Adriano e Goffredo Romagnolo IL POLESANO, DIZIONARIO DEI MODI DI DIRE DEL POLESINE DI ROVIGO
Vivo interesse per il nuovo Dizionario del Dialetto Polesano, approdato alle stampe dopo un lungo lavoro portato a compimento dagli autori Adriano e Goffredo Romagnolo. Si tratta di un volume di circa 900 pagine, fitto di osservazioni, di curiosità linguistiche, di etimologie, di frasi idiomatiche, proverbi, modi di dire e modi di fare (come si legge nel sottotitolo) della gente del Polesine, quella che viveva in questa ‘Mesopotamia’ tra Adige e Po, oltre cinquanta anni fa.
Nell’organizzazione del lavoro gli autori hanno inteso offrire al lettore una raccolta di voci, di frasi, di espressioni di proverbi e di lemmi il più ampio possibile. Un lavoro davvero certosino, se si pensa che per ognuno dei lemmi non ci si è limitati alla pura e semplice trasposizione linguistica (dialetto – italiano), bensì si è proceduto ad una attenta ricerca di tutto quanto può essere collegato con la tradizione, evidenziando le varie forme espressive.
“A volte si incontrano voci intraducibili – osserva Adriano Romagnolo, uno degli autori – oppure voci delle quali la traduzione svilirebbe la pregnanza semantica. Facciamo il caso di sparonzon, di paciarare, di freschin, di incrucare, di papolo…; al contrario ci sono voci che coinvolgono una molteplicità di sinonimi; a volte addirittura voci che neppure nel dialetto hanno un proprio significato, come induto, e nado, che, per averne uno, devono necessariamente esser accoppiati ad altra parola. Poi ci sono gli arcaismi che non hanno più nessuna aderenza con la realtà odierna, come boroeri, colte, gravezze e poi svaravaite. E cosa sono mai la cazànpola e la dirindina?”
Vecchie parole che parlano di modi di vita irrimediabilmente lontani, di una cultura delle cose ormai quasi del tutto dimenticata. Cose destinate ad essere fatalmente cancellate e perdute, per le quali il “Polesano” si configura dunque come l’ultima ancora di salvezza.
Le fonti principali di questo vocabolario sono prevalentemente orali, mentre per le espressioni scritte, gli autori si rifanno ai testi letterari classici, della tradizione veneta in generale, ed in particolare a quegli autori polesani (come Gino Piva, Livio Rizzi, Eugenio Ferdinando Palmieri) che, per la loro genuina vena artistica popolare, sono diventati punti di riferimento imprescindibili.
“Il Polesano” si configura dunque come un ampio lavoro, del quale Adriano Romagnolo sottolinea la fatica, talvolta improba, nell’affrontare la catalogazione e la classificazione del materiale, specialmente delle varianti. Tutto ciò ha portato gli autori alla scelta (resasi necessaria) di circoscrivere l’area linguistica a quella che un tempo era indicata come il Polesine di Rovigo.
L. S.
Testoni Ildo STORIE DI UNA VOLTA. MELARA NEL CUORE DI UN COLTIVATORE DIRETTO
Continua l’appuntamento di Testoni con la scrittura e con i formati agevoli dei suoi saggi. Come accaduto per i due precedenti anche l’ultimo testo è edito dall’Amministrazione comunale e dalla Pro Loco e proposto all’acquisto, finalizzando gli introiti alla beneficenza.
Lo spaccato del paese è esaminato in quattro racconti attraverso i fatti accaduti nel passato, quali quelli relativi alle Valli Grandi Veronesi ambientati in pieno Ottocento. Un altro tema affrontato è stato quello dei “Capànt”, cerimonieri delle funzioni pubbliche religiose oggi scomparsi, così come esisteva (e nel tempo si è molto attenuata) la diffidenza degli abitanti del centro verso quelli della frazione (oggi nucleo abitato) del paese, apostrofati quali “Blùk”, tema del terzo intervento. Infine conclude l’agile libretto un fatto recente che dimostra come l’onestà delle persone, valore di antica memoria, sia ancora vivo e percettibile.
Raffaele Ridolfi
A.A.V.V. Il mortorio nel convento di sant’Antonio in Polesine di Ferrara – Storia e restauro
Angelo Andreotti, Micaela Torboli ed Andrea Fedeli analizzano il restauro effettuato (iniziando dal 1987) del complesso di otto statue fittili policrome, presenti a Ferrara in S. Antonio in Polesine, che da molto tempo mancavano alla visione al pubblico. Notizie fornite dalle cronache del passato ne riportano la presenza già dal 1456 nella cattedrale estense, ma vere e proprie ricerche sono ancora in itinere.
La certezza è però che il complesso fosse stato successivamente smembrato e collocato al monastero di sant’Antonio in Polesine. Incertezze permangono sulla mano dello scultore: Alfonso Lombardi (1487-1537) oppure Lodovico de Castellari (attivo nel 1458)? Il Fedeli curatore del restauro assicura che le otto statue in terracotta sono opera di due differenti artisti. Un plauso al ripristino per la gioia degli occhi.
Raffaele Ridolfi
Aldo Tumiatti IL TAGLIO DI PORTO VIRO
Il quarto centenario del taglio di Porto Viro ha visto un gran fervore di preparativi, ma non ha trovato poi un gran riscontro in nuove ricerche e pubblicazioni. A colmare più di una lacuna degli studi e a corroborare con una messe di documenti spesso inediti la storia di quell’evento, è giunto un denso volume di Aldo Tumiatti, pubblicato dalle Arti Grafiche Diemme. Tumiatti è uno studioso impegnato da diversi anni ormai in un attento scandaglio storico del basso Polesine e in particolare del territorio di Ariano, rivolgendo il suo interesse specialmente alle cause e ai motivi che determinano un certo andamento dei fatti e i termini di una certa situazione.
E allora il racconto del taglio di Porto Viro non si limita ai quattro anni necessari per realizzare quella diversione del fiume, che salvava la laguna veneta da un sicuro interramento e che, di fatto, costituiva un nuovo Po e un nuovo delta, ma va indietro nel tempo per analizzare le discussioni e i progetti che si susseguirono prima dell’avvio dei lavori. E di quei progetti non vengono presi in esame soltanto quelli di parte veneziana, ma, come non era stato fatto prima, anche quelli degli ingegneri e dei tecnici pontifici.
Insomma, il taglio di Porto Viro viene visto contemporaneamente da una parte e dall’altra del fiume. Come se non bastasse, nell’alternanza di bolle papali e di editti della repubblica di San Marco, di continue infrazioni alle regole e ai patti, boicottaggi, battaglie diplomatiche, minacce e accordi precari, il racconto prosegue anche dopo la realizzazione del taglio, passando attraverso mutamenti storici e sociali, inoltrandosi anche nella guerra di Castro, per arrestarsi al 1676, a quel progetto di Ippolito Nigrisoli che avrebbe dovuto risolvere molti guai arrecati con taglio veneziano all’altra parte. Ma quel progetto non ebbe seguito alcuno.
Vale, allora, quell’imponente opera idraulica che con il cannocchiale rovesciato di oggi finisce per assumere una sorta di valore assoluto, tirandosi dietro verità e ipotesi, dalle sollecitazioni al sentato veneto, compresa quella di Luigi Groto, ai progetti per la soluzione del problema del presunto interramento progressivo della laguna. Ecco il progetto di Marino Silvestri, proprietario di numerose campagne nella zona di Loreo, che finì per essere risolutivo.
Il taglio di Porto Viro, portato "felicemente" a termine il 16 settembre 1604 (in realtà interventi di varia entità si resero necessari ancora per un secolo e più), era di fatto un canale lungo circa sette chilometri: metà scorreva verso levante e l’altra, innestandosi nel canale Gottolo, piegava a sud-est fino a sboccare nella Sacca di Goro. Si era tratto di un intervento di alto livello tecnico che, oltre ad evitare l’interramento della laguna, avrebbe successivamente impulso all’opera dei consorzi di bonifica.
Sergio Garbato
Carla Boccato – Maria Teresa Pasqualini Canato IL POTERE NEL SACRO. I RETTORI VENEZIANI NELLA ROTONDA DI ROVIGO (1621-1682), tomo I – 1621/1657, prefazione di Gino Benzoni; tomo II – 1658/1682, saggio introduttivo di Massimo Favilla e Ruggero Rugolo
I due tomi costituiscono un lavoro fondamentale e di indiscutibile rilevanza, perché ricchissimi di elementi desunti da pazienti e attente indagini d’archivio, tutti di prima mano e inediti. Ne risulta una fitta trama di dati, materiali, notizie, informazioni indispensabili in vista di un’auspicata storia di Rovigo.
Innanzitutto va segnalata la prefazione di Benzoni che, come tutti gli scritti di questo studioso, risulta originale e stimolante; da leggere con grande partecipazione è il suggestivo saggio di Favilla e Rugolo, percorso da intuizioni, accostamenti, parallelismi (Rovigo che richiama e rimanda a Venezia-Roma-Gerusalemme) di alto contenuto evocativo e simbolico.
Carla Boccato e Maria Teresa Pasqualini Canato operano uno scavo documentario sui rettori veneziani a Rovigo tra il 1621 e il 1682, dipinti nei quadri della “Rotonda”. L’attenta ricognizione permette di delineare i ritratti di 22 podestà e capitani a Rovigo, oltre che provveditori generali del Polesine, di 2 provveditori straordinari e di 2 provveditori alla sanità. Sono ritratti vivacemente mossi e articolati, coloristicamente variegati, ricchi di puntualizzazioni rigorose e fondate precisazioni.
Queste le nervature delle singole schede: a) descrizione e storiografia, frequentemente emendate e meglio circostanziate, dei quadri raffiguranti la Vergine e il rappresentante veneziano; b) notizie sulla famiglia del personaggio effigiato e sua biografia, spesso con correzioni di errori, fraintendimenti e refusi della storiografia precedente; c) disamina dell’attività svolta a Rovigo e in Polesine da parte del “biografato”; d) due appendici con le fonti, una costituita dal regesto delle lettere al Consiglio dei Dieci, l’altra da quello dei dispacci al doge e al senato; e) spesso segue la trascrizione integrale di qualche documento significativo.
Tanto per proporre qualche esempio delle numerose revisioni e riletture, si veda la scheda, redatta dalla Boccato nel tomo I, relativa a Bertucci Civran (pp. 227-280), podestà e capitano a Rovigo dal 1648 al 1650. Nel telero dipinto da Francesco Maffei nel 1649 viene indicato qual è il vero stemma del podestà (p. 231), che non è certo quello individuato nell’opera Rovigo. Le chiese (Vicenza 1988, p. 200), curata da Vittorio Sgarbi; inoltre gli studiosi precedenti avevano confuso questo podestà con un personaggio omonimo morto durante una tempesta in mare nel 1669. In realtà il nostro deve essere morto tra il 1652 e il 1653 (pp. 232-235).
Altro esempio. Nelle pagine del tomo II in cui la Pasqualini Canato tratteggia la figura di Giovanni Francesco Sagredo (pp. 297-331), podestà e capitano a Rovigo dal 1674 al 1676, viene esibita una nuova e convincente interpretazione delle immagini femminili allegoriche rappresentate nel telero che ritrae questo podestà. Esse stanno a significare la poesia che celebra le virtù del personaggio e la poesia che ha una funzione eternatrice (per dirla alla Foscolo). Ciò restituisce una maggiore e vigorosa plausibilità alla tradizionale attribuzione del quadro ad Antonio Burchiellari, negata da vari studiosi, il quale, oltre che pittore, era cultore di poesia e verseggiatore di occasionali sonetti encomiastici (pp. 300-301).
Ma, si badi, i due volumi non sono solo caratterizzati da una meritoria acribia e da una puntigliosa erudizione. Senza dubbio lingua e terminologia sono controllate, sorvegliate come impongono i canoni di uno studio scientifico, ma la lettura risulta piacevole per il registro stilistico sempre scorrevole e discorsivo adottato dalle autrici che, parlando dell’esercizio e dei compiti amministrativi dei podestà, ci offrono uno spaccato memorabile della vita, dei costumi, delle vicende di Rovigo e del Polesine nel Seicento. A questo punto si potrebbe aprire il sipario su uno scenario coloritissimo, per lo più drammatico, di cronaca “quotidiana”, di cronaca “nera”, di cronaca “gialla”, ecc.: donne onorate violentate nella loro casa; case e botteghe assalite da banditi e rapinatori; omicidi, uxoricidi, adulteri, delitti di varia natura, contrabbando; esosità ed evasioni fiscali; fatti di corruzione, malversazione, distrazione di fondi, ammanchi e irregolarità contabili; prigionieri, carceri, processi, torture; cardinali che si sottraggono alla cattura fuggendo a cavallo o che, aspettati a Rovigo in una data prefissata, arrivano il giorno dopo mandando all’aria il “rinfresco” faticosamente predisposto in loro onore; archibugiate, scaramucce, battaglie, guerre; “fangosi” interventi idraulici per contenere le piene e riattare gli argini travolti dalle rotte dei corsi d’acqua; alternanze atmosferiche e meteorologiche; carestie, epidemie, difficoltà e stenti della povera gente; soprusi dei più forti e violenti sui più deboli; problemi connessi alla produzione agricola; prezzi di merci e prodotti; endemica e permanente penuria di risorse finanziarie e ristrettezze di bilancio; ritardi nelle rimesse dei fondi dal potere centrale, ecc. Lasciamo alla curiosità e intelligenza del lettore di scoprire nella loro completezza e nel loro contesto, oltre che nella loro eloquente attualità, questi fenomeni.
Enrico Zerbinati
Mantovani Luigi Davide – Sani Valentino IL CIRCOLO E LA CITTÀ – IL CIRCOLO UNIONE DI FERRARA DALLA NASCITA ALL’UNITÀ D’ITALIA
Presentato al ridotto del teatro comunale di Ferrara, con relativa mostra presso l’Archivio di Stato di via Giovecca, il libro presenta un’interessante storia che ripropone fatti e personaggi dal periodo napoleonico in avanti. Un ente che ricalca a meraviglia nei suoi componenti gli ultimi fasti dell’ex capitale estense, mettendo in evidenza anche la partecipazione femminile, notevole ed anticipatrice dei tempi per l’epoca di cui parliamo.
Le iniziative rientravano nella VII Settimana della Cultura, concretizzatasi grazie all’archivio di Stato, del circolo Unione di Ferrara, del teatro Comunale e patrocinata dal Comune e dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Ferrara.
Trovano spazio all’interno del Circolo anche rappresentanti altopolesani, personaggi che "vivranno" in pieno l’epopea risorgimentale quali i melaresi Gioconda, Ippolito e Temistocle Leati, Felice Foresti di Crespino ed altri ancora.
Raffaele Ridolfi
Enrico Maragno – Graziano Zanin VILLADOSE ROMANA
E’ un volume eminentemente fotografico quello ideato dall’associazione culturale Athesis, che, in occasione del decimo anniversario della manifestazione denominata “Il Mercato della Centuriazione Romana”, ha inteso realizzare una pubblicazione di prestigio, per la quale hanno accordato il loro patrocinio il Comune di Villadose, la Provincia di Rovigo, il Gruppo Archeologico di Villadose e la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto. Un volume di oltre 200 pagine che, tra migliaia e migliaia di fotografie scattate nei dieci anni di rievocazione della vita romana nel territorio di Villadose, ripropone le immagini più significative.
La rassegna fotografica è preceduta da un’agile introduzione nella quale gli autori si soffermano a fornire informazioni basilari sul territorio di Villadose che, in età romana, fu oggetto di una grande opera di bonifica con la creazione di un ampio reticolato di appezzamenti chiamati “centurie”.
Occultata dalle copiose alluvioni dell’Adige e del Po verificatesi nel periodo medioevale, la centuriazione di Villadose fu scoperta nel 1966, dando avvio ad un successivo intervento di ricerca attuato dal G.A.V. (Gruppo Archeologico di Villadose), sfociato poi nella rappresentazione del mercato della centuriazione. Manifestazione questa che in un decennio si è fortemente consolidata, richiamando a Villadose migliaia di visitatori e contribuendo in modo determinante a far crescere, in tutti gli strati sociali del paese, la consapevolezza delle importanti radici storiche.
La realizzazione del volume fotografico, oltre a rendere omaggio alla decennale iniziativa, intende dunque rappresentare un ulteriore tassello a favore della conoscenza del passato ed incentivare l’opera di valorizzazione del territorio che, grazie alla riuscita manifestazione, ogni anno richiama a Villadose gruppi di figuranti romani da varie parti d’Europa e frotte di ammirati visitatori.
IL CATASTO CARAFA (DVD)
Consorzio di Bonifica Primo circondario Polesine di Ferrara- Consorzio di Bonifica Secondo circondario Polesine di san Giorgio Fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara e Gallo Pomi Group, Padova 2005
Un importante mezzo di ricerca è giunto a compimento in quest’ultimi tempi per gli studiosi polesani. È stato presentato e distribuito a Ferrara il Dvd riguardante "Il catasto Carafa", compilato nel 1779 ed oggi editato dai due consorzi di bonifica del Primo circondario Polesine di Ferrara e del Secondo circondario Polesine di san Giorgio e dalla Fondazione Carife del capoluogo estense. Si è voluto festeggiare così in modo significativo i quattro secoli dalla fondazione del consorzio, dopo che già nel 2001 si era edito l’altro cd rom "Riscoprire la terra".
Centinaia di studiosi si sono rivolti a questi due consorzi privati per potere accedere ad informazioni per ricerche, studi e tesi. Oggi finalmente questo lavoro sarà avvantaggiato dalla possibilità di vedere in digitale le mappe di tutti i 92 registri di questi due consorzi, salvaguardando i documenti originali dal pericolo di deterioramento, date le grandi dimensioni dei fogli mappali. Si sono succeduti nella presentazione presso il palazzo Magrini di corso Giovecca i presidenti della Carife e dei consorzi, Sergio Lenzi, Dino Resca e Rodolfo Milanesi con successivi interventi degli storici Rosaria Campioni, Patrizia Luciani, Franco Cazzola e Luca Favero, della Gallo Pomi Servizi il quale riproducendo con pazienza il famoso catasto ha fornito anche i numeri dell’enorme lavoro: 2.263 tavole di 500-600 kbytes cadauna in formato Jpg per un totale di 800 Gigabytes. Duemila le copie distribuite gratuitamente nell’occasione.
Perché è importante il "Carafa"? Anticipando i catasti moderni preunitari dettaglia le ville, le guardie, le podesterie del tempo, mettendo in risalto per ogni territorio particolari interessanti, quali le caratteristiche produttive dei terreni e delle colture ivi praticate. E’ pertanto oggi possibile studiare il tracciato delle vie di comunicazione, sia d’acqua che di terra, rendendo possibile la comparazione delle opere idrauliche presenti nel Settecento con quelle odierne. Inoltre, importante per ogni "villa", troviamo l’elenco degli intestatari che spesso coincidono con i possessori.
Questo l’elenco delle "Ville" un tempo ferraresi ed oggi polesane, contenute nel supporto informatico: Melara, Bergantino, Castelnovo, Massa, Ceneselli, Calto, Gaiba, Salara, Stienta, Ficarolo, Occhiobello, Canaro, Raccano. Per informazioni: info@1bonife.it, segreteria@bonifica2.fe.it.
Raffaele Ridolfi
Tiziano Merlin LINA MERLIN
Lina Merlin, icona del socialismo dagli anni bui del fascismo alla morte avvenuta a Padova nell’agosto del 1979, ebbe la poco fortunata ventura di passare alla storia quasi esclusivamente per la sua battaglia a favore della soppressione delle “case di tolleranza”. Poco si conosce della sua vita, difficile ed irta di ostacoli, da lei vissuta all’insegna di un assiduo impegno volto riscatto delle masse popolari.
A porre rimedio all’incredibile carenza di studi e pubblicazioni relativi a Lina Merlin, donna mai doma, dapprima perseguitata dal fascismo e poi impegnata in prima persona nella redazione della Costituzione italiana e in centinaia di grandi o piccole iniziative a favore delle classi sociali più umili, pone riparo il libro scritto da Tiziano Merlin (omonimo ma non parente della senatrice), che, oltre che interessarsi degli aspetti pubblici del personaggio, indaga anche nei segreti del suo animo, come indica chiaramente il sottotitolo: “Vita privata ed impegno politico”. E nell’ambito privato emerge il suo forte legame con l’onorevole Dante Gallani; una scelta che ebbe tutte le caratteristiche della dedizione, sfociata in un tardivo matrimonio negli ultimi anni di vita del parlamentare di origini polesane, spentosi nel 1936.
Il volume prende le mosse dagli antecedenti, ovvero dal clima politico e culturale maturato nelle famiglie dei genitori della Merlin, i cui antenati da parte materna risalivano ai Poli, carbonari di Fratta, mentre da parte paterna viene evidenziato il clima laicista e progressista che si respirava a fine Ottocento a Pozzonovo, paese del padre Fruttuoso. Poi la maturazione politica di Lina nell’ambiente di Padova, dapprima segnato dai contrasti interni al partito socialista e successivamente dalla dura repressione fascista, sfociata per Lina in alcuni anni di confino in Sardegna.
Ma nemmeno dopo la liberazione fu facile la vita per Lina Merlin, che fu più volte oggetto di iniziative nate anche all’interno del suo stesso partito allo scopo ridimensionarne il peso politico e mettere in ombra la portata delle sue azioni cristalline, prive di secondi fini. In coerenza con l’alta idealità a cui improntò la sua vita, la parlamentare negli ultimi anni restituì la tessera di un partito nel quale più non si riconosceva, ritirandosi prima a Milano poi in una stanzetta di un pensionato padovano per anziani ove si concluse la sua esistenza.
Lino Segantin









