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Archivi: Articoli d’archivio

  • Libri in redazione

    Libri in redazione

    Adriano e Goffredo Romagnolo IL POLESANO, DIZIONARIO DEI MODI DI DIRE DEL POLESINE DI ROVIGO

    Rovigo, 2005

    Vivo interesse per il nuovo Dizionario del Dialetto Polesano, approdato alle stampe dopo un lungo lavoro portato a compimento dagli autori Adriano e Goffredo Romagnolo. Si tratta di un volume di circa 900 pagine, fitto di osservazioni, di curiosità linguistiche, di etimologie, di frasi idiomatiche, proverbi, modi di dire e modi di fare (come si legge nel sottotitolo) della gente del Polesine, quella che viveva in questa ‘Mesopotamia’ tra Adige e Po, oltre cinquanta anni fa.

    Nell’organizzazione del lavoro gli autori hanno inteso offrire al lettore una raccolta di voci, di frasi, di espressioni di proverbi e di lemmi il più ampio possibile. Un lavoro davvero certosino, se si pensa che per ognuno dei lemmi non ci si è limitati alla pura e semplice trasposizione linguistica (dialetto – italiano), bensì si è proceduto ad una attenta ricerca di tutto quanto può essere collegato con la tradizione, evidenziando le varie forme espressive.

    “A volte si incontrano voci intraducibili – osserva Adriano Romagnolo, uno degli autori – oppure voci delle quali la traduzione svilirebbe la pregnanza semantica. Facciamo il caso di sparonzon, di paciarare, di freschin, di incrucare, di papolo…; al contrario ci sono voci che coinvolgono una molteplicità di sinonimi; a volte addirittura voci che neppure nel dialetto hanno un proprio significato, come induto, e nado, che, per averne uno, devono necessariamente esser accoppiati ad altra parola. Poi ci sono gli arcaismi che non hanno più nessuna aderenza con la realtà odierna, come boroeri, colte, gravezze e poi svaravaite. E cosa sono mai la cazànpola e la dirindina?”

    Vecchie parole che parlano di modi di vita irrimediabilmente lontani, di una cultura delle cose ormai quasi del tutto dimenticata. Cose destinate ad essere fatalmente cancellate e perdute, per le quali il “Polesano” si configura dunque come l’ultima ancora di salvezza.

    Le fonti principali di questo vocabolario sono prevalentemente orali, mentre per le espressioni scritte, gli autori si rifanno ai testi letterari classici, della tradizione veneta in generale, ed in particolare a quegli autori polesani (come Gino Piva, Livio Rizzi, Eugenio Ferdinando Palmieri) che, per la loro genuina vena artistica popolare, sono diventati punti di riferimento imprescindibili.

    “Il Polesano” si configura dunque come un ampio lavoro, del quale Adriano Romagnolo sottolinea la fatica, talvolta improba, nell’affrontare la catalogazione e la classificazione del materiale, specialmente delle varianti. Tutto ciò ha portato gli autori alla scelta (resasi necessaria) di circoscrivere l’area linguistica a quella che un tempo era indicata come il Polesine di Rovigo.

    L. S.

    Testoni Ildo STORIE DI UNA VOLTA. MELARA NEL CUORE DI UN COLTIVATORE DIRETTO

    Amministrazione Comunale e Pro Loco di Melara, Bergantino, 2005

    Continua l’appuntamento di Testoni con la scrittura e con i formati agevoli dei suoi saggi. Come accaduto per i due precedenti anche l’ultimo testo è edito dall’Amministrazione comunale e dalla Pro Loco e proposto all’acquisto, finalizzando gli introiti alla beneficenza.

    Lo spaccato del paese è esaminato in quattro racconti attraverso i fatti accaduti nel passato, quali quelli relativi alle Valli Grandi Veronesi ambientati in pieno Ottocento. Un altro tema affrontato è stato quello dei “Capànt”, cerimonieri delle funzioni pubbliche religiose oggi scomparsi, così come esisteva (e nel tempo si è molto attenuata) la diffidenza degli abitanti del centro verso quelli della frazione (oggi nucleo abitato) del paese, apostrofati quali “Blùk”, tema del terzo intervento. Infine conclude l’agile libretto un fatto recente che dimostra come l’onestà delle persone, valore di antica memoria, sia ancora vivo e percettibile.

    Raffaele Ridolfi

    A.A.V.V. Il mortorio nel convento di sant’Antonio in Polesine di Ferrara – Storia e restauro

    Comune Ferrara, Fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara, Musei Civici editori, Ferrara, 2004

    Angelo Andreotti, Micaela Torboli ed Andrea Fedeli analizzano il restauro effettuato (iniziando dal 1987) del complesso di otto statue fittili policrome, presenti a Ferrara in S. Antonio in Polesine, che da molto tempo mancavano alla visione al pubblico. Notizie fornite dalle cronache del passato ne riportano la presenza già dal 1456 nella cattedrale estense, ma vere e proprie ricerche sono ancora in itinere.

    La certezza è però che il complesso fosse stato successivamente smembrato e collocato al monastero di sant’Antonio in Polesine. Incertezze permangono sulla mano dello scultore: Alfonso Lombardi (1487-1537) oppure Lodovico de Castellari (attivo nel 1458)? Il Fedeli curatore del restauro assicura che le otto statue in terracotta sono opera di due differenti artisti. Un plauso al ripristino per la gioia degli occhi.

    Raffaele Ridolfi

    Aldo Tumiatti IL TAGLIO DI PORTO VIRO

    Ed. Grafiche Diemme, Taglio di Po, 2005

    Il quarto centenario del taglio di Porto Viro ha visto un gran fervore di preparativi, ma non ha trovato poi un gran riscontro in nuove ricerche e pubblicazioni. A colmare più di una lacuna degli studi e a corroborare con una messe di documenti spesso inediti la storia di quell’evento, è giunto un denso volume di Aldo Tumiatti, pubblicato dalle Arti Grafiche Diemme. Tumiatti è uno studioso impegnato da diversi anni ormai in un attento scandaglio storico del basso Polesine e in particolare del territorio di Ariano, rivolgendo il suo interesse specialmente alle cause e ai motivi che determinano un certo andamento dei fatti e i termini di una certa situazione.

    E allora il racconto del taglio di Porto Viro non si limita ai quattro anni necessari per realizzare quella diversione del fiume, che salvava la laguna veneta da un sicuro interramento e che, di fatto, costituiva un nuovo Po e un nuovo delta, ma va indietro nel tempo per analizzare le discussioni e i progetti che si susseguirono prima dell’avvio dei lavori. E di quei progetti non vengono presi in esame soltanto quelli di parte veneziana, ma, come non era stato fatto prima, anche quelli degli ingegneri e dei tecnici pontifici.

    Insomma, il taglio di Porto Viro viene visto contemporaneamente da una parte e dall’altra del fiume. Come se non bastasse, nell’alternanza di bolle papali e di editti della repubblica di San Marco, di continue infrazioni alle regole e ai patti, boicottaggi, battaglie diplomatiche, minacce e accordi precari, il racconto prosegue anche dopo la realizzazione del taglio, passando attraverso mutamenti storici e sociali, inoltrandosi anche nella guerra di Castro, per arrestarsi al 1676, a quel progetto di Ippolito Nigrisoli che avrebbe dovuto risolvere molti guai arrecati con taglio veneziano all’altra parte. Ma quel progetto non ebbe seguito alcuno.

    Vale, allora, quell’imponente opera idraulica che con il cannocchiale rovesciato di oggi finisce per assumere una sorta di valore assoluto, tirandosi dietro verità e ipotesi, dalle sollecitazioni al sentato veneto, compresa quella di Luigi Groto, ai progetti per la soluzione del problema del presunto interramento progressivo della laguna. Ecco il progetto di Marino Silvestri, proprietario di numerose campagne nella zona di Loreo, che finì per essere risolutivo.

    Il taglio di Porto Viro, portato "felicemente" a termine il 16 settembre 1604 (in realtà interventi di varia entità si resero necessari ancora per un secolo e più), era di fatto un canale lungo circa sette chilometri: metà scorreva verso levante e l’altra, innestandosi nel canale Gottolo, piegava a sud-est fino a sboccare nella Sacca di Goro. Si era tratto di un intervento di alto livello tecnico che, oltre ad evitare l’interramento della laguna, avrebbe successivamente impulso all’opera dei consorzi di bonifica.

    Sergio Garbato

    Carla Boccato – Maria Teresa Pasqualini Canato IL POTERE NEL SACRO. I RETTORI VENEZIANI NELLA ROTONDA DI ROVIGO (1621-1682), tomo I – 1621/1657, prefazione di Gino Benzoni; tomo II – 1658/1682, saggio introduttivo di Massimo Favilla e Ruggero Rugolo

    Associazione Culturale Minelliana, Rovigo, rispettivamente 2001, 2004

    I due tomi costituiscono un lavoro fondamentale e di indiscutibile rilevanza, perché ricchissimi di elementi desunti da pazienti e attente indagini d’archivio, tutti di prima mano e inediti. Ne risulta una fitta trama di dati, materiali, notizie, informazioni indispensabili in vista di un’auspicata storia di Rovigo.

    Innanzitutto va segnalata la prefazione di Benzoni che, come tutti gli scritti di questo studioso, risulta originale e stimolante; da leggere con grande partecipazione è il suggestivo saggio di Favilla e Rugolo, percorso da intuizioni, accostamenti, parallelismi (Rovigo che richiama e rimanda a Venezia-Roma-Gerusalemme) di alto contenuto evocativo e simbolico.

    Carla Boccato e Maria Teresa Pasqualini Canato operano uno scavo documentario sui rettori veneziani a Rovigo tra il 1621 e il 1682, dipinti nei quadri della “Rotonda”. L’attenta ricognizione permette di delineare i ritratti di 22 podestà e capitani a Rovigo, oltre che provveditori generali del Polesine, di 2 provveditori straordinari e di 2 provveditori alla sanità. Sono ritratti vivacemente mossi e articolati, coloristicamente variegati, ricchi di puntualizzazioni rigorose e fondate precisazioni.

    Queste le nervature delle singole schede: a) descrizione e storiografia, frequentemente emendate e meglio circostanziate, dei quadri raffiguranti la Vergine e il rappresentante veneziano; b) notizie sulla famiglia del personaggio effigiato e sua biografia, spesso con correzioni di errori, fraintendimenti e refusi della storiografia precedente; c) disamina dell’attività svolta a Rovigo e in Polesine da parte del “biografato”; d) due appendici con le fonti, una costituita dal regesto delle lettere al Consiglio dei Dieci, l’altra da quello dei dispacci al doge e al senato; e) spesso segue la trascrizione integrale di qualche documento significativo.

    Tanto per proporre qualche esempio delle numerose revisioni e riletture, si veda la scheda, redatta dalla Boccato nel tomo I, relativa a Bertucci Civran (pp. 227-280), podestà e capitano a Rovigo dal 1648 al 1650. Nel telero dipinto da Francesco Maffei nel 1649 viene indicato qual è il vero stemma del podestà (p. 231), che non è certo quello individuato nell’opera Rovigo. Le chiese (Vicenza 1988, p. 200), curata da Vittorio Sgarbi; inoltre gli studiosi precedenti avevano confuso questo podestà con un personaggio omonimo morto durante una tempesta in mare nel 1669. In realtà il nostro deve essere morto tra il 1652 e il 1653 (pp. 232-235).

    Altro esempio. Nelle pagine del tomo II in cui la Pasqualini Canato tratteggia la figura di Giovanni Francesco Sagredo (pp. 297-331), podestà e capitano a Rovigo dal 1674 al 1676, viene esibita una nuova e convincente interpretazione delle immagini femminili allegoriche rappresentate nel telero che ritrae questo podestà. Esse stanno a significare la poesia che celebra le virtù del personaggio e la poesia che ha una funzione eternatrice (per dirla alla Foscolo). Ciò restituisce una maggiore e vigorosa plausibilità alla tradizionale attribuzione del quadro ad Antonio Burchiellari, negata da vari studiosi, il quale, oltre che pittore, era cultore di poesia e verseggiatore di occasionali sonetti encomiastici (pp. 300-301).

    Ma, si badi, i due volumi non sono solo caratterizzati da una meritoria acribia e da una puntigliosa erudizione. Senza dubbio lingua e terminologia sono controllate, sorvegliate come impongono i canoni di uno studio scientifico, ma la lettura risulta piacevole per il registro stilistico sempre scorrevole e discorsivo adottato dalle autrici che, parlando dell’esercizio e dei compiti amministrativi dei podestà, ci offrono uno spaccato memorabile della vita, dei costumi, delle vicende di Rovigo e del Polesine nel Seicento. A questo punto si potrebbe aprire il sipario su uno scenario coloritissimo, per lo più drammatico, di cronaca “quotidiana”, di cronaca “nera”, di cronaca “gialla”, ecc.: donne onorate violentate nella loro casa; case e botteghe assalite da banditi e rapinatori; omicidi, uxoricidi, adulteri, delitti di varia natura, contrabbando; esosità ed evasioni fiscali; fatti di corruzione, malversazione, distrazione di fondi, ammanchi e irregolarità contabili; prigionieri, carceri, processi, torture; cardinali che si sottraggono alla cattura fuggendo a cavallo o che, aspettati a Rovigo in una data prefissata, arrivano il giorno dopo mandando all’aria il “rinfresco” faticosamente predisposto in loro onore; archibugiate, scaramucce, battaglie, guerre; “fangosi” interventi idraulici per contenere le piene e riattare gli argini travolti dalle rotte dei corsi d’acqua; alternanze atmosferiche e meteorologiche; carestie, epidemie, difficoltà e stenti della povera gente; soprusi dei più forti e violenti sui più deboli; problemi connessi alla produzione agricola; prezzi di merci e prodotti; endemica e permanente penuria di risorse finanziarie e ristrettezze di bilancio; ritardi nelle rimesse dei fondi dal potere centrale, ecc. Lasciamo alla curiosità e intelligenza del lettore di scoprire nella loro completezza e nel loro contesto, oltre che nella loro eloquente attualità, questi fenomeni.

    Enrico Zerbinati

    Mantovani Luigi Davide – Sani Valentino IL CIRCOLO E LA CITTÀ – IL CIRCOLO UNIONE DI FERRARA DALLA NASCITA ALL’UNITÀ D’ITALIA

    Fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara, Este edition Ferrara 2005

    Presentato al ridotto del teatro comunale di Ferrara, con relativa mostra presso l’Archivio di Stato di via Giovecca, il libro presenta un’interessante storia che ripropone fatti e personaggi dal periodo napoleonico in avanti. Un ente che ricalca a meraviglia nei suoi componenti gli ultimi fasti dell’ex capitale estense, mettendo in evidenza anche la partecipazione femminile, notevole ed anticipatrice dei tempi per l’epoca di cui parliamo.

    Le iniziative rientravano nella VII Settimana della Cultura, concretizzatasi grazie all’archivio di Stato, del circolo Unione di Ferrara, del teatro Comunale e patrocinata dal Comune e dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Ferrara.

    Trovano spazio all’interno del Circolo anche rappresentanti altopolesani, personaggi che "vivranno" in pieno l’epopea risorgimentale quali i melaresi Gioconda, Ippolito e Temistocle Leati, Felice Foresti di Crespino ed altri ancora.

    Raffaele Ridolfi

    Enrico Maragno – Graziano Zanin VILLADOSE ROMANA

    www.ags-edizioni.it, agosto 2005, Stanghella PD

    E’ un volume eminentemente fotografico quello ideato dall’associazione culturale Athesis, che, in occasione del decimo anniversario della manifestazione denominata “Il Mercato della Centuriazione Romana”, ha inteso realizzare una pubblicazione di prestigio, per la quale hanno accordato il loro patrocinio il Comune di Villadose, la Provincia di Rovigo, il Gruppo Archeologico di Villadose e la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto. Un volume di oltre 200 pagine che, tra migliaia e migliaia di fotografie scattate nei dieci anni di rievocazione della vita romana nel territorio di Villadose, ripropone le immagini più significative.

    La rassegna fotografica è preceduta da un’agile introduzione nella quale gli autori si soffermano a fornire informazioni basilari sul territorio di Villadose che, in età romana, fu oggetto di una grande opera di bonifica con la creazione di un ampio reticolato di appezzamenti chiamati “centurie”.

    Occultata dalle copiose alluvioni dell’Adige e del Po verificatesi nel periodo medioevale, la centuriazione di Villadose fu scoperta nel 1966, dando avvio ad un successivo intervento di ricerca attuato dal G.A.V. (Gruppo Archeologico di Villadose), sfociato poi nella rappresentazione del mercato della centuriazione. Manifestazione questa che in un decennio si è fortemente consolidata, richiamando a Villadose migliaia di visitatori e contribuendo in modo determinante a far crescere, in tutti gli strati sociali del paese, la consapevolezza delle importanti radici storiche.

    La realizzazione del volume fotografico, oltre a rendere omaggio alla decennale iniziativa, intende dunque rappresentare un ulteriore tassello a favore della conoscenza del passato ed incentivare l’opera di valorizzazione del territorio che, grazie alla riuscita manifestazione, ogni anno richiama a Villadose gruppi di figuranti romani da varie parti d’Europa e frotte di ammirati visitatori.

    IL CATASTO CARAFA (DVD)

    Consorzio di Bonifica Primo circondario Polesine di Ferrara- Consorzio di Bonifica Secondo circondario Polesine di san Giorgio Fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara e Gallo Pomi Group, Padova 2005

    Un importante mezzo di ricerca è giunto a compimento in quest’ultimi tempi per gli studiosi polesani. È stato presentato e distribuito a Ferrara il Dvd riguardante "Il catasto Carafa", compilato nel 1779 ed oggi editato dai due consorzi di bonifica del Primo circondario Polesine di Ferrara e del Secondo circondario Polesine di san Giorgio e dalla Fondazione Carife del capoluogo estense. Si è voluto festeggiare così in modo significativo i quattro secoli dalla fondazione del consorzio, dopo che già nel 2001 si era edito l’altro cd rom "Riscoprire la terra".

    Centinaia di studiosi si sono rivolti a questi due consorzi privati per potere accedere ad informazioni per ricerche, studi e tesi. Oggi finalmente questo lavoro sarà avvantaggiato dalla possibilità di vedere in digitale le mappe di tutti i 92 registri di questi due consorzi, salvaguardando i documenti originali dal pericolo di deterioramento, date le grandi dimensioni dei fogli mappali. Si sono succeduti nella presentazione presso il palazzo Magrini di corso Giovecca i presidenti della Carife e dei consorzi, Sergio Lenzi, Dino Resca e Rodolfo Milanesi con successivi interventi degli storici Rosaria Campioni, Patrizia Luciani, Franco Cazzola e Luca Favero, della Gallo Pomi Servizi il quale riproducendo con pazienza il famoso catasto ha fornito anche i numeri dell’enorme lavoro: 2.263 tavole di 500-600 kbytes cadauna in formato Jpg per un totale di 800 Gigabytes. Duemila le copie distribuite gratuitamente nell’occasione.

    Perché è importante il "Carafa"? Anticipando i catasti moderni preunitari dettaglia le ville, le guardie, le podesterie del tempo, mettendo in risalto per ogni territorio particolari interessanti, quali le caratteristiche produttive dei terreni e delle colture ivi praticate. E’ pertanto oggi possibile studiare il tracciato delle vie di comunicazione, sia d’acqua che di terra, rendendo possibile la comparazione delle opere idrauliche presenti nel Settecento con quelle odierne. Inoltre, importante per ogni "villa", troviamo l’elenco degli intestatari che spesso coincidono con i possessori.

    Questo l’elenco delle "Ville" un tempo ferraresi ed oggi polesane, contenute nel supporto informatico: Melara, Bergantino, Castelnovo, Massa, Ceneselli, Calto, Gaiba, Salara, Stienta, Ficarolo, Occhiobello, Canaro, Raccano. Per informazioni: info@1bonife.it, segreteria@bonifica2.fe.it.

    Raffaele Ridolfi

    Tiziano Merlin LINA MERLIN

    Gabinetto di Lettura Este, 2004

    Lina Merlin, icona del socialismo dagli anni bui del fascismo alla morte avvenuta a Padova nell’agosto del 1979, ebbe la poco fortunata ventura di passare alla storia quasi esclusivamente per la sua battaglia a favore della soppressione delle “case di tolleranza”. Poco si conosce della sua vita, difficile ed irta di ostacoli, da lei vissuta all’insegna di un assiduo impegno volto riscatto delle masse popolari.

    A porre rimedio all’incredibile carenza di studi e pubblicazioni relativi a Lina Merlin, donna mai doma, dapprima perseguitata dal fascismo e poi impegnata in prima persona nella redazione della Costituzione italiana e in centinaia di grandi o piccole iniziative a favore delle classi sociali più umili, pone riparo il libro scritto da Tiziano Merlin (omonimo ma non parente della senatrice), che, oltre che interessarsi degli aspetti pubblici del personaggio, indaga anche nei segreti del suo animo, come indica chiaramente il sottotitolo: “Vita privata ed impegno politico”. E nell’ambito privato emerge il suo forte legame con l’onorevole Dante Gallani; una scelta che ebbe tutte le caratteristiche della dedizione, sfociata in un tardivo matrimonio negli ultimi anni di vita del parlamentare di origini polesane, spentosi nel 1936.

    Il volume prende le mosse dagli antecedenti, ovvero dal clima politico e culturale maturato nelle famiglie dei genitori della Merlin, i cui antenati da parte materna risalivano ai Poli, carbonari di Fratta, mentre da parte paterna viene evidenziato il clima laicista e progressista che si respirava a fine Ottocento a Pozzonovo, paese del padre Fruttuoso. Poi la maturazione politica di Lina nell’ambiente di Padova, dapprima segnato dai contrasti interni al partito socialista e successivamente dalla dura repressione fascista, sfociata per Lina in alcuni anni di confino in Sardegna.

    Ma nemmeno dopo la liberazione fu facile la vita per Lina Merlin, che fu più volte oggetto di iniziative nate anche all’interno del suo stesso partito allo scopo ridimensionarne il peso politico e mettere in ombra la portata delle sue azioni cristalline, prive di secondi fini. In coerenza con l’alta idealità a cui improntò la sua vita, la parlamentare negli ultimi anni restituì la tessera di un partito nel quale più non si riconosceva, ritirandosi prima a Milano poi in una stanzetta di un pensionato padovano per anziani ove si concluse la sua esistenza.

    Lino Segantin

  • La scimitarra bianca

    La scimitarra bianca

    N. 10 Ricordi amore? Canto di pettirosso fra i ginepri e un cuculo lontano fra i pioppi. Tu ridevi. E io non capivo.

    Ricordi amore? Piccole nubi, grandi tramonti, e rondini che danzavano in cielo. Tu ridevi. E io non capivo.

    Ricordi amore? Un piccolo cuore di cemento sopra la fiamma di una candela. Tu piangevi. E io non capivo

    N. 4 Fanciulla di nebbia pallida fanciulla dagli occhi fissi fanciulla dagli occhi viola fanciulla di nebbia pallida.

    Si scioglie nella nebbia il tuo sorriso effimero fanciulla dagli occhi grandi fanciulla dagli occhi tristi fanciulla di nebbia pallida.

    La nebbia è senza voce la nebbia è senza luce. Fanciulla senza riso fanciulla senza vita fanciulla di nebbia pallida.

    N. 9 Verrà un giorno la scimitarra bianca. Gli alberi allora, cadranno gemendo e temerà il fiore dentro di noi d’esser reciso. Solo la luna guardando odorerà di giglio e si fermera fra i giunchi il flume. Non verranno nuvole baci piume bimbi petali o canto di fronte alla scimitarra bianca. Solo il forte la vincerà ridendo.

    N. 18 Poi verranno le nebbie amore ed io non ci sarò. Poi i soli, mille soli. Ma farà freddo per me come quando andasti via chiedendomi scusa senza sapere, allora, che io morivo un poco.

    N. 19 Porta, dei mille desideri, chiusa agli sguardi ardenti di mia fanciullezza lontana, ove l’erba e l’edera tessono feconde la loro storia con la tela del ragno.

    Custode inviolata di storie crudeli singhiozzi repressi amori sofferti e lacrime celate, Ora ti guardo e temo, temo, all’aprirti, di vedere, con altre storie, la storia e l’epilogo della mia vita

    N. 3 Ascolta, ascolta amore come la pioggia cade. Ascolta, ascolta amore il canto delle allodole. Chi andrà la notte a coglier nei campi fasci d’erbe e rugiade? Chi andrà, chi andrà la notte? Non piangere, non piangere amore. Nessuno ruberà dal tuo viso rugiade.

    N. 7 Mortali cose, mortali amori vani e sofferti, crudeltà, come ferite aperte da fuoco indomito. Sale rovente sull’anima escoriata. Poi l’acqua fresca che invade e lenisce e si spengono gli urli dell’anima. Mi guardo ora e mi vedo, come da tempo non vedevo, il mio volto, graffiato da giorni che parevano eterni, percosso da notti che attendevano l’alba. Vani fatti del mondo. Ardono i fuochi e suonano campane lontane, lontane.

    N. 15 Scende su di me struggente il cantico della sera, seco portando gli echi antichi di parole d’amore sospirate all’orecchio di chi ora altri sospiri ascolta.

    E scende, come un velo, l’amarezza di ricordi che l’anima non cancella cullandoli nel suo fango amaro.

    Campane lontane raccontano di cose perdute e scende la nebbia sottile ad annegare il cuore.

  • La canzone che vibra

    La canzone che vibra

    UN FUTURO TREMENDO ?

    Un ruscello discese dal monte, salutando le cime d’intorno, iniziava, con grande emozione, quel suo viaggio, ch’è senza ritorno.

    Giunto a valle capì, con dolore, di trovarsi in un mondo diverso; vide torri, ansimanti di fumo, che offuscavano il cielo più terso.

    Le sue acque, fluenti e pulite, furon presto sporcate da schiume e qualcuno, con vile sarcasmo, da quel dì, lo chiamò grande fiume.

    “Mare immenso, ti porto veleni, non ho più la mia acqua di fonte, m’han rubato quel grande tesoro che avevo lasciando quel monte.”

    Ed il mare rispose intristito: “Anche a me fanno spesso del male, petroliere dal fragile ventre, fanno amaro persino il mio sale.

    Ma non sanno, gli stolti assassini, quanto danno si stanno facendo, noi moriamo cosi… lentamente, ma ci aspetta un futuro tremendo.”

    ADRIA

    Il canale s’insinua elegante, fra le case, vestite di fiori e i lampioni che accende la sera, sono lune per teneri amori.

    Lungo il corso, lucenti vetrine fan l’occhietto al passeggio serale, fra un discorso ed un bicchierino, si è sul ponte che solca il canale.

    Lì la vista è davvero stupenda, lì ti accorgi di quanto sia bella, lì si fermano cuori rapiti ad eleggere, in cielo, una stella.

    Son lontani quei giorni del tempo, quando Adria fu porto famoso, quando il faro accendeva le onde di quel mare tranquillo e pescoso.

    A quel mare ha lasciato il suo nome e un messaggio da dare alla gente: “Il passante che ad Adria si ferma, troverà sempre un posto accogliente”.

    LA FISARMONICA

    La canzone che vibra nell’aria, vuole entrare fra mura difese, quelle note non hanno spartito, ma soltanto due mani protese.

    Forse è stato un artista mancato, uno che non ha avuto fortuna, uno che rimaneva, per ore, a guardare un chiarore di luna.

    Da quei tasti, ingialliti dal tempo, ogni tanto una nota stonata; colpa lieve in un mondo che compie, ogni giorno una strage insensata.

    Mentre suona, qualcuno gli porge qualche soldo nel piatto d’argento; s’è un bambino, ci tiene a mostrargli, che quel gesto l’ha fatto contento.

    Non c’è molto, nel piccolo piatto, ma qualcosa è meglio di niente, oggigiorno è dura la lotta, per far breccia nel cuor della gente.

    Sta calando pian piano la sera dà un occhiata ai pochi denari; anche oggi un giorno è passato, non è stato di quelli più amari.

    RIMORSI

    Salutavi, alzando la mano, il sorriso sfidava la morte, ti muovevi fra bombe e macerie, ignoravi chi era il più forte.

    T’han mostrato per televisione, mi facevi una gran tenerezza; l’obiettivo rubava al tuo cuore, l’infantile ed intatta dolcezza.

    Quel sorriso innocente del volto, quello sguardo più forte del male, ci gridavano, pur nel silenzio, che ammazzare la gente non vale.

    Eri lì, indifeso, stordito, ma valevi più d’ogni discorso, mentre stavo a guardarti, sentivo, dentro al cuore, un cocente rimorso.

    Dai, bambino, fa ancora il saluto, mentre dietro ti scoppia la guerra, perché è questo, e non il cannone, che può dare un futuro alla terra!

    CASE ABBANDONATE

    Ci son case, lungo il fiume, già da tempo abbandonate, hanno i tetti malandati e le crepe ben marcate.

    Io mi sono avvicinato, a una casa abbandonata, m’ha colpito quella porta, consumata e ben sbarrata.

    Mi pareva di sentire dei respiri e dei lamenti e dei passi di stivali, sopra i vecchi pavimenti.

    Mi pareva di sentire il vagito d’un bambino, i sospiri dell’amore le grida al dio destino.

    Tante gioie ed emozioni, tante pene sopportate, chi ha sbarrato quelle porte, le voleva imprigionate.

    Ora so che in quelle case, sta rinchiusa la lor la vita, è passato tanto tempo, ma ancor non è fuggita.

    SOLITUDINE

    C’è disordine dentro la stanza, sulla foto, un lume mai spento, il sorriso che aveva quel giorno, ancor oggi gli calma il tormento.

    Ha raccolto dei fiori di campo e li ha messi nel vaso dorato; lei diceva che, averli per casa, la facevan sentire su un prato.

    Ne ha posato qualcuno alla tomba e le ha detto ch’è grande il dolore, che l’inverno è più duro e più freddo, che gli manca il suo dolce tepore.

    Dal balcone, che dà sulla strada, spesso osserva quel mondo lontano, vede gente rinchiusa in se stessa, che a fatica si porge la mano.

    I figlioli li vede di rado, quasi sempre a Pasqua e Natale, ma gli han detto che questa è la vita, che si tratta di un fatto normale.

    Un inutile giorno è passato, ha percorso i consueti sentieri, ma è adesso che cala la sera, che si affollano i tristi pensieri.

    Le persiane che scendono lente, sono come un sipario calato; nella scena di quella sua vita, il finale si è gia consumato.

  • Ciò che rimane

    Ciò che rimane

    CONSAPEVOLI DECLINI

    Lungo i viottoli di sconvolgenti ipocrisie denudando alacri sentimenti nel vociare ingannevole soggiogando i secoli dittatori mistificatori e popoli codardi. Nei consapevoli declini rimangono sanguigne stalattiti misura ineffabile del tempo.

    CIO’ CHE RIMANE

    Quando i passi corti nella via scandiranno il tempo che rimane saranno d’estate i giorni. Non basteranno ali di cera per volare o rincorrere farfalle di gonne colorate.

    Aspetteremo così rintocchi del tempo, che lasciano dentro il vuoto delle notti. Ci chiederemo allora quante volte abbiamo amato la luna e guardato la stella polare con gli occhi di un poeta. Saranno poi d’autunno anche i pensieri schiavi nel gioco di memorie che rubano l’alito degli altri per ringiovanire. Infine a sera quando si chiuderà il libro delta vita saremo foglie gialle appassite tra le mani e nelle bianche pagine resterà un secco quadrifoglio senza tempo e nome. Saranno vecchi allora anche i giorni e freddo inverno tutto ciò che rimane.

    UN VENTO ACRE

    Il vento si levò sopra il filo spinato annodando le lacrime al nero legno delle baracche. Il tempo allora si fermò nell’oltraggiata terra colta da antico odio e da pazzia. Lì non c’era quel buon dio che raccogliesse la cenere per sperderla libera oltre i recinti della vergogna. Quante nude madri misuravano i passi cercando nel campo occhi spenti di bambini. Oscuri giorni senza luce di speranza dove vecchi arresi nelle rattrappite mani guardavano impotenti attraverso le inferriate i pochi lembi di cielo. Il mondo indifferente calato nella disperazione trovava solo grida e pianti. In quel deserto al cielo si levò la sconfitta dell’uomo e un vento acre di morte impregnò la terra coprendola di nero fumo oltre il filo spinato di Auschwitz.

    SEMINANDO ANTICHI PENSIERI

    Quando le nuvole bianche copriranno il cielo e le pagine scolorite di un libro avranno cerulei riflessi, lo specchio del mondo s’aprirà al volo d’uccelli negli squarci iridati di speranza. Saranno rimasti solo sassi nella terra tronchi malati e stupide scimmie impazzite. Negli abissi del tempo il vento del maleficio scaverà disperse ragioni e negherà acqua e sabbia al miraggio irreale di un’estate senza colore. Seminando antichi pensieri guarderemo allora nei sorrisi alieni di povere madri sfregiate nel viso da un antico dolore di polvere africana. Senza parlare ascolteremo oltre il muro della vergogna le tristezze degli abbandoni i palpiti senza sogni le grinze sulla nuda pelle di tutto questo tempo da ridiscutere.

    ALMENO DOMANI

    Facciamo sciogliere i chicchi di grandine del passato temporale senza confondere i sentimenti con la noia. Ho digiunato per molto tempo le carezze di questa solitudine e nell’alambicco del dolore lentamente sgocciolano parole che non dicono niente. Potremo riscoprire domani i sorrisi dimenticati che davano in quei momenti la speranza dei perdoni. Se dentro noi è rimasto un solo filo tessiamolo nuovamente in quel ricamo che riporti la ragione. In questo freddo inverno siamo rimasti soli nel frastuono della noia, sperando che almeno domani sulle labbra della mezzanotte ritroviamo il respiro verso un nuovo mattino.

  • Quanto dura un amore

    Quanto dura un amore

    Autunno

    Le prime gocce cadono schioccando sull’asfalto, lasciando macchie scure da due euro. Una s’infila nel collo della giacca facendomi correre un solleticante brivido tra le spalle. Non ho portato l’ombrello. Non lo porto mai, per scaramanzia, e di solito non mi bagno. Ma oggi non è il mio giorno fortunato e dal cielo color topo si rovesciano su di me e sugli altri malcapitati imprevidenti pedoni secchiate d’acqua fredda e densa di agenti inquinanti.

    Cerchiamo riparo in fretta sotto tettoie, tende di negozi e cornicioni. A me tocca la piccola tenda blu di un bar dalla vetrina rivestita delle pubblicità di scuole di ballo e agenzie turistiche. Sullo sfondo di una spiaggia dei Caraibi una procace finta indigena mi deride. L’umidità penetra attraverso la suola delle scarpe e gli schizzi della pioggia sul marciapiede decorano l’orlo dei miei pantaloni. Arriverò in ritardo al lavoro. Ma l’incontro con il direttore della filiale, il viscido lo chiamiamo in ufficio, lo salto volentieri.

    Un paio di belle gambe arriva correndo bloccandosi a un passo da me, al limite della collisione. Sono già piuttosto umido e un altro po’ di schizzi non peggiorano la situazione. Ma le gambe, scoperte fino a un palmo sopra il ginocchio, sostengono un soprabito color melanzana (credo che così si possa definire quel colore tra il viola e il rosso scuro) e, soprattutto, una cascata di capelli neri, lucenti più per lo sgocciolare della pioggia che per loro merito naturale, presumo.

    La donna si volta e mi fissa con un sorriso di scusa per dovermi stare troppo vicino data l’esiguità del riparo. Vorrei fosse ancora più piccolo. Vorrei averla più vicina. Lei è bellissima.

    Inverno

    Una spruzzata di neve è venuta giù a sporcarsi sul marciapiede e non basta a imbiancare i tetti e le strade. Stasera sarà solo fango. Ma guardare in alto e vederla scendere a fiocchi mi dà un’euforia simile a quella che prova chi si butta a testa in giù da un aereo o da un ponte. Lo so, non c’è paragone a livello di adrenalina, ma io possiedo un’immaginazione molto viva.

    In realtà, preferisco la pioggia. Come la prima volta che ci siamo incontrati, o forse “scontrati”. Sono corsa a ripararmi sotto la piccola tenda blu, e lui era là ad aspettarmi. Appena li ho fissati, i suoi occhi si sono accesi di luci ed è uscito un sole improvviso, abbagliante. Ho sentito caldo, le gambe farsi molli e una gran voglia di ridere e gridargli: “Ti amo!”. Assurdo, mi son detta. Lui si è addossato alla vetrata del bar per farmi posto, all’altezza del suo orecchio sorrideva una fanciulla sotto una palma. Era tutto assurdo. Ero felice.

    Quella mattina nessuno di noi due è andato al lavoro. Abbiamo parlato un po’ abbiamo comprato un ombrellino pieghevole da un ambulante e siamo andati a spasso sotto la pioggia. Mi ha preso per mano, e non ci siamo più staccati. Abbiamo parlato sempre, mangiato un panino e continuato a camminare, mentre la pioggia smetteva e il cielo si faceva grigio chiaro e più roseo al tramonto.

    I negozi dei fiorai traboccavano di vasi e mazzi di crisantemi gialli e bianchi, enormi e soffici, che mi mettevano allegria. Quando gliel’ho detto ha finto un brivido di orrore, ridendo; è entrato in una vetrina e ne è uscito con un ciuffo di tuberosa legato con un nastro d’argento. Per me. Da quel giorno adoro il profumo delle tuberose, dolce e forte da stordire, come il suo amore.

    Siamo stati insieme, a casa mia, al terzo appuntamento e ho saputo subito che non avrei mai amato nessuno come amo lui: il suo sguardo che fugge e mi cerca, la sua bocca che si apre di rado al sorriso, le sue mani che trovano sulla mia pelle fiumi di dolcezza e aspre punte di passione. Conosco, senza che lui me ne abbia parlato, i suoi desideri e le sue paure, le debolezze di uomo e le virtù del cavaliere antico che gli dorme nel cuore. Vorrei riuscire a svegliarlo, ed essere per sempre la sua Angelica, la sua Ginevra, la sua Eloisa.

    Ma oggi nevica e lui verrà più tardi. Mi ha mandato un messaggino: “Bloccato in autostrada. Arrivo dopo cena”. Lo aspetto.

    Primavera

    La cascata di un glicine forza a tratti il grigio del cemento con il suo incanto lilla e profumato, e ciuffi gialli di narcisi splendono come piccoli soli sotto i raggi del loro fratello maggiore, il Grande Astro, appena spuntato da dietro un groviglio di nuvole che il vento si sta portando via, a ricordare che prima o poi tutte le nuvole passano.

    Il temporale che mi avvolge, però, dura da tempo e non finirà così presto. Vorrei cambiare lavoro, ma chi sarebbe tanto insensato, con i tempi che corrono, da rinunciare a un posto di responsabilità in una ditta di prestigio e con uno stipendio in proporzione? Non sono tanto ingrato da sputarci sopra, li vedo i ragazzi laureati a pieni voti che guidano autobus o si inventano esperti di computer per due mesi e poi si scambiano il posto con altri che nel frattempo erano rimasti sul groppone di mamma e papà. Ho solo qualche anno più di loro, e una fortuna sfacciata. Nel lavoro.

    Nella vita privata, pure. Devo fermarmi a prendere i fiori per il suo compleanno. Il pacchettino con il regalo è nella ventiquattr’ore, ma è carino arrivare anche con i fiori. Ero incerto tra un braccialetto e un ciondolo, ho scelto il ciondolo. Meno impegnativo. Costava meno. Mi faccio schifo, almeno un po’. Spero che lei non si aspetti un anello, non ne ha mai parlato, e non è davvero il caso.

    Non so. Vorrei cambiare qualcosa, anche con lei. Mi ama alla follia, come il primo giorno. Una volta, con un amico ormai perso di vista, parlando di donne ci siamo confessati: per un uomo essere amato troppo può diventare un peso. Una donna questo non lo capisce e ti si attacca addosso e vorrebbe non mollarti più.

    Lei è grande a letto, ma qualche volta mi fa sentire come se mi mancasse l’aria e una grossa catena mi stringesse tutto intorno. Non è colpa sua, questo lo so bene. Sono io. Può sembrare ridicolo, ma ho spesso la tentazione di chiederle una pausa, di lasciarmi respirare un po’. La famosa “pausa di riflessione” è una stronzata, è un modo idiota per dire: non ne posso più, finiamola.

    Il cielo è di un azzurro intenso, ora, con fiocchi di nuvole candide e spumose che volano lontano, e ti fan venire voglia di seguirle. In ufficio c’è una nuova impiegata, sostituisce quella in maternità, e vedo che comincia a guardarmi in un certo modo… Non è il mio tipo, ma mi fa pensare. Cosa farei se a guardarmi così fosse una snella flessuosa pantera nera dagli occhi di fiamma? Mi perderei un’occasione? Non so.

    Vorrei cambiare qualcosa con lei. Vorrei cambiare lei, questa è la verità. Non trovo più niente da dirle e da chiederle. Non è più la passione che mi spinge verso di lei. Mi piace, le voglio bene. Potremmo restare buoni amici. Non si dice sempre così?

    Estate

    L’estate è la stagione in cui iniziano gli amori: al mare, in vacanza, quando si ha voglia di sognare e vivere più intensamente. Come fanno?

    Il caldo è così opprimente, tutto si appiccica addosso, anche i pensieri neri e la voglia di morire. I girasoli crollano sotto il loro peso, le piante dei balconi pendono flosce senza le cure delle loro madri, che le hanno abbandonate a mani mercenarie per fuggire lontano, sotto cieli più azzurri di questo, bianchiccio di afa e di noia.

    La vacanza che avevo immaginato e sognato per mesi, il mare profondo e i cieli tersi e leggeri, non ha senso farla da sola. Come potrei nuotare nell’acqua di smeraldo in compagnia di pesci indifferenti? Per chi mi vestirei soltanto di raggi di luna?

    Tanto vale restare qui, a veder morire i fiori di arsura, a sperare che anche il mio cuore presto li raggiunga. “Che non si muore per amore è una gran bella verità…” dice una vecchia canzone. Balle. Io sono morta. O vorrei esserlo, che è come esserlo davvero. Per un uomo? Per uno che mi ha mollata dicendo che voleva “tornare a sentirsi libero”? Idiota.

    Non l’ho mai legato, non lo tormentavo né lo ossessionavo. Lo chiamavo un paio di volte, al lavoro, perché non potevo stare tanto tempo senza sentire la sua voce, era bello uscire insieme o restare a casa, sul letto, in ogni momento libero dal lavoro, aspettavo con ansia i fine settimana e le nostre gite in campagna, a un museo, al mare. Lui non diceva mai di no. Gli andava bene tutto quello che proponevo. Allora, perché?

    Un grande cespuglio di oleandro dai fiori rosso sangue spinge le sue fronde fuori dalle colonnine di pietra di una recinzione. L’oleandro è una pianta velenosa. Potrei cogliere un ciuffo di quei fiori e succhiarne il nettare mortifero. Ma morirei davvero? L’idea di una lavanda gastrica è disgustosa e umiliante. Sono stata già troppo umiliata. Rifiutata come un mazzo di fiori vecchi che si butta a finir di marcire in un maleodorante cassonetto.

    L’estate è la stagione in cui iniziano gli amori, ma il mio è morto, disfatto, come i petali di questi fiori di oleandro che ho strappato e ora schiaccio sotto la suola e lasciano sull’asfalto una chiazza di sangue.

  • I quarant’anni dei Bontemponi

    I quarant’anni dei Bontemponi

    Non è difficile intuire i motivi del successo incontrato dal gruppo folkloristico di Bottrige, applaudito in tante piazze del Veneto, e in quelle più lontane della Lombardia e del Piemonte, dove i veneti e i polesani rappresentano un nucleo consistente della popolazione cittadina. Il loro spettacolo, che si rinnova ad ogni stagione, contiene gli ingredienti giusti per dar vita ad un mix accattivante: innanzitutto ci sono le musiche e i canti della tradizione, non infrequentemente interpretati con passi di danza da alcuni componenti del gruppo, oppure mimati con interpretazioni che a volte puntano sulla comicità ed altre volte sulla simpatia; poi ci sono gli sketch del conduttore, l’ormai navigato Roberto Marangoni che, predisponendosi di volta in volta a presentare la canzone in programma, trova pretesti, in alcuni casi davvero esilaranti, per intrattenere il pubblico, soffermandosi a raccontare storielle ricche di ironia o caratterizzate dal gusto del paradosso.

    Lo spettacolo si presenta insomma all’insegna della genuinità, veicolando il messaggio della necessità di riscoprire il piacere dello stare insieme, di tralasciare almeno per una serata la programmazione dell’industria televisiva, per riassaporare il gusto casereccio del cantare e raccontare in compagnia, insomma del fare filò, come si diceva un tempo.

    Ed una piacevolissima serata col gruppo “Bontemponi & Simpatica Compagnia” si è gustata lo scorso 22 ottobre presso la sala polivalente di Bottrighe, dove l’attesa compagine si è esibita “in casa” con lo spettacolo intitolato “Omaggio al Polesine ed al suo Delta”, ovvero “Storie, fòle, cante e bali nel Polesine d’altri tempi”. Una serata davvero particolare a conclusione delle iniziative, promosse nel corso del 2005, in occasione del quarantesimo anno di fondazione del- l’affermato gruppo polesano.

    Per l’occasione è stato riservato uno spazio particolare a Gianni Sparapan, scrittore, giornalista e storico apprezzato, ospite d’onore, che ha aperto la serata esibendosi in una spassosa performance con brani tratti da suoi scritti, incentrati sulle tradizioni polesane. Assai applaudito, il professor Sparapan ha ricevuto dal presidente del gruppo, Roberto Marangoni, un piatto in ceramica che raffigura il Delta del Po ed il libro di Bottrighe “Memoria di una vita che continua”.

    Lo spettacolo è quindi entrato nel vivo con l’ingresso sul palco del gruppo folkloristico “Bontemponi & Simpatica Compagnia” diretto dal maestro Loris Cominato coadiuvato dai musicisti Sergio Salmi, Giorgio Sartore e Cristian Mottaran. Fragorosi gli applausi ad ogni interpretazione: canti e balli della tradizione raccolti tra le genti del Delta, intervallati da intermezzi umoristici sulla vita paesana di un passato da non dimenticare. E va detto che, ad accompagnare gli interventi canori, oltre agli strumenti tradizionali come la fisarmonica o la chitarra, non mancavano anche altri congegni dal tipico sapore popolare, realizzati da alcuni componenti del gruppo ed in grado, incredibilmente, di produrre musica. Il pubblico ha mostrato di gradire lo spettacolo, disponendosi a seguire col ritmo delle mani l’incedere delle proposte canore, fino al pezzo clou “Oh, Bottrighe” dedicato al paese natìo.

    Una serata indubbiamente piacevole ed importante per il gruppo folckloristico polesano, che si esibisce con successo da quarant’anni. Nel corso dei quali sono cambiati ovviamente diversi interpreti, mantenendo però intatto lo spirito genuino dei primi tempi. E ciò nonostante il gruppo si sia “professionalizzato”, potendo oggi fruire di validi aiuti tecnici per l’audio e le luci durante le esibizioni nelle varie piazze, ma mantenendo ferma la formula del volontariato e del contributo benefico a favore di cause umanitarie, grazie all’attivazione di idonee iniziative soprattuto nel corso delle festività natalizie.

    Alla serata del quarantesimo hanno inteso portare i loro saluti anche i rappresentanti delle istituzioni, per significare chiaramente l’apprezzamento per un’attività svolta, lodevole su vari piani. Meritoria è infatti innanzitutto la ricerca dei canti e dei balli della tradizione popolare, cui segue l’intrerpretazione e la loro diffusione con gli spettacoli e le registrazioni musicali.

    E se da una parte c’è l’obiettivo di divertire, va altresì sottolineato quello fondamentale di far conoscere la genuina anima del Polesine. Un’azione di rilievo dunque, in sintonia con quella di vari altri gruppi ed enti polesani animati dalla volontà di valorizzare una terra che per troppo tempo ha vissuto un ruolo di marginalità e della quale oggi occorre far emergere gli aspetti originali sotto il profilo ambientale e culturale.

    In quest’ottica hanno espresso parole di compiacimento e sinceri apprezzamenti, il vice sindaco di Adria Alessandro Rigoni, che a nome dell’amministrazione comunale ha consegnato al presidente Marangoni una targa a ricordo dei quarant’anni di attività, il presidente della provincia Federico Saccardin, il consigliere regionale Andrea Astolfi, l’assessore regionale Isi Coppola, Lino Segantin direttore di “Ventaglio Novanta” anche in rappresentanza dei “Polesani nel Mondo” ed il consigliere regionale dell’Asac Veneto (Associazione Sviluppo Attività Corali) Giorgio Ferrari.

  • Splendono i trent’anni dell’Edelweiss

    Splendono i trent’anni dell’Edelweiss

    E’ l’Edelweiss, la regina dei fiori di montagna, a prestare il proprio nome, nel lontano 1975, al coro femminile adriese che, con felice intuito, giovanile entusiasmo e preziosa conoscenza musicale, Rita Zenato crea nella città madrina dell’Adriatico, Adria libro antico ad aperto di millenaria storia, usi e costumi acquisiti dai molti popoli che l’hanno visitata, governata o soggiogata pur consentendole di creare spazi e profumo di lettere ed arti che, espandendosi, hanno donato nobiltà ai suoi abitanti spesso dettando severi suggerimenti di vita e sapere a quanti hanno camminato le sue strade portandone nel mondo la ricca sapienza.

    Rita estende la sua idea ed il richiamo alle amiche, alle coetanee e, queste, diventano, loro volta, portavoce gagliarde di un entusiasmo che, in breve, raggruppa una trentina di ragazze amanti del bel canto. Il gruppo di amiche si ispira, come scelta di repertorio, ai canti della montagna che, grazie al trentino Coro SAT, hanno spesso la ribalta popolare rispolverando storie e racconti musicali dell’alpe che, nelle mirate e gustose armonie create da Antonio Pedrotti, Luigi Pigarelli, Renato Dionisi, Arturo Benedetti Michelangeli ad altri, hanno valorizzato e fatto conoscere l’intimità trentina esaltandone, nel canto corale, l’arguzia ed i costumi presto divenuti gradita offerta ai molti complessi di canto ad ispirazione SAT. E, da quei primi canti, il Coro Edelweiss estende le sue ricerche ad un più ampio spazio arricchendo le sue proposte con le armonie che, nel tempo e nei luoghi, hanno colorato la vita, la fede, l’amore della gente. Ora ci sono i canti dell’acqua, dei campi e del fuoco, quelli dello spirito, dell’amore, della gioia e della pace, quelli del tormento, del lavoro, del riposo e della meditazione. Ci sono i canti della richiesta e quelli del ringraziamento, alcuni nati dalla sensibilità del musicista Steno Sandoli divenuto, dopo Rachele Vignaga Giordani a dopo Rossana Vianello Martinolli, terzo presidente del Coro purtroppo, tragicamente scomparso qualche anno fa ma, sempre presente nello spirito a nell’intimo del Coro. Ci sono le armonizzazioni ed adattamenti della stessa Rita Zenato che vanta particolare sensibilità artistica ed ottima preparazione musicale e che, per molti anni, ha insegnato nelle scuole e nel privato vantando, oggi, allievi affermati nel campo vocale e strumentale anche a livello internazionale. Conduce con passione ed intelligenza il suo Coro e a lui trasmette la sua maestria, la sua accortezza, la sua vocazione espressiva, intimamente amalgamando non solo un gruppo corale ma plasmando una vera famiglia che vive di canto e di fraternità partecipe, con attenzione, ai momenti lieti o tristi di ciascuna delle ragazze che formano il coro.

    In trent’anni di vita lo spirito del Coro Edelweiss non ha avuto cedimenti. Si sono rinnovate tante voci, pur se un nucleo storico formato da Ivana, Paola, Simonetta e la stessa Rita, rimane e può vantarsi di far parte delle trentennali fondatrici della bella camerata corale, custodi di quel sacro fuoco d’origine al quale il tempo ha ravvivato, con inesauribile costanza, fiamma e calore.

    E ricordiamo l’Edelweiss nei primi anni, animato dalla gogliardica giovinezza e dalla scoperta del quanto il cantare insieme sappia coinvolgere con gioia aiutando a meglio camminare le strade del mondo, più volte organizzatore di escursioni, non solo verso le località alpine, ma anche a mete di alta cultura, assemblando al gruppo amici e sostenitori ai quali offrire belle melodie e gioiosa fraternità. Si visitano luoghi d’Italia in occasione di concerti o, solamente, per affrancare il gruppo. Si registra una cassettina con le belle melodie imparate e cantate insieme. Si partecipa a raduni corali portando sempre, oltre alla grazia femminile, la raffinata interpretazione del bel canto con una distinzione ed una sensibilità che sono specifiche e proprie, e che sottolineano signorilità, eleganza, delicato amalgama e buon gusto espressivo.

    Questa è dunque l’Edelweiss che, da trent’anni, condivide i destini in famiglia avendo attenzione massima per tutte e per ciascuna delle ragazze che formano il Coro e che lo hanno frequentato anche se il tempo ed i destini di studio o di lavoro hanno poi portato la vita su altre strade. E per questo spirito di fraterna amicizia va dato merito, innanzi tutto, alla sua direttrice, a Rita che tiene insieme, con puntuale rispetto, il suo Coro dedicandogli, spesso anche con notevole sacrificio personale, buona parte di quanto il suo cuore positivamente le detta.

    Vengano o non vengano i riconoscimenti, l’importante è costruire, con responsabilità e costanza. Del resto, più che da casa propria, spesso gli allori giungono, con maggiore gioia ed inaspettati, da altre autorevoli fonti come quando, qualche anno fa, Rita fu chiamata a dirigere, alle Tre cime di Lavaredo, nel corso del grande raduno dei Cori di Alpe Adria, gli oltre mille cantori presenti ed appartenenti a diverse etnie e scuole corali del Triveneto. Omaggio alla sua capacità musicale e direttoriale ed implicito riconoscimento alla autorevolezza del suo Edelweiss.

    Otto anni or sono l’Edelweiss dà vita, ad Adria, fiore all’occhiello, a quella significativa rassegna corale che racconta, nel tempo di Pasqua, della Passione del Signore. A “Pasqua in…canto" vengono ospitati, ogni anno, complessi delle quattro vocalità: maschili, femminili, miste ed a voci bianche, ciascuno presentando alcuni canti del proprio repertorio ispirati alla Passione ed al tempo della Resurrezione e se, tratti dal repertorio usuale, sempre comunque rispettosi della sacralità di Pasqua.

    Le cantate sono intervallate da riflessioni spirituali presentate da scelti dicitori venendo poi, ogni anno, la serata dedicata ad una istituzione umanitaria così da sensibilizzare il sempre numeroso pubblico, proveniente ormai anche da fuori regione, al vero spirito della resurrezione del Cristo attraverso la buona coralità ed alle riflessioni sulle necessità dei meno fortunati. I complessi sono attentamente scelti con riguardo alla loro maturità e comunicativa artistica, e le otto edizioni già effettuate hanno dimostrato la ammirevole capacità organizzativa del coro adriese la cui trentennale esperienza ed il ricco curriculum, blasonato da invidiabili affermazioni, impone fra le maggiori e qualificanti immagini della cultura musicale adriese.

    Una famiglia corale in cammino, perchè la sosta, anche se trentennale, deve servire non solo a guardare alle mete preziose raggiunte ma, e soprattutto, alle proposte, ai traguardi ed alle sfide che stanno dinanzi e che invitano a sempre migliori risultati. Che da “Casa Edelweiss” non mancheranno di certo.

  • Le “invenzioni” di Carlo Tintore

    Le “invenzioni” di Carlo Tintore

    Non sempre la gioventù coincide con l’età anagrafica. Considerazione questa che nasce spontanea incontrando Carlo Tintore, i cui esordi nel mondo creativo sono coincisi con l’età del pensionamento, periodo della vita dai più inteso come fuga dagli impegni e rinuncia a percorrere esperienze non prima esplorate. Viceversa Tintore, con l’entusiasmo di un ventenne, da alcuni anni ha avviato un approccio all’attività artistica con una insospettata carica di passione ed una innegabile forza innovativa, dando vita a realizzazioni coinvolgenti. Opere che colpiscono per il gioco delle forme che prendono vita nello spazio, per i sorprendenti accostamenti dei materiali e soprattutto per le visioni ispirate all’armonia. Ma non mancano soggetti laceranti, dominati dal senso del dramma, espressione di momenti conflittuali, di gridi dell’anima in pena.

    Buon conoscitore della storia dell’arte ed estimatore dei principali movimenti che dagli inizi del ‘900 hanno caratterizzato l’arte moderna, Carlo Tintore ha avvertito quasi improvviso il richiamo del fare. Obbedendo ad una pressante voce interiore, ha dunque valicato la non semplice linea di confine che divide la capacità di apprezzare da quella di creare. Una sorta di “passaggio del Rubicone”, una decisione che non ammette ripensamenti e che ha aperto allo scultore lendinarese il cammino dell’arte praticata.

    Alla base dell’impegnativo passo, una innegabile disposizione dell’animo; ed un duplice amore: da una parte quello per l’arte nella sua totalità e dall’altra quello verso la civiltà contadina, custode di un sapere antico. Ed è proprio alle realizzazioni primarie, uscite dalle fucine dei nostri antenati, che spesso Tintore guarda con amorevole attenzione per reperire le “tessere” fondamentali per le sue opere. Grossi chiodi, ferri da cavallo, roncole arrugginite, falci, bidenti ed altri arnesi, un tempo utilizzati nei lavori campestri, si configurano infatti come le componenti base delle sue coinvolgenti realizzazioni scultoree. In altri casi sono elementi desunti dalla natura a costituire il fulcro dell’opera. Da queste “materie prime” l’artista lendinarese trae dunque spunto per le sue sculture, che si presentano come reinvenzioni, caratterizzate da forme del tutto inedite.

    Si tratta spesso di assemblaggi sapienti, grazie ai quali Tintore dà vita ad autentici disegni nello spazio: realizzazioni ad un tempo modernissime ed ancestrali, spesso riconducibili alle figure di base quali il cerchio, il triangolo o il quadrato. Forme in movimento che sembrano catturate in un momento particolare del loro divenire, come manifestano chiaramente anche i titoli di alcune sue sculture: “Vortici”, “Torsione nello spazio”, “L’occhio del ciclone”, Forme raggianti”, ed altri ancora.

    L’intuizione creativa di Tintore può insomma partire da un tronco d’albero rinvenuto sulla spiaggia levigato dalle onde del mare, oppure può svilupparsi dall’acquisizione di un certo numero di ferri di cavallo, scovati in un mercatino rionale. Da qui parte l’elaborazione concettuale interessata a “dare nuova vita al passato” grazie ad accostamenti originali, in grado di sfociare in opere che si impongono per l’alto contenuto estetico. E’ il caso ad esempio di “Maternità anamorfica” o “Estrusione cosmica”.

    La maestria dell’artista lendinarese sta in definitiva nella ricchezza davvero sorprendente di “valore aggiunto” che egli, con i suoi interventi creativi, sa conferire agli elementi di base. Ne scaturiscono opere che, partendo da materiali a volte del tutto insignificanti e spesso addirittura di scarto, nelle sue mani acquisiscono un indubitabile valore artistico. Realizzazioni di sicuro impatto visivo ed emotivo, espressione di un sentire moderno che non punta tanto alla trasgressione, quanto a percorrere strade innovative nel lungo cammino dell’espressione artistica, da sempre aspetto imprescindibile della vita dell’uomo. E ciò nella consapevolezza, ben presente in Tintore, che il senso estetico deve manifestarsi come linfa vitale delle realizzazioni che vogliano veramente configurarsi come opere d’arte.

  • Claudio Viviani

    Claudio Viviani

    Claudio Viviani è un cinquantenne pieno di energia, dotato di tanta voglia e curiosità di investigare l’arte pittorica, nella molteplice gamma delle sue sfaccettature. E’ un artista sostenuto da un intuito pittorico che spesso gli permette di acquisire naturalmente i canoni accademici, che egli vive come felici intuizioni da mettere sulla tela.

    Nato nell’agosto del ‘54 a Donada di Porto Viro, paese che, seppure ad economia agricola, ha sempre espresso anche schiere di pescatori e marinai, Viviani sin da giovanissimo ha subito l’influsso del paesaggio del Delta, con le sue campagne, i suoi molteplici corsi d’acqua, le sue lagune e valli da pesca, in cui si è sviluppata fin dall’antichità una civiltà valliva del tutto peculiare.

    Claudio dunque nasce in una Donada segnata dalla grande alluvione del ‘51, in una famiglia assai modesta, settimo di otto figli. Il terreno dei suoi giochi sono le rive dei fossi, le dune fossili con la rigogliosa pineta, le sponde dei fiumi e dei canali. Cresce in un mondo semplice, (in cui la disciplina ed il senso della famiglia e del dovere sono valori forti), e questo ambiente gli plasma il carattere. Il mondo del basso Polesine è vivo e presente, con grande suggestione, nelle sue prime opere, alcune anche notevoli ed ammirate, quali la tela “Ragazzo con la fionda”.

    Claudio, che in altri contesti culturali più ricchi di fermenti, sarebbe forse esploso artisticamente in modo più facile, si sposta spesso ad Adria, dove, verso la fine degli anni ‘70, frequenta lo studio del pittore Alfredo Forzato, artista di sicuro talento che forse non ha ottenuto tutto il successo che meritava. Qui il donadese, che ben presto si è imposto come persona determinata, si segnala positivamente per la sua pittura, ricca di segni: pennellate date con forza e soggetti di grande impegno pittorico. Poi nel 1981 l’incontro con un grandissimo artista, padovano di nascita, ma che frequentò molto Rovigo ed il Polesine: il grande Tono Zancanaro, allora ormai settantacinquenne, ma ancora estremamente creativo (come lo sarà del resto fino alla morte, avvenuta nel 1985). Tono conosce il pittore donadese ad una collettiva, e lo invita a visitare il suo studio padovano, oltre a dargli un incoraggiamento che, venendo da un maestro di tale tempra, è per Viviani un felice viatico. Da Padova Viviani torna a Donada rincuorato, iniziando a pensare in grande. Segue gli stimoli e le suggestioni pittoriche che più lo sollecitano, e che vengono da pittori affermati quali Afro e Burri.

    Il giovane Viviani è particolarmente affascinato dalle techiche pittoriche usate dal Burri, artista che, oltre che dei colori, si avvale per le sue opere di sabbia, catrame, terra, pomice, ricollegandosi al “collage” dei cubisti e post cubisti. E l’uso di materiali inusuali appare ben presto anche nelle opere di ricerca di Viviani, che compone particolari “collage” e segue con entusiasmo il filone dei graffiti, in cui ben presto emerge con la sua genialità di autodidatta.

    Ma nell’inesausta, entusiasta e continua ricerca pittorica di Claudio, non mancano altre suggestioni. Di sicuro rilievo quelle che gli derivano da due grandissimi maestri contemporanei, quali il francese Jean Fautrier (vincitore nel ‘60 del gran premio della Biennale di Venezia, del quale già dal ‘28 vediamo la fioritura di opere astratte) e Antoni Tapies, celeberrimo autodidatta, il cui stile caratteristico è dominato dall’interesse verso la materia scabra: un dato facilmente riscontrabile pure nella pittura di ricerca di Viviani, che senz’altro ne ha assimilato il messaggio, adattandolo alla sua sensibilità.

    Claudio, che un tempo amava partecipare ai concorsi, anche di elevata levatura (dai quali, peraltro, ha ricevuto soddisfazioni non trascurabili), in un periodo collocabile temporalmente verso la metà degli anni ‘90, si dedica alla ricerca e personalizza vieppiù il suo stile informale. Dei suoi quadri di allora, ha spesso detto: “Devono essere un’avventura libera e interiore!”, ed in questo momento felice, il pittore-sperimentatore di Donada è artefice di una pittura forte, grumosa, di spessore.

    Compaiono i multistrati, l’opera viene scavata, manipolata con felice intuizione, e la sua pittura viene incisa dai graffiti, uno dei leitmotiv più amati e felici di Viviani. Contemporaneamente si può notare un altro aspetto rilevante: riesce a raggiungere il colore, spesso attraverso forme inconsuete che vanno dalle pigmentazioni naturali a varie malte, sabbie, colle, stucchi ed altri materiali, che, come moderno alchimista, distribuisce con prodigalità o centellina nelle sue opere.

    Uno stile veramente singolare dunque, di difficile collocazione, che da un lato avvicina la sua produzione a quella tradizionale dell’affresco, e dall’altra tende verso canoni completamente diversi, ispirandosi alla scultura, specie nelle ultime opere, ove sembra che i caratteri numerici ed alfabetici, sprofondino o lievitino nelle tavole di poliestere usate.

    Talvolta (e qui Viviani appare vivamente partecipe e sentimentalmente preso in sommo grado), la sua opera si mostra semplicemente come un muro, in cui sia l’umanità antica che quella moderna, può aver lasciato o lasciare la propria peculiare traccia, la propria presenza, nell’intento di consegnarla all’eternità. Ed in questo felice spazio temporale, Viviani conosce e diviene amico di Giorgio Celiberti, e lo scambio culturale, intimamente vissuto, è quanto mai prezioso e creativo per il pittore polesano.

    Per quanto riguarda la sua più recente produzione, Viviani ci ha detto: “Sto portando avanti una ricerca che potrei definire singolare, cioè l’ “Informal tridimensional painting”, ovvero la pittura informale tridimensionale. Metaforicamente parlando, dunque, si tratta di una ricerca che vorrebbe “chiudere” quel taglio lasciato da Fontana. Quindi la mia ricerca si fonda sulla terza dimensione, cioè lo spessore, o meglio quello spazio che intercorre tra la superficie della tela ed il fondo della tela stessa. In questa tramatura, si può nascondere un nuovo mondo pittorico. Concludendo, è come se noi invece di vedere il mare stando su una imbarcazione, lo vedessimo immergendovisi”.

  • Quando c’era “Radio Delta Libera”

    Quando c’era “Radio Delta Libera”

    Sono trascorsi trent’anni da quando in Italia sono nate le prime radio locali, le cosiddette radio libere.

    Il pubblico, in maggioranza giovane, che oggi ascolta le radio, difficilmente può immaginare un tempo in cui la radio nazionale della Rai era l’unica a dominare l’etere, con programmi spesso apatici in cui la musica compariva a sprazzi, quasi nascosta o ghettizzata.

    Il desiderio di cambiare rotta, di dire una parola diversa dal solito, si materializza improvvisamente nel 1975 quando la tecnologia consentì di innalzare piccole antenne e diffondere parole e suoni anche dal terrazzino di casa o dalla soffitta. Forse un gioco, un nuovo modo di esprimersi in libertà per i giovani di allora. Un boom italiano che investì naturalmente anche il Polesine.

    Tra le molte radio, che si accesero e poi si spegnero nelle nostra provincia, anche a Bottrighe ne nacque una che durò alcuni anni, si chiamava “Radio Delta Libera”, la prima sorta nella zona.

    Tra i fautori dell’iniziativa c’erano il commerciante Alberto Bergo, la dottoressa Adriana Migliorini, Annalena Scutari preside della scuola media locale e Ruggero Mottaran, oggi affermato neurochirurgo.

    Un’avventura che partì con l’installazione delle prime attrezzature elettroniche, quindi il trasmettitore, l’antenna, i “piatti”, le “piastre”, i microfoni e le bobine per le pause dalla diretta.

    Ma erano ben poche le pause! Si faceva a gara per poter occupare uno spazio all’interno di Delta Libera. Chi scrive, giovanissimo, ebbe la possibilità di trasmettere con due spazi, di domenica mattina con un quiz a premi ed il martedì pomeriggio con le dediche in compagnia del coetaneo Giovanni Pozzato. Hobby che oggi ho ripreso a Diva Fm di Porto Viro, sui 99 mhz, dove ogni venerdì dalle 17 alle 18 conduco il settimanale di spettacolo “Diva Eventi”.

    La sigla di “Delta Libera”, era la musica della Pantera Rosa, utilizzata dallo speaker mattutino di turno per leggere i programmi della giornata. Era assolutamente vietato usare i dischi appena usciti, erano pochi e venivano trasmessi per le dediche di sera dai più adulti dell’emittente.

    Interminabili erano i notturni dal vivo dove non mancavano mai gli ospiti a sorpresa e si suonava pure la chitarra. Fra i tanti giovani che si alternarono alla consolle, Ferdinando De Laurentis e Loretta Freguglia, che, partiti da qui, sono diventati oggi nomi importanti di radio e televisioni regionali e nazionali. Il primo, regista cinematografico, responsabile del Teatro Polivalente di Occhiobello, è pure conduttore di programmi radiofonici della Rai di Bologna.

    Loretta Freguglia, invece, è impegnata nel campo pubblicitario in tutte le sue forme, risiede a Padova dove è titolare di “Metropolis” agenzia di eventi e comunicazioni. Organizza inoltre animazioni ed intrattenimento nei centri commerciali, inaugurazioni, conventions, meeting, viaggi organizzati e concorsi a premi. Già dirigente di “Prima Rete” negli anni ‘90, oggi, per mancanza di tempo materiale, non riesce più a fare la D.J., ma utilizza ancora la sua voce per spot pubblicitari come quello dell’Avis trasmesso da Radio Padova, l’importante emittente dove era cresciuta dopo le esperienze, che definisce “indimenticabili”, nel suo paese natale a Delta Libera e poi ad Adria con Radio Adria 101. “L’esperienza a Radio Padova – afferma Loretta Freguglia – negli ormai lontani anni ‘80, mi ha fortemente influenzata ed aiutata a crescere ed inserirmi professionalmente in questa città, dove lo sviluppo delle radio è stato subito valorizzato ed apprezzato a carattere nazionale”.

    Tornando a Bottrighe, la prima sede di Delta Libera si trovava in uno stabile di via Marchiori, poi il trasferimento in via Dante Alighieri, in due angusti locali situati nel tunnel del condominio Sices, l’ex mulino, il più alto del paese, con l’antenna installata sopra il medesimo edificio. Purtroppo questa bella esperienza durò qualche anno, poi le nuove leggi ed il conseguente lievitare dei costi fecero tacere una radio che, vi assicuro, era davvero libera.

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