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  • Giannetta Ugatti Roy (1868-1957)

    Giannetta Ugatti Roy (1868-1957)

    Sfogliando un vecchio “almanacco della donna italiana” del 1933, nella rassegna letteraria “Scrittori d’Italia” ho trovato il nome di Ugatti Roy. Ne seguiva il seguente commento: “…scrive libri pieni di novità, di significato, libri che gli uomini non potrebbero scrivere”.

    Conoscevo già il nome di Giannetta Ugatti perché moglie dell’illustre ritrattista e colorista della bella epoque viennese, Giovanni Vassily Roy, figlio del famoso artista Pietro Roi di cui ebbi modo di occuparmi tempo fa. (vedi Ventaglio 90 n. 30 “Il Manfredi di Lendinara”).

    Per meglio approfondire ed ampliare la conoscenza della scrittrice polesana, ho intrapreso una ricerca che mi ha portato alla consultazione di circa quaranta pubblicazioni, nelle quali la Ugatti risultava essere collaboratrice, opinionista, scrittrice di novelle e articoli vari. Trattasi di riviste e quotidini quali L’avvenire d’Italia, la Vita internazionale, La domenica illustrata, Natura ed arte, Gazzetta di Ferrara, La voce del mattino, Il Boccaccio ect. ect., che le resero omaggio non solo per le sue qualità letterarie, ma anche per le sue doti di valente conferenziera. Importante è stata pure la lettura delle sue novelle e romanzi, a volte rivelatisi autobiografici, dai quali emerge una personalità colta e sensibile verso le problematiche culturali e sociali della donna dei suoi tempi.

    Il riferimento autobiografico è particolarmente evidente in “Vocazione”, scritto del 1890 circa, in cui si legge “La zia mi dice sempre che io fin da bambina ebbi una gran passione pei libri; stavo delle ore seduta in terra con un libro sulle ginocchia a guardare attenta le figurine litografate. Nella mia piccola mente paragonavo le lettere nere stampate sulla carta bianca, alle formiche che s’aggiravano liete intorno al foro della loro galleria, al tiepido raggio primaverile. Fin d’allora fu deciso del mio futuro destino… Avevo passione per insegnare; cresciuta, io dovevo essere un’educatrice…”.

    Giannetta Ugatti era venuta al mondo il 7 agosto del 1868 a Polesella ma, ben presto aveva auto modo di abitare in grandi città italiane ed estere frequentando l’alta borghesia Mitelleuropea. Nel 1892 convolò a nozze con Giovanni Roy, dal quale ereditò la parentela con i Capnist, di antichissima nobiltà russa e ambasciatori dello Zar.

    Ecco come, la scrittrice, descrive il popolo russo: “… popolo di sognatori e di logici sino alla illogicità, di progettisti a getto continuo, e demolitori spietati che edificano sulle mutevoli arene del mare; di entusiasti e apatici che accolsero tutte le teorie e le filosofie senza amalgamarne una sola; di malati di nomadismo atavico, inquieti e soddisfatti. Generosi e sinceri sempre sino all’inverosimile, fatti di contrasti e di assurdi. Massa greggia in via di formazione…”.

    Con la famiglia visse per vari anni nella moderna Vienna di inizio secolo, città ricca di energie intellettuali e socio-economiche, frequentando i salotti bene, i circoli accademici e ritrovi culturali, tenendo alto, insieme al marito, il prestigio del nome italiano. Tali esperienze la portarono a vedere con ottica diversa, la posizione della donna, il cui ruolo in ambito italiano appariva ancora fortemente gravato da pregiudizi e superstizioni. Riporto qui di seguito uno stralcio di cronaca tratto dalla “Gazzetta di Venezia” riguardante un discorso sull’emancipazione femminile tenuto dalla Ugatti: “la valente e colta relatrice, già nota per alcune sue pregevoli pubblicazioni, trattò con acutezza e sano criterio, il difficile argomento e comparò le teorie di Bebel e di Lombroso ricavandone per conclusione che la così detta emancipazione della donna non si avrà come effetto di una modificazione nell’organismo sociale ma che essa invece sarà causa di questa evoluzione…”

    La Ugatti era ben a conoscenza delle posizioni internazionali più avanzate sull’argomento, come quelle espresse da Bebel August Friedrich, esponente della socialdemocrazia tedesca, che nel 1870 ebbe a scrivere, durante la sua permanenza forzata in una roccaforte, la sua opera più nota: “Die Frau und der Socialismus”, aspra requisitoria contro il doppio servaggio familiare e sociale della donna, specie nella società borghese. Un altro studioso di riferimento fu Lombròso Cesare, psichiatra, antropologo e criminologo, insuperato maestro della antropologia criminale, tra i suoi vari trattati scrisse: “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale” del 1893.

    L’argomento sul lavoro delle donne e dei fanciulli era di prassi nelle sue conferenze sempre seguite da un attento e colto pubblico e, tra le varie mozioni proposte, veniva suggerito… “che alle donne sia impedito il lavoro notturno nel primo mese di puerperio e nell’ultimo mese di gravidanza. Che ai fanciulli non sia permesso il lavoro prima dei 14 anni e, che le ore di lavoro siano limitate a 6 o a 8 ore con qualche intervallo. Che non facciano lavorare i fanciulli nelle miniere o in luoghi insalubri. Che l’istruzione sia obbligatoria e che le fabbriche non accettino minori che non abbiano fatto le classi elementari”.

    Il mondo femminile, che solo da poco tempo usciva dalla totale soggezione, iniziava a far luce su una problematica da sempre tenuta nascosta: “l’amarezza sessuale, la delusione, il dolore della donna incompresa e spesso derisa”. Antesignana del movimento femminista di quel tempo, Giannetta Ugatti ebbe il merito di scuotere la coscienza del mondo maschile verso l’uguaglianza dei sessi, nei diritti e doveri verso la società e il vivere civile.

    L’interesse letterario della Ugatti si indirizzò verso la composizione di novelle (pubblicate con lo pseudonimo di Fiammetta) e romanzi, alcuni tradotti in lingua tedesca, che ebbero un vero successo di critica e di lettori.

    Dal Giornale d’Italia del 4 giugno 1921 apprendiamo: “Vissuta lungo tempo a Vienna e in altri grandi centri, la Roi è una della nostre scrittrici più mondane e colte. La sua attitudine all’arte narrativa, nelle sue nuove pagine, non è palese soltanto per il vario modo cui ella crea le situazioni in cui risultano i suoi personaggi, ma anche per la semplicità della prosa, per la sobrietà dello stile. La parte descrittiva è evidente derivazione della comunione spirituale dell’autrice con quel potente colorista, che è suo marito.”

    Scrive Nicolini Pietro: “…mi piace ricordare la sua più recente raccolta di novelle, Per Te, intuizione acuta e qualità descrittive brillanti, vena viva, ricchezza di fantasia senza sforzo.”

    Certo che città come Vienna, Monaco, Berlino, Venezia, Parigi in cui la scrittrice di origini polesane ebbe a soggiornare per vari anni, le consentirono la ricezione di continui impulsi per lo svolgersi della sua fervente creatività. Conobbe personaggi di alto lignaggio che le aprirono le porte per conoscenze intellettuali ed artistiche importanti.

    Dal romanzo “Anime irredente” pubblicato nel 1918 dai F.lli Treves: “Di quello che mi accingo a narrare, fui spettatrice, prima della nostra guerra, negli ospedali viennesi, presso i feriti irredenti, quei nostri fratelli, infelicissimi tra gli infelici. L’idea di portar loro aiuto e conforto non fu mia. Sorse nell’anima pietosa d’una madre istriana che piangeva desolata, presso la bara del suo figliuolo, nel cimitero centrale di Vienna…”. Così ha inizio il toccante racconto scritto in patria durante il succedersi di ricordi e di impressioni di una dolorosa odissea subita dai feriti irredenti di Trieste e di Fiume.

    Da una scritto di Ugo Vasè: “il libro prezioso di Giannetta Roy è monito e poesia insieme: è l’espressione di una fede, di una volontà, d’un palpito che il sacrificio non consuma, ma infiamma di fuoco più puro e più vivo. Alle donne d’Italia, alle madri, alle fidanzate, alla sorelle, a quante nutrono un affetto gentile, a quante rivolgono un pensiero alla patria esso è dedicato; e vada ed abbia fortuna sul cammino che già sta dinanzi, sventolando la sua bella e santa bandiera, la sua bandiera tutta italiana.”

    Il 15.3.1918, con lettera del Patronato Assistenza Profughi Ferrara, fu nominata membro del sottocomitato “che ha l’incarico di svolgere cure speciali alla famiglie dei profughi, già da Lei conosciute”.

    Non molto è dato a sapere della sua vita privata. Probabilmente era diplomata o laureata, visto che un documento della Regia Scuola d’Arte e Mestieri di Treia (Macerata) contiene un invito ad accettare l’incarico di insegnare Italiano Storia Geografia, Lingua Francese e Diritti Doveri, a partire dall’ottobre del 1917. Siamo poi a conoscenza che ha avuto una figlia, la dott.ssa Elena Roi, anche lei scrittrice di racconti specie per l’infanzia.

    Giannetta ebbe una vita lunga e tutt’altro che monotona, arricchita dalle letture, dagli studi, da interessanti incontri e dalle molteplici conoscenze allacciate in vari stati d’Europa. Si spense a Lendinara il 31 luglio 1957 all’età di 89 anni.

    Di questa illustre polesana, oggi pressoché dimenticata, vanno ricordate le doti di scrittrice e conferenziera, grazie alle quali seppe suscitare nei cuori femminili la voglia di lottare per il raggiungimento di una nuova e moderna posizione sociale.

  • Uomini e buoi

    Uomini e buoi

    Di un tizio ricco che si permette larghe spese si usa dire: “Xe come cavarghe on pelo a on bò, (non se ne accorge). E, per zittire chi propone soluzioni mentre lui se ne cava fuori, si replica: “Tuti i ara, tuti i para, benedeto el bò ka tira” (tutti sono capaci di arare o condurre ma lo sforzo lo compie qualcun altro, il bue). E quando la frittata è compiuta e si vuol porre rimedio si ribatte: “Inutile sarare la stala koando ke i bò i xe skapà.” Già i bò, cose d’altri tempi, ma quanta considerazione un tempo se perfino l’Ateneo Patavino porta tuttora quel nome, il Bò, e sopra la chiave di volta dell’atrio monumentale, eccolo là il bue, eternato nel marmo. Ma, anche lì la maldicenza dei tristi, ha pensato di attaccarci una pezza, sostenendo che il bue per non passare da somaro, dava del cornuto all’asinello.

    Quanti riferimenti a quelle possenti umili bestie, nel bene e nel male: “Moglie e buoi dei paesi tuoi”; “El ga na vita larga kome koela de on bò”, “Mai mettere il carro davanti ai buoi”. E si capisce, hanno fatto la storia per millenni, dai Sumeri fino a noi.

    Anche il celebre Carroccio di Alberto da Giussano veine trainato in battaglia contro il Barbarossa dai buoi.

    Un tempo il popolo era bue, credulone e minchione per la gioia di chi lo maneggiava, ora che si è fatto furbo, sorvolando sulla nuova etichetta (Parco Buoi) gioca in Borsa, … facendosi fregare ancora una volta.

    San Luca patrono dei medici doveva avere tanta pazienza visto che il suo simbolo è il bue, così lo troviamo affrescato in tutte le chiese mentre scrive il Vangelo. E che dire di Nostro Signore? Rifiutato dagli uomini, ha voluto accanto a Sé, quando nacque in una stalla, il bue e il disprezzato asinello, affinché lo riscaldassero coi loro corpi e il loro fiato.

    Segnarono la fine di un’epoca mezzo secolo fa, i buoi. Ultimi grossi animali da lavoro, scomparvero dai campi e dalle strade, soppiantati dai prepotenti e ruggenti, mezzi meccanici. Imponenti docili e lenti, ma dal passo inarrestabile, prima dell’alba aggiogati due a due a comporre un treno di dieci-dodici bestioni trascinavano l’aratro, mentre i “paratori”, li incitavano con la voce ed il pungolo. Erano tori mancati, la castrazione praticata sui vitelli dopo lo svezzamento, unita ad una paziente opera di addomesticamento, produceva straordinarie creature. Seguiamo il Vate D’Annunzio:

    Van per il campo i validi garzoni guidando i buoi dalla pacata faccia e dietro quelli fumiga la traccia del ferro aperta alle seminagioni.

    Nella quartina troviamo condensati tutti gli elementi; i garzoni (bovai), la traccia (solco fumante), il ferro (aratro), ed infine i protagonisti, i buoi, pacata faccia, cosi li definisce il poeta, e in vero erano mansueti nonostante la stazza di otto-dieci quintali. Le mucche, per dire, quando sono in fregola od allattano il vitello, lasciano partire di lato certi calci assassini che azzoppano.

    Preferiti i buoi di razza maremmana o romagnola per la loro robustezza, orgoglio di tutte le grosse aziende agricole per via delle lunghissime corna, coperti da una corta fittissima lanugine chiara, (a differenza dei tori che presentano ombreggiature molto scure aspettavano ruminando nelle stalle la valente opera dei bovai).

    I buoi erano usati anche per il traino stradale, aggiogati al timone di carri in legno con le ruote cerchiate in ferro, trasportavano di tutto; fieno, pannocchie, ma specialmente materiali pesanti e barbabietole.

    All’approssimarsi delle campagne saccarifere, era necessario condurre i buoi dal maniscalco per provvederli di “scarpe nuove”; andavano ferrati come si fa per i cavalli, ma con ferri particolari divisi in due parti, data la forma degli arti, altrimenti dopo pochi chilometri, consumata la parte cornea dell’unghia, avrebbero preso a sanguinare.

    Nonno Memo ne possedeva quattro che erano una meraviglia: Kostante-Todaro-Prudente e Goliak. Molti curiosi andavano a visitarli, palpavano le gambone grosse come tronchi, tastavano il sottogola, cercavano di carpirne i segreti. La sua soddisfazione maggiore era metterli a disposizione di chi si sposava, un rituale ripetuto spesso. Il padre della sposa si faceva avanti per avanzare la richiesta: “Memo, vegnaresito kon i bò,… a go la fiola ka se marida… Te ne rendarò merito” “Tasi… gnanka parlare, semo tuti soto-sto zielo” per il postulante era un punto d’onore rendere il favore in qualche modo.

    Si alzava il nonno alle quattro del mattino, riempiva la greppia di adeguata pastura, poi, condotti fuori nel cortile, abbeverava i suoi possenti buoi, li lavava con l’auto del bovaio, li strigliava, con la brusca e li lisciava; sulle unghie passava il lucido nero da scarpe e, dopo aver atteso che espletassero i loro bisogni (evitando che ciò avvenisse durante la cerimonia), addobbava il carro con tre archi di frasche, fiori e nastri. Sulle corna dei buoi gli immancabili fiocchi rossi ed una gualdrappa ricamata posta sulla schiena completava la bardatura.

    Andava a prendere la sposa accompagnato da uno stuolo di ragazzini vocianti, per condurla in chiesa. Dopo la cerimonia, fatti salire sul carro, seduti su panche inchiodate al pianale, gli sposi, i compari, i parenti stretti, si avviava verso la dimora dei due colombi, dove era consuetudine consumare il pranzo nuziale.

    Lì dava sfoggio di tutta la sua maestria con la frusta, da lui stesso costruita ed intrecciata: “Sc-icc… sc-iocc… sc-iacc” secche fucilate in aria, ma i quattro buoi non si scomponevano perché conoscevano a menadito la commedia, poi balzato a cavalcioni del timone intonava un classico:

    Vien vien biondina l’amor vien sotto l’ombra di questo fior e tu verrai biondina in braccio a me per consolar questo povero cuor.

    Passava attraverso le vie del paese raccogliendo apprezzamenti e qualche invidia, suscitando entusiasmo incontenibile, perché sono le cose spontanee senza tornaconto che riempiono l’animo. E queste manifestazioni campagnole cementavano i rapporti; il senso del limite era connaturato, la ricompensa spontanea, una gara nobile di slanci generosi.

    Un mondo fatto di cose genuine… perduto per sempre.

  • Il Decreto Veneto del 1691

    Il Decreto Veneto del 1691

    Se a Rovigo ci portiamo in piazza Merlin e indirizziamo il nostro sguardo verso porta S. Bortolo, veniamo attratti da una lapide biancheggiante collocata sulla torre in una posizione centrale, verso cui gli amanti delle cose passato non indugiano a cimentarsi nella lettura. Tentativo del tutto inutile perché la lapide in questione – come molte altre risalenti al tempo in cui la Repubblica di S. Marco stendeva il suo governo sul territorio – non è più leggibile.

    Colpa del tempo che tutto cancella? O della conquista del Veneto da parte delle truppe napoleoniche seguita dalla volontà di eliminare i più importanti simboli della Serenissima? Nessuna delle due ipotesi coglie nel segno.

    La decisione di un intervento per cancellare molte auliche scritte dalle lapidi – incredibile a dirsi! – fu assunta proprio dal Governo Veneto in un periodo in cui niente minacciava il suo potere sul territorio. Fu infatti proprio il Senato (il “Pregadi”), che il 15 dicembre 1691 emanò un decreto che proibiva in tutto lo stato veneziano l’erezione di statue e lapidi o la realizzazione di quadri dedicati ai rappresentanti della Serenissima Repubblica (Podestà, Provveditori, ecc.) inviati nelle varie città. Ed inoltre impose la demolizione di quelli esistenti.

    A Rovigo il decreto fu eseguito nel 1693, quando furono staccate o scalpellate le lapidi che ricordavano 16 Podestà veneziani che avevano governato su Rovigo nel corso del 1600 e altre di Provveditori Straordinari.

    Ma perché la Repubblica Veneta si accanì contro le iscrizioni marmoree che le Città del Dogado, Rovigo compresa, dedicavano ai Rappresentanti veneziani nel corso del 1600, in occasione dello scadere del loro mandato, come segno di riconoscenza? Perché togliere i simboli dello stesso potere della Serenissima sulle città dominate? Per comprenderlo occorre leggere il Decreto del Senato 15 dicembre 1691. (Accademia dei Concordi di Rovigo, Reg. Ducali, seg.”C”, c.146).

    Premette il Senato che la Serenissima Repubblica, conformemente alla propria lodevole moderazione, ha sempre proibito che si dedicassero ai Rettori veneziani – sia nello Stato da Mar che nello Stato da Terra – statue, stemmi o altre memorie stabili, nonché che fossero donati agli stessi bastoni, stendardi, armature, ecc., in occasione della fine del mandato. Tutti segni questi ritenuti di “vana ostentazione”, comportanti fra l’altro un “pesante aggravio” per le Comunità, Fraglie, Arti e Milizie, che dovevano sostenere le spese delle esecuzioni. Ma l’aspetto ritenuto più negativo era individuato in “altre perniciose conseguenze”.

    Il decreto è molto intransigente ed indica che si devono prendere “rissoluti espedienti” per rimuovere totalmente lo “scandaloso disordine” e perciò dispone che sia proibito erigere per i rappresentanti veneziani statue, armi o altre permanenti memorie né in pietra, né in pittura, né in altra immaginabile forma e che sia proibito a loro e ai loro ministri ricevere bastoni, armature, stendardi o altri donativi di qualsiasi tipo.

    Inoltre per far cessare “la dannosa disubedienza, et smoderata rilassatezza”, ”l’accresciuto abuso”, dispone che siano tolte tutte le statue che si trovino su base isolata sulle piazze, strade, cortili, ecc. delle città, fortezze, terre, castelli dello Stato da Terra e da Mar, e che vengano riposte nei magazzini delle munizioni e qui vengano custodite. E ancora che vengano cancellate tutte le iscrizioni, ritratti, stemmi, apposti sui palazzi, “consistendo senza altra vana ostentatione il vero monumento nella buona impressione che lascia nel cuore dei sudditi la retta giustizia dei Rappresentanti.”

    Il decreto prevede anche una pena severissima, consistente nel bando per chi si fa erigere monumenti, sia per chi propone che si erigano, sia per chi non provvede a demolire quelli esistenti.

    Tutto ciò ci fa comprendere il motivo per cui ci si mosse con molta solerzia a scalpellare le lapidi esistenti e far sparire i busti dedicati ai rappresentanti locali del governo veneto.

    Ma cerchiamo di comprendere la motivazione principale che sta alla base del Decreto.

    1. Il Decreto parla di “pesante aggravio” per le Comunità, ecc.. Ma è poco credibile che la Ser.ma Repubblica, che opprimeva le terre occupate con tasse, prestazioni straordinarie per le guerre, fornitura di biade, obbligo di mantenere le milizie, senza commuoversi neppure se le popolazioni erano in ginocchio per le inondazioni, pestilenze e carestie, si preoccupasse poi dell’aggravio economico derivante alle città dalla costruzione di una lapide.

    2. Il motivo vero è allora lo “scandaloso disordine”? Vuole forse la Repubblica punire la corruzione che trapelerebbe da questi donativi fatti dalle città sottoposte ai rappresentanti della Dominante? Neppure questo sembra un motivo plausibile, perché le lapidi non andavano ad arricchire i Podestà, ma rimanevano affisse sugli edifici delle città che le avevano donate. Il divieto avrebbe potuto semmai limitarsi ai “bastoni, armature, stendardi” che i Rappresentanti si portavano via, ma il loro valore simbolico sembra escludere anche in questo caso la preoccupazione di una corruttela.

    3. La frase che dice che l’unico vero monumento consiste nel buon ricordo che viene lasciato nel cuore dei sudditi, per quanto commovente, non sembra esprimere la vera motivazione del decreto del Senato, il quale non era certo così benevolo e disinteressato da desiderare solo di ben apparire di fronte alle popolazioni sottoposte.

    4. La “vana ostentatione”, la vanagloria, il compiacimento di sé, l’ambizione che nei Podestà potrebbe degenerare fino al limite estremo del culto della personalità. Questa è la vera preoccupazione del Senato Veneto: che qualcuno dei suoi rappresentanti, inviato in provincia a governare in nome della Serenissima, venga colto, in seguito agli onori che qui riceve, da delirio di potere, tanto da rivoltarsi contro le strutture repubblicane per instaurare un potere assoluto. Queste sono dunque le “altre perniciose conseguenze” di cui parla il Decreto.

    Come può un giovane nobile, gratificato dalla fiducia del governo veneziano che lo ha scelto come Podestà di Rovigo o di un’altra città, permettersi di avere una statua in piazza o una lapide sopra un edificio pubblico, quando nemmeno al Doge è consentito tanto?

    Questo è certamente il pensiero del Senato, che vede non solo come indecoroso, ma addirittura pernicioso il costume di erigere statue o lapidi ai rappresentanti inferiori dello Stato, quando un tale riconoscimento non è concesso nemmeno al doge.

    Chi va a Venezia infatti non troverà mai in una piazza o sulla facciata di un edificio una statua o una lapide commemorativa di un Doge, offerta dalla Repubblica stessa in sua memoria. Eppure di Dogi ce ne sono stati 120 e molti hanno avuto anche meriti speciali.

    Le conseguenze del Decreto furono pressoché immediate e l’ordine di demolire statue e iscrizioni commemorative a Rovigo, come nelle altre città soggette alla Repubblica, fu eseguito con scrupolo.

    Persino la lapide posta sopra la facciata del palazzo Roverella, che si limitava a ricordare che il Monte di Pietà era stato lì trasferito dalla precedente più umile sede, quando era Podestà Scipione Boldù, venne mutilata dello stemma del Boldù che la sovrastava, per cui ora, con qualche difficoltà, si può vedere solo la parte scritta.

    Tuttavia una delle lapidi commemorative si è salvata: quella del Podestà Pietro Basadonna (1631-1632), che si trovava sulla facciata della chiesa di S. Francesco, che fu da lì staccata, ma a differenza di altre fu preservata dalla distruzione e successivamente collocata sotto il porticato della chiesa della Beata Vergine del Soccorso, ove è tuttora visibile.

    L’iscrizione dice (in latino): “A Pietro Basadonna Pretore della città, Proconsole della regione sotto il cui giustissimo ed umanissimo comando i fiumi furono racchiusi, la pestilenza rimossa, i nemici respinti, la pace e l’abbondanza restituite, le virtù innalzate, i vizi domati, per rispetto di tanto esempio, la cittadinanza rodigina pose questa testimonianza perché sia in perpetuo riverita. I Duumviri Antonio Raimondi e Gaspare Roncali nell’anno 1632.”

    La lapide è contornata da quattro stemmi: in alto quello del Basadonna, a sinistra quello del Regolatore Raimondi, a destra quello del Regolatore Roncali e sotto lo stemma del Cancelliere di città Gaspare Bonifacio.

    Delle altre lapidi che furono demolite si conserva però il testo ed il disegno grazie all’accorto lavoro di trascrizione del Co. Camillo Silvestri e alla raccolta del Campanella che si può consultare all’Accademia dei Concordi.( ACR Silvestr. Mss 486-487).

    A questo punto sorge però un interrogativo: perché, se le lapidi celebrative furono demolite, non furono tolti anche i quadri altrettanto elogiativi collocati nella chiesa della Rotonda?

    Nel tempio della Rotonda ci sono 26 grandi tele di Podestà o Provveditori veneziani che hanno governato Rovigo nell’arco di tempo che va dal 1619 al 1684. In questi quadri il Rettore è sempre rappresentato in ginocchio, con alle spalle delle figure femminili che sono la rappresentazione simbolica delle sue virtù (la Prudenza, la Giustizia, l’Umiltà, la Carità,ecc.), mentre in cielo, seduta fra le nuvole, sorretta da angeli, compare la Vergine con il Bambino ed ai suoi lati sono raffigurati dei santi che intercedono presso di Lei a favore del Rappresentante. In alcuni di questi quadri ci sono anche altri personaggi un po’ più in disparte: sono i due Regolatori della Città, il Cancelliere, ecc. Sempre comunque compaiono gli stemmi del Podestà e dei Regolatori.

    Il contenuto delle rappresentazioni pittoriche corrisponde perfettamente a quello delle iscrizioni marmoree demolite, ma – fortunatamente – non subirono lo stesso trattamento distruttivo. Come mai?

    Riguardo al Decreto del 1691, va inoltre detto che questo fece cessare anche l’usanza del dono da parte della città al tempio della Rotonda di un quadro con l’effigie del Podestà che terminava il suo mandato (la carica durava 16 mesi). E da questa data infatti non furono più dipinte tele elogiative, ma nemmeno si provvide a rivolgere un’attenzione penalizzante verso i quadri già collocati nel tempio. Come mai, ci chiediamo ancora, i quadri esistenti a differenza delle statue e delle lapidi non vennero toccati?

    Ciò si deve probabilmente al fatto che anche ai Dogi era permesso avere un quadro nel Palazzo Ducale che li rappresentava in atteggiamento di preghiera alla Vergine. La posizione genuflessa, il raccoglimento religioso, l’atteggiamento di sottomissione era tale da escludere ogni ambizione di potere assoluto. Atteggiamento questo che analogamente ritroviamo nelle grandi tele della Rotonda.

    I quadri della Rotonda hanno poi l’aspetto di ex voto per gli scampati pericoli (alluvioni, guerre, ecc.) e per la buona riuscita della civile amministrazione. Alcuni di questi anzi (i quattro quadri più antichi) erano effettivamente degli ex voto donati dai Podestà stessi e non pagati dalla città.

    Inoltre i quadri venivano donati al tempio che era sotto amministrazione ecclesiastica (i frati di S. Francesco), per cui intervenire su di essi avrebbe aperto dei grossi problemi giuridici e diplomatici.

    Per tutti questi motivi dunque le grandi tele del più prestigioso tempio rodigino si sono salvate, costituendo una rilevante testimonianza di pittura del Seicento veneto, che fa della Rotonda un gioiello d’arte davvero unico nel suo genere.

    Le iscrizioni cancellate

    A Rovigo, le scritte marmoree celebrative dei Rappresentanti veneziani erano poste in vari luoghi della città: in Piazza Grande (ora p.zza Vitt.Eman.II) e precisamente sulla facciata della Camera del Vicario Pretorio c’era quella del Podestà Girolamo Priuli(1619-1621), mentre sul campanile c’era quella del Podestà Pietro Morosini(1642-1644) e sotto la pubblica loggia quella di Domenico Mocenigo (1663-1664); sulla facciata della chiesa di S.Giustina (la chiesa si trovava nell’attuale p.zza Garibaldi e fu demolita nel 1809) c’erano le lapidi dei Podestà Lorenzo Surian (1621-1622) e Marino Zane (1626-1628); sulla facciata del Duomo vecchio (demolito nel 1696) quelle di Vito Morosini (1628-1629), Sebastiano Michiel (1629-1631) e Benedetto Soranzo (1634-1635); sulla facciata della chiesa di S. Francesco quella del Podestà Pietro Basadonna (1631-1632); sulla facciata del Palazzo Pretorio, in faccia alla strada di S.Domenico (ora via X Luglio), quella di Francesco Marcello (1632-1633); dentro il Palazzo pretorio, nella sala del Consiglio, c’erano quelle di Luigi Tiepolo (1658-1659) e di Marco Balbi (1685-1686); sotto i portici della chiesa della Beata Vergine del Soccorso quelle di Alvise Morosini (1636-1637) e di Ludovico Michiel (1637-1639); sulla porta di S.Bortolo c’erano quella del Podestà Vittore Correr (1639-1640) dalla parte del Borgo e quella del Provveditore Straordinario Alvise Tiepolo (1642-1643) dalla parte della città; sopra la porta della casa Casilini, dirimpetto al Vescovado, c’era la lapide di Francesco Loredan (1641-1642).

    Le dediche in latino ricordavano le virtù dei Podestà (la fermezza nell’ opporsi alla violenza dei fiumi, la giustizia, l’onestà, le virtù militari, la prudenza,la religiosità, la munificenza, ecc.), oppure per rappresentare queste doti venivano poste attorno alla scritta delle statuette allegoriche. Sopra le iscrizioni c’erano lo stemma del Podestà e quello dei due Regolatori della città che lo affiancavano.

  • Quando Ariano si diede a Venezia

    Quando Ariano si diede a Venezia

    La Guerra del Castro

    Tutto iniziò nel 1641 con l’occupazione del ducato di Castro e Ronciglione (Viterbo), dominio personale del duca di Parma Odoardo Farnese, da parte di Urbano VIII Barberini. Scattò il sistema di alleanze che videro Venezia affiancarsi al duca di Parma, assieme al Granducato di Toscana e al duca di Modena, tutti per vari motivi opposti al Papa.

    La guerra aperta sfocia verso la fine di maggio 1643. L’iniziativa viene presa dalle truppe veneziane che varcano la linea di confine della Transpadana ferrarese, espugnando i forti di Ponte Lagoscuro, Ficarolo, Melara ed impadronendosi delle riviere dal Po fino al mare, “terre e villaggi copiosi di abitanti e grazie del Signor Dio”. Molte famiglie di Crespino e di Ariano, atterrite dalla furia delle soldatesche in conflitto, fuggono cercando rifugio ad Adria.

    Il 3 giugno una flotta veneziana, al comando di Nicolò Dolfin, assale e mette in fuga il presidio papalino posto all’imboccatura del Po di Volano. La torre e l’osteria sono date alle fiamme. Reparti di cavalleria di stanza ad Adria e a Polesella, attuando un piano preordinato, prendono simultaneamente possesso di Crespino, Papozze e Corbola.

    Non è finita, il 5 giugno i veneziani, rinforzati da truppe pervenute via mare, muovono dal forte della Donzella, assaltano e conquistano il fortilizio delle Bocchette, ultimo presidio nemico rimasto nel basso Po, quindi incendiano le torri dell’Abbate e di Goro, per puntare verso Ariano, territorio pontificio.

    E’ noto che il territorio di Ariano Polesine, assieme a quello della Traspadana Ferrarese, venne accorpato al Veneto durante il Congresso di Vienna, assise internazionale degli Stati che sconfissero Napoleone, che fra le altre decisioni sancì il dominio dell’Austria sul Lombardo-Veneto.

    Ma ben pochi sanno che, oltre un secolo e mezzo prima, nel 1643, la comunità di Ariano si consegnò spontaneamente alla Serenissima, durante quella che fu chiamata la guerra del Castro o dei Barberini, iniziata nel Lazio ed estesasi alla zona padana.

    All’altezza di San Basilio le barche armate della Repubblica Veneta si fermano per una sosta, ed è qui che avviene uno storico incontro tra i responsabili militari della Serenissima e i rappresentanti della comunità di Ariano: i maggiorenti della comunità civile, l’arciprete della parrocchia di Ariano don Giovanni Tabarini ed i frati minori Francescani riformati (padri zoccolanti) incontrano il provveditore Nicolò Dolfin, alla cui cui carità raccomandano il rispetto delle donne e dei beni.

    Il 9 giugno, dopo che i maggiorenti della comunità hanno dichiarato la loro ferma volontà di darsi in dedizione alla Serenissima, Nicolò Dolfin entra nel paese, accolto “con grandissima consolazione dal popolo”.

    Nel descrivere l’occupazione di Ariano Girolamo Brusoni (Istoria d’Italia dal 1628 al 1676, libro XI, pubblicato a Venezia nel 1676) mette in luce il comprensibile timore ma anche i sentimenti di delusione e di scarsa affezione verso l’amministrazione pontificia che spingono gli abitanti a una drammatica scelta di campo.

    Essi…spaventati dai successi dei veneziani ma “disgustati per altro da’ ministri de’ Barberini, scacciata prima da quel luogo una compagnia di cavalli ecclesiastici, spedirono occulti avvisi e messaggi al Dolfin, perché passando velocemente in quella parte prevenisse l’arrivo di quelle genti (le milizie dei Barberini), che già s’udiva essere inviate da Ferrara ad assicurarsi di quelle terre. Il che fatto, e impadronitosene anticipatamente il Dolfin, vi piantò la sedia del suo Governo, e fortificatolo alla moderna, e ruinati i ponti di quei contorni…diedesi a scorrere il paese all’intorno, con tanto spavento e danno de’ popoli, che tutti si ritiravano a Ferrara e nei luoghi forti, non vi ristando più sicurezza alla campagna”.

    Per garantire la sicurezza del posto fortificato di Ariano e dei collegamenti col mare lungo il Po di Goro, il provveditore ordina a quattro squadroni composti da milizie indigene territoriali e da cappelletti, di assalire e distruggere durante la notte del 3 luglio Codigoro, cittadina sul Po di Volano già assediata dal Dolfin, ma non espugnata per la fiera resistenza opposta da quegli intrepidi terrazzani.

    Alle ore sei del mattino gli assalitori hanno la meglio. Codigoro “nel termine di due ore fu saccheggiata, et brusata, salvo le Chiese, e le persone”. I morti da ambo le parti furono 102. Vano il tentativo di soccorso di Federigo De Conti, sopraggiunto con alcune compagnie: la mancanza di munizioni lo costrinse alla fuga, lasciando “in preda al fuoco appiccatovi dai nemici” le abitazioni della cittadina. Per prevenire qualsiasi tentativo di contrattacco da Codigoro, il 18 luglio i veneziani tagliano l’argine destro del Po di Ariano e le acque inondano terre e valli circostanti.

    Alvise Tiepolo provveditore generale

    Ad Ariano, divenuta dopo la dedizione alla Serenissima il punto nevralgico delle azioni veneziane contro le milizie pontificie, giunge frattanto Alvise Tiepolo, destinato ad assumere un ruolo via via più importante nella gestione della situazione militare.

    Trascurando di proposito episodi e fatti accaduti nel più vasto teatro della guerra, che con vari sanguinosi scontri interessò anche i territori dell’Emilia, della Toscana e dell’Umbria, vediamo cosa avvenne dal punto di vista militare nel quartiere di Ariano attraverso i dispacci inviati a Venezia da Alvise Tiepolo, sovraintendente della Serenissima che il 18 Ottobre sarà raggiunto dalla nomina a provveditore generale al Polesine.

    Va innanzitutto detto che Alvise Tiepolo, sessant’anni, appartiene a una nobile famiglia che ha pagato un tributo altissimo alla Repubblica Veneta: ben cinque fratelli hanno perso la vita per servire la Patria. Pur tormentato dai sintomi del male che in breve volgere di tempo lo condurrà a morte, esegue il mandato affidatogli scrupolosamente e senza risparmio di energie, spostandosi continuamente lungo le rive del Po e nei luoghi adiacenti: Canda, Guarda, Polesella, Fiesso, Paolino, Pincara, Trecenta, Ficarolo, Melara, dai quali invia dettagliati rapporti sulla situazione logistica, organizzativa e sul livello di efficienza dei soldati.

    Il primo ottobre 1643 raggiunge Ariano, posto di notevole importanza strategica, presidiato da milizie di diverse nazionalità, ma prive di un ufficiale superiore in possesso dei requisiti necessari. Le forze dislocate nel territorio assommano a 1903 fanti, di cui solo 1.100 effettivi e 91 cavalieri, di cui 80 atti al combattimento. Troppi uomini sono inutilizzabili, malati o impegnati in altri compiti. Ogni giorno, o per la stagione stravagante o perché si dorme in terra su pagliericci esposti agli effetti perniciosi dell’umidità, qualcuno si ammala. Urge l’invio di cento paia di cavalletti di legno per gli infermi ricoverati nell’Hospitale.

    Le munizioni scarseggiano: oltre alle balle da moschettone da cavalletto, occorrono miccia e balle da moschetto ordinario “non trovandosene di queste munitioni, che tre sole cassette, dovendo servire per tutti i Posti, e barche armate”. E mentre si appresta ad inviare al generale Giustinian quattro barche cariche di soldati, sottolinea che il lungo tragitto di risalita lungo il Po in stato di magra le esporrà al tiro dei pontifici appostati sull’argine di fronte a Crespino, Guarda e Polesella, e che le altre rimaste all’ancora si trovano “in gran debolezza in riguardo delli molti ammalati”.

    Piccoli drappelli di papalini assaggiano frattanto la consistenza delle postazioni difensive. All’alba del 6 ottobre una ventina di cavalieri, approfittando della fitta nebbia, si avvicinano alla punta di Santa Maria: accolti a moschettate, si ritirano. Lo stesso accade la notte seguente a Monticelli.

    Si rammarica il Tiepolo di non esser potuto intervenire personalmente a dirigere le operazioni sul campo “per l’età, per l’intemperie dell’aere, ch’ha già cagionato flussione grande di catarro, et per altre indispositioni”. Insiste quindi nella richiesta: un capo idoneo al più presto, provvisioni di “balle di moschetto da cavalletto e ordinarie”, stoppino, cento cavalletti e coperte di lana grezza per i ricoverati nell’ospedale da campo.

    Informato che una barca nemica “è venuta ad osservare le bocche di questa marina”, Alvise Tiepolo raggiunge a cavallo il lontano forte delle Bocchette: due barche nemiche erano apparse nei pressi delle bocche Bagliona, Donzella, Donzellina “colà scandagliando, et osservando ben bene, dopo di che ridotte in Sacca di Goro, dimoratevi circa mezz’hora” col favore del vento avevano ripreso il cammino verso il porto di Ravenna.

    Due giorni dopo il responsabile del posto di guardia alla punta di Santa Maria riferisce: un forte nerbo di cavalleria si aggira tra Coccanile e Piumaro, sulle rive del Po, di fronte a Crespino.

    Gli esploratori subito inviati nel paese nemico confermano che in quei luoghi e a Guarda Ferrarese si trovano “trecento cavalli con Infanteria” il cui obiettivo potrebbe consistere nel “tentar il passo verso Crespino” o nel controllo dell’argine per impedire “qualche taglio, che si potrebbe far nel Pò adosso il loro stato”.

    Il generale Giustinian si preparava a muovere un’azione di disturbo alle armi Barberine profittando della stagione propizia: oltre alle barche armate già in viaggio verso Polesella, ne chiede altre quattro, in modo da radunare forze sufficienti per incunearsi nel territorio nemico risalendo il fiume.

    Tiepolo seleziona duecento fanti da trasportare su quattro barche armate rinforzate. Restano settanta soldati di cavalleria atti al combattimento, mentre la fanteria – detratti gli imbarcati e i molti oppressi e afflitti da malattie – è impegnata alla difesa dei posti e dei passi più importanti. Proprio allora giunge notizia che il Senato veneziano ha nominato il capo a lungo atteso delle milizie acquartierate in Ariano.

    Tiepolo riceve in piena notte l’ordine “di far avanzare le barche armate, et i duecento fanti et d’incamminarsi poi all’obbedienza sua per ricever gli ordini”.

    All’alba del 16 ottobre, benché sofferente per i postumi della “febre con affanni, vomito, et doglia di testa”, si prepara a raggiungere il generale per mettersi a sua disposizione. Il piano inizialmente elaborato consisteva nell’attraversare il Po a Polesella “con grossa fanteria, et cavalleria” in modo da attirare il nemico lontano dal punto nel quale si intendeva attaccarlo. Contemporaneamente le milizie provenienti da Ariano avrebbero potuto dare all’arma verso Copparo e Cologna operando una diversione per subito ripiegare, non potendosi lasciare il posto sguarnito.

    Alvise Tiepolo, Marco Giustinian ed altri ufficiali convenuti a Polesella mettono a punto il piano dell’operazione.

    Centocinquanta soldati a cavallo, varcato il Po, risaliranno verso Ficarolo, con ordine di inoltrarsi nel paese, invaderlo e, “ove fosse stimar proprio, facendolo tutto dar all’Arma”. In caso di pericolo era previsto un ordinato ritiro a Finale di Modena, in territorio alleato.

    Alle sei della sera, ritenendo tutto sotto controllo, Alvise Tiepolo sale in carrozza per ritornare ad Ariano. Due ore dopo attraversa Polesella. Si fa frattanto insistente la voce che “i Papalini possino tentar il passo verso Crespino”: converrà per prudenza lasciar partire due delle quattro barche verso Papozze per un pronto intervento e tenere all’erta le altre due alla punta, “per accorrere in ogni caso, ove chiamasse il bisogno”.

    Il persistere della febbre rende durissimo il ritorno. Nel percorrere l’argine del Po nel distretto di Crespino, Tiepolo ha modo di toccare con mano la scarsa efficienza del servizio di vigilanza, non per mancanza di soldati, “ma per errori e confusioni”. Il comandante responsabile viene ammonito, rimosso e sostituito.

    Avendo saputo “da persona spedita nel paese inimico, che gli Ecclesiastici con Cavalleria e fanteria battono le strade”, spedisce due barche armate a rafforzare i posti di Papozze e Crespino, raggiunge la punta di Santa Maria. La barca del capitano Toich è inservibile, altre corrono il rischio di rimanere bloccate nell’acqua bassa: subito le fa trasferire oltre la punta in modo che possano rapidamente salpare.

    Ben cinque suoi stretti collaboratori sono ammalati: cinque in una sol fiata. L’indomani andranno a Rovigo per tentare di riaversi, sperando “nella muttation dell’aria, e nella qualità migliore de medicamenti”.

    Da Venezia giungono frattanto ordini perentori: intensificare la vigilanza costiera inviando barche armate con gli effettivi rinforzati e assalire le imbarcazioni nemiche in avvicinamento. Tiepolo si propone, se il male gli permetterà di reggersi in piedi, di recarsi sul luogo per impartire gli ordini con cognizione di causa.

    Il doge, evidentemente soddisfatto dell’operato del Tiepolo, il 18 ottobre gli conferisce la carica di provveditore in campo, dalla quale l’indomito servitore della Serenissima gradirebbe essere dispensato a causa dell’età e delle indisposizioni, ma che accetta per l’alto senso del dovere e lo spirito di sacrificio verso la Patria.

    Circa ottocento fanti papalini si trovano sul territorio rodigino. Altri tremila e un corpo di cavalleria costituito in prevalenza da dragoni sono invece sparsi “per quei contorni in dirimpeto la Polesella, et altra pocca più al basso verso Crespino”.

    Il 20 ottobre, alleggerito dal male mercé del Signor Dio, ispeziona i forti delle Bocchette e della Donzella. Un capo delle cernide di Loreo sorveglia il posto con pochi soldati e per di più “senza pur una caricatura di polvere da sparo, e balle”: subito lo fa arrestare per punirlo come merita. A causa delle “malattie de soldati e Capitani”, non più di dodici delle 24 barche armate in dotazione risultano effettivamente disponibili a pattugliare la sacca di Goro e la marina, per cui “divise alla custodia di paesi così sparsi, restano impegnate con poco frutto”.

    Impedire, come vorrebbe Venezia, il transito sul Po di Primaro alle barchette che trasportano viveri a Ferrara è quasi impossibile: non conviene tenere le barche troppo distanti dalla base poiché “rimarìano prede dell’inimico, sparso lungo le marine” e se assalite in una sacca o in una bocca ristretta, pagherebbero duramente il trovarsi in una posizione sfavorevole. Muoversi lungo la costa, tenere conto di quello che i luoghi effettivamente consentono, evitare rischi inutili: questa è la linea strategica da seguire.

    Il podestà di Adria chiede al Tiepolo se non sia il caso di sbarcare nella sponda opposta di Crespino. Ma il neo provveditore in campo risponde che un’efficace azione militare richiede la vicinanza dei siti da colpire, una stagione favorevole al rapido spostamento e forze sufficienti. Al momento gli ordini sono: tenere gli occhi bene aperti, pronti a rispondere ad ogni tentativo di attacco.

    Il 22 ottobre verso Polesella avvenne uno scontro breve e inatteso. Gli ecclesiastici volevano recuperare un mulino staccatosi dall’argine a Ponte Lagoscuro, trascinato dalla corrente fino a Guarda, “sendoci sopra certa quantità di farina”. Scrive il Tiepolo: “Il colonnello Carrara, gentil’ huomo di Rovigo destinato da me a quel posto, espedì alcuni soldati Albanesi per trattenerlo, ma parendogli, che temessero la forza dell’inimico, che su l’argine s’era ridotto poderoso assai, se n’astennero. Il colonnello stesso, con alcuni de suoi, coraggioso passò di là per fermarlo; ma perché la machina franta dall’impeto dell’aqua s’era divisa (il mulino si era spezzato in due per l’impeto della corrente), inseguì l’inimico medesimo et lo fugò ammazzando un soldato di cernida, facendo preggione un dragone, e levandogli due cavalli”.

    Il prigioniero rivela la dislocazione delle forze pontificie: quattro compagnie di dragoni alla Zocca, una di cavalleggeri a Copparo “con qualche numero d’Infanteria pagata”. Il resto della riviera era sorvegliato e difeso dalla popolazione civile.

    Nonostante l’indisposizione che lo attanaglia, l’attività del Tiepolo è frenetica. Decide di costituire una sola efficiente compagnia di cento fanti di nazionalità italiana delle quattro male in arnese acquartierate in Ariano e ne affida il comando al capitano Giovanni Paolo Ricardi, che pareva dimostrare sufficiente abilità e attitudine guerresca.

    Nello stesso giorno consegna dieci mila ducati al provveditore Dolfin per il soldo alle milizie. E’ il 28 ottobre. Le condizioni di salute del Tiepolo non sono buone. L’indomani parte in carrozza per Rovigo. Durante il viaggio lo colpisce “un nuovo parossismo gagliardo”. Giunto a destinazione deve immediatamente “ridursi a letto”, ospite del podestà Pietro Morosini. Durante la notte le condizioni peggiorano. Diagnosi dei medici: febbre doppia terzana continua. Nonostante tutto dichiara di sentire “maggiore l’afflitione d’animo di quelle del corpo per vedermi impedito la strada alla puntual essecutione de’ comandi della Serenità Vostra, come sempre ho fatto, se il Signor Dio mi darà qualche poco di respiro, mi portarò in Campo e dove più mi sarà comandato”.

    Epilogo

    Alvise Tiepolo riprenderà servizio a Trecenta il 22 gennaio 1644, aiutato dal provveditore in campo Filippo Molin, ed esaurirà le sue ultime energie. Rientrato a Venezia il 20 giugno 1644, morirà nel mese successivo, lasciando i suoi scritti che testimoniano un esempio di encomiabile dedizione alla patria.

    Va detto che frattanto giungeva a conclusione la guerra del Castro, con una pace sottoscritta tra le parti il 31 Marzo 1644 che riportava la situazione al momento antecedente al conflitto. Una guerra quanto mai inutile quindi, che vide il Polesine depauperato per essere stato a lungo teatro di scontri armati e costretto a provvedere al sostegno delle soldatesche acquartierate in vari centri rivieraschi lungo il Po.

    Ariano, unico paese rivierasco che, essendosi dato a Venezia, non subì distruzioni di sorta, per ringraziare la Madonna dello scampato pericolo, eresse tra il 1643 e il 1644 un altare dorato. L’opera fa tuttora bella mostra di sé nella chiesa arcipetrale, originale testimonianza presente in Polesine della infausta guerra del Castro.

  • Le vie dei patrioti

    Le vie dei patrioti

    Da Piazza Vittorio Emanuele II (vedasi Ventaglio 28 p.30-33), il nostro percorso prosegue lungo via Cavour fino a raggiungere Porta S. Bortolo, prima di oltrepassare la quale, sulla sinistra si apre via Luigi Boscolo (1823-1906).

    Personaggio schivo e certamente non propenso a calcare le scene della mondanità né tanto meno quelle della politica, Luigi Boscolo seguì con passione durante tutta la vita la sua innata attitudine per il disegno artistico. E fin da giovane dimostrò una particolare propensione per la tecnica dell’incisione, allora particolarmente importante, in assenza delle fotografie, perché permetteva di replicare – in copie prodotte a stampa con il torchio – opere desunte dai grandi artisti del passato.

    Fin da giovanissimo ebbe l’opportunità di frequentare appositi corsi di arti figurative a Venezia, grazie all’interessamento del comune di Rovigo che, riconoscendo i suoi talenti, gli conferì una idonea borsa di studio. Qui, sotto la guida di un artista quale il famoso Galgano Cipriani, raggiunse in breve ottimi livelli nell’arte incisoria che gli valsero riconoscimenti, aprendogli, non ancora ventenne, la strada per una lunga ed apprezzata professione.

    Se le Madonne del Raffaello costituirono un costante riferimento per le sue incisioni, si dedicò con passione anche a riprodurre opere del Bellini, di Longhi, o ancora i soggetti risorgimentali di Hayez.

    Oltre che come incisore, Luigi Boscolo fu apprezzato anche come ritrattista e, a questo proposito, furono molto richieste sue opere dedicate ai reali del tempo, ovvero Vittorio Emanuele II e Margherita di Savoia.

    Tornò a Rovigo in età avanzata, spegnendosi nel 1906.

    Superato il vòlto di Porta S. Bortolo, raggiungiamo via Giovanni Miani (1810-1872). Come Luigi Boscolo (ma prima di questi essendo venuto alla luce tredici anni prima) Giovanni Miani visse la sua adolescenza a Venezia.

    Del tutto particolare la vicenda che lo portò nel capoluogo di regione a risiedere in una dimora aristocratica quale fu quella del nobile Alvise Bragadin che, in mancanza di eredi, morendo, lo designò come destinatario delle sue sostanze.

    Giovanni Miani, era infatti figlio di una ragazza madre rodigina che aveva trovato occupazione come inserviente a Venezia presso il Bragadin, il quale, affezionatosi al ragazzo e bene impressionato dalla sua intelligenza provvide a farlo studiare, indirizzandolo in particolare verso il mondo della musica. Aspetto questo che ebbe però un risvolto inatteso giacché Giovanni Miani, giovane esuberante, pronto a cimentarsi in imprese ardite, convinto di poter dare al mondo un’opera enciclopedica della musica universale, dilapidò in breve le sostanze ereditate.

    Il carattere passionale non poteva tenere lontano il Miani dai moti insurrezionali del 1848; cosicché, quando a Venezia fu proclamata la Repubblica sotto la guida di Nicolò Tommaseo e Daniele Manin, egli, allora trentottenne, accorse in armi tra i difensori della città.

    Col il ritorno degli Austriaci dovette perciò lasciare precipitosamente Venezia per riparare prima a Costantinopoli, poi in Egitto dove trovò occupazione al Cairo come violinista e poi come insegnante di italiano e francese.

    Ed in Egitto, folgorato dalla ottocentesca passione per l’esplorazione del continente nero, si diede ad organizzare spedizioni in disagiate lande, dimostrando coraggio e determinazione, tanto da meritare l’appellativo di “leone bianco”.

    Dopo la prima importante spedizione, realizzata nel 1859 con il sostegno dell’imperatore francese Napoleone III, Miani tornò in Europa accresciuto nel prestigio e tenne una serie di conferenze in varie importanti città, ottenendo nel 1862 a Venezia un’accoglienza davvero entusiasmante. I cimeli portati dall’Africa costituiscono tuttora un’importante raccolta presso il Museo di Storia Naturale di Venezia.

    Convocato a Vienna, ebbe il sostegno dell’imperatore Francesco Giuseppe, per cui iniziò a programmare una nuova spedizione alla ricerca delle sorgenti del Nilo, che però, ostacolata in Egitto, fu più volte rinviata. Stanco di attendere, nel 1871, sessantunenne, decise di affidarsi alla sorte in compagnia di cercatori di avorio (in realtà manifestatisi poi degli schiavisti) con cui venne in contrasto, fermandosi nel cuore dell’Africa tra gli indigeni di una tribù che lo assistettero durante una grave malattia che lo portò alla morte nel 1872.

    La via rodigina a lui dedicata si conclude nel Largo della Libertà dove nel 1932, sessant’anni dopo la morte dell’intrepido esploratore, è stata posizionata una statua a lui dedicata, opera dello scultore rodigino Virgilio Milani.

    A metà di via Miani ha origine un’altra strada dedicata ad un importante personaggio polesano che visse nel XIX secolo ricoprendo un ruolo interessante nel corso del Risorgimento italiano: si tratta del lendinarese Alberto Mario (1825-1883), che allo scoppio degli episodi insurrezionali del 1848, ventitreenne, studente universitario a Padova, si mise in luce tra i fautori dell’agitazione patavina. Motivo per cui, alla ripresa del potere da parte degli austriaci, dovette seguire la via dell’esilio rifugiandosi prima a Bologna poi nel territorio del Regno Sabaudo.

    Trovò alloggio a Genova intessendo una fitta rete di amicizie con i patrioti come lui rifugiatisi nello stato piemontese dopo il fallimento della prima guerra di indipendenza. Furono questi gli anni della sua maturazione politica, che videro il giovane Mario abbandonare progressivamente le posizioni giobertiane per aderire al programma mazziniano. La casa di Mario fu fra l’altro frequentata da Carlo Pisacane, autore della sfortunata spedizione che, approdata a Sapri, si concluse con l’uccisione dei patrioti.

    L’insuccesso della spedizione ebbe conseguenze anche all’interno dello stato sabaudo dove si procedette all’arresto dei cospiratori, tra cui anche Alberto Mario nonché Jessie White giovane inglese che, dopo aver conosciuto Mazzini esule in Inghilterra, aveva raggiunto i patrioti soggiornanti in Piemonte allo scopo di realizzare un servizio giornalistico.

    Inizia in modo romantico la storia d’amore tra i due giovani, per tutta la vita legati da una visione avanzata della società, basata su principi di autentica democrazia ed emancipazione del popolo. Espulsi dal Piemonte dopo un breve periodo di carcere, raggiungeranno la Gran Bretagna dove si legheranno in matrimonio col solo rito civile, per imbarcarsi poi alla volta degli Stati Uniti, allo scopo di condurre una serie di conferenze volte a raccogliere fondi per la causa nazionale italiana.

    La notizia dello scoppio della Seconda Guerra di Indipendenza indurrà i coniugi ad un anticipato ritorno per raggiungere i campi di battaglia, obiettivo vanificato dall’armistizio firmato da Napoleone III con l’Austria che poneva fine alle operazioni belliche con un compromesso inviso ai patrioti.

    Ma l’anno successivo, alla notizia della Spedizione dei Mille, i coniugi Mario lasciavano la Svizzera dove avevano trovato ospitalità, per raggiungere Garibaldi in Sicilia ed inserirsi attivamente nell’esercito dei volontari. E Mario raccolse poi nel libro “La camicia rossa” le memorie delle azioni militari dei garibaldini. Da allora i coniugi lendinaresi furono a fianco del generale in tutte le iniziative volte a completare l’unità d’Italia: a Mentana e nella Terza guerra di Indipendenza.

    E solo a conclusione di questo conflitto, che univa il Veneto al resto del regno italico, Alberto Mario poteva far ritorno alla natia Lendinara. Qui, rifuggendo ogni onore e rinunciando perfino alla carica di deputato per non prestare giuramento di fedeltà al re, continuò la sua battaglia “con la penna”, portando avanti con convinzione le idee democratiche e repubblicane, coltivando dotte amicizie (tra cui quella del Carducci che più volte fu ospite nella sua dimora lendinarese) e impegnandosi nella politica attiva a livello locale. Accettò inoltre la carica di presidente della Società Operaia di Mutuo Soccorso, profondendo le sue energie a favore dei meno abbienti.

    In questo periodo fù anche direttore del quotidiano La provincia di Mantova e del periodico Lega della Democrazia, maturando una posizione federalista nell’ambito del movimento repubblicano, che lo portò ad accostarsi al Cattaneo.

    Colpito da una grave forma tumorale, morì nella sua abitazione lendinarese il 2 giugno 1883.

    Proseguiamo imboccando via Don Minzoni per raggiungere via Cesare Parenzo (1842-1898).

    Messosi in luce per le profonde conoscenze nell’ambito giuridico e per l’eleganza della sua arte oratoria, Cesare Parenzo, nato a Rovigo nel 1842, dopo la maturità si iscrisse a Legge all’Università di Padova, iniziando in questo periodo ad interessarsi delle sorti dell’Italia e stringendo relazioni con importanti figure del Risorgimento italiano.

    Venten­ne, nel 1862 raggiunse Garibaldi all’Aspromonte nel tentativo (impedito dall’intervento dell’esercito italiano) di liberare Roma ponendo fine allo Stato pontificio. Continuò poi gli studi giuridici a Pisa, dove fra l’altro ebbe modo di frequentare Giuseppe Mazzini e di aderire ai comitati che rivendicavano Roma e Venezia come parte integrante del territorio del nuovo stato. Ed in quest’ottica nel 1865 partecipò, con vari patrioti veneti, ai moti nel Cadore, soffocati dal pronto intervento della polizia austriaca. Sfuggito alla cattura, si portò a Torino, dove gli fu assegnata la direzione del giornale L’Avanguardia.

    Allo scoppio della Terza Guerra di Indipendenza, arruolatosi nella Legione dei Carabinieri, combattè in Tirolo, utilizzando una carabina ragalatagli personalmente da Garibaldi: cimelio che conservò con per tutta la vita, orgoglioso di essere stato tra i patrioti scesi in armi per formare la nuova Italia.

    Tornato a Torino, si spostò poi a Milano alla direzione del Sole per rimpatriare successivamente a Rovigo nel 1867, quando gli fu affidata la direzione del periodico Polesine, rivista liberale.

    A Rovigo assunse un ruolo di rilievo nell’ambito dei movimenti democratici. Ne scaturì la sua elezione a deputato al Parlamento, ove ebbe modo di mettersi in luce in più occasioni nella discussione dei più importanti progetti di legge. La morte lo colse a soli 56 anni a Nervi nell’aprile del 1898.

    L’itinerario potrebbe considerarsi concluso presso la scuola media “Parenzo” da cui è partita l’iniziativa di conoscenza, ma per un quadro più completo delle “vie dei patrioti” è bene far seguire un’appendice fuori programma raggiungendo, nei pressi della chiesa del Cristo, via Remigio Piva (1840-1919).

    Nel 1859, allo scoppio della Seconda Guerra di Indipendenza, Remigio Piva, dicianovenne, studente a Venezia, lascia di soppiatto la città per raggiungere Adria dove, con l’amico e compagno di studi Ludovico Paoli, riesce a superare il Po per raggiungere i corpi dei volontari, senza essere però impiegato in attività di fuoco.

    L’anno dopo parteciperà alla Spedizione dei Mille lasciando un ampio memoriale della campagna militare che portò alla fine del regno dei Borboni.

    Nel 1862 cerca di imbarcarsi ancora per il Meridione per accorrere al nuovo richiamo di Garibaldi che sbarca in Calabria al grido di “O Roma o Morte”. Piva non riesce nel suo intento mentre il generale è bloccato all’Aspomonte.

    Negli anni dell’attesa dei nuovi eventi Piva avrà modo di laurearsi a Bologna (1863) e sposarsi l’anno successivo a Parma con Corinna Tranquillini.

    Nel ‘66 è sui campi di battaglia della Terza Guerra di Indipendenza, ottenendo una medaglia d’argento al valor militare per l’ardimento con cui si battè con i garibaldini a Bezzecca. E con Garibaldi sarà ancora l’anno successivo nel tentativo di occupare Roma, bloccato a Mentana.

    Tornato a Rovigo, dopo la liberazione del Veneto, Remigio Piva ricoprì la carica consigliere provinciale, di assessore al comune (mentre era sindaco Domenico Angeli) per essere poi eletto sindaco nel 1872.

    Nel 1882, alla morte di Garibaldi fu nominato presidente del comitato per la realizzazione di una statua all’eroe del Risorgimento che fu inauguata nel 1896.

    Per molti anni memoria vivente dei gloriosi fatti del Risorgimento, nel 1915 partecipò ad una famosa adunata, simbolicamente tenutasi a Quarto, per sollecitare l’intervento dell’Italia nella I Guerra Mondiale, con l’obiettivo di veder completato il programma risorgimentale che contemplava la liberazione di Trento e Trieste.

    Compiuta l’unità d’Italia, con la fine del conflitto che chiudeva un periodo storico tanto importante per le sorti dell’Italia, settantanovenne Remigio Piva cessava di vivere nel 1919, mentre era in attesa di notizie sulla marcia su Fiume guidata dal D’Annunzio.

  • Rivive sul Po il mulino di Bacchelli

    Rivive sul Po il mulino di Bacchelli

    Lazzaro Scacerni, il mugnaio pescatore ne “Il mulino del Po” di Riccardo Bacchelli, torna a rispecchiarsi, immobile e attento alle sue reti, nel grande fiume. Con lui, ecco risorgere (seppur soltanto idealmente) uno dei simboli dell’economia dell’Ottocento, progetto tutt’altro che antiquato e nostalgico ma risposta concreta all’esigenza di ritrovare nella storia le radici di una vocazione che risponde ai canoni di semplicità, sostenibilità, viver bene.

    Gradevoli sensazioni e immagini d’altri tempi accolgono i tanti momenti di ‘unione’ che salutano l’inaugurazione del nuovo mulino sul Po “San Michele”, a Ro Ferrarese. Unione tra due amministrazioni, Polesella e Ro, che ogni anno celebrano attraverso una serie di manifestazioni la “Festa delle sponde amiche”, segno che il corso d’acqua avvicina territori, solo geograficamente divisi, in molte occasioni durante l’anno; unione anche tra passato e presente, tra storie di ieri e l’esigenza di non perdere di vista le tradizioni.

    Ora il Porticciolo (sulla riva sinistra) e il Mulino (su quella destra) stanno l’uno di fronte all’altro, sentinelle di due sponde che si tendono la mano e uniscono le forze per promuovere eventi e iniziative.

    Sulla riva destra, dunque, ecco il Mulino ricostruito, una struttura, capace di parlare da sola alle nuove generazioni, spiegando ai ragazzi come vivevano i loro nonni in questa terra. Il visitatore si trova improvvisamente in un’atmosfera aliena rispetto alle euforiche domeniche del nuovo millennio. Un’oasi verde dove sostare, riposare, collegata a chilometri di argine per gite in bicicletta durante il periodo estivo. Ma capace, anche, di esaltare le nebbiose giornate d’inverno, descritte da Bacchelli come “bianco tenebrone stagnante, umido e greve, vasto quanto il mondo e senza fine”. Scendendo la passerella c’è il mulino, scrigno di ricordi, luogo in cui vivevano i molinari, ricchi braccianti con un’esistenza grama, sentinelle costanti di quelle ‘case galleggianti’ in cui non potevano cucinare sul fuoco vivo per non rischiare di incendiarle.

    C’è ancora qualche anziano del posto che giura di aver visto Bacchelli in quei luoghi negli anni Trenta, proprio lì, ai margini del mercatino sull’acqua. Un ‘forestiero’ intento a cogliere, con gli occhi e con la matita, aneddoti e testimonianze di un gruppo di persone e animali trasformati dalle nuvole di farina provenienti dal mulino, in chiassosi fantasmi in bilico tra realtà e immaginazione.

    Vengono tuttora tramandate di generazione in generazione anche le storie legate all’avvio delle riprese del film, girato utilizzando attori famosi insieme a gente del posto. Qualche problema ci fu in una sequenza che ritraeva un paesano di fronte a una porzione di minestra asciutta: tant’era la fame che il protagonista puliva il piatto prima dell’avvio del ciack e, con immenso piacere, dovette ripetere la scena per ben tre volte.

    “Macineremo il grano delle nostre terre, oggi come allora – afferma il sindaco di Ro Ferrarese Filippo Parisini – e venderemo la farina a chi verrà al mulino risorto. La nostra è una vera e propria opera d’arte, unica in Europa, costruita dai maestri d’ascia di Gorino e lavorato con le stesse tecniche degli operai di un tempo. La ruota in pietra grigia proviene invece da Treviso. Attorno sorge un dedalo di poste ciclabili e un’ampia area boschiva. Una sorta di museo per ritornare a contatto con la natura esaltando le potenzialità del territorio”. Intanto, nel giorno dell’inaugurazione del manufatto, realizzato anche grazie al contributo della Comunità europea, la festa è stata davvero grande, tra stand, rappresentazioni teatrali, musica e il profumo del grano, odore dimenticato.

    Nel prato, Lazzaro e i suoi garzoni escono d’incanto dalle pagine dell’opera di Bacchelli, rivissuta grazie alle recite di brani in una piazzetta. Malvasone, “tardo e forte come un bue”, Beffa con “la faccia torva e sciagurata”, Desolina, “la donna del mugnaio”, personaggi paradigmatici, capaci, un tempo, di liberare il mulino dagli ormeggi e proteggerlo in golena, “quando la piena del Po arrivava rabbiosa, rugliando che neanche mille tori”.

    Per l’occasione la comunità di Polesella si è spostata sulla sponda destra del Po, osservando quanto sarebbe stata suggestiva la presenza dell’ormai demolito ponte in chiatte.

    Gli occhi si sono tutti puntati sul mulino: due ‘sandoni’ e il capanno. Il legno è robusto, il tetto è di canne di palude: il grano viene versato nella bocca del manufatto; i cucchiai cercano l’acqua; le ruote trasmettono movimento alla ruvida mancina schiacciatutto. Ne esce la farina soffice, bianca, polvere di neve simile al borotalco per bambini. E il tempo sembra davvero, miracolosamente, essersi fermato.

  • Il “Coghetto” di Rovigo

    Il “Coghetto” di Rovigo

    In via Cavour, sotto il basso porticato che la caratterizza, si apre “Il Coghetto, il più antico caffè di Rovigo. Ma un tempo il locale non si chiamava così, e nemmeno la via era identificata col nome dello statista piemontese conosciuto nei libri di storia come “il gran tessitore” del Risorgimento.

    Per saperne di più raggiungiamo l’Accademia dei Concordi – Estimo Veneto 1775 – città di Rovigo. Nel 1775 Rovigo era sotto la Repubblica di S. Marco e il portico che va dalla Piazzetta del Ghetto, ora Piazza Merlin, all’attuale piazza Vittorio Emanuele II era chiamato “Portico degli Ebrei”, perché a quei tempi i proprietari erano tutti ebrei. Ed anche oggi è spesso ancora indicato con tale denominazione.

    Gli ebrei avevano orari stabiliti per uscire e per entrare nelle loro case, cioè nel Ghetto, istituito proprio dalla Serenissima nel 1627 (come è ben spiegato in Ventaglio Novanta n. 31, p. 51). Il vicino portico era pertanto comodissimo per il loro lavoro e qui aprirono perciò le loro botteghe.

    Dopo il Congresso di Vienna, Rovigo entrò a far parte del Lombardo-Veneto sotto l’Austra. Dal foglio 19 n° 91 mappale austroungarico del 1842 risulta che l’attuale Coghetto, un tempo casa con bottega e portico, era proprietà di Ravenna Elena fu Davide. Nel 1862 il tutto fu venduto a Ravenna Moisè Sovrano.

    Nel 1866, dopo la Terza Guerra di Indipendenza, il Veneto diviene parte integrante del Regno d’Italia e le mappe dell’archivio di stato austroungarico passano al Catasto italiano.

    Sotto lo stato italiano gli ebrei sono più liberi, lavorano dentro al ghetto e fuori. La proprietà di Ravenna Moisè Sovrano, casa bottega e portico, nel 1870 passa a Ravenna Luisa fu Abramo sposata Piacentini. Costei conosce da tempo un bravo cuoco, lo chiama e apre con lui un caffè con vendita di “acquavita”.

    Poiché questo cuoco è molto bravo e fa un’ottima cioccolata e ottime paste, la bottega si avvia bene. Il caffè viene chiamato “Il Coghetto” proprio perché il bravo cuoco è piccolo e i rodigini dicevano: “Andiamo al Coghetto a mangiare le paste”. Il locale è piuttosto ristretto, limitato a soli 40 metri quadrati, ma ben presto si caratterizza come uno dei più tipici della città.

    I passaggi di proprietà non sono terminati, ma d’ora in poi il locale continuerà ad essere identificato come “Il Coghetto”. Dalla mappa catastale del 1895, numero 162, risulta che vengono comperati solo bottega e portico da Piani Margherita fu Giovanni, maritata Pellegrini. (Repertorio 8626 Notarile – Notaio Corsale). La signora Pellegrini veniva da un paese vicino a Belluno e cede il caffè a un lontano parente Antonio Rossi nato a Bramezza frazione di Belluno. Costui a Venezia faceva “luganegher” cioè lavorava in un salumificio.

    Dopo varie vicissitudini il caffè riprende vita diretto dai tre figli di Antonio Rossi: Matilde del 1896, Giovanni del 1903 e Angelo del 1907, tutti nati a Rocca Pietore provincia di Belluno. Costoro cominciano a lavorare giovanissimi, nel 1917, ai tempi della prima guerra mondiale e tengono il locale per 50 anni.

    Dal 1967, per quasi trent’anni, fino al 1995, il caffè è poi diretto dai fratelli Lavezzo, mantenendo sempre la denominazione di “Coghetto”.

    Dal 1995 cambia la gestione, ma non il nome, ed a tutt’oggi il caffè è diretto dai tre fratelli Carlo, Claudio e Maurizio Chiarion che, con molta signorilità, rendono il locale punto d’incontro dei giovani e vecchi che apprezzano il buon caffè servito in un ambiente sereno ed accogliente, mitica pasticceria dell’infanzia di tanti rodigini.

    Lo stabile è invece sempre proprietà dei pronipoti di quel famoso “luganegher” che gestì il locale dopo l’ancora più famoso “Coghetto” che ha dato il nome al caffè rodigino.

    Ma chi era questo personaggio soprannominato Coghetto e destinato a lasciare una traccia tanto indelebile in Rovigo?

    La famiglia del “Coghetto” viene dalla Svizzera tedesca e precisamente dal paese Tarasp, che si trova in Engadina vicino alla città di Scuol, nel Canton dei Grigioni.

    Karl Federspiel, questo il vero nome del Coghetto, nasce a Tarasp il 18.09.1816. E’ figlio di Johann, la famiglia è benestante e agiata, ma, a causa di alcune annate di carestia, perde la tenuta e cade in povertà. Il giovane Karl si ribella alla povertà ed emigra. Il Veneto era entrato a far parte dell’Impero Austroungarico e costituiva la regione denominata Lombardo-Veneto.

    Nel suo emigrare Karl si ferma a Rovigo forse essendo nato vicino al piccolo lago di Tarasp, ama l’acqua, e Rovigo allora era attraversata dall’Adigetto, con acqua pulita. E’ un bravo e onesto giovane, lavora con serietà, è un ottimo pasticcere e bravo cuoco, si fa ben volere e, a 20 anni, (1836) sposa Angela Astolfi.

    Dopo dieci anni nasce il primo figlio, lo chiama Giovanni come il padre, a breve distanza uno dall’altro vengono alla luce altri cinque figli. Giovanni diventerà medico con condotta a Gavello (Rovigo). Gaetano (1848) sacerdote. Antonio Baptista (1850) scuola superiore. Teresa (1852) sposa il Cav. Carlo Tordini. Anna Maria detta Marianna (1854) sposa un ricco proprietario, il signor Pitteri, ed erediterà il palazzo rosso dei Federspil con la piccola campagna in via Belfiore. Maria (1857) muore giovane nel 1885. Le sue ceneri con la lapide in marmo sono a destra del portico in cimitero, nell’epitaffio piangono la madre e i fratelli addolorati.

    Con l’Unità d’Italia nome e cognome vengono italianizzati in Carlo Federspil: quest’ultimo senza la e. La famiglia di Carlo è unita, è benestante abita in via Verdi dove un secolo dopo, nel 1960-1965, l’ingegnere Antonio Pavarin dirigerà i lavori della nuova Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo su progetto dell’architetto G. Luciani. Questo nuovo edificio notevolmente ampliato ha sostituito la vecchia Cassa di Risparmio di Rovigo, ed è sorto sul terreno ottenuto dopo la demolizione delle vecchie case della ditta Carlo Federspil.

    Il “Coghetto” a Rovigo era dunque divenuto benestante e proprietario di case. Ma a Rovigo non c’è la sua tomba giacché era ritornato in Svizzera e non se ne seppe più nulla. La moglie Angela Astolfi muore a 85 anni nel 1900 assistita dai figli Giovanni medico e Gaetano sacerdote, riposa nel cimitero sotto il portico. La tomba degli altri figli Federspil è nel secondo campo accanto a quella dei Casalini, è di granito nero, con una struttura semplice e lineare come è stata la loro vita.

    Negli anni Rovigo cambia e si amplia, ma il cuore dei Federspil resta legato alla nostra città. Oggigiorno Giovanni, pronipote di quel famoso “Coghetto”, è medico e professore all’Università di Padova. Tuttora molto legato a Rovigo, accademico dei Concordi, possiede ancora l’appartamento nel palazzo di via Miani, dove è nato e la vecchia campagna del padre avvocato Carlo in via Tassina e, quando viene a Rovigo, non può mancare di fare una sosta per un caffè presso lo storico “Coghetto”, sotto il portico degli Ebrei, dove, con il suo apprezzato lavoro, si espresse al meglio il suo antenato emigrato a Rovigo dalla Svizzera nella prima metà dell’Ottocento.

  • Le meraviglie del Polesine

    Le meraviglie del Polesine

    C’è attesa per la grande mostra “Le meraviglie della pittura tra Venezia e Ferrara” che sarà inaugurata il prossimo 22 Gennaio 2006 a palazzo Roverella di Rovigo. Da parte di noi polesani ci sono vari motivi di interesse: dalla riscoperta delle pregevoli opere custodite dall’Accademia dei Concordi che approderanno in ambienti quanto mai consoni, alla possibilità di accedere finalmente all’interno di un palazzo di primaria importanza storica ed architettonica qual è il Roverella, ridonato alla collettività grazie ad un lungo e qualificante intervento di restauro.

    Ma l’iniziativa, per la sua importanza, è destinata a valicare non di poco i confini del Polesine: si tratta infatti di un avvenimento di considerevole spessore culturale, in grado di costituire un polo di attrazione, che farà sentire la sua voce ben oltre gli ambiti della provincia, richiamando l’attenzione dei mezzi di comunicazione a livello nazionale.

    Diciamolo con chiarezza: per noi polesani è motivo di orgoglio che la nostra terra sia in grado, finalmente, di costituire un motivo di così ampio interesse. E siamo altrettanto consapevoli che l’apertura del Roverella, con l’importante evento d’arte, non è un episodio isolato, ma va ad aggiungersi a varie altre riuscite iniziative e all’impegno che quotidianamente, specie in questi ultimi anni, stanno prodigando enti pubblici, associazioni e privati, con la volontà di far uscire la nostra provincia da quel “cono d’ombra” che a lungo l’ha penalizzata.

    Il ripristino del Roverella è dunque un prezioso anello di una catena che solo qualche mese fa ha visto giungere a compimento un altro importante recupero, questo di iniziativa privata, concernente il restauro della splendida villa Morosini di Polesella, a cui dedichiamo la copertina di questo numero del Ventaglio. E segue di un paio d’anni la riapertura di villa Badoer a Fratta Polesine, portata a termine dall’amministrazione provinciale, mentre a Lendinara è in dirittura d’arrivo un’altra iniziativa privata concernente il completamento dei lavori di ripristino di Ca’ Dolfin, splendido palazzo cinquecentesco attribuito allo Scamozzi.

    E che dire degli interventi di salvaguardia che hanno per oggetto il patrimonio architettonico di ambito religioso? Questo numero del Ventaglio si apre proprio con una proposta di visita alla parrocchiale di Fratta, importante costruzione seicentesca, fresca di una riuscita azione di ripristino. Tutto ciò mentre Santa Sofia di Lendinara e San Giovanni di Badia Polesine, per non parlare della Rotonda di Rovigo, sono interessate in questo periodo da importanti interventi di consolidamento e restauro, che daranno modo di apprezzare più compiutamente le pregevoli opere d’arte in esse contenute.

    In attesa del via dei lavori, sono poi i complessi monumentali della Vangadizza di Badia e del Castello di Rovigo, che andranno a costituire rilevanti poli sotto il profilo turistico e culturale.

    E molte altre sono le iniziative – tra le altre di primaria importanza l’attività del Teatro Sociale di Rovigo le cui produzioni incontrano apprezzamento in varie città d’Italia – che costituiscono motivo di apprezzamento e (perché no?) di orgoglio per il nuovo volto che, con sempre maggior decisione, sta assumendo il nostro Polesine: terra dei grandi fiumi ed anche… di meraviglie.

  • L’aglio polesano

    L’aglio polesano

    Nella straordinaria ricchezza di essenze che costituiscono il Regno vegetale, solo una piccolissima parte di queste è stata addomesticata dall’uomo avviando, di fatto, l’agricoltura.

    Un processo evolutivo che dura tutt’ora, che si avvale di metodologie e strumenti ben diversi da quelli dei suoi antenati ma che “pesca” sempre in quell’unicum di creature che la biologia intende come “biodiversità”. Nella nostra storia e cultura si sono depositate, nell’arco dei millenni, esperienze e testimonianze che riguardano gli aspetti arcani, reconditi, di proprietà attribuite ad alcune specie, atte non solo a soddisfare la fame, sempre incombente, ma anche attese di salute fisica e spirituale. Proprietà le cui conoscenze potevano essere patrimonio di pochi iniziati e che, nell’immaginario collettivo, spesso sconfinavano nell’esoterismo e nella superstizione.

    Una di queste specie è sicuramente l’aglio.

    Un po’ di storia

    Gli studiosi ritengono che l’aglio, al pari di altre specie affini del genere Allium, come la cipolla, il porro, lo scalogno, catalogate nella famiglia delle Liliacee, sia originario dalle regioni interne, montagnose, dell’Asia.

    A suffragare tale ipotesi vi è l’accertato uso alimentare sia in medicina che quelle popolazioni ne fanno da tempo immemorabile. Per certi aspetti l’aglio è una pianta strana. Erbacea a ciclo annuale, ha il fusto sottoterra attorno al quale sono saldati i bulbilli che costituiscono il bulbo o “testa”. La parte aerea è un insieme di una diecina di foglie, laminate o semicilindriche, che si originano dal bulbo e ricoperte di una sostanza cerosa, alte una trentina di cm.

    La perpetuazione della specie avviene per via agamica, cioè per parti della stessa pianta madre, ovvero per cloni. In questo modo i “figli” hanno lo stesso corredo genetico del genitore: sono come fotocopie. I fiori, quando raramente si formano sono, in genere, sterili. Per questo la specie ha scarsissima variabilità genetica e le differenze fra le non molte “varietà” sono da imputare ai fattori che interagiscono nella coltivazione quali le condizioni pedoclimatiche e gli interventi antropici.

    In effetti, il panorama varietale è costituito da soggetti che presentano caratteristiche somatiche poco dissimili fra loro ma dalle quali si può evincere l’area di coltivazione. Si riferiscono al colore delle tuniche che rivestono i bulbilli o a piccole differenze nella forma e grossezza del bulbo, per cui accanto all’aglio bianco troviamo quello rosa e quello rosso con distinzioni intermedie.

    L’aglio polesano

    In Polesine si coltiva il bianco, detto anche “piacentino”, in quanto deriverebbe da una popolazione coltivata in quel territorio e ben ambientatasi fra Adige e Po da secoli. Si seminano i bulbilli preparati (“spiculati”) in novembre depositandoli nel letto di semina per tre-quattro cm. a distanze variabili fra i dieci cm. sulla fila e venti fra le file. Con i tepori primaverili dal bulbillo spuntano le prime foglioline che completano l’apparato epigeo in circa due mesi.

    In luglio il prodotto nuovo è maturo per essere scavato, lasciato ad asciugare al sole e poi portato sull’aia e accatastato in piccole pile per completare l’operazione. Successivamente viene lavorato a mano con un’operazione di toilettatura consistente nella pulitura delle tuniche che rivestono i bulbi, spazzolatura ed eliminazione di parte delle foglie e delle radici secche.

    Segue la confezione in trecce, piccoli mazzetti, grappoli, reticelle, varianti in peso da qualche etto fino a 15-20 kg.

    Il Polesine, da sempre, è la prima provincia veneta in assoluto come investimenti e produzione. Attualmente la superficie investita interessa una trentina di comuni con circa 600 ettari distribuiti a cavallo del Canalbianco da Trecenta fino ad Adria dalla quale si ottengono, mediamente, 50.000-60.000 qli di bulbi, il 14% del nazionale.

    E’ una coltura di “nicchia”che esprime un prodotto noto per le sue peculiarità, frutto della lunga selezione massale praticata dai coltivatori, che s’identificano nella “testa” grossa, di particolare lucentezza bianca, soda al tatto, conservabile a lungo e, soprattutto, molto aromatizzata.

    Basta passare nelle zone aglicole al tempo della raccolta, per inebriarsi del caratteristico, inconfondibile odore, o profumo, a seconda che lo s’intenda. A difesa di queste sue eccellenze, un gruppo di giovani coltivatori ha dato vita ad alla cooperativa “Polesine” per promuovere il prodotto e per ottenere dall’Ue il marchio DOP (denominazione di origine protetta) per il quale l’iter della pratica è a buon punto.

    Un alleato della salute

    Per l’uso, l’aglio spazia dalla cucina alla trasformazione industriale per prodotti impiegati in farmacia. In giusta quantità è un alleato della salute, come attesta l’impiego secolare nella medicina popolare. Nel 65-70% di acqua contenuta nel bulbo sono disciolti gli oli essenziali che ne caratterizzano le proprietà come i composti solforati, di cui l’alliina è il principale e dal quale, per l’azione enzimatica che accompagna le fasi della masticazione e della digestione, si sviluppa un gran numero di altri composti biologicamente attivi.

    Un vero scrigno per contrastare le malattie del “benessere”, quali l’arteriosclerosi, l’infarto, l’invecchiamento cerebrale, alcune forme di tumori, l’alto valore del colesterolo e della pressione arteriosa, con in più azioni antisettiche, ecc.

    L’industria prepara formulati atti a diversi impieghi come oli essenziali, polveri disidratate, estratti vari, capsule per favorirne il consumo diretto senza incorrere nel noto disagio procurato dall’espirazione mediante la quale è eliminata parte delle sostanze prima richiamate. Un’alitosi, per dirla con un vecchio amico, “ …terrificante, capace di fulminare le mosche di passaggio!”.

    La medicina popolare attribuisce all’aglio proprietà quasi taumaturgiche. Chi scrive ricorda che da bambino (e non era il solo) ha dovuto dormire con una collana di spicchi d’aglio al collo impostagli dalla nonna “…per far morire i vermi”, abituali ospiti nell’intestino in quei tempi.

    L’aglio, stante le sue virtù, si è prestato a vezzi, dicerie ( come prima ricordato), storie, proverbi più o meno salaci che hanno alimentato la fantasia popolare di cui è ricca la nostra etnografia. Una per tutte: “… metete on spigo d’ajo nel c…e te savarè da

  • Delta & Croazia

    Delta & Croazia

    E’ stata quella del 25 marzo scorso una giornata intensa ed entusiastica per i due Comuni Istriani di Umago e Cittanova a Porto Tolle, dopo un’altrettanto bella esperienza vissuta a Rosolina, in apertura del gemellaggio tra realtà delle due sponde dell’Adriatico.

    La giornata portotollese ha avuto inizio con un tour di visitazione del territorio. Per Porto Tolle erano presenti il Vice Sindaco Massimino Zaninello e gli Assessori Silvana Mantovani ed Ivano Gibin, per il Consorzio di Sviluppo Volpe, Bonagurio con il Presidente della Pro Loco Andrea Bovolenta.

    La delegazione si è ritrovata al Museo della Bonifica di Ca’ Vendramin guidata dal geometra Brini che ha illustrato la storia della struttura. Quindi il gruppo si è imbarcato sulla motonave “Beccati” nell’attracco di Ca’ Tiepolo, ha quindi raggiunto le foci del Po di Venezia ammirando nel suo passaggio quanto di suggestivo il Delta presenta, grazie alle notizie che venivano loro fornite dallo spiker Cacciatori. E’ seguito lo sbarco nelle vicinanze del Ristorante Aurora a Ca’ Dolfin dove è stato consumato il pranzo e dove uno stand dava buona visibilità ai prodotti tipici locali.

    Subito dopo tutti sulla Sacca di Scardovari accompagnati dal pescatore Simone Avanzo che ha illustrato ai convenuti le attività della pesca in tutte le sue sfacettature: cavane, allevamenti, attrezzature, barche, spiegando i vari modi dell’importante mestiere.

    Il gruppo non ha dimenticato Marina 70 vedendo così questa grande estensione d’acqua dove la pesca trova il suo giusto collocamento. Infine il passaggio per la Pineta di Cassella prima di far rientro nel capoluogo Portotollese Ca’ Tiepolo, ove presso la Sala Consiliare del Comune di Porto Tolle, si è svolto il Convegno del gemellaggio.

    Argomento trattato, la valorizzazione del patrimonio culturale di origine Veneta nell’Istria: opportunità per affermare valori di amicizia e collaborazione tra Comuni Croati e Veneti. Nello specifico tra i Comuni di Porto Tolle e Rosolina i quali si sono uniti per collaborare a livello turistico, economico, culturale e sociale tra loro con la vicina Istria.

    I Comuni interessati, il Consorzio per lo Sviluppo del Polesine, insieme alla Regione Veneto ed ai rappresentanti istituzionali dell’Istria si sono uniti nella speranza di intervenire per il recupero, la valorizzazione e la conservazione del patrimonio culturale di origine Veneta nell’Istria e nella Dalmazia.

    Ha aperto il Convegno il Vice Sindaco di Porto Tolle Massimino Zaninello, il quale ha ringraziato i presenti con entusiasmo, soffermandosi a sottolineare gli aspetti qualificanti a livello artistico naturalistico ed ambientale che caratterizzano il nostro patrimonio deltizio: “Il Delta del Po è una delle zone umide più importanti al mondo – ha osservato – storia, cultura, tradizioni singolari di questo territorio devono essere tutelate e valorizzate”. Prodotti tipici come il Riso diventato IGP, itinerari gastronomici, manifestazioni locali, sagre, pesca turismo devono essere conosciuti. Ecco uno dei motivi di questo incontro: portare all’estero il patrimonio culturale della nostra terra”.

    Successivamente ha preso la parola il Sindaco di Cittanova Anteo Milos, il quale ha ringraziato i presenti, ed in particolare la Regione Veneto ed il Consorzio per lo Sviluppo del Polesine. “La storia della Serenissima – ha sottolineato – ha influito tanto sulla storia dell’Istria sia a livello storico che culturale”, mantenere rapporti sociali tra Istria e Porto Tolle vuol dire mantenere unite le nostre tradizioni.

    La parola è poi passata a Fabio Volpe del Consorzio per lo Sviluppo del Polesine il quale, entusiasta di questo incontro, ha affermato che altri due Comuni del Delta, Adria e Loreo, si uniranno in questo gemellaggio ricco di cultura e di tradizioni.

    Il Vice Presidente del Consiglio della città di Umago, Giuseppe Rota, ha ringraziato in particolare il Comune di Porto Tolle per la meravigliosa e storica giornata trascorsa insieme tra i profumi ed i sapori del Delta. “E’ stato un tour de plaisir”, ha afferma con enfasi.

    Anche l’Assessore De Grandis, ha ringraziato per la collaborazione e per la bella riuscita dell’incontro, sottolineando l’opportunità di intensificare le occasioni e i momenti di coinvolgimento.

    A conclusione del Convegno l’intervento dell’Assessore Isi Coppola della Regione Veneto, la quale ha informato come la Regione abbia già deliberato uno stanziamento per la seconda parte del gemellaggio che vedrà coinvolte Adria e Loreo, affermando inoltre: “L’Istria è una Regione straordinaria, e gemellaggi come questi servono per coltivare le nostre radici e le nostre tradizioni”.

    L’Assessore Regionale ha anche annunciato la presenza della Regione Veneto dei Consorzi fra le Cooperative Pescatori del Polesine alla fiera della pesca di Umago.

    Dopo un bell’ applauso per ringraziare tutti i presenti per la partecipazione, il Vice Sindaco, a conclusione dell’incontro, ha consegnato una borsa omaggio alle varie istituzioni intervenute con alcuni prodotti tipici e artigianali del nostro ricco territorio.

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