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Archivi: Articoli d’archivio

  • INDICI GENERALI VOL. 21-30

    INDICI GENERALI VOL. 21-30

    ADRIA

    •Le dimore dei Vescovi – 1^ parte- di Aldo Rondina, vol.21, p. 38

    •Il Polesine in età romana di Riccardo Celeghin, vol 21, p. 48

    •Il gruppo archeologico “Bocchi” di V. N., vol. 21, p. 150

    •Giubileo & Giubilei di Luigi Contegiacomo, vol. 22, p.46

    •Le dimore dei Vescovi – 2^ parte- di Aldo Rondina, vol. 22, p. 53

    •Il tesoro della Cattedrale di V. N., vol. 23, p. 156

    •Antichi eroi raggiunsero il Polesine di Pelopida Tironi, vol. 23, p. 60

    •La porta del Delta, di Lino Segantin, vol. 24, p. 12

    •L’Amolara di Carlo Piombo, vol. 24, p. 16

    •Quando c’era un solo Mazorno di Daniele Bergantin, vol. 24, p. 56

    •Marino Marin di Nicola Berti, vol. 24, p. 64

    •Casina Badoer di Roberto Marangoni, vol. 25, p. 38

    •Sulla pista dell’Autodromo di Romano Beltramini, vol. 26, p. 32

    •L’ultimo “savatin” di Roberto Marangoni, vol. 26, p. 70

    •Quei cavalli da corsa di Nicola Berti, vol. 26, p. 140

    •I vent’anni della ciabatta di Nicola Berti, vol. 26, p. 174

    •I cinquant’anni del Soldanella di Romano Beltramini, vol. 28, p. 156

    •I Cantieri Navali Vittoria di Romano Beltramini, vol. 29, p. 42

    •Camminate in Polesine di Giuseppe Marangoni, vol. 30, p. 22

    •La cattedrale rinnovata di Aldo Rondina, vol. 30, p. 44

    •E ti, ciepa, ciapa di Paolo Rigoni, vol. 30, p. 68

    ARIANO POLESINE

    •Il Polesine in età romana di Riccardo Celeghin, vol. 21, p. 48

    •Valorizzare S. Basilio di Michela Marangoni, vol. 23, p. 18

    •Alla scoperta del Delta di Lino Segantin, vol. 23, p. 26

    •Destinazione Delta di Lino Segantin, vol. 24, p. 24

    •Santa Maria de Castro Adriani di Aldo Tumiatti, vol. 26, p. 50

    •C’era una volta S. Alessio di Aldo Tumiatti, vol. 28, p. 72

    ARQUA’ POLESINE

    •Gli sbandieratori di Arquà di V. N., vol. 25, p. 164

    BADIA POLESINE

    •Nella valle della Buora di Francesco Crestani, vol. 21, p. 18

    •Il Polesine in età romana di Riccardo Celeghin, vol 21, p. 48

    •Nuovi documenti per la storia del Teatro Sociale di Claudio Vallerini, v. 21, p. 56

    •La Beata Vergine della Salute di Grazia Giordani, vol. 22 p. 20

    •Lo stadio Verzaro di Claudio Vallerini, vol. 23, p. 22

    •Passeggiando per Badia di Grazia Giordani, vol. 24, p. 32

    •Antonio Eugenio Baruffaldi di Ivan Tardivello, vol. 24, p. 68

    •Eugenio Balzan, una vita per il Corriere di Corrado Ferri, vol. 26, p. 72

    •Gli affreschi di Salvaterra di Graziano Beccari, vol. 26, p. 134

    •La festa della polenta di Orazio Cappellari, vol. 26, p. 170

    •La Buora di Salvaterra di Silvano Rossato, vol. 27, p. 42

    •Andrea Urbani a Salvaterra di Sergio Garbato, vol. 28, p. 42

    •I gà pikà karnevale di Graziano Beccari, vol. 28, p. 76

    •Il Sodalizio Vangadiciense di Paolo Aguzzoni, vol. 28, p. 146

    •Un francobollo per Eugenio Balzan di Paolo Aguzzoni, vol. 28, p. 160

    •La Casa della Divina Provvidenza di Chiara Gennaro, vol. 28, p. 170

    BAGNOLO PO

    •La navicella di S. Gottardo di Paolo Zambonin, vol. 25, p. 18

    BERGANTINO

    •La golena di Bergantino di Davide Malavasi, vol. 21, p. 30

    •I Santini, una famiglia di Capomastri -1^ Parte – di Raffaele Ridolfi, vol. 21, p. 42

    •Quando c’erano i mulini di Corrado Ferri, vol. 23, p. 56

    •Il museo della giostra di Tommaso Zaghini, vol. 24, p. 8

    •Gente del fiume di Corrado Ferri, vol. 25, p. 50

    •I luoghi dell’altrove di Corrado Ferri, vol. 27, p. 24

    CALTO

    •I Santini, una famiglia di Capomastri -1^ Parte – di Raffaele Ridolfi, vol. 21, p. 42

    •Calto paese dalle antiche origini di Giorgio Fioravanti, vol. 26, p. 58

    •La Concordia di Calto di Giorgio Fioravanti, vol. 27, p. 60

    CANARO

    •I Martelli – 1^ parte – di Claudio Garbellini, vol. 26, p. 46

    CANDA

    •Villa Nani Mocenigo, fulcro di manifestazioni di Paolo Zambonin, vol. 21, p. 158

    •El pozo dei rasuri di Paolo Zambonin, vol. 25, p. 68

    CASTELGUGLIELMO

    •Una comunità nella scuola di Bressane di Paolo Zambonin, vol. 21, p. 166

    •L’archivio di Castelguglielmo di Paolo Zambonin, vol. 23, p. 144

    •In val Precona di Paolo Zambonin, vol. 27, p. 28

    CASTELMASSA

    •Il ponte centenario di Amina Bongiovanni, vol. 27, p. 154

    •Fotografando di V. N., vol. 27, p. 168

    CENESELLI

    •I Santini, una famiglia di Capomastri -1^ Parte- di Raffaele Ridolfi, vol.21, p. 42

    •Villa Peretti di Gabriele Antonioli, vol. 24, p. 20

    COSTA

    CRESPINO

    •I Santini, una famiglia di Capomastri – 2^ parte – di Raffaele Ridolfi, vol. 22, p.58

    •Gli Etruschi a S. Cassiano di Enrico Maragno, vol. 23, p. 38

    DELTA E FIUME PO

    •Verso la foce di Lino Segantin, vol. 21, p. 10

    •Alla scoperta del Delta di Claudio Nardocci, vol. 21, p. 34

    •Fetonte e le Eliadi di Pelopida Tironi, vol 21, p. 52

    •I traghetti del Delta di Cristina Tognon, vol. 21, p. 60

    •In valle di Lino Segantin, vol. 22, p. 14

    •Lungo il Po con gli Argonauti di Pelopida Tironi, vol 22, p. 68

    •Per amore del Po di Massimo Canuti, vol. 23, p. 8

    •Alla scoperta del Delta di Lino Segantin, vol. 23, p. 26

    •Quando c’erano i mulini di Corrado Ferri, vol. 23, p. 56

    •Antichi eroi raggiunsero il Polesine di Pelopida Tironi, vol. 23, p. 60

    •Destinazione Delta di Lino Segantin, vol. 24, p. 24

    •La sconfitta dei Cimbri di Pelopida Tironi, vol. 24, p. 78

    •Il riso del Delta di Orazio Cappellari, vol. 24, p. 158

    •Là dove prende vita il Parco di Luciano Scarpante, vol. 25, p. 8

    •Caro Delta, ti scrivo di Lucilla ed Antonio, vol. 25, p. 12

    •L’anguilla del Delta di Lino Segantin, vol. 25, p. 22

    •L’anguilla in cucina di Mariangela Lionello, vol. 25,

    •Gente del fiume di Corrado Ferri, vol. 25, p. 50

    •Il viaggio di Catullo di Pelopida Tironi, vol. 25, p. 66

    •Coast to Coast di Enrico Mancin, vol. 28, p. 14

    •Risalendo il grande fiume di Lino Segantin, vol. 28, p. 20

    •La civiltà valliva in Basso Polesine di Enrico Mancin, vol. 28, p. 52

    •Viaggio virtuale nel Delta del Po di Aldo Tumiatti, vol. 29, p. 8

    •Nelle valli del Delta di Enrico Mancin, vol. 29, p. 34

    •L’Oasi di Ca’ Mello di Lisa Cappellari, vol. 29, p. 46

    •Il “taglio” di Porto Viro di Lino Segantin, vol. 29, p. 50

    •2004, anno del riso di Orazio Cappellari, vol. 29, p. 164

    •Tra Veneto ed Emilia di Lino Segantin, vol. 30, p. 8

    FICAROLO

    •Cristina regina di Svezia di Sergio Garbato, vol. 26, p. 42

    •Lucrezia, gli Estensi e il Polesine di Lino Segantin, vol. 27, p. 52

    •Risalendo il grande fiume di Lino Segantin, vol. 28, p. 20

    •Nella Transpadana ferrarese di Massimiliano Furini, vol. 29, p. 16

    •Sant’Ippolito dei Vegri di Antonio Ghirotto, vol. 30. p. 30

    FIESSO UMBERTIANO

    FRATTA POLESINE

    •Il giro delle ville del Polesine di Angioletta Masiero, vol. 22, p. 42

    •Le selle di Guendalina di Elio Papuzzi, vol. 24, p. 164

    •La Carboneria in Polesine di Matteo Santipolo, vol. 25, p. 44

    GAIBA

    •I Santini, una famiglia di Capomastri – 2^ parte – di Raffaele Ridolfi, vol. 22, p.58

    GIACCIANO CON BARUCHELLA

    •Il Palazzo Bentivoglio di Maurizio Tramarin, vol. 25, p. 14

    •A cavallo tra corti e gorghi di Elio Papuzzi, vol. 26, p. 38

    •La parrocchiale di Giacciano di Maurizio Tramarin, vol. 27, p. 36

    •Camminate in Polesine di Giuseppe Marangoni, vo. 30, p. 22

    GUARDA VENETA

    •L’ultimo pescatore di storioni di Elisabetta Zanchetta, vol. 23, p. 36

    •Rodolfo e il suo gregge di Elisabetta Zanchetta, vol. 25, p. 32

    •Una finestra sull’infinito di Elisabetta Zanchetta, vol. 25, p. 36

    LENDINARA

    •La Porta Santa del Santuario di Chiara Gennaro, vol. 21, p. 8

    •I Santini, una famiglia di Capomastri -1^ parte – di Raffaele Ridolfi, vol.21, p. 42

    •G. B. Buffetti (1885-1925) di Settimio Rigolin, vol 21, p. 68

    •Le vie dei capitelli – 1^ parte – di Lino Segantin, vol.22, p. 32

    •Le dimore dei Vescovi – 2^ parte – di Aldo Rondina, vol. 22, p. 53

    •I Santini, una famiglia di Capomastri – 2^ parte – di Raffaele Ridolfi, vol. 22, p.58

    •Lendinara nell’alto Medioevo di Paolo Mischiatti, vol. 23, p. 40

    •Le amiche della Puazza di Lino Segantin, vol. 23, p. 152

    •Le vie dei capitelli – 2^ parte – di Lino Segantin, vol. 24, p. 46

    •La Tartaruga di Grazia Balduin, vol. 25, p. 174

    •Il Caffè Grande di L. S., vol. 26, p. 26

    •La Casa Albergo per anziani di Chiara Gennaro, vol. 26, p. 142

    •Lendinara e gli Estensi di Lino Segantin, vol. 28, p. 46

    •Camminate in Polesine di Giuseppe Marangoni, vo. 30, p. 22

    LOREO

    •C’era una volta la Retinella di Erminio Marzola, vol. 21 p. 22

    •La Vergine del Campanola di Erminio Marzola, vol. 23, p. 48

    •Il pane di Loreo di Bartolomeo Amidei, vol. 27, p. 174

    LUSIA

    MELARA

    •I Santini, una famiglia di Capomastri -1^ parte – di Raffaele Ridolfi, vol.21, p. 42

    •Melara nel Millenario di Adelaide di Raffaele Ridolfi, vol 21, p. 142

    •La festa della zucca di Raffaele Ridolfi, vol. 22, p. 170

    •Il distretto della giostra di Raffaele Ridolfi, vol. 23, p. 140

    •Melara docet di Raffaele Ridolfi, vol. 23, p. 166

    •150 fa il disastro di Raffaele Ridolfi, vol. 24, p. 74

    •Quale turismo? di Raffaele Ridolfi, vol. 25, p. 26

    •Gente del fiume di Corrado Ferri, vol. 25, p. 50

    •Libri dal Sol Levante di Raffaele Ridolfi, vol. 26, p. 164

    •Lucrezia, gli Estensi e il Polesine di Lino Segantin, vol. 27, p. 52

    •Risalendo il grande fiume di Lino Segantin, vol. 28, p. 20

    •La torre di Melara di Raffaele Ridolfi, vol. 28, p. 58

    •La festa della Zucca di Raffaele Ridolfi, vol. 28, p. 164

    •Rogo Roghi a Melara di Raffaele Ridolfi, vol. 29, p. 60

    •San Materno di Melara di Raffaele Ridolfi, vol. 30, p. 14

    OCCHIOBELLO

    •Il giro delle ville del Polesine di Angioletta Masiero, vol. 22, p. 42

    •I Santini, una famiglia di Capomastri – 2^ parte – di Raffaele Ridolfi, vol. 22, p.58

    •La grande alluvione di Lino Segantin, vol. 23, p. 66

    •Sull’argine a Occhiobello di Renzo Zerbinati, vol. 23, p. 80

    •L’Hostaria dei Savonarola di Francesca Magon, vol. 24, p. 40

    •La trebbiatura di Renzo Zerbinati, vol. 25, p. 74

    PAPOZZE

    •Là dove prende vita il Parco di Luciano Scarpante, vol. 25, p. 8

    POLESELLA

    •C’era una volta una bella Signora di Elisabetta Zanchetta, vol. 21 p. 74

    •Villa Morosini di Elisabetta Zanchetta, vol. 22, p. 24

    •Il giro delle ville del Polesine di Angioletta Masiero, vol. 22, p. 42

    •Oltre il Po, la Pastoreria di Ro di Elisabetta Zanchetta, vol. 26, p. 28

    •Il mercatino della nostalgia di Elisabetta Zanchetta, vol. 27, p. 40

    PONTECCHIO

    •Da Rovigo al Po di V. N., vol. 29, p. 24

    •Recenti scoperte archeologiche di Elena Masiero, vol. 29, p.156

    PORTO TOLLE

    •I traghetti del Delta di Cristina Tognon, vol. 21, p. 60

    •Il gabbiano d’argento di Viviana Segantin, vol. 21, p.146

    •Quotidianità e storia di Luciano Scarpante, vol 22, p. 162

    •Alla scoperta del Delta di Lino Segantin, vol. 23, p. 26

    •Destinazione Delta di Lino Segantin, vol. 24, p. 24

    PORTO VIRO

    •Verso la foce di Lino Segantin, vol. 21, p. 10

    •In valle di Lino Segantin, vol. 22, p. 14

    •A Ca’ Cornera di Roberta Fava, vol.22, p. 28

    •Apicoltura, dolce passione di Francesca Magon, vol. 22, p. 152

    •Alla scoperta del Delta di Lino Segantin, vol. 23, p. 26

    •La treccani salvata di Giuseppe Rigolin, vol. 23, p. 84

    •Miele: non solo hobby di Francesca Magon, vol. 23, p. 170

    •Destinazione Delta di Lino Segantin, vol. 24, p. 24

    •Omaggio alla Serenissima di Enrico Mancin, vol. 24, p. 136

    •Una sosta a Villaregia di Roberta Fava, vol. 26, p. 20

    •Il ritorno del Ruzzante a Ca’ Cappello di Sergio Garbato, vol. 26, p. 120

    •Approdo a Porto Levante di Enrico Mancin, vol. 27, p. 8

    •Il Callido di Porto Viro di Enrico Mancin, vol. 27, p. 112

    •Coast to Coast di Enrico Mancin, vol. 28, p. 14

    •La civiltà valliva in Basso Polesine di Enrico Mancin, vol. 28, p. 52

    •Viaggio virtuale nel Delta del Po di Aldo Tumiatti, vol. 29, p. 8

    •Nelle valli del Delta di Enrico Mancin, vol. 29, p. 34

    •Il “taglio” di Porto Viro di Lino Segantin, vol 29, p. 50

    •Un gemellaggio dalla portata storica di Lino Segantin, vol. 29, p. 142

    •Quattrocento anni dopo il “taglio” di Lino Segantin, vol. 30, p. 136

    ROSOLINA

    •Verso la foce di Lino Segantin, vol. 21, p. 10

    •Il Moro e la spiaggia di Rosolina di M. Gabriella Bergo, vol. 21, p. 70

    •Operazione “Venice I” di Claudio Vallarini, vol. 26, p. 62

    •DeltaPoesia di Simone Martinello, vol. 26, p. 146

    •La civiltà valliva in Basso Polesine di Enrico Mancin, vol. 28, p. 52

    ROVIGO

    •Il centro ippico l’Olmo di Julie Bego, vol. 21, p. 26

    •Le dimore dei Vescovi – 1^ parte – di Aldo Rondina, vol.21 p. 38

    •Una spettacolare veduta di Venezia di Michela Marangoni, vol 21, p.130

    •Tra antiche torri di Matteo Santipolo, vol. 22, p. 8

    •Le dimore dei Vescovi – 2^ parte – di Aldo Rondina, vol. 22, p. 53

    •S. Domenico a Rovigo di Annalisa Marotta, vol.23, p. 14

    •La stagione rodigina di Biagio Rossetti di Franco Gemelli, vol. 23, p. 44

    •Dieci anni di gemellaggio di Grazia Balduin, vol. 24, p. 142

    •Il Polifonico Città di Rovigo di Lorenza Fogagnolo, vol. 24, p. 146

    •La chiesa del Cristo di Settimio Rigolin, vol. 24, p. 28

    •Visti dalla bicicletta di Lisa Cappellari, vol. 25, p. 34

    •Dalla parte degli emigranti di Lino Segantin, vol. 25, p. 54

    •Vecchio ospedale addio di Giannina Giunta, vol. 25, p. 62

    •L’interporto di Lino Segantin, vol. 25, p. 138

    •La Fondazione Concordi Onlus di V. S., vol. 25, p. 142

    •Dipinti restaurati all’Accademia di Giovanna Nicoli, vol. 25, p. 146

    •La Pinacoteca del Seminario di Settimio Rigolin, vol. 25, p. 150

    •Il parco U. Maddalena di Eva Bianchi, vol. 25, p. 170

    •Ande e Cante di Francesca Magon, vol. 25, p. 172

    •Un tuffo nel Medioevo di Lino Segantin, vol. 26, p. 12

    •Il Museo dei Grandi Fiumi di Simonetta Tescaro, vol. 26, p. 24

    •Le Muneghette di Rovigo di Francesca Magon, vol. 26, p. 54

    •Ferruccio Viola e Celio Ricchieri di Giannina Giunta, vol. 26, p. 76

    •Il Polesine visto dal cielo di Livia Cassetta, vol. 26, p. 146

    •Nella campagna rodigina di Lino Segantin, vol. 27, p. 12

    •El careto de le scoasse di Giannina Giunta, vol. 27, p. 78

    •Le vie dei Patrioti di Lino Segantin, vol. 28, p. 30

    •La chiesetta delle Fosse di Francesca Magon, vol. 28, p. 34

    •A palazzo Nagliati di Anna De Pascalis, vol. 28, p. 150

    •Da Rovigo al Po di V. N., vol. 29, p. 24

    •Palazzo Casalini a porta S. Agostino di Lino Segantin, vol. 29, p. 30

    •Il palcoscenico di E. F. Palmieri di Sergio Garbato, vol. 29, p. 56

    •Acqua e non solo per il Burkina Faso di V. N., vol. 29, p. 166

    •La scuola cattolica Sichirollo di Elisa De Piccoli, vol 29, p. 170

    •San Pio X in festa di G.G.B., vol. 29, p. 174

    •Alla scoperta di antichi organi di Carlo Barbierato vol. 30, p. 34

    •La chiesa di S. Marco a Buso di V. N., vol. 30, p. 38

    •Un re di Francia a Palazzo Roncale di Sergio Garbato, vol. 30, p. 50

    •Una mostra per Virgilio Milani di Lino Segantin, vol. 30, p. 126

    SALARA

    SAN BELLINO

    •Giovanni Valente (1814-1887) di Lorenzo Maggi, vol. 21, p. 64

    •Il giro delle ville del Polesine di Angioletta Masiero, vol. 22, p. 42

    SAN MARTINO DI VENEZZE

    •Il primato di S Martino di Venezze di Luigi Polo, vol. 24, p. 72

    STIENTA

    •Assalto al carro di Graziano Beccari, vol. 25, p. 72

    TAGLIO DI PO

    •Taglio di Po e la musica di Roberta Fava, vol. 21, p. 168

    •Taglio di Po nel primo ‘800 di Aldo Tumiatti, vol. 22, p. 64

    •Quattrocento anni dopo il “taglio” di Michela Marangoni, vol 22, p. 132

    •Alla scoperta del Delta di Lino Segantin, vol. 23, p. 26

    •Lord Byron a Ca’ Zen di Roberta Fava, vol. 23, p. 52

    •Destinazione Delta di Lino Segantin, vol. 24, p. 24

    •In visita ad Oca Marina di Marco Crepaldi, vol. 24, p. 36

    •Quando c’era un solo Mazorno di Daniele Bergantin, vol. 24, p. 56

    •I dieci anni dell’Ostello di B. M., vol. 26, p. 130

    •La River Swing Orchestra di V. N., vol. 27, p. 120

    •Viaggio virtuale nel Delta del Po di Aldo Tumiatti, vol. 29, p. 8

    •Il “taglio” del Po di Lino Segantin, vol 29, p. 50

    •La Crivellari di Taglio di Po di V. N., vol. 29, p. 150

    TRECENTA

    •Gli affreschi di Sariano di Cristiano Fenzi, vol. 23, p. 148

    •I gorghi di Trecenta di Antonio Magarotto, vol. 25, p. 40

    •Mario Bellini (1863-1946) di Lino Segantin, vol. 28, p. 62

    •Nella Transpadana ferrarese di Massimiliano Furini, vol. 29, p. 16

    VILLADOSE

    •Le giornate romane di Enrico Maragno, vol. 22, p. 172

    •Visti dalla bicicletta di Lisa Cappellari, vol. 25, p. 34

    •Il mercato della Centuriazione di Lisa Cappellari, vol. 26, p. 150

    VILLAMARZANA

    •Gli aerei di Villamarzana di Paolo Zambonin, vol. 23, p. 32

  • In Piemonte si pensa al Polesine

    In Piemonte si pensa al Polesine

    Singolare e gradita coincidenza quella che, nello scorso mese di Maggio, ha visto due cittadine piemontesi avviare concrete iniziative volte a ricordare il Polesine, con testimonianze destinate a rimanere a lungo nel tempo.

    In entrambi i casi un omaggio ai tanti polesani colà emigrati, i quali, con il loro lavoro e la continuità dell’impegno, hanno contribuito al progresso economico e sociale piemontese, divenendo interpreti attivi dello sviluppo delle due comunità. Un grazie al Polesine dunque, concretizzatosi a Candelo nell’erezione di un Monumento ai Polesani nel Mondo, scoperto lo scorso primo maggio, e a Chieri nell’intitolazione di “Via Polesine”, ufficialmente inaugurata la settimana successiva.

    A Candelo l’iniziativa ha visto impegnato in prima persona Danilo Lazzarini, da sempre animatore del gruppo dei polesani residenti nella cittadina piemontese dove circa un quinto della popolazione è di origini polesane. Imprenditore nel ramo della lavorazione del ferro, dalle cui officine sono uscite molte opere diffuse ed ammirate in tutto il biellese, Danilo Lazzarini ha voluto realizzare con le sue mani il monumento dedicato alla sua terra di origine e agli emigranti che mai l’hanno dimenticata.

    Su un basamento, costituito da un blocco di marmo grezzo a forma piramidale, è stato fissato un globo in cerchi di ferro su cui campeggia il logo dell’Associazione Polesani nel Mondo costituito dalla siluette della provincia di Rovigo. All’interno una Madonna, immagine dedicata alla Vergine del Vaiolo di Taglio di Po, in considerazione che proprio dal Delta sono partiti in grande numero i polesani dell’ondata migratoria post-alluvionale, stabilitisi a Candelo.

    La cerimonia inaugurale è stata aperta dal sindaco Mariella Biollino, che ha espresso grande apprezzamento per il gruppo polesano residente a Candelo, e sottolineato la positiva coincidenza della giornata del primo maggio, festa dei lavoratori ben rappresentati dagli attivi polesani il cui monumento si configura come un vanto per la cittadina. Ha poi preso la parola il presidente della provincia di Biella Orazio Scanzio, che ha evidenziato la positiva integrazione dei polesani nella comunità biellese: biellesi a tutti gli effetti – ha detto – che non dimenticano le loro radici polesane di cui possono andare fieri per la buona immagine che col loro lavoro hanno portato in Piemonte.

    In rappresentanza della sede Centrale di Rovigo è intervenuto Lino Segantin che, dopo aver portato i saluti di don Valentino, primario punto di riferimento dell’Associazione, nonché quelli del presidente della Provincia Federico Saccardin, ha espresso parole di plauso per l’iniziativa che rappresenta un importante legame tra il Biellese ed il Polesine, motivo per intensificare i rapporti tra le due realtà, nel nome dei Polesani nel Mondo.

    Don Pasquino, originario di Ceregnano, nell’omelia durante la messa celebrata nella vicina chiesa di San Lorenzo, ha ricordato episodi dell’emigrazione ed ha ringraziato il Signore per la buona collocazione trovata dai polesani nel biellese.

    La cerimonia è quindi proseguita con l’inaugurazione della nuova sede della Fameja di Candelo, cui ha fatto seguito la visita al Ricetto, il caratteristico borgo medioevale della cittadina biellese, allietato dalla festa biennale “Candelo in fiore”. Nel pomeriggio, con l’arrivo dal Polesine di Nerella Pavan, vicepresidente del Parco del Delta, sono state aperte due mostre di prodotti polesani: nella prestigiosa “sala degli affreschi” la mostra di lavori dell’artigianato e banchetto di distribuzione di depliants turistici sulla provincia di Rovigo; nella piazza antistante il Ricetto, gazebo con vendita di prodotti enogatronomici, ad iniziare dalla famosa “pagnotta del doge” della ditta Schiesari, vini della cantina di Baruchella, miele polesano ed altre specialità che sono andate letteralmente a ruba.

    Un’iniziativa importante dunque, svoltasi in un clima di grande cordialità, che darà modo anche in futuro di intensificare i rapporti tra la realtà polesana e piemontese con manifestazioni di rilievo.

    A Chieri la decisione di intitolare una via al Polesine è scaturita da una ricerca, avviata dalla Provincia di Torino e dall’Amministrazione della Città di Chieri, grazie alla quale è stato evidenziato il ruolo dell’emigrazione veneta, ed in particolare polesana, nello sviluppo socio-econonico del chierese. Sono inoltre state raccolte dalla viva voce degli immigrati in Piemonte appassionate storie di vita, che hanno destato un moto di simpatia, seguito dal desiderio di ricambiare, con un segno tangibile, l’impegno dei polesani colà trasferitisi.

    Di qui l’idea di intitolare una via al Polesine, sostenuta dal sindaco di Chieri Agostino Gay che così si è espresso: “Un segno tangibile per ricordare come anche Chieri abbia preso parte al dramma delle popolazioni polesane colpite dall’alluvione del 1951. Uomini e donne che la nostra città ha allora accolto e che oggi, insieme ai loro figli e nipoti, ringrazio per aver contribuito alle trasformazioni e allo sviluppo della Chieri della seconda parte del Novecento”.

    Per organizzare al meglio la cerimonia, legata all’intitolazione della via, si sono da subito attivati i responsabili dell’Associazione Polesani nel Mondo di Chieri, in primis gli instancabili coniugi Cassetta e la presidente Maria Rubatto. Le manifestazioni si sono aperte sabato 9 maggio, presso il teatro del Duomo della città piemontese, dove è andata in scena una applauditissima esibizione del gruppo folkloristico “Bontemponi & Simpatica Compagnia” di Bottrighe, che ha presentato una riuscita selezione di canti e balli della tradizione popolare polesana.

    Domenica mattina si è svolta la cerimonia dello scoprimento della targa recante il nome di “Via Polesine”, alla presenza di molte autorità piemontesi e polesane: tra le prime innanzitutto il sindaco di Chieri Agostino Gay, l’assessore provinciale di Torino Maria Pia Brunato, il vicepresidente del Consiglio Provinciale Giuseppe Cerchio e il presidente del Consorzio per lo Sviluppo Ambientale Antonio Guarini; tra i rappresentanti del Polesine l’assessore provinciale Pierluigi Valentini, il consigliere delegato del comune di Porto Viro Alessandro Tessarin e don Valentino Tonin, sempre attivo animatore dell’Associazione Polesani nel Mondo.

    Lo scoprimento della targa, è stato salutato da un intenso applauso espresso dal consistente gruppo dei convenuti: assieme alle autorità, molti cittadini chieresi e i rappresentanti di varie “fameje polesane” lombarde e piemontesi che, presenti con i loro labari, hanno voluto sottolineare l’importanza dell’avvenimento. Al termine della cerimonia il gruppo folkloristico dei Bontemponi, schierato nel rigoroso costume della tradizione, ha intonato alcune canzoni popolari polesane, suscitando l’entusiasmo degli astanti.

    E’ seguito il trasferimento al duomo, dove una S. Messa solenne è stata concelebrata da don Valentino Tonin e dal parroco del duomo don Dario. Un pranzo con le specialità piemontesi ha concluso le manifestazioni dedicate all’evento. E, tra una portata e l’altra, sono state formulate varie ipotesi di appuntamenti futuri per rinsaldare i rapporti tra piemontesi e polesani, con iniziative che avranno come cornice luoghi e ambienti delle due zone e, come collante, i Polesani nel Mondo.

  • Autori polesani in Pescheria

    Autori polesani in Pescheria

    Sul filo dell’acqua, delle note, della poesia. Il fascino del mare, l’affetto per la nostra cara Rovigo e tutta la suggestiva bellezza del Polesine. Questi gli ingredienti che hanno calamitato l’attenzione di molti rodigini in tre serate dedicate alla poesia, tenutesi la scorsa estate in Pescheria Nuova ottimamente organizzate dal gruppo Autori Polesani.

    Ha aperto gli incontri il prof. Gino Pastega, personalità di spicco della cultura veneziana, (sta operando perché a Venezia si realizzi anche una Biennale della poesia). Ha presentato la sua ultima silloge poetica: “I miei occhi nel mare”, Campanotto Editore.

    Ha introdotto il suo volume dicendo: “Da Venezia, porto dell’anima, è iniziato il viaggio fantastico del “mio vascello nei mari.” Il libro inizia con le affascinanti, misteriose, profonde parole della Bibbia – dalla Genesi: “E lo spirito di Dio era sulla superficie delle acque” Il percorso descrive i più antichi miti dell’uomo legati all’acqua: miracolosa fonte di vita, di bellezza, preziosa e sacra, diretta figlia della Divinità, anzi divinità Lei stessa. E ancora il terrore, la paura della morte che l’acqua, che il mare tempestoso e abissale incute nell’uomo.

    Pastega, con i suoi canti e la sapiente foga oratoria, ha calamitato il pubblico. Il mare dai repentini mutamenti con le maree che ci legano al cosmo, la capacità di sedurre con le trasparenze, i colori dalle sfumature indicibili, gli orizzonti infiniti, il mare sfida, avventura, un legame antico di amore e odio, vita e morte, realtà e sogno. I versi sono stati resi ancor più suggestivi dalla sapiente lettura di Nadia Poletti e dalle intense note del compositore Paolo Lazzarini. Ispirati al mare anche gli oggetti artistici realizzati da Gianna Mazzetto.

    Rovigo è stata la protagonista della seconda serata, una città a misura d’uomo che tanti ci invidiano e che forse i rodigini non apprezzano abbastanza. Rovigo ha avuto tanti “innamorati e ha “intrigato” tanti “Foresti” che l’hanno descritta e cantata con poesie, narrazioni, raffigurazioni pittoriche.

    La nostra Città ci è apparsa ancor più cara e preziosa, giovedì 5 agosto, con i versi dei poeti Gigi Fossati, Eugenio Palmieri, Gino Piva, Livio Rizzi, Angelo Savaris e di autori locali. Il panorama è di una città silenziosa, con l’antico castello, le torri, le mura, l’ovattata nebbia, le calde osterie con i succulenti piatti della tradizione, i fiumi, il verde, l’odore antico della campagna, il suono delle campane che ci ricorda l’eterno. Tutto questo in sintonia con il ricco repertorio di brani della tradizione magistralmente eseguito dal Coro Monte Pasubio B.C.C. diretto dai maestri Pierangelo Tempesta e Nazzareno Fogagnolo. Una Angioletta Masiero in gran forma e l’entusiasmante Coro hanno commosso ed emozionato il numerosissimo pubblico presente in Pescheria. Una serata che senza dubbio rimarrà nella memoria degli spettatori. Ancora una volta la Rovigo “picoleta” ha fatto centro e “intrigato” con poesia e canto.

    Ultimo giovedì, il suggestivo Polesine con il dialetto, la tradizione, il folklore, musiche, ballate, leggenda, poesia. Sergio Bedetti di Adria, ma nativo di Ariano Polesine vorrebbe che il dialetto avesse la rilevanza di un tempo, assurgesse quasi a lingua ufficiale del Veneto per non perdere l’inestimabile patrimonio della nostra storia.

    Il pubblico ha seguito con molta simpatia e curiosità le parlate degli autori presenti, arrivati da varie località del Polesine. Si scoprono sempre antiche parole, usanze e colorite espressioni. Sono intervenuti: Luciano Bonvento di Buso-Rovigo, Dolores Bogge di Porto Viro, la giovane Elisa Bertaglia di Crespino e Gina Marivo di Carrara Santo Stefano.

    Il Gruppo Le Ciaramelle ha saputo meravigliare il pubblico con colpi di scena, fantasia, passione. Il merito va al musicista Arturo Casarin al fantasista Oscar Ferrari con la cantante Barbara Menardi, Irene Bariani, oboe, Leonardo Dentello, chitarra, Mario Mechis flauto.

  • Si restaura il Mulino del Pizzon

    Si restaura il Mulino del Pizzon

    E’ giunta a completamento la prima fase dei lavori tesi alla salvaguardia, conservazione e restauro del complesso architettonico del Mulino del Pizzon in Comune di Fratta Polesine. Giornalisti, scrittori, artisti lo hanno già proposto all’attenzione pubblica come uno dei monumenti di archeologia industriale più interessanti e singolari del Polesine, oltre che luogo carico di grande fascino ambientale. Quando saranno completate le ricerche d’archivio volte a ricostruire la storia del Mulino, Ventaglio 90 ne darà conto.

    Ma c’è un’altra storia, altrettanto interessante, che è la storia del suo recupero e restauro. Un’operazione complessa, che ha visto vari attori in campo. Tra cui in primo luogo la cooperativa Turismo & Cultura che lo ha promosso ed ora, che il restauro è quasi completato, deve assumersi il problema non facile della gestione.

    Vale la pena di ripercorrere le tappe dell’operazione, perché contengono aspetti eccezionali, quasi miracolosi, soprattutto considerando le enormi difficoltà di ordine finanziario, burocratico, tecnico, imprenditoriale che si sono dovute superare.

    Lo facciamo con Giuseppe Marangoni, direttore di Turismo & Cultura, ideatore e protagonista del recupero.

    Com’è nata l’idea di salvare il Mulinon?

    – Nel gennaio del 1998 mi chiama l’allora direttore dell’Archivio di Stato dr. Alberto Mario Rossi per informarmi che la grande Mostra storico-documentaria su Giacomo Matteotti allestita dagli Archivi Centrali dello Stato era finita in un vecchio capannone di Fratta e mi chiedeva la collaborazione per salvarla, dal momento che il proprietario voleva demolire lo stesso capannone e tutti i fabbricati connessi. Fu allora che arrivai al Mulinon per la prima volta, perché il capannone in questione non era che il magazzino dei cereali del vecchio Mulino del Pizzon. Il problema della Mostra su Matteotti si presentò allora come l’impegno prioritario: mi interessai del recupero e in seguito mi feci promotore dell’idea di superare la stessa mostra per costituire un vero e proprio Museo nella casa di Matteotti a Fratta.

    Ma non dimenticai il Mulinon: quel luogo, quel monumento di archeologia industriale abbandonato e pur tuttavia ancora quasi del tutto integro, e poi le conche di navigazione, le strade arginali, le antiche corti limitrofe, il corso del Canalbianco che qui è un vero fiume: tutto questo si stampò nella mia mente. Un pezzo di Polesine sconosciuto e remoto, carico di un fascino raffinato, che non trova riscontro, specialmente in ambiente di pianura, dove non esistono i salti d’acqua così frequenti in collina e pedemontana.

    Così quando seppi che il proprietario, non riuscendo a vendere così com’era il complesso architettonico, lo voleva demolire, mi sono attivato per trovare una soluzione per salvare il monumento.

    E’ stato facile trovare il canale giusto?

    – No, per niente. Da tempo “facevo una testa a tutti” su questo mulino. E un giorno – siamo nel 2000 – un’agenzia di consulenza su programmi comunitari di Padova mi segnalò che era uscito (o stava per uscire) un bando della Regione Veneto relativo al Piano di Sviluppo Rurale -Misura 15- per il recupero di villaggi e tutela del patrimonio rurale, con una voce proprio sui mulini. Un soggetto proponente pubblico poteva godere del 100% del finanziamento a fondo perduto. Proposi tale ruolo al Comune poi alla Provincia, senza esito anche perché i tempi erano strettissimi per fare le domande. Così riuscii a convincere la cooperativa Turismo e Cultura a chiedere in comodato il bene e la nuova proprietà (la società L’Officina Snc) a imbarcarsi nell’avventura accollandosi il 50% della spesa. Fu così che si ottenne l’assegnazione del contributo per il restauro del complesso del Mulino del Pizzon (mulino, casa dei mugnai , magazzini, scuderia) ma, non essendo il proponente un soggetto pubblico, tale contributo è stato limitato al 50% della spesa ammissibile.

    Cosa vi proponete con questo restauro?

    – Innanzitutto salvare un bene unico del patrimonio ambientale polesano. In secondo luogo ideare una forma di gestione che consenta che il bene sia vissuto, si presenti ancora utile e si mantenga da solo. Come CTG e come cooperativa Turismo & Cultura non siamo nuovi ad esperienze di questo tipo.

    Ad esempio?

    – Nel 1988, grazie ad un’azione congiunta CTG Rovigoti-Comune di Rovigo-Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, riuscimmo a ricuperare il monumento più antico della città, la Torre Grimani (Torre Mozza), che era in stato di abbandono e degrado, e a trasformarla in un ufficio turistico frequentato da giovani e punto di riferimento culturale per tutta la città ed ora ad ospitare una mostra sulla storia del castello di Rovigo.

    Ancora prima, nel 1987 partì l’operazione Gorino Sullam, col recupero di un vecchio asilo abbandonato da anni con l’idea proposta dal sottoscritto di un ostello-natura e una gestione innovativa che ha comportato l’impegno del CTG di Rovigo e di tutto il Veneto. Un’esperienza pioniera che ha aperto nuove strade di valorizzazione del nostro ambiente.

    Nel 1998, quasi contemporaneamente al recupero della Mostra Matteotti, parte l’operazione Amolara, che porterà alla salvaguardia e ristrutturazione e completo riuso di uno dei più bei palazzi neoclassici ottocenteschi in Polesine,ormai destinato a sicuro degrado dopo la dismissione dell’idrovora. Il Consorzio di Bonifica Polesine Adige Canalbianco, su mia idea e progetto gestionale, ha realizzato, usufruendo in parte di finanziamenti comunitari, un restauro esemplare con un ostello di 48 posti letto, bar, ristorante, museo, ufficio del Consorzio e una bellissima sala convegni. Anche la gestione (Turismo&Cultura – Nidrob Srl) ha investito molto ed il risultato è sotto gli occhi di tutti e la città di Adria si ritrova un centro di servizi turistici e culturali efficiente e di grande prestigio.

    Da non trascurare il fatto che sia a Gorino che ad Adria il recupero e riuso dei vecchi edifici ha anche comportato nuove attività con la creazione di almeno 10 posti di lavoro fissi per giovani polesani nelle professioni legate alla cultura dell’ospitalità.

    E il Mulino del Pizzon cosa diventerà, con quali attività Turismo&Cultura intende gestirlo?

    – La prima attività è quella di visitazione. Stiamo allestendo un minimo di “musealizzazione” per permettere ai visitatori non solo di gustare il fascino dell’ambiente ma anche di percepire alcuni elementi tecnici di funzionamento e caratteristiche del macchinario del mulino. Riteniamo però che la seconda fase debba essere legata allo studio e allestimento di servizi turistico-culturali: ricettivi, ristorativi, sportivi (attracco nautico e canoe, noleggio biciclette), artistico-culturali con mostre, corsi e piccoli convegni.

    Stiamo coinvolgendo vari enti e persone di cultura in questa operazione, tra cui il Comune di Fratta Polesine, la Provincia di Rovigo, il Consorzio di Bonifica Polesine Adige Canalbianco, la Camera di Commercio. Grazie a tali sinergie sta partendo un secondo progetto destinato a ripristinare la presa d’acqua il tipico “motore” dell’impianto, con la possibile rimessa in funzione del mulino a pietra, nonché ad installare un piccolo approdo nautico sul Canalbianco.

    Sono emerse poi altre idee, ma la cosa fondamentale è trovare un piccolo gruppo di persone, di giovani, il cui nucleo è già costituito tra i soci della cooperativa Turismo&Cultura, che si entusiasmino e prendano su di sé l’avventura di dare vita al monumento, come è già capitato con Gorino e Amolara. Perché non dovrebbe riuscire al Pizzon?

  • Quattrocento anni dopo il “taglio”

    Quattrocento anni dopo il “taglio”

    La storia del Polesine è in larga misura costituita da vicende legate alle acque. E spesso, purtroppo, la memoria va alle ricorrenze infauste che scandiscono tragici episodi di alluvione.

    Un’atmosfera ben diversa si è vissuta quest’anno, il 16 Settembre, per ricordare una delle date più emblematiche per la terra dei fiumi: la nascita del delta moderno. Quattro secoli fa, infatti, il 16 settembre 1604, con l’abbattimento di un tratto dell’argine destro del Po, veniva compiuto l’atto conclusivo destinato ad allontanare le torbide del fiume dalla laguna di Venezia e, di conseguenza, a dare vita ad un territorio completamente nuovo.

    Un’operazione titanica protrattasi per oltre quattro anni, il cui ultimo anello fu attuato in località Porto Viro (oggi il nome identifica la città sulla sinistra del fiume) e così relazionato al Senato Veneto dal Provveditore al Taglio Zangiacomo Zane:

    “Hoggi alle hore 19, col favor del Sig. Dio, ho dato l’acqua al nuovo Taglio, la quale vi è entrata per 50 e più aperture che si sono fatte nel medesimo tempo all’argine; et dopo haver fatto un poco di empito in spatio di un’hora in circa si parizò con l’altra acqua dell’alveo et continuò il suo corso come fu tuttavia placidamente. Piaccia a N. Dio che, come ha principiato a correre con molta facilità possi continuar per sempre…”.”

    Le manifestazioni, organizzate nel delta polesano per ricordare la fausta data, hanno preso avvio nella mattinata del 16 settembre 2004 con un convegno svoltosi presso il prestigioso Museo della Bonifica di Ca’ Vendramin, nel comune di Taglio di Po, programmato col titolo significativo: “Dare acque al nuovo taglio”.

    L’incontro, coordinato dal dott. Adriano Mazzetti, dopo il saluto delle autorità, si è aperto con la relazione del direttore del Museo dei Grandi Fiumi Raffaele Peretto, dal titolo Considerazioni sul delta nell’antichità, un ampio escursus, basato su ricostruzioni cartografiche e citazioni di vari autori che hanno parlato del delta fin dal periodo greco-romano.

    Una storia appassionante continuata dallo studioso Mihran Tchaprassian con la relazione su Il taglio di Porto Viro, che ha portato alla luce tutte le problematiche di natura tecnica e politica che hanno caratterizzato la storia del “Taglio” a partire dalla metà del ‘500, con le prime ipotesi di fattibilità, fino alla sua esecuzione nel quadriennio 1600-1604, nonché le operazioni successive, protrattesi per vari decenni.

    E’ seguito l’intervento di Adriano Mazzetti A quattrocento anni dal taglio di Porto Viro, basato sulle problematiche attuali e soprattutto sulla necessità di creare opportunità di crescita culturale ed occasioni di valorizzazione turistica del giovane territorio del delta.

    E su questa linea si è aperto il successivo incontro con i presidenti dei due Parchi regionali, Dimer Manzolli per quello Veneto e Valter Zago per l’Emiliano, che hanno sottolinaato le linee di azione comune, supportati rispettivamente da Mario Casazza e Gabriele Melchiorri, i presidenti dei due GAL (gruppi di azione locale) impegnati nell’ambizioso progetto di Valorizzazione dell’immagine storico-culturale e promozione turistica del territorio del Delta del Po.

    Nel pomeriggio è ripreso il convegno con l’illustrazione di alcuni esempi di interesse didattico. Sono intervenuti: Aldo Tumiatti, che ha sviluppato una relazione sulla posizione dello storico, di fronte ai fatti e ai documenti; Claudio Mancin, che ha proposto la lettura di alcuni documenti fondamentali dell’epoca; Daniele Bergantin che ha illustrato uno studio sul territorio portato a termine dalla sua scolaresca e conclusosi con l’individuazione delle antiche tracce dello scomparso alveo del Po delle Fornaci, attivo prima della deviazione attuata dalla Serenissima; Antonio Gardin, dirigente scolastico che ha relazionato su alcune importanti esperienze portate a termine in varie classi.

    Le manifestazioni sono quindi proseguite raggiungendo la località Volta Grimana nel comune di Porto Viro dove è stato individuato il punto (uno dei tre) di nascita del nuovo corso: qui è stato posizionato un cartello con le indicazioni della grande opera idraulica realizzata 400 anni fa.

    Dopo l’accoglienza festosa da parte del gruppo dei figuranti del Palio della Serenissima di Porto Viro, rappresentati in primis dal Doge Marin Grimani, accompagnato dalla Dogaressa, la cerimonia ha preso l’avvio con l’introduzione dell’assessore Alessandro Tessarin cui è seguito l’intervento del sindaco Doriano Mancin e dell’assessore regionale Isi Coppola. Lo scoprimento della tabella è stato seguito dalla benedizione, impartita dal vescovo di Chioggia, sotto la cui diocesi ricade il territorio di Porto Viro.

    E’ seguito un itinerario fluviale a bordo di un’imbarcazione per riscoprire il tratto del taglio, ovvero l’opera di canalizzazione di oltre 7 chilometri effettuata dalla Serenissima dal 1600 al 1604. A bordo, ulteriori informazioni sulla ciclopica opera idraulica e lettura di brani tratti da documenti dell’epoca interpretati da Chiara Crepaldi e Gianni Sparapan.

    Non poteva mancare la cena conclusiva.

    Anche in questo caso lo studio del territorio ha offerto l’indicazione ideale. Individuato il punto dell’argine destro di avvio del “taglio”, in località Ca’ Zen, si è voluto predisporre l’incontro conviviale proprio nella storica omonima villa che nel corso dei secoli ha avuto illustri ospiti (fra gli altri nell’Ottocento Lord Byron). A conclusione dell’intensa memorabile giornata, il sindaco di Taglio di Po, Margaret Crivellari, ha ringraziato tutti i partecipanti e gli organizzatori dei festeggiamenti, auspicando ulteriori iniziative di valorizzazione del territorio polesano.

  • Una mostra per Virgilio Milani

    Una mostra per Virgilio Milani

    Con l’allestimento della mostra permanente dedicata a Virgilio Milani, scultore polesano di indiscusso rilievo nell’ambito del Novecento (certamente il più importante di tutta la storia della terra dei fiumi) è stato aggiunto un altro qualificante tassello nell’impegno di valorizzazione della provincia di Rovigo. Un’azione questa che, da qualche anno, sembra conoscere una apprezzabile continuità, grazie ad iniziative di varia natura e all’azione di più soggetti.

    Voluta dall’Amministrazione Comunale del capoluogo e sostenuta dalla Fondazione della Banca del Monte di Rovigo, la mostra ha trovato idonea collocazione presso il complesso olivetano di S. Bortolo, in ambienti che si aprono sul quattrocentesco chiostro, da cui si raggiunge, ai piani superiori, il Museo dei Grandi Fiumi.

    Grande la partecipazione del pubblico all’inaugurazione, avvenuta lo scorso 16 Ottobre, in cui, dopo gli interventi del sindaco Paolo Avezzù e dell’assessore alla cultura Enzo Bacchiega, che hanno sottolineato il valore dell’iniziativa e l’impegno dell’amministrazione, interessata a qualificare Rovigo come città d’arte, ha preso la parola Vittorio Sgarbi.

    Il critico, che già in altre occasioni aveva avuto modo di richiamare l’attenzione sulla caratura artistica di Virgilio Milani, nel suo appassionato intervento ne ha ulteriormente evidenziato l’originalità nel contesto dell’arte del Novecento. Ed ha espresso l’auspicio che l’iniziativa dell’esposizione permanente, con la pubblicazione dell’apposito catalogo, possa contribuire a restituire finalmente a Milani il posto che gli compete nella storia dell’arte italiana del secolo da poco concluso.

    Un autore davvero singolare Milani – ha sottolineato ancora Vittorio Sgarbi – per tanti motivi non raffrontabile con i suoi contemporanei: le sue creazioni sono nate da un alto momento di sintesi tra la cultura quattrocentesca e quella moderna.

    Virgilio Milani (1888-1977) visse tutta la sua vita a Rovigo. Schivo e poco portato ad apparire, non volle mai lasciare la sua città. Né nel corso della sua vasta esperinza artistica manifestò alcun interesse per allestire mostre personali, con un’unica eccezione, in controtendenza, quando nel 1938 partecipò alla Biennale di Venezia. Ma nemmeno in quell’occasione volle mostrarsi al pubblico con le sue opere più significative, scegliendo per lo più dei bozzetti per medaglie.

    Nel Polesine Virgilio Milani ha lavorato con continuità, lasciando un’ampia produzione. Opere per le quali da più parti giunsero apprezzamenti, con momenti di gratificazione anche da parte della sua città che, fin tanto che fu in vita, lo scelse per importanti lavori.

    Le sue realizzazioni ufficiali per Rovigo cominciarono nel 1917 con l’altorilievo a Cesare Battisti, uno dei primi realizzati in Italia per ricordare la figura del patriota trentino, collocato su un lato della Gran Guardia dove si apre la via dedicatagli. Un’altra scultura ben visibile è il monumeno all’esploratore Giovanni Miani, posto in un’aiola di Largo Libertà. Da non dimenticare è la Fontana della Riconoscenza, eretta davanti alla stazione ferroviaria l’anno successivo alla grande alluvione, a ricordo e ringraziamento per il moto di solidarietà internazionale levatosi verso il dramma delle popolazioni del Polesine.

    La mostra rodigina vuole però porre l’accento non tanto sul Milani pubblico, quanto piuttosto su quello privato, che oltretutto risulta il più autentico perché libero da ogni costrizione nel momento creativo. E particolarmente riuscite risultano le opere in cui lo scultore mette in risalto la sua perizia di ritrattista: a volte col predominare di accenti lirici, come nella testa della nipote Volto di giovinetta, giunta in mostra dall’Accademia dei Concordi; altre volte con afflati di tipo sociologico, densi di grande umanità, come nella riuscitissima Contadina seduta, riconosciuto capolavoro in terra cotta, di cui esiste pure una versione in bronzo, approdata nella mostra permanente.

    Fu Virglilio Milani un artista mai domo che, già settantenne, incredibilmente, volle imboccare la strada per lui del tutto inedita dell’astrattismo, con realizzazioni ancora una volta di rilievo, come il Libro in parete, stele che si innalza per circa dieci metri nel giardino della scuola media Casalini. E di questo periodo, oltre ad alcune riuscite realizzazioni, restano soprattutto disegni e schizzi di opere da attuare, che la mostra rodigina propone ai visitatori per far piena luce su un artista di grande talento di cui il Polesine deve giustamente essere fiero.

    Una mostra riuscita dunque, la cui realizzazione fa inoltre guardare ad altre analoghe iniziative, prima fra tutte la ricostruzione a Rovigo di un nucleo importante delle opere di Mario Cavaglieri, artista che, a differenza di Virgilio Milani lasciò il Polesine per esprimere il meglio di sé a Parigi. Ma questo è un altro capitolo di impegno per un futuro che ci si augura prossimo.

  • Libri in redazione

    Libri in redazione

    Torna di attualità il Risorgimento polesano grazie a due pubblicazioni, la prima delle quali lumeggia i tempi della Carboneria, mentre la seconda ci offre un interessante spaccato della Spedizione dei Mille, con pagine a suo tempo vergate dall’impareggiabile scrittore-soldato, quale fu il lendinarese Alberto Mario.

    Gianpietro Berti e Gianfranco Della Peruta (a cura di)

    LA CARBONERIA – Intrecci veneti, nazionali ed internazionali

    Ed. Minelliana, Rovigo, 2004

    Il corposo volume, frutto del Convegno tenutosi nel novembre del 2002, presenta i contributi di molti studiosi, suddivisi in due parti: la prima lumeggia in generale La nascita e la diffusione del Fenomeno settario tra Sette ed Ottocento in Italia ed in Europa; la seconda, intitolata Insediamento e diffusione della Carboneria nella penisola italiana, entra nel vivo del tema specifico, con ricerche che documentano il radicarsi della società segreta in varie regioni d’Italia, focalizzando poi l’attenzione sul fenomeno tutto particolare quale fu quello polesano.

    Per quanto riguarda il Polesine la caratteristica più saliente consiste nel fatto che la diffusione della Carboneria – pressoché assente nel resto del Veneto – trovò davvero fertile nel territorio tra il Po e l’Adige. Ci furono infatti adepti in quasi tutta la provincia, da poco unificata dal governo asburgico che, col Congresso di Vienna, portò il confine meridionale del Veneto al fiume Po, inglobando la fascia denominata Transpadana ferrarese, fino ad allora nell’ambito dello Stato della Chiesa.

    Molteplici le cause di quello che a buon diritto è stato definito “Il caso Polesine”, prima fra tutte la contiguità con il territorio della Romagna e dell’Emilia, ove già esistevano vendite carbonare, interessate a sviluppare la rete in Veneto, partendo proprio dalla provincia di Rovigo. E particolarmente significativo divenne il radicarsi del movimento carbonaro a Crespino e soprattutto a Fratta Polesine, con intrecci con l’associazione bonapartista Empigle noire, di cui tesseva le fila Cecilia Monti. Fu quest’ultima l’ideatrice del famoso banchetto di S. Martino a villa Molin, culminato con l’individuazione dei patrioti convitati, e destinato a segnare l’avvio di una politica duramente repressiva da parte dell’Austria.

    La novità della pubblicazione non consiste soltanto nell’approfondimento di fatti già in larga misura noti, ma nell’analisi di tutte le sfaccettature del fenomeno e la disamina degli intrecci tra i vari settori della società, compresa la posizione degli ecclesiastici di fronte alle nuove idee. Vengono inoltre focalizzate alcune figure sia di primo piano, come Felice Foresti, o altre meno note come Giovanni Bacchiega che, morto a Firenze, ebbe l’onore di trovare sepoltura in S. Croce tra i grandi della storia d’Italia. Vengono infine indagati i legami familiari, sociali e culturali dei carbonari polesani, offrendo un quadro di sicuro interesse, destinato anche ad una rivalutazione dell’importanza storica della carboneria polesana nel contesto nazionale.

    LA CAMICIA ROSSA

    Antilia, Treviso, 2004

    Curato da Pier Luigi Bagatin, il volume ripropone l’interessante scritto del patriota lendinarese più volte edito dal 1866 al 1875 con aggiunte e rimaneggiamenti apportati dallo stesso autore. Il testo scelto dal curatore è quello l’ultima pubblicazione vergata da Alberto Mario (1875) e si caratterizza per la proposta, in appendice, di tutte le varianti rispetto alla precedente edizione del 1870. Fa seguito un accurato indice dei nomi e un Glossario dei termini letterari e classicheggianti, per agevolare l’accostamento del lettore di oggi all’opera ottocentesca.

    La camicia rossa di Alberto Mario si presenta infatti non solo come un testo impegnato sotto il profilo politico e militante, ma anche particolarmente curato dal punto di vista letterario, ricco di dotte citazioni e contrassegnato da una prosa alquanto ricercata, a testimoniare l’alto livello culturale del patriota polesano, non a caso definito uomo di penna e di spada.

    L’argomento è la Spedizione dei Mille, di cui non viene però riportata tutta la sequenza, poiché l’interesse dell’autore si focalizza su cinque significativi episodi vissuti intensamente in prima persona: Il ponte invisibile, che narra le vicende seguite alla conquista di Palermo, con l’incarico espletato dal Mario di organizzare un collegio militare per i ragazzi siciliani; I pionieri ovvero il passaggio nottetempo delle infide acque dello stretto di Messina e i primi scontri con le truppe borboniche nella penisola; Veni, vidi, vici, descrive la fulminea azione di Garibaldi che getta le basi per la disfatta dell’esercito partenopeo; Dittatura di tre giorni, basato sull’incarico assunto da Mario di pacificare l’isola di Ischia; I sanniti moderni, ovvero la difficile ed infruttuosa missione contro gli insorti della zona di Isernia; L’addio, la conclusione della campagna militare, l’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele e il momento malinconico dei commiati, accompagnato dal rinnovato atto di fede nell’Italia da costruirsi con nuove imprese: prima fra tutte la liberazione di Roma.

    Il volume, che si apre con un’ampia nota introduttiva stesa da Pier Luigi Bagatin, porta il lettore nel clima patriottico e fiero del Risorgimento Italiano, e aiuta il lettore di oggi a comprendere le radici della storia nazionale, grazie anche alla forma narrativa scelta dal Mario, ricca di dialoghi, che lumeggiano le figure dei tanti patrioti che accorsero volontari al richiamo di Garibaldi, con l’unico scopo di “fare l’Italia”.

    Lino Segantin

    SULLA RIVA DEL PO

    Comunicarte, Ferrara, 2003

    Prima di entrare nel merito del contenuto della recente opera di Gina Nalini, arricchita dai disegni di Carolina Occari Campioni, vorrei sottolineare quanto “intrigante” sia, in questo libro, la funzione della scrittura. Essa è talmente lieve da passare quasi per una parola ascoltata più che letta; ha il merito di descrivere con precisione e insieme con lineare semplicità; sfiora il parlare comune, i luoghi comuni e il sentire comune senza mai sprofondare nella banalità delle cose già dette e sentite: è un’ottima scrittura.

    Attraverso i ricordi di Gina Nalini ci riappropriamo delle nostre radici, di quel senso di appartenenza che ci permette di riconoscerci nel “vissuto” dei vari compagni di viaggio, impedendoci di cadere vittime della solitudine e dell’abbandono. Nelle pagine della sua opera i volti diventano familiari, le emozioni ti fanno partecipe di un piccolo mondo rurale, quello di Ochiobello, dove balzano in primo piano le donne che, con la loro operosità, generosità e determinazione danno ai “fatti” il loro “tocco”, diventandone protagoniste. Ogni episodio viene “vissuto” e quindi descritto da un io narrante che mostra, direi nel tempo, la meraviglia, l’immediatezza e la semplicità proprie dell’infanzia.

    Nei brevi racconti di cui è composto il libro, quasi quadretti impressionisti, vengono riportati anche avvenimenti drammatici, riferimenti alle vicende belliche, all’alluvione del 1951, alla morte stessa, ma non hanno tinte forti e tragiche: il tocco è lieve nel ripercorrere quei momenti; i personaggi “si raccontano” con un certo distacco e con la consapevolezza della ineluttabilità del dolore e della sofferenza, ma con intatte le emozioni, come nel caso di “Marta di caplìn” (cappellini) presentata dall’autrice: composta nel suo dolore e dignitosa nella sua solitudine, con intorno a sé il vuoto.

    E il Po? quel Po che nei primi giorni di primavera concedeva di risciacquare nell’acqua limpida il bucato; di rastrellare il fieno lungo gli argini della golena; di raccogliere i tronchi abbandonati dalla corrente, mentre scorreva vivace ed inarrestabile, “giocando” con il sole e insinuandosi tra i pioppi, appare, con la rotta del 1951, “terribile” come un dio pagano che si abbatte con rabbia sui poveri mortali quando: “rompe gli argini e fa cadere su grandi e piccoli il silenzio che li blocca immobili sull’argine stretti gli uni agli altri nel buio della sera avvolta nella nebbia. Intenti a fissare quel chiarore lucido che si impossessava rapido dei campi: l’acqua avanzava e copriva, cresceva e ingoiava tutto dentro di sé. Il freddo e la paura ci facevano tremare. L’attesa di quell’evento, che da tempo ormai aveva trasformato le notti in veglia, sconfinava ora nell’orrore del vuoto; poi qualcuno disse: "Adesso siamo isolati, che Iddio ce la mandi buona".

    Maria Grazia Previati Paganelli

    RIVEDERCI NELL’AMERICA

    Comune di Anguillara Veneta, 2003

    Durante i lavori di riordino dell’Archivio Storico del Comune di Anguillara, sono venute alla luce alcune lettere scritte nell’ultimo scorcio del XIX secolo da emigranti del paese bassopadovano che, stretti da gravissime necessità economiche (come del resto tanti polesani) avevano lasciato il paese natio per il Brasile, in cerca di condizioni di vita più accettabili. Dal rinvenimento, l’idea dell’Amministrazione Comunale di raccogliere la documentazione (di sicuro interesse anche quella fotografica) in un libro, affidato alle cure di Franco De Checchi, studioso padovano dei fenomeni migratori, che si è avvalso della collaborazione di Graziano Zanin e Luigi Polo.

    Il volume (pubblicato dall’editrice Linea-ags, grazie ad un intervento della Regione Veneto) si apre con un profilo generale delle caratteristiche dell’emigrazione padovana verso il Brasile, incentivata da una parte dalla nera miseria contrassegnante la vita nel Veneto di fine Ottocento e dall’altra dalla crescente richiesta di manodopera, divenuta quanto mai pressante oltre oceano dopo l’abolizione della schiavitù.

    Vengono portati alla luce i metodi di “promozione” del flusso migratorio su cui facevano leva agenti senza scrupoli, ingaggiati dalle compagnie di navigazione, le prime a lucrare sul commercio di braccia; vengono evidenziate le insidie del viaggio su vapori ai limiti della sicurezza e spaventosi sotto il profilo igienico e viene inoltre tracciato un quadro della situazione di povertà caratterizzante il comune di Anguillara e in genere la fascia della bassa padovana, motivo fondamentale dell’emigrazione transoceanica. Vengono infine fornite esaurienti informazioni sulle condizioni di vita e lavoro in terra brasiliana, in ogni caso dure e decisamente al di sotto delle aspettative degli emigranti.

    C’era comunque la consolazione del vitto garantito e la speranza di poter migliorare, nel corso degli anni, il proprio tenore di vita. Di qui l’invito a parenti ed amici di lasciare la terra ingrata e l’esortazione a “Rivederci nell’America”.

    Il bel volume, che apre un ampio squarcio sul fenomeno migratorio di fine Ottocento, riporta infine i testi di varie lettere dal Brasile, seguite da un puntuale commento, e si chiude con la ricostruzione della storia di una famiglia anguillarese giunta nello stato di San Paolo nel 1891, i cui discendenti vivono tuttora nella metropoli brasiliana: tra costoro Silvana Franco, autrice della ricerca caratterizzante l’ultimo capitolo intitolato Contributi brasiliani.

    L.S.

    ROVIGO, PASSATO E DINTORNI

    Il Quadrivio editore, 2004, Rovigo

    Sul bel rosso amaranto della copertina si apre una finestra dalla quale si scorge Piazza Vittorio Emanuele II, com’era tanti anni fa. La Piazza di Rovigo appare quasi deserta, ma per poco, ci pensa Giannina Giunta a rianimarla, a renderla brulicante di signore e signori, con i vivaci 20 racconti che compongono la nuova opera dedicata “Ai fratelli che non ci sono più”, da cui l’autrice ha attinto vari ricordi da conservare “perché le piccole storie sono la nostra ricchezza”.

    Nelle pagine del suo libro il lettore viene portato da una mano amica e rassicurante nella Rovigo del passato. Giannina ha la capacità di farci respirare l’aria con gli odori, i rumori, le grida di una volta. Davanti ai nostri occhi ci appare una Rovigo fatta di botteghe e antichi mestieri, animata da quei dignitosissimi nostri antenati che anche noi cominciamo a conoscere e rispettare.

    La stiratrice “l’incoraina” Valente, Cecchetto che vendeva i gelati, “l’omo del giasso”, lo “strassaro”, il buon latte della stalla dei signori Osti, lo spazzacamino, ”el ramaro” e poi le maestre Angelina e Lina Viola,nonna Adelaide, la bidella Angelina, la maestra “di cacca e pisin”, la levatrice Bruna Bovolenta e tanti, tanti altri personaggi prendono forma e si animano grazie alle descrizioni della Giunta. L’atmosfera in cui si muovono è ovattata, le parole sono di rispetto, quasi di tenerezza e di sincera ammirazione. Le esistenze che incontriamo vivono in pace con sé stesse e con il mondo. Conflitti, contrasti, difficoltà che tanto premono nell’odierna società, sembrano dissolversi nei ricordi dell’autrice. Momenti drammatici della sua vita, vicende di guerra, alluvioni sono rivissuti, descritti con toni pacati, filtrati dalla memoria, sorretti da un equilibrio interiore, da una visione razionale e positiva degli accadimenti. La cosa più importante è che la vita sempre e comunque continua.

    Una società che fa dire alla stessa Autrice “con tutta quella miseria e disperazione nelle sagre dei paesi si suonava la fisarmonica, si ballava e la gente riusciva ad essere serena”. Delicatezza e tanta umanità anche nelle brevi e incisive descrizioni dei Rodigini illustri che hanno fatto crescere culturalmente e socialmente la città: il professor Viola, il maestro Ollari, Celio Ricchieri, solo per citarne alcuni. Con i personaggi rinascono le saghe familiari, si popolano le vecchie strade e luoghi ormai diversi o dimenticati della vecchia Rovigo. I racconti scorrevoli e piacevoli diventano anche dei documenti importanti, frutto, come sono, di una precisa e scrupolosa ricerca e della lucidissima e vivace memoria di Giannina Giunta.

    Aurora Gardin

    CENESELLESI DA RICORDARE

    Nike Kai Dike, 2003, Fiesso Umbertiano

    Giustamente si è voluto accompagnare il libro con il sottotitolo “Uomini e donne che hanno onorato Ceneselli e il Polesine”, giacchè la personalità di personaggi, sulla cui biografia si sofferma Gabriele Antonioli, risulta di sicuro interesse non solo per il paese in cui risiedettero, ma per tutta la provincia di Rovigo. E l’opera, sostenuta dal comune di Ceneselli, ha il pregio di aiutarci nell’importante compito di riapproprirci delle nostre radici, riscoprendo personalità di rilievo, il cui impegno ha lascito una traccia che va rivitalizzata, portando a conoscenza delle nuove generazioni un passato da ricordare.

    E’ così che nella galleria dei “Cenesellesi da ricordare”, troviamo personalità distintisi in vari ambiti. Tra gli altri: il generale Arnaldo Azzi che, trovandosi in Albania con la sua divisione al momento dell’armistizio, scelse di schierarsi con i partigiani albanesi; il medico Giuseppe Germani che, legato da un debito di riconoscenza con Giacomo Matteotti, lasciò la residenza austriaca per portare aiuto alla vedova e alla famiglia dello scomparso, condannando così la propria esistenza a lunghi anni di detenzione, per essere poi tradotto al campo di concentramento di Mauthausen; Serse Peretti, musicista della Scala ed animatore di applauditissime rappresentazioni liriche in paese; Dario Mantovani, comico e cantastorie, soprannominato “taiadela”, apprezzato per la sua inventiva ed il suo umor in un ampio raggio; i fratelli Chilanti, Pietro tributarista e scrittore di tematiche legate alla caccia (365 giorni con gli uccelli) e Felice, giornalista antifascista che subì il confino a Lipari, divenuto poi famoso per inchieste sulla mafia, vari reportage e opere di narrativa; Fortunato Sprocatti, missionario in Uganda e suor Anna Federica Verzola, preposta alla guida del collegio del Sacro Cuore di Rovigo.

    “Dare un futuro alla nostra memoria”, questo l’imperativo morale che ha guidato Andreolli nella sua opera, individuendo personaggi emblematici hanno avuto un ruolo significativo nel passato della nostra terra.

    L.S.

    GIORNI DI GUERRA

    1940-1945 Ricordi giovanili del caporale Beppe

    Nike Kai Dike, 2004, Fiesso Umbertiano

    “Con un grosso berretto di lana calato in testa e infagottato in un vecchio pastrano”, il giovane Beppe Saretto pedala, il cuore in gola, verso Rovigo per la “naia”. Inizia, per il giovane di Bressane, il mattino del 2 febbraio 1940, un incredibile periodo di tragici eventi: i cinque anni della seconda guerra mondiale che segano profondamente la sua giovinezza e poi tutta la vita.

    Oggi Beppe ha più di ottant’anni, ha tempo per ricordare. Deve rimanere qualcosa di quegli eventi, delle terribili esperienze, e traccia, in modo frammentario su un quaderno, i suoi cocenti ricordi.

    L’eclettico Paolo Zambonin, pittore, giornalista e scrittore, curioso, attento osservatore e con un particolare interesse per la storia, accoglie “un po’ perplesso”, consapevole dell’oneroso lavoro che l’attende, la richiesta di Saretto di riordinare e rielaborare il diario. Dopo scrupolose ricerche e documentazioni, dà corpo e fa rivivere le scarne annotazioni del “caporale” Beppe Saretto. Ed ecco il nuovo libro, “Giorni di Guerra”, un’ intensa cronaca, un avvincente racconto in uno stile diretto, leggero e coinvolgente.

    Paolo Zambonin mette in moto sensibilità, immaginazione, poesia e fa del coraggioso ed intrepido caporale Beppe Saretto di Bressane un personaggio di fascino.

    Nel volume fatti di ferocia estrema sono stemperati, in parte, da passi che dipingono paesaggi, scorci di città, da gesti di umanità e dall’appassionato giovane amore per una ragazza iugoslava, la serena, disponibile Silvia. Un amore dolcissimo, che fa credere ancora nella vita. Cadenzano il libro sei capitoli dai titoli significativi che indicano il doloroso percorso del protagonista: la naia, Albania, Grecia, Iugoslavia, Prigionia in Germania, Nuovamente in Italia.

    Beppe Saretto, un giovane polesano di bell’aspetto, intelligente, addestrato alla fatica, di buon senso e con un po’ di fortuna, se la cavò dall’inferno della guerra e dal lager in cui era piombato. Ora le sue informazioni, le esperienze, la sua storia divengono preziosa memoria, esistono e, grazie all’abile narrazione di Zambonin, sono un patrimonio anche per tutti noi.

    Aurora Gardin

    SAN MARTINO, UN CONVENTO PERDUTO

    Castelmassa, 2002

    Il titolo completo del volume è preceduto dal toponimo Massa Superiore: denominazione che contrassegnava l’attuale Castelmassa, la quale nel Medioevo era identificata come Massa o Santa Maria “dalle due basiliche”. La prima delle due chiese del paese fortificato – viene evidenziato nell’opera – sorgeva al centro, la seconda, fuori della cinta, caratterizzando il rione tuttora denominato S. Martino.

    E proprio in questa borgata fu per secoli attivo l’importante centro monastico, ovvero il “convento perduto”, cui è dedicato lo studio dei due ricercatori castemassesi.

    Il volume ricostruisce dunque la storia del monastero di S. Martino (prima benedettino e poi agostiniano da metà del ‘400) e del suo rapporto con la popolazione locale. Da questo punto di vista si registrarono momenti di grande frequentazione (specialmente nel Seicento nel periodo caratterizzato dalla grande peste e poi dalla bonifica attuata dal marchese Enzo Bentivoglio) alternati con altri di apparente distacco, in cui per la comunità massese fu la chiesa parrocchiale ad assumere un ruolo più incisivo.

    La documentazione relativa al ‘700 ci presenta un’attività conventuale molto attenta al controllo dei redditi pertinenti al monastero, con frequenti ricorsi alla giustizia civile per risolvere questioni di interesse. Atteggiamento questo che accreditò nell’opinione pubblica l’idea di San Martino come centro di potere, più che come istituzione preposta alla cura delle anime. E questo fu certamente uno dei motivi – sottolineato dagli autori dell’interessante volume – che contribuì a rimuovere velocemente nella memoria collettiva il ricordo del convento, che, spogliato e distrutto in seguito ai decreti napoleonici, cadde presto nell’oblio.

    Unici sbiaditi riferimenti, il toponimo che contraddistingue la borgata di S. Martino, e le manifestazioni della fiera di novembre, mentre presso l’archivio parrocchiale, provenienti dal monastero agostiniano, sono conservate soltanto due tele: una dedicata a San Nicola da Tolentino e l’altra a S. Rocco, quest’ultima voluta dai massesi dopo la peste del 1630.

    A porre parziale rimedio a tanta povertà di informazioni sull’importante istituzione del passato, contribuisce pertanto lo studio di Amina Bongiovanni e Stefano Brigo che, grazie ad una difficile ricerca di documenti, riesce a ricostruire i momenti più salienti della storia del “convento perduto” di Castelmassa.

    L.S.

    SULLE ALI DELLA GLORIA

    Promomedia Comunication Editore, 2004

    E’ la biografia di un polesano famoso quella che ci propone lo storico adriese Aldo Rondina, un personaggio che per un quindicennio, dalla prima guerra mondiale alla precoce morte per incidente avvenuta a soli 37 anni nel 1931, galvanizzò l’attenzione non solo del popolo italiano ma dei tantissimi appassionati che seguivano con entusiasmo l’affermarsi della tecnologia del volo.

    Stiamo parlando di Umberto Maddalena, di cui ricorre quest’anno il 110 anniversario della nascita, il quale ebbe l’avventura di divenire il protagonista per eccellenza della neo-costituita aviazione italiana, suscitando stupore ed ammirazione per le sue imprese dell’aria, che gli valsero alti riconoscimenti in patria ed attestati di grande stima in varie parti del mondo.

    La sua celebrità raggiunse il massimo allorché, dopo giorni di vane ricerche del dirigibile “Italia” schiantatosi sui ghiacci polari, egli, a bordo di un idrovolante, riuscì ad identificare la famosa “tenda rossa” rifugio dei superstiti, e a compiere lanci di generi di conforto che assicurarono la loro sopravvivenza fino all’arrivo dei soccorsi giunti soltanto dopo ventidue giorni con una nave rompighiaccio russa.

    Fu quella di Umberto Maddalena una vita davvero avventurosa, vissuta solcando i cieli e strappando ogni volta nuovi record per le distanze superate: un contributo fondamentale per accreditare presso l’opinione pubblica di tutto il mondo l’importanza del mezzo aereo per superare grandi distanze. E, quando un incidente, durante un volo di trasferimento dalla Lombardia a Roma, mise prematuramente fine alla ardimentosa vita dell’illustre aviatore polesano, il compianto fu davvero generale.

    Con il suo “dossier” su Maddalena, frutto di minuziose indagini di archivio, Aldo Rondina ha realizzato una biografia completa dell’ “eroico trasvolatore”, ricostruendo le fasi salienti della sua vita leggendaria costellata da grandi avventure che fecero di Umberto Maddalena il più apprezzato pilota aereo della nascente aviazione italiana.

    L.S.

  • Il tempo di Nedda

    Il tempo di Nedda

    NATALE BAMBINO

    Oh mio Natale bambino, con un presepe da niente, di statuette di gesso e un velo di bianca farina, sul muschio ancor fresco! Ma il cuore era intatto; vibravano i sogni, pulsava la vita vogliosa di esplodere e goder la sua festa.

    Natali lontani! Girotondo di giorni incantati, capriole di note d’organo nelle chiese fumose d’incenso brillar di comete su grotte e capanne di paglia… E tu sorridevi, Gesù piccolino, con le braccine aperte ad accogliere… il Mondo!

    E ancora è Natale e ti cerco Bambinello d’amore Ti cerco… Ormai si fa sera; sciamati i sogni lontani… leggere farfalle… Ed ora ne restano pochi da stare in un pugno racchiusi e battono sempre più fiochi…

    Ti cerco Gesù piccolino… Rivedo le braccia invitanti ad accogliere… Tutti!

    Vorrei, ritornata bambina, sul tuo presepe sostare fra statuette di gesso ignara di tutto e sognare… di un mondo ancor nuovo di PACE.

    POVERE OMBRE

    (in ospedale)

    D’autunno, scappa presto il giorno e presto si accendono le luci nella “Grande Casa”. E cominci a vederle le tue dirimpettaie dentro ritagli di luce or qui, or là irrequiete.

    Sagome scure, appena abbozzi umani dietro quei vetri luminosi E passano lente, sole, a volte in coppia e ristanno e si aggirano.

    Appaiono, sostano per poco, poi si dileguano. Ombre di gente piagata, teatro inquieto di maschere senza volto, senza storia.

    Povere stanche ombre! Forse la notte ingoierà pietosa anche il tormento?

    PERCHE’ LO FAI?

    Ti vedo, sorella, inabissare dentro il saio scuro i tuoi anni (oh, solo un pugno di anni!) e la bellezza acerba, appena schiusa.

    Sei lì, le braccia aperte, prostrata davanti a quell’altare… Or ora, hai detto un Sì, per sempre, al Tuo Signore… E mi sembri un uccello, atterrato, senza più voli per il cielo aperto. Perché? Perché lo fai?

    Per te, non più carezze né di mamma , né di uomo, né quelle, dolcissime, di un fagottino di carne tutto tuo, nato da te. Perché? Perché lo fai?

    Ancora non capisco il sacrificio, ancorata a questo mondo sossopra.

    Perdonami se puoi. Son io che non ho ali per volare.

    IL TEMPO

    Lento, paziente, incessante muta l’aspetto delle cose; e forestiero ti ritrovi in luoghi noti che, dentro, hai custodito intatti.

    Come gatto sornione scorteccia i polverosi intonaci e scava e mette a nudo le pietre; e di edera e muschio va rivestendo orbite vuote di smesse dimore.

    Impetuoso increspa rughe e cancella bellezze e indugia a lungo, a disfare morbide carni, a devastare corpi.

    Il tempo… il tempo… Ha pur una sua dolcezza, solo quella: di stemperare i ricordi in un’assonanza di suoni e colori.

    E, al tuo passato, dona un vago sapore di magìa

    E LU… EL CANTAVA

    De on buso de botega, a me recordo: la porta a veri a fare un fià de ciaro, odore de curame, de stantìo, muci de scarpe rote, de zavate…

    E lu… el cantava!

    A s’inpinìa chèl buso de ‘l so canto. El martelo el piciava, lu el cantava, bòta e risposta: tuti do… i cantava! Tuto el so mondo sora chèl bancheto: lèsena, spaghi, cola, semenzine. E a ghe rideva i oci, i oci ciari dentro chèl viso spiegazà de rughe.

    E lu… el cantava!

    Cucià pa’ ore, senza un fià de rèchie, on traverson de caneva, incuzìo, le man co’ i dei sponcià, scure, indurìe…

    Ma lu… el cantava!

    ZAVATE

    Butà là, in te un canton, desmentegà, ve go trovà par caso, zavate de me mama! Slise, scolorìe, sformà: soe!

    Coanti passi a ghì menà par casa! Mi a ve sentìa la sera strache, chiete, strissar pian pian; ma la matina mi ve scoltava, pena sveja, manezarve in cusina, e vispe, ‘legre, bordelare.

    On canto ca se inmisciava a l’odor bon de cafè E… a se slargava ‘l cuore. E… a jera cussì belo ‘l giorno novo! Po’, pa’ on tocheto a ve vedèa ponsare insième i piè de me mama ca ponciava…

    Zavate! Ve go strucà so ‘l cuore come ca fussi creature care vegnù a trovarme. Ve go basà pianeto, sarà in gola. E… a basavo… i piè santi… de me mama!

  • Mini Minor modello ‘73

    Mini Minor modello ‘73

    “Per vedere l’orizzonte bisogna volare alto”

    Davanti alla vetrina dei giocattoli, Elena ogni volta si ferma. Tutte le settimane la disposizione delle scatole di giochi, dei mostriciattoli componibili, delle Barbie e dei pelouches varia; la signora Luciana li dispone in modo da farli sembrare sempre nuovi e diversi. Ma in alto, su un ripiano dello scaffale di sinistra dove forse la proprietaria, piccoletta e rotonda, non arriva, gli oggetti esposti non cambiano mai. Ed è lì che ogni volta corre lo sguardo di Elena.

    Sulla stretta mensola, velati da ormai evidenti tracce di polvere, sono disposti i modellini di tre auto, fissate al loro supporto. Tre minuscoli giocattoli, piccole auto fuori moda, fuori produzione: una 500 giallo canarino, una rarissima Anglia bianca con le finiture di plastica lucida, e la Mini. Mini Minor beige-tettuccio marrone modello ’73. Identica.

    Elena la fissa fino a farla scomparire, confusa agli occhi con altre miriadi di immagini. Sempre lui. E la solita punta di freddo acciaio piantata nel cuore.

    Elena si strappa di lì a fatica, se ne va al lavoro. La pena non si placa fino a che le consuete chiacchiere da colleghi, lo sbuffare tra una pratica e l’altra e le pretese del capufficio riportano tutto alla normalità.

    Il giorno dopo, tutto ricomincia. Così da tre anni, senza sosta, senza tregua. Senza pace. Gli intervalli sono le notti. Neri inenarrabili incubi. Sangue e fuoco. Strazio. Dolore.

    Una volta ha tentato, Elena, di ricominciare a vivere, ma non ci è riuscita. L’altro era un inutile venticello, brezza tiepida senza impeto né voce. Niente, di fronte all’uragano. Alla forza trascinante di altri baci, al calore di braccia come rami di edera secolare. Occhi di rondine e sorriso da clown triste. Questo era lui. Nessun altro.

    Il pezzo di vetro arancione che custodisce segretamente nel cassetto è la sola parte della Mini e del suo contenuto che non sia stata distrutta dal fuoco. Quel pezzo di vetro e le poche foto che non ce la fa a guardare. Lui non è più così, e i ricordi sono ferite aperte che non vuole rimarginare, sempre graffiate per farle sanguinare di nuovo.

    Elena fissa lo scaffale, sbalordita. Sparita. La Mini Minor beige-marrone ha lasciato solo una leggera traccia chiara, rettangolare, al suo posto. Il cuore annaspa, la mente grida. NO. No no no no no. Elena sbircia dentro il negozio: la signora Luciana finisce di incartare un pacchettino delle dimensioni giuste. Un uomo, che volta le spalle, aspetta. Capelli biondicci, giubbotto nero e mani in tasca. Perché? Che se ne deve fare, quello, della sua preziosa reliquia?

    Elena rimane ferma, il cuore che vuol scoppiare nel petto, il respiro in rivolta. L’uomo esce con foga, lo scontro è inevitabile. Il pacchettino cade a terra. Si china per prima lei, mentre l’uomo si scusa.

    La carta è color oro a ghirigori marroni, non da bambini, il nastro verde scuro. Che se ne fa, lui? Elena si rialza con le dita che bruciano intorno all’oggetto.

    – Spero che non fosse niente di fragile… – riesce a dire, con voce rasposa.

    – No, no. È un modellino d’auto. Non si preoccupi. –

    – Deve regalarlo a qualcuno? –

    Elena solleva lo sguardo su di lui. Un viso piacevole, di giovane uomo, fiero. Niente di banale. Piccole rughe agli occhi contro la vita, domande mescolate a un sorriso gentile un po’ curioso.

    – No… È per me. È stata una sciocchezza chiedere il pacchetto, ma… –

    – Si è fatto un regalo? – Elena sorride quasi.

    – Lei non se ne fa mai? –

    – No – di colpo non vuole più parlargli, stargli vicino. Ma… – quel modellino, la Mini, ha un significato speciale per lei? –

    – Come fa a sapere che è una Mini? –

    – È quella che manca – Elena accenna con il capo al vuoto sullo scaffale in alto a sinistra.

    – Lei è un’assidua frequentatrice del negozio di giocattoli? Ha dei bambini? –

    – No, no… – si volta per andar via.

    – La Mini… – la richiama la voce di lui, è una bella voce dai toni morbidi come crema calda. – Per lei ha un significato speciale, vero? –

    Elena si ferma. Non sa cosa fare. Sente le lacrime, ma non può mostrarle a quell’uomo.

    Non sa cosa fare.

    – Scusa… – un tocco leggero la scuote. – Tienila. L’ho presa per te. Ecco… –

    Nell’angolo dell’occhio compare il pacchettino di carta dorata e nastro verde posato sulla mano grande di lui.

    – No, perchè? –

    – Perché tu la vuoi. A me non serve. Te la regalo, e un regalo non si può rifiutare – c’è un sorriso nella sua voce.

    – Non la voglio. –

    – Hai da fare? –

    – Perché?… Sto andando a lavorare. –

    – Non puoi prenderti un’ora di permesso? –

    – Non vedo perché. –

    – Per spiegarmi che cos’ha di tanto prezioso un vecchio modellino d’auto, per te… E perché ti fa piangere. –

    – Che t’importa? –

    – La Mini è stata la mia prima auto. E tu? –

    – Per me… l’ultima. La fine. –

    – Non può essere già tutto finito. Forse non hai guardato bene davanti a te. –

    – Non c’è niente, davanti. –

    – C’è sempre un orizzonte, vicino o lontano. Ma per vederlo devi alzarti in punta di piedi, saltare, volare in alto… Così, guarda!… –

    Il giovane uomo, sorriso di bimbo, saltellando e tirando il collo per veder in su, in alto, la prese per mano e la trascinò fino al caffè dall’altra parte della strada.

  • Riccardo Zanellato e il bel canto

    Riccardo Zanellato e il bel canto

    Sta veramente facendo onore al Polesine il giovane basso Riccardo Zanellato, ad avviso degli estimatori giovane solo di età. Una terra la nostra che peraltro, senza andare troppo lontano nel tempo, vanta esponenti del bel canto estremamente illustri, quali, per citare i più noti Rosetta Pampanini e, ai nostri giorni, Katia Ricciarelli.

    A Zanellato viene ormai riconosciuta una maturità artistica ed espressiva veramente notevole, frutto anche di una solida preparazione artistica a monte, prima con gli studi di chitarra classica e canto al Conservatorio "Antonio Buzzolla" di Adria, nel suo Delta, e poi attraverso la dura Scuola di formazione a Spoleto, cui fu ammesso quale vincitore primo assoluto del Concorso "A. Belli", in cui debuttò affrontando il Faust di Gounod.

    Incontrandolo in una fugace pausa della sua impegnativa attività, gli chiediamo se ci vuol parlare della sua carriera, cominciando a ritroso, dall'estate appena trascorsa, e da quest’ultimo scorcio di anno per lui così prodigo di applausi a scena aperta.

    "E' vero – risponde Zanellato – questa estate e poi l'autunno, sono stati per me momenti di viva soddisfazione, in cui credo di esser riuscito a mettere a frutto gli insegnamenti degli illustri maestri che ho avuto la fortuna di avere, anche se lo studio e l'impegno non devono venir mai meno. Il mio ricordo va in particolare al primo, Arrigo Pola, purtroppo da alcuni anni scomparso, un cantante che aveva mietuto successi persino in Giappone, dove si era trasferito per anni e dove aveva fatto affermare il nostro bel canto in tutti i teatri del Sol Levante. Essere ammessi al suo insegnamento era già una gratificazione, in quanto è stato maestro anche di Luciano Pavarotti. Poi il basso Danilo Rigosa, che è sempre stato prodigo di consigli e di utili suggerimenti, ed infine il basso Bonaldo Giaiotti, mio attuale maestro, consciuto in tutto il mondo e che in tutto il mondo ha fatto onore al melodramma italiano.

    Tornando poi a parlare della mia attività nel 2004, devo dire che le soddisfazioni non sono mancate, e che la scorsa estate, è stata per me un vero "momento magico" e gratificante. Innanzitutto, ho affrontato all'Arena di Verona (a ragione definita il più grande e bel teatro lirico all'aperto del mondo), nel ruolo di Ferrando, il Trovatore di Giuseppe Verdi, un'opera che mi è particolarmente cara. Superba la regia di Zeffirelli, e veramente notevole il cast di cantanti illustri, quali il celebre soprano greco Dimitra Theodossiu, nel ruolo di Leonora, poi il mezzosoprano Larissa Diadkova, e il baritono Roberto Servile".

    – E, dopo i consensi registrati all'Arena di Verona dove si è svolta la sua attività di interprete?

    "In un'altra Arena, lo Sferisterio di Macerata, ove c'è come sovrintendente una polesana, il grande soprano Katia Ricciarelli. Qui ho affrontato l'opera della maturità musicale di Giuseppe Verdi, il Simon Boccanegra, nell'impegnativo ruolo di Fiesco, con la regia di Beppe De Tomasi e la direzione del maestro Carlo Palleschi. Quindi, dopo i buoni risultati maceratesi, i cui consensi mi hanno veramente gratificato, sono volato ancora in Giappone, come il mio maestro Pola, per una breve tournèe. A Tokyo, città dagli imponenti teatri, abbiamo riproposto Madama Butterfly di Puccini, nell'edizione del centenario della 1^ esecuzione, la cui recita avevo da poco affrontato al Festival Pucciniano di Torre del Lago. La direzione orchestrale era affidata alla bacchetta di Placido Domingo, un grande musicista a tutto tondo, sia quale eccelso tenore, che come talentuoso direttore d'orchesta. L'opera, a quanto mi è stato detto, a Torre del Lago era stata visionata da emissari giapponesi, ed è stata subito richiesta, per cui siamo volati in Giappone con tutto lo staff tecnico ed artistico di Torre del Lago. Ed il pubblico niponnico, così attento durante la recita, poi caldissimo negli applausi, ancora una volta mi ha testimoniato che in Giappone, è grande l'amore per il melodramma italiano".

    – E l’autunno come si è aperto?

    "Il 10 ottobre al Teatro Regio di Parma è andato in scena il concerto intitolato "Buon compleanno Maestro", un omaggio nell'arte che lo rese grande, a Giuseppe Verdi, fatto nella sua terra d'origine, accanto a nomi prestigiosi, quali Leo Nucci e Josè Cura. Ad ottobre, anche la produzione della Fenice di Venezia di Lucia di Lammermoor, nel ruolo di Raimondo di Bidebent, rappresentato al teatro Verdi di Padova. Poi a dicembre il debutto in uno dei templi della lirica, la risorta Fenice di Campo San Fantin, a Venezia, ne "Le roi de l'Haore", nel ruolo di Timur".

    – Gli impegni futuri?

    "Sono già numerosi, ma voglio ricordarne soltanto due: un Barbiere di Siviglia" di Rossini al Teatro Regio di Parma, con il grande baritono Leo Nucci, e al Regio di Torino una edizione di Anna Bolena, nel prossimo maggio del 2005".

    Davvero lusinghieri i successi di Zanellato, giovane basso, di cui molti critici hanno sottolineato la preparazione.

    Un cantante che, oltre al successo, persegue anche un traguardo più sentimentale: portare il nome della sua terra, in ogni parte del mondo in cui egli si esibisce.

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