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  • Nicola Badaloni (1854-1945)

    Nicola Badaloni (1854-1945)

    L’impegno nella sinistra di fine Ottocento vedeva presenti diverse espressioni politiche, che andavano dalla idealità socialista a quella repubblicana, da quella anarchica a quella radicale, ma tutte in ogni modo impegnate contro il dispotismo del potere costituito e padronale, e per alleviare la condizione dei lavoratori, dei poveri e dei malati.

    In questo ambito si svolse l’attività di emancipazione sociale di Nicola Badaloni, nato a Recanati il 2 dicembre 1854 e giunto a Trecenta ventiquattrenne, nel 1878. Per le genti del Polesine fu il loro apostolo, il loro benefattore, l’uomo che dedicò tutto se stesso alla loro causa.

    Una scelta di campo. Il medico condotto

    Il primo impatto che abbiamo con Badaloni è quello derivante da una sua precisa scelta di campo, infatti, fin dalla sua giovanissima età, in quella Recanati, culla di una delle prime Società di Mutuo Soccorso fra lavoratori e di personaggi autorevoli nell’esercizio della professione medica, ma ancor più nella manifestazione delle idee riformiste, come lo fu il suo mentore Giovanni Falleroni, scelse di essere dalla parte degli oppressi e non degli oppressori. Così appena laureatosi, con lode, all’università di Napoli e dopo un breve passaggio alla condotta medica di Cesi, in provincia di Terni, nel marzo del 1878 assunse la responsabilità della condotta medica di Trecenta.

    Badaloni, come affermerà più tardi in uno dei suoi interventi alla Camera, interpretò da subito il ruolo del medico condotto come: “…il cardine del nostro sistema sanitario”, e un “istituto essenziale per la tutela della pubblica igiene che sotto vario nome si trova nelle Amministrazioni sanitarie di tutte le nazioni più progredite”.

    Più volte sottolineò la necessità di intervenire sui problemi della salute non come fine a se stessi, ma legandoli ai problemi sociali e della criminalità, al punto da compiutamente definirla nel senso più ampio del termine e della sua applicazione, in questo modo: “la salute pubblica è veramente ricchezza pubblica, ma non basta: essa è moralità pubblica. Se è vero che la delinquenza, che è soprattutto una conseguenza dolorosissima dello squilibrio sociale, con le migliorate condizioni sociali si attenua, noi rimuovendo le ragioni di un numero infinite di malattie e di morti, veniamo a togliere una delle cause e delle non meno gravi, del malessere sociale. D’altra parte non si può revocare in dubbio che nel malessere fisico, nelle continue sofferenze materiali, nella conseguente depressione morale, si debbano ricercare coefficienti di non lieve importanza della spinta al mal fare: ma appare evidente che, tutelando efficacemente la salute pubblica, noi tuteliamo altresì efficacemente la pubblica moralità…”. Queste parole pronunciate nel 1888, le sentiamo ancora attuali oggi nel 2006!

    Come medico condotto si rese conto, più di ogni altro uomo politicamente impegnato, che, oltre al dover far fronte alle necessità mediche, di igiene, prevenzione e cura, era indispensabile condurre una azione di promozione culturale e di lotta alle cause della povertà.

    I problemi sociali del Polesine

    Le condizioni di vita che Nicola Badaloni aveva trovato nel Polesine erano infatti decisamente drammatiche per la diffusione della pellagra, causata dal denutrimento, e della malaria, per la mancanza di bonifiche dell’ambiente; situazione acuita dallo sfruttamento messo in atto dai proprietari terrieri. Per sfuggire a tanto disagio, alla povera gente del Polesine non restava, come unica alternativa alle sofferenze e al morire di stenti, che l’emigrazione.

    Le ragioni che spingevano decine di migliaia di contadini del Polesine ad andare “raminghi” per il mondo – tra il 1887 e il 1899 gli emigrati furono più di 60.000 – erano, come affermò Badaloni in un suo intervento al Parlamento sulla legge sull’emigrazione, “la scarsezza e intermittenza del lavoro, che vuol dire insufficienza del salario, vuol dire avara o nessuna partecipazione fatta al contadino nei prodotti del suolo, vuol dire mancanza di difesa dei diritti del lavoratore cui vengono imposti patti leonini, vuol dire nessuna speranza di migliorare la propria condizione economica… queste sono le cagioni della migrazione di gran parte delle nostre popolazioni rurali… Le province nelle quali l’emigrazione assume le maggiori proporzioni sono quelle desolate dalle febbri e dalla pellagra e, recentemente, corse dagli scioperi dei contadini… Il contadino del Polesine che dopo aver richiamata invano l’attenzione sulle sue miserevoli condizioni, rifiutò l’opera sua per una mercede che non lo solleva dal bisogno, e, al grido de “la boje”, iniziò lo sciopero che si estese a tanta parte delle campagne del Veneto, dell’Emilia e della Bassa Lombardia…

    Fu il grande sciopero del 1884 che resterà famoso per la dura repressione, la carcerazione di 140 braccianti, ma soprattutto per una delle poche ma significative sentenze di assoluzioni dei lavoratori, da parte del tribunale di Venezia.

    Badaloni proseguiva ponendo un quesito: “quali provvedimenti per rimuovere almeno alcune fra le più dolorose cause dell’emigrazione vengono proposti con questo disegno di legge? Nessuno!”. E concludeva affermando che per limitare l’emigrazione “…non vi è che un mezzo: fare all’interno tutte le riforme sociali indispensabili, cominciando dall’applicazione dell’imposta progressiva, abolire tutte le ingiustizie legali cominciando dal togliere tutte le barriere feudali, che trasformano i liberi mestieri in corporazioni chiuse; preparare con un lavoro serio, diretto al pacifico svolgimento morale ed economico dei popoli, la sostituzione agli eserciti permanenti della nazione armata…”

    Molti altri medici condotti, come Badaloni si ispiravano agli ideali socialisti e repubblicani; essi furono il lievito dell’associazionismi e della diffusione dell’impegno di classe per risolvere i problemi delle popolazioni di cui avevano la giurisdizione.

    L’impegno politico

    Badaloni, quindi, era attivo non solo come medico, destinando buona parte del suo tempo agli studi per combattere efficacemente pellagra e malaria, ma anche era impegnato a lottare contro governo e padroni per la difesa del lavoro in generale e di quello delle donne e dei fanciulli in particolare, condannando in ogni suo dire e agire lo sfruttamento.

    Per meglio divulgare il suo pensiero, nel 1899 fondò anche un giornale “La Lotta”, quale periodico socialista del Polesine, che si contrapponeva ai giornali della destra conservatrice e degli agrari.

    Il suo impegno socialista fu a tutto campo, fornendo contributi di grande qualità alla politica del partito in parlamento come nella società. Un intervento qualificante fu quello fatto, annunciando il voto contrario del gruppo socialista, sul bilancio del ministero della guerra: “……non perché nemici della Patria, ma perché a tutti i cittadini noi vogliamo assicurare una patria che sia una realtà e non una astrazione, come oggi è per la massa proletaria: non perché nemici dell’esercito, ma perché vogliamo distruggere codesto dualismo per cui, teoricamente, il soldato muore per la Patria, mentre la massa proletaria combatte – come ieri in Africa, come domani forse in Cina – per interessi che nessuno vorrà sostenere essere quelli del proletariato il quale, vincitore o vinto, non ha dalla guerra che i danni, i dolori e i lutti; noi combattiamo la vostra politica militare. Mentre a voi il militarismo appare come guarentigia della vita civile della nazione, agli occhi nostri il prevalere della politica militare nella politica dello Stato appare come una smentita a tutta l’opera della civiltà. Una civiltà, signori, non si regge, se tutte le classi sociali non godono di una agiatezza relativa, ed è assai vicina alla agonia una società che non sia in grado di mantenere coloro del cui lavoro mantiene se stessa…”

    Un intervento fatto alla Camera nel mese di giugno del 1899 la cui attualità, anche in questo caso, merita di essere evidenziata.

    Badaloni consigliere provinciale

    Per combattere la miseria e la precarietà di vita, Nicola Badaloni, da consigliere provinciale di Rovigo, si battè strenuamente per far approvare, durante la sua lunga militanza in consiglio durata quasi ininterrottamente dal 1889 al 1919, le opere pubbliche: ferrovie, strade, bonifiche, opere idrauliche, servizi postali e luoghi di cura, in modo che, attraverso il lavoro, si arrivasse a quella elevazione sociale indispensabile per fermare il degrado persistente.

    In questa sua opera trovò non solo la disponibilità del consiglio, ma soprattutto il forte sostegno in Amos Bernini, sia in parlamento, sia nella sua qualità di sindaco di Rovigo.

    Badaloni alla camera, nella seduta del 29 novembre 1909, ne fece una commossa commemorazione valorizzando l’importanza delle opere realizzate e quanto il Polesine tutto gli doveva essere riconoscente per l’attività svolta.

    Badaloni accompagnò sempre l’impegno in Provincia con altrettanta intensità, anzi in alcuni casi anche maggiore, con quella parlamentare, dove fu eletto per ben otto legislature.

    L’attività parlamentare

    Alla Camera fu eletto la prima volta nel 1886 come esponente di democrazia radicale, ma dopo la costituzione del partito socialista italiano nel 1892 Badaloni si iscrisse al partito socialista, tanto che nelle successive elezioni fu sempre eletto nelle liste del partito, all’interno del quale, pur confrontandosi con le diverse correnti di pensiero che si manifestavano, rimase sempre fedele alla componente riformista, schierandosi con Turati, Prampolini e Treves, solo per citare alcuni fra i più prestigiosi rappresentanti del riformismo socialista.

    Come è possibile verificare, il suo impegno politico fu principalmente rivolto alla questione sociale, divenendo promotore della costituzione delle leghe bracciantili, di società di mutuo soccorso, di cooperative fra braccianti per l’esecuzione di lavori pubblici, di circoli socialisti in tutto il Polesine.

    Cominciò con la lega dei contadini di Trecenta, forte di ben 350 iscritti, per proseguire in tanti altri comuni della provincia, organizzando rivendicazioni e scioperi, finendo per essere anche l’interlocutore capace di risolvere le vertenze, pur senza esserne titolato nella gestione diretta delle leghe. Un’azione questa riconosciuta dallo stesso Giolitti che più di una volta sollecitò le autorità di PS ad interpellare Badaloni affinché si adoperasse “per aiutare la conciliazione al fine di ottenere con i proprietari accordi ragionevoli”.

    In un intervento alla Camera, in occasione della discussione del bilancio del ministero dell’interno, così Badaloni descrisse la propria opera di organizzatore “sindacale”: “…L’organizzazione dei contadini del Polesine è il frutto di un’opera lenta di educazione, l’epilogo di oltre 20 anni (siamo nel 1901) di lavoro e di lotte. Per risalire alle sue origini, bisognerebbe risalire al tempo in cui l’opera dei partiti democratici cominciava a solcare le campagne del Polesine… l’opera di organizzazione del nostro proletariato… è attraverso quest’opera di educazione civile e politica che il proletariato agricolo del Polesine ha conseguito la sua ascesa morale… Questo movimento vuol dire movimento sociale ed etico, vuol dire la conquista della salute e la vita, che sono quotidianamente insidiate dall’insufficienza del pane… affermando il loro diritto all’esistenza, non più né soltanto come individui per il beneplacito del padrone che dia ad essi da vivere, ma come classe, sotto la tutela della legge, pretendono che nell’economia dello Stato e nella politica del Governo i loro diritti e i loro interessi siano rispettati e difesi, come sono difesi e rispettati quelli dei proprietari.”

    L’azione organizzativa di Badaloni fu tanto efficace che il governo Crispi preoccupato qui, come in altre zone, per il diffondersi delle iniziative, da lui giudicate sovversive, fece scattare anche in questa lontana e depressa provincia la sua repressione. Una repressione, dura e cruenta con centinaia di morti fra i lavoratori in sciopero e che spesso si trasformava in atti di gratuita barbarie, come quando, sull’altra sponda del Po, a Berra, un contadino staccatosi dal corteo di scioperanti chiese, con il cappello in mano, la parola. L’ufficiale che comandava le truppe intervenute per reprimere lo sciopero gli rispose “sì eccola” sparandogli tre colpi di pistola alla testa. Il bracciante Calisto Desiò cadde fulminato e, prima che i suoi compagni si potessero mettere in salvo, altri di loro caddero sotto i colpi dei fucili dei militari.

    Una situazione che veniva continuamente denunciata da tutti i deputati socialisti e spesso, a nome del gruppo, era proprio l’on. Badaloni a svolgere l’intervento alla Camera. In occasione del dibattito su uno dei tanti eccidi di lavoratori, Badaloni sottolineò con forza: “Noi o signori, siamo stati quelli che abbiamo allontanato le masse ignare e misere dalle strade della violenza; noi abbiamo strappato loro dal cuore le collere omicide, additando ad esse la via pacifica e civile dell’organizzazione, che sono la leva più potente dell’ordine pubblico in un paese civile. Questo noi abbiamo fatto….” Aggiungendo che quando non era il tribunale a condannarli, “…venivano colpiti dalla classe proprietaria. E appartenere alle leghe fu reato, punito con la esclusione dal lavoro e con lo sfratto dalle case….”

    Era la risposta socialista all’applicazione violenta dei famigerati articoli 166 e 167 del codice penale, che prevedevano pene durissime per chi scioperava e chi si faceva promotore degli scioperi. Era la risposta democratica di chi sosteneva la legalità degli scioperi. Era il ribadimento della insostenibile condizione dei lavoratori.

    Badaloni intensificò il suo impegno per la costituzione delle leghe bracciantili e soprattutto si adoperò affinché queste fossero decisive per l’azione rivendicativa che conducevano.

    In altre parti del Polesine sorsero, ad opera sopratutto dei socialisti rivoluzionari, le Camere del Lavoro, anch’esse organizzate in leghe e con un loro giornale “Lotta di Classe” che si trasformerà in “Protesta Proletaria”, con gli stessi obiettivi immediati, ma con finalità diverse e per questo in costante polemica con le organizzazioni promosse da Badaloni e con il suo giornale “La Lotta”.

    Contro la pellagra e gli stupefacenti

    Badaloni accompagnò costantemente la sua azione di organizzatore con l’esercizio della professione e gli studi su come combattere e debellare le malattie, non solo per le popolazioni del Polesine.

    I suoi interventi sulla legge contro la pellagra si fecero più insistenti con denunce puntuali per la parziale applicazione della legge, per la mancata somministrazione gratuita del sale, dei medicinali ai poveri, allargando il suo interesse di scienziato alla tubercolosi, da lui definita la malattia della miseria, sostenendo che “..la povertà con tutte le sue conseguenze: con i patimenti del bambino scolpiti nelle ossa gracili, contorte dalla rachitide: è la povertà con l’alimentazione insufficiente, con le abitazioni malsane, dove, nel breve spazio di una stanza buia sono addensate otto, dieci, dodici persone, come ho visto anche a Roma, in mezzo alla più nauseante mefite materiale e morale: è la povertà con la ignoranza e la impossibilità di ogni pratica della igiene, che prepara il terreno sul quale prospererà il germe funesto…”.

    A causa dei forti contrasti che continuamente esplodevano all’interno del partito socialista, Badaloni si defilò dalla vita interna del partito, ma non altrettanto dall’impegno sociale, sia nel territorio, sia in parlamento dove condusse una delle ultime battaglie: la richiesta di un intervento legislativo contro il commercio degli stupefacenti mettendo a nudo l’esistenza di una organizzazione criminosa che “introduce il veleno dai centri di produzione all’estero e lo diffonde nel Paese”. Battaglia vinta, con l’ottenimento di una legge contro l’uso degli stupefacenti e dello zolfo bianco.

    Badaloni senatore. Gli ultimi anni

    Nel 1920 Giolitti lo nomina senatore del Regno compiendo un atto di riconoscimento al grande valore assunto dall’opera svolta in oltre quarant’anni di attività.

    Quando il fascismo imperversò, Badaloni ebbe un sussulto politico schierandosi apertamente contro, ma nonostante le pressioni ricevute non volle più rientrare nell’attività politica.

    Con il passare degli anni le sue sofferenze aumentarono fino a paralizzarlo e farlo diventare cieco.

    Morì in tarda età, nel 1945 novantunenne, in miseria, vivendo gli ultimi anni della sua vita assistito e mantenuto dai vecchi amici, avendo rifiutato l’assegno di sostentamento che il regime fascista voleva assegnargli.

    Fu la conclusione di una vita spesa per il bene degli altri che si chiuse con la stessa grande dignità di come era iniziata.

    Fu un apostolo, prima ancora che “sindacalista” tenace e politico capace. Il suo parlare dolce e fluido era l’espressione concreta della sua bontà, rettitudine e inflessibilità nel comportarsi con se stesso, come con i lavoratori e gli avversari di classe.

    L’opera e la personalità di Badaloni non poteva essere meglio ricordata di com’è stato fatto nell’epigrafe impressa sulla sua lapide nel cimitero di Trecenta e su quella apposta nella sua casa natale a Recanati, con parole di alto significato, intese a tramandare alle generazioni future il ricordo del suo pensiero e della sua opera. Credo che ugualmente importante e significativo sia il riconoscimento spontaneo contenuto in una nota poesia popolare a lui dedicata da Guido Rizzati laddove il poeta in un passo condensa, con semplicità come la gente “sentiva”, l’opera di Badaloni, esprimendosi con queste parole: “l’ha speso tute le so energie e capacità par solevàr la pora zente della poertà.”

  • In visita a Villa Nani-Mocenigo

    In visita a Villa Nani-Mocenigo

    I beni storici ed architettonici della provincia possono rappresentare un motivo di interesse per i giovani?

    Una risposta positiva in tal senso viene dagli allievi delle quinte classi dell’Istituto Tecnico per Geometri “A. Bernini” di Rovigo, a seguito di una visita guidata, a Palazzo Pepoli di Trecenta e Villa Nani-Mocenigo di Canda. Lo scopo della uscita primaverile programmata dalla scuola è stato quello di sensibilizzare i giovani ed i futuri tecnici ai problemi del restauro e conservazione dei Beni architettonici e fare il confronto tra due tipologie edilizie: la villa emiliana – ferrarese e la villa veneta palladiana.

    Per il “Palazzon” di Trecenta, oggetto di un recente recupero, è stata possibile la visita interna; per la seconda, essendo proprietà privata ed in assenza di autorizzazioni all’entrata nell’edificio, solo quella esterna. Ed è proprio su quest’ultima che si è appuntata in particolare l’attenzione dei giovani, a causa del grave stato di abbandono in cui sembra versare.

    Villa Nani-Mocenigo, fu fatta edificare dai nobili veneziani tra il 1580 ed il 1584 nel nostro territorio lungo una importante, per il tempo, via di comunicazione e di collegamento con Venezia: “la strada azzurra” rappresentata dal fiume Tartaro che presso Canda presentava una piccola darsena. Il progetto del corpo di fabbrica originario, collocato sotto il vecchio argine, fu assegnato ad un collaboratore di Palladio, si parla dello Scamozzi e nelle sue facciate libere verso il parco ricorda, in qualche modo, nei balconi aggettanti, nel ritmo delle aperture e degli affacci, i palazzi che si specchiano nel Canal Grande.

    La Villa è stata nel tempo impreziosita da artisti, e lo dimostrano gli affreschi rimasti all’interno dei saloni attribuiti a Mengozzi-Colonna, un allievo del Tiepolo, voluti da proprietari che univano alla potenza economica una cultura raffinata.

    E’ invece del ‘700 e di progettista ignoto, che ha saputo reinterpretare lo spirito della villa palladiana, l’aggiunta del corpo a meridione che costituisce l’attuale ed affascinante facciata dell’edificio posizionato sull’argine del vecchio fiume nelle cui acque doveva riflettersi tutto il prestigio della famiglia patrizia veneziana.

    La villa, destinata ad essere casa padronale sul fondo agricolo, fu punto di riferimento dei nobili acculturati del territorio circostante. All’interno della villa sono passati Dogi ed Ambasciatori della Serenissima appartenenti alla nobile famiglia, autorità religiose della diocesi locale. Nei suoi saloni sono avvenuti confronti sulle nuove concezioni illuministe, sulla rivoluzione francese, sul passaggio delle truppe napoleoniche e sul trattato di Campoformio che toglieva la libertà lasciata al Polesine dalla Repubblica Veneta per consegnarlo alle truppe occupanti dell’impero Austro-ungarico.

    Nella villa si sarà anche dibattuto certamente sugli esiti del Congresso di Vienna e sugli effetti della Restaurazione. Molto probabilmente i proprietari conoscevano personalmente i “Carbonari della Fratta” e ne avranno rifiutate o condivise le aspirazioni Risorgimentali. Sotto il profilo sociale, alla fine dell’Ottocento, si sarà discusso sulla risposta da dare da parte dei latifondisti ai primi scioperi bracciantili organizzati in Polesine: “la boje”. Anni dopo non saranno mancati ragionamenti sull’opportunità dell’entrata nella prima guerra mondiale, di cui il nostro territorio è stato indisturbato retrovia, ed in seguito si sarà dibattuto sul nascente fascismo e sulla morte del frattense Giacomo Matteotti, sul regime e le sue sproporzionate ambizioni, sull’impero coloniale, sulla tragedia del secondo conflitto mondiale. Alla Villa sarà arrivato l’eco struggente delle lacrime di Villamarzana…

    Momenti penosi alternati con altri di gioiosa spensieratezza quando all’interno dei suoi saloni sono stati organizzati ricevimenti, compleanni, feste, mentre la Cappella gentilizia ha raccolto preghiere, suppliche, e visto celebrazioni.

    Luogo di vita, di storia e di leggenda dunque, di vicende umane e civili, di speranze e delusioni, di passioni oltre che di cultura. Queste le riflessioni su cui si sono soffermati i giovani dell’Istituto per Geometri riguardo all’origine ed al passato della dimora nobiliare.

    Ma il presente?

    Un sentimento di desolazione ed annotazioni allarmate si sono levate per la realtà dei nostri giorni.

    La visita effettuata ha infatti evidenziato, nel presente, una situazione di generale abbandono ed uno stato di degrado molto preoccupante a cominciare dal parco, che mi auguro sia vincolato, infatti è uno dei più importanti del nostro Polesine sia per la sua estensione, che per la ricchezza delle essenze vegetali distribuite con verde armonia, per la pregiata statuaria e per l’equilibrato disegno in stretto rapporto con il complesso monumentale. Purtroppo però dal cancello laterale si possono notare, nella generale incuria, alcune statue decapitate e coperte da un velo di muschio che le sta logorando.

    Ma è sull’edificio principale che, in particolare, si è appuntato l’interesse, osservando con grande disappunto come versi in uno stato di desolante degrado.

    A quanto si può vedere in lontananza dal finestrino della corriera sull’argine, risultano evidenti il distacco di intonaci esterni, i balconi del piano nobile divelti, il loggiato coperto di guano e con le porte principali murate, la mancata manutenzione delle coperture ….Non oso pensare ai danni irreversibili recati agli affreschi presenti al piano terreno dall’umidità di risalita, a quelli dovuti alle infiltrazioni del tetto o alla entrata di volatili, che sono richiamati all’interno dalle aperture in alcune finestre nel piano superiore.

    In questo stato viene lasciata una importante e preziosa testimonianza architettonica del passato?

    Quale può essere il futuro della Villa già fortemente penalizzata da un incendio, che nel 1946 ne ha compromesso affreschi ed arredi nel salone del piano nobile?

    Domande attualmente senza risposta. E, a questo punto, mi chiedo quali siano le responsabilità degli organi preposti alla conservazione ed alla salvaguardia del Bene ed in particolare della Proprietà, delle Amministrazioni, della Soprintendenza e per finire del Ministero.

    Mi chiedo anche come si intenda intervenire per evitare danni irreparabili e per non depauperare ulteriormente il patrimonio storico-architettonico polesano anziché contribuire ad un reale rilancio della fisionomia turistica e culturale del nostro territorio inserendolo nel circuito più vasto delle Ville Venete.

    Convinto di interpretare il pensiero di molti polesani sensibili, mi auguro di trovare ascolto ed attenzione da parte dei soggetti interessati, pubblici e privati, e che vogliano prendere in esame questa segnalazione in modo da proporre, con il concorso di tutti, una concreta via percorribile per evitare un disastro annunciato.

  • Gli alberi nelle campagne

    Gli alberi nelle campagne

    Strene de vegne longhe e ben tirà coi cai che se destira sui morari, cai longhi, driti, sani e ben folà de graspi d’ua. Strene di pirari vecioni più del cuco, grandi storti, carghi de fruti che le rame squasi se scavezza dal peso e che i me morti nel’Otocento gà piantà…

    Così, nella poesia “Polesine”, Livio Rizzi, a metà del secolo scorso, descriveva la campagna polesana, una pianura resa ordinata e produttiva grazie al consapevole e paziente intervento dell’uomo, in grado di dar vita ad un ambiente rurale caratterizzato dalla presenza di varie piante, alcune delle quali messe a dimora nel secolo precedente.

    Uno scenario questo rapidamente mutato nell’arco di pochi decenni dominati da un’impetuosa trasformazione, la quale ha scompaginato modelli di vita, di relazioni e di economia che erano rimasti sostanzialmente immutati, o quasi, da secoli.

    Chi nel fluire del tempo naviga sugli

    “anta” non ha difficoltà a definire la trasformazione come “epocale”. La ventata “progressista” ha infatti investito tutta la società: nel pensiero, nei costumi, nell’economia, nell’ambiente inteso come “lo spazio circostante considerato con tutte o con la maggior parte delle sue caratteristiche”.

    Quest’ultimo aspetto è quello forse più eclatante, almeno dal punto di vista visivo, perché vivibile nel quotidiano e nelle relazioni che con esso intratteniamo.

    Per renderci conto della portata delle alterazioni ambientali basta soffermare l’attenzione sullo sviluppo urbanistico delle nostre città o dei paesi su cui, purtroppo, a volte conviene stendere un velo pietoso; o sulla trasformazione delle nostre campagne dove un’ordinata sistemazione idraulico-agraria, che esprimeva in diverse forme un particolare disegno funzionale, è stata sacrificata sull’altare dell’economia di scala, della rarefazione della manodopera e del conseguente, irruente, arrivo della meccanizzazione.

    L’attenta sistemazione del suolo era la risposta del contado a precise situazioni, quali la natura fisica del terreno, la sua giacitura, e pendenza. I campi, redenti dalla palude con i possenti (per quei tempi), lavori di bonifica, fiorivano al sole con diversi tipi di sistemazione dovuti alle locali situazioni corografiche, con le baulature longitudinali o trasversali, le ordinate file di scoline, capezzagne, capifosso, le alberate e le piantate e così via. Il tutto in un equilibrio perfetto tra le esigenze richieste dal processo produttivo e l’ambiente nel suo complesso, retaggio di sapienti osservazioni delle generazioni passate.

    Le scoline dividevano gli appezzamenti nelle sistemazioni alla “ferrarese” e le loro ripe ospitavano le alberate; nelle sistemazioni a gavini, o alla “padovana”, erano le alberate a divederli.

    I confini aziendali spesso erano delimitati anche da file di platani “a scalmana”, piante capitozzate quasi a livello terra che davano origine, dal ceppo, a diversi rami. Anche le siepi, o “passage”, contornavano i confini aziendali o le prospicienti stradali e delimitavano la corte, l’orto o il “brolo” e così via.

    La flora, che costituiva le alberate, le piantate e le siepi, era prevalentemente autoctona. Le Salicacee rappresentavano le specie più numerose, come i salici da legno, quelli “piangenti”, quelli da vimini; i pioppi con le sottospecie: il bianco con diversi cloni, il nero, il maestoso cipressino, il tremulo.

    A questa Famiglia se ne affiancavano altre, come le Ulmacee, rappresentate dall’olmo campestre; le Aceracee, rappresentate dall’acero o oppio; le Leguminose, con la pseudoacacia, quale la robinia, importata dall’America Nord-Orientale ai primi del ‘600; le Moracee con i gelsi, i famosi “morari” dai frutti-more bianchi e neri le cui foglie servivano all’alimentazione dei filugelli, ovvero dei bachi da seta, alias i “cavalieri”; qualche Betullacea, come l’ontano; e poi i noci, i ciliegi, i pruni, con i famosi e gustosi “amoli”, innocente tentazione dei ragazzi; platani, con le due specie importate: dai Balcani, il tipo orientale e dall’America quello occidentale; i bagolari, i frassini, la quercia rovere e roverella, residuo della primitiva selva fetontea e così via.

    Gli alberi, nella loro varietà costituivano dunque per la campagna un elemento di ricchezza concreta ed anche estetica. Ed il legno, ricavato dal governo delle varie specie, serviva a precise utilizzazioni: dai pali tutori per le viti ottenuti dalle “pertiche” di tre anni dei salici bianchi, alle “stroppe” dei gialli, ovvero i legacci per fissarle, con i tralci, ai tutori; dalle tavole ottenute dai pioppi per costruire rustici, al legno pregiato dei noci per mobili, attrezzi, carri, manici, scale, mastelli, botti e quant’altro dalle altre specie.

    Il tutto era “fatto in casa”, prodotto dalle mani di bravissimi artigiani: falegnami o “marangoni”, bottai, mastellai e carradori. Ora la plastica e la meccanizzazione hanno spazzato via tutto quel mondo fatto di cose naturali, di una sapienza antica e di una abilità manuale che sconfinava nell’arte.

    Le stagioni filano via veloci, ora come allora, con la differenza del diverso approccio che le attuali generazioni imprenditoriali devono riservare alla terra. Le nuove regole economiche hanno imposto una notevole rivisitazione di quella “geografia” rurale che non concilia più le esigenze operative moderne. Il silenzio e i profumi della Natura sono contrastati dall’imperante, quanto insostituibile, tecnologia.

    Ma non tutto è perduto. Lentamente ma, direi, inesorabilmente sta facendosi avanti una nuova coscienza ambientalista, scevra da contenuti retorici o, peggio, ideologici che trova le istituzioni, a partire dall’Ue, sensibili nell’indirizzare, con gli strumenti giuridici ed economici, i processi produttivi verso forme più ecocompatibili. L’Ue, “a sostegno dello sviluppo rurale” – Reg. 1698/05 – prevede quattro “assi” d’intervento, tre dei quali sono indirizzati a sostenere la valorizzazione dell’ambiente.

    Recentemente la Regione Veneto ha finanziato due progetti per rimboschimenti di pianura che si aggiungono a precedenti interventi. Il Parco del Delta del Po ne usufruirà per bonificare le dune fossili di Grillara e rimboscare il Giardino Botanico litoraneo di Porto Caleri.

    Forse Livio Rizzi, il poeta floricoltore polesano, cantore nostalgico di un mondo che non c’è più, potrebbe trovare una nuova ispirazione per declamare ancora la nostra Terra. Chissà.

  • La Madonnina del Platano

    La Madonnina del Platano

    “I dise che 'na volta, vèci e zuvni chi ’ndéa pr’i paisi a véndre marcansìe, d’istà in t’l’ora del mesgiorno, i s’ butéva sóta ‘l platano per farse un sunìn. Un dop’ mèsdì Scanciurlìn, un ch’el vndéva ’mdaie e altra roba co’ la Madona in suasa, el séa butà sóta l’àlboro per farse un passacuore, quan’ ch’un fiolato el gà ciavà la só castina. Quan’ ch’el s’ha sveià e ch’el s’ha incòrto, el s’ha inrabià tanto c’l’ha tirà zò Santi e Madone. E subito el s’ha messo in sérca par védre chi è c’l’è sta’ e l’ha girà pr’el paese tuto el dopo mesdì, povr’òmo, fìn che verso sira l’ha catà la só roba par grassia dla Madona”1.

    La Madonna, si sa, è comprensiva ed interviene con le sue grazie anche se qualche volta il fedele non è stato molto rispettoso nei suoi confronti, come tal Scanciurlino che l’aveva imprecata (l’ha tirà zò Santi e Madone), in seguito al furto subìto. Scanciurlino vagò per tutto il pomeriggio alla ricerca della sua cassettina con medagliette ed altri oggetti di stampo religioso, e forse questo disperato girovagare rappresentò, agli occhi della Madonna, una sufficiente punizione per le imprecazioni blasfeme. Fu così che, perdonato l’iracondo venditore di immagini religiose, la Madonna gli accordò la grazia di ritrovare la cassettina trafugata.

    La storiella si narra a Boccasette, borgata che sorge sulla riva destra del Po di Maistra, derivando il suo nome proprio a questa settima bocca (foce) del grande fiume.

    A memoria d’uomo, sin dagli inizi del Novecento, una Madonnina di Lourdes, biancovestita, è sempre stata nella cavità di un platano centenario sulla strada principale di Boccasette. Chi l’abbia messa, nessuno lo sa, di certo tutti affermano che da sempre è stata lì.

    L’immagine per anni è stata considerata il simbolo del paese: un luogo in cui pregare, l’unico punto illuminato, di notte, grazie ad un lumino a petrolio, dal momento che non vi era illuminazione elettrica. Nessuno passa di lì senza farsi il segno della croce, e gli uomini, fino a pochi anni fa si toglievano il cappello in segno di rispetto.

    Molte storie narrano dei miracoli compiuti. Ad esempio, si racconta che Giovanni Veronese, in attesa del veterinario, aveva legato al platano Fortuna, la sua mucca, che aveva ingoiato un colletto di barbabietola e rischiava il soffocamento. Lo sguardo smarrito dell’uomo si posò ad un certo punto sulla Madonnina e dopo alcuni minuti la mucca deglutì il colletto che la strozzava. E così, grazie alla sopravvivenza di Fortuna e al suo latte abbondante, i molti bambini di Boccasette furono salvi.

    Nel periodo della guerra, la miseria e l’indigenza stringevano con una cinghia troppo dura il paese che trovò nella Madonna del platano la forza per sopportare la mancanza di tutto. La Madonna divenne la meta della richieste di grazie: la madre pregava per il figlio al fronte, la moglie per il marito e la ragazza per il fidanzato; i contadini si rivolgevano a lei quando la siccità minacciava il raccolto o per scongiurare la grandine, per esorcizzare il timore della piena; le donne, se il russìn minacciava il maiale o ‘l scalsinaro le galline. La devozione si fece sempre più profonda e sentita tanto che i passanti si inginocchiavano o levavano il cappello passando per la strada.

    Con il trascorrere del tempo, il platano aveva iniziato ad accusare i sintomi della vecchiaia e non dava più garanzie per il simulacro posto proprio nella sua cavità. Quindi, a metà degli anni ‘80 del secolo scorso, la Madonna venne rimossa dal suo luogo originario e collocata entro una nicchia di alluminio su di un pilastro davanti al platano.

    La devozione verso la Madonnina è sicuramente di derivazione popolare: si tratta di culti arborei, di sacralizzazioni di alberi che hanno un’origine pre-cristiana. Con il graduale affermarsi del cristianesimo nelle campagne, figure di santi e la Madonna, in particolare, si sostituirono gradualmente alle divinità pagane. E in Polesine non sono infrequenti immagini della Madonna posizionate in edicole fissate agli alberi o in cavità arboree.

    Una delle più antiche è certamente quella di Boccasette, presso la quale oggi, oltre agli abitanti del paese, sostano anche vari turisti che, con sempre maggior frequenza, raggiungono la località nel comune di Porto Tolle, interessati a scoprire la suggestione degli aspetti più caratteristici del Delta padano.

  • Una camminata a ritroso nei secoli

    Una camminata a ritroso nei secoli

    Alle radici della storia del Polesine. Così può essere intitolata l’escursione che qui proponiamo, sulla scorta di una iniziativa promossa lo scorso autunno dal C.T.G. “Rovigoti”, unitamente al CeDi – Turismo & Cultura di Rovigo, nell’ambito del programma “Camminate in Polesine”.

    Teatro della proposta di conoscenza, la zona gravitante su S. PIETRO POLESINE, frazione di Castelnovo Bariano, ai confini tra la provincia di Rovigo e Verona, ove, circa quattromila anni fa, sorgeva il villaggio palafitticolo di Canar, abitato da una piccola ma attiva comunità autosufficiente, dedita alla caccia e ad una rudimentale agricoltura per far fronte alle necessità alimentari. Nel villaggio, protetto da uno specchio d’acqua e delimitato da una fitta boscaglia, venivano realizzati oggetti di ceramica, per certi aspetti davvero particolari, tanto da far pensare che il gruppo si fosse qui trasferito dalle zone del Danubio, ove in questo periodo si realizzavano analoghe produzioni, utilizzando la stessa tecnica di lavorazione.

    A fornire le basilari informazioni sui ritrovamenti di Canar, il sig. Zenesini della locale sezione del CPSSAE, ben disponibile ad illustrare i reperti preistorici esposti nel Museo Civico, ubicato presso l’ex scuola elementare di San Pietro Polesine: tra i pezzi più emblematici, una rara brocca a due manici, pervenuta a noi pressoché intatta.

    Ma il Museo altopolesano ospita anche un’altra sezione di grande interesse, relativa ad un’epoca meno remota e ben più conosciuta, quale è quella rinascimentale. Di questo periodo sono esposti pregevoli pezzi in ceramica dipinta, recuperati ai confini con il comune di Legnago, nella vicina zona di Torretta.

    Una località questa davvero particolare che ha derivato il suo nome dalla presenza, presso il fiume Tartaro, di una “torretta”, ovvero di un importante presidio sul territorio, denominato inizialmente “Crosetta” forse per la presenza di una croce all’apice del tetto della torre, oppure (come si sostiene con riferimento alla geografia locale) per l’intersecarsi di vari corsi fluviali. Infatti in questo luogo, provenendo dal Po posto a meridione, giungeva, confluendo nel Tartaro, il Nichesola, mentre altri corsi, tramite un complesso reticolato d’acque che interessava a nord la zona delle Grandi Valli Veronesi, permettevano ai natanti di raggiungere l’Adige.

    Un incrocio fluviale dunque di grande rilevanza nel passato, inizialmente presidiato militarmente dalle truppe lombarde dei Visconti e teatro di vari scontri tra le potenze che miravano al controllo della zona, su cui ebbe infine la meglio la Repubblica di S. Marco, dal cui dominio il luogo prese il nome di Torretta Veneta¹.

    Ebbene, nei pressi della strategica torre, di cui oggi è visibile soltanto il basamento, sono state condotte iniziative di ricerca archeologica che hanno portato alla luce gli importanti reperti in ceramica rinascimentale, oggi esposti nel Museo presso le ex scuole di S. Pietro Polesine.

    Si tratta di vasellame recuperato in condizioni a volte ottimali al fine di permettere un’opportuna opera di assemblaggio dei vari cocci. Abbastanza agevole è risultata pertanto in vari casi la ricostruzione pressoché integrale delle forme e quindi delle splendide pitture originali. Ceramiche che evidenziano la provenienza da due distinte zone di produzione, emiliana e veneta, in un periodo molto limitato, dai primi decenni del ‘400 alla metà del ‘500. Un fatto questo abbastanza strano, se si pensa che il presidio fu attivo dal XIV alla fine del XVIII secolo.

    Ma ancora più misteriosa appare la presenza in zona di reperti tanto pregiati. Come sono giunti pezzi così significativi a Torretta, presso una struttura dalle caratteristiche tutt’altro che nobiliari e caratterizzata dal continuo avvicendarsi dei presidi militari di controllo? Un quesito che non ha una risposta certa e che accresce lo stupore per la qualità dei recuperi². Difficile identificare il reperto più prezioso, ma è certo che non si può rimanere indifferenti di fronte ai ritrovamenti più elaborati, tra i quali spicca una bottiglia a ventre sferico, su cui è impressa l’immagine del volto di una dama, con acconciatura a corna, ricoperta da un velo.

    La visione è appagante, ma in paese c’è dell’altro che merita una sosta: la chiesa di S. Pietro Polesine, l’unica in tutta la provincia caratterizzata da due campanili. Fu voluta dal conte Pietro Nappi, famiglia quest’ultima che aveva affiancato i Bentivoglio nell’impresa di bonifica della vasta porzione del Polesine occidentale compresa tra il Tartaro-Canalbianco e il Po. Un’iniziativa di grande portata, destinata segnare in positivo la storia del territorio, avviata nel 1609 con lo scavo del principale canale di raccolta delle acque, che, dai promotori dell’opera di bonifica, ha derivato appunto la denominazione di “Cavo Bentivoglio”³.

    E fu subito boom demografico. Dalle province limitrofe si ebbe infatti a registrare l’immigrazione di migliaia di braccianti: prima richiamati dai lavori di scavo dei vari canali della bonifica, poi, a conclusione delle operazioni di redenzione del territorio, per coltivare le terre divenute patrimonio agricolo delle famiglie che avevano impegnato i loro capitali per attuare il progetto, ed ancora per far fronte alla consistente richiesta di edilizia sia di tipo abitativo che rurale, sia infine di carattere religioso.

    Ecco dunque individuate le radici del paese e le motivazioni che presiedettero alla realizzazione del tempio: una costruzione singolare, con i due campanili gemelli, realizzata dal celebre architetto ferrarese Angelo Santini, e dedicata a San Pietro, dal nome di battesimo del suo promotore e finanziatore, il conte Pietro Nappi. Il quale, al momento dell’avvio dei lavori, volle procedere al conio di una medaglia commemorativa, per sottolineare la portata dell’evento che, con l’erezione del sacro edificio, sanciva anche concretamente la nascita del paese che assumeva la stessa denominazione della chiesa, ovvero S. Pietro in Valle, successivamente mutuato in S. Pietro Polesine⁴.

    Il tempio, costruito in un arco temporale davvero breve, dal 1751 al 1754, veniva dunque incontro ad un’esigenza molto sentita dagli abitanti della borgata, un auspicio a lungo ostacolato dalla parrocchia di Castelmassa nel cui territorio ricadeva la cura delle anime (e soprattutto la riscossione delle decime del nuovo borgo)⁵. A nulla erano infatti valse le richieste avanzate ufficialmente, fin dagli ultimi decenni del ‘600 e che il 1699 avevano visto l’incontro di una delegazione locale con il vescovo di Ferrara, nella cui diocesi ricadeva la zona.

    Fu solo grazie alla determinazione del conte Nappi che, a metà del ’700, si ottenne il via libera alla costruzione della bella parrocchiale caratterizzata dai due simmetrici campanili laterali con sommità a bulbo.

    Dopo la sosta a San Pietro Polesine, con la visita al museo ed al tempio, è opportuno raggiungere la vicina località di TORRETTA, ove sorgeva la citata storica “torre”. Della secolare costruzione ai nostri giorni è riscontrabile soltanto la presenza del basamento, malinconica testimonianza dell’antico presidio un tempo bagnato dalle acque del Tartaro. Oggi non più, giacché prima i lavori di consolidamento degli argini e poi quelli ben più consistenti di rettifica del corso d’acqua per realizzare l’idrovia Fissero-Tartato-Canalbianco, hanno spostato il fiume varie decine di metri più a nord.

    L’antico tratto fluviale è comunque ancora ben identificabile, giacché l’area dell’ex alveo si presenta verdeggiante ed amena, con le caratteristiche di una zona di grande pregio naturalistico, attualmente interessata da un opportuno programma di rimboschimento a cura del Consorzio di Bonifica Valli Grandi e Medio Veronese. Un luogo ideale dunque per scampagnate estive e per passeggiate in vari mesi dell’anno per cogliere, nel succedersi delle stagioni, le suggestive trasformazioni del paesaggio naturale, contornato da vaste campagne punteggiate da fattorie.

    Proprio in quest’ambiente agreste – con grande soddisfazione dei partecipanti alla “camminata” autunnale – si è sviluppata una piacevole passeggiata con l’esperta guida del sig. Sergio Marcomini, ideatore della giornata all’aria aperta nella parte più occidentale del Polesine. Poi, nel migliore dei modi, la conclusione della piacevole uscita si è concretizzata a tavola, in località VALLONA presso l’agriturismo di Corte Vallona, con un indovinato menù basato sui prodotti della tradizione locale.

    L’azienda agrituristica, si caratterizza per un singolare edificio rurale risalente ai primi dell’Ottocento, affiancato da corpi laterali simmetrici rialzati oltre al tetto, per dar vita a due granai. L’ingresso principale all’abitazione, interessata da un recente intervento di restauro, manifesta una certa ricercatezza per la presenza di un portoncino ad arco sormontato da uno stemma con tre lune, tipico della famiglia Strozzi. Tutto ciò fa pensare che l’edificio fosse un tempo riservato al fattore della nobiliare famiglia venuta in possesso di vari terreni nell’area della bonifica Bentivoglio.

    Un’opera questa a cui si deve il volto, ancora spiccatamente rurale dell’area più occidentale del Polesine, significativa sotto vari aspetti e che attende occasioni per una opportuna valorizzazione sotto il profilo turistico.

  • Lungo la sponda del Canalbianco

    Lungo la sponda del Canalbianco

    Più spesso da sola, ma anche in compagnia delle mie amiche, mi piace esplorare l’ambiente che mi circonda e che si perde nella campagna verde e solitaria. E’ un modo per ritemprare lo spirito, una boccata d’ossigeno, un profondo salutare respiro.

    E’ una domenica pomeriggio, illuminata da un bel sole che invita ad inforcare la bici. Uno scambio di telefonate e, dopo poco, Giuliana, Giovanna ed io ci troviamo nella bella piazza di Castelguglielmo, il nostro paese, per un’escursione lungo il Canalbianco.

    Passiamo il ponte portandoci sulla riva sinistra dove sorge l’originale Monumento ai Caduti, che noi di Castelguglielmo, probabilmente a ragione, riteniamo tra i più riusciti della provincia, caratterizzato com’è dall’essenzialità che evita ogni retorica, imperniato sul caldo abbraccio del movimento a spirale impresso alla materia, a protezione delle sacre memorie patrie.

    Cominciamo a pedalare in direzione di Canda, sulla strada arginale del Canalbianco il quale ci sembra un fiume di rilievo, e l’arrivo di una grande chiatta che risale la corrente ci conferma dell’importanza della via d’acqua, sulle cui rive la vegetazione cresce rigogliosa.

    Di fronte al fiume sono allineate varie abitazioni, case vecchie e nuove, tutte con un giardino o un prato verde rasato di fresco. Alle loro spalle si apre la campagna coltivata con cura: ordinati i campi, estirpate le erbacce. Osservo un doppio filare di arbusti verdi e rossicci che fiancheggiano un lungo sentiero rurale, e mi meraviglio: sembra di essere in un parco. Forse la via campestre un tempo portava ad una fattoria o ad una casa di cui oggi non c’è più traccia. Domina la campagna coltivata.

    Imbocchiamo frattanto via Trento che circoscrive un’area artigianale a ridosso del Canalbianco, il quale pertanto scompare dalla nostra vista. Ma dopo poco il fiume riappare quando la strada ci porta presso un edificio di sicuro interesse architettonico che sorge già nel territorio comunale di Canda.

    Si tratta di villa Tasso, già Rigobello, un pregevole complesso rurale, protetto da un’alta mura. Facciamo una sosta per scattare qualche foto, agevolate dal fatto che il grande portone aperto lascia vedere l’ampia corte su cui prospetta la casa padronale con la facciata percorsa da due simmetriche canne fumarie; al centro la scala esterna dà accesso al primo piano, a significare l’importanza della residenza. Ai lati, sono accostate due ali, probabilmente un tempo riservate ad abitazione dei braccianti. Il complesso, protetto dalle “Belle Arti”, appare restaurato, arricchito da un bel parco con siepi di bosso, pini, cipressi, abeti e fiori, soprattutto rose ed edere rampicanti. Sulla sinistra sorgono i rustici, la costruzione di maggior pregio architettonico, dominata da un grande arco passante che si impone per le linee magniloquenti, sormontato da un timpano arcuato.

    Riprendiamo il nostro tragitto verso Canda. Ecco Villa Nani Mocenigo, bellissima costruzione cinquecentesca attribuita allo Scamozzi, ingentilita da uno scenografico pronao nel corso del XVIII secolo. La vegetazione, poco curata negli ultimi anni, è cresciuta ben oltre il muro di cinta impossessandosi anche dello spazio del cancello d’entrata per cui, dalla strada, è pressoché preclusa la vista della villa. Possiamo ammirare soltanto la parte più elevata, in particolare l’attico su cui si innalzano originali pinnacoli a forma di grandi vasi.

    Superiamo frattanto il centro di Canda dominato dalla Chiesa Parrocchiale, affiancata da un campanile particolare, dalla foggia a torretta e pietre a vista, che richiama costruzioni di tipo medioevale.

    Restiamo sulla strada arginale ove la nostra attenzione è attratta da un composito edificio, in stato di abbandono. Si tratta di Villa Adami, formata da un corpo residenziale sviluppato su tre piani e da due ali più basse. Il complesso sembra risalire alla fine del XVIII e, a quanto pare, al tempo della dominazione austriaca fu utilizzato come alloggio militare.

    Procediamo con calma lungo l’argine, senza essere disturbate dal traffico, dato che è molto raro il passaggio di qualche auto. Io cerco di fissare le immagini, le voglio ricordare tutte. I cigli delle strade si presentano un po’ trascurati, ma non per questo deturpano il paesaggio, perché su di essi crescono vivaci ranuncoli, soffioni, denti di leone e tanti altri fiorellini nati spontaneamente, con l’aiuto del vento.

    Giungiamo frattanto sul Ponte di Vallalta, punto di confluenza del Tartaro con l’Emissario Fossa Maestra. Quest’ultimo un tempo, prima di consistenti interventi di regimazione, era denominato Castagnaro, ramo originatosi da una antica rotta dell’Adige. Ebbene, dall’incontro dei due corsi d’acqua ha origine il Canalbianco, il quale da Canda inizia lentamente, e con grande dignità, il suo percorso. L’abbraccio con mare Adriatico avverrà dopo aver irrigato i campi, dopo aver raccolto le acque piovane della pianura forzatamente immesse nel suo letto da potenti idrovore e dopo aver messo a disposizione, in ogni stagione, le sue acque per la navigazione. E a questo proposito eccoci giunte al Porto fluviale di Canda, una conca di sosta per i natanti e di controllo delle acque dell’idrovia che in un prossimo futuro si spera possa essere utilizzata anche per la navigazione di tipo turistico, con battelli ormeggiati presso le banchine per agevolare visite agli aspetti salienti del paese.

    La tappa successiva è nella vicina Oasi di Vallalta, ricadente nel territorio di Bagnolo Po. Si tratta di un’area attrezzata, frutto di un riuscito piano regionale di recupero ambientale delle zone rurali. Nella bella oasi si avverte il respiro della natura e si gode la bellezza di piante e fiori: susini, robinie, aceri, rose selvatiche, cespugli fioriti, bianche “palle di neve” e il giallo “maggiociondolo”.

    L’itinerario prosegue lungo la riva settentrionale del Tartaro. Alla nostra destra si stende silenziosa la campagna preceduta da residenze rurali di varie tipologie. Alcune di queste, fresche di recente restauro, manifestano chiaramente l’amore dei proprietari per la vita rurale. A sinistra, oltre il fiume, si profila il complesso ospedaliero di Trecenta, oltre il quale si sviluppa il paese. E, sull’agglomerato di tetti, emerge il campanile della chiesa di San Giorgio.

    Abbiamo percorso ormai diversi chilometri, ma non avvertiamo la fatica, anche perché il sole inizia a declinare e una leggera brezza muove dolcemente le foglie ed increspa l’acqua. Siamo al giro di boa del nostro itinerario: superato il ponte sull’Emissario Fossa Maestra, in direzione Pissatola, imbocchiamo Via Bassa, per raggiungere Via Scardovara, la parte più “sensazionale” della nostra esplorazione. Qui si ha l’impressione che il tempo si sia fermato.

    Non so se riuscirò a dare un’esatta connotazione dell’ambiente e a trasmettere le sensazioni provate. Siamo all’interno della campagna su una strada alta, poco discosta dal canale: alla nostra destra un piccolo corso d’acqua esce da un gorgo scuro; scaturisce vivace e frettoloso, quasi occultato dalla vegetazione, ombreggiato da folte robinie in fiore e da alti pioppi svettanti verso il cielo, poi si perde in un cespuglio e si nasconde al nostro sguardo.

    In questa verde oasi naturale la vita sembra scorrere dolce e lenta. Cupe ombre fresche, un groviglio di arbusti dalle varie tonalità di verde formano il sottobosco irrigato abbondantemente dal corso d’acqua che scivola via leggero. Il mio sguardo cerca di penetrare la fitta boscaglia per scoprire sagome o ruderi, o ancora scheletri di alberi soffocati da altri più elevati. Nell’intrico tutti cercano la luce e lo spazio vitale, la natura è lussureggiante. Mi fermo quasi stordita da tanta bellezza.

    Tendo l’orecchio e cerco di distinguere i brusii e i pigolii, i cinguettii e gli scricchiolii, mentre su tutto si avverte il respiro ovattato della boscaglia. Nella sponda opposta noto un pescatore che si sta allontanando ed appare minuscolo al confronto delle piante che lo sovrastano. E, all’improvviso… il candido volo di una garzetta.

    Ripartiamo, scuotendoci di dosso lo stupore e sorridiamo osservando, presso una vecchia fattoria, le oche che escono da un piccolo stagno e ritornano a casa, mentre i pavoni dalle piume variopinte fuggono al nostro arrivo. Solo uno, il più temerario e vanitoso si ferma esibendo la sua splendida ruota. Qualche vecchio contadino e qualche massaia, vestiti alla buona, sono intenti ai loro lavori, senza fretta, con tranquillità.

    Pedaliamo più veloci sulla via del ritorno giacché inizia ad imbrunire, ed è ormai sera quando raggiungiamo il ponte di Castelguglielmo da dove ha preso il via la nostra escursione. Un saluto complice prima di accomiatarci, portando ancora impresse negli occhi le più belle immagini del percorso, e nel cuore un sottile sentimento di tristezza per altre immagini, profonde e silenziose… d’altro tempo e d’altra vita.

  • Dal Ponte dei Forti alla Fonderia

    Dal Ponte dei Forti alla Fonderia

    Intendo riproporre per i lettori del “Ventaglio” una delle riuscite camminate a suo tempo programmate dal Gruppo CTG “Rovigoti”, con Turismo&Cultura: un percorso, lungo la sponda destra dell’Adigetto, fatto con un gruppo di amici di cui mi sono assunto l’impegnativo ruolo di guida.

    L’itinerario ha preso il via dal Ponte dei Forti, in via Gallani (la strada che, uscendo da Rovigo, e precisamente dal quartiere di San Pio X, porta a Roverdicrè) e si è sviluppato in larga misura lungo la pista pedonale e ciclabile che segue l’Adigetto, il cui corso, nell’ultimo secolo del secondo millennio, è stato come è noto oscurato: prima mediante una deviazione all’esterno del centro cittadino, con la realizzazione di quell’asse viario che avrebbe esaltato il regime di allora, e successivamente creando un letto artificiale sotterraneo sopra il quale è stata realizzata un’area verde, fruibile dai cittadini anche come collegamento ciclo-pedonale della città da ovest ad est.

    Nonostante qualche perplessità nel dare vita ad una camminata sulla sponda di un fiume in buona parte non più visibile, l’iniziativa ha avuto dei risvolti interessanti, favorita anche dalla giornata luminosa ma un po’ freddina (era il 20 novembre) tanto da invitare al movimento.

    Raduno dunque presso il Ponte dei Forti sotto cui il fiume arriva provenendo da Costa. Il toponimo fa riferimento ad una fortezza militare realizzata nel periodo delle guerre d’indipendenza quando, nel 1864, gli Austriaci eressero alcuni fortilizi attorno a Rovigo. Costruzioni che gli stessi Austriaci fecero saltare solo dopo due anni, prima di abbandonare il Polesine a conclusione della terza guerra di Indipendenza che determinò l’unione del Veneto allo Stato italiano.

    Il ponte dei Forti unisce le vie Gallani e Bellini: entrambe portano a Costa, la prima sulla sponda destra l’altra sulla sinistra del fiume. Osservando le tracce degli antichi argini si può notare come il corso d’acqua un tempo presentasse un ampio alveo, garantendo la navigazione di grossi barconi e, proprio presso il ponte, si evidenzia un’ampia zona golenale.

    Ci si incammina lungo la sponda destra girando dietro le abitazioni prospicienti via Gallani, calpestando l’erba resa fragile da una bella brinata e subito ci si trova nel punto dove il fiume scompare, forzato in una condotta sotterranea, lasciando spazio ad un vialetto alberato. Proseguiamo passando sotto al ponte di via Amendola, strada che da Rovigo porta a Lendinara.

    Il ponte ormai non scavalca più il fiume ma la pista pedonale e ciclabile su cui transitiamo, mentre il nome della via rimane pur sempre “riviera” S. Pio X.

    Transitando dietro all’abside della moderna chiesa dedicata a San Pio X, faccio notare agli amici come ci si trovi su di un punto elevato rispetto la campagna circostante e come le case siano state costruite sopra l’antico alveo del fiume.

    Attraversiamo via Cristoforo Colombo “sommo navigatore” (bella questa descrizione sulle vecchie tabelle stradali per loro verso didattiche e purtroppo soppiantate da asettici e spesso “scorretti” rettangoli di lamiera) non senza far notare il vicino vicolo ferrovia, dove insisteva il passaggio a livello. Qui sorge un grande fabbricato recentemente restaurato, deposito e commercio di vini, a suo tempo eretto proprio sulla riva del fiume dove avveniva l’attracco dei barconi carichi di merci.

    Si procede passando sotto la ferrovia Venezia-Bologna, raggiungendo l’area nota come “catena”, ovvero posto di dazio prima di entrare nel centro urbano. A questo proposito giova ricordare come, lungo il corso dell’Adigetto, proprio all’entrata della città ci fossero un tempo le “restare”. “La “restara” – leggiamo nel libro di Sergio Garbato Rovigo ed il Polesine tra Ottocento e Novecento – era una lunga e robusta trave di legno, costellata di temibili punte di ferro, che si lasciava galleggiare di traverso, da una riva all’altra di un corso d’acqua, per impedire nelle ore notturne il passaggio di capaci barche e certe chiatte cariche di merce che volevano sottrarsi al pedaggio dovuto. Sull’Adigetto, in tempi lontani e ormai perduti, queste “restare” bloccavano l’accesso al tratto cittadino alle “Fornase”(Porta Po) da una parte e a Porta Catena dall’altro. Le travi, infatti, erano assicurate a delle grosse catene, che venivano, secondo le necessità, sganciate dagli addetti al dazio, così la corrente le disponeva rasenti alla riva”.

    Siamo in prossimità della stazione ferroviaria ed un grande palazzotto richiama le linee architettoniche dei primi anni del novecento, mentre all’incrocio tra l’attuale Corso del Popolo, il Ponte Marabin e via Cavallotti il nome del “bar Catena” ci rimanda alla funzione dell’attrezzatura descritta.

    Qui il fiume entrava nel centro urbano, ma il nostro itinerario si sviluppa verso destra, seguendo l’alveo deviato nel 1938 e successivamente attrezzato come area verde. Guardando verso il centro scorgiamo, tra nuove e vecchie costruzioni, uno dei simboli della città di Rovigo: la sagoma in controluce del mastio dell’antico castello denominato “torre Donà”.

    I colori della vegetazione sono tipici del pieno autunno ed un gradevole sole ci accompagna lungo il tratto pedonale a fianco della linea ferroviaria, mentre giungiamo al passaggio a livello, ora dismesso, di via Forlanini, la strada che conduce a Grignano. Da questo punto di osservazione notiamo come la strada in direzione del centro, verso il castello, sia in discesa, testimonianza di una antica area acquitrinosa, lungo l’attuale via Sacro Cuore, a ridosso della parte occidentale delle mura dell’antico castello descritta in alcune mappe.

    Continuando lungo la pista pedonale e ciclabile si arriva, dopo poco, all’altezza del nuovo Convento dei Frati Cappuccini ove incrociamo la strada che conduce ad Arquà. Volgendo lo sguardo in direzione del centro si può vedere il luogo dove si ergeva l’antica porta medioevale detta appunto Porta Arquà, della quale non rimane traccia se non fosse per la presenza di un brandello delle antiche mura venuto alla luce dopo la demolizione del vecchio ospedale cittadino che insisteva su via Badaloni.

    A questo punto invito la comitiva ad una piccola deviazione lasciando quello che doveva essere l’argine del fiume. Imboccata via Vittorio Veneto del quartiere Tassina, ci dirigiamo verso quella chiesetta dedicata a padre Leopoldo legata alla istituzione della “Piccola Casa” fondata da Laudomia Venuti (vedere a tal proposito Ventaglio Novanta n° 32). E’ una costruzione dalle linee essenziali che fanno risaltare la luce all’interno dell’aula, opera progettata dall’amico arch. Romano Murmora, e ci concediamo un attimo di raccoglimento in questa domenica autunnale.

    Riprendiamo frattanto l’itinerario raggiungendo nuovamente la sponda del fiume che ora si rende visibile. Da questo punto di vista elevato cerchiamo, tra l’intrico di costruzioni recenti, le testimonianze architettoniche più eminenti caratterizzanti la nostra città: si intravede la Chiesa di S.Stefano attuale Duomo-Concattedrale, ancora la svettante torre Donà, la punta del campanile della chiesa dedicata a S.Antonio Abate, detta di S. Domenico, la punta del campanile di S.Francesco e, più ad est, la sagoma del campanile di S.Bortolo. Confrontiamo l’attuale aspetto della città con quello di un disegno di autore anonimo del 1770 che è definito da una iscrizione entro cartiglio VEDUTA DI ROVIGO DALLA PARTE DI ARQUÀ. La veduta è colta da ovest, con il punto di osservazione situato di fronte alla cortina muraria medievale, fra la torre Donà e l’antica porta Arquà. Nella raffigurazione, in primo piano, sono quindi in evidenza la grande torre del castello, certamente una delle più alte torri medievali italiane, e la porta Arquà, che allora raggiungeva l’altezza di settantacinque piedi. Alla destra di tale accesso alla città, in secondo piano, appare la porta S. Bartolomeo, che si caratterizza per la presenza di un albero cresciuto sulla sommità della torre merlata.

    Alle nostre spalle si estende il quartiere Tassina oltre il quale si sviluppa la zona industriale. Si tratta di un quartiere ormai completamente integrato nel contesto urbano, non più separato dal fiume. Seguiamo ancora il fiume che ci accompagna sul ponte che insiste su via Curiel dove è stato realizzato recentemente un parco urbano.

    Il ponte, dove sostiamo un attimo, è un manufatto che risale al 1939-40, quando è stata realizzata la deviazione del fiume, e presenta una particolarità: due passerelle sotto l’arcata che consentivano il passaggio di uomini e animali che dovevano trainare, per mezzo di funi, i barconi carichi di merci risalenti il corso d’acqua.

    Anche il successivo Ponte di Via porta Po è stato in tempi recenti dotato di una passerella il ferro sotto l’arcata per garantire la possibilità di continuare il percorso senza attraversare la strada che porta a Ferrara.

    Alla nostra destra una recente lottizzazione ha cancellato quella che era una delle zone rurali della prima periferia. Oltre il fiume si delinea l’assetto urbanistico del quartiere S. Bortolo, il più antico fuori le mura, il cui nucleo risale alla seconda metà del 1200, quando venne edificata una chiesa dedicata alla Vergine ed a S. Bartolomeo con a fianco un laboratorio dove gli Umiliati, un ordine laico proveniente dalla Lombardia, lavoravano la lana. Più tardi divenne sede conventuale dei monaci Olivetani che ricostruirono la chiesa ed il chiostro: attualmente il complesso del monastero ospita “il Museo dei Grandi Fiumi” con esposizione archeologica di reperti dall’età del bronzo al periodo romano.

    Si prosegue per giungere in breve alla nostra meta: il Ponte della Fonderia. Anche questo è un manufatto relativamente recente, sempre legato alla deviazione del 1938, ed è proprio in questo punto che il fiume riprende l’antico alveo in quanto, alla fine dell’attuale Corso del Popolo, il fiume terminava il suo percorso urbano per dirigersi verso Villadose.

    La nostra camminata sarebbe conclusa raggiungendo la vicina Chiesa di S.Bortolo, se non fosse per l’invito che faccio agli amici di ritornare su quello che effettivamente era un tempo l’argine destro dell’Adigetto attraversando il centro della città.

    Si nota subito come gli antichi palazzi, rimasti accanto ad inserimenti moderni dall’architettura molto discutibile o addirittura orribile, siano impostati con la facciata principale sulla strada ed il retro rivolto al fiume, oggi Corso del Popolo. Parallele al fiume correvano due vie tuttora esistenti ed attualmente denominate rispettivamente Enrico Toti e Carducci.

    Su quest’ultima dal 1625 sorge la chiesa di S. Michele con annesso chiostro conventuale, sede un tempo dei frati cappuccini. La chiesetta, recentemente restaurata, si presenta a semplice aula con il particolare campanile a vela (bisognoso di un sollecito consolidamento e restauro per evitarne il crollo) che porta ancora l’antica campana.

    Più avanti incontriamo Palazzo Montalti, edificio settecentesco, un tempo prospiciente il ponte sull’Adigetto detto dei Cappuccini, ed ancora palazzi sulla “sponda di fronte”, tra cui Palazzo Rosada, fino a giungere nel punto in cui si incontrano alcune vestigia delle vecchie mura medievali tra via Pighin e via Ponte Roda, quest’ultima così denominata a memoria dello storico ponte. Le due vie danno la possibilità di vedere alcuni resti della cinta muraria e soprattutto le uniche due porte rimaste: quella di S. Agostino che insiste su via Speroni degli Alvarotti e quella di S. Bortolo su via Miani e tra queste si innalza la vecchia Torre di via Pighin, l’unica di questo tipo superstite in tutta la cinta muraria.

    Si prosegue dietro quelli che erano gli orti dell’antica sede vescovile, che si intravede dietro l’ex palazzo ENEL, mentre di fronte si staglia la facciata retrostante il settecentesco Palazzo Venezze, attuale sede del Conservatorio di musica. Più avanti, dove sorgeva il Ponte del Sale, che collegava l’attuale vicolo Trento a via Laurenti, si nota il retro dell’imponente quattrocentesco Palazzo Roverella. Si passa quindi davanti a quella che era la sede del mercato del pesce, la Pescheria nuova, ora sala espositiva, fino a giungere in Piazza Castello, ora Matteotti, con la presenza del più antico manufatto cittadino: il castello appunto, di cui si fa menzione fin dal 920 D.C., con il mastio detta torre Donà e la torre Grimani detto “mozza” per la sua costruzione incompleta. Questo luogo è stato per molti secoli punto di riferimento nel territorio ed anche punto di attracco per le imbarcazioni adibite al trasporto di merci e persone.

    Idealmente usciamo dalle mura cittadine imboccando vicolo Portello che ci conduce nella zona della “catena” e qui il nostro gruppo si scioglie con un arrivederci ad prossima “camminata” per approfondire la conoscenza del territorio.

  • Nel territorio di Arquà Polesine

    Nel territorio di Arquà Polesine

    In Polesine, Maggio è sinonimo di Arquà. Da vari anni infatti la realizzazione del “Maggio Arquatese” costituisce un richiamo sicuro per molti visitatori, attratti dal palio delle contrade. Una nutrita serie di manifestazioni, i cui punti di riferimento principale sono la grande piazza antistante alla chiesa ed il complesso del castello, quest’ultimo separato dal centro cittadino da un fossato che corre tutto attorno alla costruzione dalle origini medioevali.

    Fu eretto da Guglielmo III degli Adelardi, personaggio di spicco nella nobiltà ferrarese, contemporaneamente ad altri fortilizi (tra gli altri quelli di Pontecchio e Castelgugliemo) come linea di difesa dalle mire espansionistiche degli Estensi, signoria questa che, già al tempo di Alberto Azzo II (996-1097), aveva esteso il suo potere dalla città euganea sul Polesine settentrionale. Ma le difese ideate da Guglielmo III con la costruzione del castello di Arquà e degli altri manieri, furono ben presto aggirate da Obizzo d’Este che, fatta rapire Marchesella degli Adelardi, la diede in moglie al nipote Azzolino, riuscendo, in virtù di questa inconsueta “politica matrimoniale”, ad estendere il dominio degli Estensi fino a Ferrara.

    Se il castello, divenuto estense e successivamente passato alla Serenissima al tempo della Guerra del Sale (1482-84), è il cuore di Arquà, non mancano altri motivi per un itinerario nel territorio – in larga misura ancor oggi caratterizzato da un tipico volto rurale – alla scoperta di interessanti tracce del passato, a cui fanno riferimento le manifestazioni del “Maggio Arquatese”, con la divisione del territorio comunale in varie contrade, in gara per l’attribuzione del palio.

    Provenendo da Rovigo, stabiliamo come punto di partenza del nostro itinerario cicloturistico, la borgata più settentrionale quella di CORNE’, con ritrovo presso l’Oratorio di Santa Lucia, davanti al quale passa (ahime!) la superstrada Transpolesana sconvolgendo l’antico rapporto del tempietto col territorio.

    La frazione, che le regole del palio ha identificato come “contrada dei Zestari”, ha quale principale punto di riferimento la chiesetta, ricostruita dopo i danni subiti dall’alluvione del 1951, ma risalente a metà del XVIII secolo. Era stata eretta nel 1770, dopo oltre un secolo di petizioni della popolazione locale che lamentava la difficoltà di raggiungere la chiesa del capoluogo specie nelle stagioni delle piogge. L’oratorio che oggigiorno si anima soltanto il 21 dicembre per la festa di S. Lucia a cui è dedicato, presenta una facciata lineare in cotto, percorsa da due lesene laterali. Culmina con un frontone sovrastato da tre pinnacoli, mentre, retrostante, sul lato destro, si innalza un grazioso campanile.

    La località (Cornetus nei tempi antichi, forse da un’ansa dello scomparso corso fluviale denominato Filistina) vanta origini davvero remote e fu caratterizzata nel XIII secolo dall’istituzione di una Comuna, ovvero da una comunità locale che, sulla scorta di uno statuto condiviso dalla popolazione e grazie alla guida dei benedettini di Pomposa, provvide alla bonifica del territorio. Da Cornè iniziamo dunque il nostro tragitto, con direzione ovest, imboccando una strada campestre sterrata che corre parallela alla superstrada.

    Percorso poco più di un chilometro, isolato in mezzo ad un verde mare di grano non ancora maturo, scorgiamo l’esagonale Capitello del SS. Redentore, che sorge ove la strada campestre si biforca. Il piacere della scoperta dell’umile quanto genuina testimonianza di fede, da secoli presente nella vasta campagna, trova purtroppo un limite nella constatazione del completo abbandono del pio edificio, spogliato di ogni immagine sacra e deturpato da alcune scritte volgari.

    Il luogo mantiene comunque la sua suggestione fatta di silenzio, di spazi ampi, resi smaglianti dalla giornata di sole che infonde vita ai vasti rettangoli verdeggianti. Un volo canoro di rondini rafforza la poesia del creato, trasmettendo un messaggio di pace e la sensazione che il lavoro rurale dell’uomo sia tutelato da un provvidenziale sguardo superiore. Verso il quale si sono rivolte deferenti generazioni di agricoltori, a partire da coloro che, in tempi lontani, hanno deciso l’erezione del capitello, nominato in documenti antichi a partire addirittura dal 1162.

    Ci troviamo nella località GRANZE, riferimento della contrada degli “Scoari”. Nelle vicinanze del capitello, seguendo sulla destra la via campestre, raggiungiamo Corte Donegà, complesso settecentesco caratterizzato da un grande rustico con sette ampie arcate a tutto sesto delimitate, ai lati, da due unità abitative. L’ampia aia mattonata, da tempo non più usata per l’essiccazione del grano, oggi si presenta ricoperta da una peluria verdeggiante, mentre cespugli fioriti ingentiliscono un’area destinata a brolo.

    Scattata una foto, ritorniamo al bivio del capitello, per proseguire lungo la strada a destra con destinazione Ca’ Marchese. E’ questo un ampio complesso seicentesco, il cui nome si deve al proprietario Giovanni Battista Manfredini, che nel 1683 fu nominato marchese dal re di Polonia. Armonica e priva di ricercatezze si presenta la casa padronale a due piani, dominata da due camini simmetrici e rinforzata da uno zoccolo sulla base. Come corte Donegà presenta la facciata principale rivolta ad oriente, aspetto questo alquanto inconsueto nella tipologia rurale, che solitamente vede gli immobili principali guardare a mezzogiorno.

    Alla sinistra si erge un oratorio dedicato alla Natività della Madonna costruito nel 1637 per Elisabetta Manfredini. La facciata lineare, delimitata da due lesene e culminante con un frontone, è arricchita da un alto portale lavorato a bugne sormontato dallo stemma dei Manfredini. Il tempietto, dotato di uno slanciato campanile fatto costruire nell’800 dal vescovo Luigi Manfredini, al suo interno accoglie fra l’altro le tombe di alcuni personaggi della nobiliare famiglia rodigina. Retrostante all’abitazione principale, sorge una barchessa orientata a mezzogiorno e caratterizzata da arcate ribassate. E’ detta la zedrara, un tempo evidentemente ricovero invernale di piante di cedro, oggi contornata da un bel vigneto.

    Tornati sulla via principale, seguiamo l’indicazione di una freccia segnaletica che ci suggerisce di far visita all’azienda agrituristica Il Cavallino, che raggiungiamo per concederci una sosta di relax, durante la quale abbiamo modo di scambiare qualche parola con i conduttori, intenti a fornire cibo agli animali: vispi asinelli, anitre con una allegra nidiata di anatroccoli ed altro pollame. L’azienda è ben curata, ci sono angoli esterni per lo svago di adulti e bimbi e una bella sala per il ristoro.

    Riprendiamo il nostro percorso con direzione sud, raggiungendo il ponte che supera la Transpolesana, oltre il quale si apre la località CAPOBOSCO, toponimo indicante la presenza di una zona boscata, oggi del tutto inesistente, in quanto ci stiamo avvicinando all’area più abitata del paese. Sulla sinistra, troviamo l’Oratorio della Beata Vergine Addolorata, caratterizzato da un pronao sorretto da colonnine con capitelli dorici. Fu realizzato nella prima metà del XIX secolo nel luogo ove precedentemente si trovava un’edicola con l’immagine della Madonna, che si ritenne avesse intercesso a favore della popolazione in occasione di una alluvione verificatasi nel 1801 che non aveva fatto vittime nella zona.

    Proseguiamo l’itinerario per imboccare poi via A. Mario che ci porta al CENTRO DI ARQUA’, contrassegnato, per quanto riguarda il Palio, dalla contrada dei “Lanaroi”. Facciamo tappa presso la Chiesa di S. Antonio, sorta a metà del XVIII secolo in sostituzione del precedente oratorio annesso ad un ospizio per viandanti, attivo fin dal ‘500. Il tempio, parzialmente ricostruito dopo l’alluvione del 1801 che l’aveva danneggiato, presenta una facciata tinteggiata in rosa percorsa da quattro lesene, mentre sul frontone svettano tre statue: la Madonna al centro e i santi Luca e Rocco ai lati. Sulla sinistra si erge un elegante campanile in cotto, con cuspide a bulbo, realizzato nella seconda parte del XIX secolo.

    A metà della via principale si apre piazza Goltara, che nel periodo del Maggio Arquatese ospita un piccolo luna-park. Sullo sfondo un caseggiato vetusto, in completo stato di abbandono, a quanto pare per la difficoltà di rintracciare gli eredi della proprietà. Denominato Vaticano, denota una certa eleganza di forme, sottolineata dalle due canne fumarie che, parallele, percorrono l’ampia facciata e, fatto inconsueto, è ingentilito da una torretta ottagonale con cupola che si innalza oltre la sommità del tetto. Tutto ciò non lenisce però l’immagine di desolante abbandono in cui versa l’immobile.

    Torniamo sulla via principale che termina con uno slargo su cui si erge la bella Chiesa di S. Andrea, edificio dalle antiche origini e ricostruito la prima volta nei primi decenni del ‘500 per interessamento dell’arciprete don Francesco della nobile famiglia veneta dei Diedo divenuta poi proprietaria del castello. Successivi interventi di ampliamento furono realizzati a partire dal secolo successivo, cosicché la facciata della parrocchiale risulta tuttora molto particolare per la conservazione delle parti intonacate relative alla costruzione cinquecentesca, attorno alle quali si sono poi sviluppate, in cotto, le aggiunte che, nel corso del Settecento portarono il tempio ad assumere le forme attuali.

    Nella facciata, tra le due coppie di lesene del registro superiore si aprono due nicchie che accolgono statue di S. Andrea e della Vergine delle quali non si conosce il nome dell’autore, mentre si ipotizza siano dovute a Giovanni Bonazza le statue ai lati dell’altare maggiore dedicate a S. Andrea e S. Pietro. Il bel campanile, sulla destra, fu realizzato nel corso del XVII secolo.

    La sosta successiva è presso il Castello che ci accoglie ornato degli stendardi delle varie contrade pronte a sfidarsi nel giorno del palio. Circondato da un fossato, il maniero di origini medioevali più volte rimaneggiato, presenta tuttora una delle due torri originarie: possente nella sua struttura in cotto è ornata sulla sommità da merli a coda di rondine. Superato il ponte e sottopassato un ampio portale lavorato a bugne, si accede allo spazioso cortile del castello ove sono presenti gli allestimenti per la festa, mentre stendardi variopinti pendono dalle sedici arcate delle scuderie seicentesche fatte costruire dai nobili Diedo.

    Rimandiamo ad un’altra occasione la visita agli interni affrescati e la descrizione della seconda parte del nostro itinerario nel territorio di Arquà Polesine.

  • Silenzio…c’è il Suono!

    Silenzio…c’è il Suono!

    Suono il campanello e Laura mi apre la porta. E’ una bellissima giornata di questo fine settembre che non vuole ancora diventare autunno. In verità prima di lei sbuca dall’uscio un pancione extra-size, comodo marsupio di due gemelli in dirittura d’arrivo. Lei mi sorride con quella dolcezza che solo le future mamme sanno distillare e le sue guance sono rosse come i frutti del melograno che sonnecchia in giardino. Ci accomodiamo nello studio della sua bella casa colmo di carte foto libri strumenti musicali e…un computer portatile che lei guarda con circospezione: Laura non ha un bel rapporto con l’informatica, preferisce circondarsi di persone ed adora i bambini.

    Mi ricordi una frase letta di recente [esordisco] “Perché i bambini si nascondono? Forse per dare una possibilità ai grandi di andarli a cercare. E perché i grandi li vanno a cercare? Per trovarsi”

    [Mi guarda divertita] Sì, giocare ai loro giochi con le loro regole è il segreto ed il nascondino è una gran bella metafora. La musica il suono il gioco il movimento sono le porte che loro ci aprono per farci entrare ed ascoltarci. In questo senso insegnare ai bambini è il miglior modo per imparare e quindi trovarsi.

    Ma andiamo con ordine ed iniziamo… dall’inizio: mentre l’uomo andava nello spazio tu facevi il percorso inverso

    [Si mette a ridere e sta al gioco] In effetti sono nata nel 1969, ma non mi ha portata giù l’Apollo 11 dalla luna! Da bambina provavo attrazione per i suoni e la musica, questo poi mi ha spinta ad iscrivermi al Conservatorio Venezze di Rovigo. Mi sono diplomata in oboe con il Maestro Volpe, poi ho seguito il corso di percussioni del Maestro Salbego. Mi sono diplomata in Didattica della Musica nel ’94 con una tesi sul significato del movimento nella danza popolare.

    So che sono stati anni molto intensi…

    In effetti ero talmente presa da quelle scoperte giovanili che frequentavo corsi di specializzazione di ogni genere, da quelli sulla musica di Orff al rock nella scuola dell’obbligo agli studi sulla gestualità, il movimento e le sue implicazioni nella didattica. I movimenti della danza mi hanno sempre affascinato moltissimo. C’erano sempre cose nuove da scoprire, ricordo i corsi sulle danze israeliane, russe, occitane, greche ed extraeuropee, gli studi sulle reciproche influenze e commistioni tra le danze venete e quelle degli altri paesi…

    Dal continuo spostarsi per seguire corsi e seminari al turismo il passo è breve…

    Sì, studiare culture e tradizioni differenti ti porta a viaggiare, e non solo metaforicamente. Cerchi di avere un approccio il più completo e multidisciplinare possibile, vuoi capire. Allora ho preso il diploma in guida di turismo sociale e mi sono riqualificata come animatore culturale ed ambientale

    Anni sottolineati da una ricca colonna sonora, perché nel frattempo continuava comunque ad esserci la musica.

    Ho fatto vari concerti con orchestre e filarmonie di Adria, Rovigo, Trento, Venezia e Treviso, per sei anni ho anche insegnato nelle scuole di musica tra Padova e Rovigo. Nel ’93 ero tra i fondatori del gruppo folkloristico di danza e musica popolare Sette Passi. Sono attualmente responsabile dell’Accademia Musica e Teatro della Cooperativa Turismo e Cultura, progetto che prevede corsi di perfezionamento per strumenti musicali, rassegne teatrali e corsi di animazione. Nel ’99 ho fondato la Bottega della Musica, un progetto per conoscere e fare musica in contesti di gruppo.

    Diceva Bach che tutti gli strumenti musicali sono facili da suonare: Basta pigiare il tasto giusto, nel modo giusto, al momento giusto, e lo strumento suonerà da solo.

    Trovo questa frase di una profondità e di un’ironia incredibili, il che in un personaggio burbero come il tedesco è davvero divertente! [ride di gusto] In effetti l’approccio didattico migliore è proprio unire la conoscenza e la consapevolezza tecnica al piacere della scoperta e della relazione con un oggetto, lo strumento, che diventa quasi un amico da scoprire e frequentare. Certo, non il nemico da dominare di tanti manuali di tecnica e fraseggio!

    Cosa fai oggi e cosa vuoi fare da grande?

    Per me è stato un processo naturale iniziare a collaborare, quindici anni fa, con il CeDi Turismo e Cultura. C’erano tante cose da fare, da costruire, attinenti a quelli che erano i miei studi ma soprattutto le mie inclinazioni. Ricordo di aver partecipato al mio primo corso sulle danze popolari quasi per caso, anche se oggi penso che il caso sia spesso un modo alternativo per dire che non poteva non succedere. Con Turismo e Cultura coordino le animazioni estive e realizzo progetti didattici sulle tradizioni popolari e le danze. Mi occupo inoltre di educazione ambientale, della Ludoteca del comune di Rovigo e sono docente in corsi di formazione ed aggiornamento per animatori ed insegnanti [infatti ha trasmesso i suoi metodi a moltissimi operatori che oggi, anche fuori dal CeDi, svolgono le attività apprese da lei]. Per risponderti: sono impegnatissima, ma mi diverto un mondo. Da grande, vorrei solo continuare a farlo.

    Mi dici chi sei oggi?

    [Non ci pensa su e risponde con fretta tranquilla] Una persona che fa quello che voleva. Avrei voluto avere un’insegnante come me, nel senso che in quello che faccio ci metto me stessa e do tutto. Oggi mi sento quella persona fatta di cuore, testa, preparazione ed aggiornamento che ho sempre cercato. Certo, è importante il progetto che elabori e quello che poi fai per realizzarlo, ma al centro ci metto la relazione con le persone. Ad esempio nel mio settore occorre molta creatività, ma penso che sia una risorsa che si alimenta anche con l’esperienza, l’intuito e l’aggiornamento. Tante cose contano e sono tutte importanti: la progettualità, l’organizzazione e la capacità di monitorare e dirigere un buon progetto iniziale per farne sul campo una iniziativa di successo e qualità. Bene, senza la centralità del rapporto tutto questo in un certo senso svilisce e perde efficacia.

    …Come dire che prima ancora del contenuto del progetto conta la relazione

    Esatto. Al CeDi abbiamo rapporti quotidiani con persone, enti, strutture, con i giovani stessi. La chiave sta nell’atteggiamento partecipe e propositivo, nella comprensione delle molteplici esigenze, nelle dinamiche che si instaurano grazie alle relazioni che quotidianamente intessiamo quando lavoriamo. Saper ascoltare, cercare di capire, per arrivare poi a elaborare soluzioni che siano delle risposte, più che banali proposte.

    Detta così sembra tutto molto semplice e non fa una piega, ma ho l’impressione che in realtà…

    …in realtà è stato un percorso personale lungo e difficilissimo! C’è una componente fondamentale dell’apprendimento che è l’errore, ingrediente introvabile nei territori della teoria ma diffuso come il prezzemolo se scendi nell’arena della pratica.

    Ad esempio?

    Ti confesso che i progetti che ho realizzato nei primi anni oggi non li rifarei più, o li cambierei completamente, Ad esempio agli inizi a volte insegnavo ai bambini danze anche molto complesse, che a me piacevano molto. Il problema era che non capivo le difficoltà che avrebbe dovuto affrontare un bambino per riuscire. E’ un problema di sostenibilità dell’apprendimento che si risolve solo imboccando un percorso graduale, costruito sull’allievo e non sul docente…

    Adesso comprendo meglio cosa intendevi prima quando parlavi di centralità del rapporto…

    E’ chiaro che se il sistema, didattico o ludico che sia, non ruota attorno a te, tutto si ri-parametra correttamente centrandosi sul rapporto da instaurare e conseguentemente sulle esigenze di chi hai davanti mentre lavori.

    Ho il sospetto che in questo discorso la Bottega della Musica c’entri qualcosa

    Era il 1996, impratichendomi con le scuole di musica mi resi conto che chi partecipava spesso era in grado di interpretare da solista brani anche di notevole difficoltà esecutiva, ma quando si trattava di strimpellare in gruppo le più banali melodie non era in grado di armonizzare due note! Mancava insomma la capacità di relazionarsi. Avendo compreso gli errori di gioventù di cui ti ho parlato prima, decisi di fondare a Crespino la Bottega della Musica, allo scopo di favorire la formazione di gruppi musicali spontanei. E’ un po’ come il creare le condizioni per cui tante persone che non si conoscono ma sono riunite nello stesso luogo ed hanno tutte qualcosa da dire comincino a chiacchierare, scherzare e discutere tra loro in armonia: alla Bottega ci limitiamo ad aggiungere alle parole le note…

    Ecco un bell’esempio del perchè nelle moderne scienze sociali e della comunicazione tanti termini vengano mutuati direttamente dal lessico musicale. Prima citavi le difficoltà che personalmente hai dovuto affrontare nel tuo percorso formativo. Quali altri ostacoli hai trovato?

    E’ difficilissimo coordinare gruppi numerosi di bambini: ad esempio ad Albignasego erano in 120! Ti lascio immaginare la baraonda. Le difficoltà logistiche in ogni caso non sono mai un grosso problema, così come gli imprevisti: anche in questi casi l’esperienza e la consuetudine sul campo sanno indicare la soluzione migliore.

    Nel mondo del lavoro le persone professionalmente realizzate si possono dividere in due gruppi: quelle che amano quello che fanno e quelle che fanno quello che amano. Nel primo caso c’è una sfumatura di adattamento quasi darwiniano, nel secondo c’è profumo di libertà: qual è il tuo caso?

    Tutte le persone creative e con la voglia di scoprire [fuoco dentro, la chiama, poi si corregge] dovrebbero provare a lavorare come si fa al CeDi – Turismo e Cultura. E’ un cantiere sempre aperto in cui ciascuno è realmente messo in condizione di inventarsi un ruolo e, perché no, una professionalità. L’aspetto progettuale è fondamentale e siamo sempre a caccia di nuove idee da sperimentare e realizzare.

    Lavorare così è molto faticoso ma alla sera senti di aver realizzato sia qualcosa di tangibile che te stesso. Messo in condizione di fare quello che ami probabilmente darai del tuo meglio e farai conseguentemente tutto il possibile per riuscire, poiché le motivazioni sono già dentro di te.

    Poi subentra la componente ludica, il divertimento, che permette di attingere a risorse solitamente molto ben nascoste. Tanti progetti, oggi considerati iniziative consolidate, sono nati così: penso alla Bottega della Musica, a Suono e Ambiente, all’Accademia Musica e Teatro, al Meeting della Didattica, a Danzamondo, a Viaggio attorno ai cinque sensi, ai progetti interculturali…

    Cosa mi dici delle Ludoteche e dei progetti Bibliotechiamoci?

    [Il volto le si illumina, devo aver toccato argomenti a lei particolarmente cari] Non sono solo e non sono tanto spazi in cui si gioca ed i ragazzi sono lasciati a loro stessi, basta che non si facciano male. Sono invece momenti importantissimi di socializzazione tra giovani e tra giovani ed adulti, in cui si impara a relazionarsi e trovare gli equilibri che rendono un insieme di individui un gruppo di amici che si divertono. Un obiettivo fondamentale di questi progetti è quello di imparare a giocare insieme: sembrerà strano ma ti assicuro che i bambini di oggi devono re-imparare a giocare! Il nostro staff di animatori è preparato professionalmente a favorire il coinvolgimento diretto di ognuno, ma sempre nel rispetto dell’individuo e partendo da meccanismi di libera partecipazione.

    Ed i laboratori didattici?

    Per noi al CeDi partecipare ad un laboratorio didattico non significa attaccare una testolina di pezza ad un pupazzo ma sporcarsi le mani in libertà, mischiare scoprire sperimentare potendo sbagliare, dipingere muri: fare quello che in genere nel quotidiano ad un giovane è severamente proibito.

    In quest’ambito l’auto-apprendimento è un meccanismo prezioso e confina con la consapevole gestione del fare e del tempo: se ad esempio il bambino si stanca può smettere e riprovare tranquillamente a finire il lavoro il giorno successivo, riprovando o se preferisce ripartendo da zero alla ricerca di nuove vie…

    …E qui scatta la responsabilità

    Certamente, i giovani ci tengono comunque a portare a casa un lavoretto fatto con le loro mani: è un percorso di crescita che i nostri animatori mettono in atto in modo spontaneo e molto efficace perché sfrutta i meccanismi propri delle dinamiche di gruppo.

    Cosa mi racconti riguardo al Meeting della Didattica?

    Un’intuizione di Donatella Girotto, Presidente del CeDi Turismo e Cultura, originata dall’organizzazione di una rassegna di teatro musicale cui parteciparono diverse scuole provenienti non solo della provincia ma da tutta Italia. Pensammo che sarebbe stato bello dare visibilità a tutti quegli istituti che durante l’anno realizzano progetti legati alla conoscenza ed alla valorizzazione del territorio e che organizzando il Meeting avremmo permesso anche ad altre scuole di vedere quanto realizzato e replicare progetti simili o trarne ispirazione per ideare nuove iniziative.

    Qualche numero?

    Ad esempio, per quanto riguarda la sola convegnistica giovanile, la parte del Meeting che riguarda gli istituti secondari, quest’anno abbiamo coinvolto direttamente 500 studenti, 30 insegnanti, 13 scuole…

    Oltre alle cifre, esistono altri indicatori importanti per valutare l’esito di un progetto: tu come fai a capire quando si è trattato di un successo?

    Dai ragazzi! Molto più che dai genitori o dai docenti. Da come rispondono alle motivazioni che offriamo loro, dall’entusiasmo che mettono nel fare le cose, dalla positività con cui ci accolgono giorno per giorno…

    Quando realizziamo un progetto, ci rendiamo subito conto del suo appeal nei confronti delle famiglie e della valenza didattica, ma il nostro vero interlocutore sono i giovani.

    Immagino diano risposte diverse a seconda dell’età

    In termini di feedback, è molto più facile lavorare con i bambini delle primarie. Con i ragazzini dagli undici anni in su diventa tutto più difficile perché subentrano meccanismi di inibizione e controllo sconosciuti ai più piccoli. Timidezze ed altri prezzi pagati alla crescita che corrompono la spontaneità. Un esempio di impresa? Coinvolgere i maschi delle secondarie inferiori nel vortice di una danza popolare! Non ti dico la gratificazione quando sciogliamo i loro ormeggi e si tuffano dentro la musica…

    [Le ultime risposte di Laura mi spingono a chiederle cosa passi dall’altra parte, cosa rimanga del suo lavoro. Lei pesca nella sua ricca biblioteca, che ha allestito comprando per oltre vent’anni tutti quei testi che le servivano per formarsi, per conoscere o che semplicemente solleticavano la sua curiosità. All’amo rimane appeso un volumetto prodotto dal CeDi, “La storia raccontata delle nostre tradizioni”]

    Tutto si annacqua se non rimane anche qualcosa di tangibile, un ricordo oggettivo, nel senso letterale di oggetto, delle cose fatte: fotografie, disegni, composizioni, lavoretti, testi o poesie che sia. Amo far creare ai giovani quaderni e libretti didattici, manufatti costruiti con materiali poveri o di recupero… Ai bambini deve restare in mano qualcosa, che riaccenda magari dopo anni ricordi ed emozioni altrimenti irrecuperabili.

    [Si parla di libretti e testi ed una veloce occhiata corre spontanea ai titoli allineati nel suo studio: la Cromoterapia di Amber, Ricicla in Musica di Rossena e classici come la Storia della Danza di Sachs. E poi Giocare con la Musica, ricordi di Folklore Palesano, I suoni in Tasca, Silenzio c’è il Suono di Lassen, Neulichedl e Seritti, titolo talmente bello per un libro che penso funzionerà bene anche per un articolo… Tra i tanti testi mi incuriosisce uno scritto sull’intercultura, L’altra Musica: è il caso di indagare]

    Oggi si parla molto di intercultura…

    I progetti interculturali esercitano su di me grande fascino ed hanno una valenza didattica davvero particolare: c’è la necessità, da parte mia e delle scuole con cui lavoro, di andare oltre i progetti consueti e conoscere tradizioni, usi e costumi dei bambini che provengono da altri paesi.

    Studiare le loro canzoni, le loro danze, i giochi, i costumi non realizza solo obiettivi di integrazione e socializzazione ma apre anche mondi nuovi ed affascinanti ai bambini italiani. Abbiamo realizzato tanti progetti di questo tipo, ad esempio ad Albignasego con bimbi cinesi, rom, dell’est europeo, albanesi, nordafricani. In Polesine con bimbi bielorussi ci siamo divertiti a viaggiare metaforicamente con il progetto Da Minsk a Crespino.

    Ti dirò che tra l’altro sono personalmente affascinata dagli strumenti musicali stranieri… [Non è difficile crederle: alla parete, dirimpetto la libreria, un’intonatissima confusione di zucche, legni, corde e spaghi e pelli tese…Laura attacca e sembra inarrestabile] Questi sono tamburi originali indiani, asiatici e africani, questo è un bidofono che in India chiamano Gopi-Yantra, e di fianco un Siku o flauto di Pan boliviano. Questa maracas è stata costruita con una zucca da Paola Moretto e questa è un’ocarina fatta a Grillara. Poi tablàs, Balafon ed una Zanza a pizzico africana…

    A proposito di paesi esotici, in questi giorni a Bologna c’è la prima edizione della Fiera del Cactus. Dove tieni le tue spine?

    Sono molto esigente con i colleghi e miro ad una chimera che si chiama perfezione, anche perché per prima non mi risparmio. In certi momenti posso sembrare dura e pungo. So dare fiducia e ripongo quindi aspettative nel prossimo, a volte caricandolo eccessivamente, poi però il giorno dopo arrivo al CeDi con cioccolata, caramelle e altre leccornie e tutto si stempera in un sorriso…dolce! La nostra piacevole chiacchierata è finita e Laura mi accompagna alla porta. Mentre socchiudo il cancelletto in giardino penso che anche oggi ho avuto la conferma della convinzione che vivere mossi da passioni ed entusiasmi sia proprio un bel vivere e riempia l’esistenza. Quasi come la sua maternità, bel dono per una persona speciale.

  • A favore dell’energia solare

    A favore dell’energia solare

    Uno dei sogni del terzo millennio consiste nella soluzione del grave problema dell’inquinamento, ovvero nella possibilità di attivare processi di produzione di energia senza arrecare danno all’ambiente. Un obiettivo che non è oggi a portata di mano, ma che, almeno in parte, è raggiungibile grazie ai notevoli passi fatti dal progresso scientifico e tecnologico. In particolare è il settore interessato alla produzione di energia elettrica che si presenta in grado di offrire soluzioni praticabili, globalmente ancora limitate, ma che fanno ben sperare per il futuro.

    Stiamo parlando dell’installazione di pannelli fotovoltaici atti a produrre corrente elettrica utilizzando i raggi del sole. E ciò in alternativa ai sistemi tradizionali basati sulla combustione di petrolio o carbone che, fatalmente, diffondono nell’ambiente vari inquinanti e soprattutto anidride carbonica (CO2), responsabile dell’effetto serra che minaccia di sconvolgere sempre più i complessi equilibri della biosfera. Proprio per scongiurare l’intensificarsi di tale pernicioso effetto, nel 1997 è stato sottoscritto l’ormai famoso “Protocollo di Kyoto”, in base al quale i Paesi sviluppati si sono impegnati a limitare la produzione di CO2. E uno dei mezzi più idonei è quello di ricorrere alle fonti alternative per produrre energia elettrica.

    A tal proposito la situazione del nostro Paese non si può definire delle migliori, dato che i due sistemi attualmente più consoni, quello eolico (che sfrutta la forza motrice del vento) e quello solare (in grado di convertire in energia elettrica la luce del sole grazie al pannelli fotovoltaici) sono tuttora poco sviluppati. Abbastanza buona risulta invece, nel contesto europeo, la produzione italiana di energia idroelettrica (originata dalla forza pulita dell’acqua convogliata in condotte forzate che azionano turbine) e quella geotermica (che sfrutta il calore naturale del sottosuolo). Sistemi questi ultimi che, comunque, dipendono da situazioni ambientali particolari come i pendii montani per le centrali idroelettriche e fenomeni detti di vulcanesimo secondario per la geotermia. Anche l’energia eolica dipende dal particolare fattore ambientale rappresentato dal vento non presente con assiduità in tutte le regioni d’Italia.

    L’energia naturale più idonea all’utilizzo resta dunque il solare, che ben si addice alla nota definizione dell’Italia “paese del sole”. Ma molti sembrano aver dimenticato questa nostra invidiabile caratteristica naturale, cosicché l’installazione di pannelli fotovoltaici è a tuttoggi molto limitata: percentualmente oltre dieci volte inferiore rispetto alla ben meno soleggiata Germania, che può vantare una produzione di energia elettrica di origine solare pari al 10% della produzione nazionale. Quantità questa che, se prodotta in Italia, rappresenterebbe il fabbisogno energetico dell’intero Veneto. Ma la forbice tra i due paesi sembra destinata ad allargarsi, in quanto in Germania l’energia fotovoltaica aumenta di 140 MW ogni anno, mentre in Italia soltanto di 4.

    C’è poi un paradosso tutto italiano: il Trentino Alto Adige risulta ai vertici nell’utilizzo dei pannelli fotovoltaici, mentre la regione più assolata, quale la Sicilia sembra del tutto ignorare i vantaggi di cui la natura l’ha dotata.

    E il Polesine? Da noi il grosso problema sul tappeto – è noto – è rappresentato dal sempre più probabile utilizzo del carbone nella centrale di Porto Tolle. Ai fumi (per quanto depurati ovviamente mai del tutto innocui) di questo grande impianto si aggiungeranno inoltre – a quanto pare – quelli di un’altra centrale termoelettrica, questa a turbogas, da costruirsi a Loreo. Progetti del tutto in contrasto con la vocazione ambientale del delta del Po.

    Ma a fronte di questi piani industriali, inopinatamente inseriti proprio nella zona umida di maggior pregio ambientale d’Italia, registriamo fortunatamente altre iniziative, sia pur limitate ma incoraggianti, che puntano proprio sull’utilizzo della fonte naturale che garantisce la vita del nostro pianeta: il sole.

    Un passo importante in questo ambito è stato compiuto lo scorso giugno a Rovigo con l’attivazione di un impianto fotovoltaico presso l’IPSIA.

    Il progetto, portato a compimento dall’Amministrazione Provinciale, consiste nell’installazione di una serie di pannelli solari su tutta la facciata dell’istituto scolastico rivolta a mezzogiorno, in grado di sviluppare una potenza di 35 kW.

    L’intervento – ci informa l’assessore Giancarlo Chinaglia assistito dal tecnico ing. Riccardo Brizzante – ha comportato la completa integrazione dell’impianto nell’edificio scolastico, dando alla facciata esistente una rivisitazione in chiave attuale. Oltre che produrre energia elettrica, la facciata fotovoltaica funge da protezione dai raggi solari che, soprattutto nei mesi più caldi, apportavano una gran quantità di calore all’interno dell’edificio. L’impianto – che fa parte di un ristretto gruppo di installazioni che godono del finanziamento del Ministero dell’Ambiente pari all’85% a fronte di una domanda da parte di 60 Enti Pubblici di tutta Italia – è in grado di produrre circa 27.500 kWh/anno di energia elettrica in corrente alternata.

    Si tratta dunque di un intervento significativo non solo sul piano pratico, in quanto destinato a ridurre la dipendenza della produzione di energia elettrica dalle fonti fossili che fatalmente producono inquinamento e inoltre sono destinate ad esaurirsi, ma anche sul piano simbolico, per l’insegnamento che se ne ricava: il Polesine può iniziare a percorrere vie alternative, facendo ricorso alla fonte naturale più idonea per il nostro ambiente – quella solare – al fine di produrre energia elettrica.

    Va detto a questo proposito che l’azione della Provincia nel settore è iniziata in sordina due anni fa, tra aprile e settembre 2004, con l’installazione di tre impianti fotovoltaici – questi di minor portata rispetto a quello da poco attivato – sui tetti di tre istituti scolastici: il primo da 10 kW presso l’ITIS di Rovigo; il secondo da 5 kW presso l’ITIS di Adria, il terzo presso l’ITAS di Badia Polesine, anche questo con potenzialità di 5 kW.

    Ma non è tutto: nel corso del 2005 sono stati infatti installati 280 lampioni fotovoltaici su strade provinciali e comunali prive di illuminazione artificiale. Il lampione solare in linea di massima è un sistema costituito da celle fotovoltaiche che convertono la radiazione luminosa diurna in energia elettrica che viene accumulata da una batteria durante il giorno e restituita di notte per alimentare la lampada. L’innovativo intervento è stato finanziato per il 50% dalla Regione Veneto con fondi europei nell’ambito del Docup 2002 ed il rimanente dalla Provincia di Rovigo.

    Considerati i buoni risultati ottenuti in questo ambito, la Provincia di Rovigo ha inoltre deciso di utilizzare i fondi risparmiati nel corso dell’intervento di installazione dei 280 lampioni per ampliare l’intervento con l’aggiunta di ulteriori 51 lampioni fotovoltaici. La spesa complessiva ammonta a 150.000,00 di cui 100.000,00 coperti da fondi della Provincia e 50.000,00 messi a disposizione dal Comune di Trecenta. I lampioni, con caratteristiche simili a quelle dei lampioni già ultimati, saranno installati sul territorio dei seguenti comuni: Bagnolo di Po (2), Fiesso Umbertiano (5), Fratta Polesine (4), Occhiobello (8), Pincara (3), Rovigo e Villadose (4), Trecenta (24), Villamarzana (1). I lavori saranno terminati entro la fine del 2006.

    Questo dunque l’esistente, ma per il prossimo futuro non mancano i progetti in fase esecutiva. Il più significativo prevede l’installazione di una pensilina fotovoltaica presso il centro operativo della Provincia di Rovigo: l’intervento prevede la realizzazione di una pensilina dotata di moduli fotovoltaici, per una potenza complessiva di 24,32 kW, da posizionarsi presso il parcheggio del Centro Operativo in via Grandi a Rovigo. Tale impianto produrrà circa 28.000 kWh all’anno i quali, se non autoconsumati direttamente in loco, saranno venduti al gestore nazionale dell’energia, sfruttando le tariffe incentivanti del cosiddetto “Conto Energia”, che prevede il pagamento di ciascun kWh immesso in rete con 0,45. I lavori di installazione di tale pensilina saranno ultimati presumibilmente nei primi mesi del 2007.

    Sempre per il 2007 è prevista poi l’installazione di quattro impianti fotovoltaici sui tetti di altrettanti istituti scolastici, per potenze che vanno dai 10 al 20 Kw come segue: 15 kWp presso il Complesso scolastico polivalente “Balzan” di Badia Polesine; 20 kWp presso il Liceo scientifico “Paleocapa” di Rovigo; 10 kWp presso l’ITIS “Viola” di Rovigo; pensilina fotovoltaica da 20 kWp presso l’IPSIA di Porto Tolle. Complessivamente la produzione di energia sarà fornita da questi impianti sarà pari a 67000 kWh/anno.

    Si sta inoltre lavorando per l’installazione di un impianto solare termico presso la palestra in costruzione in via A. Moro ad Adria: l’intervento prevede l’installazione di 40 mq di pannelli solari del tipo a tubi sottovuoto per la produzione di acqua calda sanitaria e per l’integrazione del riscaldamento con impianto a pavimento della nuova palestra. I lavori saranno ultimati all’inizio del 2007.

    Si tratta dunque di iniziative di ampio interesse, che sicuramente fanno ben figurare il Polesine a livello nazionale; installazioni indirizzate a cogliere molteplici obiettivi di tipo economico, strategico ed ambientale. Per quanto riguarda l’aspetto economico, come evidenzia la tabella qui riprodotta, il risparmio nella bolletta dei consumi della Provincia si ridurrà di 39.000 euro; l’aspetto strategico va nell’ottica di ridurre la dipendenza del nostro Paese dall’approvvigionamento di idrocarburi e carbone, mentre quello ambientale consiste nella mancata emissione nell’atmosfera della venefica anidride carbonica pari ad oltre 102 mila Kg. all’anno.

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