così lontano) quando l’esistenza era profondamente caratterizzata dai ritmi delle stagioni, dal succedersi delle attività campestri e dall’attesa delle ricorrenze tipiche, sente il desiderio di raccogliere le più genunine testimonianze di quell’epoca che, per non essere dimenticata, può ancora presentarsi significativa grazie alla forza del ricordo.

    E Margherita Pulga, che evidentemente appartiene alla piccola ma tenace schiera dei cultori della memoria, consapevoli del grande patrimonio di valori e tradizioni della civiltà contadina, ha deciso, con il supporto della civica biblioteca di Trecenta, di raccogliere e dare alle stampe i propri ricordi. Un percorso nel quale ha scelto come interprete la piccola Rita, la sua famiglia e quella dei nonni, un’esistenza vissuta tra Trecenta e Sariano nell’arco di tempo che va dal dopoguerra a tutti gli anni ‘50, in cui la protagonista passa dall’infanzia all’adolescenza.

    E nella pubblicazione, accanto ai ricordi dei momenti più importanti del vivere in campagna (dal rito del maiale in inverno seguito dalla trepida attesa del Natale, fino alle gioiose giornate della vendemmia in autunno) c’è spazio per i sapori della cucina tradizionale. Alla fine di ogni capitolo è infatti presentata una sorta di rubrica dedicata alle ricette stagionali che, per i lettori dell’agile volumetto, potranno costituire un motivo pratico per riproporre piatti tipici del passato e riportare sulle tavole i cibi genuini di una civiltà a cui tutti siamo debitori.

    Loredana Capellazzo
    IL CAVALIERE FULVO
    E ALTRI INCANTAMENTI
    L’Autore Libri Firenze

    E’ un agile volume di racconti quello che ci presenta Loredana Capellazzo, finora nota al pubblico dei lettori per i suoi romanzi. Si tratta di quindici narrazioni, varie per ambientazione e contenuti, tutte però con personaggi dei nostri giorni. Ed anche il primo racconto, dedicato al “cavaliere fulvo”, che apre il libro, in realtà vede come protagonista una studentessa universitaria, alle prese con uno scritto del ‘600, grazie al quale si imbatte in un fascinoso personaggio del passato, di cui scopre, a poco a poco, la personalità intrigante.

    Gli altri “incantamenti”, come Loredana chiama i suoi racconti, frutto di coinvolgenti momenti creativi molto diversificati tra loro, sono stati raccolti in tre sezioni sotto le diciture “Di Mare…”, “Di tempo…”, “E Di Altri Luoghi…”. Si tratta di narrazioni fluide, che sempre fanno breccia nel cuore del lettore, sia quando il racconto assume le tinte del giallo, come “In cerca di Renato”, sia quando si impenna in una storia sconvolgente come “Verde oro”, sia ancora quando imbocca la strada pacificante dettata dal cuore, come in “Lilla e azzurro”.

    Il volume, che significativamente l’autrice ha voluto dedicare “a coloro che sognano e alla mattina ricordano il colore dei loro sogni” e a quanti “credono che ogni persona abbia il diritto di coltivare un giardino segreto”, porta il lettore in quelli che possiamo definire come “i luoghi dell’anima”, ovvero momenti di fantasia che però non perdono mai il contatto con la realtà, perché, come è noto, l’attività narrativa prende quasi sempre avvio da aspetti di vita vissuta, stimolo che sollecita la vena creativa dello scrittore.

    Molto buona da subito l’accoglienza dei lettori nei confronti di questo nuovo impegno letterario di Loredana Capellazzo, il cui libro è stato presentato durante la scorsa estate presso la Pescheria Nuova di Rovigo, in una memorabile serata che ha visto anche l’applaudita esibizione del coro femminile “Le note del fiume” di Taglio di Po, diretto da Marinella Smiderle.

  • Povero cuore

    Povero cuore

    NOTTE D’AGOSTO

    Assiso alla finestra insonne, di brezza, m’inebrio, e di pensieri… Torno indietro con gli anni e, immerso in un mare di verde, mi rivedo… … è il mio giardino! piccolo regno di sovrano amore!! Poesia di Vita! Fiaba d’un passato, dove TU sola, perennemente, vivi o Mamma!!

    AMAREZZA

    Voglia di silenzio… Voglia di dormire… Nostalgica armonia d’un sogno che si perde!

    O dolci volti della giovinezza fatta di niente, fatta di poesia! Corse nei prati, giochi di fanciullo, sogni d’un giorno che ti fugge via… Lacrime dolci, ore d’allegria… Lento passare della vita mia!!

    POVERO CUORE

    Oggi ho aperto il mio cuore per cercare i sogni belli dei vent’anni miei! Erano sogni di speranze… e d’altro, Erano i sogni della Gioventù!

    C’erano riso, patimenti E pianto, c’era il sorriso del mio primo amore, c’era il verde d’un prato senza fine, c’era la vita di speranze piena.. c’era il domani… c’era … e non c’è più!

    Povero cuore, che malinconia: vorresti vivere, ricominciare: ridere, piangere, tornare, andare… Vedere il sole e la bufera e non t’accorgi che si è fatto sera!

    Rivedo i giorni che s’andava a scuola; sguardi fugaci, promettevamo: come i baci tuoi, dolce compagna della quarta Bi. Avevi un nome ch’era un’armonia, occhi sereni bocca delicata, capelli neri, con le trecce in giù… tra un’equazione e un verso di latino promettevamo: “non ti lascio più!”

    Com’era bello coniugare amare, sempre al presente e senza dir perché… Tutto era lindo e delicato insieme, ed or, quel mondo, non esiste più!

    Povero cuore amareggiato e stanco, cerchi i fantasmi della gioventù!… cerchi gli spazi, che si son ristretti. Cerchi i vent’anni che non tornan più!

    LA MIA VITA

    Ho vissuto l’inferno! Ho gridato di rabbia! Mi sono umiliato ed ho pianto! Cercavo l’amore, ma solo il dolore mi è stato vicino!

    Ho creduto al Domani, ho cercato e sperato, sognato e gridato! Mi sono umiliato ed ho pianto…!

    Cercavo l’Amore, ma solo dolore mi ha dato la vita!

    E’ triste gridare nel Nulla: nessuno t’ascolta! Ti sembra d’andare… … tra l’Ombre dei morti!

    Sei ombra! Sei niente! … eppure… hai un cuore che piange, … che grida: che triste è la vita!

    … Eppure… lo so: sono pazzo e, per questo, trattengo la rabbia… e continuo a sperare!!

    PIANTO

    Com’era triste, nel mattino grigio, la strada che portava al Camposanto. Il ciel d’autunno m’apparia più bigio, mentre nel cuore trattenevo il pianto.

    Pianto d’amore disperato e infranto, pianto di morte, pianto di dolore, addio velato da funereo canto, come di fior che palpitando, muore!

    In quel mi giunse, nel silente Parco, nota soave d’una bocca amica; in tono lieve, vellutato e stanco:

    “Solleva il cor, dicea, non ti fatica, amico Aldo, se la sorte è ria! Fede è la vita: Credi!” ..e, poi svania..

    IL MIO BEL SOGNO

    Ogni giorno ti cercava questo cuore! Ogni notte ti chiamava.. e tu non c’eri. Nei miei sogni t’imploravo: resta ancora! Te cercavo, come Notte cerca il Giorno. Come vetta solitaria, cerca il Cielo, Come sabbia arroventata, cerca il mare… ed ancora cerco Te: Sogno d’Amore!

  • Punto Rodi

    Punto Rodi

    “Signorine, coprite le vergogne!”. Cominciava al mattino il buon umore di Suor Ida. Le “signorine” erano adolescenti di buona famiglia che i genitori avevano “giudiziosamente” messo a studiare in collegio. L’esortazione al risveglio del mattino era accompagnata da un sollecito battimani della suora di turno. Si indugiava assonnate, solo alcune scattavano; c’era chi rimaneva ferma, di pietra.

    Suor Ida non era colta come Suor Giuseppina che ci insegnava latino, né bella come Suor Giovanna dalla pelle di pesca. Ondeggiava rapida nel suo largo velo bianco inamidato: certamente non era giovane poiché il suo viso mi faceva pensare ad una noce e per il colore e per le pieghe.

    Al sabato, ai prefestivi, dopo l’ora d’aria nei cortili, Suor Ida era a disposizione per il ricamo. Apriva l’armadio pieno di matassine colorate, da cui usciva il gradevole odore della tela nuova. Il mio primo lavoro fu una tovaglietta da the: a punto Rodi, punto Erba, punto Pieno. Con matassine color ruggine (tuttora il color ruggine mi è gradito!).

    L’ora di ricamo era assai piacevole: c’erano finalmente frivolezze, frecciatine, confidenze, progetti, confronti. C’erano anche cioccolatine per alimentare i brufoli. Si stabiliva, attorno al ricamo, una specie di filò di grado più raffinato e di marca prettamente muliebre. Spesso le “contadine”¹, quelle che al mattino balzavano subito dal letto, abituate al canto del gallo, spesso domandavano:

    “Gato al moroso?” “Te feto la dote?”

    “Gato! – rispondeva pronta Suor Ida – il gatto sì ce l’ha!”

    A 16 anni “il moroso” era il San Giorgio che abbatte il drago per farci uscire dalla cattività, era la Terra Promessa che proiettava immagini e sogni.

    Di ragazze ce n’erano di belline veramente. Io avevo una bella fronte (me lo diceva anche Suor Giuseppina cui evidentemente dispiaceva dover coprire la sua), avevo degli occhi luminosi, col bianco molto bianco ed il nero molto nero. E poi ero nel periodo in cui l’adolescente s’è fatta donna, con tutti i suoi attributi. Ci si specchiava in fretta nelle vetrine; veniva voglia di buttar via la divisa per riempirsi di colori.

    A Natale mio fratello, che faceva farmacia a Ferrara, mi aveva prenotato una visita da un noto oculista poichè avevo spesso arrossamenti e annebbiamenti. Dovetti subire una operazione.

    Quando tornai in collegio, dopo la convalescenza, si era aggiunta ai miei occhi una luce nuova. Era scattata in me (e forse anche in lui!!) la scintilla quella vera dell’amore. Lui aveva gli occhi azzurri e i capelli biondi, ricci ricci. Io, così pallida, con i capelli dritti e unti. Lui sarebbe diventato medico e anche questo mi piaceva molto!

    Da esterna tornavo in collegio da Suor Ida a ricamare grappoli d’uva sulle lenzuola. Mia madre tastava la tela con le dita per farla “cantare”, zia Dosola sfogliava i suoi Mani di Fata.

    “Gato al moroso!”. Passarono 5 anni prima di sposarci.

    Zia Dosola fece lucidare la cassapanca in noce e fu un’impresa portarla a Venezia. Lui aveva ottenuto il posto all’Ospedale a Mare.

    A Venezia siamo stati a lungo. Fino a quando a qualcun’altra piacque l’azzurro di quegl’occhi. La luce a Venezia raddoppia da tutte le parti, accende i colori, butta riverberi di magia, stordimenti.

    Così ora sono sola. Ogni tanto a Natale apro la cassapanca e tolgo un lenzuolo ricamato per regalarlo; sento spesso che credono il Gigliuccio un fiore.

    Mia figlia dice che prenderà le lenzuola solo all’occorrenza e, certamente, colorate. Delle mie… magari sì, quelle con l’uva.

  • I gà pikà karnevale

    I gà pikà karnevale

    Per rialzare il morale abbattuto dalla tragica alluvione ed esorcizzare future rotte, a Salvaterra (paese per altro non toccato dalle acque rovinose) fu organizzato nel febbraio del 53 un grandioso Carnevale.

    Il paese non era nuovo a manifestazioni sifatte, c’era (oggi regna solo il silenzio) in loco una qual vocazione alla recita, all’essere protagonisti in piazza, a scandire il corso delle stagioni e della vita con feste e rituali, annodati inconsapevolmente dal filo sottile della storia, quel filo che unisce tutti i popoli che fanno della terra la loro ragione d’esistere.

    Memorabile in proposito nel 1927, con la popolazione improvvisatasi attrice, la rappresentazione del dramma del brigante Mugolino; durò tre giorni con incredibile concorso di folla, presente l’allora Vice Ministro agli Interni Aldo Finzi.

    Ma torniamo al mitico Carnevale del ’53 di cui conservo ancora chiara memoria.

    L’interesse per la manifestazione fu attizzato da alcuni giovanotti che, a cavalcioni del “Guzin”, (piccola moto-Guzzi) scarmigliati e gesticolanti, percorsero le vie del paese e delle borgate limitrofe per annunciare con la “piria” (grosso imbuto da cantina) quale megafono, che si sarebbe svolto a Salvaterra uno spettacolo mai visto né in Italia né all’Estero.

    Sconosciuta la TV, su di me piccino quei paroloni facevano impressione e non bastando le spiegazioni, mi rifugiavo nel più conosciuto “Karnevale” perché ne conoscevo i dolci segni: “Fritele, krostoli, pinza onta, brazadele, koriandoli, favete, trombette, bali e skerzi.”

    Oggi sono dei canuti settantenni quelli che si diedero un gran da fare: pescarono a piene mani dal melodramma, intervallando altro di genere popolaresco, più volgare magari ma meglio comprensibile.

    Il teatro, affinché tutti potessero assistere dalla piazza, divenne un grosso carro agricolo sposato da un capo all’altro con ripetizione delle scene, la base ricoperta da lenzuoloni di canapa, il fondo chiuso da drappi purpurei, le varie scene rapidamente cambiate.

    Le donne timorate del paese ricordarono per lungo tempo le scene audaci di “Nina e Virginio” che, abbracciati mollemente sul canapè, rievocarono la triste storia di Paolo e Francesca di Rimini. Non mancarono né Rigoletto con tanto di gobba, né la Tosca, ma chi più riscosse consenso fu la vicenda dei due orfanelli.

    Impersonati costoro da due attempati carrettieri, con tanto di cuffia e bavagliolo, vennero delicatamente adagiati nella “pelaora” (grosso bigoncio di legno per scannare il maiale) fungente da culla; la balia, un altro buontempone travestito con abiti femminili, li allattava,… ma al posto dei seni aveva imbragato due enormi “zuke da bevare” (zucche) riempite di vino. Gli “orfanelli” succhiavano avidamente il marzemino da quei generosi seni, se lo spruzzavano addosso l’un l’altro macchiandosi il vestitino a quadretti azzurri, mentre la gente si sganasciava.

    Lo spettacolo proseguì imbandendo un lungo tavolo; sul carro salirono compunti e autoritari, indossando appropriati costumi, il sindaco, il dottore, il farmacista con la barbetta appuntita, il maresciallo, la comare, il prete, il capostazione, tutte quelle figure eminenti che guidavano la comunità e che lì si volevano sbertucciare.

    Risate a crepapelle e mugolii di disgusto quando venne loro servito un fumante risotto coi fegatini; “un albio” (trogolo per maiali) sostituiva la zuppiera e, bandite tutte le posate, le mani affondarono direttamente e avidamente nella mangiatoia onde riempire ognuno il suo piatto sostituito… da “bokai da pisso” (vasi da notte).

    Erano per carità, oggetti nuovi di zecca, ma sortirono egualmente l’effetto di arricciamento nasale. Gli attori sul palco ingoiavano sporcandosi a bella posta viso e vestiti; trascero da un alterco alla baruffa appiccicandosi il risotto ai capelli, poi non contenti rivolsero il tiro sugli spettatori e fu un baccanale generale senz’altro partecipato.

    La rottura delle pignatte di terracotta attirava maggiormente noi bambini; si aspettava con trepidazione di veder piombare a terra tutto quel ben di Dio che le tasche dei nostri padri raramente ci concedevano. Senza la canonica benda, furono rotte una ad una dal “Principe Sardella” un giramondo magro-magro, ad annunciare l’arrivo dell’astinenza. Dalla prima uscì una quantità incredibile di cenere che si sparse dappertutto come una nevicata, dalla seconda caddero tutti “kasteloni” (torsoli di mais), dalla terza precipitarono “du sorzi akoaroi” (due topacci d’acqua), i quali, guadagnata la libertà, fuggirono tra le gambe del popolo con le donne ad urlare di raccapriccio.

    Quando ormai disperavamo, ecco che dalla quarta pentola, ricevuto il colpo secco, riversarsi un monte di mandarini, e poi via via le altre, con caramelle, “bagigie” fava gialla, biscotti castagne.

    L’irruenza dei ragazzi nel gettarsi sulle leccornie a terra, fu così improvvisa ed impetuosa, da travolgere il viceparroco mentre assisteva alle scene con le su e lunghe sottane. Lo rotolarono nel fango senza pietà, e la gente non sapeva più se ridere o sgridare quegli indemoniati.

    Li cavò d’impiccio lo stesso religioso che, raccolto nel fango e nella cenere il berretto a croce divenuto bianco, stette al gioco esclamando: “I vole farne Papa!”.

    Sull’imbrunire, saliti sul palco mobile alcuni personaggi togati di nero, che sembravano spaventapasseri, imbastirono il processo a Carnevale e, dopo averlo accusato di mille nefandezze, lo condannarono inesorabilmente alla pena dell’impiccagione.

    Re Carnevale nemmeno abbozzò una difesa, e rivolto alla folla così si espresse: “Se la mia kolpa xe sta koela de aver fato vegner mal de panza par massa ridare, son contento de ricevare sta mondana, ma zente no ste a pianzare, ke mi non moro ma tornarò anka stano ka vien”.

    Bene, bravo viva Carnevale, gli spettatori erano tutti per Lui e fischi sonori ai giudici.

    Fecero entrare Re Carnevale con la corona in testa ed un ampio mantello ricamato con fronzoli e lustrini che scendeva fino ai piedi, dentro un gabbione di legno, gli strinsero il cappio al collo, poi inchiodarono il cancello e ballarono intorno come i popoli primitivi.

    Come fu come non fu, l’impiccagione per burla si tramutò in vera e quella che doveva essere una festa, poco mancò che volgesse in tragedia.

    Quando ci si rese finalmente conto, dal colore cianotico di Re Carnevale, che il condannato stava per lasciarci le penne, fu tutto un correre ed affannarsi con seghe martelli e tenaglie onde entrare nella gabbia, mentre la gente andava in visibilio perché la “parte” era ben riuscita.

    Fu salvato in extremis e mai come quella volta venne pure salvato il famosissimo detto nostrano: “Pikare karnevale”.

    Significa infatti ridere senza ritegno, stare a tutti gli scherzi in allegria, godere liberamente senza divieti, fare insieme tanta baldoria e stramberie,… perché tutto finisce presto e domani è già Quaresima.

  • C’era una volta S. Alessio

    C’era una volta S. Alessio

    Sant’Alessio è la denominazione che caratterizza una piccola borgata, nel territorio nel Comune di Ariano nel Polesine, la cui nascita ha una data certa: 1673.

    Fu infatti in quest’anno che il notaio Alessio Tabbarini inoltrò al vescovo del tempo una richiesta per erigere un tempietto nella zona da allora contrassegnata col nome del santo protettore.

    Di tutto ciò troviamo una fonte presso l’archivio della Curia vescovile di Rovigo (Oratori, b.1) che ha il pregio di costituire un piccolo ma efficace modello conoscitivo e contemporaneamente di caratterizzare, sotto l’aspetto economico, la porzione di territorio golenale scelto per la costruzione, situato sopra un’ampia ansa del Po di Goro, a circa un chilometro da Santa Maria del Traghetto, piccola parte di un più vasto possedimento – fra gli otto e dieci ettari – di cui era proprietario, assieme con il fratello, il suddetto Alessio Tabbarini.

    Nel XVII secolo la zona prescelta dal notaio per erigere il tempietto, su un’area di sua proprietà, si presentava (come ancora oggi) caratterizzata da un’ansa del Po di Ariano a breve distanza dalla biforcazione della punta dove il re dei fiumi dà origine al delta. Un fertile terreno golenale anfibio, originato dalle sedimentazioni prodotte dal rallentare delle acque, caratterizzato a quel tempo da un’apprezzabile ricchezza dovuta al lavoro dell’uomo: frumento, viti, gelsi. Una stretta vicinanza con la più importate via di comunicazione fluviale dell’area padana, percorsa allora da burchi, barche con paroni e marinai che, nel percorso contro corrente, ricorrono all’attiraglio per il traino delle imbarcazioni. Lungo la restara ogni tanto le grida cadenzate di incitamento dei cavallanti prossimi al cambio nella vicina stazione a Santa Maria, dove li attende un’osteria per una breve sosta. Dalla coronella o arginello non molto elevato ecco profilarsi la chiesa che custodisce la venerata immagine lignea della Madonna di Santa Maria del Traghetto, le casupole, i cortili con gli animali, le reti dei pescatori stese ad asciugare. Accanto a un asino, che procede lentamente lungo un sentiero trasportando un sacco di farina, cammina assorto un vecchio: il suo pensiero va alla quota pagata per la macina e ai sicuri guadagni del mugnaio.

    In quest’ambiente dunque il notaio Alessio Tabbarini desidera ardentemente erigere un tempietto dedicato al santo che porta il suo nome. Pertanto il 28 settembre 1673 a pochi mesi dall’inizio della visita pastorale, rivolge una reverente petizione “all’innata bontà” di Tomaso Retano, vescovo della diocesi di Rovigo e, manifestandogli il desiderio di far costruire “un capitello o chiesiola sopra i suoi beni proprij, nella Villa dell’Olmo, distretto di questa Terra”, lo supplica di concedergli “la debita licenza, a gloria di Dio, et a perpetua memoria del Santo dal suo nome, (Sant’Alessio) cui intende dedicarla…”.

    Per far fronte al mantenimento della chiesuola, nella quale “intende di far celebrare una Messa al mese”, si impegna a dotarla “di una pezza di terra arativa, arborata e vitata” di sua proprietà¹.

    Il vescovo dispone di assumere le necessarie informazioni (necessarias coepi informationes) sul valore, sulla quantità, qualità e reddito prodotto dal terreno da assegnare al costruendo oratorio, e se risultava immune e libero da oneri e censi. Le informazioni vengono acquisite tramite due canali: uno a cura del proponente, l’altro dalla Curia. Entrambe rappresentano dettagliatamente lo stato di fatto e di diritto dei beni oggetto di indagine.

    1. Alessio Tabbarini incarica un pubblico perito agrimensore, Francesco Agolante, di valutare e certificare, con dichiarazione giurata, il valore e la rendita del terreno. La perizia parla di “un pezzo di golena di ragione del dottor Alessio Tabbarini e del signor Carlo, suo fratello, posto nella Villa dell’Olmo territorio d’Ariano”. Il bene immobile, piccola porzione della più vasta proprietà dominicale, confina a nord con la coronella (arginello che delimita l’ansa del Po di Ariano), a sud con il Po mediante la restara; da un lato va verso la punta di Santa Maria e dall’altro lato prosegue col terreno di proprietà dei medesimi Signori fratelli. Il terreno della golena è classificato arativo abbragliato con morari (indicatore di qualità: ai prodotti ottenuti dalla superficie dissodata mediante aratura, si devono aggiungere quelli ottenuti dal sovraterra, cioè provenenti dalle viti e dagli alberi (in questo caso dai gelsi). La superficie riservata al mantenimento dell’oratorio misura tre stara ferraresi (3260 metri quadrati). Valore di mercato: 168 scudi complessivi, in ragione di 56 scudi per ogni staro “havuto riguardo a detti morari”. La rendita ammontava a “30:54:6 paoli moneta corrente”.

    2. Il cancelliere episcopale Francesco Cimante procede quasi contemporaneamente ad interrogare due testimoni volontari, Francesco Pavanati fu Matteo e Francesco Turati, entrambi esperti conoscitori del luogo e delle persone. Le loro risposte arricchiscono il quadro di altri interessanti particolari ambientali. Intanto la proprietà indivisa dei fratelli Tabbarini “è buona terra che fa’ 10 castellate di vino (la castellata è una misura locale specifica del vino, pari a ettolitri 8,364) e 10 moggia in circa di formento “(un moggio di Ferrara equivale a litri 621,858, pari a circa quintali 4,72 di frumento). Considerando le costruzioni in muratura, il fondo “potrà valere mille ducatoni”. La parte di terreno impegnata per le necessità dell’oratorio (“tre stara circa”) – dice il teste Pavanati – è “arativa, videgata (vitata) et arborata ( alberata), ma è poca cosa et à mia opinione può valere circa 30 ducatoni. Per quanto posso giudicare la suddetta terra potrà rendere annualmente cinque o sei ducatoni, potendosi cavare mezza castellata di vino, biave, foglia di moraro e legna”. Precisa con sorprendente certezza il Turato, abitante dell’Olmo, che “se ne può cavare all’anno vino per una dobla (moneta d’oro), formento sacchi doi (circa un quintale e mezzo), un Legnaro di legna (catasta di legna secca e minuta del volume di 36 piedi cubi ferraresi, pari a metri cubi 2,356) che può valer otto paoli in circa e dieci paoli in circa di foglia di moraro…ma piuttosto meno, per che sempre la setta (seta) và in discapito (sta diminuendo di valore)”.

    La golena sottostava al pagamento di censi o a vincoli di qualsiasi altra natura?

    Francesco Turato risponde : “Io ho settanta anni non so né ho sentito dire che la detta Golena sia obbligata o paghi censo ad alcuno, tanto per il tempo che è stata posseduta da altri, come dopo l’acquisto dei signori Tabbarini”. Francesco Pavanati afferma: “per quello che ho inteso dire la terra sudetta (golena) non è soggetta ad alcun censo di ragione livellaria, se non fosse una certa qual recognizione feudale, o d’investitura, che legano i suddetti fratelli Tabbarini sopra il corpo intero dei suoi terreni alli Signori Turchi di Ferrara, di summa inconsiderabile (di scarsa entità) di baiochi”.

    Infine: il terreno golenale, pur fertile, è pur sempre un’espansione del letto del fiume e quindi particolarmente esposto alle piene. Cosa dicono a questo proposito i due testimoni?

    Pavanati :“Essendo vicina al Po è sempre in pericolo, ma per quanto sopra detto non si conosce danno, perché la Terra predetta si à costituita in niuno pericolo di essere danneggiata”. In sostanza: esiste certamente il pericolo, ma la buona resa del terreno nel tempo dimostra che l’investimento premia. Francesco Turato: “A mio parere non è soggetta attualmente a danni del Po, né credo che in avvenire, fuori di qualche estraordinario accidente, possi ricever danno”. La risposta non può dare garanzie; l’esperienza insegna che qualche circostanza eccezionale può verificarsi. Ad ogni modo trapela un cauto atteggiamento di fiducia. Che cos’altro si poteva aggiungere per completare il quadro? “Io non saprei che dir altro, se non che sarà in bel sito, e quando vi si celebrerà la Messa sarà un bel comodo per il popolo”.

    Gli accorti paesani interrogati dal cancelliere sembrano testimoniare nei loro nomi di battesimo, Francesco, una semplice ed antica religiosità familiare tramandata da generazioni. Legati alla terra che si estende alle spalle della piccolissima borgata dell’Olmo, ne conoscono i segreti. Sanno leggerla con gli occhi affinati da una lunga esperienza. La valutazione del valore del fondo e della rendita li impegna in un riuscito esercizio di competenza metrologica e contabile che non si discosta molto da quella del perito agrimensore, la cui relazione non regge il confronto con la vivacità della minuta, precisa e persino appassionata descrizione dei due lavoratori della terra.

    A costoro non sfuggono elementi non presi in considerazione dal perito: la produzione del mosto o del vino e l’andamento calante del mercato della seta (sarebbe interessante verificare se il dato è di natura contingente o riflette un fenomeno economico su vasta scala). Non sfugge alla loro percezione infine la persistenza di un secolare retaggio, anche se ormai di peso limitato, originato all’atto dell’investitura feudale alla nobile famiglia dei Turchi, beneficiari di un terzo delle decime su molti terreni dell’isola. Per quanto riguarda il pericolo delle acque, prevale un atteggiamento di fatalistico ottimismo: certamente può venire la tempesta, ma – secondo gli ammaestramenti provenienti dall’esperienza – almeno nel lungo periodo le acque non l’avrebbero avuta vinta.

    Il 5 ottobre 1673 il vescovo Tomaso Retano, esaminata attentamente la supplica di Alessio Tabbarini, la documentazione allegata e quella acquisita direttamente per mezzo di testimoni affidabili (visa et mature considerata ante scripta suplicatione, visis testium positionibus, nec non relatione publici Agrimensori) gli concesse licenza e facoltà di costruire un Oratorio intitolato a Sant’Alessio confessore nel luogo chiamato dell’Olmo, con assegnazione di una dote e con l’onere di celebrare la Messa, fatti salvi i diritti e le prerogative della Parrocchia di Ariano e gli altri previsti dai Sacri Canoni.

    L’oratorio fu benedetto il 30 settembre 1674, ma in pochi anni scomparve. E’ probabile che, nonostante le speranze e le assicurazioni recepite durante le indagini preliminari, il Po abbia allgato la golena pregiudicando gravemente l’agibilità dell’immobile³.

    Anche se da tanto tempo è sparita ogni traccia del tempietto, il nome del santo titolare sopravvive tuttora nel toponimo borgo Sant’Alessio, nei pressi della proprietà che nel XVII secolo appartenne ai fratelli Tabbarini.

  • Mario Bellini (1863-1946)

    Mario Bellini (1863-1946)

    “…Metà delle terre di Trecenta appartengono a proprietari milionari che riscuotono centinaia di migliaia di lire all’anno di fitti e non danno mai un centesimo di elemosina… I conti Spalletti, che nel comune di Trecenta possiedono 1400 ettari non tengono impiegati più di due muratori, non fanno riparazioni e non vengono quasi mai sui loro possedimenti; una volta ogni vent’anni al massimo. Una grettezza incredibile. Nella vicina Lendinara, invece, dove non esistono Leghe, i proprietari hanno fondato ospedale, asilo infantile e altre istituzioni di beneficienza; col caseificio, lo zuccherificio e altre industrie aiutano il paese. Qui nulla! I nostri grandi proprietari assorbono tutto il denaro e non contribuiscono in niente. E come vogliono essere pagati subito! Se al giorno della scadenza non ricevono i fitti fanno pagare il sei per cento d’interesse, se non intimano gli atti.”

    Autore di questo duro jaccuse contro i latifondisti trecentani fu Mario Bellini che, senza reticenza alcuna, nel Giugno del 1901 rilasciò le infuocate dichiarazioni al giornalista Adolfo Rossi autore di un ampio reportage sul Polesine pubblicato su “La Tribuna” di Roma¹.

    Va ricordato che, all’inizio del XX secolo, mentre era ancora vivissimo il ricordo della protesta de “la boje” (1884), le rivendicazioni bracciantili si erano indirizzate verso la costituzione di “Leghe di miglioramento”, di orientamento socialista, interessate a stabilire contratti collettivi con i datori di lavoro e pronte ad azioni di sciopero nel periodo in cui si avvicinava il tempo del raccolto, per far valere le proprie richieste.

    Nell’intervista concessa al giornalista della Tribuna, leggiamo ancora: “… Se i grandi proprietari non comprenderanno la nuova situazione creataci dalle Leghe e non verranno in aiuto a noi affittuali, ce n’andranno di mezzo le loro terre, perché noi dovremo limitarci a lavori indispensabili. Il male, lo creda, viene dall’alto… Al conte Spalletti, vede, la terra affittata frutta qui il sei per cento, mentre il conte Papadopoli si contenta del due e anche dell’uno e mezzo (…). Io ho già detto e ripeto che i soli nemici delle istituzioni sono certi grandi proprietari con le loro esosità…”².

    Personaggio pugnace, consapevole di svolgere un ruolo importante nell’ambito economico nella zona, Mario Bellini espose senza esitazioni ad Adolfo Rossi le problematiche della propria attività di affittuario, stretto tra le richieste ritenute eccessive dei proprietari dei fondi e quelle dei braccianti, sostenute dalle “Leghe di miglioramento” definite legittime ma, stante la situazione, considerate difficilmente solvibili³.

    Mario Bellini, che nel 1901 conduceva i terreni del conte Spalletti come affittuario, era nato a Montagnana nel 1863 e si era trasferito a Trecenta nell’infanzia allorchè il padre Pietro aveva acquistato dei terreni agricoli. Al momento dell’intervista aveva 38 anni e da Adolfo Rossi, pronto a cogliere i tratti salienti della personalità del proprio interlocutore, viene definito “un uomo ancora giovane, intelligente, attivissimo”.

    Nel 1904, alla morte del padre, si trovò con il fratello Teodosio⁴ ad ereditare le proprietà di Trecenta estese su 121 ettari, ben presto destinate in larga parte alla coltivazione della barbabietola. Una coltura che i fratelli introdussero nel Polesine ed incentivarono impegnandosi per apportare migliorie al sistema di coltivazione e concimazione. E a questo proposito si deve proprio ai Bellini l’ideazione di un apposito strumento per la semina della bietola battezzato “Attrezzo Bellini”⁵.

    Una vita per l’agricoltura, dunque, quella che legò i due fratelli i quali ebbero spesso l’onore della cronaca per gli ottimi risultati ottenuti nelle loro terre: la “Rivista agraria polesana” si occupò più volte dei loro successi, parlando a più riprese di una varietà di frumento dagli stessi selezionata con il nome di Mutico Bellini, a cui furono conferite varie prestigiose onorificenze, tra cui il “gran premio e la medaglia d’oro” all’esposizione internazionale di Parigi del 1912. Anche le loro stalle furono spesso oggetto di elogi e da qualcuno ritenute le migliori d’Italia.

    Oltre che imprenditore agricolo, Mario Bellini, più intraprendente del fratello Teodosio, si trovò tra i fautori dell’avvio dell’industria saccarifera in Polesine, con la costituzione, nel 1901, della società per la realizzazione di uno zuccherificio, poi chiamato “Bellini-Nuvolari” che sorse a Ficarolo.

    Ricoprì anche il ruolo di consigliere provinciale sollecitando spesso interventi per portare valore aggiunto all’agricoltura, come la realizzazione di stabilimenti per l’industria conserviera e l’attuazione di ferrovie (tra cui la linea Badia – Ostiglia) per agevolare le comunicazioni e quindi anche l’esportazione dei prodotti. Progetti studiati ed approvati, che però furono più volte rinviati e che alla fine non videro mai la luce.

    Anche Teodosio si impegnò sul piano pubblico ricoprendo più volte il ruolo di sindaco di Trecenta cariche che testimoniano la stima che i trecentani rivolgevano ai due fratelli.

    Le gratificazioni ottenute sul piano dell’impegno imprenditoriale e pubblico non fecero dimenticare ai Bellini il settore della beneficienza. Importanti furono i contributi per il “Ricovero per Poveri ed Orfanelle”, successivamente trasformato in “Casa di Ricovero ed Ospizio”. Nel 1935 Mario Bellini provvide a proprie spese al radicale restauro della facciata della chiesa parrocchiale. E non mancarono iniziative fuori provincia, come il restauro del portale del duomo di Montagnana, cittadina di provenienza della famiglia, o come l’intervento di mecenatismo per la realizzazione della statua di Tito Livio, opera di Arturo Martini destinata al Liviano di Padova.

    Ma l’atto più significativo, destinato sopra tutti a tramandare ai posteri il nome dei Bellini, fu la donazione fatta da Mario il 25 luglio 1942 del proprio palazzo al Ministero dell’Educazione Nazionale per la istituzione di una scuola agraria. Un’idea questa che ben manifesta la lungimiranza dell’imprenditore trecentano, che comprese le potenzialità del settore primario nel Polesine, le cui possibilità di migliorare ed evolversi erano legate all’introduzione di nuove tecniche colturali in grado di assicurare reddito, lavoro e quindi sviluppo sociale.

    Mario Bellini, che si spense a Trecenta il 19 settembre 1946, ebbe la soddisfazione di veder avviata, ancora in vita, l’istituzione scolastica da lui voluta, che divenne operativa pochi mesi dopo la donazione del suo palazzo, ovvero nell’ottobre del 1942, caretterizzandosi ancora oggi come un importante punto di riferimento nel panorama degli istituti superiori della provincia di Rovigo.

Pubblicità