Due importanti novità editoriali, entrambe relative ad approfondimenti sulla vita e le opere dei fratelli Canozi, celebri intarsiatori del XV secolo originari di Lendinara, hanno raggiunto nell’ultimo semestre la nostra redazione, suscitando apprezzamenti e vivo interesse.
Si tratta di opere che hanno recentemente visto la luce per iniziativa di studiosi già da tempo impegnati a condurre indagini nell’affascinante mondo delle tarsie rinascimentali. Apriamo dunque la presente rubrica, dando conto delle nuove pubblicazioni.
Graziano Manni
I SIGNORI DELLA PROSPETTIVA
Cassa di Risparmio di Mirandola (2001-2002)
L’opera, che si sviluppa in due grandi volumi caratterizzati da un ricco apparato iconografico, si presenta con l’efficace titolo “I signori della prospettiva”, in grado di inquadrare perfettamente l’operato artistico dei fratelli Canozi. I quali eccelsero nell’arte dell’intarsio, caratterizzando le loro opere con la novità più eclatante del Rinascimento: l’utilizzo della prospettiva.
La nuova tecnica, supportata da un sicuro slancio artistico, fu applicata ad una serie inesauribile di raffigurazioni: dalle nature morte contraddistinte dall’armonia dell’insieme, agli scorci urbani testimonianti la tensione tipica dell’Umanesimo verso soluzioni architettoniche in grado di elevare la vita di relazione, in contesti di sicuro pregio artistico.
Graziano Manni dà avvio al suo encomiabile lavoro evidenziando la genesi dell’interesse verso la tarsìa prospettica in Emilia e in Toscana e soffermandosi sull’attività di Arduino da Baiso, a buon diritto considerato il maestro dei fratelli Canozi. Ripercorre poi tutta l’attività dei due intarsiatori lendinaresi a partire dai lavori, purtroppo completamente scomparsi, dello studiolo ferrarese del raffinato duca Leonello d’Este, raffrontandone inoltre l’operato con altri importanti artisti del tempo.
L’attività dei due fratelli si esplicò con particolare maestria nella realizzazione dei cori lignei di importanti chiese, tra cui suscitarono grande ammirazione nei contemporanei le realizzazioni nel duomo di Modena e nella basilica di S. Antonio a Padova. Graziano Manni attribuisce loro anche il coro di S. Prospero di Reggio Emilia.
Successivamente le strade dei due artisti si divisero, restando Lorenzo a Padova, dove avviò anche un’attività di stampatore, mentre Cristoforo espresse il meglio della sua arte nel duomo di Parma, poi ancora a Modena nel coro della cripta e nei riquadri degli Evangelisti, ottenendo consensi anche per l’attività di pittore.
Nel secondo volume Graziano Manni completa l’analisi dell’attività di Cristoforo Canozi, dando conto del suo operato anche a Lucca a Pisa e successivamente ancora a Parma. Quindi allarga la sua indagine ai “Canoziani”, ovvero i seguaci dei fratelli lendinaresi, a cominciare da Bernardino, figlio di Cristoforo, e Pierantonio degli Abati genero di Lorenzo, per passare poi in rassegna altri intarsiatori legati alla scuola canoziana, attivi sostanzialmente fino al 1520.
L’opera, che al pregio della ricerca storica e all’analisi delle fonti, unisce quella della riproduzione di bellissime immagini degli intarsi prospettici, ha visto la luce grazie alla volontà della Cassa di Risparmio di Mirandola, che ha inteso evidenziare, grazie all’accurata pubblicazione, l’affascinante patrimonio artistico emiliano, con l’obiettivo di diffonderne la conoscenza e, conseguentemente, contribuire alla conservazione delle preziose realizzazioni rinascimentali.
Pierluigi Bagatin
LE PITTURE LIGNEE DI LORENZO E CRISTOFORO DA LENDINARA
Antilia, Treviso, 2004
Col sostegno del Comune di Lendinara, città che si pregia di aver dato i natali ai fratelli Lorenzo e Cristoforo Canozi, maestri di sicuro talento nei lavori d’intarsio del Rinascimento italiano, è stata pubblicata l’ultima importante ricerca di Pierluigi Bagatin sui due artisti lendinaresi del XV secolo. L’opera, sesto volume della collana “Policinenses selectae chartae”, si presenta con l’obiettivo di chiarire definitivamente la portata dell’attività dei due apprezzati fratelli, evidenziando inoltre i vari contesti in cui si trovarono ad operare.
Il volume riprende inoltre una tematica già affrontata dallo stesso Bagatin e da altri cultori della materia, inerente la completa rivalutazione dell’operato dei raffinati maestri dell’arte legnaria. Un impegno questo che per secoli era stato inficiato dal poco lusinghiero giudizio espresso da Giorgio Vasari, il quale aveva sottolineato la precarietà dei pannelli intarsiati, soggetti all’azione distruttrice del fuoco e dei tarli, valutandoli inoltre alla stregua di svigorite contraffazioni della pittura.
Dalla consapevolezza dell’importanza assunta dall’arte dell’intarsio nell’epoca rinascimentale e dal valore tutt’altro che effimero delle opere dei Canozi prende spunto il titolo che Bagatin ha voluto dare al suo lavoro: Le pitture lignee di Lorenzo e Cristoforo da Lendinara. Opere come i dipinti dunque. Innanzitutto realizzazioni di sicuro impatto visivo; raffigurazioni in legno sì, ma non per questo inferiori, artisticamente parlando, alla pittura.
C’è inoltre nel titolo forse il compiacimento della sottolineatura geografica dell’origine dei due artisti: quel “da Lendinara”, che in ogni caso è tutt’altro che forzato, giacché – è giusto ricordarlo – i due fratelli sempre contrassegnarono le loro opere, apponendo il toponimo della cittadina d’origine al nome di battesimo. Una consuetudine tanto consolidata, al punto che i due artisti furono anche sbrigativamente chiamati i Lendinara.
Il corposo volume di Pierluigi Bagatin si apre con una sezione fotografica che prende avvio dalla riproduzione della grata intagliata presente a Lendinara, per presentare poi alcuni dei più splendidi specchi prospettici realizzati dai Canozi a Modena e Parma. Seguono annotazioni biografiche sui due fratelli e l’ascendenza paterna rintracciata nel falegname Andrea nativo di S. Felice sul Panaro, tra Modena e Mirandola. Nei capitoli successivi viene indagata la formazione dei fratelli, dapprima intagliatori e successivamente intarsiatori a Ferrara sotto la guida di Arduino da Baìso, poi il loro exploit con le grandi realizzazioni dei cori di Modena e Padova.
E a tal proposito Bagatin fornisce anche preziose informazioni relativamente al contesto generale in cui andarono ad inserirsi i cori canoziani, apportando un considerevole valore aggiunto al complesso monumentale ed artistico delle relative chiese.
Di Lorenzo viene inoltre ripercorsa anche la breve ma suggestiva parentesi di stampatore, mentre di Cristoforo viene indagata pure l’attività di pittore. Vengono infine considerate le ultime opere degli artisti lendinaresi nella fase conclusiva della loro vita, quando entrano in gioco vari collaboratori, primi tra tutti Bernardino, figlio di Cristoforo, e Pierantinio dell’Abbate, genero di Lorenzo. Un capitolo questo che lascia aperta una porta ai successori di Lorenzo e Cristoforo, che non è fuori luogo pensare possano trovare ospitalità in un prossimo lavoro dell’instancabile apprezzato ricercatore.
Franco Cazzola
RICERCHE SULL’ECONOMIA FERRARESE NEL RINASCIMENTO 1450-1630
Gabriele Coltro editore, Ferrara 2003
Franco Cazzola, presidente della Deputazione ferrarese di storia patria, è docente di storia economica all’Università di Bologna e da anni segue il ramo economico delle campagne ferraresi.
Il volume, facente parte della collana di “Economia e Istituzioni” dell’Università degli studi di Ferrara, facoltà di Economia (Vol. VI), presenta oltre al titolo una ulteriore precisazione dei settori di intervento: la città, il principe, i contadini. Un’opera in cui l’autore ha voluto raccogliere molti suoi interventi, alcuni visibilmente datati, a partire dall’anno1967 sino al 1991.
Il periodo considerato, passando fra Estensi e dominio Papalino, è lungo, e comunque ha il merito di prendere in esame molti aspetti della vita ferrarese, specie del contado sotto vari filoni. Nei quattro capitoli del libro, così, fra castalderie e boccatici si affrontano le mezzadrie ed i consumi alimentari con i probelmi annonari connessi, chiudendo con gli artigiani e l’arte della seta.
Un libro interessante e con diversi riferimenti alla Transpadana Ferrarese, da quasi due secoli divenuta parte integrante della provincia di Rovigo.
Sergio Garbato
ROVIGO E IL POLESINE TRA OTTOCENTO E NOVECENTO
Edizioni Canova, 2004
Un tuffo indietro nel tempo, attraverso foto e racconti di vita, rilegati nel denso libro del passato. “Rovigo e il Polesine tra Ottocento e Novecento”, coinvolgente studio di Sergio Garbato, approdato alle stampe grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, fa apprezzare il cammino nel tempo della gente del Polesine, onesta e laboriosa, sempre uscita a testa alta dalle vicende avverse.
Dalla politica al cinema, al teatro, fino alla disperata realtà dell’alluvione del 1951 e, prima, passando attraverso la descrizione della Madonna Pellegrina, il libro di Garbato è un vivace affresco, non un testo di miniature, dove l’autore trasferisce se stesso. Racconta di una città, di un territorio in modo avvincente, in pagine in cui il testo si lega intimamente alle immagini per formare una rete concettuale, un nesso inscindibile di conoscenza.
Un secolo di vita e di storia, dunque, dall’annessione al Regno d’Italia fino agli anni Settanta del Novecento. La testimonianza fotografica presenta numerosi inediti e documenta, in modo capillare, la vita quotidiana del territorio: il lavoro nei campi, la società, l’economia, i personaggi, ritratti in bianco e nero che proprio dal monocolore sembrano apparire più veritieri, ancora presenti, reali, non solo nei ricordi: le prime idrovore, la bonifica, mulini e fornaci; il socialismo, l’eredità garibaldina, la gastronomia polesana; l’avvento delle industrie, scuole, teatri, cinematografi; le lotte per il potere, il rinnovamento urbano, l’abbattimento del ghetto e l’interramento dell’Adigetto, l’opposizione al fascismo e la resistenza; le lotte bracciantili e l’alluvione de ‘51, fino ai protagonisti della ‘nostra storia’ tra cui Domenico Angeli, Alberto Mario, Alessandro Casalini, Nicola Badaloni, Adolfo Rossi, Virgilio Milani, Livio Rizzi, Mario Battaglini.
Garbato rimpiange l’interramento dell’Adigetto, verificatosi dopo un altro intervento che ha cambiato per sempre il volto di Rovigo, ossia l’abbattimento del Ghetto, negli anni ‘30. Due iniziative sul piano urbanistico che chiudono un capitolo del passato e ne lasciano da sfogliare molti altri: teatro, l’eredità garibaldina, perfino lo sport e la gastronomia.
Un libro completo dunque, in una trama priva di smagliature. Alla presentazione del volume presso il palazzo Roncale, l’autore, chiamato a dar conto del gravoso impegno che ha preceduto l’uscita del volume, ha dribblato il problema con una battuta: “Quando ero giovane ero nei sogni delle ragazze – ha detto ammiccando –, mentre ora sono l’insonnia degli editori! Ho fatto impazzire il grafico, ma a quanto pare, visto risultato ne valeva la pena”.
A. Cavallaroni, G. Mantovani, A. Mascellari
FERRARA “ILLUMINATA”
Fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara, Ferrara 2004
Coniugare un’operazione culturale qual è la stampa di un libro frutto di ricerca storica e l’uso delle nuove tecnologie non è cosa di tutti i giorni. Così quando la Fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara ha pubblicato “Ferrara illuminata” la curiosità tra gli studiosi era tanta.
Cosa avrebbero raccontato e come l’avrebbero affrontato l’argomento i tre autori Mantovani, Cavallaroni e Mascellani nelle 176 pagine dell’elegante libro? Il tema è la luce elettrica, le sue origini dai tempi remoti, ad olio, poi a gas, sino a giungere al fenomeno di quest’ultimo secolo che ha radicalmente cambiato il sistema di illuminazione del mondo intero. È affascinante ripercorrere questo percorso e scoprire aspetti che si intersecano con l’arte, espressa nelle forme dei lampioni e dei manifesti d’epoca, l’economia e la storia sociale, in questo caso di Ferrara, ma riconducibile a qualsiasi altra città.
Fra le pagine così si scopre che il melarese Ippolito Leati, avvocato, oramai dimorante in Ferrara, nel 1889 propose al Comune l’illuminazione a gas, poi accettata. Affascinanti gli editti d’epoca napoleonica, i calendari ed i cataloghi di fine ‘800-inizio ‘900, le prime foto degli stabilimenti. Un nuovo modo di fare ricerca storica indubbiamente accattivante che invoglia ad emularne il metodo.
Luciano Schiavo
LA BEFANA DI UNA VOLTA
Nike kai Dike, Fiesso Umbertino, 2004
Il volume si configura come una raccolta di aneddoti, vicende, episodi, considerazioni e riflessioni scritti da don Luciano Schiavo, parroco di Castelguglielmo. Un cammino che don Luciano ci fa fare insieme a lui e, al suo fianco, ci fa rivivere quella che è stata la sua vita e che – alla fine – è stata anche la nostra. Ciò vale almeno per coloro che hanno circa la sua età, o sono più anziani, ed hanno vissuto le sue stesse esperienze.
Le sue storie sono le storie di tutti noi, i suoi ricordi sono i nostri ricordi. Don Luciano ce li propone con tanta semplicità e naturalezza, con il candore di un fanciullo che apre il suo animo con estrema umiltà e franchezza, con vera umanità.
Non è il sacerdote che racconta. Dapprima è il ragazzo che rivive la sua fanciullezza e l’adolescenza; che ripercorre gli episodi più significativi di quel bambino e ragazzo che è stato; che descrive quelle persone che hanno vissuto accanto a lui e sono stati importanti per la sua formazione, per la crescita, per la sua vocazione. E tante sono le emozioni e le sensazioni, che colgono quel ragazzo e che, nello stesso tempo, fa rivivere anche a noi.
In queste narrazioni si trova l’atmosfera di quegli anni, si riscoprono i valori, le cose che contano nella vita: l’onestà, la lealtà, la rettitudine, la dignità, il rispetto, l’amicizia, l’operosità.
Le sue descrizioni sono approfondite nei minimi particolari, minuziose e scrupolose. C’è la sapienza e l’esperienza dei vecchi, c’è l’umanità della gente, l’importanza della natura, il rispetto delle cose e degli animali (che non mancano mai nelle sue immagini).
E c’è tanta poesia: nella maniera di esporre, nell’approfondire i sentimenti, nel modo di aprire il proprio animo o nell’esplorare quello degli altri.
Poi c’è l’uomo e il sacerdote. Le riflessioni sono più profonde, le immagini sono più sagaci, mirate a farci riflettere nuovamente sui valori della vita, sul mistero della morte; le figure che ci ricorda sono esempi che ci spronano.
Tutte queste considerazioni – ora raccolte in un libro – sono uno sguardo sul passato, ma anche un incitamento per il futuro. E’ un libro che ci fa riflettere.
Raffaele Peretto
I SENTIERI DELLA MEMORIA
Europrint, Rovigo, 2005
Ha voluto riunire gli amici nel Delta, a Ca’ Cornera, Raffaele Peretto per la “prima” della sua raccolta di poesie, molte delle quali sono nate proprio dal diretto contatto col suggestivo ambiente bassopolesano. Una terra che da tempi remoti suggerisce dolci e profonde sensazioni, a chi sa ascoltare la canzone della natura che sempre si rinnova. La lettura delle liriche di Peretto fa infatti riscoprire plaghe incantate, là dove si rincorrono giochi di carezze / sospese / nel vento leggero. Ed è stimolante lasciarsi trasportare dai suoi versi coinvolgenti lungo le vie d’acqua, dove le storie recenti del fiume / lievitano sensazioni remote.
Nelle sue composizioni Raffaele Peretto manifesta una sorprendente capacità di sintonizzarsi con le voci di un lontano passato che – se ascoltate con idonea disposizione d’animo – ancora conservano la loro freschezza e ci insegnano a trovare nel territorio inesaurite tracce di poesia. Si possono così seguire le Naiadi / a cercare rifugio / oltre il meandro. Oppure si può approdare nella terra incontaminata dove volano i gabbiani / e danzano le Menadi scalze. O ancora si è in grado di gustare il fluire del tempo mancante alla rinnovata gioia di Demetra.
“Il rumore assordante dell’oggi – ha notato Loredana Capellazzo sottolineando il valore delle composizioni di Peretto – è lontano: il passato richiama al presente e il futuro è già scritto nelle leggi del tempo cosmico; e niente cambia nelle atmosfere sospese ed incantate di luoghi dell’anima, dove si vorrebbe restare, in silenzio, ad ascoltare e vivere l’infinito”.
Franco Callegaro
COME PANNI STESI AL SOLE
Apogeo ed., Adria, 2004
Franco Callegaro di Adria, bancario in pensione con l’animo di poeta, scrive poesie da circa cinque anni. Si è già distinto in vari premi letterari e alcune sue liriche sono inserite in antologie a diffusione nazionale. “Come panni stesi al sole”, è la sua prima raccolta poetica. E’ aerea, solare e familiare, vicina ai più veri sentimenti di ognuno di noi. Il titolo ben riassume lo spirito dell’opera. I panni stesi al sole sono una metafora della vita. C’è un temporale, si sollevano turbini di vento impetuosi, travolgenti, i panni sembrano volare via, disperdersi lontano.
Anche gli uomini quando la vita è impietosa si disorientano, si lasciano prendere dallo sconforto, dalla difficoltà di reagire, ma il poeta ci manda un messaggio di ottimismo: non la resa, ma lottare con fiducia. Nelle circostanze avverse più che mai ci si deve aggrappare al filo, alla vita, recuperare la speranza, e le difficoltà ci sembreranno meno gravose e superabili.
Il libro è minuto ha una veste grafica aggraziata, ideata dallo stesso Autore. La raccolta si suddivide in quattro sezioni. Si apre con La Natura, generosa, ma sempre insondabile e misteriosa, come ci comunica la lirica “Mare a Primavera”; … “Brezza ch’è profumata/ del suo sapor salmastro/ ed onde sempre inquiete/ turbate da tempeste/ che ancora sopravvivono/ sulle lor bianche creste…”.
Prosegue con Il Dolore, sincera e profonda pietà per l’umanità dolente. Il bambino africano, Le favelas: “Trucca le labbra la piccola Vera/ vuol parer donna, ma è solo bambina/ va sulla spiaggia al calar della sera/ e torna a casa sol quando è mattina”, e ancora Il barbone, Immigrati clandestini, Genocidio, dei Bambini nel dolore, con le grida strazianti.
Segue poi L’Amore, che è passione, pudore e infinita dolcezza. Per Callegaro l’amore è delicato come una rosa, un giglio, e il suo profumo dura a lungo, “C’era magia nell’aria/ profumo in ogni fiore/ nel petto ti gridavo../ amore, amore, amore.”
La silloge si conclude con La Vita, le gesta degli uomini sono avvincenti, esaltanti, “Ora è là sulla cima innevata/ un’ebbrezza davvero speciale”, ma quante le domande senza risposta, importante è viverla con letizia e giusto decoro.
Una poesia in rima che viene fuori bene, musicale, con cadenze che ci rammentano la poesia italiana della tradizione: quei versi amici, imparati sui banchi di scuola, che sono rimasti impressi nel nostro cuore e nella mente.
Le Delizie – Collana di Storia e Letteratura
2G Editrice, Sabbioncello S.Pietro (Fe), 2001-2004
Una collana dal formato tascabile (11,5 per 17) che in soli quattro anni ha già avuto sette uscite editoriali, tutte di pregio. “Una notte del ‘43” di Giorgio Bassani l’importante esordio nella collana, al quale hanno fatto seguito Alessandro Roveri con “Giorgio Bassani e l’antifascismo (1936-1943)”. Ferdinand Grerorovius con la biografia di Lucrezia Borgia duchessa di Ferrara nell’anno del suo centenario nel 2002. Ancora Giorgio Bassani con la sua celebre “Una città di pianura”, nuovamente Alessandro Roveri con le “Lettere antifasciste” di Silvano Balboni, sino agli ultimi Anna Maria Quarzi con “La maestra, da Ada alla Clelia di Giorgio Bassani” e Claudio Savonuzzi con “Ferrara amore nascosto e inappagato”. Importanti le prefazioni di questi agili volumetti che immortalano i pensieri del Novecento, grazie ai contributi di Cesare Garboli, Sergio Zavoli, Roberto Pazzi, Luciano Chiappini e Paola Bassani.
Che dire? Si tratta di iniziative che danno sollievo a chi crede ancora nella lettura e nell’approfondimento. Un invito all’editore a continuare su questa strada.
Raffaele Ridolfi
Gianfranco Scarpari
UNA CORSA NEL TEMPO
Perosini editore, 2004
Capita a tutti di registrare, improvviso, il riemergere di ricordi lontani; ma raramente è possibile riportare alla memoria i dettagli dell’ambiente e dei personaggi che hanno animato momenti del passato che riaffiorano alla memoria. Non è così per Gianfranco Scarpari che nella sua “Corsa nel tempo”, ricostruisce con lucidità e precisione momenti del passato, dando vita ad efficaci descrizioni di persone e situazioni che, come quadri espressivi, si stagliano con vivacità su una parete uniforme.
Nella prima parte del libro, dedicata a “Le Storie”, prendono così vita episodi del passato, in cui l’autore si sofferma in garbate narrazioni di avvenimenti vissuti direttamente o di cui ha conservato la memoria avendoli uditi raccontare: è il caso dela storia tutta “adriota” del vescovo conteso, o quella che vede come protagonista un cane sfortunato, il racconto della cui triste vicenda viene affidato ad una gazza.
Precisi ed efficaci risultano i ritratti che caratterizzano la seconda parte del volume dedicato a “Gli incontri”: uomini e donne che hanno lasciato una traccia nell’animo dell’autore. Alcuni sono personaggi che hanno rivestito ruoli di rilievo nella vita politica o dello spettacolo, come ad esempio Malagodi, Alida Valli o Emma Grammatica; altri risultano invece sconosciuti alla maggior parte dei lettori, come padre Riccardo, il pittore Marcello o il forestiero nel delta.
In ogni caso i brevi racconti si presentano incisivi e coinvolgenti, in grado di accompagnare con garbo il lettore in atmosfere del passato, accendendo la curiosità e il gusto della lettura.
MENSA VESCOVILE DELLA DIOCESI DI ADRIA
A cura di Marco De Poli
Minelliana, Rovigo, 2004
L’opera, continuando sulle orme del lavoro avviato da mons. Gabrielli, rappresenta un ulteriore strumento per lo studio della Chiesa di Adria e delle comunità che la componevano, volendo essere la chiave di accesso ad un archivio, quello della Mensa vescovile, finora pressoché inesplorato, nonostante la quantità e la qualità della documentazione che conserva.
L’ente “Mensa vescovile” ha radici antiche, nascendo insieme alla Diocesi. Con essa si intende, infatti, il complesso dei beni appartenenti ad una sede vescovile e destinati al mantenimento del vescovo. Nel corso dei secoli ha accentuato l’aspetto economico, perdendo progressivamente la connessione che legava gli aspetti del possesso di un territorio a quello del dominio politico, migrato nelle mani delle autorità civili, gli Estensi prima, la Repubblica di Venezia poi.
Il declino della Mensa, iniziato in maniera lenta ma inesorabile con la dominazione francese, subirà un’accelerazione dopo l’annessione del Veneto al Regno d’Italia, quando verrà privata delle poche proprietà terriere, mentre si farà sempre più difficile la riscossione dei canoni di decima. Dopo un lungo periodo di crisi, l’ente si troverà a gestire, dopo il 1945, i soli palazzi vescovili, e nel 1985 verrà soppresso.
Il corposo volume si apre con l’inventario degli Atti dei Vescovi dal 1489 al 1909, prosegue col capitolo relativo all’Amministrazione dal 1284 al 1962, seguìto dai Catastici, dagli Estimi Catastali, Decime, Livelli, Locazioni, Ipoteche, Contabilità, Affrancazioni e commutazioni, Cause, Legati, SS. Messe, Decime papali, per concludersi con i capitoli relativi ai Fondi aggregati.
L’importante pubblicazione costituisce una guida essenziale per compiere indagini in quello che il vescovo Lucio Soravito de Franceschi ha definito come uno dei più ampi “scrigni di storia” della diocesi di Adria-Rovigo.
Ramis Tenan
DON SOCAL “IL CAVALIERE”
Panda Edizioni, Padova, 2004
Con cadenza ravvicinata, Ramis Tenan torna ad indagare nel passato di Lendinara, rivolgendo la sua attenzione in particolare verso uomini che hanno dato lustro alla cittadina sul versante dell’impegno musicale.
L’ultima sua ricerca fa ampia luce su don Pietro Socal (1879-1958), personaggio indubbiamente singolare, grande appassionato di musica, noto ben oltre i confini polesani non solo come esecutore (particolarmente apprezzata la sua attività di organista del duomo di Santa Sofia), ma anche come compositore specie di musica sacra.
Fu proprio in virtù dei riconosciuti meriti in campo musicale che don Socal ricevette, nel 1923, l’onorificenza di “Cavaliere della Corona”, titolo alquanto inconsueto per un sacerdote, che molti utilizzavano con piacere rivolgendogli la parola, preferendolo al “don” di natura religiosa.
Ed in effetti don Socal – che pure a Lendinara esercitò l’attività pastorale per un cinquantennio, soprattutto come cappellano della pia Casa di Riposo, ottenendo in quest’ambito sempre apprezzamenti di stima – sembra aver lasciato una traccia significativa soprattutto per il suo impegno in campo musicale e per l’originalità nel suo rapportarsi con le persone, con osservazioni e cenni certamente inconsueti per un sacerdote.
Quasi proverbiali divennero alcune sue di battute, in qualche caso mordaci, testimonianza di uno spirito libero e di una pronta intelligenza; giochi di parole e sottolineature ilari che ancora oggi i più anziani ricordano col sorriso sulle labbra.
E Ramis Tenan – dopo aver ricostruito i vari ambiti di impegno di don Petro Socal – conclude il suo lavoro proprio dando spazio ad una serie di ricordi ancora vivi in vari concittadini che ebbero modo di frequentare il sacerdote “sui generis”, chiamato anche don Pieron per la statura che lo caratterizzava, pure questa al di sopra del consueto.
D. Bergantin, R. Ruzza, G. Balbi
OGNI FORMA DELL’AMBIENTE MERITA UNA SPIEGAZIONE
Provincia di Rovigo, 2004
Il CD rom propone “Una lettura della memoria del paesaggio del delta del Po”, nell’ambito di “Itinerari Culturali di tipo geologico”. Il supporto informatico ha come autori D. Bergantin per l’ ideazione percorsi, R. Ruzza per l’ ideazione grafica e G. Brbi per il video editing.
Il primo itinerario, relativo a “Le dune fossili ed i paleoalvei dell’Adige” ha come punto di partenza la frazione San Pietro di Cavarzere in sinistra Adige. Attraversato il ponte si giunge in località Chiesazza, dove è possibile individuare alcuni lembi residui del più antico cordone di dune fossili del delta settentrionale del Po di Adria. Il percorso si snoda poi lungo i paleomeandri dell’Adige per condurci al sito di Corte Cavanella, luogo del ritrovamento dei resti della mansio Fossis. La restante parte dell’itinerario riguarda le dune fossili di Rosolina, di notevole interesse paesaggistico.
Il secondo itinerario, inerente “I paleomeandri del Po e le dune fossili”, parte da Bottrighe (Adria). Seguendo l’argine sinistro del Po di Venezia si giunge ad individuare un paleomeandro del Po di Copparo presso Mazzorno sinistro. Più ad Est, in località Punta Stramazzo il Canalbianco (l’antico Castagnaro) poco dopo Cavanella Po si incontrava con l’Adigetto dando luogo ad uno “stramazzo”.
Risalendo il paleoalveo dell’Adigetto si ha modo di attraversare un territorio dall’aspetto antico e naturale, di sicuro interesse paesaggistico. Nel tragitto lungo l’argine sinistro del Po di Venezia è segnalato il sito del Taglio di Porto Viro e viene proposta la visita all’oasi naturalistica di Volta Grimana.
Il percorso prosegue con la visita ai diversi cordoni dunosi fossili di Porto Viro e termina presso l’antica linea di costa del 1600 rintracciabile in località Madonnina.
Copia del CD Rom può essere richiesta (distribuzione gratuita): Provincia di Rovigo Assessorato alla Cultura – Area Servizi alla Persona Via Ricchieri detto Celio, 10 – 45100 Rovigo www.provincia.rovigo.it/cultura/iniziative/index.php
Carlo Azzi
VOCABOLARIO DOMESTICO FERRARESE-ITALIANO
2G Editrice, Sabbioncello S.Pietro (Fe), 2004
Nel panorama delle ristampe questa merita sicuramente un plauso. Era infatti introvabile da decenni questo volume di quasi 400 pagine risalente all’anno 1857 e disponibile solo a prezzi ragguardevoli presso mercatini o privati.
Grazie all’iniziativa di Graziano Gruppioni questa lacuna è stata ora colmata e l’editore ha fatto bene a far coincidere l’uscita con quella dell’elegante ed altrettanto prezioso volumetto in vernacolo “A l’ombra dal castèl” dell’anno 1924, un’antologia dialettale ferrarese di Ferri e De Sisti che veniva usata intelligentemente nelle scuole assieme ai libri di testo. Gruppioni non è nuovo ad interessarsi al dialetto, avendo già scritto nel 2001 “Proverbi ferraresi” e propiziato un corso apposito nella primavera scorsa, assieme al prof. Italo Marighelli.
Vocabolario e sussidio scolastico saranno di sicuro molto apprezzati ed utili agli amanti del vernacolo, impegnati in un’opera di salvaguardia dello scritto e del parlato, in quest’epoca in cui la globalizzazione fa sentire sempre più i suoi effetti standardizzanti anche in campo linguistico.
Berenice Giovannucci Vigi
SCULTURA E SCULTORI A FERRARA
Fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara, Milano 2004.
Prosegue l’iniziativa della Fondazione della Cassa di Risparmio di Ferrara di sostenere storia ed arte ferrarese del passato. Questo studio non mancherà certo di interessare gli appassionati studiosi estensi e pure polesani.
“Scultura e scultori a Ferrara 1598-1796”, volume particolarmente curato nei testi e nella stampa, affronta un periodo storico, quello papalino, sinora scarsamente indagato.
L’autrice, invita a cercare gli scultori ferraresi, i loro disegni e progetti ad indagare i tesori contenuti presso le ville private ferraresi, nella nostra provincia (ex Transpadana ferrarese ora di Rovigo).
Fermo restando che la Fondazione è sensibile alla problematica, ci sarà poi qualcuno nel nostro Polesine che prenderà a cuore quest’iniziativa? Eppure è noto che in molte nostre località del Polesine meridionale sono presenti opere degli artisti nominati nel presente studio, quali per esempio Andrea Ferreri operativo nella chiesa di Melara, Giuseppe Buzzi ed Alessandro Turchi in quella di Crespino, Pietro Turchi in quella di Ceneselli e via dicendo.
Laureata e perfezionata in storia dell’arte medievale e moderna presso l’università di Bologna, autrice di numerosi saggi e contributi, convegnista e collaboratrice in mostre e cataloghi, Berenice Giovannucci Vigi collabora con la Soprintendenza per il Patrimonio storico-artistico di Bologna, con i musei Civici d’Arte Antica e membro della commissione diocesana d’Arte Sacra di Ferrara. Dal 1980 si occupa del museo della cattedrale di Ferrara ed insegna storia delle arti visive presso l’istituto d’arte “D.Dossi”.