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Archivi: Articoli d’archivio

  • Carbone per la centrale?

    Carbone per la centrale?

    Beppe Grillo a Porto Viro: un evento promosso dal Coordinamento Provinciale dei Comitati per la Difesa dell’Ambiente e da Sheriff Promoter per parlare di energia, di salute e non solo, un evento che per i temi trattati e per i toni usati sicuramente rimarrà nei ricordi di quanti, a migliaia, dalla provincia e dintorni si sono riversati la scorsa estate nella cittadina bassopolesana, invadendo Piazza della Repubblica, affollata come non mai.

    Vulcano, ciclone, fustigatore di costumi, moderno Savonarola, osannato dai suoi estimatori, un semplice “guitto” invece per i denigratori, Grillo – che di sé ha detto “Sono di Genova e facevo il comico” – per più di due ore (peccato per l’impianto audio che funzionava a singhiozzi!) ha catturato l’attenzione degli spettatori. Non il solito show con satira verso i politici e la società dei consumi di oggi giorno, ma un dibattito pensato ad hoc per le genti del Polesine, terra di straordinaria bellezza e valore naturalistico, ma anche territorio con non poche contraddizioni e pericoli dal punto di vista ambientale.

    Salito sul palco tra gli applausi di una folla oceanica, Grillo ha esordito sottolineando come noi polesani siamo tra le popolazioni più a rischio di malattie tumorali: causa prima la centrale Enel di Polesine Camerini che per anni ha bruciato olio combustibile, aprendosi ora alla nuova prospettiva di una riconversione a carbone. Un combustibile questo – secondo Grillo e il Comitato provinciale degli ambientalisti- altamente inquinante che apporterà un ulteriore e gravissimo danno al Delta.

    “Il carbone è il killer del mondo, poco economico e dannoso per la salute umana”, ha gridato Beppe Grillo, scagliandosi contro l’ipotesi di utilizzare tale propellente per la centrale termoelettrica di Porto Tolle. “Vogliono convertirla a carbone, facendoci credere che non sia dannoso. Ma il carbone è ancora più inquinante dell’olio combustibile finora usato e che ha causato comprovati danni irreversibili all’ambiente e alle persone”.

    A supporto delle teorie esposte da Grillo in fatto di inquinamento e di incidenza di malattie tumorali presenti nel territorio deltizio, tecnici, docenti universitari e ricercatori come il Dott. Stefano Montanari, titolare del laboratorio di Nanodiagnostics di Modena, che ha rilevato come le nanoparticelle emesse dalla combustione del carbone non vengono eliminate, ma finiscono nell’aria, vengono inalate delle persone creando dei granulomi che a lungo possono sfociare in tumori. Inoltre la diffusione di queste particelle è altissima: il loro raggio di azione si spinge a migliaia di chilometri, al punto che sono state rintracciate addirittura ai poli della Terra.

    Da qui, pertanto, l’invito del fustigatore genovese, alla luce di questi dati e sulla scia di esempi di questo tipo visti in altre parti del mondo, a pronunciare un deciso “no” ad un simile impianto a carbone: “Voi cittadini non dovete lasciare che gli altri decidano per voi sul vostro ambiente ma prima di tutto sulla vostra salute; dovete mobilitarvi e opporvi a chi vuole realizzare proprio qui una centrale a carbone e fare del delta una piattaforma energetica. In altri luoghi d’Italia e del mondo questa battaglia è stata vinta puntando su fonti di energia alternative e rinnovabili.

    Abbiamo a che fare con dei piromani che chiamano gli inceneritori termovalorizzatori e definiscono i rifiuti materia prima. Tutto perché non abbiamo un piano energetico per la nostra nazione; con quello attuale siamo nella m…”.

    Poi, con verve appassionata e atteggiamenti da Orlando Furioso, brandendo il microfono a mo’ di durlindana, Grillo ha scagliato profondi fendenti contro coloro che, per bieco profitto, avvelenano l’acqua, disboscano le foreste, ci appestano con venefici agenti chimici, rischiando di innescare reazioni a catena incontrollabili. “Chi sono questi angeli neri del potente dio denaro, che vogliono ridurre tutto a mercimonio, contrabbandando per progresso quella che è una cultura di m…morte? E giù i nomi, tanti, in primis le multinazionali, ma per restare in casa nostra, i responsabili del sovvertimento ambientale del Delta, opere insensate individuate, oltre che nella centrale di Porto Tolle, cui sono stati indirizzati gli strali più duri, nel terminal gasiero, nella erigenda centrale a turbogas di Loreo, nella macroarea industriale di Ca’ Cappello.

    E i politici nostrani? Per Grillo si tratta per lo più di “ostaggi dei grandi gruppi”. Infine, prima di lasciare il palco, un appassionato appello: “Il Polesine è un territorio bellissimo, con tante risorse, non rovinatelo col carbone, un combustibile del passato”.

    Lo show di Grillo aveva anche l’obiettivo di raccogliere fondi a favore del dottor Stefano Montanari per l’acquisto di un microscopio a scansione ambientale per continuare la ricerca sulle nanopatologie: il pubblico ha risposto all’invito, cosicché il ricavato della serata si è concretizzato in 9354 euro.

  • I 20 anni del “Quadrivio”

    I 20 anni del “Quadrivio”

    Vent’anni per un giornale, che vuole essere ogni mese la voce di una associazione culturale e sociale, non sono pochi. E sono anzi quelli bastano per affermare definitivamente non solo una sicura continuità nel tempo, ma anche e soprattutto la dignità di una presenza costante dentro e fuori i confini di una città piccola come Rovigo. Sono i vent’anni che il Quadrivio, tale il nome del circolo culturale e del giornale stesso, ha voluto festeggiare lo scorso settembre nel rinnovato splendore del salone di quella villa Morosini, a Polesella, che ospitò gli ozi e le riflessioni della maturità di un doge.

    Moltissimo il pubblico accorso, sul filo di un concerto lirico, che incastonava un intermezzo gioioso che sogguardava con stile nativo l’operetta e la canzone di altri tempi. Protagonisti due cantanti polesani che hanno saputo farsi onore: il soprano Simonetta Casellato e il baritono Andrea Zese, ma anche il comico cantante (come appunto si usava nell’operetta) Gigi Franchini, che polesano non è, ma è sicuramente un grande amico del Quadrivio, al quale collabora ormai da tanto tempo. L’accompagnamento musicale al pianoforte è stato affidato al M° Alessandro Panella. E proprio il Quadrivio era, in realtà, il vero protagonista, presente nella memoria dei numerosi lettori che ricevono il periodico o se lo procurano ogni mese, per ritrovarvi gli echi dell’attualità, della vita sociale, dell’arte e della cultura. Sono un po’ questi i settori ai quali la rivista dedica cure e attenzioni, tra articoli e interviste e talora veri e propri saggi.

    Direttrice e anima del giornale (così come del circolo) la sua stessa fondatrice, Nadia Rossi, che ha fatto gli onori di casa a villa Morosini, ritrovando amici vecchi e nuovi e soprattutto il senso di una lunga fedeltà che l’ha sicuramente commossa.

    Nadia Rossi, si potrebbe dire, è cresciuta insieme al circolo, al quale ha dedicato tutte le sue energie (e i suoi risparmi) e nel tempo ha disegnato sempre meglio il giornale, che oggi ha una identità ben definita. Così, se all’inizio, vent’anni fa appunto, la sua firma e il gioco delle sigle e degli pseudonomi correvano lungo ogni pagina, oggi sono numerosi i collaboratori che inviano articoli che riescono ad essere sempre accattivanti e ad avere sicuri lettori (cosa, questa, che è meno ovvia di quanto si pensi).

    Molta attenzione al sociale, con particolare riferimento alla medicina e alla salute, con interviste spesso di grande interesse a medici e primari degli ospedali del territorio, responsabili e amministratori delle Usl, liberi professionisti e studiosi. Né mancano interventi di industriali e artigiani, imprenditori e operatori. Ma anche molta attenzione a certi settori della cultura: dalla musica lirica (che per Nadia Rossi costituisce una passione sempre viva) alle arti figurative, che talora trovano riscontro in mostre organizzate dal circolo. Ma anche il cinema e il teatro, la letteratura e la poesia.

    Nell’arco di questi vent’anni, attraverso le colonne del giornale sono passati in tanti, giovani e vecchi, apprendisti e professionisti di lunga data e tutti con qualcosa di dire e da insegnare. Ma sono stati e continuano ad essere soprattutto i giovani dare respiro alle pagine del Quadrivio, che può vantare di avere aperto la porta a intere generazioni, rappresentando sovente il primo o il secondo gradino di una carriera giornalistica che è andata poi definendosi nel tempo. Non sono pochi i giornalisti polesani che sono nati con il Quadrivio. Ma anche i non pochi giornali, mensili e settimanali e perfino quotidiani che affollano il panorama editoriale rodigino (insomma tanto da leggere per pochi lettori) hanno qualche debito con il Quadrivio, che pure ha sempre saputo mantenere il gusto per una semplicità e immediatezza di approccio.

    E che il Quadrivio abbia lettori numerosi e informati, di ogni genere e di ogni estrazione sociale e culturale, lo provano i riscontri che hanno coloro che scrivono. Un articolo viene sempre letto e commentato e spesso discusso successivamente con lo stesso autore.

    Quanti giornali possono vantare la stessa attiva diffusione?

  • I 50 anni della Breviglieri

    I 50 anni della Breviglieri

    La prima calcolatrice elettrica degli anni Cinquanta vende oltre 10.000 esemplari solo nella Provincia di Rovigo, e il primo computer usato nelle scuole alla fine degli anni Settanta presenta appena 4k di memoria: preziosi oggetti, testimoni di un’evoluzione importante, conservati nell’Archivio storico della Olivetti di Ivrea, giunti per una settimana a Rovigo, apprezzati in una mostra nei locali della Pescheria Nuova.

    L’occasione per aprire una finestra su un passato non troppo lontano, è stata fornita dal 50° anniversario della ditta Breviglieri, avviata a Rovigo nel 1956 da Amleto Breviglieri. Una storia tutta particolare e in totale controtendenza con gli esiti demografici del Polesine del tempo: erano infatti questi gli anni in cui la nostra provincia registrava una vera e propria emorragia di abitanti per il trasferimento di migliaia di persone verso il cosiddetto triangolo industriale (nel ventennio dal 1951 al 1971 gli emigrati hanno raggiunto quota 120.000); viceversa Amleto Breviglieri, su invito della Olivetti, decideva, proprio allora, di aprire una concessionaria a Rovigo, trasferendosi ben presto in città con tutta la famiglia. E da allora la Breviglieri è divenuta per il Polesine un punto di riferimento primario nel settore della scrittura, meccanica prima ed elettronica poi, offrendo alla propria vasta clientela, oltre che una puntuale assistenza, anche un’ampia serie di servizi ed attrezzature, compreso l’arredamento completo di uffici e persino agenzie bancarie.

    Nella mostra, allestita presso la Pescheria Nuova di Rovigo, in evidenza innanzitutto macchine per ufficio i cui tasti, consumati dai laboriosi polpastrelli e dal tempo, si presentano lucidi di storia. Il meccanismo interno del primo calcolatore da tavolo, classe 1956, sembra il relitto di una ‘nave fantasma’ che naviga silenziosa e straniera nell’era dell’informatica. Ma i “Segni d’Olivetti”, questo il titolo dell’esposizione, ridisegnano nel panorama tecnologico, sociale e culturale di Rovigo, un’epoca di invenzioni e progresso condensata in poche manciate di decenni, che vale la pena rispolverare.

    Ad accogliere i visitatori alla mostra, ecco un ‘cariolo’, strana bicicletta con un montacarichi, appena sopra un ruotino più piccolo di quello posteriore, mezzo di trasporto delle prime ingombranti casse di legno che giungevano in città contenenti i pesanti esemplari di macchine da scrivere. Accanto, l’ultimo nato, un computer portatile che vanta appena due settimane di vita, veloce, dallo schermo nitido, ultrapiatto.

    La mostra accende i riflettori anche su un insieme di documenti rari, dai libri strenna ai cataloghi d’arte, fino a calendari, cartoline, manifesti, oggetti di design. Elementi questi che, secondo Eugenio Pacchioli, direttore dell’Archivio storico di Ivrea, “spiegano quali sono i veri valori che arricchiscono il territorio e i cittadini; valori ai nostri giorni trascurati per parlare prevalentemente di finanza”. La Olivetti non fu infatti solo un’industria interessata al guadagno, ma si qualificò quale fulcro di iniziative culturali che hanno fatto storia e che giustificano più che mai l’esistenza di un archivio, oggi consultato da studiosi di varie parti del mondo, dal Giappone agli Stati Uniti.

    In mostra ecco la memoria del primo elaboratore elettronico, che non è solo un ricordo, ma qualcosa di concreto: un vetro protegge un groviglio ordinato di fili, schede, di circa un metro quadrato d’area, contenuto di una minima parte di un’attuale chiavetta Usb. Alcuni degli elementi esposti sono presenti anche al ‘Modern Museum of Art di New York’, segno che la Olivetti ha fatto molta strada nel mondo.

    Nel 1956, anno di avvio della ditta Breviglieri a Rovigo, nasce la prima macchina capace di eseguire le quattro operazioni, la “Divisumma 24”, progettata da Natale Cappellaro. Nessuno avrebbe mai pensato che lo stipendio di un anno di lavoro permettesse di acquistarla ad un prezzo che si avvicinava a quello di una Fiat 500, una cifra da capogiro, che testimonia comunque quanto valore fosse contenuto nelle apparecchiature per ufficio. La Divisumma 24, resta sul mercato per oltre 10 anni e nel 1957 vende il suo milionesimo pezzo.

    Frattanto nel 1978 Gabriele Breviglieri, sostituisce il padre alla guida dell’azienda familiare. Nella sua memoria i dati tecnici si annodano con i ricordi personali. “Mio fratello Stefano, ancora bambino alla metà degli anni Cinquanta, usciva dalla scuola elementare e passava nell’officina di manutenzione, sentendo il melodioso suono della Divisumma in azione, dopo le operazioni di pulizia periodica. Deve essere stato anche questo a convincerlo a entrare in azienda, ancora giovanissimo”. La testimonianza è contenuta in un curioso documento, un quaderno scolastico stampato appositamente per celebrare il 50° anniversario della ditta, che racchiude immagini e storie da tutto il mondo che danno una precisa cadenza al tempo.

    All’inaugurazione della mostra, rimasta aperta dal 30 settembre all’8 ottobre Gabriele Breviglieri, attuale presidente della ditta, ha sottolineato come l’iniziativa, voluta per ricordare i cinquant’anni dell’azienda, sia nata dal desiderio di condividere con il territorio un momento tanto importante. Un lasso di tempo caratterizzato da situazioni molto diverse, ha osservato il sindaco Fausto Merchiori: si è passati da una situazione di sofferenza sociale al benessere diffuso, scandito da impensabili innovazioni tecnologiche. E il presidente della Camera di Commercio Loredano Zampini ha evidenziato il ruolo e l’impegno dell’impresa, mantenutasi sempre a carattere familiare, giunta oggi alla terza generazione; un’azienda che si è sempre mantenuta all’altezza della situazione, per cui l’omaggio al 50° anniversario si presenta come un’importante tappa di un percorso ancora lungo e ricco di prospettive.

    La mostra ha visto l’impegno della Cooperativa Turismo & Cultura, rappresentata nella giornata inaugurale dalla presidente Donatella Girotto, che ha curato i laboratori annessi e le visite guidate delle scuole.

    Moltissime le visite, tra cui va segnalato l’apposito ritorno a Rovigo di Nadir Milan, la prima impiegata della Breviglieri, oggi residente a Torino. “La ditta rappresentava la mia seconda famiglia – ricorda, con un filo di nostalgia -. Dopo un corso di stenodattilo mi sono presentata al colloquio con un grembiule nero e colletto bianco, come si usava allora, accompagnata da mio padre. Amleto Breviglieri è sempre stato un capo gentile, onesto, un gran lavoratore. Nonostante mi sia sposata e poi trasferita a Torino, dal 1963, ogni volta che facevo ritorno a Rovigo ci sentivamo amichevolmente”. E nel quaderno del 50° ecco puntuale il riscontro: una foto della giovane impiegata immortalata in mezzo alle macchine per ufficio Olivetti; e poi il ricordo di Roberto Ferrari che, dal 1956 al 1995, per quarant’anni ininterrotti ha prestato la sua opera nell’azienda: “La andavo a prendere in bicicletta, alla stazione della corriere e la sera Nadir si portava a casa i documenti per preparare le fatture”. Un lavoro che da sempre è stato guidato dal rispetto e dall’investimento sui valori umani.

  • Pescatori e cannaroli in cattedra

    Pescatori e cannaroli in cattedra

    Leonino Ferro, Arnaldo Girardi, Giovanni Marangoni sono tre signori che, nel corso di questi ultimi trenta-quaranta anni, sono stati tra i più convinti assertori della necessità di raccogliere le “memorie patrie” di Porto Tolle. E così hanno fondato un’associazione “Gruppo civiltà contadina” con l’obiettivo di salvare, recuperare e documentare, a beneficio delle giovani generazioni polesane e non, l’aspetto, l’economia e la cultura di un Delta ormai definitivamente scomparso e che rischia di tramandarsi solo attraverso slogan ed immagini dei depliant pubblicitari.

    Hanno quindi raccolto di tutto: dalle vecchie radio alle zappe da risaia, dai “cavastivai” dei cannaroli alle camicie da notte, dalla “gràmola” per rimestare il pane alle reti da pesca… Insomma tantissimi oggetti della cultura materiale che sono confluiti e continuano a confluire in una mostra permanente che trova ospitalità presso i gli ex contenitori Enel, adibiti un tempo ad aule per i corsi professionali.

    Un’opera altamente meritoria che meriterebbe miglior destino anche perché vi sono documentate attività umane ormai definitivamente scomparse. La pesca e gli strumenti dei cannaroli, ad esempio. Ed è stata proprio la curiosità di conoscere la vita dei pescatori e dei raccoglitori di canna – due attività fiorentissime anche ad Adria sino alla fine dell’Ottocento grazie all’antico diritto al vagantivo – che ha condotto gli studenti della classe terza ad indirizzo linguistico del liceo Bocchi ad effettuare, con il loro insegnante prof. Paolo Rigoni, prima una visita a Porto Tolle e successivamente ad invitare a scuola Leonino Ferro, Arnaldo Girardi, Giovanni Marangoni per una lezione ufficiale, quali testimoni di usi e costumi e di saperi di cui essi solo sono depositari.

    Entusiasti gli studenti che hanno appreso le parole di un linguaggio per loro misterioso (parangài, sossiali, sàtara, rión…), che sono stati condotti lungo i canali a scoprire i luoghi ove si mimetizzavano lucci e carpe, tinche e storioni, che hanno imparato il modo di catturare le lontre, che si sono resi conto di quale e quanta fatica dovevano sostenere i cannaroli adriesi (la feccia della plebe come li chiamava il canonico Alfonso Bocca) per sopravvivere e guadagnare un pugno di riso con cui prepararsi, in mezzo ai canneti, un pentolino di riso alla cannarola, come si dice in Adria, ovvero “risi e fasòi duri”, come invece sono ricordati nel Delta. Un piatto, così povero allora, da non esser degno nemmeno del nome.

    Ora il materiale della lezione sarà raccolto, ne sarà fatto un Cd Rom in inglese, francese e tedesco e sarà usato a beneficio degli studenti stranieri quando verranno a Bocchi per far conoscere Adria ed il Delta.

  • Come ali di gabbiano

    Come ali di gabbiano

    UN’ULTIMA FOGLIA

    Ai confini della vita, un’anima – essenza instancabile – confida e s’abbarbica alle radici di un sogno.

    Interrogativi… forse nel cosmo ogni astro è un sole – chissà se l’amore pulsa nel vigore del mare – se l’anima s’acquieta nella carezza del vento –

    Cammino ai bordi della ragione, tra l’oblio di un baratro dai contorni abbaglianti, ascolto impercettibile una voce che grida speranze alle illusioni.

    L’amore recita una preghiera… Dal buio del nulla s’accende una luce, confusa, dispersa, tra le ciglia stanche di uno sguardo distratto. Il barbaglio prevale sul tempo che passa, rischiara cammini deserti, è un fresco respiro d’autunno, è un’ultima foglia, che esile e pura si libra nell’infinito.

    PETALI D’AMBROSIA

    Grigio meriggio di un melanconico novembre nel cuore di Torino.

    Petali d’ambrosia per te…

    E sei rosa di maggio in questo inverno inoltrato, e sei uomo solo in questa vita inspiegabile.

    Petali d’ambrosia per te…

    E sei giorno cinereo sempre uguale ogni giorno, e sei raggio di luce nella tremula speranza.

    Nell’anima, profumano sogni… … dai petali d’ambrosia.

    VIAGGI

    Viaggi, tra stelle lontane, uno specchio di luce, nel grande silenzio, il lago infinito dell’anima.

    Guarda la luna che ho addosso, c’è il mondo nascosto dei sogni, perso nell’immensità dei silenzi, un’anima di vento, che non posso vedere.

    Non bastano parole, fa freddo nella nudità di un abisso, nei lividi sparsi tra le righe di una poesia, parole col sapore d’eterno.

    Il grido alto dell’anima lacera le arcate del cielo. Nella sabbia del mare, lenta scorre tra le dita, polvere di angeli caduti.

    ARCANI ENIGMI

    Il giorno, senza fretta, s’adagia fra le braccia della sera. Arcani enigmi affollano la mente. Come colmare l’amaro dolore, se tutto intorno c’è vuoto d’amore? L’anima brucia, la vita si assapora a giorni alterni! Dove cercare risposte? Madre!

    Figlia mia, porta nel cuore i sorrisi, nella mente conserva i ricordi più cari. Concedimi solo i momenti che puoi, li serberò tutti, come bene prezioso, amorevoli istanti d’immenso, da custodire nell’anima, prima che questa mia spoglia mortale si confonda con l’infinito.

    ALI DI GABBIANO

    Si strugge la sera dentro al rosso di un tramonto, dietro il tetto di una chiesa solitaria. Le mani delle alghe afferrano le lacrime salate del mare in bufera. Deboli speranze di cicala svaniscono, falciate dalla mietitura di Atropo.

    – Non chiudere il volo di gabbiano dentro al cassetto! –

    Quel sorriso di ninfea scioglie stille di rugiada, il giglio tatuato sulla pelle profuma di purezza, di anima e di vita.

    E ti ritrovo nel bosco dei sentimenti, tra i sentieri degli amanti dove s’incontrano di nascosto i ciclamini, poi, insieme, asciugheremo il pianto delle cicogne, le vestiremo di nuove rose.

    Nell’arcata della notte, la via delle stelle illumina il cammino.

    – Vola con ali di gabbiano –

    Una culla, tra i fiori bianchi di ciliegio

    – Lieto dormi tenero amore-

    Bussa alla finestra la primavera, soffia sui sogni, ti vuole svegliare.

    NEBBIA NEL DESERTO

    Ombre di storie, danzano cieche al suono di note stonate, nell’ animo di sogni mancati. Ed io, cerco la forza che non c’è, dentro di me. Gocce di speranze stridule si schiantano ai bordi degli occhi grevi e stanchi. L’amore confonde il suo aspetto scarlatto in questa nebbia nel deserto, dove non c’è il sole dentro di me.

    Aride lune, pallide, volteggiano sovrane nella notte, là, dove tutto è buio ed è dimenticanza dei tempi perduti. Arsura di spirito in questi giorni sempre uguali, ed io cerco la vita che non trovo; dentro di me, c’è solo nebbia, nebbia nel deserto.

  • Una giornalista a Badia Polesine

    Una giornalista a Badia Polesine

    All’epoca della mia collaborazione al “Carlino”, il caporedattore mi commissionò servizi ironico-veritieri sulla mia piccola città: «Cosa mangiano, cosa bevono, cosa leggono, come amano i badiesi? E dove vanno in vacanza? E cosa spendono…?»

    Tenendo conto della naturale ritrosia dei veneti a parlare di se stessi (inclini come sarebbero, per loro propensione, piuttosto a parlare del prossimo), non è stato un facile compito il mio… Quasi fischiettando, per darmi un contegno (a questo proposito, mi viene in mente una signora locale che usa dire: «lo fago par darme “tuono”) mi rivolgevo alle signore sedute al bar, intente al consueto gossip, per farle parlare sugli usi alimentari; e poi ai loro mariti, sulle performance amorose, mettendo insieme un mucchio di bugie, che, cucite con le mie osservazioni e commenti, diventavano qualcosa di esplosivo che faceva vendere più copie al quotidiano. Comunque, quello di cui vorrei parlarvi più diffusamente, è il mio pezzo sulle libagioni dei miei concittadini.

    Una bella mattina, supportata dal fotografo, mi sono piazzata davanti a un’osteria centrale (a dire il vero l’ultima a mantenere ancora il carattere puro di “trani”, non mascherato da bar) e ho cominciato ad intervistare gli estimatori di Bacco, partendo dall’oste.

    «Chissà come sono fini intenditori del vino, i suoi clienti!!!», azzardai.

    «Scherzela?, Co chi xè imbriaghi, i ne sa più gnente, i bevarìa, anca Caifa…»

    Non ho fatto obiezioni su questo Caifa, sinonimo di triste bevute, e -spingendomi all’interno del locale, fumoso e “inebriato”, come molti dei suoi avventori, ho chiesto a uno, solitario e cogitabondo, davanti a un mezzo litro: «Perché tutto solo?»

    «Cara ela – a parte che i no xè fati sui -ma mi, quando ca son in compagnia del goto, a no vedo più nissuni; la se pensa che, alzandome la matina dal leto, a no saludo mia me mujère. El fiascon, la damigiana, mi saludo; ne tegno 25 litri, fa’ on scuter…»

    Per fotografarli, in gruppo, questi allegri signori, abbiamo dovuto “puntellarli” contro il muro. E quando eravamo già sulla porta, un voce dal fondo ha gridato: E me racomando la scriva: “A quei che no ghe piase el vin, che Dio ghe toga anca l’acqua”.

    «Tienti pronta per un grande servizio, qualcosa di sensazionale!», pressappoco questo è stato il tenore della telefonata del nostro medico di famiglia.

    «Ma di cosa dovrò parlare?»

    «SSSSSSSSSSSSSSS» «Silenzio, che anche i muri potrebbero sentirci!»

    «Insomma, di cosa si tratta?»

    «CSSPSSSTSSSTSTTTSZZ»

    «Non ho capito niente!!!»

    «Te lo dirò domani di persona»

    «Clic»

    «Ri-clic»

    «Lino – domandai, rivolta a mio marito -cosa dovrà dirmi mai il dottore?»

    «Mi digo ch’el xé deventà mato», osservò lapidario.

    E la notte era lunga e non passava mai. E non veniva l’indomani.

    E l’indomani venne.

    «Un fatto grosso: a Badia c’è un’indemoniata»

    «Non potrebbe essere un caso di follia?»

    «No, no. Sana, è sana di mente, ma ha fenomeni di xenoglossia (per cui in stato di trance si esprime in lingue a lei sconosciute) e di levitazione…»

    «Come le torte?»

    «No, quelle lievitano»

    Pochi giorni dopo, partiamo con un pullman, organizzato dal dottore, “abitatato” da partecipanti che avevano tutti più o meno qualcosa di demoniaco. L’indemoniata che “levitava” in primis, un giovanotto un po’ meno toccato dal satanico, in secundis, e poi c’erano mamme e nonne con indumenti da far benedire, di parenti discoli (soprattutto mutande, chissà perché?).

    Arrivammo a Sarsina, sprigionanti zolfo e ansiosi di liberare dai demoni chi ne avesse in corpo. Là c’era un famoso esorcista che avrebbe fatto al caso nostro.

    Misero al collo di tutti noi il collare di San Vicinio, famoso esorcista del passato. Tutti guardavamo l’”indemoniata”, in attesa che si scatenasse. Niente. Pallidissima, se ne restava immobile e non dava segni di demoniaco.

    Siamo venuti fin qua per niente, pensavo, rattristata. Non avrò nulla di cui scrivere. È stata una solenne “bufala”… In quel mentre, un aitante giovanotto romagnolo, sostenuto da sette parenti, si mise a ululare, bestemmiare in strane lingue, blaterare in altrettante.

    «Ecco la xenoglossia!» – gridava la gente… A me sembrava che bestemmiasse in romagnolo puro, ma non osavo contraddire gli esperti. Spogliò l’esile esorcista, riducendolo in mutande; soffiò; urlò; saltò; volteggiò: a stento trattenuto dai sette volontari, sempre caricato da preci e crocefisso puntato. Alla fine si accasciò a terra. Il demone era sconfitto. Così dissero gli esperti. E a me fu dato scrivere uno dei pezzi di cronaca più coloriti e importanti della mia carriera.

    La nostra “indemoniata”, viceversa non dava alcun segno di possessione infernale. Se ne stava lì buona buona; (sciagurata!) non mi procurava notizia. Verso sera, sulla via del ritorno, mangiò abbondantemente, in tutta tranquillità.

    «Eto visto che la gavéa un diavolo magnòn?» – Hai visto che aveva un diavolo mangione? Non potè trattenersi dal commentare il mio rassegnato marito.

    In tempi più recenti, parlando al telefono con la mia amica Paola – che spesso mi fa un “ripasso” di quelli che a lei sono apparsi avvenimenti “speciali” della mia esistenza – ricordavamo il periodo che cercherei di rimuovere, ma di cui è meglio che ne parli, così non ci pensiamo più, ovvero di quando ho collaborato, con servizi di cultura, ad una emittente televisiva della provincia.

    Eravamo intenti ad una ripresa di opere d’arte, che io avrei dovuto commentare in voce. Ancora non c’erano i cellulari e il cameraman era munito di un “chiamapersone” che col suo drin drin lo induceva a mettersi in contatto poi con il direttore da una cabina pubblica, a volte interrompendo inopinatamente il lavoro avviato.

    Il cameraman meriterebbe un capitolo a parte: bassotto, con un ciuffo a banana (dentro cui, sospettavo, nascondesse un oggetto misterioso), zelante e piuttosto incapace, mi veniva a prelevare a casa, guidando una vecchia auto americana, di quelle così “cafone” da sembrare persino bella, perché – quando il cattivo gusto supera certe barriere – finisce col diventare interessante; ed era perennemente preoccupato dal suo alito (non è che io lo annusassi, ma non mi sembrava che avesse nulla di anormale). Scendeva nei pressi di tabaccherie o farmacie, e acquistava degli spray allo scopo, che si spruzzava in bocca, al mio rassegnato cospetto. Poco male, del resto ognuno di noi ha le sue piccole e grandi manie!

    Ciò che invece mi infastidiva molto è che mi riprendeva male. Non dico di essere la Kidman o la Stone, ma lui riusciva a farmi somigliare a Spadolini, e questo mi irritava alquanto e non mi consolava nemmeno il fatto che il mio ottimista marito, rientrando a casa dal lavoro, accendendo la TV, esclamasse. «Arda che bèla ca te sì; a impizzo la television, a te vedo, a te sento parlare, l’è tuta ‘na beezza.»

    Riprendendo il discorso lasciato sospeso più sopra: ci trovavamo dunque a commentare una mostra d’arte, quando il drin drin del “capo” ci interruppe per raggiungere il telefono pubblico e ricevere l’ordine di spostarci immediatamente in un paesino lungo l’Adige ove era urgente riprendere il ripescaggio di un annegato.

    «Ma io sono stata assunta unicamente per servizi culturali -flautai flebilmente!»

    «E ti fa de manco de vardare!» mi esortò una voce che usciva dall’ipertrofico ciuffo.

    E così fummo sulle rive dell’Adige, in un punto di estrema suggestione, dove il fiume fa un’ansa dolce da cui affiorano candide spiaggette, isolotti sinuosi, coperti da una vegetazione intricata e misteriosa; qui l’airone cinerino ama oziare e gazze e folaghe, nelle opportune stagioni, scrivono disegni corvini in cielo.

    In quel momento, dal cielo scendeva una specie di imbracatura, appesa a un elicottero, pronta ad afferrare il cadavere affiorante a pelo d’acqua.

    Stavo malissimo, mi veniva da piangere. Il “ciuffoso” riprendeva da tutte le angolazioni. Quello che mi fece più impressione e rabbia ad un tempo, furono i commenti degli “spettatori” dell’evento, la loro indifferenza verso la morte di un essere umano, un suicida che aveva messo fine ai suoi giorni, stremato dalla solitudine.

    L’indomani diedi le dimissioni. E ripresi con la mia adorata scrittura, per di più in una “terza pagina”, dove tuttora resto, che era ed è il mio sogno, dove nessuno mi rende somigliante a Spadolini, anche perché qui sono invisibile.

  • Minimiteatri

    Minimiteatri

    Le più alte forme di espressione artistica si sono unite per ridursi “al minimo” e avvicinarsi sempre più al pubblico. È un recente merito del capoluogo polesano quello di aver dato origine a “Minimiteatri”, un’idea nata dall'incontro di personalità artistiche provenienti da diversi ambienti: Conservatorio, Teatro, Università, Accademia dell'arte.

    L’obiettivo è quello di portare sulla scena ciò che nella vita è “minimo”: una stanza, oggetti quotidiani, abitudini, rapporti umani; ma anche il “minimo” in senso più ampio, le fondamenta dell'esistenza che risiedono tanto nella quotidianità tangibile quanto in quella dei valori essenziali.

    “Minimiteatri” prende origine dalla volontà di sperimentare un tipo di teatro che metta insieme diverse forme di espressione artistica: musica, danza, recitazione, per realizzare una continua e inesauribile ricerca, volta a rendere fruibili le potenzialità della parola come suono, della musica come parola, della corporeità. Ogni luogo è teatro della vita: una stanza d'albergo, un appartamento o un giardino; analogamente ogni contesto “minimo” può divenire scena per Minimiteatri, il cui spettacolo “pilota”, intitolato “Cordis Duo”, ne rappresenta perfettamente l’estetica.

    Gli spettacoli hanno un cast “minimo”, formato da pochi artisti, e un “minimo” allestimento che punta su pochi elementi densi però di significato. Tali scelte indirizzano le produzioni verso spettacoli agili, facilmente allestibili ma, al contempo, ricchi di spessore e di suggestione, nell'ottica di una ricerca teatrale e musicale finalizzata ad emozionare il pubblico e ad aprire le porte alla riflessione intima e personale. Il cast deve pertanto essere composto da artisti eclettici, poiché ogni spettacolo non può avere un autentico copione, ma si realizza tramite la rappresentazione di momenti emozionali e poetici che si vogliono “trasferire” e non narrare. Ogni evento diventa quindi unico e irripetibile, e al suo interno tutte le forme di espressione artistica concorrono alla realizzazione di emozioni.

    Minimiteatri è un progetto attivo a Rovigo da poco più di anno, ma ha già avuto numerose occasioni di proporsi al pubblico riscuotendo successi e consensi che fanno pensare che anche negli spettatori sia vivo il desiderio di assistere alla messa in scena di eventi innovativi, alla ricerca di nuove forme di espressione artistica ed emotiva. Fautori fondanti di questo modo innovativo di vedere e proporre il teatro sono Letizia E. M. Piva e Gabbris Ferrari.

    Letizia E. M. Piva è un’artista eclettica, attiva come strumentista d’arpa, solista e in varie formazioni cameristiche ed orchestrali con le quali ha effettuato numerose incisioni discografiche. Attrice e vocalist, impegnata nella ricerca vocale e sperimentazione, si esibisce in recitals e spettacoli teatrali; scrittrice di testi di teatro musicale per ragazzi sia originali che come riduzioni da libretti d’opera, da libretti di teatro o da fiabe e favole; ideatrice di manifestazioni legate alla cultura musicale giovanile; didatta di musica e teatro, svolge lezioni concerto, laboratori musicali per Enti e Istituti scolastici. Ha collaborato con molti Enti, Associazioni di rilievo tra cui: Fondazione Teatro La Fenice di Venezia; CeDi Centro Beni Culturali Ambientali di Rovigo; Teatro Stabile del Veneto; Federazione Cemat; Centro Ricerche Musicali di Roma; Istituto Musicale Europeo; Orchestra di Padova e del Veneto; Centro per il Teatro Musicale da Camera di Spoleto. Ha lavorato in diverse produzioni teatrali con importanti registi ed attori.

    Gabbris Ferrari, nato a Rovigo, dove tutt’ora vive e lavora, affianca ad un attività come docente universitario e pittore, l’interesse per la ricerca grafica. Attualmente collabora come scenografo con il Teatro Sociale di Rovigo. Da anni segue gruppi teatrali e compagnie di danza, curando scenografie e scrivendo testi per il balletto. Importante nel suo percorso il legame con la Compagnia di Danza Contemporanea diretta da Elsa Piperno. La ricerca scenografica, il costume teatrale e la regia costituiscono i suoi interessi principali firmando, sia in Italia che all’estero, importanti allestimenti. Attivo anche in ambito didattico presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino e l’Accademia di Venezia dove occupa la cattedra di scenografia. La stampa e la critica specializzata hanno sempre seguito il suo lavoro con interresse.

    Accanto a questi due personaggi, altri collaborano più o meno assiduamente con Minimiteatri. Luciano Borin, concertista e compositore, docente al Conservatorio di Padova, è attivo come insegnante sulla pedagogia del Training Funzionale della Voce. Sue composizioni vocali e strumentali sono state eseguite in importanti sedi concertistiche tra cui la Società del Quartetto di Vicenza e il Teatro Politecnico di Roma.

    Thierry Parmentier, nato a Bruxelles, dopo la preparazione presso la Scuola Internazionale di Danza di Rosella Hightower, inizia un’intensa attività che lo porta a collaborare con importanti compagnie europee (Ballet Theatre Joseph Russillo, Parigi; Ballet du XX siècle de Maurice Bejart, Bruxelles; Ballet Contemporain de Karmen La rumbe, Bruxelles) ed italiane (Teatro Sociale di Rovigo; Compagnia La Piccionaia, Vicenza; Teatro del Lemming, Rovigo; Teatro Stabile di Trieste; Compagnia Teatrale del Teatro Stabile di Fiume). Tra il 1983 e il 1986 fonda le Compagnie “Lagos Dance Theatre” e “Era Acquario”. Inizia poi l’attività di coreografo. Dal 1993 tiene stages e corsi di perfezionamento dedicati alla danza contemporanea, al teatro-danza e alla danza-terapia.

    Claudio Moretti, inizia ad esibirsi come cantante ed intrattenitore, ma ben presto si avvicina al teatro e diventa allievo di Giorgio Albertazzi. Ha fondato i “Beta Pictorus” un gruppo con cui affronta testi che egli stesso scrive, pensando al miglior utilizzo delle proprie doti vocali e sceniche. Affronta anche il cabaret con uno spettacolo tutto suo. Ha collaborato per alcuni anni con la compagnia Veronese Mini Teatro Immagina diretta da Alessandro Cherubini. Dirige da diversi anni dei laboratori teatrali per i ragazzi delle scuole medie Per il Teatro Sociale di Rovigo ha lavorato nel dramma “Matteotti ad Memoriam” con la regia di Gabbris Ferrari. Ha debuttato come mimo nell’opera “Il Barbiere di Siviglia” continuando poi questa esperienza anche in altre opere.

    Stefano Skalkotos ha vinto il premio per la migliore interpretazione nel concorso Teatrale città di Vicenza, con uno spettacolo dal titolo “Confessioni di maschere” da lui stesso scritto, diretto e interpretato. Ha coordinato il laboratorio “Bottega Teatrale” a Padova; ha partecipato come attore coprotagonista allo spettacolo “Virus Pestis: Venezia 1640” per la regia di Gabbris Ferrari, al Teatro Bissuola di Mestre. Attualmente partecipa ai laboratori Zelig. Dal 2003 collabora per la produzione del programma “Munchies” in onda su MTV come doppiatore e autore. E’ anche autore di testi comici da lui stesso interpretati.

    Giuliano Scaranello, diplomatosi in arte scenica e dizione con Ernesto Calindri, ha compiuto numerose tournèe in tutti i teatri d’Italia con diverse compagnie di prosa e di operetta. Recentemente si è dedicato alla regia lirica.

    Anna Tringali, diplomata all’Accademia d’Arte Drammatica “Palcoscenico” del Teatro Stabile del Veneto C. Goldoni.Scelta tra i finalisti del Premio alla Vocazione Hystrio 2004 a Milano, è stata attrice in ‘Ippolito’ di Euripide con Luca Bastianello e Fiorella Rubino e in “Delirio a due” di Ionesco con la regia di Gabbris Ferrari. È attiva in serate di reading di poesie, come doppiatrice di pubblicità e in laboratori di teatro per le scuole.

    Gli spettacoli

    CORDIS DUO

    AZIONE TEATRALE PER VOCI E MUSICA

    Con: Letizia E. M. Piva, Luciano Borin. Regia: Gabbris Ferrari

    Testi di Satie, Sports e divertissements; Gershwin, The man I love; A. Merini, Corpo d’amore; Bilhana (XI sec.), Le stanze d’amor furtivo; L. Piva e G. Ferrari, Cordis; M. Yourcenar, I trentatrè nomi di Dio. Musiche: Anonimo inglese del XVI sec, Over the mountains; E. Satie, Sports e divertissements; Gershwin, The man I love; F. Garcia Lorca, Anda Jaleo; L. Borin, improvvisazioni.

    Una stanza con un pianoforte che lei non suona, ma che lui suonava divinamente. Lei ricorda anche le musiche che lui amava suonare: gli autori inglesi, Satie, Gershwin con vecchie canzoni. Lui era francese. Ci sono anche una lampada e un ombrello: se un ombrello racchiude un mistero può diventare un ottimo interlocutore. Lei vive in quella stanza dove c’è anche un attaccapanni con un cappotto che non le serve perché non esce mai. Lei parla da sola, sempre più spesso. Qualche volta si racconta cose che non ha mai fatto, cose mai accadute. Lui se ne è andato ormai da molto tempo ma la ferita non si rimargina. Lei ha preso la tenera abitudine di esprimersi, o meglio, di parlarsi con frammenti di poesie che adora, con brevi aforismi, piccoli brani di letteratura. Il racconto di quell’amore si arricchisce di dolci richiami, gli artifici della poesia danno l’illusione di poter rivivere la passione di un tempo. E ogni volta questo sortilegio le consente di riportarlo a casa: il francese, fargli suonare il pianoforte, gli stessi brani naturalmente e le stesse vecchie canzoni.

    LE CORDE DELL’ANIMA

    Con: Thierry Parmentier, Letizia E. M. Piva. Interventi grafici : Gabbris Ferrari Regia, scene e costumi: Thierry Parmentier

    E’ uno spettacolo dove il piano della danza, dell’azione scenica e della musica s’intreccia con quello degli schermi su cui sono proiettate suggestive immagini, il filo conduttore della narrazione. Il lavoro di creazione e montaggio delle installazioni visive è il punto di partenza del lavoro e ne costituisce l’ispirazione. La danza crea monologhi e dialoghi fra i due protagonisti; l’azione scenica suggerisce i miti celtici; la musica dal vivo dell’arpa s’intreccia con le potenti suggestioni delle canzoni celtiche e di musiche nordiche, sia classiche che popolari. Tutto ciò rende lo spettacolo un evento ricchissimo di situazioni che si avvicendano tra loro, quasi una magia.

    Si racconta dell’incontro tra lo spirito, rappresentato dalla femminilità, e il corpo, rappresentato dall’arpa. Il percorso parte da una fase di Avvicinamento e passa all’Esplorazione delle possibilità del nuovo ‘strumento’. Dopo la Perturbazione, cioè la difficoltà e perdita di equilibrio, lo spirito acquista una Nuova Prospettiva. Avendo sperimentato il dolore e la difficoltà, comprende di essere un tutt’uno con lo ‘strumento’ ed attraversa una fase di Simbiosi. Anche questa però rappresenta solo un passaggio che porta ad un distacco necessario per giungere ad un vero Equilibrio. Una volta trovato l’equilibrio tra spirito e carne, si compie l’elevazione finale: la contemplazione, l’Estasi. A questo punto lo ‘strumento’ non ha più nulla da dare e viene abbandonato.

    PALMIERI – L’ABATE DEGLI ILLUSI

    Musiche di Luciano Borin, eseguite dall’autore. Costumi di Giovanna Fiorentini

    Con: Claudio Moretti, Giuliano Scaranello, Letizia M. Piva, Stefano Skalkotos, Luciano Borin

    Regia: Gabbris Ferrari

    Lo spettacolo si avvale di un testo ricavato quasi esclusivamente dall’opera poetica di Palmieri e comprende un periodo che si aggira intorno agli anni trenta del secolo scorso. Nell’intento di dare struttura drammaturgica allo spettacolo, la traccia elaborata da Minimiteatri racconta un breve periodo di vita dell’autore che attraverso la propria poesia riesce ad esprimere quelle emozioni che gli provengono dagli ambienti quotidiani della sua stessa vita e dalle persone che ama.

    Palmieri era molto legato al Polesine e alla piccola città di Rovigo che egli interpreta come un luogo del sogno fino a renderla un mito quasi privato, astratto e universale. Questo sentimento poetico ha rarissimi riscontri nella letteratura moderna e Palmieri costruisce una presenza originalissima nella letteratura del ‘900. La creazione di un testo interamente basato sull’opera poetica si è reso possibile in funzione della teatralità e della forma narrativa di questa poesia nonchè della carica visionaria dell’autore che nel suo lungo soggiorno polesano ha creato, con altri sognatori, quella Abbazia degli illusi di cui egli fu indiscusso abate. Lo spettacolo riesce a ricreare quel mondo non tanto per il gusto di una rievocazione sentimentale quanto invece per il recupero dell’identità culturale che questo territorio possiede ma che troppo spesso si rifiuta di riconoscere.

    IL CUORE DI SAFFO

    AZIONE TEATRALE PER VOCI E MUSICA

    Voce ed azione teatrale: Letizia E. M. Piva; voce ed azione teatrale: Anna Tringali; danza: Thierry Parmentier. Regia di Gabbris Ferrari.

    Le musiche sono distribuite lungo il percorso. Si tratta di suoni evocativi, molti dei quali prodotti dagli attori con piccoli strumenti o con la voce, oppure etnici e tribali, mescolati a pezzi originali scritti da Luciano Borin.

    Per un girovago del teatro incontrare nella vita la poesia di Saffo può anche diventare una rivelazione. Una sorta di esperienza spirituale che porta con sé emozioni durature e profonde.

    “La prima volta, dopo la scuola, dove mi era sfuggita ogni cosa, fu con Lilla Brignone, una grande attrice italiana che aveva il raro dono di capire in profondità ciò che recitava, che ebbi l’incontro magico con Saffo.” Si tratta di un vecchio disco, oggi introvabile, che la Brignone incise anni fa e più di molti libri servì a farmi comprendere quanto la poesia greca sia vicina a quella purezza dell’origine dove forma e sostanza sono la stessa cosa. I personaggi dello spettacolo sono tre e ciascuno interpreta, con messaggi diversi, il ruolo della Poetessa. Due attrici e un danzatore interpretano la molteplice natura di Saffo e la sua versatile inclinazione amorosa. I tre diversi aspetti si fondono nel finale in una sola figura che è sostanzialmente l’essenza stessa della poesia.

  • Memorabile Otello

    Memorabile Otello

    L’Otello di Giuseppe Verdi ha dato il via, nel modo migliore, alla 191a Stagione Lirica e di Balletto del Teatro Sociale di Rovigo, con due rappresentazioni tenutesi il 6 e 8 ottobre, precedute da altre due (una sorta di prova generale) nell’ambito del “Progetto scuola”, per gli istituti scolastici. Un’opera che mancava dalle scene rodigine da ben 43 anni, attesa con grande interesse del pubblico e nota per aver ottenuto ampi consensi fin dalla prima assoluta, andata in scena alla Scala di Milano nel febbraio del 1887.

    Due cast di applauditi interpreti si sono alternati su una scena sobria, ideata da Gabbris Ferrari con un’impronta ispirata ad un certo rigore, ma non per questo disdegnata dal pubblico, che ha manifestato apprezzamento per l’intero allestimento e la regia di Dieter Kaegi. Annotazioni positive, qualificatesi come ottime credenziali per il viaggio che ha iniziato ad intraprendere il lavoro messo a punto a Rovigo dallo staff del Teatro Sociale, istituzione storica di sicuro prestigio per il capoluogo polesano che si avvale della direzione artistica del maestro Marcello Lippi.

    Per la produzione realizzata a Rovigo, che raggiungerà vari teatri d’Italia, sbarcando poi anche in Irlanda, si sono affiancati al Sociale vari enti, quali il Teatro Comunale di Bolzano, il Centro Servizi Culturali Santa Chiara di Trento, la Fondazione Teatro Coccia di Novara, la Fondazione Ravenna Manifestazioni, il Coro Lirico Città di Rimini “Amintore Galli”, il Teatro Goldoni di Livorno e il Teatro dell’Opera Giocosa di Savona.

    L’Otello, un’opera molto amata dal pubblico, desunta dal dramma di Shakespeare, in perfetta sintonia col clima del Romanticismo ottocentesco. Un soggetto che aveva sempre interessato Verdi, il quale più volte aveva pensato di curarne una trasposizione operistica. Obiettivo reso possibile dall’incontro con Arrigo Boito, procurato non senza difficoltà dal produttore Ricordi che riuscì a stemperare pregressi rancori tra i due personaggi, rappresentativi di due concezioni musicali che sembravano inconciliabili. L’opera polarizza l’attenzione su tre personaggi fondamentali: Otello, il “moro”, condottiero vincitore della flotta veneta accecato dalla gelosia; Desdemona la mite compagna vittima del crescente sospetto del coniuge, Iago il turpe tessitore della tela diabolica che aggroviglierà i rapporti tra i due consorti fino all’esplosione del dramma. Un ruolo secondario hanno poi Cassio, anch’egli vittima delle trame di Iago, del quale finisce inconsapevolmente per assecondarne i malefici progetti, e Roderigo, spasimante non ricambiato di Desdemona.

    Sulla scena del Sociale la parte di Otello, il protagonista tormentato dalla folle gelosia, è stata interpretata nelle due rappresentazioni dal tenore Mario Malagnini (essendo indisposto Piero Giuliacci a cui era stata riservata la prima); il ruolo della dolce, candida quanto bersagliata Desdemona è stato riservato alle due soprano Chiara Taigi e Sara Galli; il demoniaco Iago è stato ottimamente interpretato dal baritono Vittorio Vitelli; Roderigo dal tenore Vittorio Zambon, mentre per Cassio si sono alternati i tenori Cristiano Olivieri e Giovanni Gregnanin.

    L’Orchestra Filarmonica Veneta “G. F. Malipiero”, diretta da Gianluca Martinenghi ha offerto una resa efficace della impegnativa partitura musicale, ed altrettanto convincente è stata la prova prestata dal Coro del Teatro Sociale diretto da Giorgio Mazzucato.

    Il successo di entrambe le rappresentazioni dell’Otello messe in scena a Rovigo, con la presenza di un pubblico delle grandi occasioni (di rilievo sia per le personalità convenute che per il massiccio afflusso, tale da far registrare il tutto esaurito) è stato sottolineato con piacere non solo dagli addetti ai lavori ma anche dagli amministratori rodigini, in primis dal sindaco Fausto Merchiori che ha espresso il suo convinto sostegno all’attività del Sociale, rimarcando l’importanza di una stagione che si concluderà nell’aprile del 2007 comprendendo complessivamente 12 spettacoli, vari per impegno e caratteristiche: serate dedicate alle opere liriche alternate con altre destinate al balletto e con alcune iniziative pensate appositamente per il pubblico più giovane. Soddisfazione per la capacità propositiva del teatro rodigino che si avvale di un laboratorio all’altezza della situazione, basilare per la possibilità di realizzare produzioni in grado di far conoscere ed apprezzare a livello nazionale l’attività operistica e di balletto “made in Rovigo”, avvalendosi anche di qualificate collaborazioni con importanti teatri italiani.

    L’intervista

    Ancora sull’onda della soddisfazione per il buon esito registrato dall’opera forse più attesa di tutto il cartellone della 191a Stagione Lirica e di Balletto, chiediamo al direttore artistico Marcello Lippi di esprimere il suo pensiero in proposito.

    Direttore è stato pienamente appagato dalle due rappresentazioni dell’Otello? Quali sono secondo lei i punti di forza o comunque caratterizzanti di questa produzione rodigina?

    “Le rappresentazioni di Otello sono state un grande successo grazie al lavoro svolto con professionalità e passione da tutti i partecipanti alla produzione. L’accoglienza positiva del pubblico e della critica è stato il giusto premio a tanto impegno. Credo che il punto di forza della produzione sia stato il cast, che era veramente di altissimo livello, coadiuvato da un’efficacissima regia e da una direzione orchestrale inappuntabile. Ho trovato superbe, come sempre, le prove di orchestra e coro. Tutti hanno lavorato consci che “Otello” sia un’opera molto difficile e che occorra un’estrema dedizione per avere un risultato qualitativamente accettabile, nonostante le ristrettezze economiche in cui è costretto ad operare il nostro teatro, che non ha i mezzi delle grandi fondazioni. La sfida di produrre a Rovigo un titolo così impegnativo è stata vinta grazie alla passione degli interpreti e di tutte le maestranze”.

    In quali teatri italiani o stranieri è prevista la rappresentazione dell’Otello, nell’allestimento del Teatro Sociale? E quanto sono importanti le collaborazioni che il Teatro rodigino riesce ad attivare con altri analoghi enti sul territorio nazionale?

    “L’Otello proseguirà il suo cammino nei teatri di Bolzano, Ravenna, Trento, Rimini, Livorno, Novara e Savona, quindi si trasferirà a Dublino. Il sistema delle coproduzioni è stato da me messo a fondamento dell’attività del Sociale: la possibilità di suddividere i costi di produzione con altri teatri partners permette un fortissimo risparmio e, attraverso un reinvestimento delle risorse risparmiate in altre produzioni, permette un significativo ampliamento quantitativo e qualitativo della stagione rodigina. Si crea poi una realtà di consociazione di teatri attorno a progetti, con uno scambio di idee e risorse che rende ancora più affascinante la creazione comunitaria di prodotti artistici di qualità”.

    Nei suoi contatti con il mondo della lirica (cantanti, direttori d’orchestra, registi, scenografi, appassionati del bel canto) lei può facilmente testare il grado di interesse che si prova fuori dal Polesine per quanto viene fatto e programmato a Rovigo. Che considerazione si ha del nostro teatro?

    “In questi due ultimi anni il teatro Sociale di Rovigo si è conquistato una fama internazionale proporzionale allo sviluppo delle sue stagioni operistiche. Il manifesto delle stagioni liriche suscita interesse in tutti gli operatori perché è molto ricco ed accattivante. Molti teatri italiani ed esteri desiderano collaborare con noi e fanno richiesta di coprodurre un’opera, cantanti anche molto famosi chiedono di cantare nel nostro teatro perché ha fama di teatro serio e perché è per loro un onore far parte di stagioni liriche tanto “in vista”, le giornate dedicate alle audizioni sono sempre pienissime di candidati, gli operatori teatrali considerano il teatro rodigino un’istituzione seria gestita da persone affidabili e professionali, molti teatri si rivolgono a noi per avere consigli, suggerimenti, indicazioni su come organizzare le proprie stagioni liriche; soprattutto all’estero il nome del Sociale è ora molto conosciuto. Io ho avuto, per esempio, l’onore di essere accolto dal teatro Covent Garden di Londra che mi ha messo a disposizione una sala per fare audizione a cantanti inglesi, inoltre aumenta costantemente il numero degli spettatori provenienti da fuori, abbonati compresi, con grandi vantaggi turistici per la città”.

    Ci può anticipare qualche idea per il futuro? Sappiamo che vi sono molte preoccupazioni per il restringersi dei sostegni pubblici. Ritiene possibile mantenere un decoroso livello di programmazione a fronte di una situazione che finanziariamente può presentarsi problematica?

    “L’anno scorso il Comune ha stanziato circa 450.000 euro con un rientro di circa 300.000 ed una spesa pertanto di 150.000 euro con la quale si è prodotto lavoro per 150 persone, cultura, turismo e si è fatto un gran bene al nome della città. Per il futuro le “voci” sono molto preoccupanti, soprattutto intorno ad un grande ridimensionamento del contributo comunale al Teatro. Siamo a pochi giorni dall’obbligatoria consegna dei dati al Ministero, fissata per quest’anno al 31 ottobre, e non ho notizie in merito. Attendo e trepido, come tutti i miei numerosi collaboratori”.

    Molti si attendevano che l’avvio della nuova stagione lirica sarebbe coinciso con la fine dei lavori che stanno interessando lo storico immobile. E’ ipotizzabile la conclusione per il prossimo Natale? Quali saranno i benefici più importanti di cui potrà giovarsi il teatro?

    “So che il sindaco di Rovigo sta prendendo in esame i problemi relativi all’incompiutezza del teatro e sta a lui pronunciarsi in merito, io ho solo incarichi di direzione e sovrintendenza artistica delle attività. Lo stabile è di proprietà comunale, gestito attraverso un apposito soggetto”.

    Per l’attuale stagione c’è stato un vero e proprio boom degli abbonamenti. Un fatto molto incoraggiante, che induce a raddoppiare gli sforzi al fine di mantenere il Sociale all’altezza della migliore tradizione…

    “Il grande aumento degli abbonamenti (58% per cento quest’anno più il 21% di aumento dell’anno scorso, fa uno straordinario 79% in due anni) è segno di una grande partecipazione e di una commovente fiducia da parte del pubblico del Sociale. I miei sforzi saranno triplicati se necessario per mantenere lo standard, ma se l’amministrazione non li sosterrà adeguatamente, essi saranno totalmente inutili. Conosco gli amministratori, ho avuto sempre parole di incoraggiamento e sostegno, pertanto guardo con ottimismo al futuro, non ascoltando voci negative messe in giro probabilmente ad arte, ed aspetto fiducioso di avere dai miei responsabili notizie certe sul futuro e sulla possibilità di continuare l’attività del Teatro Sociale”.

  • Davide Rossi e la fotografia

    Davide Rossi e la fotografia

    Un cucchiaio da cucina, semplice oggetto quotidiano, quello con cui mangia sua figlia, è divenuto oggetto di una foto, dando vita ad un’immagine poi stampata su un segnalibro. Sul retro, a racchiudere il senso della vita, del lavoro e della propria passione, è incisa una frase di Marcel Proust: “L’unico vero viaggio, l’unico bagaglio di giovinezza sarebbe non andare verso nuovi paesaggi ma avere altri occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è”.

    Per Davide Rossi, artista di Polesella, “la fotografia è un ampio spazio in cui è compresa la poesia; una forma di espressione agli antipodi della tecnologia, spesso lasciata in disparte, ma in cui – così si descrive l’artista – mi riconosco. Con le tecniche di sviluppo dei primi anni dell’Ottocento, un’arte che sta scomparendo, ogni risultato diventa un pezzo unico, bastano strumenti semplicissimi”. La sua è una mente attenta anche alle più piccole cose del mondo, soprattutto ai particolari quotidiani che, spesso, vengono lasciati come sfondo ai giorni frenetici, alla ricerca di sempre nuovi abbagli.

    Davide Rossi, fin da bambino, affronta il mondo con occhi curiosi. Nel 1994, quando per lui la fotografia è ancora un gioco, decide di avvicinarsi alle più significative tendenze dell’arte contemporanea. Frequenta Marcel Durand, in Francia e, attratto dal fascino della fotografia nel cinema, sbarca a Hollywood, negli studi della Warner e della Universal, per un seminario sull’importanza dell’uso delle luci sul grande schermo negli anni ‘30 e ‘40.

    Prende come esempio il grande fotografo di quel tempo, Luxardo, per le immagini fatte di icone fisiche e spirituali. Nel 1998, Attilio Pavin, uno dei suoi maestri, lo stimola a uscire dagli schemi e dal prospetto reale con il solo uso della macchina fotografica. Capisce che “ogni esperienza va vissuta come un viaggio di formazione”, percorso che lo porterà a vincere un premio per l’opera “Reserved Seata” al “The Inc International Exhibition” in California.

    L’idea di unire tecniche di pittura e disegno alla fotografia e l’uso dei materiali Polaroid come forma espressiva, arricchisce e accelera il desiderio di misurarsi verso i limiti del proprio ardore creativo. Dopo anni di studio dedicati alle tecniche di stampa, tra cui la carta salata, la cianotipia, la callitipia, la stampa bruna, la gomma bicromata, nel 2005 viene ufficialmente riconosciuto come uno dei 200 artisti in tutto il mondo che praticano la fotografia alternativa.

    Per Davide Rossi non ci sono tempi lavorativi o medie di lavoro. Ogni scatto deve essere il linguaggio con cui arrivare alla sensibilità dell’interlocutore. Ogni progetto deve “rendere al massimo una espressività, essere rappresentativo indipendentemente dai costi dei materiali e di lavorazione. Una sola immagine – ammette – può richiedere giorni, settimane, mesi di lavoro. In un mondo in cui velocità, tecnologie e consumismo stanno soffocando il pensiero e la comprensione dell’espressione artistica prendere una strada contromano, è spesso una sfida difficile”.

    Dal 1 aprile al 30 maggio 2006, Rossi ha raggiunto il Museo d’arte contemporanea di Orebro, in Svezia, dove ha affiancato una ventina di colleghi, tra i più famosi al mondo, in una esposizione collettiva internazionale sulla stampa d’arte, incentrata su “Il cianotipo”. “E’ una tecnica inventata dall’astronomo inglese John Herschel nel 1839, ancora oggi molto utilizzata in particolare a scopo creativo – spiega Rossi -. La caratteristica peculiare di questo procedimento è quella di produrre immagini di colore blu. Rientra a tutti gli effetti fra le stampe d’arte ed è il procedimento più antico, insieme alla carta salata”.

    Dopo il successo della manifestazione, Davide Rossi anticipa il contenuto di “The book of art and artist”, il primo libro a diffusione mondiale nel quale sono presenti gli artisti di “AlternativePhotography.com” con le loro opere e le descrizioni dei procedimenti usati, un punto di riferimento per le gallerie, uno stimolo per i gruppi di appassionati, nonché fonte di ispirazione anche per gli stessi rappresentanti di questo tipo di fotografia. Il libro, in uscita il prossimo Natale, potrà essere acquistato tramite il sito “AlternativePhotography.com”.

    “Per istinto e sentimento, ho scelto di remare controcorrente, nella vita e nel lavoro, e poco mi importa della mode o tendenze, perchè ho trovato nella fotografia alternativa la vera rappresentazione del mio stile – conclude Rossi -. Due delle foto contenute nel volume, “A perfect imperfection” e “Contemplation”, rappresentano il mio più recente studio sulla stampa Van Dick e le ho realizzate appositamente per l’uscita del libro. La prima è stampa bruna su carta Fabriano artistico, collaggio carta 25gr/l; la seconda, stampa bruna su carta Pescia, collaggio carta 50gr/l, sviluppo in acqua e potassio bicromato 1ml/l diluito al 13,25%, sovraesposizione del 35% in fase stampa.

    Davide Rossi e le sue foto artistiche trovano anche spazio, in una galleria permanente, sul sito internet www.alternativephotography.com, uno delle più autorevoli ‘location virtuale’ al mondo in materia di fotografia alternativa. Inoltre, un suo cianotipo, “Plastic Lady”, è attualmente conservato a Stoccolma (Svezia), nella sede dell’Alternative Photography, per il progetto “Showcase – a portfolio”, che si occupa dell’educazione e della promozione dei processi della fotografia alternativa nel mondo.

  • Lo scultore Attilio Sacchetto

    Lo scultore Attilio Sacchetto

    Quei colpi di scalpello, lenti ma sicuri, battuti da mani ruvide e ormai stanche, su di un legno quasi consapevole delle doti dell’artista e docile ad assecondare il debole volere della vetusta età. Quei colpi creatori di una mirabile “Via Crucis” che resta, ad Adria, fra gli ultimi capolavori dello scultore Attilio Sacchetto. Quasi un testamento d’amore.

    Lo chiamavano, con riverenza, “maestro”; altri “professore” e lo indicavano come il “Brustolon di Adria” a richiamo dello scomparso artista veneziano che lasciò opere stupende nel legno della Serenissima. Ma l’adriese poeta Marino Marin, col quale era in confidenza e familiarità anche per via di acquisita parentela, (un nipote di Attilio sposerà la figlia del poeta, Rosy) lo pungeva affibbiandogli il titolo di “umile spaccalegna”, mentre il prof. Giovanni Maddalena, lo apostrofava con l’epiteto di “sbregasoca”. Al che facevano ritorno le sagaci battute dello scultore Attilio, fra comuni e gioiose risate.

    Attilio Sacchetto nasce ad Adria il 19 Agosto 1880, ultimo di undici fratelli e figlio di un capomastro d’edilizia e lavori stradali dei quali restano, ancora visibili, alcuni manufatti. La mamma segue la numerosa famiglia ed Attilio viene indirizzato a studi che, di certo, non si confanno alle sue reali aspirazioni. E’ di natura anticonformista e di indole volitiva con temperamento che evidenzia, fin da giovane, la sua emozionante genialità e la sua tempra d’artista.

    Dall’adriese Vittorio Chiletti impara i primi segreti dello scalpello. In età ancor giovane viaggia e si trasferisce a Napoli dove frequenta la Scuola d’Arte “Vincenzo Gemito” dedicandosi particolarmente a disegno e scultura che perfezionerà, poi, a Roma. E nella capitale conosce, e successivamente sposa, Matilde Lucaioli che lo seguirà ad Adria. Da lei avrà tre figli: Raniero, Virginia ed Ulderico. Ma il matrimonio non avrà buon seguito e Matilde, trovatasi troppo “stretta” nell’ambiente adriese, lo lascierà tornando a Roma e portando con sé la figlia Virginia che troverà lavoro al Ministero delle Finanze.

    Nella sua Adria Attilio si dedica, con somma perizia e passione, all’attività artistica negli ambienti di Corte Cerchi, di Vicolo Bonatti e di Vicolo del Bo. Ne scaturiscono opere di intensa emozione, momenti rivelatori di una intimità spesso sofferta, tratti rilevabili in chi li sappia sapientemente indagare ed assumere.

    Lo scultore visita frattanto la terra umbra ed è più volte nella capitale, mentre ad Adria sviluppa la sua bottega che diviene scuola d’arte, alla quale si formeranno apprezzati artisti, quali Luciano Berti, Augusto Masieri, Otello Beltramini. Tiene corsi d’insegnamento nei paesi del circondario ed in scuole professionali spesso collaborando con lo scomparso prof. Aldo Forzato, illustre artista e benemerito della cultura adriese. Diviene preziosa fonte di docenza artistica per molti giovani che sondano i segreti di una personalità che sa rivelarsi con somma perizia ma allo stesso tempo con altrettanta mistica inquietudine.

    Nascono frattanto dalle mani di Attilio Sacchetto mirabili capolavori lignei, come i quadri che raffigurano i grandi della storia: Dante, Carducci, Verdi, Beethoven; pregevoli immagini di Cristo e della Madonna; stupende “Vie Crucis” come quella collocata in S.Croce di Padova, nella Chiesa di San Leopoldo, o quella attualmente esposta nella Chiesa di S.Maria Assunta di Adria e, l’ultima, scolpita di tarda età, ora all’interno del tempio votivo di S. Nicola da Tolentino, in città.

    Esegue arredi per farmacie, che restano tuttora preziose testimonianze, a Trieste e ad Udine. Andrà, purtroppo, disperso il pregevole mobilio intarsiato della storica farmacia “Cibin” di Adria, frazionato ed acquistato da privati.

    A Roma, in occasione della visita del sovrano Edoardo VII d’Inghilterra, gli verrà commissionato, dal Quirinale, un prezioso cofanetto in legno del quale viene fatto omaggio al sovrano. Per quest’opera gli giungerà l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica comunicatagli, telefonicamente, da Donna Carla Gronchi.

    Anche il Comune di Rovigo gli commissionerà un pregevole scrigno in legno, per la visita del Sindaco alla città di Levico che verrà omaggiata con una bandiera contenuta, appunto, nella preziosa teca di Attilio Sacchetto. I suoi capolavori raggiungeranno molte città italiane e, nella capitale, sarà pure chiamato a decorare, con sue opere, la sala del Consiglio della Cassa di Risparmio, squisito esempio di elevata scuola d’arte lignea e di ingegno per quanti tuttora la visitano.

    Ma torniamo a quello che resta, forse il suo capolavoro più bello. La “Via Crucis” che si può ammirare, oggi, nella basilica dell’Assunta ad Adria e che, per molti anni, fu collocata a S. Nicola ove ora si trova l’ultima serie delle sacre stazioni del Calvario portate a termine, quest’ultime, da Attilio, nella tarda età. Era il tempo del maggior sacrificio e delle ultime forze, e costante divenne la sollecitazione di Padre Basilio da Montecchio, allora parroco dell’Assunta, che gliele commissionò visitandolo spesso nell’ultima bottega d’arte di via S. Francesco, per incoraggiarlo, in corso d’opera, a terminarle.

    Era più giovane, Attilio, quando elaborò i bozzetti e scolpì quel magnifico percorso della Croce nelle quattordici stazioni che ornano oggi le colonne dell’Assunta. Ne emergono figure, quasi sempre in primo piano, con il Cristo principale attore nelle scene di desolazione, di sofferenza, di umiltà. e di compassionevole tenerezza, rese da una mano sicura e da una mente generosa nell’esprimere passioni e sentimenti che scuotono l’animo di chi le guarda. C’è fede, c’è dolore in quei volti che raccontano, forse in segreto, anche di quelle vicissitudini che turbano nell’intimo Attilio e la sua vita.

    Quelle forti figure parlano al cuore e lo scuotono. Immagini in grado di sprigionare la forza trascinatrice dei sentimenti di chi le osserva e di condurre dentro alla umana vicenda del Cristo con una forza irresistibile, che passa dall’emozione alla commozione, fin quasi ad indurre a quel pianto liberatore che proclama sublimamente la vita.

    Non è facile raggiungere questi livelli d’arte. Qui non si bara perché l’opera diviene messaggio e silenziosa parola che colloquia con la fede più intima, con quelle voci che restano all’interno dell’anima e che solo ciascuno di noi conosce e trattiene per sé. Né va escluso che Atti1io si sia ritratto in qualcuno dei personaggi dell’opera.

    Attilio Sacchetto ha estratto dal legno sentimenti e voci segrete. Resta, indubbiamente, uno degli artisti maggiori che la nostra terra polesana abbia avuto e dei quali, a buon conto, possa gloriarsi. Ha concluso la sua vita ad ottanta cinque anni, 1’8 Settembre 1965, ad Adria, dove è sepolto, e, per chi lo ha conosciuto, come chi scrive, resterà emozionante la sua figura come si rivelava negli ultimi anni quando, appoggiato al bastone, camminava a fatica le strade con lo sguardo velato.

    Ma, al di là della stanchezza, ancora si coglieva la sua costante ammirazione per le vecchie case e per la gente che lo salutava con quel riverente “buongiorno professore”, che ad Attilio rivelava, senza dubbio, la stima e l’ossequio degli adriesi ad un figlio benemerito e prediletto della “Nobile Signora”.

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