Claudio Mancin
IL DELTA DEL PO
Genesi di un territorio
Arti Grafiche Diemme, Taglio di Po, 2002
Si completava, quattrocento anni fa, un’opera pubblica per i tempi davvero grandiosa, denominata “Taglio di Porto Viro”. L’impresa, attuata dalla Repubblica Veneta, consistè nello scavo di un canale in grado di accogliere l’acqua del Po e portarla nella sacca di Goro, derivandola da una falla artificiale, provocata nell’argine destro del grande fiume.
Da quell’opera, di alta ingegneria idraulica, si originava il nuovo alveo conclusivo del Po, i cui apporti alluvionali nel corso di quattro secoli davano vita al delta attuale. E nel 2004 non mancheranno incontri e dibattiti in occasione del quarto centenario della ciclopica realizzazione.
Un’impresa fermamente voluta dalla Serenissima per raggiungere molteplici obiettivi: deviazione dei depositi alluvionali dalla laguna veneta, scongiurandone l’interramento; miglioramento del deflusso del Po a mare, limitando possibili alluvioni nel Polesine; agevolazione della navigazione tra fiume e mare; azione di disturbo nei confronti del confinante Stato, in cui da poco il dominio Pontificio si era sostituito alla signoria di Casa d’Este.
Ma quale fu il peso giocato da ognuna di queste motivazioni nella decisione politica della Repubblica di S. Marco di attuare il “taglio”?
Il libro di Claudio Mancin, cultore portotollese di storia locale, che ha al suo attivo varie apprezzate pubblicazioni sul delta padano, esamina approfonditamente tutti gli aspetti relativi alla realizzazione dell’opera, basandosi sulla consultazione dell’ampia documentazione dell’epoca: dagli atti del Senato Veneto, ai rapporti degli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede; dalle relazioni dei commissari ai confini, a quelle dei provveditori al taglio.
Con la sua accurata ricerca Claudio Mancin ricostruisce chiaramente sia i retroscena politici della grande opera, sia le varie fasi della difficile realizzazione, seguendo puntigliosamente lo svolgersi delle vicende dal 1598, anno della delibera del “taglio” da parte del Senato Veneto, al 1604, conclusione dei lavori idraulici. Un ultimo capitolo è alla fine dedicato alle problematiche successive concernenti la “genesi del nuovo delta del Po”, sia in relazione agli interventi di sistemazione del territorio resisi necessari nel corso del primo decennio, sia in riferimento al mutare dei confini e ai diritti di proprietà.
Un’opera importante per la conoscenza della storia della terra dei grandi fiumi, la cui copertina è stata emblematicamente dedicata ai due polesani che, quarant’anni prima della realizzazione del “taglio”, sostennero l’opportunità dell’opera: Marino Silvestri, che disegnò la prima carta della fattibilità dell’impresa e Luigi Groto che, con un’appassionata orazione, sostenne la necessità dell’intervento davanti al Senato della Repubblica.
Marco Folin
RINASCIMENTO ESTENSE – POLITICA, CULTURA, ISTITUZIONI DI UN ANTICO STATO ITALIANO
Giuseppe Laterza e figli, Roma-Bari, 2001. 450 pagine.
Finalmente abbiamo in commercio un libro, serio, che prende in esame gli antichi territori estensi del Polesine, che furono sotto la casa d’Este molti secoli fa.
Documentatissimo, Marco Folin, giovane studioso di origine veneziana, con un curriculum di tutto rispetto, si presenta con uno studio pensato per il casato d’Este, con continui agganci con le nostre zone ex transpadane. Ecco quindi che prende in esame diversi aspetti del vivere quotidiano, quali la politica, la cultura e le istituzioni di Ferrara, ma pure i rapporti con la Santa Sede. Belle ed utili le cartine ed i grafici interni.
Dopo Folin lo studio del territorio ex transpadano non sarà più uguale a prima. Egli traccia percorsi da seguire, ampliare ed approfondire. Con fonti di prima mano, e chi ha fatto ricerca su di esse, sa quanto tempo, passione e capacità servono per districarsi in queste culle del sapere che sono gli archivi di Stato. A queste si aggiungono anche le cronache ed una bibliografia usata di oltre trenta pagine.
Novità non trascurabile, esiste anche una versione Online disponibile sul sito www.laterza.it ampliata sia nelle note sia di immagini rispetto alla versione a stampa. Il libro è sicuramente da consigliarsi a chi vuole ben comprendere e approfondire il contesto sociale-istituzionale della casata d’Este nell’ancient regime.
Luciano Chiappini
GLI ESTENSI – MILLE ANNI DI STORIA
Corbo editore, Ferrara 2001, 758 pagine.
E’ questo forse uno degli ultimi scritti di Chiappini, insigne storico ferrarese, dedicata a quegli Estensi che gli diedero notorietà persino all’estero, tanto da farlo diventare lo storico per eccellenza della casata.
Chiappini ha scritto come sempre nel suo modo garbato, quasi raccontato, tutta la saga estense, mille anni per l’appunto. Anche lui come molti ferraresi contemporanei è sempre stato attento alle fonti ma pure alla forma narrativa. C’è un sano piacere a leggere le pagine che parlano della casata, come pochi altri sanno fare perché la maggior parte degli storici si perde nel turbine delle date. Egli invece riesce a trasmettere passione per la storia, perché si addentra nell’animo umano e nelle passioni travolgenti degli avvenimenti.
Da segnalare le decine e decine di tavole genealogiche, le quasi trenta fotografie a colori e le quasi cento pagine di fonti e bibliografia, indice queste ultime della serietà di ricerca e della capacità di analisi davvero singolare, caratteristiche peculiari dello studioso di razza, che ha voluto dare vita ad una serrata enciclopedia estense. Questo saggio è da affiancare a quello del Folin per esserne il degno complemento.
Giuseppe Rigolin
LUNGO LE RIVE DEL GRANDE FIUME
Artestampa, Rovigo, 2003
La storia del Polesine dal dopoguerra ai nostri giorni è nota: dalla tragedia della grande alluvione alle sofferenze di tanta povera gente costretta a fare i conti con salari risicati e tutt’altro che sicuri; dalle storie dell’emigrazione fino al riscatto degli ultimi tempi in cui alla terra dei fiumi si guarda con occhi nuovi e motivi di speranza. E, per chi vuole approfondire, non mancano studi statistici che offrono la possibilità di conoscere le cifre dei problemi.
Ma questi ultimi cinquant’anni come sono stati vissuti realmente dalla popolazione polesana? Con quali stati d’animo uomini e donne hanno affrontato i problemi del vivere quotidiano?
Una risposta, nata dal cuore e da tanti lucidi ricordi di avvenimenti grandi o piccoli succedutisi negli anni, ce la offre Giuseppe Rigolin con il suo ultimo impegno letterario che guarda al grande fiume e soprattutto – come ben chiarisce il sottotitolo – alla “Gente della Bassa”, ovvero all’humus sociale che ha caratterizzato la zona del Delta nell’utimo mezzo secolo.
Il volume prende il via dai giorni dell’alluvione, descrivendo le ansie, l’altalena di speranze e timori prima che le acque della rotta dilagassero nel territorio, poi la fuga della popolazione da Contarina; ma anche, nel contempo, la decisione di restare, presa con determinazione da un manipolo di uomini (tra cui anche l’autore), guidati dal sindaco, per coordinare lo sgombero e presidiare il paese allagato.
Abile narratore, attento osservatore di quanto lo circonda, Rigolin parlando delle proprie esperienze di vita (dalle visite alla moglie sfollata a Ferrara, alla descrizione del territorio completamente sfregiato dall’irruenza delle acque, alla visione raccapricciante del crollo di un’ala della propria casa, all’incredibile intervento per porre in salvo la preziosa enciclopedia) ci fa rivivere i giorni angoscianti dell’alluvione e il desolante sconforto del periodo successivo, offrendo al lettore – ben oltre le informazioni statistiche – la possibilità di comprendere la vastità del dramma.
Ma poi ecco farsi strada la voglia di ricominciare, mentre si intrecciano storie di spontanea solidarietà, di importanti interventi pubblici, di profondi affetti privati e di tante relazioni con la gente comune frequentante il negozio di alimentari gestito dalla moglie dell’autore.
E’ quello di Rigolin un libro vivo, alla cui vivacità contribuisce anche la scelta di interrompere il flusso narrativo con squarci di dialoghi in dialetto, riuscendo a delineare con immediatezza la personalità dei vari interlocutori.
Proprio le storie di gente comune danno corpo al volume, che si chiude con un incontro che dà adito a nuove speranze: quello con i “figli dell’alluvione”, ovvero gli attuali cinquantenni, i quali, con impegno e capacità, hanno dato una sicurezza economica alle loro famiglie contribuendo a delineare il nuovo corso della “Bassa”.
Papotti e Mattia Signorini
DOVE COMINCIA LA STRADA
Ed. Fernandel, Ravenna 2002
Il volume “Dove comincia la strada”, pubblicato in occasione del Premio Tondelli 2001, raccoglie i racconti di due autori poco più che ventenni, Papotti e Signorini; racconti di viaggio, di cammini quotidiani e di percorsi interiori, di ricerca e di domande irrisolte.
Mattia Signorini, studente universitario, da anni svolge attività giornalistica e si occupa di letteratura e cinema, i suoi racconti sono pubblicati da importanti riviste. In quelli presentati nel libro l’ispirazione sembra nascere da un episodio, un’immagine o un incontro e spazia poi a indagare i personaggi attraverso i dialoghi, anche interiori, e l’azione. Azione che non è avventura: non accade nulla, nei racconti di Mattia, se non all’interno degli esseri umani, che vivono fughe o debolezze o desolazioni, ma anche impeti e velleità di sogni, che non traspaiono agli altri se non da una frase, un cenno.
È una realtà senza drammi o, meglio, che vive il dramma come evento quotidiano. Le figure umane, solitamente molto giovani, si aggirano nel paesaggio mosse da impulsi apparentemente incomprensibili a chi le guarda dall’esterno, ma perfettamente motivati dall’interno, frutto di condizioni di incertezza e piccole nevrosi, di difficoltà emotive o esistenziali.
Lo scenario sono vie e luoghi della città e della provincia polesana, nominati con precisi riferimenti per far sì, come dice l’autore, che appaiano assolutamente reali e credibili, in una estremizzazione della finzione letteraria.
I titoli della raccolta, “Portami lontano”, e di alcuni dei racconti (Fermate, Strade, Via Nevegal), rimandano al concetto di viaggio: viaggio minimo, da un piccolo luogo all’altro, ma importante e a volte decisivo per ognuno dei personaggi che lo affrontano; oppure alludono a momenti di passaggio (Ultima sera, Capodanno), in cui la paura del cambiamento viene mascherata dietro comportamenti noncuranti e dialoghi senza peso.
Le persone diventano pretesti per domande a cui non si può o non si vuole ancora dare risposta, con la proclamata umiltà di un giovane scrittore che sa bene di aver molto da dire, e sceglie di non bruciarsi tutto e subito. Il minimalismo apparente, rivisitato con sensibilità visionaria, diventa sfida a cogliere le implicazioni sottintese alla vita della provincia, che non ti regala niente ma è tuttavia il luogo che ti permette di coltivare sogni e fughe.
Lo stile della scrittura è pacato ma non piatto, il linguaggio essenziale diventa brillante e raffinatissimo nella scelta dei termini, coinvolgente nell’uso del dialogo e della struttura anche visiva del racconto, sorprendente per l’invenzione di immagini e forme espressive che lo rendono già unico e inconfondibile.
Lorenzo Busson
STUDENTI SERPENTI e BAR NORDEST
Ed. BIBLIOTECA DELL’IMMAGINE,
Pordenone 2001 e 2002
Molto è stato detto e scritto su Lorenzo Busson dal 2001, quando il “professore” si è proposto in una veste diversa e un tantino anomala. Il caso letterario creato da “Studenti serpenti”, con la vendita in breve tempo di circa 10.000 copie, ha suscitato reazioni veementi da parte di chi (con la coda di paglia?) si è sentito colpito nella “dignità professionale” ed entusiastiche da parte di insegnanti e studenti che, per quanto bistrattati, si sono ritrovati nelle situazioni, paradossali e non, proposte dal libro.
“Studenti serpenti” è infatti la messa in scena di un anno scolastico, dal primo giorno di scuola alla conclusione, con la descrizione di personaggi-maschere, di momenti ed episodi rappresentati alternativamente con feroce sarcasmo o agrodolce comprensione. Un mondo a parte, quello della scuola, alieno ai più, dove vivono fianco a fianco improponibili zitelle, galeotti delle circolari ministeriali e studenti dalle abitudini deplorevoli, un “bestiario” raccontato senza ipocrisia e con lucida spietatezza.
Diversa è invece l’ambientazione di “Bar Nordest”, volume di racconti, o meglio “a episodi”, che riporta alla mente echi di film come “Signore e Signori”, o i racconti di Guareschi e Pederiali. Atmosfere un po’ rétro, di bar e osterie che forse oggi, nel 2003, non esistono più, ma fanno parte sia dell’immaginario collettivo che dell’esperienza reale di molti; posti qualunque intorno a noi, scenari di tragicommedie quotidiane e personaggi in cui ognuno può riconoscere il vicino, il conoscente. Storie nate, come dice l’autore, dalla lunga frequentazione di piazze e caffè, storie di vita e di persone, osservate e ascoltate, assorbite. Il bar del titolo rappresenta qualsiasi bar o caffè, di città o di paese, luogo essenzialmente maschile dove scompaiono le distinzioni di classe e censo e il primario gioca a carte con l’operaio, dove le donne sono presenti solo come oggetto di racconto e discussione, o al più come emblematiche proprietarie del locale stesso (Il bar delle due porche).
L’ironia e la satira sociale, così vive nei ritratti personaggi che sembrano diventare involontariamente la caricatura di se stessi (“I mostri” 2002, ad esempio), lasciano il posto, in alcuni episodi, a una narrazione più intima, a storie di esseri umani tormentati, di vite sprecate in tono a volte graffiante a volte quasi carezzevole (Vocazione, Lulù).
Stili diversi quindi, per personaggi e situazioni diverse, in una scrittura figurativa rigorosa ed essenziale, ma anche mossa e sanguigna, con l’ironia che svolta spesso nel sarcasmo, ma con l’occhio sempre amichevole per i personaggi a cui l’autore sembra, sempre e comunque, sorridere.
Due libri, quelli di Lorenzo Busson, di piacevole lettura, che invitano però a una riflessione sul nostro prossimo, sulle contraddizioni e sui paradossi quotidiani e su noi stessi.
A.A. V.V.
MELARA DA VEDERE
Pro loco, Amministrazione Comunale,
Bergantino 2002.
Fa sicuramente piacere scorrere le agili pagine della pubblicazione voluta dalla Pro Loco Melara, finanziata da Amministrazione Comunale e Provincia di Rovigo, e scritta a più mani. Colma una lacuna e quest’attivo paese, il primo che si incontra giungendo da ovest nella nostra provincia, meritava proprio che si facesse qualcosa in merito. Troppe le notizie, le notorietà e le “imprese” da far conoscere e quindi giusta la decisione di dare alle stampe un agile libretto, ben curato ed interamente a colori.
Il melarese, e non solo lui, potrà scorgere diverse peculiarità di quest’angolo del Polesine, dalle attività per i fuochi d’artificio di fine ‘800, tra le prime iniziative in tal senso originatesi nella nostra regione, alle aziende specializzate nella costruzione delle giostre.
I personaggi più conosciuti vengono per brevità solo elencati per fare spazio ai monumenti, ai carnevali del passato, alle attuali feste della zucca, agli indirizzi e recapiti delle associazioni. Insomma un bel biglietto da visita per Melara. Chiunque volesse, può richiedere la pubblicazione presso la biblioteca comunale, il Municipio o la Pro Loco.
Adriano Franceschini
GIURISDIZIONE EPISCOPALE E COMUNITA’ RURALI ALTOPOLESANE – Bergantino Melara Bariano tra Gonzaga vescovi ed Estensi (1393-1458)
Pàtron Editore, Bologna, 1999. 351 pagine.
Questo studio dal titolo lunghissimo chiude la triade dedicata ai paesi dell’Alto Polesine, iniziata nel 1986. Franceschini, che nel frattempo è stato nominato cittadino onorario di Melara, ed ha ricevuto una laurea Honoris Causa dall’ateneo di Ferrara, è studioso che non finisce mai di stupire. Con la sua tenacia e caparbietà ha sondato gli archivi statali, religiosi e civili come nessuno prima d’ora nel ferrarese.
E’ persona generosa e non nega mai a nessuno, suggerimenti, consigli se non addirittura informazioni precise sulla collocazione di una notizia: è inoltre persona schietta ed umile ed i ragguardevoli risultati che ha raggiunto sinora sono tutti frutto della sua intelligenza e volontà. Per questo, conoscendolo, molti si avvicinano al maestro, perché sanno che molte fonti lui le ha visionate per primo e sa dare indicazioni certe e sicure.
Detto questo, il libro si scosta un pochino dai precedenti, perché si analizzano più documenti e per un nuovo modo di esporre il contenuto, più maturo e sicuramente accattivante.
Il volume si compone di due parti, la prima è narrativa la seconda documentaria. E’ superfluo affermare che gli studi altopolesani di questi paesi, Melara, Bergantino, Castelnovo, Castelmassa e Trecenta hanno acquisito un corpus a stampa importante, che nessun’altra persona da sola avrebbe potuto portare a termine. Ma qui si sta parlando del maestro, pardon, dottore Franceschini, ed allora, studiosi e ricercatori, giù il cappello, please!
Blandina Zanellati
UN TOCCO AL CUORE
Grafiche Adriatica, Taglio di Po, 2003
Dal paesaggio spesso nascono emozioni profonde in grado di suscitare momenti di poesia. E’ quanto è accaduto a Blandina Zanellati, donna del Delta, amante della fotografia e conscia della grande valenza dell’ambiente bassopolesano. Interessata a cogliere inquadrature originali e coinvolgenti della terra solcata dal grande fiume, che proprio a Porto Tolle attua il suo più profondo abbraccio con il mare, Blandina ha sentito nascere prepotente il desiderio di fermare, oltre che con l’obiettivo, anche con la penna momenti di grande suggestione.
Ne è nato il volumetto “Un tocco al cuore”, fatto di belle immagini a colori e annotazioni di un’anima candida, “toccata” nel profondo dalla poesia dell’ambiente. Un libro, ben curato anche sotto il profilo grafico, che Blandina ha voluto dedicare alla memoria del fratello Sandro, prematuramente scomparso, che le ha trasmesso l’amore verso la natura e gli abitanti del delta polesano.
La raccolta di annotazioni poetiche ed immagini di Blandina Zanellati non ha la pretesa di confrontarsi con le opere degli autori più noti che hanno consacrato le bellezze del Delta, ma si presenta come la incantata visione di un’anima in grado di cogliere, con immediatezza a volte ingenua e priva di riferimenti letterari, autentici slanci del cuore che portano a riflessioni di fede, cosicché le ultime composizioni si sostanziano in vere preghiere.
Con piacere diamo notizia della pubblicazione del volume di Blandina che, incoraggiata da amici ed estimatori, ha raccolto e dato alle stampe il materiale frutto delle sue riflessioni e di un dialogo quotidiano con l’ambiente che la circonda. Un volume che, come ha giustamente osservato il presidente dell’Ente Parco Dimer Manzolli, aggiunge un altro tassello alla conoscenza dell’area umida più importante d’Europa, un’area che offre al visitatore tutto lo splendore di una natura incontaminata, ma anche storia, cultura e tradizioni.
Margherita Pulga
TRECENTA: RICORDI, GESTI E SAPORI
Biblioteca Comunale di Trecenta, 2003
Con il passaggio epocale al nuovo millennio si è diffusa, più forte, la sensazione che il mondo che ha a lungo caratterizzato la vita e le consuetudini tipiche del novecento stia per essere completamente accantonato. E chi ha vissuto con intensità quel periodo (che improvvisamente sembra così lontano) quando l’esistenza era profondamente caratterizzata dai ritmi delle stagioni, dal succedersi delle attività campestri e dall’attesa delle ricorrenze tipiche, sente il desiderio di raccogliere le più genunine testimonianze di quell’epoca che, per non essere dimenticata, può ancora presentarsi significativa grazie alla forza del ricordo.
E Margherita Pulga, che evidentemente appartiene alla piccola ma tenace schiera dei cultori della memoria, consapevoli del grande patrimonio di valori e tradizioni della civiltà contadina, ha deciso, con il supporto della civica biblioteca di Trecenta, di raccogliere e dare alle stampe i propri ricordi. Un percorso nel quale ha scelto come interprete la piccola Rita, la sua famiglia e quella dei nonni, un’esistenza vissuta tra Trecenta e Sariano nell’arco di tempo che va dal dopoguerra a tutti gli anni ‘50, in cui la protagonista passa dall’infanzia all’adolescenza.
E nella pubblicazione, accanto ai ricordi dei momenti più importanti del vivere in campagna (dal rito del maiale in inverno seguito dalla trepida attesa del Natale, fino alle gioiose giornate della vendemmia in autunno) c’è spazio per i sapori della cucina tradizionale. Alla fine di ogni capitolo è infatti presentata una sorta di rubrica dedicata alle ricette stagionali che, per i lettori dell’agile volumetto, potranno costituire un motivo pratico per riproporre piatti tipici del passato e riportare sulle tavole i cibi genuini di una civiltà a cui tutti siamo debitori.
Loredana Capellazzo
IL CAVALIERE FULVO
E ALTRI INCANTAMENTI
L’Autore Libri Firenze
E’ un agile volume di racconti quello che ci presenta Loredana Capellazzo, finora nota al pubblico dei lettori per i suoi romanzi. Si tratta di quindici narrazioni, varie per ambientazione e contenuti, tutte però con personaggi dei nostri giorni. Ed anche il primo racconto, dedicato al “cavaliere fulvo”, che apre il libro, in realtà vede come protagonista una studentessa universitaria, alle prese con uno scritto del ‘600, grazie al quale si imbatte in un fascinoso personaggio del passato, di cui scopre, a poco a poco, la personalità intrigante.
Gli altri “incantamenti”, come Loredana chiama i suoi racconti, frutto di coinvolgenti momenti creativi molto diversificati tra loro, sono stati raccolti in tre sezioni sotto le diciture “Di Mare…”, “Di tempo…”, “E Di Altri Luoghi…”. Si tratta di narrazioni fluide, che sempre fanno breccia nel cuore del lettore, sia quando il racconto assume le tinte del giallo, come “In cerca di Renato”, sia quando si impenna in una storia sconvolgente come “Verde oro”, sia ancora quando imbocca la strada pacificante dettata dal cuore, come in “Lilla e azzurro”.
Il volume, che significativamente l’autrice ha voluto dedicare “a coloro che sognano e alla mattina ricordano il colore dei loro sogni” e a quanti “credono che ogni persona abbia il diritto di coltivare un giardino segreto”, porta il lettore in quelli che possiamo definire come “i luoghi dell’anima”, ovvero momenti di fantasia che però non perdono mai il contatto con la realtà, perché, come è noto, l’attività narrativa prende quasi sempre avvio da aspetti di vita vissuta, stimolo che sollecita la vena creativa dello scrittore.
Molto buona da subito l’accoglienza dei lettori nei confronti di questo nuovo impegno letterario di Loredana Capellazzo, il cui libro è stato presentato durante la scorsa estate presso la Pescheria Nuova di Rovigo, in una memorabile serata che ha visto anche l’applaudita esibizione del coro femminile “Le note del fiume” di Taglio di Po, diretto da Marinella Smiderle.