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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il cuore veneto del Brasile

    Il cuore veneto del Brasile

    Merica, Merica, Merica… Come non ricordare il coretto che per primo ci ha accolto, con tanto affetto, nella bella chiesa di Veranopolis, intonando le canzoni degli emigranti veneti? Parole struggenti ma anche di grande speranza, che ci hanno trasportato di colpo nel clima della partenza di fine ottocento. Parole in grado di comunicare immediatamente l’idea delle sofferenze e delle attese di chi lasciava la terra d’origine per raggiungere la sconosciuta lontana ‘Merica.

    E che dire dell’incontro serale nella ‘colonia’, ovvero nel sobborgo rurale di La Paz (la pace)? Qui, dopo una visita al bell’oratorio, primario punto di aggregazione e di conforto per i nostri emigrati, siamo stati accolti nel complesso ricreativo, costruito rubando ore al sonno, con l’obiettivo di non dimenticare il Veneto.

    Qui infatti ogni sera rivivono le tradizioni nostrane dello svago, come il gioco delle bocce, la briscola con gli amici, la morra, e qui si conversa con il dialetto dei padri, tuttora vivissimo.

    Durante la cena, tutti disponibili a scambiarci opinioni ed informazioni sulle rispettive realtà, e poi anche a cantare e ballare assieme, sentendoci davvero parte della stessa comunità, quasi increduli che dodicimila chilometri ci separassero dal Veneto e dal Polesine.

    A Veranopolis abbiamo gustato i cibi della tradizione veneta come “i cappelletti in brodo” e quelli della nuova terra come il “churrasco”, carne ai ferri della cucina gaucha, servita direttamente nei piatti da spiedi a forma di spada. Abbiamo bevuto merlot e cabernet dei vigneti ‘veneti’ del Brasile.

    Proprio così, a dodicimila chilometri da casa sentirsi veneti tra veneti, per scoprire che proprio ‘là’ tuttora prosperano le tradizioni più genuine. Proprio quelle che noi ‘qui’ diciamo di voler preservare facendo convegni di studio per sottolinearne l’importanza, ma che loro ‘là’ in Brasile preservano davvero, facendole rivivere giorno dopo giorno, sentendole parte essenziale della loro vita, importanti come il cibo perchè nutrono la loro anima veneta, la quale si alimenta attingendo al patrimonio culturale degli antenati.

    Una terra verdissima quella di Veranopolis, dove il nostro inverno corrisponde alla loro estate, un’area vasta, posta a settecento metri sul livello del mare, ed ancora oggi per la maggior parte caratterizzata dal “mato”, ovvero da una fitta foresta che ammanta le colline lasciando spazio a campi coltivati a granoturco, soia, ma soprattutto destinati ad estesi frutteti e specialmente a vigneti carichi di uva.

    E non ci hanno lasciati delusi le visite alle aziende vinicole, che rapidamente si stanno modernizzando con la guida di enologi che spesso hanno frequentato corsi di specializzazione nel nostro Veneto, regione alla quale si guarda sempre come ad un imprescindibile punto di riferimento.

    E le fabbriche? Abbiamo visitato quella dei fratelli Dal Ponte, che a Veranopolis non producono grappa come l’omonima ditta veneta, ma scarpe per lo sport ed il tempo libero. Quante al giorno? Undicimila paia! Un’industria efficientissima e tecnologicamente quanto mai avanzata, all’avanguadia a livello mondiale. Ma non è la sola, come dimostrano nuovissimi stabilimenti che sorgono nella zona.

    In questa parte del Brasile si lavora dunque sodo, come sanno fare i veneti del nord est italiano. E loro, i veneti del Brasile, sono ben consapevoli di ciò e ne vanno giustamente orgogliosi.

    E il lavoro ha sempre più come base di riferimento la preparazione; lo studio quindi, per il quale a Veranopolis, si possono frequentare anche alcuni corsi di laurea dipendenti dall’università di Caxias do Sul, che abbiamo visitato, accolti dal rettore Luis Antonio Rizzon, cortese nell’illustrarci gli attuali impegni in essere.

    Quel giorno, Caxias era pavesata a festa per l’arrivo di Lula, il presidente del Brasile su cui molti fanno affidamento per un miglioramento delle condizioni socioeconomiche del popolo. Nel pomeriggio, dopo la visita alla chiesa di S. Pellegrino, alla Casa de Pedra, seguita da un passaggio al ben documentato Museo dell’Emigrazione, abbiamo assistito alla sfilata in attesa del presidente, per portarci poi in un agriturismo al momento della cena. Durante la quale un trio canoro ci ha fatto scoprire altre suggestive canzoni dell’emigrazione e della tradizione veneta.

    Dopo cena visita alla imponente Festa dell’Uva di Caxias, con magnifici stand a tema, ed altri dedicati ad esposizioni varie, specie di tipo artigianale. E poi ancora, e sempre prioritarie, le tradizioni dell’emigrazione dal Veneto.

    L’indomani nuovi itinerari nel circondario di Veranopolis, nella zona della cascata e della grotta abitata in tempi antichi da aborigeni. Ancora visite ad aziende agricole e, a sera, festa gaucha in un apposito grande spazio coperto.

    Ed altri itinerari l’indomani con significative soste, come alla casa Saretta, la più antica del paese tuttora esistente: costruita all’inizio del ‘900 è conservata con cura ed adibita a punto di informazione turistica e vendita di prodotti dell’artigianato. Di grande rilievo poi il monumento all’emigrante, costruito nel 2000, posto all’ingresso della città: su un’alta piattaforma si ergono le statue dei componenti di una famiglia con i costumi tipici di fine Ottocento. Accanto una grande mela, simbolo di una delle coltivazioni tipiche della zona, e la scritta “Veranopolis, terra della longevità”, a ricordare che di tutto il Brasile questo è il posto dove maggiori sono le aspettative di vita.

    E la buona aria delle colline che circondano la conca cittadina, ricoperte da boschi, intervallati da frutteti, è una garanzia immediata del respirare sano, mentre veniamo informati che qui, nella “sierra gaucha”, l’energia elettrica si produce solo utilizzando la forza motrice di ‘sorella acqua’, permettendo soltanto ad una storica locomotiva a vapore di indirizzare al cielo pennacchi di fumo.

    La locomotiva non si accantona.

    Ci mancherebbe! E’ un simbolo. E’ la “Maria Fumaça”, il trenino degli emigranti che, oggigiorno, più festoso che mai – contornato da splendide ragazze pronte a porgere calici di vino rosso, e suadenti nell’intonare i canti dell’emigrazione – accoglie i turisti che sembrano proprio non mancare in questa terra dal cuore veneto, che abbiamo cominciato ad amare.

    Per finire, da registrare due momenti di saluto rivolti a noi polesani, in procinto di lasciare Veranopolis: uno notturno e spumeggiante sul palco del carnevale della città, in un tripudio di colori, suoni, samba e ballerine come si conviene in Brasile; l’altro l’indomani in una chiesa gremitissima, con una messa concelebrata dal parroco locale assieme ai portoviresi don Anfolso e don Lino. Prima della benedizione finale, tutti presso l’altare per il saluto collettivo del buon viaggio a noi, veneti del Veneto, dai veneti di Veranopolis e la promessa di rivederci: il gemellaggio è iniziato sotto una buona stella.

  • Un gemellaggio dalla portata storica

    Un gemellaggio dalla portata storica

    Il 18 Febbraio 2004 è destinato a rimanare come una data significava negli annali storici di due comunità che, pur lontane nello spazio, hanno inteso suggellare un patto di fratellanza, ratificandolo con la firma di un protocollo di intesa di avvio del gemellaggio.

    Attori di questa iniziativa, il polesano comune di Porto Viro e quello brasiliano di Veranopolis nello stato di Rio Grande do Sul, dove si sono portati i rappresentanti della comunità portovirese, assieme all’assessore regionale con delega alla cooperazione internazionale Isi Coppola, il presidente della Camera di Commercio Giuseppe Fini e il rappresentante dell’associazione Polesani nel Mondo Lino Segantin.

    Una giornata davvero significativa quella del 18 Febbraio, iniziata con la calorosa accoglienza presso il municipio di Veranopolis da parte del sindaco Elcio Siviero che innanzitutto ha ricordato la sua visita al comune di Porto Viro nell’estate del 2002, prima tappa di un cammino di reciproca conoscenza. Ha poi tracciato una sintetica panoramica sulla propria comunità, costituita da 20.000 abitanti di cui oltre il 90% discendenti degli emigrati veneti colà giunti a fine ‘800, dopo aver lasciato la terra natìa che non garantiva condizioni di vita accettabili. “Grazie ai sacrifici e al grande impegno dei nostri antenati veneti – ha detto Elcio Siviero, esprimendosi in ‘talian’, ovvero nel dialetto dei progenitori ancora vitale – qui a Veranopolis oggi si vive bene e si gode anche di buona salute, tanto che la cittadina si è guadagnata il titolo di ‘terra della longevità’. Siamo interessati al gemellaggio – ha poi sottolineato – per riannodare i fili con la regione da cui sono partiti i nostri predecessori che hanno trasmesso ai discendenti l’amore per la terra di origine, convinti che l’iniziativa favorirà l’interscambio con benefici effetti per le due comunità”.

    La parola è quindi passata a Geremia Gennari, vicesindaco di Porto Viro, che ha guidato la delegazione portovirese in mancanza del sindaco Doriano Mancin, trattenuto in Polesine da altri impegni. Dopo aver tracciato una panoramica sul comune di Porto Viro e sulle sue prospettive di sviluppo garantite sotto il profilo turistico dall’originale ambiente del Delta e dall’istituzione dell’Ente Parco, e dal punto di vista commerciale ed industriale dalla vasta area individuata nella zona portuale di Ca’ Cappello lungo il Po di Levante, Gennari ha ricordato che il progetto di gemellaggio è stato approvato all’unanimità dal consiglio comunale portovirese. Ha poi rimarcato la volontà di individuare i contenuti più idonei per il gemellaggio, al fine di una proficua collaborazione tra le due comunità.

    E’ poi intervenuto Alessandro Tessarin, consigliere portovirese delegato al gemellaggio, che ha sottolineato come un’importante spinta al patto di fratellanza sia giunta dalla Regione Veneto, già unita da un programma di intenti con lo stato di Rio Grande do Sul a cui appartiene Veranopolis. Ha quindi ricordato le prossime tappe dell’accordo tra i due comuni, che prevedono una visita di una delegazione di Veranopolis a Porto Viro, cui seguiranno la messa a punto di progetti di collaborazione.

    Giuseppe Fini, presidente della Camera di Commercio di Rovigo, ha sottolineato l’impegno dell’ente camerale nella messa a punto di progetti di collaborazione ed interscambio e nella realizzazione di corsi di formazione che, attraverso Polesine Innovazione, potranno essere proposti a giovani di Veranopolis nel contesto del gemellaggio, tenendo presente l’esistenza del polo universitario di Rovigo.

    Isi Coppola, assessore regionale con delega alla cooperazione internazionale, ha ricordato l’impegno della Regione Veneto, legata da un patto di collaborazione con lo stato di Rio Grande do Sul, da cui discende l’interesse a sostenere il gemellaggio tra i due comuni: ne scaturiranno azioni di collaborazione sul piano economico, culturale e sportivo. “L’identità veneta – ha detto – caratterizza fortemente le due collettività, animate entrambe da positive capacità imprenditoriali che, partendo dalla realtà familiare, hanno dato vita a vivaci piccole e medie realtà produttive”.

    Lino Segantin, rappresentante dell’associazione Polesani nel Mondo, dopo aver brevemente ricordato la figura del giornalista polesano Adolfo Rossi che a fine ‘800 si interessò attivamente al problemi dell’emigrazione italiana verso il Brasile, ha espresso il sostegno dell’associazione al progetto di gemellaggio. Ha inoltre ricordato come proprio a Porto Viro sia in costruzione la Casa del Polesano, che potrà divenire un importante punto di riferimento nell’ambito degli scambi per ospitare i discendenti degli emigrati veneti di Veranopolis.

    La manifestazione è poi proseguita, aperta alla popolazione, presso la Casa della Cultura di Veranopolis, dove le due delegazioni sono state accolte al suono dei due inni nazionali, l’italiano e il brasiliano, e dove sono proseguiti altri interventi, tra cui di particolare rilievo quello di Delcia Vedana Feronato, assessore alla cultura del comune di Veranopolis. Quindi è seguito il momento più atteso, ovvero la firma ufficiale posta sul documento del gemellaggio dal sindaco di Veranopolis Elcio Siviero e dal vicesindaco di Porto Viro Geremia Gennari.

    Nel pomeriggio si poi tenuto l’incontro con le associazioni di Veranopolis che operano nell’ambito della cultura, della solidarietà sociale e del tempo libero, per un primo contatto in vista di future azioni comuni. Per la delegazione polesana sono intervenuti Antonio Freguglia, assessore portovirese alle attività produttive, Maura Veronese, assessore alla cultura, Roberto Luppi, assessore ai servizi pubblici, Girolamo Astolfi, presidente dell’associazione provinciale degli artigiani, Luca Mancin, in rappresentanza dell’ENAIP Veneto, Giorgio Ferro, presidente associazione Volontariato di Porto Viro, Giannino Garbi, imprenditore portovirese, Mauro Garbin, presidente dell’associazione Iniziative per l’Ambiente, Vincenzo Mancin, consigliere e membro del comitato portovirese per il gemellaggio.

    Se importanti e significativi per l’avvio del gemellaggio sono risultati i momenti ufficiali, di grande impatto emotivo e coinvolgimento sul piano personale si sono manifestati gli incontri con i discendenti degli emigrati veneti di Veranopolis, che con calore e vero affetto hanno accolto la delegazione polesana.

  • Libri in redazione

    Libri in redazione

    LA’ DOVE IL PO INCONTRA IL MARE

    Edizioni Arti Grafiche Diemme, 2003, Taglio di Po

    Curatissimo nell’impostazione grafica, ricco di fascino per la scelta delle immagini – dovute in gran parte alla maestria di Germano Sprocatti, fotografo di riconosciuto talento – sicuramente interessante per i testi e le sue “storie” raccolte da Damiano Laurenti, appassionato cultore dell’estremo territorio polesano, il nuovo volume sul Delta, fin dalla sua uscita, ha incontrato unanimi apprezzamenti.

    Un volume dedicato al Polesine più orientale ed in particolare a due borgate – Scardovari e Bonelli – la cui nascita ed evoluzione è tutta rintracciabile in poco più di un secolo. Prima il territorio, fatto di acqua e fango, era precluso a qualsiasi insediamento organizzato. Rarissimi gli abitanti che, pressoché privi di relazioni col resto del mondo, vivevano in capanne di canne, fruendo per alimentazione dei prodotti basilari desunti dalla pesca e dalla vegetazione spontanea.

    Solo all’inizio del XIX secolo entrarono sulla scena dell’estremo delta i primi bonificatori: personaggi certamente illuminati ma anche in buona parte sognatori, affascinati dall’idea di costruire dal nulla una nuova realtà sociale e produttiva. Ma i primi tentativi furono infruttuosi e per lo più si conclusero amaramente, con la rovina patrimoniale degli investitori. Seguirono interventi più oculati, finché, solo con l’avvio del XX secolo, si ebbero risultati di rilievo.

    Agli investimenti fondiari dei fratelli Avanzo si deve in particolare la nascita di Scardovari, con la realizzazione delle opere fondamentali di aggregazione sociale e promozione umana: la scuola, la chiesa (ultimata nel 1936 e dedicata al Redentore) ed un locale per il divertimento ed il ballo.

    Analogamente per Bonelli si mossero i fratelli Daccò, ma la storia di questa borgata fu meno fortunata giacché il territorio, più esposto alle alluvioni e alla furia del mare, venne irrimediabilmente mutilato nel 1957 da una imponente mareggiata che sommerse tutta la parte orientale denominata Bonelli Levante, da allora trasformatasi in una vasta laguna.

    Attualmente le due borgate contigue hanno nella coltivazione del riso e soprattutto nei prodotti della pesca (specie negli allevamenti di cozze e vongole) le fondamentali fonti di reddito che, assieme alle iniziative del settore turistico sviluppatesi negli ultimi decenni, costituiscono il riferimento di quanti hanno scelto di vivere nel suggestivo paesaggio di acqua e terra che si origina “Là dove il Po incontra il Mare”, di cui il volume ricostruisce la breve ma suggestiva storia.

    (Lino Segantin)

    ANTICHE MEMORIE, IL TEATRO SOCIALE E I PALAZZI DI BADIA POLESINE

    Veramente encomiabile il proposito, felicemente attuato da Mara Barison, in collaborazione con Francesco Occhi, di tener vive le radici della piccola città, con un elegante volume, corredato dalle artistiche fotografie di Antonello Zamboni e promosso dalla generosa iniziativa della Banca di Credito Cooperativo del Basso Veronese.

    Un pubblico eccezionalmente folto, raccolto nell’ex refettorio della millenaria Abbazia della Vangadizza da cui Badia (Abbadia) trae il nome, ha applaudito calorosamente gli autori e la coinvolgente presentazione dello storico Pier Luigi Bagatin – direttore della Biblioteca Comunale della vicina Lendinara – che da par suo, ha presentato il volume, sottolineando i pregi di un saggio arioso e di piacevolissima lettura, “quasi un vademecum – ha detto – per meglio amare la storia dei luoghi in cui viviamo”.

    Pagine particolarmente interessanti sono quelle che sottolineano la valenza storico-artistica di quel gioiello architettonico di rara bellezza che è il Teatro Sociale, miniaturizzazione della veneziana “Fenice”, descritto dagli autori come un monumento che “si inserisce silenzioso, quasi con delicatezza nel tessuto sociale di Badia, senza clamore e senza l’enfasi di altre strutture che già esteticamente incutono timore e rispetto”.

    E poi incontriamo, in successione, citando per brevità, solo alcuni dei pregevoli monumenti descritti nel saggio: “Villa Turchetti”, in puro stile liberty; il “Mercato Coperto” dall’elegante colonnato; “Palazzo Rosini” che stupì il veneziano Marin Sanudo nel corso di un suo viaggio polesano; “Palazzo Bassi”; “Palazzo Piana”; “Palazzo Municipale con la Torre Civica”; lo splendido, tardo-quattrocentesco “Palazzo degli Estensi”, appartenuto ai veneti Gradenigo, “caratterizzato nella parte inferiore da un portico a tre ordini di archi a tutto sesto, mentre la parte superiore è contraddistinta da finestre ad ogiva e dalla trifora del salone”.

    Nel volume sono incluse descrizioni di altri monumenti interessanti, fra cui non va taciuto il “Museo Civico A. E. Baruffaldi “ (che sorge nell’ex Monte dei Pegni ) “centro di cultura e di memorie storiche legate alla nostra città e al Polesine”.

    A di là delle note artistico architettoniche, lo scorrevole saggio ci sa introdurre, con mano garbata, dentro le storie di famiglie, curiosando con occhio attento nei risvolti di un passato che – senza l’amorevole impegno di Mara Barison e di coloro che hanno collaborato al suo fianco – andrebbe irrimediabilmente perduto.

    (Grazia Giordani)

    LE TERRE DI BONDENO NELLE CARTE DEI PERITI AGRIMENSORI FERRARESI

    Repertorio commentato delle perizie da Bartolomeo Coletta a Giuseppe Maestri (1583-1890)

    Edizioni Cartografica, Ferrara, 2002.

    Ancora uno studio ferrarese degno di rilievo. La curatrice è Angela Ghinato, con origini rodigine con già importanti ricerche alle spalle di carattere archivistico e famigliare.

    Parliamo di un importante fondo archivistico, quello dei periti agrimensori, affrontato in un voluminoso studio di oltre 430 pagine, riccamente illustrato in prevalenza da cartine e disegni. Il merito della Ghinato che, dietro commissione del Comune di Bondeno (Fe) e dell’archivio di Stato di Ferrara, ha condotto la ricerca, è di avere percorso una strada nuova esplorando un fondo archivistico poco “sfruttato”, quello di rivedersi tutte le perizie di questi “geometri” ante litteram.

    La parte del leone naturalmente la fanno i disegni: alcuni sono molto curati ed impreziositi nei dettagli, altri molto semplici e quasi schematici, penso in base anche alle committenze più o meno facoltose. Fa tenerezza notare le corti ed i loghini dei secoli trascorsi, ove sono rappresentati il pozzo, l’aia, il fienile, la barchessa, le file dei pomari e morari, ma risulta interessante anche la topografia e la tipologia di manufatti come le chiaviche, i mulini, le imbarcazioni del fiume. Tutto questo, assieme al computo estimativo, ci dà anche il valore dei beni posseduti dai nostri antenati.

    In realtà i periti fecero un po’ di tutto per sopravvivere, oltre a stime e computi metrici di terreni ed abitazioni, persino inventari di eredità: insomma furono i tecnici che, dalla fine del Cinquecento e per ben tre secoli, risultarono più contattati dalle popolazioni ferraresi ed altopolesane. Dei quasi 500 agrimensori censiti ed inventariati dopo lungo lavoro da Vittorio Padricelli, questa è la loro prima “uscita” ufficiale. Chi si volesse addentrare nelle quasi 600 buste del fondo specifico, troverebbe un mondo singolare ed affascinante e potrebbe ricostruire i mutamenti del territorio, sia dal punto di vista edilizio, che di usi e costumi, che dai toponimi.

    (Raffaele Ridolfi)

    MAGICO DELTA

    Quanto mai gradito è giunto in redazione “Magico Delta”, libro curatissimo nei dettagli, opera di Alessandro Piva, autore delle splendide fotografie del Delta del Po Veneto nonché dei testi poetici o esplicativi che accompagnano le immagini.

    Il volume, a forma di album per valorizzare al meglio le fotografie pubblicate, è diviso in tre sezioni: cielo, acqua e terra. Alessandro Piva ha infatti voluto evidenziare al meglio le caratteristiche ambientali ed estetiche di una terra che ancora può dare emozioni forti per la genuinità degli elementi che la caratterizzano; là dove tutto, come annota l’autore facendosi poeta, … “diventa un palpito di vita/ appena riapro gli occhi…/ E’ il cielo, è la terra,/ è l’acqua”.

    Se il cielo trova vitalità nel gioco fantastico delle nubi, mandando bagliori e richiami luminosi che solo un esperto fotografo sa immortalare, suggestioni altrettanto coinvolgenti nascono dai giochi dell’acqua e dal cangiante colore della vegetazione, sia essa spontanea o quella dei campi coltivati.

    “E’ un’atmosfera tutta particolare quella che anima questi luoghi, unica, – osserva Alessandro Piva – la quale, se si nasconde e sfugge ad affrettato disattento visitatore, irrompe in tutta la sua profondità ed intimità nel cuore di chi sa guardare ed ascoltare, per non andare più via”.

    “Magico Delta” si presenta dunque come un volume che aggiunge un nuovo qualificato tassello alla conoscenza del territorio umido più importante d’Italia. Una pubblicazione che si rivolge non solo ai visitatori italiani, ma anche agli stranieri, agevolati dalla presenza dei testi in inglese e tedesco, con un obiettivo davvero lungimirante: che da un percorso nel Delta possa derivare uno stimolo in grado di trascendere la pura attività di visitazione (di cui pur si riconosce la validità per imparare a “vedere”) per raggiungere un itinerario del cuore e di liberazione spirituale.

    (L.S.)

    WANGADICIA

    Copyright by Sodalizio Vangadicense – Badia Polesine

    La vita, la morte, il mondo del lavoro, l’organizzazione politica ed ecclesiastica. Un piccolo ‘universo medioevale’ nel territorio vangadicense riproposto nel secondo volume di “Wangadicia”. Una riflessione sul passato con approfondimenti e studi, presentati attraverso una raccolta di documenti d’archivio che illustrano le vicende di un Polesine antico, mettendo in luce le radici nascoste della nostra terra, spesso lasciata in ombra esaltando le realtà storiche ferraresi e padovane.

    Sette i capitoli contenuti in questo secondo numero di Wangadicia. Ugo Fiocchi affronta il tema “Il Palazzo Casalini a porta Sant’Agostino sede della presidenza e direzione della Banca di Credito Cooperativo Padana Orientale San Marco – Rovigo”. Primo Griguolo segue con “Archivi Fragmina. Carte scelte dall’archivio del Sodalizio Vangadicense di Badia Polesine, secolo XIV – XV”. Ancora, Beniamino Bettio propone le vicende del “Bosco di Rubano”, area permutata e annessa alla Vangadizza, nel 1298, in cambio di Badia e di alcuni villaggi circostanti, ceduti ai padovani.

    Partecipano alla stesura del libro anche Giuseppe De Stefani con le vicende della parrocchia di barbuglio, distaccatasi da Saguedo; Manilo Cortelazzo con le “Parole medioevali”; Matteo Stoppa, Diego Avanzo, Andrea Fantinati e Alberto Zaffollato con “Rilievo e indagine stratigrafica dell’ala meridionale dell’abbazia della Vangadizza”. Infine, Camillo Corrain, Giovanni Comisso ed Enrico Zerbinati propongono i “Panorami naturalistici e antropici tra romanità e Medioevo nelle terre dell’alto Polesine”.

    Tanti ‘passi di vita’ riemersi dal passato, sotto forma di episodi della realtà rurale badiese, tra l’amore per gli animali, la presenza di cinque confraternite, la flessibilità di una società aperta ai flussi migratori. Proprio per incrementare la popolazione, il nuovo arrivato in città era esentato per cinque anni dal pagamento delle tasse. Ma in caso di alluvioni, guerre o calamità, doveva rendersi disponibile impugnando le armi, per difendere le terre vangadicensi. Capitoli densi di storia che fanno luce sull’organizzazione politica composta di podestà, consoli e consiglieri, una rigida organizzazione ecclesiastica e gente comune, alle prese con il mondo del lavoro, in un periodo in cui nasce l’arte della tintoria. Un libro che rappresenta una mappa stimolante per esplorare gli angoli non ancora del tutto conosciuti del nostro passato.

    (Elisabetta Zanchetta)

    AURELIANO PONZILACQUA (1854-1940)

    Alberto Brigo Editore, 2003, Rovigo

    Qualche anno fa Ramis Tenan stupì il mondo degli amanti della musica riuscendo ad avviare e portare a termine una ricerca su Domenico Montagnana, rinomato liutaio del ‘700, nato a Lendinara, di cui mancavano precise notizie biografiche. Del personaggio gli studiosi del settore conoscevano soltanto l’esistenza di alcuni storici violini e gli univoci apprezzamenti goduti a Venezia, dove aveva esercitato l’impegnativa attività di liutaio. Dopo la riuscita ricerca di Tenan, fu organizzato a Lendinara un convegno di alto livello su Domenico Montagnana, una mostra di rari violini e contrabbassi del settecento (di cui alcuni firmati dall’autore) ed un volume con vari autorevoli saggi, che fecero uscire dalle nebbie del tempo l’attività e la biografia di un talento di cui si era pressoché perduta la memoria.

    Ora Tenan ci riprova con Aureliano Ponzilacqua, nato a Lendinara giusto 150 fa, anch’egli approdato a Venezia dove ottenne significativi riconoscimenti per l’attività di compositore ed insegnante di musica presso diversi istituti. Personaggio anche questo poco noto, la cui memoria a Lendinara è tenuta viva soltanto dall’intitolazione del locale Istituto Musicale.

    In seguito a molteplici visite agli archivi degli istituti veneziani, ove il Ponzilacqua esercitò la sua attività di insegnante (in particolare presso il Conservatorio Musicale “Malipiero” e il Collegio Mechitarista Armeno) seguita dalla consultazione dei giornali dell’epoca ed utilizzando ulteriori piste di ricerca, Ramis Tenan anche questa vota è riuscito nell’impresa di ricostruire completamente la vita del musicista che, nato a Lendinara, ebbe anche sepoltura nel camposanto del paese natìo.

    Ne è nato un volumetto, ricco di informazioni e curiosità (tra le altre l’individuazione di tutte le abitazioni veneziane, tuttora esistenti e quindi fotografate, ove dimorò il musicista lendinarese con moglie e figlia) che fanno piena luce sulla figura del maestro Aurelano Ponzilacqua. Il quale – particolare anche questo che è bene ricordare – ebbe un ruolo fondamentale nella scoperta del talento musicale di Toti Dal Monte.

    Tenan Ramis nella sua pubblicazione dà anche informazioni sui molteplici ritorni a Lendinara del maestro, specie durante le vacanze estive, in cui non restava certo inattivo, impegnandosi a preparare gli spettacoli lirici che aprivano la fiera del Settembre Lendinarese, presso l’allora prestigioso Teatro Ballarin che – coincidenza del caso – cessò il suo ruolo di rilievo proprio nel 1940, anno della scomparsa del grande maestro.

    (Lino Segantin)

    GIOVANNI FONTANA VESCOVO DI FERRARA (1590-1611)

    Edizioni Cartografica, Ferrara, 2002.

    Perché mai pubblicare un volume, un tomo di quasi 800 pagine, riguardante la figura di un vescovo ferrarese? Perché è il frutto di anni di ricerca di un valente e dotto sacerdote, uscito dalla scuola del seminario ferrarese e perché molte località menzionate all’interno riguardano le zone della Transpadana, oggi di Rovigo. Come oramai tutti sanno, un tempo queste popolazioni erano tutt’uno con Ferrara capoluogo e ne spartivano lingua, monete, usi e costumi.

    Il Seminario diocesano di Ferrara-Comacchio ha compiuto opera meritoria volendo dare alle stampe questo studio che per onore di conoscenza va appaiato all’altro sulla figura del Fontana nel periodo di Milano di Mario Marzola (Giovanni Fontana alla scuola di Carlo Borromeo avanti l’episcopato ferrarese, Ferrara 2000, 834 pp.).

    Grazie così a questo imponente saggio ricostruiamo la storia della diocesi di Ferrara e delle nostre parrocchie rivierasche in un percorso che nulla lascia al caso. Si approfondisce il periodo del vescovo allievo di san Carlo Borromeo, si passano in rassegna le visite pastorali per singola località, le persone, le Confraternite, gli ospedali, le devozioni, i sinodi e molte altre cose. Nell’appendice documentaria sono riportati gli atti visitali e molte altre “chicche”, quali il testamento e l’analisi grafologica del Fontana. Si chiude con ampia bibliografia, indici di nomi e luoghi.

    (Raffaele Ridolfi)

    TANTO, TANTO TEMPO FA IN VENETO

    Piazza Ed., 2003, Silva di Treviso

    Nella sala convegni del Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, Venerdì 27 febbraio u.s. abbiamo potuto assistere ad una interessante proposta culturale. Un gruppo di volontari ha dato vita ad una raccolta di racconti ispirati da altrettanti reperti archeologici conservati in 12 musei veneti: le vicende narrate trovano il proprio teatro d’azione nel territorio regionale, dall’epoca dei dinosauri fino ai paleoveneti. Lo scopo di queste letture è fare intuire il legame tra i contenuti delle vetrine dei musei ed un passato lontanissimo. I testi, frutto della fantasia, hanno ottenuto l’approvazione dei direttori dei musei e invitano i bambini ad una visita al bene museale da effettuare con le famiglie e gli insegnati.

    Il progetto nasce da un’idea dell’associazione feltrina “Fenice Arte – Cultura – Turismo” (onlus), sostenuta dal “Centro Internazionale del Libro parlato”, dall’Auser Veneto, grazie ad un finanziamento del Fondo Speciale per il Volontariato regionale. Il volume, pubblicato da Piazza Editore, è già in distribuzione nelle principali librerie della regione in due versioni: quella cartacea e una completata da un audio-CD rivolto in particolare ai bambini portatori di disabilità visive.

    Alla presentazione del libro di racconti, come detto suggeriti da reperti archeologici conservati in dodici musei del veneto (uno per ogni museo) era presente l’assessore Bacchiega per il Comune di Rovigo, il direttore del Museo dei Grandi Fiumi, Raffaele Peretto, che ha coordinato lo svolgimento del pomeriggio culturale, Anna Maria Rossi, presidente dell’associazione fenice Arte-Cultura-Turismo, Annunciata Olivieri, del centro Internazionale del Libro parlato, che ha letto alcuni racconti, Adriano Romagnolo, per l’università popolare dellAuser (UTL), promotore dell’iniziativa, Anna Maria Astolfi, responsabile del CPSSAE e naturalmente Chiara Borsato, autrice con Silvana Brustolin dei racconti contenuti nel libro. Tutti gli intervenuti hanno sottolineato l’originalità e il significato della proposta rivolta ai giovanissimi per invogliarli a scoprire il museo come luogo vivo della memoria delle nostre origini.

    (Adrirom)

    A.A.V.V.

    UN RINASCIMENTO SINGOLARE

    la corte degli Este a Ferrara

    Silvana editoriale, 2003.

    Il catalogo, voluto principalmente dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara, assieme ad altri enti, riguarda un avvenimento culturale degno di nota a livello europeo, che anche marginalmente interessa la nostra realtà polesana.

    Sia per avere avuto notevole rilevanza nella provincia di Rovigo che nel capoluogo stesso, la storia dei signori di Ferrara si è lungamente intrecciata con quella del Polesine, basti pensare al territorio denominato Transpadana ferrarese, oggetto di studi anche di recente con il premio Francesco Ravelli.

    Presso il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles si è tenuta dal 3 ottobre 2003 sino all’11 gennaio una mostra unica in questi ultimi anni dal titolo: “Un Rinascimento singolare – la corte degli Este a Ferrara”, un’iniziativa che si è potuta concretizzare agevolata dalla reggenza della presidenza europea italiana. Grazie a Fondazione e Cassa di Risparmio di Ferrara ed altri sponsor è così ora possibile ammirare, in tiratura limitata, questo bel libro, riccamente illustrato, di 360 pagine, con la presentazione del presidente Carlo Azeglio Ciampi. Molti i pezzi presenti alla mostra belga, provenienti dai paesi più disparati: Austria, Belgio, Croazia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda, Portogallo, Spagna, Svizzera e da molti musei italiani, che hanno abbracciato vasti campi. Non solo quadri del Rinascimento quindi, ma sono stati indagati anche altri settori del periodo, quali l’araldica, la medaglistica, la musica, le armi, i manoscritti e gli incunaboli, le ceramiche, gli arazzi ed altre vere sciccherie.

    Tra gli autori dei testi: Andrea Emiliani, Adriano Prosperi, Gianni Venturi, Paolo Fabbri, Marco Folin, Micaela Torboli, Anna Maria Visser Travagli, Mauro Natale, Ranieri Varese, Federica Toniolo, Richard Stemp, Francesco Ceccarelli, Bert Meijer, Jadranka Bentini, Charles Hope, Alessandra Sarchi, Andrea Bacchi, Mario Scalini, Nello Forti Grazzini. Da non perdere!

    (Raffaele Ridolfi)

  • Tra le mie rime

    Tra le mie rime

    LA TUA IMMAGINE

    Nei momenti tristi gioco con la tua immagine… A sfiorarla è subito buio, l’ombra violetta, imbastita di niente, si spegne sul mio collinare tormento, mentre dintorno brilla indifferente il sole.

    PAROLE

    Il tuo viso, gli occhi fioriti di luce e più ancora la tua voce, quella che l’udito non ode, hanno parole che solo il silenzio traduce…

    RUGIADA

    Dalla finestra vedo gli alberi sublimare rugiada al primo sole…

    Sulla mia, nessun calore ha più questo potere, e piego il capo ormai rigido al giorno che viene.

    TRA LE MIE RIME

    Come posso sapere perché sei in questa lacrima che più non si asciuga, nei profumi di chissà quali venti, nell’urlo di una sfida.

    Come posso sapere perchè ti sei fermata ta le mie rime, se hai in serbo ancora sorrisi lontani.

    Come posso capire dove hai deposto la chiave gelosa di tanto mistero.

    MAMMA

    Presso la casa materna sta di guardia un gelso, a spiare, tra le occhiaie vuote, crepe di fango. Intento a dialoghi muti alza i tentacoli al cielo e dalla corteccia trasudano perle.

    Fuori dalla soglia patiscono rose non più coltivate; le riconosco, non voleva reciderle mai per non farle soffrire.

    Oggi, senza il tuo viso di luce, m’è rinata la colpa di non averti amata abbastanza, mamma.

    UNA LACRIMA

    Dopo tanto tempo l’ho rivista presso la proda dove macchie di papaveri feriscono il verde di sangue.

    Oggi alla Pieve, giorno di passione, l’ho sorpresa rivestire di viola un crocifisso.

    M’ha riconosciuto…

    Libero di volare dove le radici non trattengono, ancora in gestazione m’è rinata una lacrima, pronta a mutare forma e colore sulle ciglia prigioniera.

    IN MEMORIA DI ZIO MARIO (2ª guerra mondiale)

    Povero caro, testimone d’una resa senza condizioni, hai avuto il torto di rimanere vivo a trascinarti sulla steppa della grande pianura. Non sei ritornato… Forse era niente tornare così, ma ti avremmo visto e amato noi e mamma “Menta”, che di te era tutta una piaga.

    Lei che, a piedi nudi sulle rugiade, sentiva la tua morte senza sepoltura, lei che lentamente moriva nell’agonia dell’attesa.

    E tu, ventenne, che la Patria strozzò oltre i confini per sete di potere, tu sei l’eroe di una terra che divorò la carne dei suoi figli per un’avventura.

    Oggi quelle valli lager sono mari d’eba e frumento germinati sui cuori di neve inutilmente.

    Perdonaci, zio Mario, l’uomo è ancora odio, e l’eccidio continua…

    MORSI

    Ho amato senza misura ciò che non era…

    Temo questa scintilla che sempre rimette bagliori suscitando ritorni.

    Del mio cuore, voglioso di “giochi”, ho smarrito fiuti e tepori.

    La vita, più morsi che baci, a me non regala l’amore, che pure di questo soffoco ancora e respiro.

    SUL DOLCE NIDO

    Già inverno tutto trema di freddo e di inganno. Dammi un nome per non smarrirmi e ritornare caldo sul dolce nido dei tuoi capelli neri, prima che qualcosa faccia cadere l’ultima foglia.

    IL RECINTO

    – Tutto il giorno alla finestra, dimmi cosa vedi -.

    – L’orizzonte che mi racchiude, e una gran voglia di andare oltre -.

    – Ma è solo un recinto, un alto muro rosso -.

    – Per te, per me che non ci vedo è l’infinito -.

  • Dopo la marea

    Dopo la marea

    COME OGGETTI SMARRITI

    Il Tempo raccoglie e conserva, come conchiglie, ogni passo e ogni traccia di noi, oggetti smarriti che s’affastellano in magiche e mutevoli scatole cinesi.

    Dove esiste ancora il bimbo assiepato da risa ed effimeri pianti, dentro al giovane fluttuante sui suoi giorni immortali, che è dentro all’uomo che pialla le pieghe della vita, dentro a membra incartapecorite che tutto contengono, sedute a giocare a carte con il Tempo, posando sul tavolo, uno sull’altro, frantumi di memorie ritrovate.

    QUANDO SARA’ SERA

    E quando giungerà, la sera ci sorprenderà a rovistare tra i ricordi, ormai coriandoli sbiaditi pungolati dal fiato terso di marzo; per trovare ancora un senso, per non essere sabbia in un pugno che si dissipa fra le dita, quando sarà la lunga notte.

    COME UNA QUERCIA

    (a mia madre)

    Solida come una quercia mi hai parlato del tarlo che già ti divorava sotto quella corteccia sempre grondante di linfa e di volitivi impeti, dove muta e desolata annidavi il tormento lacerante ed ascoso per non farmi soffrire. Amo il tuo coraggio. Hai reciso il ramo devastato e ascoltato la voce del dolore sibilare tra le viscere lese e nel penetrale del tuo cuore come un vento gelido tra le fronde, aspettando, savia, il tempo della quiete.

    Ed ora ti vedo rigerminare nella brama di riessere tetto per i tuoi frutti. Ed io posso gioire di nuovo delle tue frasche ombrose che cullano e fanno evanescenti i miei pensieri grevi; del tuo canticchiare sommesso e ritrovato nella sacralità dei tuoi gesti quotidiani così certi e verbosi; dei tuoi pensieri che ancora ramingano ingenui e fantasiosi nel desiderio infrangibile di giorni nuovi.

    DOPO LA MAREA

    Muove i nostri fili la natura sfogliando le pagine del nostro tempo che non ci appartiene. Cadenzano le stagioni e ognuna ci accresce e ci toglie, lasciando scorrere sulle righe arcane i nostri precari cammini. S’assottiglia l’avvenire, mentre stillano i giorni ad uno ad uno cumulandosi impalpabili già tra i ricordi.

    Ma di ognuno di noi, istmi aggrappati a lembi di speranza, qualcosa rimane sulle rive dopo la marea… Polvere di limi briciole di essenze, …miriadi di minute pietruzze di un mosaico senza fine.

    IN’OND CH’A FNISS’EL DELTA

    In’ond’che celo e mare i d’venta tut’uno persi in t’el fià salso e umido d’la sira el lumin solitario d’na barca es nina in t’un velo d’caligo e quasi es confonde tra el stele ch’a luze d’sora. As’sente apena in t’el scuro el batre d’un remo sul pelo dl’acqua e un verzre d’ali di te fato forse d’na soeta. El sparpaiole el bala inspirtà intorno al faro ch’el mena in t’la note e la luna ogni tanto la g’fa oceto drio dal nuvle. Un supiare ziero d’garbin el ruma dosptoso tra el cane e i tamarisi rosa. E tut’intorno l’è solo el grande abrasso del sospirar del mare.

    L’ATTESA

    Uno scialle scuro e un lumino di pipa; due vecchi persi nell’ombra d’una finestra spenta guardano i passanti frettolosi apparire e svanire. Restano, vaghi profili chini e raccolti, immobili a riordinare rimembranze sbiadite Tra i giorni scevri di ameni momenti. sono le loro mani in grembo ramoscelli secchi e nodosi che un lungo fiume ha portato da lontano e lasciato sul greto uno sull’altro. Sbadiglia quel balcone nella fredda bruma, attorno a loro seduti al capezzale di un vetro a guardare assenti, …nell’attesa.

    RISVEGLI

    Un gufo tardivo si stana dai mesti silenzi racchiusi tra le fronde grumose dei salici piangenti. Fremiti, fruscii, stormir di rame, si alzano flebili dai lembi palustri e ombrosi.

    Ascolta, la terra, l’ansimo lieve del fiume mentre resta a guardare la notte struggersi tra gli abbracci di luci e mormorii, ai piedi d’un cielo fulvo appena striato di viola.

  • Janie e Tommy

    Janie e Tommy

    Janie rideva e rideva, non riusciva più a respirare dalla gioia. Tommy la prese tra le braccia e le fece solcare la porta d’ingresso. Janie salutò con affetto tutti coloro che erano intervenuti al matrimonio e Tommy strinse la mano ai suoi compagni dell’Esercito, compreso il capitano Hewlett che gli sussurrò all’orecchio, ma in realtà facendo molta attenzione a farsi sentire anche da Janie: – Lei ha la donna più bella del mondo, tenente!-

    Tommy, che mai aveva sentito il suo rude capitano sbilanciarsi nei complimenti e nelle dimostrazioni d’affetto, sgranò gli occhi scuri e scoppiò a ridere. Janie e Tommy chiusero la porta quando tutti se ne furono andati.

    – Finalmente sposati, Tommy! – sospirò Janie, stanchissima ma molto felice – Cosa credi che cambierà, caro?-

    – Niente; all’orizzonte non vedo proprio niente d’importante. A parte che hai già iniziato a chiamarmi “caro” come se avessimo alle spalle 50 anni di matrimonio! – rise Tommy, che quella sera trovava tutto allegro e spiritoso.

    Janie si scusò, sempre ridendo, e Tommy si sedette sul divano accanto a lei con i depliant del loro prossimo viaggio di nozze.

    – Non vedo l’ora di partire, tesoro! – squillò Tommy spettinandosi i folti capelli – Venti giorni di licenza! E’ un sogno!

    – Di solito te ne concedono sette o otto al massimo – si lamentò Janie, sfilandosi un guanto.

    – Quasi quanti ne concedono a te al giornale, ammettilo- rispose Tommy, tentando di fare il duro.

    – Ecco un lato positivo del nostro matrimonio: staremo insieme quando tu non avrai incarichi e io non avrò da scrivere articoli che poi non vanno mai bene al capo. E questa sarà la prima nostra vacanza che supera le ventiquattr’ore – aggiunse Janie, soddisfatta delle sue conclusioni.

    Tommy la guardava con gli occhi sognanti e le accarezzò i morbidi capelli castani. Janie l’abbracciò forte col suo solito entusiasmo che Tommy tanto amava.

    Tommy si svegliò di soprassalto alle sei della mattina seguente perché era squillato il telefono.

    – Chi è questo maleducato? – sbuffò agguantando la cornetta sul comodino.

    Janie gli fece eco con una serie di insulti indirizzati a chi rovinava il primo risveglio ad una coppia novella.

    – Pronto?- ringhiò Tommy nella cornetta, poi tacque immediatamente.

    Tommy si fece pallido e serio.

    Janie tirò su la testa e iniziò a chiedere: – Chi è? Chi è? – con un’ansia sempre maggiore, vedendo che Tommy sembrava molto preoccupato. Tommy non le rispose, muto e attento solo a ciò che gli veniva detto.

    Janie non riusciva a capire chi fosse colui che parlava con Tommy all’altro capo del telefono, né che cosa stesse dicendo.

    Tommy emise un flebile “Si, signore” e riattaccò.

    – Chi era? – l’assalì Janie, agitatissima.

    Tommy si alzò dal letto e disse uscendo dalla stanza: – Devo partire. Hanno bisogno di me. La nave salpa alle cinque di oggi pomeriggio.

    – Cosa, cosa? – ripeteva Janie augurandosi di non aver capito bene.

    Janie si alzò e gli corse dietro: – Dove devi andare, non ti hanno dato una licenza di venti giorni?

    – Tutte le licenze sono state revocate, dobbiamo presentarci oggi stesso.- rispose Tommy, abbassando la testa per non incontrare il suo sguardo, incapace di reagire a quella notizia.

    – Ma si può sapere cos’è successo? Tommy, per l’amor di Dio, vuoi dirmi dove devi andare e che cosa devi fare?- Janie lo prese per un braccio e lo guardò dritto negli occhi.

    – Non lo so, Janie, non lo so. Non so dove dobbiamo andare, è una missione top-secret. Potrebbe essere una fottutissima esercitazione oppure…- Tommy non concluse la frase e nascose il viso sulla spalla della moglie.

    Janie era distrutta. – C’è la guerra, Tommy?- chiese Janie con un gemito, con gli occhi verdi fissi nel vuoto davanti a lei.

    Tommy non alzò la testa dalla sua spalla quando rispose: – Siamo in guerra da due ore.

    – No, no, no! – gridò Janie, strappandosi dall’abbraccio di Tommy – Non è giusto, non è giusto! Non abbiamo neanche un minuto per stare insieme, siamo sposati da neanche un giorno! No, Tommy, non devi andare… Poi Janie tacque e gli occhi le si allagarono:- E quanto durerà questa missione?

    – Nessuno lo sa. Neanche il capitano. Sa solo che ha ricevuto l’ordine di richiamare tutti i suoi uomini e partire.

    Tommy era disperato quanto Janie, ma tentava di soffocare la sua preoccupazione per tranquillizzare lei.

    – Vado a preparare la valigia. Mi vuoi dare una mano?- le chiese Tommy, con calma. Janie non fiatò: era ammutolita dalla tristezza. Tommy la prese per mano e la strinse forte.

    Poi Janie e Tommy iniziarono a preparare la valigia.

    Tommy pensò che quella non era la valigia per andare in vacanza nei mari del Sud: era la valigia con le uniformi e tutto il resto, era la valigia per andare in guerra, e prepararla il giorno dopo le nozze, era uno strazio per lui e un’autentica disperazione per Janie.

    Tommy sentì il tempo scivolare via: altre poche ore e non avrebbe più rivisto Janie per molto tempo.

    – Te la senti di preparare il nostro primo pranzo?- chiese Tommy accarezzando piano il viso della sua Janie, che annuì come una bambina e si mise tristemente ai fornelli.

    – Ah, che delizia! – esclamò con forzata allegria Tommy seduto a tavola, assaggiando la pasta della moglie. – Il nostro cuoco cucina malissimo, lo sai. Quando tornerò, dovrai riempirmi di piatti come questo, per rifarmi dal disgusto delle sbobbe di Larry!

    Janie abbozzò un debole sorriso. Non sembrava quella una tavola allegra e piena di sogni e speranze come avrebbe dovuto essere la tavola di due ragazzi appena sposati.

    Ma Tommy possedeva una carica innata ed inesauribile di ottimismo e un po’ alla volta persuase anche la più pessimista Janie a vedere la situazione meno nera di quello che sembrava.

    Riconfortata Janie rise con Tommy per tutto il pranzo; parlarono a lungo e allegramente dei loro progetti, del viaggio “solo rimandato”, come disse Tommy, della loro casa da sistemare, del giardino ancora tutto da inventare, della loro vita insieme.

    – Abbiamo atteso sei anni prima di sposarci. – riflettè Janie – Possiamo resistere un altro paio di mesi.

    – Così parla la moglie di un tenente! – approvò Tommy accennando ad un brindisi col bicchiere, ma Janie abbassò la testa.

    Le cinque del pomeriggio arrivarono presto e Janie e Tommy si ritrovarono, senza rendersene pienamente conto, là sul molo, davanti alla nave che stava per salpare.

    Tommy, caricate tutte le sue cose, scese dalla nave per salutare Janie. Aveva un’espressione che contrastava parecchio col suo aspetto esteriore.

    Janie lo guardò mentre scendeva nella sua uniforme bianca, col suo corpo statuario che sembrava un modello da fotografia, con i capelli scuri seminascosti dal cappello e le spalle dritte…Tommy! Il Tommy che Janie avrebbe preferito veder vestito come tutti i giorni, senza l’uniforme, con una semplice camicia bianca e i jeans.

    Janie, la cui deliziosa figura era ancor più messa in risalto dal vestitino rosso che indossava, si tirò indietro i capelli con le mani che tremavano, ma c’era già la brezza del mare che le faceva da pettine.

    – Tornerò, amore- le disse Tommy, togliendosi il cappello e tenendola stretta a sé – Non stancarti di aspettarmi.

    – Prima la tua ombra si stancherà di te, lo sai.- gli rispose Janie, trovando scontata la risposta alla richiesta del marito.

    Tommy le accarezzò i capelli, la guardò negli occhi e si rimise il cappello.

    – Ciao- fece Tommy, lasciandole la mano e accennando un passo per andarsene.

    Ma se fino a quel punto Janie era riuscita a dissimulare e a sopprimere tutti i suoi sentimenti, ora non trattenne più le lacrime: scoppiò a piangere, si aggrappò alla giacca di Tommy, scongiurandolo di non partire, di non andarsene, di non lasciarla…

    Tommy la strinse forte e appoggiò la propria testa contro la sua: due grosse lacrime corsero giù dalle gote del tenente Tommy e si mescolarono subito con quelle di Janie, che non era capace di far altro che ripetere: – No…no, no, non partire…

    Tommy si riprese in fretta e le disse:- Tornerò, stanne certa, saranno solo due mesi… in fondo sono solo due mesi…

    Janie lo baciò e lo seguì con lo sguardo mentre saliva sulla nave, mentre la salutava urlando che sarebbe tornato presto e sarebbero andati finalmente in vacanza – e qui la fece sorridere tra le lacrime – e infine lo vide scomparire all’orizzonte assieme alla nave sul mare verde.

    Un mese esatto dopo la partenza di Tommy, Janie si alzò pigramente dal letto vuoto in una nuvolosa mattina.

    Tommy, al di là dal mare, si alzò dal suo sacco in cui inutilmente aveva provato a dormire per tutta la notte.

    Janie pensò alla crudele e assurda atrocità della guerra: rivoleva Tommy a casa.

    Tommy maledisse l’assurda e crudele atrocità della guerra: voleva tornare a casa dalla sua Janie.

    Janie andò in cucina. Tommy si guardò intorno ancora assonnato nell’aria nebbiosa del mattino.

    Janie preparò l’acqua per il tè. Tommy sentì dei rumori insoliti nella fredda aria attorno a lui.

    Janie spense il fuoco e prese una tazza. Tommy si spaventò e chiamò il suo compagno.

    Janie versò il tè nella tazza. Tommy gridò a squarciagola che era un’imboscata.

    Janie mescolò il tè con un cucchiaino. Tommy vide il nemico davanti a sé.

    Janie portò alle labbra la tazza. Tommy fu raggiunto da un paio di colpi.

    Janie pensò a Tommy. Tommy pensò a Janie.

    Janie cadde a terra. Tommy cadde a terra.

    Janie era svenuta, lunga distesa sul pavimento. Fu soccorsa solo una mezz’ora più tardi, quando la sua migliore amica, passata per riportarle le chiavi di casa che aveva dimenticato, non sentendo rispondere nessuno alla porta, era entrata e l’aveva trovata per terra.

    Janie aprì gli occhi e si ritrovò all’ospedale: – Oh, mio Dio! – gridò spaventata alzandosi a sedere – Cos’ho?

    Janie sentì la risposta divertita del dottore accanto a lei, che non condivideva affatto la preoccupazione della sua paziente: – No? – chiese, tremando dalla gioia – Aspetto un bambino? Ah, Tommy! Che bello! Tommy! –

    E Janie saltò giù dal letto abbracciando con trasporto la sua amica che era rimasta sempre con lei e, dopo aver ringraziato e assordato il dottore per una mezza dozzina di volte, si precipitò fuori dall’ospedale.

    Janie volò alla base militare, per cercare di mettersi in contatto con Tommy e dargli la meravigliosa notizia, che l’avrebbe reso felice quanto lo era lei.

    Janie dovette aspettare per ore, ma alla base nessuno riusciva a rintracciare il tenente Tommy.

    Janie tornò a casa sconsolata, ma con la ferma intenzione di riprovarci il giorno dopo: Tommy adesso doveva proprio tornare a casa.

    Il mattino seguente Janie si preparò in fretta e furia per tornare alla base navale e annunciare la sua lieta notizia.

    Con quell’esultante allegria, Janie aprì la porta di casa per uscire, ma c’era un capitano dell’Esercito dritto impietrito davanti alla porta che stava per suonare il campanello.

    Janie si spaventò subito.

    – Oddio, no.

    Janie guardò quel foglio bianco che teneva in mano l’uomo; non si chiese neanche cos’era perché lo sapeva, l’aveva capito appena aveva visto il capitano, e il suo sorriso si piegò in una smorfia disperata.

    Janie si appoggiò allo stipite della porta e gridò: – No, non è vero, non può essere, non è giusto. – Tommy!

    Janie non si sorresse più in piedi col solo aiuto della porta e il capitano fu costretto ad afferrarla prima che cadesse sul pavimento.

    – No, no, non è giusto, non è vero, dobbiamo andare in vacanza, la casa è da sistemare, ho seminato i fiori nell’aiuola, avremo un bambino, non è possibile, non è vero, mi dica che non è vero.

    Janie non volle trasferirsi a casa dell’amica, neanche per pochi mesi, neanche per pochi giorni.

    Janie non ebbe alcuna reazione isterica, né impazzì come temevano: era solamente e profondamente distrutta.

    Janie taceva e non parlava, non si oppose in alcun modo quando la sua amica si trasferì a casa sua e ci rimase per parecchio tempo: sembrava che nulla la toccasse più.

    Dopo otto mesi, Janie fu ricoverata in una burrascosa serata di fine aprile e, in preda al dolore, cercò la calda mano di Tommy perché le desse forza, ma trovò solo il bordo freddo del suo letto di ferro.

    Dopo qualche ora Janie si svegliò e, davanti a lei, c’era l’infermiera col sorriso sulle labbra: – Signora, è un maschietto. Come lo vuole chiamare?

    Janie allungò le braccia e, per la prima volta dopo otto mesi, sorrise quando ebbe in braccio suo figlio.

    Janie guardò raggiante l’infermiera e la sua cara amica che non l’aveva mai lasciata sola un istante e rispose: – Tommy.

    Janie si sedette alla tavola appena sparecchiata e allungò l’orecchio per sentire se Tommy, nella stanza accanto, dormiva.

    Janie era ben capace di arrangiarsi, ora che Tommy aveva tre mesi, e la sua amica era ritornata a casa sua.

    Janie guardò la foto che teneva sulla tavola, la foto del suo matrimonio: era ormai passato un anno.

    Janie prese in mano un’altra fotografia di lei e suo marito, quando erano stati a vedere le cascate qualche tempo prima di sposarsi: Tommy aveva la camicia e i jeans, e sorrideva stringendo Janie tutta spettinata dal vento.

    Janie abbozzò un dolcissimo e malinconico sorriso nel guardarla.

    E poi Janie nascose il viso tra le braccia piegate sul tavolo e si mise a piangere per quella tremenda ingiustizia che aveva distrutto le loro vite. E Janie riprese a tormentarsi con l’insolubile domanda, a cui nessuno mai ha potuto o potrebbe dare una risposta… perché…perché?

    Il piccolo Tommy strillò dalla sua culla.

    Janie vedeva Tommy quando teneva il figlio in braccio perché il piccolo aveva gli stessi occhi, la stessa bocca, ogni tratto di Tommy.

    Tommy era tutto quello che poteva ancora stringere a sé di suo marito.

    Janie si alzò e tenendo ancora fisso lo sguardo su quella foto, disse:- Non piangere, la mamma è qua, – e si asciugò le lacrime col bavaglino di Tommy.

    E ogni giorno Janie si sarebbe asciugata le lacrime col bavaglino di Tommy.

  • Il Bachgruppe

    Il Bachgruppe

    L’appuntamento a Bregenz, sul lago di Costanza, ha visto lo scorso luglio nuovamente riuniti per un bell’incontro musicale gli amici del Bachgruppe di Rovigo.

    Chi sono costoro?

    Tutto è nato qualche anno fa, quasi per caso, quando, sull’onda di un concerto bachiano al Conservatorio Venezze, alcuni amici amanti della musica, tra cui la prof.ssa Silvana Lucchiari e l’ing. Leonardo Chini, prendono l’iniziativa di organizzare un viaggio sulle orme del Grande di Lipsia.

    Dal 26 al 31 luglio 2000 un bel manipolo di rodigini parte dunque con prima destinazione Jena seguita da Weimar, Eisenach, Erfurt, Muhlhausen e Lipsia. La grande musica è quella del concerto “Solo fuer Bach” nella Chiesa di S. Giorgio a Jena, seguito dal concerto per organo nella Chiesa Divi Blasii di Muhlhausen; infine a Lipsia il concerto “Gaechinger Kantorei Stuttgart” nella grande sala del Gewandhaus con il “Credo” della Messa in Si minore di J.S.Bach e quello di Penderecki.

    Questa la prima esperienza del sodalizio di rodigini appassionati della grande musica e della bella compagnia. L’entusiasmo è tanto che, da subito, si comincia ad organizzare il viaggio dell’anno successivo.

    Eccoli nel 2001, con un gruppo sempre più nutrito ed affiatato, a Salisburgo per il concerto della Wiener Philarmoniker diretta da P. Boulez con musiche di Bela Bartòk e di Bruckner e con il Requiem di Mozart nel Duomo.

    La città di Salisburgo ed i suoi incantevoli dintorni sono le mete diurne di tre giorni dedicati all’importante evento musicale mozartiano al Grosses Festspielhaus.

    La meta scelta nel 2002 è stata Monaco di Baviera per i tre appuntamenti imperdibili, la “Missa Solemnis” di L.V.Beethoven al Nationaltheater, il “Concerto per organo” nella Chiesa di S.Pietro e l’opera “I Maestri Cantori di Norimberga” di Wagner sempre al Nationaltheater. Piena la soddisfazione anche per il fascino internazionale della bella città bavarese, i suoi parchi, i suoi musei e, perché no, per le sue storiche birrerie!.

    Nel 2003 la bellezza romantica del lago di Costanza con le isole fiorite ed i frutteti profumati, le reminescenze storiche della città omonima hanno fatto da contorno a momenti musicali di grande rilievo al Teatro di Bregenz, come il Concerto dei Wiener Sinphoniker, con musiche di Bela Bartòk, Sibelius e Ravel, l’opera lirica “La piccola volpe astuta” di Làos Janacek, per finire con la spettacolare rappresentazione dell’opera balletto “West Side Story” di L.Bernstein, allestita con scenografie ardite ed evocative su una piattaforma galleggiante sul lago.

    Tutto questo nel luglio 2003, in una fresca atmosfera lacustre, mentre tra gli animatori del gruppo fervono già idee e programmi anche ambiziosi (esempio Berlino), per il 2004. Quello che è evidente è che il Bachgruppe ha saputo coniugare occasioni di turismo intelligente con proposte musicali di grande respiro, non disdegnando le nuove esperienze della musica lirica, sinfonica e da camera, grazie anche alla competenza e passione dell’amico Angelo Lucchiari amante della musica e conoscitore della Germania.

    Frattanto, proprio mentre stiamo andando in stampa, ecco pronto il programma per il mese di luglio 2004:

    Partenza il 5 luglio con destinazione Norimberga; 6 luglio, visita a Norimberga e trasferta al Bad Kissingen nella Baviera del nord per assistere al concerto del pianista Socolov “Suonate di Beethoven”; 7 luglio, tre concerti della BBC con musiche di R. Schumann e H. Berlioz; 8 luglio, visita a Bamberge e Vierzennheilingen e concerto dell’Ensemble “Europa Galante”; 9 luglio, viaggio Bad Kissingen-Rovigo.

    Per più dettagliate notizie, per gli interessati è possibile contattare la prof.ssa Silvana Lucchiari (0425.421621).

  • Il coro di Melara

    Il coro di Melara

    Il coro di Melara ha compiuto trent’anni e per chi ben conosce le traversie riguardanti le vicende musicali che possono accadere in un lungo lasso di tempo nei nostri piccoli paesi, sa che questo è indubbiamente un traguardo prestigioso e spesso ragguardevole.

    Gli inizi

    Nasce nel 1973 in ambito parrocchiale come coro “Monte Cimon”, dalla volontà dell’allora cappellano don Walter Zonta quand’era parroco don Giacomo Prandini (1970-1985), in linea con le direttive del Concilio Vaticano II per strutturare una preparazione ad hoc dei cantori locali.

    Come tanti paesi della zona anche Melara aveva avuto nel dopoguerra una sua “Schola cantorum”, diretta dal maestro Dorespide Antonioli con motivi cantati in latino. Ora si trattava di cercare altri appassionati, per mettere a punto un nuovo repertorio in italiano.

    Gli anni ’70 si presentano con molteplici attività in paese, a tutti i livelli, sia sportivi, che culturali, che di aggregazione e la parrocchia rappresenta un naturale luogo d’incontro di scambi, d’idee e di proposte, quasi sempre portate a felice compimento. “La conoscenza della musica e le mie precedenti esperienze come strumentista e leader di un complessino musicale hanno reso le cose più facili” ricorda oggi Walter che fu il primo direttore sino al 1976.

    Il coro muove i primi passi forse alla fine dell’estate del 1973 in vista di una preparazione delle festività. Perché Monte Cimòn? Il nome deriva dalla strofe di una canzone alpina, “La ciesèta de Transacqua”. Il brano era stato “importato” dall’esperienza di don Giacomo Prandini col gruppo CTG di Rovigo. L’adattamento corale e l’arrangiamento erano stati poi fatti localmente.

    Non c’era sicuramente alcuna velleità di professionismo, per carità, però qualcosa in più di una semplice esecuzione ad una voce. Si è puntato subito su brani Natalizi e della S.Messa a tre voci: Tenori Primi, Tenori Secondi e Bassi. Un totale di circa quindici persone iniziali.

    Le voci erano quelle comuni, di persone (tra cui tanti accaniti fumatori) le cui corde vocali non erano certo educate ad esibirsi, con una ridotta estensione vocale, però il gruppo aveva un pregio raro: la passione improvvisa e totale per la realizzazione del coro. A dirla oggi il gruppo era molto “gasato” e pieno di buona volontà. Il bello era che furono coinvolte anche persone che, per abitudine o per scelta, la S.Messa non la frequentavano più da anni! Inoltre l’impegno di almeno due serate alla settimana era diventato una valida alternativa ad un paio d’ore al bar. L’adesione al coro non era legata nè da scelte religiose nè da quelle politiche.

    Non mancarono le difficoltà, la presenza discontinua di qualche elemento, l’intonazione non sempre all’ottimo grado (però ciò non ha mai impaurito il gruppo) e per rinsaldare l’unione accadeva volentieri che si terminasse la serata insieme con qualche fetta di buon salame ed ottimo vino.

    Il coro, inizialmente composto di soli uomini, era alla ricerca di un po’ di sicurezza psicologica mentre si cantava, per cui è successo che qualcuno del gruppo Tenori Secondi volesse passare al gruppo dei Bassi solo “perchè si trovava meglio” vicino alla voce possente di qualche amico più sicuro con la melodia. C’era poi chi partecipava al gruppo del nuovo coro anche se era stonato, solo per ritrovarsi con gli amici. Nessuno è mai stato rifiutato: l’importante era cantare.

    Solo in un secondo tempo sarebbe arrivata la selezione delle voci e la ricerca della raffinatezza del canto.

    Anni di canto e di trasformazioni

    Inizialmente Walter aveva la funzione di preparatore, di direttore del coro e qualche volta di arrangiatore di qualche brano musicale. Indefessi e indispensabili gli organisti che si sono turnati a sostenere il coro nei diversi momenti preparatori e durante le esecuzioni. Tra questi: Anna Montagnana, Carlo Marangoni e Giorgio Sarti (ben si ricorda le serate d’inverno, con nebbie pesantissime, che lo vedevano puntualissimo provenire da Castelmassa).

    I successi arrivarono presto e con grandi soddisfazioni! Ormai gli avvenimenti ecclesiastici più importanti non potevano più esentarsi dal chiedere la presenza delle prestazioni del coro. Oltre al Natale ci si impegnò anche per le festività della Pasqua, del patrono, per le prime comunioni e cresime. In seguito il coro aumentò e si trasformò a “quattro voci dispari” con l’arrivo di un selezionato gruppo di donne. Anche i brani si fecero più impegnativi toccando opere di autori veri mostri sacri (Bach, Haendel, ecc.). Il numero di partecipanti al coro allora arrivò intorno a 30-35 elementi.

    Dal repertorio sacro il coro passò, poi, ad un repertorio di canzoni di montagna e di divertimento, che si ricordano con piacere, quali primi successi polifonici come: La ciesèta de Transacqua, Signore delle cime e Me compare Giacomèto.

    Le canzoni di montagna citate diventarono come la Hit-Parade del gruppo, che poi si ritrovava a cantarle nelle feste private, nei brevi intervalli montani a Fernazza, in prossimità di Alleghe (Bl), in auto, durante gli spostamenti della compagnia, e in teatro parrocchiale.

    Furono presidenti del gruppo dei primi tempi Roberto Bacchiega, Arrigo Azzolini, Giancarlo Fincatti e Giuliano Benatti, ed alcuni di loro si accollarono il difficile compito di premere e sollecitare affinchè tutti partecipassero alle prove in modo continuativo. Nel 1984 intanto il gruppo mutò il nome in corale “La rocca”, richiamandosi all’antica costruzione che per secoli primeggiò in paese.

    Maestri in itinere

    Dopo Walter Zonta il coro è transitato dal 1976 al 1985 alla scuola di don Giacomo Prandini, che magistralmente ne ha curato l’evoluzione, l’ampliamento del gruppo e del repertorio “sacro e profano”. A questi successe la competenza e la creatività del maestro Carlo Marangoni, che ereditò l’onore e l’onere del gruppo, spingendo a vette più alte e originali il coro. Molte composizioni, in repertorio alla corale, lo vedono, oltre che come conduttore, anche come autore ed arrangiatore. Memorabili anche i suoi interventi all’antico organo “Tonoli” sia come semplice e competente “accordatore” che, soprattutto, come interprete raffinato dei brani più difficili degli autori più significativi del settore. Al termine delle celebrazioni religiose, quando il maestro Marangoni intonava all’organo brani famosi, come la “Toccata e fuga in Re minore” di J.S. Bach, molti fedeli rimanevano volentieri ancora sui banchi della chiesa per farsi inebriare da quel rincorrersi di sapienti note sulla vecchia e difficoltosa tastiera.

    Alla conduzione del coro per nove anni è succeduto poi il maestro Franco Negrini di Sermide (Mn), dal 1990 al 1999. La sua grande professionalità ha portato la corale a raccogliere diverse soddisfazioni canore nelle numerose gare a cui il coro ha partecipato, in provincia e fuori, tra le quali si ricorda con piacere il gemellaggio effettuato nel 1993 con la cittadina francese di Saint Saturnin le Avignon.

    1993, il ventesimo della fondazione

    In occasione del ventesimo anniversario ci furono solenni e pubblici riconoscimenti. Una serata speciale che ha prodotto una video-cassetta eseguita il 4 dicembre 1993 grazie alle produzioni IES di Giorgio Sarti. Ospiti d’onore nell’occasione furono: gli alunni della Scuola Media Statale di Melara con la loro insegnante, la soprano lirica prof. Graziella Stevanin, il valido basso baritono locale Giuseppe Marangoni e l’amministrazione comunale dell’allora sindaco Giampiero Negrini.

    Nella serata il presentatore Carlo Bagnoli ha ripercorso l’intera storia del Coro con l’elenco dei coristi (più di cento), dei direttori e maestri e naturalmente dei brani, cavalli di battaglia di tante uscite e performances.

    Insomma il coro in questi anni ha avuto una presenza significativa a livello sociale, con la partecipazione allegra alle festività pubbliche di Melara in piazza, in teatro e in Chiesa, durante la celebrazione religiose, fino ad arrivare ad utilizzare alcune canzoni (come la citata “Signore delle cime”) per l’estremo saluto di qualche “corista” o amico improvvisamente scomparso, quali Arturo Ridolfi, Giuliano De Vincenzi, Romano Gallini, Carlo Allegri ed altri ancora.

    Il coro oggi

    La conduzione attuale iniziata dall’anno 2000 è garantita dall’entusiasmo, dalla tenacia e dalla competenza del maestro Nunzio Zannini, già cantore dello stesso coro. Il gruppo conosce un breve periodo in cui tramuta il nome in “Amici nel canto” per poi ritornare, in occasione del trentesimo, a “La Rocca”. Un nutrito calendario vede il coro di Melara impegnato frequentemente durante tutto il corso dell’anno, ricordando anche la recente uscita a Roverè della Luna in Trentino.

    Sotto la direzione artistica di Zannini e l’armonizzatore accompagnatore Carlo Marangoni cantano oggi quali primi tenori: Silvio Chiavegatti, Lino De Eccher, Giuliano Montagnini, Aquilino Negrini, Enzo Pasqualini ed Alberto Pretti. Come secondi tenori: Arrigo Azzolini, Giuliano Benatti, Duilio De Vincenzi, Luciano Poltronieri, Enzo Ramazzotto ed Antonio Stefanoni. Quali baritoni: Carlo Andreoli, Francesco Bagnoli, Franco Caleffi, Tonino Nardi, Piero Negrini e Rinaldo Negrini. Ed infine come bassi: Eolo Confortini, Lino De Vincenzi, Luciano Gallini e Gerio Turchetti.

    Per quanto riguarda i programmi futuri, si sta attuando il progetto di raccogliere alcune “performances” canore della corale in formato digitale, per poi editare un CD e renderlo disponibile ad più vasto pubblico su di un supporto più duraturo e qualitativamente alto. A tale scopo il direttore Nunzio Zannini, Walter Zonta e Giorgio Sarti si stanno muovendo per selezionare i brani da inserire, realizzare le registrazioni e promuovere ed assistere il progetto. Si parla anche di un libretto col medesimo scopo.

    Tra i primi pezzi e quelli odierni, tra i più “sentiti” citiamo: Croce in vetta al monte, in ricordo della croce installata nel 1977 a Fernazza di Alleghe (Bl), Molighe el fil, proposta a Rovigo in una rassegna A.S.AC., Ilì ilè ilò, La contrà de l’acqua ciara a quattro voci, La strada ferrata, Ai Preatt e Stelutis alpinis in friulano e la classica Signore delle cime.

  • La corte de le pignatte

    La corte de le pignatte

    La corte de le pignate è, nel teatro veneto, la prima voce del Polesine ed è una commedia da leggere d’autunno, sgranocchiando caldarroste.” Così inizia il testo di Eugenio Ferdinando Palmieri, invero un’opera valida in tutte le stagioni e ancora più apprezzabile se vista a teatro, col suo corredo di musiche, canti e balli.

    Va dato merito alla compagnia “Proposta Teatro Collettivo” di Arquà Polesine, diretta da Giorgio Libanore, di aver inserito nel proprio repertorio una commedia ambientata a Rovigo e a Lendinara nel 1910, nella quale i riferimenti storici, sociali e topografici al capoluogo e a tutto il Polesine sono un elemento caratterizzante.

    Nella Rovigo di cento anni fa la “Corte de le pignate” era un luogo reale, ben definito, una piazzetta collocata sulla riva sinistra dell’Adigetto, di rimpetto alla chiesetta di S. Michele, un luogo periferico, per quel tempo, ubicato al di fuori delle mura e delle porte della città, circondato dalle abitazioni di semplici artigiani e popolani. Il riferimento alle “pignate” trarrebbe spunto dal fatto che in quello spazio ristretto per secoli artigiani esperti avrebbero forgiato stoviglie di terracotta, lasciando nella toponomastica un orgoglioso segno del loro lavoro.

    Palmieri, di origini vicentine ma vissuto alcuni anni a Rovigo, è riuscito a cogliere con straordinaria sagacia i caratteri di una città in trasformazione, in cui si intuiscono i primi elementi di sviluppo in senso moderno di un’area caratterizzata da secoli di subordinazione politica, di sfruttamento, di emarginazione: non più solo un mondo contadino ma un tessuto sociale più composito con operai, artigiani, impiegati e commercianti.

    La coralità del testo riproduce, sia con ironia di grana ora grossa ora sottile, sia con pennellate di autentica poesia, un mondo urbano in cui la tradizionale religiosità (il pellegrinaggio alla Madonna di Lendinara) si confonde con innovative linee di libertarismo sociale (le società operaie, “la boje”).

    “Quadro di maniera” viene definito dallo stesso Palmieri questo affresco di un mondo che si anima attraverso le chiacchiere, i pettegolezzi, gli amori, gli intrighi, gli stratagemmi spesso innocenti ma acuti, di uomini e donne del popolo.

    La vicenda gira attorno all’amore contrastato di Nena, brava ragazza ma di umili condizioni sociali, e Nicoleto, pupillo di un ricco e burbero zio, Menego, che non vuole sentire parlare di un matrimonio così inadeguato. Marieta, madre di Nena, preoccupata per la salute della figlia, si reca, accompagnata dal sagrestano della chiesa di S. Bortolo, soprannominato “Canarin”, alla fiera della Madonna di Lendinara, per procurarsi dell’acqua miracolosa, che possa vincere le resistenze dell’intransigente zio. Durante il pellegrinaggio, però, un furto la priva dell’acqua che, per un lampo di genio della vicina di casa, Teresa, al ritorno a Rovigo, viene sostituita con semplice acqua di rubinetto. Nena, ignara di tutto, la beve, fiduciosa in un miracolo ma “ciò che non poté l’acqua poté la passione”: la ragazza rimane incinta e, dopo aver affrontato lo zio Menego, gli strappa l’assenso alle nozze.

    Attorno alla trama l’autore ha, però, ideato un’ampia cornice entro la quale si muovono altri personaggi, non meno importanti per tratteggiare uno spaccato completo della Rovigo dei primi del ‘900. Su tutti svettano le genuine personalità di Napoli (diminutivo di Napoleone) Soasa, ciabattino e membro della Commissione Comunale del Gas, con un passato di comparsa e corista al Teatro Sociale, pretenzioso autodidatta con l’aspirazione di divenire deputato e della moglie Giustina, per contrapposizione donna più realista e più concreta.

    Una “commedia nella commedia” è rappresentata, infine, dalla rievocazione della Fiera di Lendinara: qui Palmieri dimostra tutte le proprie doti di fine osservatore (era pur sempre un giornalista…) per descrivere situazioni e personaggi che caratterizzavano questo evento. La cantastorie, la chiromante, gli artisti di strada, la donna dei puoti (un elementare tiro al bersaglio), la ciarlatana, venditrice di “mirabolanti rimedi” per tutti i mali, compongono un chiassoso ma ben orchestrato quadro, arricchito da musiche, da canti e da coreografie folcloristiche d’annata, deliberatamente valorizzate da una precisa scelta registica.

    La Fiera è degnamente coronata dall’intervento del “Torototela”, un noto personaggio caratterizzato dall’omonimo strumento musicale, che rievoca in modo ora allegro e scanzonato, ora serio e lirico vicende personali ambientate nella realtà del territorio polesano.

    La messa in scena della commedia, come sempre realizzata con l’apporto di tutti i componenti della compagnia, punta su una scenografia essenziale ma significativa, un lampione, un tavolo di un ciabattino, delle sedie, una finestra, arricchita, però dallo scorrere sullo sfondo di immagini storiche della città e del territorio polesano, frutto di un accurato lavoro di ricerca, proiettate in sintonia con i temi e i riferimenti contenuti nel testo.

    Ricca di personaggi, vivace nel ritmo e nei dialoghi, contraddistinta da numerosi stacchi con canti e balli, la commedia diverte ma fa anche riflettere e rievoca nell’animo dei Polesani, soprattutto di quelli non più giovani, nomi, luoghi, atmosfere di un tempo cronologicamente lontano ma emotivamente ancora molto vicino.

  • Pinocchio burattino senza fili

    Pinocchio burattino senza fili

    Sulla scia dell’enorme successo che ha riscosso il film di Pinocchio, la produttiva collaborazione tra Claudio Ronda, Ivan Stefanutti, la compagnia di danza rodigina “Fabula Saltica” e il Teatro Sociale, è riuscita a reinventare la storia, trasformandola in uno spettacolo sfavillante e divertente, che dalla scorsa estate sta ottenendo calorosi successi in tutta Italia.

    Senza perdere la trama originale, e soprattutto cercando di restituire la fresca visione degli occhi dei bambini, è stata creata la drammaturgia “Pinocchio burattino senza fili”, una rilettura in chiave di balletto, proposta per la prima volta al pubblico rodigino lo scorso luglio, presso il Chiostro degli Olivetani. Protagonista e nome di richiamo per l’iniziativa, Alessandro Vigiliate, il giovane foggiano, conosciuto attraverso il piccolo schermo grazie alla trasmissione “Saranno Famosi”, che, nei panni del celebre burattino legnoso, ha dato il meglio di sé, grazie alla corporatura esile e agile, ottenendo consensi davvero calorosi.

    Dopo i successi della scorsa estate, lo spettacolo è stato ripreso e leggermente modificato, adattandolo all’esecuzione in teatri e luoghi chiusi, per un’altra serie di tappe in tutta Italia a partire dal teatro rodigino, dove Pinocchio ha attirato per tre giorni consecutivi ancora tanti spettatori di ogni età.

    Come ha affermato il coreografo Claudio Ronda, “Pinocchio, forse tra i più fortunati romanzi italiani, appartiene a quella categoria di libri che è piacevolissimo leggere, ma nel momento in cui si cerca una chiave per trasformarlo in uno spettacolo diventa difficilissimo, un po’ perché ci hanno provato in tanti, un po’ perché è come se il racconto volesse ribellarsi e Pinocchio volesse sfuggire da qualsiasi tentativo di appiattimento. Ecco perché, volendo affrontare Pinocchio rivisitandolo col linguaggio della danza, il tentativo, di comune accordo con Ivan Stefanutti che ha curato le scene, è stato quello di non prevaricare il libro di Collodi ma piuttosto di essere “usati” dal testo tentando di ritrovare tutto ciò che in trasparenza appare ai più piccoli lettori.”

    Pinocchio è senza dubbio anche un modo di vedere il mondo. Questo eroe minuscolo, piccolo e trasgressivo, in lotta eterna contro le consuetudini e la legge, contro il catechismo dell’ordine, in continua fuga, in bilico tra il riposo nell’esperienza e il capriccio dell’avventura, la quiete di orizzonti limitati e ansia di evasione è la metafora della purezza in perenne conflitto col mondo gretto e malvagio di un’umanità senza sogni.

    Pezzo di legno, attratto da un “disordine” più avventuroso, dalla sete di libertà, con i suoi errori sintetizza la fatica del vivere nel meraviglioso mondo del possibile e dell’incerto.

    Il 4 e 5 febbraio scorsi, lo spettacolo si è dimostrato ancora immediato e piacevole, capace di coinvolgere e commuovere, in una coloratissima girandola di personaggi simbolici e caricature che efficacemente hanno rappresentato ciò che Edoardo Bennato ha voluto comunicare con le canzoni sagaci e sempre attuali del disco “Burattino senza fili” del 1977, l’accompagnamento musicale e filo conduttore della vicenda. “…Ogni favola è un gioco ed è vera soltanto a metà”, comunica Bennato e mai come in questa favola, dove la menzogna sembra essere un motivo ricorrente, verità e favola si intersecano. La lotta con la menzogna è dura, è un lento percorso nel quale Pinocchio impara a misurarsi e relazionare, è la menzogna su cui si regge un sistema, dove diventa necessario imparare a leggere, come suggerisce Collodi.

    Il balletto ha seguito le fasi di un il gioco dell’Oca, trasformato in Gioco del Burattino, le cui tappe sono state scandite dall’illuminazione di un grande tabellone con funzioni di scenografia e di collegamento: Jacovitti imperava con le sue illustrazioni che si animavano sullo sfondo. Davanti le coreografie corali e i passi a due dove Gatto e Volpe, Fata Turchina, Grillo parlante, popolani, scolari, maestra, hanno tracciato il corollario di fervide immagini e sostenuto la storia di Pinocchio e Geppetto.

    Ottima la prestazione della Compagnia Fabula Saltica che ha saputo rendere ogni passaggio in modo fortemente comunicativo: la frizzante atmosfera dei momenti di assieme si è stemperata nei lirismi dei soli con un gioco di luci ed ombre sapientemente dosate.

    Tutti gli interpreti, (Vito Alfarano, Giovanna Carrain, Alessia Cecchi, Luigi Celani, Massimo Cerreti, Caterina Figaia, Denald Gjergo, Federica Iacuzzi, Paola Maran, Ivan Piccioli, Elena Sassaro), nei coloratissimi e buffi costumi di Ivan Stefanutti, ispirati dall’abile penna di Benito Jacovitti, hanno egregiamente sostenuto uno spettacolo impegnativo ma accattivante per i presenti.

    Ottime le scelte coreografiche di Claudio Ronda che, utilizzando la grande esperienza maturata negli anni passati, ha saputo rivisitare la storia con gli ideali di oggi senza perdere la freschezza e l’originalità degli occhi dei bambini.

    Fondamentale la collaborazione con Ivan Stefanutti, attivo assiduamente nell’opera lirica, nei balletti e nel cinema, che ha creato scene e costumi ironici, personaggi divertenti, dal “legnoso” burattino sino ai goffi abitanti del Paese dei Balocchi.

    Il pubblico, numeroso e caloroso, ha assistito divertito e attento allo svolgimento della storia, immediata e piacevole, scandita sul fondale del palco dal grande Gioco dell’oca, quasi una metafora delle vicende umane. In ogni tappa è stata rappresentata la vita, con i suoi sogni e le sue delusioni, durante un viaggio fantastico con divertenti ed originali inserzioni di cubiste e ballerine di lap dance. Adulti e bambini sono stati coinvolti piacevolmente nella conferma di un lavoro davvero ben riuscito, che probabilmente non sarà l’ultima produzione di un cast tanto attivo, affiatato e fantasioso.

    LE TAPPE DI FABULA SALTICA

    “Fabula Saltica” è da parecchio tempo il fulcro della danza rodigina, e da alcuni anni sta acquistando sempre più fama e consensi a livello nazionale.

    L’Associazione Balletto “città di Rovigo” nasce nel 1986 grazie alla volontà di Claudio Ronda, Pia Russo e Leila Troletti, danzatori provenienti da diverse esperienze artistiche. Fin dalla sua costituzione, accanto all’attività di produzione e distribuzione di spettacoli di danza, l’Associazione dà vita ad una propria compagnia formata da giovani e denominata “Estballetto”.

    Nel novembre 1990 il Teatro Sociale di Rovigo decide di produrre il nuovo spettacolo della Compagnia Estballetto, inserendolo nella propria Stagione Lirica Tradizionale. La Compagnia affida la realizzazione dello spettacolo a Gheorghe Iancu: nasce così “La Mascherata”, su musiche di Boccherini, ispirato ad un libretto per musica di Carlo Goldoni.

    Il successo dello spettacolo (nel quale Iancu ricopre il ruolo di protagonista) accolto con favorevolissimi esiti di pubblico e di critica in alcuni dei maggiori teatri italiani rafforza il legame dell’Associazione con il Teatro Sociale. La compagnia, prende allora il nome di Fabula Saltica e affida la direzione artistica a Gheorghe Iancu per il periodo che va dal 1990 al 1996. Dal 1996 L’Associazione Balletto città di Rovigo viene riconosciuta dalla Presidenza del Consiglio Dipartimento dello Spettacolo

    Grazie alla fervida attività di “Fabula saltica”, le produzioni di danza sono uno dei punti centrali del progetto culturale del Teatro Sociale di Rovigo, che nel 1995 commissiona per l’inaugurazione della 181° Stagione Lirica la musica per un nuovo balletto a Marco Tutino; nasce così, da un’idea di Gheorghe Iancu, “Riccardo III”. Il balletto vede la partecipazione di Gheorghe Iancu, accanto a lui oltre ai ballerini di Fabula Saltica alcuni fra i maggiori interpreti internazionali. Lo spettacolo viene ripreso nell’’ottobre 1996 al Palafenice. Viene prodotto sempre nel 1995 un nuovo spettacolo con coreografie di Gheorghe Iancu: “Aura”.

    Nel dicembre 1996 il Teatro Sociale commissiona per la 182° Stagione Lirica la musica di un balletto al musicista jazz Enrico Rava. Nasce, da un’idea di Claudio Ronda, “Ragazzi Selvaggi”, balletto ispirato agli autori della beat generation. La coreografia del balletto, viene affidata a Robert North. Interprete principale, accanto ai danzatori della Compagnia Fabula Saltica Alessandro Molin.

    L’estate 1997 vede la Compagnia Fabula Saltica impegnata in una tournée che porta “Ragazzi Selvaggi” nei maggiori festival italiani. Sempre nel 1996 viene prodotto lo spettacolo “Synthesis” coregrafie di G. Iancu.

    Nel 1997 il Teatro Sociale commissiona per l’inaugurazione della 183° Stagione Lirica la musica per un nuovo balletto al compositore Claudio Ambrosini; nasce così Il balletto “Pandora Librante” ispirato alle “lezioni americane” di Italo Calvino. La creazione coreografica viene affidata a Robert Cohan, già fondatore del London Contemporary Dance Company, le scene portano la firma di Fabrizio Plessi.

    Nel 1998 il Teatro Sociale commissiona per l’inaugurazione della 184° Stagione Lirica la musica per un nuovo balletto al compositore Giorgio Gaslini; nasce così Il balletto “Sprint”, ispirato al mondo del ciclismo. La creazione coreografica viene affidata a Loris Petrillo, le scene e i costumi portano la firma di Luisa Spinatelli. Il 5 giugno 1999 l’allestimento viene premiato dalla rivista Danza&Danza al Teatro Romolo Valli di Reggio Emilia come migliore partitura musicale per balletto dell’anno 1998.

    Nell’estate del 1999, l’Associazione produce lo spettacolo “in mezzo……la terra” con coreografie di Robert North e Robert Cohan. Nel 1999 la 185° Stagione Lirica apre con il balletto “Pictures” trittico su musiche di Antonio Vivaldi, Matteo D’Amico e Howard Blake. Il balletto dedicato all’anno giubilare vede come prima ballerina ospite Luciana Savignano.

    Nel 2000 la 185° Stagione Lirica viene chiusa dal balletto “Together” su musiche di Giovanni Sollima. Le coregrafie portano la firma di Fabrizio Monteverde e Claudio Ronda.

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