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Archivi: Articoli d’archivio

  • Palazzo Boniotti a Fratta

    Palazzo Boniotti a Fratta

    Fratta Polesine si è arricchita di una nuova realtà museale.

    Palazzo Boniotti, ora Palazzo “Il Manegium”, dopo il consistente intervento di recupero che l’ha caratterizzato, è stato infatti adibito a sede del “Museo Etnografico”, che custodisce la memoria storica della civiltà contadina del territorio. La nuova stuttura è stata inaugurata domenica 12 settembre 2004 con un importante Convengo di studi dal tema “Il Volontariato in Archeologia e nella valorizzazione storico ambientale del territorio”.

    Il Gruppo “Il Manegium”, che da circa un ventennio opera nell’ottica del volontariato, grazie all’impegno dei suoi soci ha portato a termine il consistente intervento di recupero dell’importante edificio storico che risale alla prima metà del cinquecento.

    Originariamente il palazzo fu abitato dai nobili patrizi veneziani Dolfin e nel novecento divenne la residenza di famiglia Boniotti. Da anni disabitato ed ormai in pessime condizioni, è infine stato donato dagli eredi al Gruppo “Il Manegium” che si è fatto carico del gravoso intervento di restauro. Grazie all’impegno dei soci, e in particolare del suo presidente maestro Adriano Azzi che sin da principio ha fortemente creduto in questa iniziativa, fruendo anche dell’intervento di Enti pubblici e privati del territorio, l’edificio è oggi è ritornato al suo antico splendore.

    Palazzo Boniotti, situato nel centro storico del paese accanto a palazzo Matteotti, è così divenuto la prestigiosa sede del Gruppo “Il Manegium” che qui ha voluto raccogliere importanti documentazioni che riassumono la storia di Fratta Polesine. Sono così state allestite: la Mostra permanente su Giacomo Matteotti, la Mostra sulla Carboneria, la Mostra sulla Ceramica del 1600, ed è in progetto la realizzazione di un settore dedicato allo storico mons. Antonio Arcolin, autore di un’importante raccolta di santini e vecchie immagini sacre, dal titolo “L’immagine dello Spirito”.

    Il Museo Etnografico, ultimo allestimento del gruppo frattense, propone nel suo itinerario un ricco ed interessante percorso didattico che fa vedere nei particolari la quotidianità del passato ed il rapporto della gente col territorio: la vita in campagna con tutta una serie di attrezzi e strumenti per il lavoro dei campi, i vari mestieri come il barbiere, il falegname, il fabbro, ma anche la realtà della casa, la vita in famiglia, ed ancora la scuola, i giochi dei bambini, la religiosità.

    Il Gruppo “Il Manegium” ha alle sue spalle una consolidata attività, avendo negli anni scorsi attivato in ricerche e catalogazioni; ha operato in collaborazione con la Sovrintendenza, ha allestito varie mostre, convegni, incontri, ha proceduto al riordino e alla sistemazione degli archivi storici della chiesa parrocchiale e del Comune di Fratta, con la stampa dei rispettivi cataloghi.

    Il Convengo, promosso lo scorso settembre dal gruppo Culturale in collaborazione con il Comune di Fratta, la Provincia di Rovigo, la Sovrintendenza per i Beni Archeologici per il Veneto, ha visto la presenza di importanti studiosi ed esperti del settore, tra questi il prof. Camillo Corrain, presidente del Sodalizio Vangadicense e del Gruppo culturale “Bassa Padovana”, la dottoressa Simonetta Bonomi direttrice del Museo Archeologico di Adria, il prof. Sante Bortolami, docente di storia medioevale presso l’Università di Padova.

    Dai vari interventi è emersa l’importanza delle scoperte archeologiche del Polesine e in particolare di “Frattesina”; scoperte, è stato affermato, che rivestono una notevole importanza scientifica per la conoscenza delle vie commerciali fin dal tempo della preistoria e per la comprensione delle varie epoche a cui si riferisce l’eccezionalità dei materiali rinvenuti. Dal Convegno l’invito ad incrementare l’azione del volontariato, che offre un prezioso servizio nella scoperta del territorio e della sua dimensione storico-ambientale.

    La giornata di studi e di inaugurazione ha visto anche l’allestimento di una mostra temporanea dei reperti archeologici di Canàr, frutto di collaborazione e di scambio culturale fra i gruppi archeologici e i comuni di Castelnovo Bariano e Fratta Polesine. La giornata si è conclusa con un concerto proposto dal Gruppo musicale “Lendinariae Consort”, diretto dal maestro Vincenzo Ferrari che ha eseguito in forma di concerto l’opera “Dido and Aeneas”. Un capolavoro musicale composto da Purcell eseguito per la prima volta in Polesine, la cui esecuzione ha affascinato il pubblico presente, chiudendo in bellezza l’intensa giornata dedicata all’inaugurazione dell’importante nuovo polo culturale che qualifica Fratta Polesine.

  • San Materno di Melara

    San Materno di Melara

    Come facile immaginare, in ogni paese del nostro Polesine, gli edifici di gran lunga più appariscenti sono le chiese, che però non sempre si avvalgono di studi approfonditi, in grado di evidenziarne appieno il loro valore artistico.

    Non è così per fortuna per le due chiese di Melara, la principale dedicata a san Materno vescovo, l’altra alla Santa Croce. Nel passato hanno visto l’attenzione di alcuni ricercatori quali l’abate Giuseppe Bellini (1867), il segretario comunale Tito Tosi (1878), il cappellano don Sante Magro (1923) e negli anni ’80 il geometra Palmiro Ridolfi e lo storico Savino Chiavegatti e pure lo scrivente nell’ultimo decennio. Grazie all’interessamento di questi studiosi il materiale si è via via accumulato, assumendo sempre più completezza. E recentemente si sono aggiunti nuovi interessanti interventi, che hanno fatto piena luce su alcune opere. Ne hanno giovato in particolare due pale d’altare nell’arcipretale (di cui parleremo in questo articolo) ed una statua lignea presente nella chesa di Santa Croce (su cui avremo modo di soffermarci prossimamente).

    San Materno

    “La più imponente dell’agro transpadano”, così l’abate Bellini definiva la chiesa di San Materno di Melara e, osservandone le dimensioni non c’è che da concordare ancor oggi. Tre i momenti della storia di questa costruzione progettata da Vincenzo Santini (1665-1742): quella iniziale con manodopera ferrarese, quella del compimento con artisti veronesi, quella della ricostruzione con manovalanza veneziana e mantovana. Ma su questo tema potremo tornare un’altra volta, giacché – come detto – intendiamo qui soffermarci su due pale d’altare settecentesche, di cui solo recentemente si è ricostruita la storia, raggiungendo certezza sull’attribuzione. Parliamo della Natività con adorazione dei pastori, risalente al 1762 circa e del San Francesco d’Assisi che riceve le stimmate, databile prima del 1776.

    La pala della Natività

    Diciamo innanzitutto che l’altare che ospita la pala della Natività con adorazione dei pastori fu eretto nel 1762 su preciso voto di don Alessandro Soncini e della sorella Margarita, ambedue menzionati sulle lapidi lateralmente alla mensa dell’altare. Non vi sono ricevute del pagamento dei marmi e del quadro. La paternità di quest’ultimo così era rimasta incertamente divisa tra Saverio Della Rosa (1745-1821) ed il contemporaneo Francesco Lorenzi.

    Grande merito dell’interesse mosso verso il quadro va riconosciuto al valente studioso melarese Savino Chiavegatti, da tutti ben conosciuto come uno dei più attenti e sensibili conoscitori delle bellezze artistiche locali. Per primo, nel finire degli anni settanta del secolo scorso, aveva sollevato il quesito su chi ne fosse l’autore. Egli, già nel lontano 1957, aveva attribuito il dipinto al Dalla Rosa, ma, quasi vent’anni dopo, nel febbraio 1978 tenendo corrispondenza con la laurenda Marzia Laquaniti, chiamando in causa il prof. Rodolfo Pallucchini, si ricredette condividendo l’idea che fosse opera di Francesco Lorenzi (1723-1787).

    Sulla questione da allora localmente è intervenuto solo lo scrivente (1994 e 1995), più che altro per rilevare le scoperte del Chiavegatti ed aggiungere poc’altro. Sul fronte veronese invece si susseguirono gli studi, specie del Marinelli (1997) e del Tomezzoli (1997 e 2000) che confermarono l’attribuzione al Lorenzi.

    La tela della Natività lo scorso anno è stata prelevata dal tempio melarese ed esposta al pubblico nella mostra allestita presso la villa settecentesca del paese veronese di Mozzecane intitolata: “Francesco Lorenzi 1723-1787 un allievo di Tiepolo tra Verona, Vicenza e Casale Monferrato”. E, dopo la mostra di Mozzecane, nessuno ha avuto più dubbi sull’autore della pala di Melara.

    La pala di San Francesco

    L’altare che ospita la pala di San Francesco d’Assisi che riceve le stimmate venne eretto nell’arcipretale di S. Materno da alcuni benefattori locali. Fu costruito con materiale lapideo tra gli anni 1776 e 1778, anno in cui la visita pastorale del Card. Mattei lo trova finito e compiuto assieme ad altri sei. Il dipinto inserito, un olio su tela, misura cm. 183 per 297 circa e rappresenta l’avvenimento accaduto il 14 settembre 1224 sul monte della Verna, quando, oltre all’apparizione serafica, furono impresse le stimmate a san Francesco d’Assisi. Nell’archivio parrocchiale non è stato possibile rintracciare ricevute o fatture di alcun tipo riguardanti la tela. Per questo motivo era ancora da attribuire e si è anche dovuto aspettare quasi due secoli e mezzo a porre fine alla questione dell’autore.

    Da qualche anno la tela si presenta lacera in alcuni punti, ben visibili anche ad occhio nudo e perciò bisognosa di restauro; sarebbe urgente pure una sua ripulitura per togliere macchie di fumo e sporco accumulato da secoli. Una volta eseguiti questi restauri, emergerebbero di sicuro i colori chiari e luminosi che farebbero onore all’autore.

    Ma il nome del pittore restava per molti un mistero, nonostante – e questa è una recente gradita sorpresa – non mancasse un’autorevole attribuzione, sconosciuta però ai più, tant’è vero che, anche una recente pubblicazione che elenca i dipinti della chiesa locale, attribuisce il quadro alla scuola di Francesco Parolini.

    Ecco l’importante dichiarazione che ha fatto chiarezza: “E’ stato il prof. dr. Sergio Marinelli, docente a Ca’ Foscari di Venezia, che per primo nel 1997 ne ha riconosciuta la paternità a Giorgio Anselmi”. Così si è espressa con sicurezza la dottoressa Donata Samadelli della Sovrintendenza di Verona.

    A conferma di questa attribuzione registriamo anche un’altra importante indicazione giunta dall’esperto, storico dell’arte carpigiano Alfonso Garuti, quando all’oscuro di tutto, due estati fa, su sollecitazione dell’estensore del presente articolo, fu invitato a Melara a esprimere un suo parere. Ebbene il Garuti manifestò chiaramente la sua propensione per una scuola veneta, anzi veronese e più precisamente della scuola di Antonio Balestra. L’indicazione si rivelerà molto vicina al vero.

    In base a questi autorevoli pareri, quindi, oggi sembrano esserci pochi dubbi in merito all’autore del San Francesco. Ma cosa sappiamo di codesto pittore?

    L’autore Giorgio Anselmi (1723-1797)

    “Di carattere onesto e civile e piuttosto erculeo nelle forme” così lo presenta un suo biografo dell’Ottocento. L’Anselmi nacque in val d’Illasi a Badia Calavena (Vr) nel 1723 e fu artista precoce e fecondissimo, raggiungendo un successo notevole che lo portò ad essere “pittore aulico” dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria e fondatore dell’“Academia pictorum” veronese, della quale fu anche chiamato maestro nel 1764.

    Fu allievo del veronese Antonio Balestra (1666-1740), un artista dalla cui bottega uscirono valenti ed importanti pittori quali Giambettino Cignaroli (1706-1770) e Pietro Longhi (1701-1785).

    Lo Zannandreis, maggior esperto d’inizio Ottocento, nella sua pubblicazione scritta negli anni 1831-34, antepone l’Anselmi al Lorenzi. Furono perciò due antagonisti, così come sono dirimpettaie le due pale d’altare nella chiesa di Melara: nella navata di destra quella dell’Anselmi, in quella di sinistra il quadro del Lorenzi.

    Anselmi dipinse ad olio ed a fresco per quasi tutte le chiese di Verona, e per altre città e province di Trento, Treviso, Bassano, Bergamo, Brescia, Modena. Fu decoratore di esterni ed interni di palazzi e case, quali la vicina villa Guastaverza-Bottura di Cerea. Dall’anno 1773 operò in Mantova per dipingere nella cupola di S. Andrea e nel palazzo Ducale.

    In base a queste notizie si può quindi ipotizzare il compimento della pala melarese proprio nel periodo mantovano, grazie alla vicinanza.

    L’ultimo lavoro, eseguito da Giorgio Anselmi già anziano, fu la causa della sua morte. Concluse infatti le sue esperienze artistiche terrene nell’anno 1797 proprio nel nostro Polesine, precipitando dall’impalcatura ove stava finendo di affrescare l’abside del duomo lendinarese di Santa Sofia.

    Come per il Lorenzi esiste una sua autobiografia, scritta nell’anno 1773 in occasione del suo cinquantesimo compleanno, in cui egli elenca tutte le opere condotte in porto, dal 1746 al 1773 appunto, ed inviata al bolognese Marcello Oretti.

    L’Anselmi seppur molto dotato non conobbe fama pari al suo ingegno, perchè offuscato dalle grandi personalità dei decoratori di scuola veneziana del Settecento.

  • La Storia sulle rive del Canalbianco

    La Storia sulle rive del Canalbianco

    Intorno al 1865, lo scrittore Alphonse Daudet aveva pensato seriamente di acquistare dalle parti di Fontvieille in Provenza un vecchio “mulino a vento e a farina, abbandonato da oltre vent’anni”, inadeguato ormai a macinare alcunché, ma pieno di fremiti di poesia. Non se ne fece nulla, ma qualche anno dopo, lo scrittore dava alle stampe uno dei suoi libri più fortunati, quelle “Lettere dal mio mulino”, che rimandano alle auree letture dei giorni di scuola.

    In quella stessa metà dell’Ottocento, lontano dalle luci e dai profumi della Provenza, a pochi chilometri da Fratta Polesine, proprio a ridosso dell’antico sostegno Pizzon, dove lo Scortico si incontra con le acque del Canalbianco, era entrato in funzione da poco un doppio mulino in grado di macinare sia il frumento che il granoturco. Stando alla ricostruzione storica che ne ha fatto Alberto Spagnolo, questo mulino con le sue due ruote sull’acqua già affiora nel 1845, ma, in base ai pochi e lacunosi documenti disponibili al momento, la prima descrizione che testimonia l’esistenza del manufatto arriva solamente una decina di anni dopo. E non è una questione di lana caprina, perché a indurre il comune a dotarsi di un mulino a doppia macina era stata la necessità di compensare con nuovi introiti le ingenti spese per far tornare navigabile lo Scortico dopo la devastante rotta del 1823.

    Ma perché mai un mulino? Per la verità si era trattato di un suggerimento della Camera di Commercio di Rovigo, che, sulla base di stastiche e analisi del territorio, nell’attività molitoria aveva individuato una discreta fonte di guadagno. Tanto più se il mulino si fosse trovato in una posizione favorevole alle comunicazioni con le altre località, come era appunto il Pizzon, che grazie allo Scortico e al Canalbianco permetteva di raggiungere, su barconi e chiatte, non solamente Padova e Venezia, come succedeva ai tempi della Repubblica di San Marco, ma anche Verona e la Lombardia e perfino Ferrara.

    Così, il mulino del Pizzon appare a più riprese nelle “carte” tra il 1837 e il 1856, ma di un affittuario si ha notizia soltanto nel 1875, quando il comune proprietario gli affida un manufatto dotato di due macine e due ruote di oltre cinque metri di diametro ciascuna: una storia ritmata da ricorrenti lacune ventennali.

    Ecco, però, che in capo qualche anno il mulino passa definitivamente di proprietà a dei privati. E inizia, forse, proprio allora, il riscatto di quello splendido opificio con le sue due grandi ruote costituite da ventiquattro pale ciascuna, che nel tempo si dota di nuove macchine, sostituendo le macine in pietra con laminatoi e cilindri metallici, con il frumento obbligato ad un percorso tortuoso attraverso un labirinto di tubi per arrivare alla molitura.

    La corrente elettrica sarebbe arrivata solamente ad apertura degli anni Cinquanta e allora la produzione poteva giungere intorno a un centinaio di quintali quotidiani, tenendo presente che si lavorava ininterrottamente giorno e notte. Ogni cento chili di frumento, ricorda chi ci ha lavorato se ne ottenevano settanta di farina e venticinque di crusca, il resto andava disperso. Ma, come per gli altri mulini sopravvissuti in Polesine, la fine sarebbe giunta a metà degli anni Sessanta.

    Inattivo da quarant’anni, il mulino sul Pizzon era ormai buono solo per la poesia, come quello di Daudet.

    Se il manufatto ha le sue irresistibili suggestioni, il luogo ha ancora un fascino maggiore. Ecco lo Scortico che si insinua tra i campi per raggiungere il Canalbianco e poco più avanti, sparse case e fattorie e un fitto pioppeto che accoglie volentieri gli innamorati.

    La storia è passata più volte da queste parti e il reticolo delle strade ricalca percorsi antichi. Non sono lontani gli scavi di Frattesina, ma ancora c’è robusta testimonianza di dimore e rustici cinquecenteschi. A quella chiusa che lascia frusciare le acque dello Scortico accanto al “mulinon”, giungevano un tempo i tronchi legati e allineati, che sarebbero serviti per strade e ponti e case.

    E nelle nebbie fitte del tardo autunno si intravedevano gli uomini in bicicletta che, avvolti nei mantelli di lana grezza, tornavano dal lavoro, senza neppure fiatare per il freddo e la stanchezza.

    C’è forse, qui più che altrove, una sorta di “genius loci”, che non è quello delle ville patrizie che i veneziani si facevano edificare nel centro del paese, cancellando le tracce medievali ed estensi, ma quello di una civiltà operosa e devota, con una storia di lavoro e di lotta, che aveva trovato nel povero Don Fortini spedito allo Spielberg la sua voce più flebile e nel tragico sacrificio di Giacomo Matteotti la sua forza e l’orgoglio di essere poveri.

    Così, per amore della poesia e di queste zone, che al tramonto hanno la luce dell’oro o più semplicemente del grano, qualcuno ha pensato bene di riscattarlo e restaurarlo.

    La storia del Mulino del Pizzon, o del “Mulinon” come lo chiama da sempre la gente di Fratta Polesine, diventa, allora, la storia del suo recupero e del suo restauro.

    Un’operazione più complessa di quanto non si creda, che ha coinvolto specialmente la cooperativa Turismo & Cultura che l’ha acquistato e ha cominciato pazientemente e intelligentemente a restaurlo, riportandolo ad uno splendore che forse non ha mai avuto. Così, lasciando dietro le spalle le travi e le scale di abete e la foresta di macchine, ruote, tubi e cilindri, si può tornare ad affacciarsi sulla chiusa e ritrovare il senso di una storia che si fa sempre più lontana fino a sfumare nell’aria leggera della sera.

    A raccontare il fascino e il recupero del “Mulino al Pizzon”, ubicato appena un paio di chilometri fuori Fratta Polesine, si sono trovati in molti nella sala convegni del palazzetto rodigino “Campagne Vecchie”. Recupero che è diventato anche e soprattutto un progetto culturale, che ha coinvolto la cooperativa Turismo & Cultura che si è accollata il 50% della spesa del restauro, che è quasi completato.

    Così, dopo i saluti e le premesse di Antonio Rossin presidente di Turismo & Cultura e di Mario Cavriani che ha coordinato i diversi interventi, Giuseppe Marangoni, infaticabile promotore in prima persona del recupero, ha posto l’accento sull’importanza del manufatto, che non è solo una splendida testimonianza di archeologia industriale, ma anche il segno di una civiltà che ha profondamente contrassegnato il Polesine. E solo un progetto culturale e turistico può dare ancora senso a queste vecchie pietre e alla straordinaria suggestione di macchine ancora in buon stato. Che si sia sulla strada giusta lo conferma il fatto che alle spalle di Marangoni e Turismo & Cultura ci sono altri e fortunati recuperi, dalla Torre Mozza di Rovigo all’ex asilo di Gorino Sullam trasformato in ostello e più di recente l’idrovora dell’Amolara ad Adria.

    A illustrare la storia e l’attività del mulino, sulla scorta di documenti e testimonianze orali è stato Alberto Spagnolo, mentre Carlo Braggion ha ragionato dell’attualità di un mulino antico. Il fascino del luogo e la poesia della sua inattualità hanno ispirato le parole di Romano Murmora e anche un viaggio letterario tra i mulini, mentre Gabbris Ferrari ha accennato ad alcune attività di carattere artistico e culturale per trasformare il mulino in un luogo vivo, che dovrà godere, come ha suggerito Carlo Piombo, anche di un opportuno recupero idraulico e ambientale, cui non sarà certo estraneo il Consorzio di Bonifica Adige-Canalbianco.

    Non sono mancati gli interventi degli amministratori: dal sindaco di Fratta, Riccardo Resini, al presidente della Camera di Commercio, Giuseppe Fini e all’assessore alla cultura e al turismo della Provincia, Laura Negri, che hanno sottolineato l’opportunità del recupero del Mulino del Pizzon, nuovo qualificante tassello per itinerari turistici nel Medio Polesine.

  • Libri in redazione

    Libri in redazione

    Due importanti novità editoriali, entrambe relative ad approfondimenti sulla vita e le opere dei fratelli Canozi, celebri intarsiatori del XV secolo originari di Lendinara, hanno raggiunto nell’ultimo semestre la nostra redazione, suscitando apprezzamenti e vivo interesse.

    Si tratta di opere che hanno recentemente visto la luce per iniziativa di studiosi già da tempo impegnati a condurre indagini nell’affascinante mondo delle tarsie rinascimentali. Apriamo dunque la presente rubrica, dando conto delle nuove pubblicazioni.

    I SIGNORI DELLA PROSPETTIVA

    Cassa di Risparmio di Mirandola (2001-2002)

    L’opera, che si sviluppa in due grandi volumi caratterizzati da un ricco apparato iconografico, si presenta con l’efficace titolo “I signori della prospettiva”, in grado di inquadrare perfettamente l’operato artistico dei fratelli Canozi. I quali eccelsero nell’arte dell’intarsio, caratterizzando le loro opere con la novità più eclatante del Rinascimento: l’utilizzo della prospettiva.

    La nuova tecnica, supportata da un sicuro slancio artistico, fu applicata ad una serie inesauribile di raffigurazioni: dalle nature morte contraddistinte dall’armonia dell’insieme, agli scorci urbani testimonianti la tensione tipica dell’Umanesimo verso soluzioni architettoniche in grado di elevare la vita di relazione, in contesti di sicuro pregio artistico.

    Graziano Manni dà avvio al suo encomiabile lavoro evidenziando la genesi dell’interesse verso la tarsìa prospettica in Emilia e in Toscana e soffermandosi sull’attività di Arduino da Baiso, a buon diritto considerato il maestro dei fratelli Canozi. Ripercorre poi tutta l’attività dei due intarsiatori lendinaresi a partire dai lavori, purtroppo completamente scomparsi, dello studiolo ferrarese del raffinato duca Leonello d’Este, raffrontandone inoltre l’operato con altri importanti artisti del tempo.

    L’attività dei due fratelli si esplicò con particolare maestria nella realizzazione dei cori lignei di importanti chiese, tra cui suscitarono grande ammirazione nei contemporanei le realizzazioni nel duomo di Modena e nella basilica di S. Antonio a Padova. Graziano Manni attribuisce loro anche il coro di S. Prospero di Reggio Emilia.

    Successivamente le strade dei due artisti si divisero, restando Lorenzo a Padova, dove avviò anche un’attività di stampatore, mentre Cristoforo espresse il meglio della sua arte nel duomo di Parma, poi ancora a Modena nel coro della cripta e nei riquadri degli Evangelisti, ottenendo consensi anche per l’attività di pittore.

    Nel secondo volume Graziano Manni completa l’analisi dell’attività di Cristoforo Canozi, dando conto del suo operato anche a Lucca a Pisa e successivamente ancora a Parma. Quindi allarga la sua indagine ai “Canoziani”, ovvero i seguaci dei fratelli lendinaresi, a cominciare da Bernardino, figlio di Cristoforo, e Pierantonio degli Abati genero di Lorenzo, per passare poi in rassegna altri intarsiatori legati alla scuola canoziana, attivi sostanzialmente fino al 1520.

    L’opera, che al pregio della ricerca storica e all’analisi delle fonti, unisce quella della riproduzione di bellissime immagini degli intarsi prospettici, ha visto la luce grazie alla volontà della Cassa di Risparmio di Mirandola, che ha inteso evidenziare, grazie all’accurata pubblicazione, l’affascinante patrimonio artistico emiliano, con l’obiettivo di diffonderne la conoscenza e, conseguentemente, contribuire alla conservazione delle preziose realizzazioni rinascimentali.

    LE PITTURE LIGNEE DI LORENZO E CRISTOFORO DA LENDINARA

    Antilia, Treviso, 2004

    Col sostegno del Comune di Lendinara, città che si pregia di aver dato i natali ai fratelli Lorenzo e Cristoforo Canozi, maestri di sicuro talento nei lavori d’intarsio del Rinascimento italiano, è stata pubblicata l’ultima importante ricerca di Pierluigi Bagatin sui due artisti lendinaresi del XV secolo. L’opera, sesto volume della collana “Policinenses selectae chartae”, si presenta con l’obiettivo di chiarire definitivamente la portata dell’attività dei due apprezzati fratelli, evidenziando inoltre i vari contesti in cui si trovarono ad operare.

    Il volume riprende inoltre una tematica già affrontata dallo stesso Bagatin e da altri cultori della materia, inerente la completa rivalutazione dell’operato dei raffinati maestri dell’arte legnaria. Un impegno questo che per secoli era stato inficiato dal poco lusinghiero giudizio espresso da Giorgio Vasari, il quale aveva sottolineato la precarietà dei pannelli intarsiati, soggetti all’azione distruttrice del fuoco e dei tarli, valutandoli inoltre alla stregua di svigorite contraffazioni della pittura.

    Dalla consapevolezza dell’importanza assunta dall’arte dell’intarsio nell’epoca rinascimentale e dal valore tutt’altro che effimero delle opere dei Canozi prende spunto il titolo che Bagatin ha voluto dare al suo lavoro: Le pitture lignee di Lorenzo e Cristoforo da Lendinara. Opere come i dipinti dunque. Innanzitutto realizzazioni di sicuro impatto visivo; raffigurazioni in legno sì, ma non per questo inferiori, artisticamente parlando, alla pittura.

    C’è inoltre nel titolo forse il compiacimento della sottolineatura geografica dell’origine dei due artisti: quel “da Lendinara”, che in ogni caso è tutt’altro che forzato, giacché – è giusto ricordarlo – i due fratelli sempre contrassegnarono le loro opere, apponendo il toponimo della cittadina d’origine al nome di battesimo. Una consuetudine tanto consolidata, al punto che i due artisti furono anche sbrigativamente chiamati i Lendinara.

    Il corposo volume di Pierluigi Bagatin si apre con una sezione fotografica che prende avvio dalla riproduzione della grata intagliata presente a Lendinara, per presentare poi alcuni dei più splendidi specchi prospettici realizzati dai Canozi a Modena e Parma. Seguono annotazioni biografiche sui due fratelli e l’ascendenza paterna rintracciata nel falegname Andrea nativo di S. Felice sul Panaro, tra Modena e Mirandola. Nei capitoli successivi viene indagata la formazione dei fratelli, dapprima intagliatori e successivamente intarsiatori a Ferrara sotto la guida di Arduino da Baìso, poi il loro exploit con le grandi realizzazioni dei cori di Modena e Padova.

    E a tal proposito Bagatin fornisce anche preziose informazioni relativamente al contesto generale in cui andarono ad inserirsi i cori canoziani, apportando un considerevole valore aggiunto al complesso monumentale ed artistico delle relative chiese.

    Di Lorenzo viene inoltre ripercorsa anche la breve ma suggestiva parentesi di stampatore, mentre di Cristoforo viene indagata pure l’attività di pittore. Vengono infine considerate le ultime opere degli artisti lendinaresi nella fase conclusiva della loro vita, quando entrano in gioco vari collaboratori, primi tra tutti Bernardino, figlio di Cristoforo, e Pierantinio dell’Abbate, genero di Lorenzo. Un capitolo questo che lascia aperta una porta ai successori di Lorenzo e Cristoforo, che non è fuori luogo pensare possano trovare ospitalità in un prossimo lavoro dell’instancabile apprezzato ricercatore.

    RICERCHE SULL’ECONOMIA FERRARESE NEL RINASCIMENTO 1450-1630

    Gabriele Coltro editore, Ferrara 2003

    Franco Cazzola, presidente della Deputazione ferrarese di storia patria, è docente di storia economica all’Università di Bologna e da anni segue il ramo economico delle campagne ferraresi.

    Il volume, facente parte della collana di “Economia e Istituzioni” dell’Università degli studi di Ferrara, facoltà di Economia (Vol. VI), presenta oltre al titolo una ulteriore precisazione dei settori di intervento: la città, il principe, i contadini. Un’opera in cui l’autore ha voluto raccogliere molti suoi interventi, alcuni visibilmente datati, a partire dall’anno1967 sino al 1991.

    Il periodo considerato, passando fra Estensi e dominio Papalino, è lungo, e comunque ha il merito di prendere in esame molti aspetti della vita ferrarese, specie del contado sotto vari filoni. Nei quattro capitoli del libro, così, fra castalderie e boccatici si affrontano le mezzadrie ed i consumi alimentari con i probelmi annonari connessi, chiudendo con gli artigiani e l’arte della seta.

    Un libro interessante e con diversi riferimenti alla Transpadana Ferrarese, da quasi due secoli divenuta parte integrante della provincia di Rovigo.

    ROVIGO E IL POLESINE TRA OTTOCENTO E NOVECENTO

    Edizioni Canova, 2004

    Un tuffo indietro nel tempo, attraverso foto e racconti di vita, rilegati nel denso libro del passato. “Rovigo e il Polesine tra Ottocento e Novecento”, coinvolgente studio di Sergio Garbato, approdato alle stampe grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, fa apprezzare il cammino nel tempo della gente del Polesine, onesta e laboriosa, sempre uscita a testa alta dalle vicende avverse.

    Dalla politica al cinema, al teatro, fino alla disperata realtà dell’alluvione del 1951 e, prima, passando attraverso la descrizione della Madonna Pellegrina, il libro di Garbato è un vivace affresco, non un testo di miniature, dove l’autore trasferisce se stesso. Racconta di una città, di un territorio in modo avvincente, in pagine in cui il testo si lega intimamente alle immagini per formare una rete concettuale, un nesso inscindibile di conoscenza.

    Un secolo di vita e di storia, dunque, dall’annessione al Regno d’Italia fino agli anni Settanta del Novecento. La testimonianza fotografica presenta numerosi inediti e documenta, in modo capillare, la vita quotidiana del territorio: il lavoro nei campi, la società, l’economia, i personaggi, ritratti in bianco e nero che proprio dal monocolore sembrano apparire più veritieri, ancora presenti, reali, non solo nei ricordi: le prime idrovore, la bonifica, mulini e fornaci; il socialismo, l’eredità garibaldina, la gastronomia polesana; l’avvento delle industrie, scuole, teatri, cinematografi; le lotte per il potere, il rinnovamento urbano, l’abbattimento del ghetto e l’interramento dell’Adigetto, l’opposizione al fascismo e la resistenza; le lotte bracciantili e l’alluvione de ‘51, fino ai protagonisti della ‘nostra storia’ tra cui Domenico Angeli, Alberto Mario, Alessandro Casalini, Nicola Badaloni, Adolfo Rossi, Virgilio Milani, Livio Rizzi, Mario Battaglini.

    Garbato rimpiange l’interramento dell’Adigetto, verificatosi dopo un altro intervento che ha cambiato per sempre il volto di Rovigo, ossia l’abbattimento del Ghetto, negli anni ‘30. Due iniziative sul piano urbanistico che chiudono un capitolo del passato e ne lasciano da sfogliare molti altri: teatro, l’eredità garibaldina, perfino lo sport e la gastronomia.

    Un libro completo dunque, in una trama priva di smagliature. Alla presentazione del volume presso il palazzo Roncale, l’autore, chiamato a dar conto del gravoso impegno che ha preceduto l’uscita del volume, ha dribblato il problema con una battuta: “Quando ero giovane ero nei sogni delle ragazze – ha detto ammiccando –, mentre ora sono l’insonnia degli editori! Ho fatto impazzire il grafico, ma a quanto pare, visto risultato ne valeva la pena”.

    FERRARA “ILLUMINATA”

    Fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara, Ferrara 2004

    Coniugare un’operazione culturale qual è la stampa di un libro frutto di ricerca storica e l’uso delle nuove tecnologie non è cosa di tutti i giorni. Così quando la Fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara ha pubblicato “Ferrara illuminata” la curiosità tra gli studiosi era tanta.

    Cosa avrebbero raccontato e come l’avrebbero affrontato l’argomento i tre autori Mantovani, Cavallaroni e Mascellani nelle 176 pagine dell’elegante libro? Il tema è la luce elettrica, le sue origini dai tempi remoti, ad olio, poi a gas, sino a giungere al fenomeno di quest’ultimo secolo che ha radicalmente cambiato il sistema di illuminazione del mondo intero. È affascinante ripercorrere questo percorso e scoprire aspetti che si intersecano con l’arte, espressa nelle forme dei lampioni e dei manifesti d’epoca, l’economia e la storia sociale, in questo caso di Ferrara, ma riconducibile a qualsiasi altra città.

    Fra le pagine così si scopre che il melarese Ippolito Leati, avvocato, oramai dimorante in Ferrara, nel 1889 propose al Comune l’illuminazione a gas, poi accettata. Affascinanti gli editti d’epoca napoleonica, i calendari ed i cataloghi di fine ‘800-inizio ‘900, le prime foto degli stabilimenti. Un nuovo modo di fare ricerca storica indubbiamente accattivante che invoglia ad emularne il metodo.

    LA BEFANA DI UNA VOLTA

    Nike kai Dike, Fiesso Umbertino, 2004

    Il volume si configura come una raccolta di aneddoti, vicende, episodi, considerazioni e riflessioni scritti da don Luciano Schiavo, parroco di Castelguglielmo. Un cammino che don Luciano ci fa fare insieme a lui e, al suo fianco, ci fa rivivere quella che è stata la sua vita e che – alla fine – è stata anche la nostra. Ciò vale almeno per coloro che hanno circa la sua età, o sono più anziani, ed hanno vissuto le sue stesse esperienze.

    Le sue storie sono le storie di tutti noi, i suoi ricordi sono i nostri ricordi. Don Luciano ce li propone con tanta semplicità e naturalezza, con il candore di un fanciullo che apre il suo animo con estrema umiltà e franchezza, con vera umanità.

    Non è il sacerdote che racconta. Dapprima è il ragazzo che rivive la sua fanciullezza e l’adolescenza; che ripercorre gli episodi più significativi di quel bambino e ragazzo che è stato; che descrive quelle persone che hanno vissuto accanto a lui e sono stati importanti per la sua formazione, per la crescita, per la sua vocazione. E tante sono le emozioni e le sensazioni, che colgono quel ragazzo e che, nello stesso tempo, fa rivivere anche a noi.

    In queste narrazioni si trova l’atmosfera di quegli anni, si riscoprono i valori, le cose che contano nella vita: l’onestà, la lealtà, la rettitudine, la dignità, il rispetto, l’amicizia, l’operosità.

    Le sue descrizioni sono approfondite nei minimi particolari, minuziose e scrupolose. C’è la sapienza e l’esperienza dei vecchi, c’è l’umanità della gente, l’importanza della natura, il rispetto delle cose e degli animali (che non mancano mai nelle sue immagini).

    E c’è tanta poesia: nella maniera di esporre, nell’approfondire i sentimenti, nel modo di aprire il proprio animo o nell’esplorare quello degli altri.

    Poi c’è l’uomo e il sacerdote. Le riflessioni sono più profonde, le immagini sono più sagaci, mirate a farci riflettere nuovamente sui valori della vita, sul mistero della morte; le figure che ci ricorda sono esempi che ci spronano.

    Tutte queste considerazioni – ora raccolte in un libro – sono uno sguardo sul passato, ma anche un incitamento per il futuro. E’ un libro che ci fa riflettere.

    I SENTIERI DELLA MEMORIA

    Europrint, Rovigo, 2005

    Ha voluto riunire gli amici nel Delta, a Ca’ Cornera, Raffaele Peretto per la “prima” della sua raccolta di poesie, molte delle quali sono nate proprio dal diretto contatto col suggestivo ambiente bassopolesano. Una terra che da tempi remoti suggerisce dolci e profonde sensazioni, a chi sa ascoltare la canzone della natura che sempre si rinnova. La lettura delle liriche di Peretto fa infatti riscoprire plaghe incantate, là dove si rincorrono giochi di carezze / sospese / nel vento leggero. Ed è stimolante lasciarsi trasportare dai suoi versi coinvolgenti lungo le vie d’acqua, dove le storie recenti del fiume / lievitano sensazioni remote.

    Nelle sue composizioni Raffaele Peretto manifesta una sorprendente capacità di sintonizzarsi con le voci di un lontano passato che – se ascoltate con idonea disposizione d’animo – ancora conservano la loro freschezza e ci insegnano a trovare nel territorio inesaurite tracce di poesia. Si possono così seguire le Naiadi / a cercare rifugio / oltre il meandro. Oppure si può approdare nella terra incontaminata dove volano i gabbiani / e danzano le Menadi scalze. O ancora si è in grado di gustare il fluire del tempo mancante alla rinnovata gioia di Demetra.

    “Il rumore assordante dell’oggi – ha notato Loredana Capellazzo sottolineando il valore delle composizioni di Peretto – è lontano: il passato richiama al presente e il futuro è già scritto nelle leggi del tempo cosmico; e niente cambia nelle atmosfere sospese ed incantate di luoghi dell’anima, dove si vorrebbe restare, in silenzio, ad ascoltare e vivere l’infinito”.

    COME PANNI STESI AL SOLE

    Apogeo ed., Adria, 2004

    Franco Callegaro di Adria, bancario in pensione con l’animo di poeta, scrive poesie da circa cinque anni. Si è già distinto in vari premi letterari e alcune sue liriche sono inserite in antologie a diffusione nazionale. “Come panni stesi al sole”, è la sua prima raccolta poetica. E’ aerea, solare e familiare, vicina ai più veri sentimenti di ognuno di noi. Il titolo ben riassume lo spirito dell’opera. I panni stesi al sole sono una metafora della vita. C’è un temporale, si sollevano turbini di vento impetuosi, travolgenti, i panni sembrano volare via, disperdersi lontano.

    Anche gli uomini quando la vita è impietosa si disorientano, si lasciano prendere dallo sconforto, dalla difficoltà di reagire, ma il poeta ci manda un messaggio di ottimismo: non la resa, ma lottare con fiducia. Nelle circostanze avverse più che mai ci si deve aggrappare al filo, alla vita, recuperare la speranza, e le difficoltà ci sembreranno meno gravose e superabili.

    Il libro è minuto ha una veste grafica aggraziata, ideata dallo stesso Autore. La raccolta si suddivide in quattro sezioni. Si apre con La Natura, generosa, ma sempre insondabile e misteriosa, come ci comunica la lirica “Mare a Primavera”; … “Brezza ch’è profumata/ del suo sapor salmastro/ ed onde sempre inquiete/ turbate da tempeste/ che ancora sopravvivono/ sulle lor bianche creste…”.

    Prosegue con Il Dolore, sincera e profonda pietà per l’umanità dolente. Il bambino africano, Le favelas: “Trucca le labbra la piccola Vera/ vuol parer donna, ma è solo bambina/ va sulla spiaggia al calar della sera/ e torna a casa sol quando è mattina”, e ancora Il barbone, Immigrati clandestini, Genocidio, dei Bambini nel dolore, con le grida strazianti.

    Segue poi L’Amore, che è passione, pudore e infinita dolcezza. Per Callegaro l’amore è delicato come una rosa, un giglio, e il suo profumo dura a lungo, “C’era magia nell’aria/ profumo in ogni fiore/ nel petto ti gridavo../ amore, amore, amore.”

    La silloge si conclude con La Vita, le gesta degli uomini sono avvincenti, esaltanti, “Ora è là sulla cima innevata/ un’ebbrezza davvero speciale”, ma quante le domande senza risposta, importante è viverla con letizia e giusto decoro.

    Una poesia in rima che viene fuori bene, musicale, con cadenze che ci rammentano la poesia italiana della tradizione: quei versi amici, imparati sui banchi di scuola, che sono rimasti impressi nel nostro cuore e nella mente.

    Le Delizie – Collana di Storia e Letteratura

    2G Editrice, Sabbioncello S.Pietro (Fe), 2001-2004

    Una collana dal formato tascabile (11,5 per 17) che in soli quattro anni ha già avuto sette uscite editoriali, tutte di pregio. “Una notte del ‘43” di Giorgio Bassani l’importante esordio nella collana, al quale hanno fatto seguito Alessandro Roveri con “Giorgio Bassani e l’antifascismo (1936-1943)”. Ferdinand Grerorovius con la biografia di Lucrezia Borgia duchessa di Ferrara nell’anno del suo centenario nel 2002. Ancora Giorgio Bassani con la sua celebre “Una città di pianura”, nuovamente Alessandro Roveri con le “Lettere antifasciste” di Silvano Balboni, sino agli ultimi Anna Maria Quarzi con “La maestra, da Ada alla Clelia di Giorgio Bassani” e Claudio Savonuzzi con “Ferrara amore nascosto e inappagato”. Importanti le prefazioni di questi agili volumetti che immortalano i pensieri del Novecento, grazie ai contributi di Cesare Garboli, Sergio Zavoli, Roberto Pazzi, Luciano Chiappini e Paola Bassani.

    Che dire? Si tratta di iniziative che danno sollievo a chi crede ancora nella lettura e nell’approfondimento. Un invito all’editore a continuare su questa strada.

    Raffaele Ridolfi

    UNA CORSA NEL TEMPO

    Perosini editore, 2004

    Capita a tutti di registrare, improvviso, il riemergere di ricordi lontani; ma raramente è possibile riportare alla memoria i dettagli dell’ambiente e dei personaggi che hanno animato momenti del passato che riaffiorano alla memoria. Non è così per Gianfranco Scarpari che nella sua “Corsa nel tempo”, ricostruisce con lucidità e precisione momenti del passato, dando vita ad efficaci descrizioni di persone e situazioni che, come quadri espressivi, si stagliano con vivacità su una parete uniforme.

    Nella prima parte del libro, dedicata a “Le Storie”, prendono così vita episodi del passato, in cui l’autore si sofferma in garbate narrazioni di avvenimenti vissuti direttamente o di cui ha conservato la memoria avendoli uditi raccontare: è il caso dela storia tutta “adriota” del vescovo conteso, o quella che vede come protagonista un cane sfortunato, il racconto della cui triste vicenda viene affidato ad una gazza.

    Precisi ed efficaci risultano i ritratti che caratterizzano la seconda parte del volume dedicato a “Gli incontri”: uomini e donne che hanno lasciato una traccia nell’animo dell’autore. Alcuni sono personaggi che hanno rivestito ruoli di rilievo nella vita politica o dello spettacolo, come ad esempio Malagodi, Alida Valli o Emma Grammatica; altri risultano invece sconosciuti alla maggior parte dei lettori, come padre Riccardo, il pittore Marcello o il forestiero nel delta.

    In ogni caso i brevi racconti si presentano incisivi e coinvolgenti, in grado di accompagnare con garbo il lettore in atmosfere del passato, accendendo la curiosità e il gusto della lettura.

    MENSA VESCOVILE DELLA DIOCESI DI ADRIA

    A cura di Marco De Poli

    Minelliana, Rovigo, 2004

    L’opera, continuando sulle orme del lavoro avviato da mons. Gabrielli, rappresenta un ulteriore strumento per lo studio della Chiesa di Adria e delle comunità che la componevano, volendo essere la chiave di accesso ad un archivio, quello della Mensa vescovile, finora pressoché inesplorato, nonostante la quantità e la qualità della documentazione che conserva.

    L’ente “Mensa vescovile” ha radici antiche, nascendo insieme alla Diocesi. Con essa si intende, infatti, il complesso dei beni appartenenti ad una sede vescovile e destinati al mantenimento del vescovo. Nel corso dei secoli ha accentuato l’aspetto economico, perdendo progressivamente la connessione che legava gli aspetti del possesso di un territorio a quello del dominio politico, migrato nelle mani delle autorità civili, gli Estensi prima, la Repubblica di Venezia poi.

    Il declino della Mensa, iniziato in maniera lenta ma inesorabile con la dominazione francese, subirà un’accelerazione dopo l’annessione del Veneto al Regno d’Italia, quando verrà privata delle poche proprietà terriere, mentre si farà sempre più difficile la riscossione dei canoni di decima. Dopo un lungo periodo di crisi, l’ente si troverà a gestire, dopo il 1945, i soli palazzi vescovili, e nel 1985 verrà soppresso.

    Il corposo volume si apre con l’inventario degli Atti dei Vescovi dal 1489 al 1909, prosegue col capitolo relativo all’Amministrazione dal 1284 al 1962, seguìto dai Catastici, dagli Estimi Catastali, Decime, Livelli, Locazioni, Ipoteche, Contabilità, Affrancazioni e commutazioni, Cause, Legati, SS. Messe, Decime papali, per concludersi con i capitoli relativi ai Fondi aggregati.

    L’importante pubblicazione costituisce una guida essenziale per compiere indagini in quello che il vescovo Lucio Soravito de Franceschi ha definito come uno dei più ampi “scrigni di storia” della diocesi di Adria-Rovigo.

    DON SOCAL “IL CAVALIERE”

    Panda Edizioni, Padova, 2004

    Con cadenza ravvicinata, Ramis Tenan torna ad indagare nel passato di Lendinara, rivolgendo la sua attenzione in particolare verso uomini che hanno dato lustro alla cittadina sul versante dell’impegno musicale.

    L’ultima sua ricerca fa ampia luce su don Pietro Socal (1879-1958), personaggio indubbiamente singolare, grande appassionato di musica, noto ben oltre i confini polesani non solo come esecutore (particolarmente apprezzata la sua attività di organista del duomo di Santa Sofia), ma anche come compositore specie di musica sacra.

    Fu proprio in virtù dei riconosciuti meriti in campo musicale che don Socal ricevette, nel 1923, l’onorificenza di “Cavaliere della Corona”, titolo alquanto inconsueto per un sacerdote, che molti utilizzavano con piacere rivolgendogli la parola, preferendolo al “don” di natura religiosa.

    Ed in effetti don Socal – che pure a Lendinara esercitò l’attività pastorale per un cinquantennio, soprattutto come cappellano della pia Casa di Riposo, ottenendo in quest’ambito sempre apprezzamenti di stima – sembra aver lasciato una traccia significativa soprattutto per il suo impegno in campo musicale e per l’originalità nel suo rapportarsi con le persone, con osservazioni e cenni certamente inconsueti per un sacerdote.

    Quasi proverbiali divennero alcune sue di battute, in qualche caso mordaci, testimonianza di uno spirito libero e di una pronta intelligenza; giochi di parole e sottolineature ilari che ancora oggi i più anziani ricordano col sorriso sulle labbra.

    E Ramis Tenan – dopo aver ricostruito i vari ambiti di impegno di don Petro Socal – conclude il suo lavoro proprio dando spazio ad una serie di ricordi ancora vivi in vari concittadini che ebbero modo di frequentare il sacerdote “sui generis”, chiamato anche don Pieron per la statura che lo caratterizzava, pure questa al di sopra del consueto.

    OGNI FORMA DELL’AMBIENTE MERITA UNA SPIEGAZIONE

    Provincia di Rovigo, 2004

    Il CD rom propone “Una lettura della memoria del paesaggio del delta del Po”, nell’ambito di “Itinerari Culturali di tipo geologico”. Il supporto informatico ha come autori D. Bergantin per l’ ideazione percorsi, R. Ruzza per l’ ideazione grafica e G. Brbi per il video editing.

    Il primo itinerario, relativo a “Le dune fossili ed i paleoalvei dell’Adige” ha come punto di partenza la frazione San Pietro di Cavarzere in sinistra Adige. Attraversato il ponte si giunge in località Chiesazza, dove è possibile individuare alcuni lembi residui del più antico cordone di dune fossili del delta settentrionale del Po di Adria. Il percorso si snoda poi lungo i paleomeandri dell’Adige per condurci al sito di Corte Cavanella, luogo del ritrovamento dei resti della mansio Fossis. La restante parte dell’itinerario riguarda le dune fossili di Rosolina, di notevole interesse paesaggistico.

    Il secondo itinerario, inerente “I paleomeandri del Po e le dune fossili”, parte da Bottrighe (Adria). Seguendo l’argine sinistro del Po di Venezia si giunge ad individuare un paleomeandro del Po di Copparo presso Mazzorno sinistro. Più ad Est, in località Punta Stramazzo il Canalbianco (l’antico Castagnaro) poco dopo Cavanella Po si incontrava con l’Adigetto dando luogo ad uno “stramazzo”.

    Risalendo il paleoalveo dell’Adigetto si ha modo di attraversare un territorio dall’aspetto antico e naturale, di sicuro interesse paesaggistico. Nel tragitto lungo l’argine sinistro del Po di Venezia è segnalato il sito del Taglio di Porto Viro e viene proposta la visita all’oasi naturalistica di Volta Grimana.

    Il percorso prosegue con la visita ai diversi cordoni dunosi fossili di Porto Viro e termina presso l’antica linea di costa del 1600 rintracciabile in località Madonnina.

    Copia del CD Rom può essere richiesta (distribuzione gratuita): Provincia di Rovigo Assessorato alla Cultura – Area Servizi alla Persona Via Ricchieri detto Celio, 10 – 45100 Rovigo www.provincia.rovigo.it/cultura/iniziative/index.php

    VOCABOLARIO DOMESTICO FERRARESE-ITALIANO

    2G Editrice, Sabbioncello S.Pietro (Fe), 2004

    Nel panorama delle ristampe questa merita sicuramente un plauso. Era infatti introvabile da decenni questo volume di quasi 400 pagine risalente all’anno 1857 e disponibile solo a prezzi ragguardevoli presso mercatini o privati.

    Grazie all’iniziativa di Graziano Gruppioni questa lacuna è stata ora colmata e l’editore ha fatto bene a far coincidere l’uscita con quella dell’elegante ed altrettanto prezioso volumetto in vernacolo “A l’ombra dal castèl” dell’anno 1924, un’antologia dialettale ferrarese di Ferri e De Sisti che veniva usata intelligentemente nelle scuole assieme ai libri di testo. Gruppioni non è nuovo ad interessarsi al dialetto, avendo già scritto nel 2001 “Proverbi ferraresi” e propiziato un corso apposito nella primavera scorsa, assieme al prof. Italo Marighelli.

    Vocabolario e sussidio scolastico saranno di sicuro molto apprezzati ed utili agli amanti del vernacolo, impegnati in un’opera di salvaguardia dello scritto e del parlato, in quest’epoca in cui la globalizzazione fa sentire sempre più i suoi effetti standardizzanti anche in campo linguistico.

    SCULTURA E SCULTORI A FERRARA

    Fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara, Milano 2004.

    Prosegue l’iniziativa della Fondazione della Cassa di Risparmio di Ferrara di sostenere storia ed arte ferrarese del passato. Questo studio non mancherà certo di interessare gli appassionati studiosi estensi e pure polesani.

    “Scultura e scultori a Ferrara 1598-1796”, volume particolarmente curato nei testi e nella stampa, affronta un periodo storico, quello papalino, sinora scarsamente indagato.

    L’autrice, invita a cercare gli scultori ferraresi, i loro disegni e progetti ad indagare i tesori contenuti presso le ville private ferraresi, nella nostra provincia (ex Transpadana ferrarese ora di Rovigo).

    Fermo restando che la Fondazione è sensibile alla problematica, ci sarà poi qualcuno nel nostro Polesine che prenderà a cuore quest’iniziativa? Eppure è noto che in molte nostre località del Polesine meridionale sono presenti opere degli artisti nominati nel presente studio, quali per esempio Andrea Ferreri operativo nella chiesa di Melara, Giuseppe Buzzi ed Alessandro Turchi in quella di Crespino, Pietro Turchi in quella di Ceneselli e via dicendo.

    Laureata e perfezionata in storia dell’arte medievale e moderna presso l’università di Bologna, autrice di numerosi saggi e contributi, convegnista e collaboratrice in mostre e cataloghi, Berenice Giovannucci Vigi collabora con la Soprintendenza per il Patrimonio storico-artistico di Bologna, con i musei Civici d’Arte Antica e membro della commissione diocesana d’Arte Sacra di Ferrara. Dal 1980 si occupa del museo della cattedrale di Ferrara ed insegna storia delle arti visive presso l’istituto d’arte “D.Dossi”.

  • Beniamino Gigli & Rovigo

    Beniamino Gigli & Rovigo

    Beniamino Gigli continua ad essere nel cuore dei rodigini, come una figura di spicco in campo musicale e umano. Alla fine del 2004, a novant’anni dal primo debutto in assoluto del tenore, avvenuto nel 1914 proprio nel capoluogo polesano presso il Teatro Sociale, la città di Rovigo ha stabilito di celebrare in grande stile la memoria dell’indimenticabile cantante di Recanati.

    Un esordio fortunato quello di Gigli a Rovigo, che permise agli appassionati del bel canto di apprezzare subito le doti canore del giovane tenore ventiquattrenne, aprendogli la via del successo. Motivo questo per cui Gigli restò per tutta la vita legato alla città Rovigo, la quale rispose con altrettanto calore conferendogli, nel 1951, la cittadinanza onoraria.

    Nel 90° del debutto di Gigli a Rovigo, sono state attuate importanti iniziative per festeggiare l’uomo e l’artista. Per ricordare il suo apprezzato esordio di interprete nel Teatro rodigino, con “La Gioconda”, l’opera è stata appositamente inserita a conclusione della Stagione Lirica 2004/2005 del Sociale.

    Il corposo progetto, giunto a buon fine grazie al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, è stato curato e seguito in prima persona da Paolo Avezzù, Sindaco di Rovigo, assieme all’Assessore alla cultura Enzo Bacchiega, a Fabio Osti, vice Presidente del Comitato Organizzatore dell’Evento Gigli, a Marcello Lippi, Direttore artistico del Teatro Sociale e a Sergio Garbato.

    Il concerto

    Le celebrazioni per Beniamino Gigli hanno preso il via sabato 15 gennaio con un grande concerto vocale, importante appuntamento della Stagione Rovigo Musica 2005 del Teatro Sociale, aperta dal tradizionale concerto di Capodanno.

    Il pubblico rodigino ha affollato e colmato di ovazioni il Teatro Sociale in occasione del concerto organizzato per celebrare il novantesimo anniversario dal debutto nel capoluogo polesano di Gigli. La manifestazione ha egregiamente abbinato – in un galà di beneficenza – arte e solidarietà, rispecchiando ciò che avrebbe fatto Gigli, che amava mettere le proprie doti vocali al servizio di tutti, anche dopo aver raggiunto i più brillanti esiti di una folgorante carriera.

    La serata è stata presentata, come le più grandi occasioni, da Paolo Avezzù, Sindaco della città, da Enzo Bacchiega, Assessore alla cultura, da Fabio Osti, vice presidente del comitato organizzatore dell’evento, da Marcello Lippi, direttore artistico del Sociale e da Don Mario Turatti, presidente dell’Associazione “Mattia Venceslao”, a cui sono stati devoluti tutti gli introiti dello spettacolo. Tra il pubblico era presente anche Rina Malatrasi, cantante rodigina dalla brillante carriera, che ha portato il nome di Rovigo nel firmamento delle celebrità mondiali e ha duettato con Gigli nel 1951, mentre gli veniva conferita la cittadinanza onoraria.

    Sul palco si sono avvicendate otto tra le voci più importanti del panorama operistico internazionale, introdotte da Sergio Garbato, che ha curato anche il programma del concerto, e accompagnate dall’Orchestra Filarmonia Veneta “G. F. Malipiero”, diretta dal maestro Aldo Sisillo. Sette tenori hanno partecipato alla serata a titolo completamente gratuito, interpretando alcune tra le pagine più belle e impegnative che hanno determinato la celebrità di Gigli, cercando di rendere la sua ineguagliabile versatilità vocale e confrontandosi con timbriche, tecniche e fraseggi personali.

    Il pubblico ha applaudito il giovane milanese Roberto Iuliano, l’argentino di origine italiana Diego D’Auria e Mario Leonardi, giovane di origine ferrarese dalla voce generosa. Calorosi consensi anche per Walter Borin, specie nella celeberrima aria “Che gelida manina” da “La Bohème” di Puccini e per il tenore islandese Kristjàn Jahannssòn, che ha eseguito “Recitar… vesti la giubba” dall’opera “I Pagliacci” di Leoncavallo.

    I più acclamati sono stati il veneto Maurizio Saltarin, che ha dato prova di una voce agile, raffinata e brillante con “E lucean le stelle” e “Recondita Armonia” da Tosca di Puccini e soprattutto il genovese Fabio Armiliato, che ha mostrato abilità tecnica, intensa potenza e vellutata delicatezza con “La fleur” dalla Carmen di Bizet e “Un dì all’azzurro spazio” di Giordano.

    Graditissimo il duetto conclusivo dal quarto atto di “Andrea Chenier”, interpretato da Armiliato e dal soprano Daniela Dessì.

    Tutti i tenori hanno dato il massimo per misurarsi con l’esempio della voce di Gigli, con il suo timbro particolarissimo e inconfondibile che, unito all’estrema facilità dell’emissione vocale, alla sapiente tecnica, all’innata musicalità e alla grazia vellutata dell’espressione, nonché al calore, alla compattezza delle vibrazioni e al fraseggio ricco di abbandoni sentimentali, rimane nella storia del canto italiano un punto di riferimento incontestabile.

    La Gioconda

    Le manifestazioni in memoria di Beniamino Gigli sono proseguite con la rappresentazione dell’opera “La Gioconda”, con cui il grande tenore debuttò, aprendosi la strada per una brillante carriera internazionale. Il melodramma, in quattro atti, di Amilcare Ponchielli, su libretto che Arrigo Boito, con lo pseudonimo di Tobia Gorrio, trasse dal dramma “Angelo, tyran de Padoue” di Victor Hugo, è andato in scena sabato 5 e domenica 6 febbraio 2005. La Gioconda, l’opera più celebre di Ponchielli, fu anche il suo progetto più ambizioso e tormentato, preoccupato com’egli era di deludere le aspettative del pubblico di fine ‘800, diviso fra fedeltà alla tradizione e richiesta di rinnovamento.

    Composta per il Teatro alla Scala nel 1876, La Gioconda, analogamente a numerosi altri casi di composizioni operistiche italiane di quel periodo, è l’unico capolavoro con il quale Ponchielli entrò nel grande repertorio lirico. Improntata al gusto spettacolare del grand-opéra francese, Gioconda è caratterizzata da una vocalità intensa e da grande coinvolgimento emotivo che costituì un punto di riferimento irrinunciabile per gli operisti della “giovane scuola”.

    Caratterizzata da una vocalità intensa ed insieme misurata, da una notevole sapienza compositiva e da una capacità di disegno psicologico dei personaggi, tanto da essere considerata anticipatrice della futura corrente verista, “La Gioconda” non deluse affatto, ed anzi registrò un successo immediato, forte del suo equilibrio fra legame con la tradizione, coerenza con le nuove tendenze drammatiche del melodramma italiano, adesione al gusto internazionale di fine secolo, in particolare francese. Nonostante il successo del debutto, alla Scala di Milano l’8 Aprile 1876, Ponchielli vi apportò successive modifiche, fino alla versione definitiva andata in scena nuovamente alla Scala il 12 Febbraio 1880.

    L’opera, che è ambientata nella Venezia seicentesca, in cui si dipana la drammatica storia dell’amore di Gioconda per il nobile Enzo, ha chiuso la stagione lirica 2004/2005 del Teatro Sociale di Rovigo entusiasmando il folto pubblico, soprattutto per il modo geniale in cui è stata resa l’ambientazione, in grado di trasmettere il fascino della città, le sensazioni dei protagonisti e l’atrocità dei fatti. Ottime infatti le trovate del regista e coreografo Micha van Hoecke, da sempre fautore di interventi di danza nell’opera lirica, vantando una collaborazione più che ventennale con La Scala di Milano.

    Micha van Hoecke ha saputo dare una veste assolutamente affascinante e innovativa al melodramma ottocentesco di Ponchielli, in collaborazione con lo scenografo Cristiano Bacchi.

    Onirica e misteriosa, l’ambientazione di Gioconda, realizzata in una Venezia buia e nebbiosa, evocata da un susseguirsi di immagini proiettate, con l’impressione di un continuo movimento di acqua. Forte ed efficace il contrasto tra le scene inquietanti, cariche dei presagi delle atrocità della trama, e lo sfavillio colorato dei costumi di Marella Ferrera.

    L’evocazione degli aspetti tetri e diabolici della città lagunare, specchio ideale dell’intricata, terrificante vicenda, nonostante i momenti di debolezza della lunga e complessa storia, ha prodotto, assieme ai movimenti della compagnia di danza di Micha van Hoecke, uno spettacolo di forte tensione e valenza drammaturgica.

    La bacchetta di Lukas Karytinos ha guidato con sicurezza Orchestra e Coro CittàLirica, padroneggiando una partitura importante come Gioconda, estremamente composita sul piano stilistico, ricca di disparate influenze e sconcertanti anticipazioni, caratterizzata da un’efficace commistione dei registri drammaturgico-musicali. I più caldi applausi sono andati a Vittorio Vitelli, che ha offerto una efficace interpretazione del perfido Barnaba: con bel timbro e buon fraseggio, è riuscito a mettere in rilievo l’efferatezza e la volgarità del satanico personaggio. Anche Annamaria Chiuri, contralto dal bellissimo timbro, nell’importante ruolo della Cieca, è stata apprezzata per il bel fraseggio e la vocalità raffinata con cui ha conferito spessore al personaggio. Buona la prestazione di Denia Mazzola nel ruolo della protagonista, anche se in certi momenti ha dovuto venire a patti con le richieste drammaturgiche e vocali estremamente gravose di Ponchielli.

    Graditi anche gli altri comprimari: Marco Spotti, nel ruolo di Alvise, Graciela Araya, nelle vesti di Laura Adorno, nonostante alcune debolezze tecniche e il tenore Ignacio Encinas, penalizzato dalle aspettative del confronto con il grande Gigli. Lodevole la prestazione del coro di voci bianche preparato da Marisol Carballo.

    La Mostra

    Assolutamente godibile la mostra dedicata a Beniamino Gigli, allestita alla Pescheria Nuova, nella città capoluogo. “La mostra vuole documentare il debutto di Gigli, la sua complessa figura, i suoi legami con Rovigo”, ha sottolineato Sergio Garbato che l’ha curata assieme a Gabbris Ferrari e Fabio Osti. “Si tratta di un ricco allestimento, realizzato grazie al contributo di moltissimi collezionisti, proposto in termini spettacolari, strettamente legati all’idea di teatralità.”

    In effetti qualsiasi visitatore, anche non appassionato di lirica, ha potuto osservare con interesse e curiosità l’esposizione di documenti e memorie sulla carriera mondiale di Gigli e sui suoi rapporti con la città di Rovigo. Erano presenti partiture, copertine di dischi, onorificenze, fotografie con persone care e illustri, la corrispondenza con alcune celebrità come Pietro Mascagni, Mafalda di Savoia, Franco Alfano, Emma Grammatica.

    Interessante il gruppo di lettere scambiate con il caro amico Umberto Giordano, a dimostrazione di un sodalizio artistico oltre che umano.

    In mostra anche le testimonianze e gli articoli relativi al trionfale debutto rodigino del 1914, e poi la documentazione della cittadinanza onoraria ricevuta dalla città di Rovigo nel 1951, con le foto della serata tenuta in Teatro Sociale assieme al maestro Pessina, al baritono Dino Mantovani, ai soprani Elena Rizzieri e Rina Malatrasi, una rodigina che ha dato fama e lustro nel mondo alla propria città.

    Presenti anche foto e articoli sulla carriera discografica e cinematografica di Gigli, oltre che sulla sua scomparsa. Accanto ai documenti e alle fotografie, gli spazi della Pescheria sono stati arricchiti dalla presenza dei costumi di scena, portati da manichini a grandezza naturale, vesti preziose, indossate da Gigli in altrettante opere rappresentate in tutto il mondo. Sono stati inoltre inseriti vari documenti sonori, emblematici della carriera di Gigli, oltre alla documentazione visiva dei film realizzati dal grande tenore.

    Le manifestazioni in onore di Gigli sono state completate da alcuni appuntamenti di approfondimento teorico sulla vita e sulla carriera del grande tenore di Recanati, coordinati dal prof. Sergio Garbato, che, a riprova della grande passione per la cultura, per il giornalismo, per il lustro fornito alla propria città, è stato proclamato “uomo dell’anno 2004”.

    Presso la rodigina Sala convegni di Palazzo Cezza, proprio Sergio Garbato ha relazionato su “Beniamino Gigli e Rovigo”. È stata poi la volta di “Gigli: la voce e il mito”, a cura di Nino Traniello. Infine è stato presentato un Dvd prodotto dal Teatro Sociale e intitolato “Gigli visto da Lorenzo Arroga”, a riprova e testimonianza dell’entità e della qualità delle iniziative organizzate per un concittadino ineguagliabile per talento e fama.

    Beniamino Gigli (1890-1957)

    Beniamino Gigli nacque a Recanati il 20 Marzo 1890. Figlio del campanaro del Duomo, fino a 17 anni fece vari mestieri per vivere, accostandosi alla musica grazie al maestro recanatese Lazzarini.

    Trasferitosi a Roma per approfondire lo studio della musica e del canto, nel 1911 ottenne una borsa di studio che gli consentì di seguire i corsi di Rosati al Liceo musicale di Santa Cecilia.

    Nel 1914, dopo aver vinto un’altra borsa di studio a Parma, debuttò nella Gioconda al Sociale di Rovigo, ottenendo ampi consensi che dischiusero le porte alla sua brillante carriera.

    L’anno successivo Gigli stabilì le basi della propria celebrità al Metropolitan di New York, dove poi si fermò dal 1920 al 1932. Prima di trasferirsi a New York aveva comunque avuto molte scritture in Italia tra le quali quella da parte di Tullio Serafin per la Tosca e dal Carlo Felice di Genova per la Manon.

    Dopo questi folgoranti successi venne chiamato nei più grandi teatri del mondo con un vastissimo repertorio. A Roma tenne numerosissimi concerti e moltissime opere. Alla Scala debuttò con Toscanini nel Mefistofele, opera che mise bene in evidenza le non comuni qualità vocali e musicali del Gigli. Seguirono poi il San Carlo (dicembre 1915), il Real Madrid (marzo 1917), di nuovo la Scala (novembre1918) ed infine New York, nel ‘20, che lo portò alla conquista dei pubblici di tutto il mondo: Buenos Aires, Rio de Janeiro, San Paolo, e molti altri. Il 1921, anno della morte di Caruso, segnò il suo trionfo al Metropolitan con Andrea Chenier, che canterà per 11 stagioni consecutive insieme alla Manon, all’Elisir d’Amore, all’Africana e a Marta, suoi cavalli di battaglia.

    Nel 1930 tornò a Roma, per cantare all’Opera, teatro a cui dedicherà gran parte della propria attività italiana. Seguitò le sue tournèe in tutto il mondo, arricchendo sempre più il suo repertorio a conferma di una rara disponibilità vocale ed interpretativa. Interrotto dalla guerra, riprese la sua attività artistica nel 1947 fino al 1955, anno in cui tenne l’ultima tournèe di concerti a Londra, New York e alla Rai assieme a Maria Callas.

    Nel corso della sua carriera interpretò anche molti film ed incise moltissimi dischi con il marchio famoso “La Voce del Padrone”. Spesso cantò con la figlia Rina, buona cantante, che fece tesoro della lezione paterna e che svolse una buona carriera da soprano. Calcò le scene fino al 1956, quando si ritirò per l’aggravarsi della grave disfunzione epatica di cui soffriva, e il 30 novembre 1957, stremato dalla malattia, morì nella sua casa romana.

    La voce di Gigli ebbe un timbro particolarissimo e inconfondibile che, unito all’estrema facilità dell’ emissione vocale, alla sapientissima tecnica, all’ innata musicalità e alla grazia vellutata dell’espressione, nonché al calore, alla compattezza delle vibrazioni e al fraseggio ricco di abbandoni sentimentali, rimane nella storia del canto italiano un punto di riferimento incontestabile.

    A proposito del trionfante debutto rodigino di Gigli si narra il seguente aneddoto. Si dice che il suo maestro Enrico Rosati, per dare più sicurezza e fiducia nel registro acuto, abbia fatto studiare Gigli, a sua insaputa, con il pianoforte accordato mezzo tono al di sopra del normale. E così Gigli, al suo esordio a Rovigo nell’opera “La Gioconda” di Ponchielli, rimase sorpreso della sicurezza e della lunga estensione vocale della sua stessa voce. Dopo il trionfo di quella serata, Rosati svelò, sorridendo, che il piano, con il quale dava le lezioni, era stato accordato deliberatamente di un mezzo tono in sopra.

  • Ivo d’Adria

    Ivo d’Adria

    L’esposizione è aperta da qualche giorno. Il tempo, con la sua cronometrica logica, non mi ha consentito di presenziare alla inaugurazione ma non potrò mancare di incontrare, dopo molti anni, un amico; un adriese che trattiene, nel suo intimo migliore, la originaria vocazione d’amore per la sua terra polesana anche se da tempo trapiantato in Piemonte ove, portato dalle necessità di vita, ha acceso il focolare ed impreziosito le sue ricchezze d’arte.

    Ivo Petrarchini, adriese di schietta origine, ha scelto quale sigillo di firma sulle sue opere “Ivo d’Adria” fin dal ‘46, dopo aver visitato al teatro Comunale una bella mostra di Guglielmo d’Este, che fregia la sua firma con il luogo d’origine.

    Anche Ivo ritiene buono il suggerimento perché la vecchia nobile madrina dell’Adriatico, che gli ha dato i natali, ha cullato il suo genio naturale maturando una capacità artistica che, con dedizione ed impegno, è sfociata in un percorso brillante e di indiscutibile raffinatezza.

    Il desiderio di esprimersi col disegno ed una naturale predisposizione al buon gusto guidano, fin dalla giovane età, le sue esperienze ed indicano, senza equivoci, quella che sarà la strada maestra da percorrere negli anni e sulla quale segnare innumerevoli pietre miliari di un volo artistico che, se trova nel ritrattismo, forse, la sua ampiezza migliore, non manca di donare momenti di sublimità creativa nelle diverse discipline che, nel disegno e nella scultura, segnano una vera elezione artistica.

    Nella sala che accoglie alcune opere mi colpisce subito il ritratto di una donna non più giovane dallo sguardo profondo e dall’aspetto di nobile fierezza. Un’aristocrazia di naturale elevazione, un’immagine che trasmette un messaggio autoritario, severo e dolce allo stesso tempo, di onesta ed equilibrata educatrice di vita. E’ la mamma di Ivo, radice e spirito del suo intimo creativo.

    Non lo adagerà, di certo alla nascita, in un forziere di bambagia. Ivo non si troverà una culla fiorita ed una strada costellata di gemme sulla quale camminare con le ciabattine d’oro, come capita a figli di papà spesso smidollati ed improduttivi. Ad Adria si guadagnerà il suo percorso, come ritoccatore di foto prima nello studio di Amerigo Boccato, titolare di “Foto Modernissima” e, poi, nei negozi di Loris Masarà, Alfredo Sciuto, Naccari e Soncin ed altri. La fotografia costituirà la sua primaria fonte di reddito e lo aiuterà a sbarcare il lunario insieme ad altri lavori stagionali che, allora, fornivano motivo di sussistenza, come la campagna saccarifera e la spigolatura estiva.

    A soli tredici anni Ivo si esprime, a carboncino, con un grande disegno che distingue e sottolinea la sua potenzialità creativa, “Il ratto delle Sabine”, tuttora di sua proprietà perché prezioso cimelio storico che non manca di stupire per l’ariosità dell’immagine e la puntuale estrazione storica che si arricchisce della fantasia avventurosa ed eroica propria dell’età giovanile.

    Con sacrificio acquisterà i suoi fogli da disegno e lo farà anche con le modeste entrate che gli deriveranno da prestazioni allo studio dell’ing. Gino Chieregatti che gli consente pure utilizzo della sua soffitta per realizzare, negli spazi di tempo, i suoi disegni, spesso acquistandoli. Tempi davvero difficili quelli, ed Ivo mi confida che non sempre la Provvidenza forniva il pasto quotidiano. E’ indicativo, a tale proposito, l’aneddoto di come, un giorno, la moglie dell’ingegnere lo preghi di andarle ad acquistare della frutta. La cortesia di Ivo è puntuale. Provvede alla richiesta e, rientrato, si porta in soffitta per disegnare quel ben di Dio, finchè, spinto poi dalla necessità di sostentamento, si mangia la frutta, ottenendo il sorriso e consenso della mecenate.

    Con disciplina frequenta la scuola serale d’arte condotta dallo stimato prof. Aldo Forzato, insigne maestro che gli fornirà suggerimenti ed indirizzi di notevole valore per perfezionare le sue tecniche e la sua dinamica nel disegno, nell’acquarello e nella tempera.

    Poi l’emigrazione nel Piemonte, a Settimo Torinese dove aprirà. un suo studio fotografico che tuttora torna in aiuto alle necessità di una numerosa e bella famiglia. Nello stesso stabile, oggi di sua proprietà, è ubicato il grande laboratorio d’arte che vede nascere buona parte delle opere che interpretano e definiscono la reale dimensione del suo spirito.

    Ivo d’Adria espone in Italia ed all’estero. Raccoglie critiche e va1utazioni di indiscutibile approvazione. Viene invitato nei templi dell’arte dove porta il segno di una coscienza creativa che impone autorevolezza e rispetto.

    La sua ritrattistica è precisa nella definizione, fedele alla figura, consapevole dell’intimità del soggetto tanto da fornirne, attraverso il disegno, quasi una lettura della personalità delle abitudini, dello stile di vita.

    Ritrae nel 1999 S.A.R. il Principe consorte di Marghrethe II^ di Danimarca ricevendone dalla stessa meritato elogio ed esposizione permanente presso l’ambasciata danese in Roma. Fornisce ritratto al Cardinale Paul Poupard, presidente della Commissione Cultura al Vaticano, nel 200I, e lo consegna nel novembre dello stesso anno acquisendo ampia ammirazione dall’insigne porporato e dalla Santa Sede. Espone a fedele ritratto il prof. Umberto Veronesi, l’insigne oncologo già Ministro della Sanità che, con Ivo, vuole fotografarsi, alla consegna, a sottolineatura dell’alta considerazione e stima.

    Ma queste sono, forse, le opere più eclatanti perché immagini di soggetti ampiamente noti. C’é una lunga galleria di paesaggi e ritratti, a sua mano che nascono dai primi tempi e che ricamano la grazia di dolcissime figure femminili incontrate negli anni, oggi grate di quelle nobili attenzioni che ripropongono, a distanza di tempo, le delicate immagini contro i segni distrutti della vita.

    Ivo scolpisce e lo fa con mano sicura traendo dal legno o dal marmo e, comunque, dalla materia plasmata, immagini che parlano incidendo nell’anima. Si autoritrae ad olio ed in scultura con una fedeltà di lineamenti che impressionano. Né manca il richiamo al fatalismo del giuoco terreno con un’opera quasi sconcertante che lo esprime in uno strano accostamento dove l’uomo Ivo di oggi, lui stesso, si unisce all’immagine del teschio che segnerà il domani.

    E questo è Ivo d’Adria, l’artista che conobbi quand’ero giovinetto, appartenente agli Scouts, attraverso una scu1tura rappresentante S. Giorgio, il protettore, creata in grande scudo nel primo tempo del suo percorso artistico e già premonitrice del suo felice futuro. Potrebbe seguire il lungo elenco di premi, affermazioni e quotate valutazioni e giudizi di critici d’arte. Ma Ivo d’Adria va considerato nella realtà delle sue creazioni e nel colloquio che le stesse aprono con ciascuno che abbia il piacere di osservarle risvegliando nel cuore le riposanti evanescenze di vaporosi sogni, pur non mancando di richiamare la realtà con i tonificanti quotidiani scuotimenti di un tempo che scorre frenetico spesso senza 1asciare, a ricordo, se non queste immagini che solo il rimando della vera arte conserva e tramanda.

  • La Comunità di Calto

    La Comunità di Calto

    E’ il 4 settembre 1574, quando Mons. Giovanni Maremonti, legato pontificio in Ferrara, compie la sua visita apostolica alla comunità di Calto. Trova una chiesetta, dedicata a S.Rocco, molto deteriorata, priva di pavimento, con i muri che, a suo dire, richiederebbero un’imbiancatura di calce. All’interno ci sono tre altari. Ciò che lo impressiona maggiormente, però, è il campanile, che, con sottile ironia, descrive basso, scapitozzato, con una sola campana.

    Tra il 1561 e 1562 si erano manifestati, infatti, sciami di movimenti tellurici, di lieve entità, che tuttavia avevano indebolito le strutture portanti, provocando, a più riprese, fenditure ai muri, sconnessioni al pavimento, dissesto del tetto, il crollo del pinnacolo romanico del campanile…

    L’evento si ripete più volte anche tra il 1570 e il 1574, con intensità maggiore. Il 17 novembre 1574 la zona è sconvolta da “…una squassazione” senza pari che danneggia duramente “…ogni edificio…” e lo rende “…languido e caduco” (Pirro Ligorio: Libro o trattato di diversi terremoti). Dell’antico tempio originale rimane pochissimo: le fondamenta, alcuni muri d’angolo, sorretti dal troncone del campanile rimasto privo dell’unica campana.

    Era un tempio molto antico: prima dedicato a S.Tommaso Apostolo, poi, durante la breve dominazione longobarda, fu dedicato a S.Silvestro. Divenne chiesa plebale nel basso medioevo, e quindi satellite della pieve di Massa due Basiliche (Castelmassa); era stato elevato a sede parrocchiale nel 1189 durante il pontificato di Clemente IV e tale riconfermata da Papa Celestino III nel 1266.

    Il tempio del sec. XVI

    I Caltesi, dopo l’ultima micidiale scorsa del 17 novembre 1574, decidono di rimboccarsi le maniche e sulle rovine del loro oratorio, ricostruiscono un nuovo edificio sacro. Infatti, il 14 luglio 1591 il vescovo della curia ferrarese, Giovanni Fontana, annota sul suo diario “L’oratorio, costruito di recente dalle fondamenta, ha l’altare privilegiato con la statua di S.Rocco in terracotta, due altari laterali ancora in fase di rifinitura, la facciata che guarda a ponente), un campanile incompleto con una sola campana, in attesa di altre per fare concerto…”

    Giuridicamente dipende da Ceneselli, ma dispone di un cappellano residente che celebra la messa nei giorni feriali quando può e sempre nei giorni festivi. Vive delle offerte volontarie della “poco più di 400 anime da comunione”, (cioè da tredici anni in poi).

    Il 15 settembre 1599, Mons. Fontana, compie una terza visita pastorale, nel corso della quale proclama solennemente eretta la parrocchia di Calto indipendente da quella di Ceneselli. Nomina il primo rettore, Don Ippolito Zapponi, da anni cappellano e residente in paese. La chiesa sarà poi consacrata nel 1605.

    Il palazzo Riminaldi

    La comunità Caltese, intanto, si sta organizzando, civilmente e socialmente. Dalle mappe periziali dell’epoca si rileva come l’impianto urbanistico del paese fosse regolato da un rapporto sincrono fra centro abitato e possessioni. Due assi viari, che s’intersecano al centro della piazza, consentono il passaggio da e per il Po e l’entroterra.

    L’abitato è dominato dalla villa del Signore: una caratteristica casa padronale di campagna di stile ferrarese, sorta alla fine del 1300 o ai primi del 1400, fatta costruire da Matteo Casella, investito “iure feudi”, da Alfonso II d’Este, “d’una possessione posta in Calto, casamentiva, di più case, divisa in più pezze di terra”.

    Sarà acquistata nel 1620 da Giovanni Riminaldi, discendente da una famiglia di elevato prestigio politico al servizio dei duchi ferraresi e dello stato Pontificio. Il figlio Carlo Antonio, la ristrutturerà, secondo i canoni architettonici dell’epoca, abbellendola con fregi e dipinti di pregio.

    Per sua volontà, verrà sepolto nella chiesa presso l’altare, da lui voluto e finanziato, dedicato alla triade delle superdonne della cristianità: la Madonna, Santa Lucia, Sant’Agata.

    Il palazzo, passato in proprietà, ai primi dell’Ottocento alla famiglia Panza, sarà donato alla Comunità Caltese, a fine Novecento, quando i Panza, coinvolti nello “scandalo della Banca Romana”, emigrarono negli Stati Uniti.

    Nel 1906 l’edificio verrà quasi completamente demolito e ricostruito in stile “umbertino”, per ricavarne la sede del comune. (Dell’antica villa è rimasto lo scalone e la sala delle feste al primo piano).

    La Casa della Comunità

    La produzione agraria, è essenzialmente il perno dell’economia locale, cui si associa un artigianato “di servizio”. La maggior parte dei terreni sono di proprietà dei residenti, che in parte, conducono direttamente e in parte, danno in lavoro con la forma contrattuale del “livello”, cioè una forma enfiteutica, che impone al lavorante la residenza in loco, con manifestazione di diretta dipendenza dal padrone.

    Accanto alla chiesa sorge “la casa della comunità”, polo accentratore della vita sociale, ed economica. Fu sede amministrativa dei “due Savj” ai quali, in pratica, era affidata l’amministrazione civile della comunità, il Cavarzellano (agente delle imposte) per la riscossione del “Terratico” (tassa dovuta per le opere idrauliche straordinarie).

    Cominciano le opere di bonifica e di sistemazione agraria dei terreni. Sotto il porticato, della “Casa della Comunità” ogni venerdì si tiene il mercato.

    Il Cardinale Legato Paolucci emana una serie di “decreti per il miglioramento della Com.tà di Calto”, che regolano i rapporti sociali, la gestione e la contabilità dei beni comuni che nel frattempo la Pia Congregazione aveva accumulato. Tra questi una stalla, un granaio, ed un’osteria che era ceduta in affitto al miglior offerente. Il Granaio, capace di contenere oltre “50 moggia” (più di trecento quintali) è amministrato da un “Granarista”, nominato “in perpetuo, tranne il caso di grave colpa” che riceve il deposito dei cereali raccolti e, su ordine dei “Savj”, dispensa “il formentone ugualmente ai veri poveri, a staio raso, originari e viventi in Calto, con l’impegno che venga restituito a staio colmo”. “L’usura”, va a costituire “un monte” che non deve mai scendere sotto i 25 moggi.

    La nuova chiesa

    Nel 1689 è nominato parroco Don Gio. Batta Finatti, E’ un prelato dinamico ed intraprendente. Raduna i capifamiglia, ottiene il loro consenso, come ottiene l’approvazione del suo Vescovo, decide e attua l’ampliamento della chiesa.

    Costituisce un comitato, composto da fabbricieri, dalla Pia Confraternita del Santissimo, dalla Compagna dei Cordigeri. Una vera mobilitazione popolare. Si forma un fondo, presso il Monte di Pietà di Ferrara, dove confluiscono tutte le offerte “…di tutti li maggiori dignitari anco di tutti li poveri del popolo…” Incarica Vincenzo Santini, muratore, capomastro, architetto, capostipite di una famiglia di architetti, di redigere il progetto.

    Il progetto prevede l’ampliamento della chiesa esistente, sopravanzando a sud, sul territorio dei Riminaldi a nord su proprietà Foresti, dando consistenza ad una pianta rettangolare con una navata centrale e due laterali, divise da pilastri in muratura, sormontati da archi a tutto sesto.

    La navata centrale termina con l’arco trionfale a tutto sesto. Viene ampliata a nord, sui terreni dei Foresti per realizzare il presbiterio rialzato, a pianta quadrata, con soffitto a vela ed altare, sormontato da un ciborio di legno, con putti e decorazioni dorate. (Il Ciborio è andato disperso e l’altare è stato sostituito con altro in marmo bianco di Carrara, poco prima del Concilio Vaticano II).

    Lateralmente ci sono i matronei separati da un inginocchiatoio di marmo e da una grata di legno. Superiormente ci sono i palchi per l’organo e sul lato opposto per la “schola cantorum”. Infine viene costruito il coro semicircolare. Si prevede anche la costruzione di un cornicione interno sui lati della navata centrale, del presbiterio e del coro.

    All’esterno l’aspetto più innovativo è costituito dalla nuova facciata rivolta a sud, sulla quale campeggiano quattro nicchie con statue in tufo dei fratelli Bonazza (una delle statue fu distrutta da una granata il 25 aprile del 1945).

    Il capomastro Santini dirige e partecipa ai lavori personalmente apportando, soprattutto nelle fondazioni dei pilastri, quelle varianti e quei consolidamenti dettati dalle sue conoscenze e dalle sue esperienze, per garantire la staticità dell’edificio.

    La nuova chiesa, che corrisponde all’attuale, ha solenne benedizione il 20 novembre 1707 dal Delegato del Card. Taddeo Del Verme, vescovo di Ferrara.

  • Gli Ebrei a Rovigo

    Gli Ebrei a Rovigo

    Le prime voci sugli ebrei a Rovigo risalgono al XIII secolo e se ne trova notizia nelle più antiche leggi statuarie della città (1227-1321-1429) che portano un articolo contro la “fornicatione inter Judaeum et Christianam”, palese testimonianza di una discriminazione dovuta ad un radicato pregiudizio di stampo religioso e razziale.

    Gli ebrei e l’attività bancaria

    La presenza degli ebrei in varie città d’Europa fin dal medioevo è solitamente legata all’avvio di attività di tipo bancario, al tempo vietate ai cristiani in quanto, prestare denaro, gravando poi la somma da restituire di un interesse, era ritenuta azione di usura. A Rovigo il primo banco di prestito degli ebrei fu aperto nel 1391 (a Lendinara già nel 1386, a Badia Polesine nel 1425).

    Inizialmente alquanto saltuaria, a Rovigo la presenza degli ebrei divenne più notevole verso la fine del ‘500. La maggior parte di costoro proveniva da Ferrara e da Venezia. Oltre a tenere banchi di prestito esercitavano varie altre attività di tipo commerciale o artigianale, in particolare l’arte della lana e della seta, riuscendo, con questi mestieri, ad acquistare una funzione sociale per la città in cui vivevano.

    Se da una parte gli ebrei godevano quindi di prestigio sotto il profilo economico e rispetto per il potere che ne derivava, dall’altra erano però nel contempo motivo di invidia per i beni accumulati e fatti oggetto di varie forme di discriminazione fomentate dai mai sopiti pregiudizi di tipo religioso: razza da disprezzare giacché aveva disconosciuto Cristo condannandolo a morte.

    Le prime persecuzioni

    L’iniziale tolleranza nei confronti degli Ebrei lasciò pertanto sempre più spazio ad un clima di sospetto, sfociato in vere e proprie persecuzioni ufficiali a partire dalla fine del XV secolo quando in Spagna Ferdinando d’Aragona, nel 1492, anno della scoperta d’America, li espulse dallo stato assieme a Mori e Zingari.

    Un’altra data fondamentale, nella persecuzione di questo popolo, è il 1555 quando il papa Paolo IV emana la “bolla” Cum nimis absurdum, che impone agli ebrei di vivere in quartieri separati e di portare un segno distintivo in modo da essere subito riconoscibili.

    Il clima antiebraico si diffonde così a macchia d’olio raggiungendo anche Rovigo, dove, nel 1574, il sinodo diocesano giunge a raccomandare che “i cristiani non conversino co’ giudei”.

    Il Ghetto a Venezia e Rovigo

    La Serenissima frattanto, con delibera del 4 novembre 1612, si fa promotrice a Venezia dell’isolamento degli Ebrei in un quartiere separato, individuato dove esisteva una vecchia fonderia, detta “il getto”, che la pronuncia gutturale degli ebrei tedeschi trasforma in “ghetto”, termine poi divenuto in tutto il mondo sinonimo di area destinata alla residenza coatta degli ebrei. Il testo della delibera intima: “che siano separate le abitazioni degli ebrei da quelle de cristiani, eccettuati i banchieri e loro famiglie”. Come si vede la potenza del denaro funzionava come deterrente nei confronti dei pregiudizi razziali e religiosi, per cui i banchieri e le loro famiglie erano esentati dai provvedimenti coercitivi.

    Di anno in anno a Venezia le restrizioni aumentano: il 1 agosto 1615 vengono pubblicate le “Regole et ordini divisi in 15 capitoli per la serrata del Ghetto” (definivano con precisione gli obblighi a cui dovevano sottostare gli ebrei una volta entrati nel ghetto) ed iniziarono le trattative per la scelta del luogo.

    Sulla falsariga dei provvedimenti veneziani, anche a Rovigo si procede nell’azione di’isolamento degli Ebrei, con provvedimenti che, stante la situazione, vengono controfirmati dagli stessi rappresentanti della comunità ebraica. A Rovigo il ghetto venne dunque istituito nel 1627, in accordo coi rappresentanti dell’Università degli ebrei, nell’area confinante la chiesa e convento di S. Antonio Abate (ora S. Domenico). L’area (dove si trova ora piazza Merlin), era già abitata da alcune famiglie di ebrei, compresi banchieri.

    Nel ghetto rodigino entrarono 17 gruppi familiari. Nel decreto del podestà si precisava che tutti gli spazi non edificati dell’area fossero separati dall’esterno con un muro alto nove piedi; che tutte le finestre degli immobili prospettanti fuori dal recinto, venissero chiuse da grate in ferro. Al recinto furono assegnati quattro accessi aperti e chiusi ad ore prestabilite dai due custodi, uno ebreo ed uno cristiano.

    In particolare fu stabilita la presenza di tre porte, tutte sul lato della contrada di san Bartolomeo, più precisamente “che guardino sopra la piazzetta” (lo slargo di fronte a porta san Bartolomeo che nell’Ottocento si chiamerà “piazzetta Finanza”). Di queste aperture una doveva essere realizzata, “con quelli abbellimenti di marmo che gli sarà… prescritto” (vedremo poi come fu realizzato!), nella casa dei banchieri. La quarta apertura era un portone destinato al transito dei carri, ubicato dalla parte del “terraglio” prospiciente le mura. Il ghetto come luogo di separazione fisica dunque. Uno spazio di segregazione per una comunità già sottoposta a norme restrittive rispetto ai residenti maggioritari.

    E veniamo all’abbellimento prescritto: sul portale d’accesso, in via X luglio, l’ingresso delle abitazioni dei banchieri, fu posta una lapide con incisa in latino questa “eloquente” frase di cui riportiamo la traduzione: Tra queste mura vollero i maggiorenti rodigini che fossero costretti ad abitare gli ebrei affinché dalla loro compagnia non fosse danneggiata la religione dei cristiani. Anno 1627, Marino Zane podestà, cav. Delaito Delaito ed Ercole Dalle Carte regolatori, dott. cavaliere Antonio Raimondi e Gaspare Roncali presidenti.

    Atto secondo: due anni dopo l’istituzione del Ghetto, nel 1629, fu ordinata anche la distruzione della sinagoga degli Ebrei vicino alla chiesa di S. Antonio Abate (all’angolo del ghetto con le mura). Successivamente fu riedificata all’interno del ghetto, all’ultimo piano dell’edificio prospiciente la piazzetta.

    Atto terzo: nel gennaio del 1778 il senato veneziano emanò un decreto che proibiva a tutti gli ebrei dello Stato “qualunque fabbrica e anche vendita di cose nuove”. Fu un duro colpo per gli interessi delle tre Comunità ebraiche del Veneto i cui membri dovettero trasformarsi in rigattieri.

    Il Ghetto rodigino nel XIX secolo

    Nel 1796 l’invasione napoleonica raggiunse il territorio veneto. L’11 maggio 1797 il generale Rusca entrò a Rovigo ed arrestò il podestà. Il giorno successivo furono abbattute le cancellate e le insegne della repubblica Serenissima.

    Anche le porte del ghetto furono aperte e fu rimossa la lapide dal portale per cancellare anche il ricordo di una discriminazione che, secondo gli ideali illuministici, appariva ignobile e ingiusta.

    Ma con il passaggio del Veneto all’Austria, viene ripristinata la situazione precedente all’invasione napoleonica e così gli ebrei rodigini tornano ad essere oggetto di discriminazione, anche se in forma decisamente più blanda rispetto al passato, tanto che diversi sono gli ebrei polesani che in questo periodo rafforzarono la loro posizione dominante in campo economico.

    Da sottolineare il ruolo fondamentale avuto nel 1818 da Israel Ancona nella riattivazione della Camera di Commercio. Nel 1847 la Congregazione municipale di Rovigo indicherà vari ebrei (Ancona, Ascoli, Bianchini, Carrara, Coen, Levi, Luzzatti, Modena, Parenzo, Pesaro, Ravenna ed altri) come i principali imprenditori della provincia e nel 1848 Gerolamo Modena, presidente della Comunità israelitica, sarà nominato anche presidente della Camera di Commercio rodigina, restando in carica fino alla morte avvenuta nel 1856.

    Il ruolo degli imprenditori ebrei resta determinante anche negli anni successivi, mantenendo posizioni di primo piano nella gestione della Camera di Commercio, con il pieno gradimento delle autorità austriache.

    Se nel corso dell’Ottocento gli ebrei di Rovigo primeggiarono nel campo dell’economia, non furono nemmeno insensibili nei confronti degli ideali patriottici del Risorgimento, portando un contributo notevole alla “questione italiana”: nel 1848-49 diedero 6 volontari, nel 1850 ben 22 (la più alta cifra tra le comunità d’Italia), nel 1866 ancora 10. Da ricordare tra gli altri: Giacomo Levi-Civiltà, nato a Rovigo nel 1846, garibaldino a 20 anni, decorato di medaglia d’oro a Bezzecca, poi sindaco di Padova e senatore; Cesare Parenzo, nato a Rovigo nel 1842, anch’egli volontario garibaldino, poi senatore; Abd-el-Kader Modena medaglia al merito per la liberazione di Roma nel 1870 (assieme a Nino Bixio), segretario dell’Accademia dei Concordi e Cavaliere della Corona d’Italia “in considerazione degli utilissimi servigi prestati nell’incremento degli studi storici ed archeologici”.

    Dopo la Terza Guerra di Indipendenza e l’inclusione del Veneto nel Regno d’Italia, cadono finalmente tutte le barriere sociali. Gli ebrei conquistano la completa emancipazione, partecipando alla vita pubblica ed ottenendo il consenso degli elettori, tanto che nel consiglio comunale di Rovigo su trenta consiglieri saranno eletti tre israeliti: Giuseppe Bianchini (proprietario della villa Badoera, poi sindaco di Fratta), Ferdinando Ancona e Moisè Ravenna.

    Frattanto la comunità, che nel Settecento, rappresentava il più piccolo nucleo del Veneto con le sue 350 persone (contro le 2500 di Venezia, le 900 di Verona, le 500 di Padova), nel corso del XIX secolo si irrobustisce, superando i quattrocento residenti. Nel 1869 il ghetto arriva a contare anche 430 abitanti, ma da questa data la popolazione inizierà a diminuire, con un progressivo spostamento degli ebrei rodigini verso i centri economicamente più forti.

    Il Ghetto nel ‘900

    La caduta delle barriere sociali porta inevitabilmente gli ebrei, specie i più benestanti ad abbandonare le scomode abitazioni del ghetto, ove si trasferiscono spesso famiglie povere del tutto estranee alla tradizione ebraica.

    La diminuzione della popolazione residente e il progressivo degrado che caratterizza la “cittadella del ghetto”, porta gli amministratori di Rovigo, fin dai primi anni del nuovo secolo, a formulare varie ipotesi sul futuro della composita struttura. Alla fine, consolidatosi il regime fascista, la questione fu affrontata in modo radicale: una serie di relazioni, preparate da commissioni tecniche ad hoc, illustrarono, nel 1926, l’impellente necessità di abbattere il ghetto rodigino.

    A sostegno della demolizione agirono motivazioni di ordine igienico e statico, ma anche precise ragioni di ordine economico: diverse banche avevano infatti chiesto di acquisire l’area, strategica e centrale. La motivazione ufficiale era, comunque, legata alle condizioni igienico-sanitarie (e statiche) degli stabili. Nel 1926 la seconda commissione tecnica individuò quasi 25 mila metri cubi di fabbricati fatiscenti e 199 persone da sgomberare.

    Il presidente dell’Università Israelitica, con lettera indirizzata alla giunta provinciale, si oppose fermamente, ancora nel 1928, alla demolizione. Ma la procedura avanzò. Una relazione dell’ufficiale sanitario concludeva: “Le abitazioni del ghetto […] costituiscono quell’agglomerato patologico che lo Stato, in difesa della stirpe, intende dovunque curare con radicali rimedi”.

    Siamo ormai all’epilogo: gli immobili di proprietà dell’Università Israelitica e della Confraternita della Misericordia vengono dapprima ceduti al comune di Rovigo in data 25 settembre 1929 e successivamente demoliti nel corso del 1930-31¹.

    Nel 1933 il nuovo podestà Ubertone cambiò linea rispetto al suo predecessore e, nonostante gli accordi fra Amministrazione Comunale e Banca d’Italia del 1930, destina l’area dell’ex ghetto a giardino pubblico disimpegnando quindi l’istituto bancario dall’acquisto del terreno. Nasce così piazza Roma, ora Merlin. Il portale di ingresso, a suo tempo scalpellato dalle truppe napoleoniche, fu recuperato ed adattato ad ingresso da sud del mercato annonario.

    La demolizione del Ghetto portò ad un ulteriore ridimensionamento della presenza ebraica rodigina, alla quale si dovette comunque un’ulteriore sforzo con l’erezione di una nuova sinagoga in via Corridoni. Che purtroppo dovette registrare una vita molto breve giacché entrarono nel frattempo in vigore le leggi razziali che comportarono il definitivo impoverimento della comunità ebraica polesana, per cui, la sinagoga, definitivamente chiusa, fu successivamente trasformata in abitazione privata.

    I provvedimenti vessatori delle leggi razziali del 17 novembre 1938 (RDL 1728), imposero agli ebrei di fare autodenuncia di appartenenza al comune. Il censimento stilato in data 20 aprile 1939, a seguito dell’introduzione delle suddette leggi, registra la presenza in Polesine di 55 ebrei: 46 a Rovigo (44 autodenunciati, più due riconosciuti appartenenti alla razza ebraica), 1 a Badia, 4 a Ficarolo, 3 ad Adria, 1 a Castelmassa. Il 31 ottobre del ‘41 la popolazione ebraica venne quantificata in 36 persone a Rovigo, 5 ad Adria e 1 a Badia.

    Verso i campi di sterminio

    Nel 1942 sono riportate, per la prima volta, le professioni degli inquisiti: 1 medico, 11 casalinghe, 2 invalidi, 3 sarte, 1 pensionata, 1 professoressa in lettere, 3 domestiche, 1 impiegato, 1 custode, 1 professore in lingue, 1 dottore in scienze economiche, 1 ingegnere, 1 professoressa di francese, 1 radiotecnico, 1 tipografo, 3 meccanici, 1 studente, 3 “benestanti”. Nel giugno del ‘43 l’elenco della prefettura comprendeva 33 ebrei riconosciuti e 3 discriminati.

    Con l’ordine di polizia del 30 novembre 1943 ed il decreto legge del 4 gennaio 1944, n.2, si sancisce la fine della proprietà ebraica.

    La deportazione degli ebrei italiani divenne operativa dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943 quando iniziò l’occupazione tedesca di una parte del Paese e nacque la Repubblica Sociale Italiana.

    Dalla provincia di Rovigo furono deportati e sterminati nei lager nazisti in tutto 39 ebrei: 35 rifugiatisi in Polesine da altre parti d’Italia o d’Europa e 4 di Rovigo (mentre altri 17 si resero irreperibili). Altri 9 cittadini ebrei nati a Rovigo furono arrestati, e deportati, nel resto d’Italia. Gli arresti (retate) avvennero in due periodi distinti: il 30 novembre 1943 (ordine d’arresto generale degli ebrei con perquisizioni a tappeto in tutta la provincia) e nell’estate del ‘44 (28 luglio e 1 agosto). Dalle carceri di Rovigo i detenuti furono trasferiti in gran parte a Fossoli Campo e da lì, ai campi di concentramento nazisti².

    La deportazione degli ebrei di Rovigo

    Ecco i nomi dei 13 ebrei di Rovigo deportati dall’Italia.

    ALMANSI ADELE, nata a Rovigo il 15.07.1877, figlia di Guglielmo e Parenzo Emilia. Ultima residenza nota: Venezia. Arrestata a Venezia il 5.12.1943 da italiani. Detenuta a Venezia carcere, Fossoli campo. Deportata da Fossoli il 22.02.1944 ad Auschwitz. Uccisa all’arrivo ad Auschwitz il 26.02.1944.

    BASSANI CLELIA, nata a Rovigo il 12.12.1864, figlia di Adriano Joseph e di Tedeschi Vittoria. Coniugata con Cester***. Ultima residenza nota: Milano. Arrestata a Venezia il 5.12.1943 da italiani. Detenuta a Bolzano campo. Morta in Italia in stato di detenzione: Bolzano campo il 18.01.1945.

    CAVALIERI ARGIA, nata a Rovigo il 12.10.1875, figlia di Leonello e Coen Allegra, coniugata con Rietti Angelo. Ultima residenza nota: Ferrara. Arrestata a Ferrara il 06.03.1944 da italiani. Detenuta a Ferrara tempio, Fossoli campo. Deportata da Fossoli il 05.04.1944 ad Auschwitz. Uccisa all’arrivo ad Auschwitz il 10.04.1944.

    CONSIGLI CLELIA, nata a Rovigo il 09.04.1879, figlia di Moisè e Bianche Elvira, coniugata con Pagan ***. Ultima residenza nota: Rovigo. Arrestata a Rovigo il 29.10.1944. Detenuta a Bolzano campo. Deportata da Bolzano. Deceduta in luogo ignoto in data ignota.

    FRANCO BRUNO, nato a Rovigo il 21.06.1897, figlio di Michelangelo e Belleli Pia Bice. Ultima residenza nota: Padova. Arrestato a Roma l’01.01.1944. Detenuto a Roma carcere, Vò Vecchio Campo, Padova ospedale, S. Sabba campo. Deportato da Trieste il 31.07.1944 ad Auschwitz. Ucciso all’arrivo ad Auschwitz il 03.08.1944.

    FRANCO ENZO, nato a Rovigo il 12.11.1898, figlio di Michelangelo e Belleli Pia Bice. Ultima residenza nota: Padova. Arrestato a Roma l’01.01.1944. Detenuto a Roma carcere, Vò Vecchio campo, Padova carcere, S. Sabba campo. Deportato da Trieste il 31.07.1944 ad Auschwitz. Ucciso all’arrivo ad Auschwitz il 03.08.1944.

    LEONI ARTURO, nato a Rovigo il 27.09.1884, figlio di Cervo e Ivina Tedeschi, coniugato con Irma Cuzzeri, ultima residenza nota: Genova. Arrestato a Treviso nel novembre 1943. Detenuto a Milano carcere. Deportato da Milano il 30.11.1944 ad Auschwitz.. Ucciso ad Auschwitz il 6.02.1944.

    LEVI BRUNO, nato a Fidenza (Pr) il 02.03.1897, figlio di Achille e Foà Maria, coniugato con Battaglia Dina. Ultima residenza nota: Rovigo. Arrestato a Ficarolo (Ro) l’01.08.1944 da italiani con tedeschi. Detenuto a Padova carcere, S. Sabba campo. Deportato da Trieste l’11.08.1944 ad Auschwitz. Deceduto in luogo ignoto dopo l’11.09.1944.

    MODENA LUIGIA, detta Gina, nata a Venezia il 19.11.1881, figlia di Abdelcader e Piacentini Paolina, coniugata con Colorni Gastone. Ultima residenza nota: Rovigo. Arrestata a Rovigo il 28.07.1944. Detenuta a Padova. Deportata da Trieste ad Auschwitz. Uccisa all’arrivo ad Auschwitz in data ignota.

    PARENZO ITALO, nato a Rovigo il 26.08.1883, figlio di Libero e Praga Anita. Ultima residenza nota: Padova. Arrestato a Padova nel mese di dicembre 1943. Detenuto a Vò Vecchio campo, Padova carcere, S. Sabba campo. Deportato da Trieste il 31.07.1944 ad Auschwitz. Ucciso all’arrivo ad Auschwitz il 03.08.1944.

    RAVENNA GUIDO ANSELMO, nato ad Adria (Ro) il 16.06.1878, figlio di Silvio e Clerle Adele, coniugato con Maestri Rosa. Ultima residenza nota: Rovigo. Arrestato ad Adria l’01.08.1944 da tedeschi. Detenuto a Padova carcere, S. Sabba campo. Deportato da Trieste ad Auschwitz. Deceduto a Mauthausen in data ignota.

    RICHETTI ENRICO, nato a Gorizia il 07.12.1910, figlio di Elia e Ascoli Virginia. Autodenunciato a Rovigo nel 1939. Ultima residenza nota: Piacenza. Arrestato a Firenze il 26.01.1944 da italiani. Detenuto a Firenze carcere. Deportato da Fossoli il 16.05.1944 ad Auschwitz. Deceduto a Dachau il 06.01.1945.

    USIGLI SILVIA, nata a Rovigo il 02.09.1879, figlia di Giacomo e Usigli Carolina, coniugata con Fano Cesare. Ultima residenza nota: Milano. Arrestata a Tirano (So) il 18.12.1943. Detenuta a Tirano, Sondrio carcere, Milano carcere. Deportata da Milano il 30.01.1944 ad Auschwitz. Uccisa all’arrivo ad Auschwitz il 06.02.1944.

    UN MONUMENTO A MEMORIA DEL GHETTO

    “Mai più ghetti”, ha detto con forza Paolo Avezzù intervenendo alla cerimonia di scoprimento della lapide a memoria del ghetto di Rovigo.

    Il monumento, posizionato all’entrata di Piazza Annonaria in via X Luglio, opera dell’arch. Luigi Papparella, è stato inaugurato domenica 20 Marzo scorso, alla presenza delle autorità, delle associazioni d’arma e di numerosi cittadini, per non dimenticare il passato. Per far sì che gli errori non abbiano a ripetersi e per instaurare rapporti di collaborazione con le altre etnie che oggi – ha sottolineato il sindaco – a Rovigo sono ben 70 e costituiscono una ricchezza per la città votata all’accoglienza.

    Per il vescovo è intervenuto mons. Claudio Gatti che, ricordando la tragedia della shoah, ha osservato che davanti alla nuova lapide non è lecito passare con indifferenza, mentre il rabbino capo di Padova Adolfo Locci, convenuto col presidente della Comunità ebraica patavina Romanin Jacur, ha ricordato la presenza degli ebrei a Rovigo, a partire del XIV sec., poi la delibera del ghetto del 1627 ed infine le persecuzioni nazifasciste che hanno completamente distrutto la secolare comunità.

    A sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, Rovigo ha dunque inteso assicurare, grazie alla posa in opera del nuovo monumento, il ricordo di un passato di sopraffazione che non va rimosso dalla memoria collettiva: per non dimenticare e per indicare percorsi di libertà e fratellanza per il futuro.

    L’arch. Luigi Paparella, autore del monumento, ci ha così tracciato, in breve, la storia e il significato dell’opera:

    Roberto Magaraggia, che incontro ogni mattina all’edicola di piazza Roma ora Merlin, mi ha sollecitato, con la sua discreta ma perentoria insistenza, a pensare ed abbozzare qualche idea per realizzare una piccola ma significativa “lapide” da posizionare nelle vicinanze dell’ex Ghetto degli Ebrei, in ricordo e monito di quella triste vicenda storica che tutti rammentiamo come Shoà.

    Più ne parlavamo più mi convincevo che la cosa era importante tanto che riuscii a coinvolgere l’amministrazione comunale di Rovigo e alcuni sponsor. L’idea prese significati e così mi impegnai per proporre un bozzetto che esprimesse in poco, tutto quello che nel tempo avevamo ragionato.

    Pensai ad una lastra di pietra scolpita, densa di simboli che esprimessero le difficoltà di questo popolo. E’ così che il monumento iniziò a concretizzarsi e diventare espressione di forza di ribellione. La lamiera si squarcia, si taglia, si apre; dalla lamiera esce e prende forma il marmo, emerge quasi abbracciato alla lamiera che ancora lo tiene e lo costringe.

    Il Marmo pieno di significati e simboli della storia e della forza di un popolo mai integrato e ancora non completamente accettato. Nel Ferro il simbolo della costrizione, nei tagli la volontà di rinascita, nel marmo la storia e il riscatto del popolo Ebraico.

    Nel marmo l’origine dell’umanità, il cratere la genesi, la crepa e il filo spinato il dolore; dopo la crepa il lavoro dell’uomo e la rinascita verso la nuova storia del popolo Ebraico. La storia recente e l’antisemitismo nel proclamare la superiorità dei teutoni sull’obiezione giudaica ha avuto come conseguenza lo sterminio di sei milioni di persone tra i quali un milione di bambini.

    C’è sembrato giusto con questo piccolo gesto ognuno per la sua parte, chiedere scusa al popolo Ebraico.

  • L’antica osteria Costante

    L’antica osteria Costante

    La storia dell’antica osteria “Costante” di Bottrighe rivive nelle parole degli attuali gestori come le immagini di un vecchio spezzone cinematografico.

    Il locale, situato in via Vittorio Veneto (già via Teatro Italia, dedicata all’omonimo teatro, nel quartiere denominato “Cào d’sota”) risale agli ultimi anni del XIX secolo: è sorto infatti nel 1897, giusto 108 anni fa. A gestirlo ininterrottamente è la stessa famiglia Pivaro, un record che si tramanda di generazione in generazione. Un’altra particolare curiosità è rappresentata dalla decisa prevalenza femminile nella conduzione dell’esercizio.

    Nei primi tre anni di vita, alla fine dell’Ottocento, il locale, di proprietà di Filomena Pavanello, moglie del barcaiolo Carlo Pivaro, era stato aperto in un edificio posto a distanza di un isolato dall’attuale. Con la scomparsa di Carlo e con il denaro ricavato dall’assicurazione delle sue tre barche, fu acquistato l’edificio di otto stanze che ospita ancora oggi l’antico esercizio.

    Un tempo nel locale, tipica osteria polesana, si vendevano anche coloniali, sali e tabacchi, ed era denominato “La stradina”. Nel 1923 subentra Teresa, figlia nubile dei coniugi Pivaro. Con la sua scomparsa, ed è il 1946, la gestione viene affidata al fratello Costante (dal quale resterà al locale il nome di Osteria Costante) sposato con Vittorina Schibuola, la stessa che ne assumerà la titolarità nel 1967 alla morte del marito.

    Vittorina scompare nel 1988, ma già dal 1984, l’azienda di famiglia passa alla figlia Mariagrazia, che ancora oggi, con l’aiuto del fratello Galliano e del marito Gentile Girotti, la gestisce.

    Si intrecciano quindi fatti e personaggi nella storia di questo esercizio, nel quale fin dalla sua prima apertura si poteva anche mangiare. In particolare, ci ricorda Mariagrazia, il servizio di ristorazione era apprezzato nel periodo della gestione della zia Teresa, rinomata cuoca.

    Il fratello Galliano, memoria storica della famiglia, ci racconta uno dei fatti singolari avvenuti nel locale, risalente al 25 aprile 1945, giorno della Liberazione: alle sei del mattino, un sergente maggiore alleato ed un comandante della Brigata “Cremona” brindarono, stappando una bottiglia di grappa, al buon esito della guerra e alla conseguente ritirata delle truppe tedesche. Con loro c’era Antonio Bardella, il rappresentante di Bottrighe del Comitato di Liberazione. Giusto 60 anni fa dunque aveva termine un incubo e nell’osteria di Bottrighe si volle solennizzare la fatidica giornata con un brindisi sincero e beneaugurate.

    Ben diverso il clima vissuto nei mesi precedenti, durante l’occupazione, quando la caserma tedesca “Wermak” era situata in località “Teste d’bò”, nell’attuale via Goresina Inferiore. Allora i tedeschi raggiungevano l’osteria di sera e, mezzi ubriachi di vino e birra, sparavano giocando al tiro al piattello tra una finestra e l’altra dell’osteria.

    In particolare resta impresso nella mente di Mariagrazia un episodio di quel triste periodo: l’ingresso nel locale di un tedesco ubriaco che una sera si mise a sparare fra la gente. Tanta la paura ma, fortunatamente, non accadde nulla di grave. Ci fu un “fuggi fuggi” generale da porte e finestre e uno dei clienti, alto due metri, non riusciva ad uscire dalla finestra proprio per la sua altezza.

    Con l’alluvione del 1951 i coniugi Pivaro rimasero sempre sul posto perché l’acqua arrivava a 50 centimetri di altezza rispetto alla zona bassa di via Dante dove l’acqua toccava i 2,70 metri, mentre i figli Galliano, Filomena e Mariagrazia per un periodo si trasferirono a Crociarone di Ariano.

    Oggi il locale è conosciuto per osteria “da Costante”, ma i più anziani lo chiamano ancora “da Filomena” e qualcun altro anche “da Teresa”. Come le vecchie osterie che si rispettano, nel pomeriggio non mancano mai gli “spuncioti caldi” che Mariagrazia prepara e che vengono accompagnati da qualche “ombra” di vino buono.

    Nel retro dell’edificio ci sono ancora i resti, in buone condizioni, di una muraglia dell’800. Non c’è più invece il vecchio pozzo per la raccolta dell’acqua, sostituito dalla “pompa”; così come è venuta meno anche la stalla nelle vicinanaze, dove un tempo non mancava il carro per le merci trainato dal cavallo, unico mezzo di trasporto di allora.

    Alla domanda su chi un giorno guiderà l’azienda di famiglia, Mariagrazia risponde che gli auspici sono rivolti alla figlia Paola: ancora una donna dunque, che potrà trovare il sostegno del marito, dato che entrambi sono cuochi.

    Non mancano quindi le premesse perché la storia dell’osteria di Bottrighe continui nel modo migliore: una favola d’altri tempi che ancora una volta si rinnova.

  • Il giro dei capitelli

    Il giro dei capitelli

    All’arrivo della primavera torna la voglia di inforcare la bicicletta per uscire dalla città. E se ci diamo un obiettivo di visita, il tragitto diviene ancora più gradevole ed anche istruttivo.

    Proponiamo dunque un circuito che, partendo dalla chiesa del quartiere S. Pio X di Rovigo, raggiunge la frazione di Roverdicrè per lambire poi il centro di Grignano e tornare in città per via Forlanini. Un percorso finalizzato alla “scoperta dei capitelli campestri”, che si sviluppa in poco più di 10 chilometri. Essendo percorribile tranquillamente in 2 ore, è accessibile a tutti, anche ai più piccoli, ideale quindi per brevi gite di tutta la famiglia: dal ponte dei Forti al ponte dell’Asino e tornando per il quartiere Pestrina, lungo un tracciato che si snoda attraverso una natura fatta di campi e canali, si incontrano alcuni capitelli, piccole tracce che testimoniano storie e tradizioni locali. Il nostro percorso prende dunque avvio dalla chiesa di San Pio X sul cui retro imbocchiamo la pista ciclabile che sottopassa via Amendola per sbucare in via Gallani presso la Scuola Elementare Duca D’Aosta. Dopo poco raggiungiamo il ponte dei Forti, che rimane sulla destra, mentre la strada prosegue verso Roverdicrè lungo il corso sinuoso dell’Adigetto, sulle cui rive è facile incontrare alcuni pescatori. Sul lato sinistro, un lungo filare di tigli stende la sua ombra rinfrescante.

    Prima tappa: il capitello di Roverdicrè. Subito dopo il cartello che segnala l’ingresso nella frazione di Rovigo, si incontra la sacra edicola in muratura, dedicata alla Madonna Immacolata. Fu costruita nel 1954, come si può leggere nell’iscrizione posta alla base, in occasione dell’Anno Mariano, proclamato da papa Pio XII per ricordare il dogma dell’Immacolata, sancito esattamente cento anni prima, nel 1854, da papa Pio IX. La statua che vi è collocata all’interno è più antica e, in origine, era custodita nella chiesa del paese.

    Nel 2004, a cinquant’anni dalla costruzione del capitello, il fioretto del mese mariano si concluse il 30 maggio con una solenne processione che, partita dalla chiesa, ebbe come meta l’edicola sacra. L’iniziativa fu sollecitata dagli stessi abitanti di Roverdicrè, a testimonianza del legame ancora forte tra questo piccolo luogo di culto e la gente del paese. Proprio sul “gregge” dei fedeli di Roverdicrè, infatti, e sul loro “pastore” si invoca, nell’iscrizione, la protezione della Madonna, “Madre di Misericordia e Regina del Mondo”, e alla loro sensibilità è affidata la cura del capitello.

    Riprendiamo il nostro itinerario portandoci nel centro della frazione. Imboccando a sinistra via S. Caterina, si scende dall’argine. Passando di fronte alla chiesa parrocchiale, percorriamo la strada che procede tortuosa verso Grignano tra campi di granoturco, di frumento e di soia. Dopo l’attraversamento della linea ferroviaria Rovigo-Verona, affiancano la strada nuovi canali quasi immobili, a tratti coperti da ninfee dai piccoli fiori gialli. A conclusione di una lunga serie di curve, si arriva a Grignano, in corrispondenza del ponte dell’Asino.

    Senza superarlo, svoltando subito a sinistra, in via Forlanini, ci si dirige nuovamente verso Rovigo. Percorrendo la via, quando la campagna è più aperta, nelle giornate limpide si scorge in lontananza la sagoma dolce dei Colli Euganei.

    Eccoci dunque alla seconda tappa: il capitello di Grignano, che sorge appena fuori dal paese, sulla destra di via Forlanini. Un piccolo prato rettangolare è delimitato da una siepe e da un recinto, e una colonnina di mattoni racchiude, in alto, una formella in terracotta. Si legge una scritta: “Per riconoscenza alla B. V. del Soccorso”, e l’immagine in bassorilievo di una Madonna con Bambino sovrasta due linee ondulate.

    È facile intuire un legame con l’alluvione del 1951: lo confermano la data apposta all’iscrizione e la testimonianza del signor Ottorino Muriani, proprietario con la famiglia del terreno e della casa colonica confinanti col capitello. Alcuni abitanti di Grignano nei giorni di quell’evento catastrofico presero una barca, “perché in paese c’era l’acqua”, e cercarono di raggiungere Rovigo, dove “l’acqua non c’era”. Appena partiti, però, iniziò a soffiare la bora e col vento si formarono delle onde che minacciavano di rovesciare l’imbarcazione. Le persone a bordo, allora, si aggrapparono a un traliccio dell’alta tensione e rimasero lì per almeno sette o otto ore. Quando poi il vento si calmò, riuscirono, aiutandosi con i fili, a raggiungere la casa della famiglia Muriani, dove furono ospitati prima di ripartire per Rovigo.

    Finita l’alluvione, quei signori sono tornati e, con l’autorizzazione dei proprietari del terreno, hanno fatto costruire il capitello nel punto in cui prima si trovava il traliccio al quale si erano aggrappati, per ringraziare la Madonna di averli salvati.

    Per una singolare coincidenza, dal capitello, volgendo lo sguardo verso Rovigo, si scorge chiaramente in lontananza il campanile della Rotonda, il tempio cittadino intitolato alla Beata Vergine del Soccorso. In passato, nel mese di maggio per il fioretto il capitello era meta di una processione che partiva dalla chiesa parrocchiale e arrivava al capitello, una tradizione che è andata quasi perduta.

    Conclusa la sosta, in cui il pensiero è andato ai giorni drammatici dell’alluvione, riprendiamo il nostro percorso, lungo via Forlanini tracciata in mezzo a campi verdeggianti, finché approdiamo alla nostra terza tappa: il capitello di via Mascherine.

    Proprio nel punto in cui via Forlanini forma un trivio con via Mascherine, si innalza il capitello, fatto costruire dalla famiglia Gusella nelle adiacenze della casa, la cui storia è legata ancora una volta all’alluvione del ‘51. L’architetto Giuseppe Gusella racconta che fu suo padre a volerlo erigere, come ringraziamento alla Madonna, perché era riuscito con la famiglia a superare quella sciagura.

    La disponibilità economica allora non era consistente, i figli erano numerosi, alcuni ancora piccoli, altri in cerca di un lavoro, e il padre per costruire il capitello dovette vendere la catena d’oro del suo orologio. Durante l’alluvione, nella casa l’acqua raggiunse i due metri di altezza. Dopo essersi rifugiati al primo piano, tutti i membri della famiglia furono tratti in salvo, ma poi furono divisi e trovarono ricovero in varie città del Veneto. Nel 1952, quando la famiglia si è riunita e la situazione è tornata alla normalità, si decise di costruire il capitello, dedicato alla Madonna del Sacro Cuore.

    Nella nicchia in mattoni è inserito un bassorilievo in terracotta dello scultore rodigino Virgilio Milani. L’immagine riproduce quella di un quadro che, dopo l’alluvione, era rimasto ancora appeso sopra la testiera del letto in una stanza della casa.

    L’itinerario dei “capitelli campestri” si conclude con questa tappa. Dalla sosta presso le genuine testimonianze di fede rappresentate dalle sacre edicole abbiamo appreso storie legate a giorni drammatici che hanno caratterizzato la nostra terra la quale, ora ci accoglie con la verdeggiante campagna illuminata da un sole rassicurante.

    Per concludere la gita, si può proseguire lungo via Forlanini, imboccando il nuovo sottopassaggio della ferrovia, per raggiungere i giardini dell’ex-Adigetto serviti dalla pista ciclabile che ci riporta a S. Pio X.

    Oppure, percorrendo via Mascherine, si torna sulla strada che collega Roverdicrè a Grignano. Da lì si torna a costeggiare l’Adigetto, portandosi questa volta sulla riva sinistra dopo aver superato il ponte di S. Croce a Grignano, per pedalare fino alla chiesa di S. Pio X, da cui ha avuto inizio il nostro itinerario.

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