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  • Oasi del tempo – Canne al Vento

    Oasi del tempo – Canne al Vento

    Sinuosa e flessibile, in perfetto equilibrio con il paesaggio tutt’intorno, dallo scorso 8 luglio fa bella mostra di sé, nel cuore del Delta, l’opera scultorea di Simon Benetton “Oasi del tempo – Canne al vento”, che ha trovato la sua idonea collocazione nello storico sito di architettura industriale rappresentato dall’ex Idrovora di Ca’Vendramin, oggi Museo Regionale della Bonifica.

    L’artista, trevigiano di nascita, ma di fama e di prestigio internazionale, è risultato infatti vincitore – fra oltre cento partecipanti – del concorso europeo “Percorso d’arte nel Delta del Po” un progetto innovativo per valorizzare dal punto di vista artistico quest’area di grande pregio naturale e inserirla nei principali circuiti turistico-culturali italiani ed europei. Fortemente voluto dalla Regione Veneto (grazie al particolare interessamento dell’assessore regionale Isi Coppola) dalla Camera di Commercio di Rovigo e seguito nelle fasi di realizzazione da Polesine Innovazione, il piano prevede la realizzazione di grandi opere scultoree “en plen-air”, da posizionare in quattro sedi strategiche, nei Comuni di Rosolina, Taglio di Po, Ariano Polesine e Porto Viro.

    E la prima monumentale opera “Oasi del Tempo – Canne al vento” è giunta a compimento con l’estate 2006: alta cinque metri, realizzata in acciaio cor-ten (una lega composta da ferro, nichel, rame, magnesio e silicio che assicura una notevole resistenza corrosiva) poggia su un basamento, anch’esso dello stesso materiale, ancorato alla pavimentazione.

    La prima parte del titolo che caratterizza la scultura “Oasi del tempo” è in stretta relazione, come è facile intuire, con l’ambiente del Delta, area di sosta da sempre privilegiata dagli uccelli migranti, quanto mai apprezzata dai cultori dei paesaggi naturali; ma si connette anche con la vetustà del sito monumentale rappresentato della secolare idrovora. Il significato di “Canne al vento”, lo ha invece spiegato lo stesso Benetton: “Me lo ha suggerito il paesaggio del Delta con i suoi grandi spazi, con i suoi percorsi d’acqua fiancheggiati dalle flessibili canne, presso cui ho provato emozioni incredibili. Ho pensato, allora, ad un’opera d’arte che potesse trasmettere le mie sensazioni anche agli altri. I sette elementi che compongono la scultura e che vibrano al suono del vento, in un magico equilibrio con il luogo, vogliono esprimere la gioia di essere nello spazio”.

    L’opera di Benetton, tra le sculture proposte, è stata quella che ha meglio interpretato l’equilibrio tra i diversi elementi naturali protagonisti del Delta e che si è immediatamente imposta all’attenzione della Commissione esaminatrice, presieduta dal giornalista e scrittore Gian Antonio Cibotto, che ha così motivato la scelta: “Per la sua semplicità e la sua essenzialità, ma anche per la sua pregnanza espressiva. Canne al vento, che diventano quasi un “genius loci”, è l’immagine stessa della duttilità di un territorio che é stato strappato alle acque per trasformarsi in propaggine ultima di una pianura fertilissima e di un paesaggio smemorante”.

    L’inaugurazione è stata fatta presso la sede del Museo della Bonifica, alla presenza del presidente della Provincia Federico Saccardin, del presidente di Polesine Innovazione Lorenzo Guido Barbujani e del suo direttore Alberto Previato, del presidente della Camera di Commercio Loredano Zampini, dell’assessore regionale Isi Coppola, del presidente del Consorzio di Bonifica Delta Po Adige Fabrizio Ferro e del direttore Lino Tosini, dell’onorevole Giuseppe Fini, del Sindaco di Taglio di Po Margaret Crivellari e delle maggiori autorità locali.

    “Una giornata eccezionale, un avvenimento importante per Taglio di Po e per tutto il Polesine – ha evidenziato nel suo intervento il sindaco Margaret Crivellari -. Un territorio giovane che non ha vestigia storiche, ma ambiente e paesaggio, cui queste opere d’arte danno un valore aggiunto”.

    “Oggi si avvera un sogno nel cassetto – ha sottolineato l’assessore regionale Isi Coppola – anche grazie alla fattiva collaborazione dell’allora presidente della Camera di Commercio Giuseppe Fini, e ciò permette a tutti noi e ai futuri visitatori di ammirare questo splendido capolavoro, sintesi di sinergia fra quanti nutrono sentimenti di amore e di rispetto per il nostro territorio”. Per Fini “queste opere scultoree devono catturare l’attenzione dei “pellegrini” che arrivano da Venezia in direzione Ravenna e indurli a chiedersi il perché delle Oasi del Tempo, che rappresentano il filo conduttore per legare i paesaggi, il museo e la storia di un territorio fragile che va conservato e difeso”.

    Illuminante per la comprensione del titolo e dell’opera stessa, il giudizio appassionato del critico d’arte Sergio Garbato, che ha incantato ed incuriosito il pubblico: “Canne al vento di Benetton è un lavoro di sintesi estrema che porta a una essenzialità, che si traduce in semplici linee, appena inarcate e possedute da una tensione verticale. Suoni e intrecci. Inserimento dinamico nello spazio. Mutazione della materia attraverso tagli e fenditure. Alternanza di pieni e vuoti. Astrazione e figurazione. Opere che partecipano alla vita segreta della natura, diventandone elemento stesso. Allora il vento o una lieve brezza, quando le attraversano, la fanno vibrare e il suono che producono, così come la sua attesa, diventano evento che giustifica la loro esistenza. Una scultura di grande flessibilità, che è capacità di aprirsi alla luce e all’aria, restando in stretto rapporto con il paesaggio”.

    “Ho pensato l’opera proprio per questo posto, per pareggiare, per così dire, con l’altra opera, il Museo della Bonifica, simbolo della storia del Polesine e dell’innovazione tecnologica”- ha concluso un Benetton emozionato – dopo aver illustrato il lavoro nelle varie sfaccettature tecniche, il percorso che lo ha ispirato e portato alla realizzazione dell’opera.

    Simon Benetton è nato il 24 ottobre 1933 a Treviso, dove tuttora abita e lavora, dirigendo uno Studio di Laboratorio. Fin da giovanissimo il ferro ha rappresentato per lui un mondo infinito. Ha frequentato i corsi liberi all’Accademia delle Belle Arti di Venezia per poi avventurarsi in una solitaria, liberissima ricerca individuale. Diversi sono i periodi della sua formazione: dal figurativo alla vibrazione plastica nello spazio, dal modulo come simbolo di un impulso alla dinamica spaziale, dalla piastra come agglomerato (umano) alla macroscultura come elemento ed espressione della volontà e della conquista dell’uomo moderno.

    Negli ultimi suoi studi, la scultura ha preso una nuova dimensione, proiettandosi nello spazio urbano con espressione di libertà e del progresso dell’uomo. La sua scultura è una testimonianza d’eccezione della supremazia dell’uomo sulla materia.

  • Nerone, l’ultimo passatore

    Nerone, l’ultimo passatore

    Il mio cane ha lasciato l’asfalto dell’argine e corre sulla stradella sterrata, dove un tempo aveva vita il famigerato quartiere “Giaretta” ed io lo seguo tra le erbe alte, cornice alla riva del grande fiume… (che oggi sa di tivar e di sabbia). Appena più in là il “Mulino” beccheggia pigro sulle pesanti chiatte e si specchia nell’acqua di piombo che par quasi immota.

    Ogni volta che arrivo qui, sull’unghia arginale di fronte ad Occhiobello, lo sguardo fa un salto su di un grosso cespuglio di arbusti spinosi, dove si è legata una storia raccontatami con molto trasporto da un vecchietto che giusto qui abitava.

    “Il giorno di S. Antonio, il 17 gen., del ‘13 -mi disse -un bimbo cadde in un pozzo proprio lì, dove ora la forte robinia odora di fresco…”. Ma questo non lo intristiva più; era diventato un buon motivo per raccontarmi altre mille storie di una vita affascinante e semplice.

    Ed io, a distanza dei fatti, ho l’impressione di risentire la voce del tempo e degli affanni di quella povera gente che qui viveva di bracciantato e di pesca. Le famiglie si alternavano rinnovando nelle stesse case, le pareti delle piccole stanze con calce a tinte sempre più forti e imprevedibili fino all’inverosimile. E che “brandelli di muro” ho visto da ragazzo in questa golena!

    Qualche famiglia restò qui fino al ‘51 e anche dopo l’alluvione, trapiantandosi poi, non senza enormi difficoltà di adattamento, nelle più salubri case popolari, dove perdere per sempre la libertà del vociare, il fumo umido della legna spesso rubata al fiume, la semplicità dei filò…

    E qui abitava anche Bruno P. all’anagrafe, ma per tutti “Nerone”, per il colore della pelle, la contagiosa allegria ed un cuore grande più di una casa, di certo l’ultimo “passatore” del Po a Occhiobello.

    Oggi tutto è diverso, ma un tempo si poteva evitare il ponte su di un battello per svariati e buoni motivi che valorizzavano una giornata di nebbia: si poteva, per esempio, “sgambettare” il dazio, non fare brutti incontri con la legge e che servizio durante la guerra… e quasi in tutto Nerone si è distinto.

    Purtroppo non mi è certo possibile appiattire in una pagina un personaggio estroso e particolare, anche perché la varietà dei miei ricordi, condita con le dicerie più curiose del paese, nella mia mente hanno costruito una storia dove realtà e fantasia si sono fuse e confuse… Comunque, se ci penso intensamente, mi pare ancora di risentire da lontano le sue strampalate storie d’amore, cantate a squarciagola. Erano come stornelli, ritmati dal colpo di remo ed impreziositi dai mille riverberi che la luna frammentava sulla scia del suo battello in quelle calde notti d’estate, quando il grande fiume profuma di vita e si sente proprio respirare…

    Più a valle, verso il ponte c’è il “Mulino sul Po”, oggi ottimo ristorante, affollato spesso da chiassose compagnie che provano il brivido di “mareare”, e fluttuano quando capita che là vicino passi una bettolina brontolando, col radar che gira, la bandiera in poppa ed il grande faro. Ma pochi si accorgono che appena più in là, si dondola un battello, regale nell’aspetto, tra barchette di resina, una “batàna” ed un barchino di lamiera verde che pare un sàndolo da caccia.

    Mi sono avvicinato una volta, mentre un pescatore rientrava all’attracco con un altro battello chiaro. Mi aveva incuriosito la voce del suo motorino perché pareva quello del “mosquito” degli anni sessanta… E, spento il motore, mentr’era ancora al largo, il pescatore dirigeva liscio, con un solo remo in acqua, la prua verso i sassi, senza sforzo alcuno, con sicurezza e con maestria. Ma non mi azzardai allora a chiedergli qualcosa, rimasi però sorpreso dall’eleganza e dalla precisione delle armature ordinate ed uguali della barca, pur se logorate dal tempo e scolorite dalle intemperie.

    Il pescatore – “Coca” è il suo soprannome – sbarcò il motore, un 78 cc. bianco, chiuse un lucchetto nella catena, sistemò l’ancoraggio e se ne andò non badando a me che rimasi lì a curiosare senza togliere gli occhi dal primo battello “innominato”.

    Nella sua prua, un po’ stinta dal sole, sotto la vernice grigiastra che fasciava quasi tutto lo scafo, mi era parso si nascondesse, quasi a pelo d’acqua, un rigonfiamento ordinato, come di una scritta. Pensai che quello poteva essere stato forse il nome del vecchio battello, rimesso più volte a nuovo e col cambio magari di più di un padrone.

    Mi avvicinai di più, sforzandomi di leggere. Le lettere in corsivo erano abbastanza chiare, ma nei ghirigori dell’iniziale mi ero perso. Finalmente ebbi un’intuizione: la maiuscola doveva essere un “F” e il tutto si poteva ben leggere “Fiorello”!

    Provai una forte emozione per qualcosa che non riuscivo a capire, ma la certezza non tardò: quel nome l’avevo sentito ancora quand’ero piccolo dai miei nonni, assegnatari del “Boscone” proprio quello mangiato dalla rotta del’51… era il nome che Nerone aveva dato al proprio battello!

    In fondo quello era un semplice battello, pensai, ma è di certo il più bello di tutte le barche, fatto a regola d’arte, elegante, sicuro e alla mia attenzione i miei pensieri aggiungevano qualità e pregi, tanto che il battello di Nerone mi parve più bello perfino di quello che gli era compagno, quello di “Coca” per intenderci…

    La mia curiosità ed il mio nuovo interesse mi indirizzarono allora dal signor Lucio P., l’ultimo carpentiere capace di costruirne uno identico, il quale estrasse con cura da un vecchio taccuino disegni e misure gelosamente custoditi in un foglietto consunto e cominciò a raccontarmi con sorprendente perizia. Io ascoltavo affascinato, come del resto anche Voi lo sareste stati…

    … “Il battello è questo… tutto qui…” e proseguì “… lunghezza: poco più di sette metri; larghezza: sul metro e mezzo; fondo: 98 cm.; profondità: interna 38, dall’acqua 25 cm. appena; peso: sui tre quintali; portata: quasi cinque volte il suo peso, 14 quintali!… diviso in quarti, è quasi interamente costruito con legno di larice stagionato, senza nodi, ma nel passato si impiegavano anche quercia, acacia ed olmo, che risultava tuttavia troppo poroso. Ancora oggi però, le forcole più belle sono di questo legno nodoso e contorto…”.

    E fin qui tutto chiaro, ma poi, ecco una dispensa di informazioni molto più interessanti, perché frutto di una conoscenza non comune. “…la corba di traverso è sul mezzo pont nel quarto di prua ed i “zanconi” sono montati… il “giuèl” o corbello, tiene unito il fasciame esterno e la chiglia, che è piatta… le coperture sono i “custrà”, quelle più piccole sono i “custradin”… la santina invece è… l’acqua piovana o delle infiltrazioni si raccoglie togliendo l’asse e si scola con la “sessa”, che è una paletta di legno di castagno, indispensabile sul battello come i remi… Lo schermo è praticamente la cornice “a bombè” che copre le nervature e riporta gli imbocchi degli scalmi, cioè delle forcole… e l’ancoraggio deve tener conto dei movimenti dell’acqua e delle onde delle petrorliere… Sul mezzoponte c’è il foro per l’albero della vela, oggi per il palo della bilancia… ma se si guardasse alle regole -amaro commento – nessuno potrebbe più pescare… I remi sono lunghi tre e quaranta: l’impugnatura o manico è il “ziròn”, viene poi l’innesto e alla fine la pala…”.

    Ebbi l’impressione allora di aver capito tutto, ma quando rilessi qualche giorno dopo questi appunti, mi incuriosì cosa fosse la “santina” ed ebbi voglia di ritornare in golena, il mio cane mi capì la volo e ci incamminammo che era quasi sera. Nel frattempo il Po aveva raccolto altre piogge, s’era gonfiato sulla riva erbosa, ma aveva subito ripreso a sonnecchiare tra la sabbia di sempre… Giungemmo di corsa, ma nell’ansa non c’era alcuna imbarcazione, una catena era distesa sulla sabbia ed il palo da solo era ancora più lungo. Seguivo i miei pensieri guardando l’acqua che adesso mi sembrava perfino più chiara, quando mi sorprese improvviso un “soffio” di sirena, con un sibilo lungo seguito da uno più breve.

    Mi girai di scatto verso il Malcantone e, che spettacolo! Tutta bianca la motonave “Eridano” avanzava spavalda nel suo portamento, con mille bandierine, tante piccole luci, il radar, la gente sopra… Aveva probabilmente avvisato quella piccola imbarcazione che si trovava giusto sulla sua rotta e le chiedeva strada prepotentemente…

    Ma la barchetta le scivolò davanti per nulla intimorita, animata da una vogata sicura, col remo curvo sulla forcella più alta dello scalmo. La figura del rematore non poteva essermi nota, ma avvicinandosi potevo distinguere chiaramente il colore dello scafo, grigio come il cielo in tempesta e ne ero sempre più certo: quello era il battello di Nerone!

  • Gli organi di Castelguglielmo

    Gli organi di Castelguglielmo

    E’ tornato al suo posto, dopo lungo e complesso intervento di restauro, il prezioso organo settecentesco della parrocchia di Lion di Albignasego, che conta 572 canne di legno e lega di piombo e stagno. Un ritorno che la parrocchia ha festeggiato con un grande concerto dell’organista Silvio Celeghin, docente del Conservatorio “Marcello” di Venezia.

    Questo è quanto si è letto sui quotidiani, senza sospettare come lo storico organo padovano da poco restaurato sia legato alla storia del Polesine ed in particolare a quella di Castelguglielmo.

    Ripercorrendo le vicende di questo strumento, costruito nel 1790 dal veronese Girolamo Zavarise, si scopre infatti che questo pregevole organo era collocato nella chiesa di Castelguglielmo.

    Solo nel 1910, dopo 120 anni di permanenza a Castelguglielmo, fu acquistato dalla parrocchia di Lion per 1350 lire. Con il recente restauro è stato accertato che l’organo è l’unico fra quelli antichi, presenti nelle chiese del Padovano, realizzati interamente dallo Zavarise.

    Oggigiorno, a ragion veduta, non possiamo che rimpiangere l’alienazione del bene che si configura come una grande perdita per la parrocchia di Castelguglielmo. Uno strumento che nei primi anni del ‘900 era ritenuto inservibile e venduto “per vetustà e mal uso ridotto quasi inservibile” come riporta lo scrittore Pio Mazzucchi nella sua “Cronaca di Castelguglielmo” redatta in quegli anni.

    Certamente, a quel tempo, non veniva apprezzato il suo grande valore, come risulta anche da due lettere autografe, recentemente ritrovate, scritte, nel 1907, dal maestro Marco Enrico Bossi, direttore del Liceo musicale “G.B.Martini” di Bologna, che all’epoca godeva di grande fama sia come compositore che concertista d’organo ed era considerato una vera autorità nell’ambito dell’attività organistica e organaria.

    L’illustre personaggio non prendeva in considerazione minimamente l’ipotesi di un restauro dell’organo settecentesco, consigliando alla signorina Marina Pelà, nota benefattrice di Castelguglielmo, di affidare la costruzione del nuovo organo al torinese Carlo Vegezzi Bossi, “considerato l’organaro più rappresentativo in Italia di quel periodo”. Per questo lavoro “di così grande impegno artistico e finanziario”, la scelta della signorina Pelà cadde quindi “su questa persona ritenuta più qualificata e autorevole”.

    La realizzazione fu abbastanza rapida e l’arrivo del nuovo organo è così ricordato da Pio Mazzucchi nella sua Cronaca in data 24 giugno 1909: “Dalla stazione di Badia si trasporta chiuso in grandi casse, su quattro carri, il nuovo organo, del peso complessivo di cinquantasei quintali”. E il 25 giugno: “Suonano a distesa le campane per festeggiare l’arrivo dell’organo”.

    E in data 5 settembre 1909: “Grandi festeggiamenti in chiesa, per l’inaugurazione del nuovo organo, costruito dalla rinomata fabbrica pontificia del cav. Carlo Vegezzi Bossi, di Torino. La mattina, messa solenne celebrata da mons. vescovo Pio Tommaso Boggiani, accompagnata dal cav. Oreste Ravanello, di Padova, maestro della cappella antoniana. Nel pomeriggio alle ore 4 concerto d’organo, eseguito dallo stesso maestro Ravanello; e alla sera, in piazza, la rinomata banda di Castagnaro, svolge il suo ricco programma di scelti pezzi. Alcuni fuochi d’artifizio chiudono la festa, alla quale intervenne buon numero di curiosi, anche dai paesi limitrofi”.

    Questo strumento, costruito con nuovo sistema (per allora) pneumatico tubolare, fu posto, ampliandolo, all’interno della precedente cassa e dell’antica cantoria. Ha una consolle a due tastiere di 58 tasti ricoperti di avorio e ebano, una pedaliera di 27 pedali di rovere con tasti cromatici ricoperti di legno di ebano.

    Per i materiali usati, la perfezione del lavoro e l’equilibrato impianto fonico, il Vegezzi Bossi può essere paragonato soltanto al celebre organaro francese dell’800 A. Cavallier Col.

    Il collaudatore Oreste Ravanello, sopra ricordato dal Mazzucchi, era insegnante d’organo al Liceo musicale “B.Marcello” di Venezia e, dal 1912, direttore del Liceo musicale di Padova. Si dedicò all’attività concertistica, compose musica vocale sacra e fece parte a Venezia della Commissione per il rinnovamento del canto sacro, nominata dal Patriarca cardinale Sarto, il futuro Papa Pio X.

    Per il pagamento del nuovo organo, oltre ai contributi della signorina Pelà, i parrocchiani di Castelguglielmo escogitarono mille strategie: raccolte di fondi, lotterie, tombole e feste di beneficenza e, perfino, l’allevamento da parte degli agricoltori del paese di vitelli, la cui vendita era appositamente destinata a tale scopo.

    Ma per la chiesa di Castelguglielmo non si parla soltanto di questi due organi: quello dello Zavarise del 1790 e del Vegezzi Bossi del 1909. Desta perplessità il ritrovamento fatto nei primi anni del ‘900 da alcuni operai, mentre stavano effettuando lavori di ripristino in questa chiesa parrocchiale.

    Riporta, infatti, il Mazzucchi: “…furono poste allo scoperto tre iscrizioni fatte a mano, con carboncino, o matita rossa, in caratteri grossi e leggibilissimi. A sinistra del lettore: ‘In questo volto vi era l’organo ed è stato desfato a dì 7 agosto l’anno 1790 e quel nuovo fu fatto dal 1791 io Guido Guido’. La seconda, in mezzo: ‘questo volto fu fatto da Nicolò malveto detto bocardo e il manuale sisto alegro’. La terza, a destra: ‘Calido calidorum Professor magnus organorum Castrum Gulielmi’”. Furono scritte da operai addetti ai lavori, e si capisce che il Guido ha voluto far memoria del fatto: cosa la quale comprova che la forma della chiesa non era quella d’oggigiorno”.

    Noi riteniamo che la terza citazione dell’operaio facesse riferimento ad un organo del Callido, il primo dunque presente a Castelguglielmo demolito per lasciare posto a quello dello Zavarise, sostituito infine dal Vegezzi-Bossi. Uno strumento quest’ultimo di quasi cento anni che attualmente si presenta molto malandato, per il cui restauro si prevedono spese ingenti e insostenibili dalla parrocchia. C’è però la promessa dell’Amministrazione comunale di un suo interessamento presso la Regione Veneto al fine di ottenere un consistente contributo.

    Si spera, pertanto, che lo strumento possa essere riattivato e il lavoro possa essere ultimato almeno per il 2009, anno in cui ricorre il centenario della sua costruzione.

  • Costantino Munari e la Carboneria

    Costantino Munari e la Carboneria

    Costantino Munari, nativo di Calto (1° gennaio 1772), fu inquisito come cospiratore nel processo che vide coinvolti 34 Carbonari del Polesine.

    Leggendo i suoi “Costituti”, si intuisce che gli inquisitori si aspettavano da lui delle rivelazioni importanti sulla Carboneria. Rivelazioni che Munari non fece mai, neppure quando, già condannato a morte, gli si offriva in cambio la vita. La storia di questo personaggio, figlio del secolo dei lumi, è così enigmatica ed inconsueta, che l’esigenza di indagare su di lui diventa impellente, quasi si abbia la certezza di trovare nella sua vita la conferma di un personaggio misterioso dal destino oscuro.

    Con tale assillo abbiamo abbandonato la storiografia tradizionale che ha voluto accomunare Munari ai Carbonari sorti attorno alla “Vendita” di Fratta, per privilegiare le tracce documentali che qua e là stanno emergendo, seguendo in particolare il filone, in parte inedito, dei patrioti della Cispadana, della Cisalpina e dei cospiratori emiliani.

    Va innanzitutto ricordato come egli negò sempre, davanti ai suoi giudici, di aver aderito alla Carboneria e, a maggior ragione, di aver pronunciato il giuramento di affiliazione a quella società. Ed è da ritenere che fosse sincero dal momento che gli inquisitori non riuscirono a dimostrare l’opposto.

    Ciononostante la Commissione Inquirente si convinse che fosse depositario di molti segreti sul movimento clandestino e su collegamenti con potenze straniere. Tale dubbio può essere condiviso anche da chi, oggi, cerca di ricostruire quei fatti: “Perché un personaggio che non ha pronunciato alcun giuramento, che dice di non aver aderito alla Carboneria, anzi verso la quale ha manifestato tutta la sua avversione, partecipava a tante riunioni segrete di alto rango, con mansioni e compiti tanto delicati?”

    Una risposta a questa domanda si può forse trovare ricostruendo alcune importanti fasi della sua vita.

    L’ideale giacobino

    Munari trascorse la sua gioventù tra Ferrara e Bologna. Frequentava salotti e circoli culturali di quelle città e si legava con amicizie importanti: Giambattista Costabili Containi, Luigi Massari, Carlo Bentivoglio, Girolamo Cicognara… Aveva affinato il suo spirito nello studio dei classici della letteratura italiana e della storia antica di Roma e aveva perfezionato i suoi studi universitari con Compagnoni, docente di diritto costituzionale.

    Al tempo stesso coltivava gli ideali di libertà, di fratellanza, di tolleranza che emanavano dalle opere di Rousseau, di Voltaire, degli Enciclopedisti, di Alfieri, dei fratelli Verri, di Cesare Beccaria. “Scettico, colto, brillante, intelligente ed affabile”, (questo è il profilo steso dai suoi inquisitori), divenne presto l’anima dei circoli repubblicani, quale interprete dei tempi nuovi. E in questo periodo probabilmente si legò a quella società segreta, presente in Emilia, detta dei “Raggi”.

    Quando dalla Francia giunsero le notizie della Rivoluzione, Costantino, era poco più di un ragazzo. Appena potè, nel 1793, all’età di 21 anni, partì per Parigi ed in seguito, passava più tempo nella capitale francese, che a Calto. Molti fatti concreti mi hanno portato a concludere che là venisse a contatto con il movimento “giacobino” e, all’interno di questo, incontrasse personaggi fondamentali, come Filippo Buonarroti, e un certo Saliceti, còrso, amico di famiglia di un giovane, e ancora sconosciuto ufficiale, di nome Napoleone Bonaparte.

    Quando, nel 1796, Napoleone valicò le Alpi a capo di quell’esercito di 30 mila uomini, che a veri e propri soldati somigliavano poco, Saliceti lo accompagnava, anzi lo precedeva con l’incarico di Commissario. Napoleone, occupata Bologna e Ferrara, senza perdere tempo, percorreva la sponda meridionale del Po per prendere gli Austriaci alle spalle, lasciando al Saliceti il compito di organizzare politicamente le due città emiliane.

    Le “purghe” di Munari

    Munari aveva da poco compiuto ventisei anni, quando il Saliceti, conoscendo la preparazione e la determinazione del giovane caltese, lo mise a capo di una delle sei Commissioni Criminali d’alta Polizia, istituite nella Cisalpina “per punire con estremo rigore gli allarmisti, cioè quelli che tentassero in parole o fatti di sovvertire la Repubblica. In Ferrara fu posta la V di esse,…” (A.Frizzi: Diario di Ferrara).

    Questa carica consentì a Costantino Munari di sfogare tutto il suo “giacobismo”. Sono infatti note le “purghe” che egli fece, istaurando a Ferrara un clima di vero e proprio “terrore”. Questi tribunali “portavano pene sproporzionate ai delitti. Trovarono nel nostro tribunale di Ferrara specialmente, giudici furibondi, nemici dei cattolici e modellati sul gusto di Robespierre. Quindi ne vennero processure, condanne orribili. Fra le altre fece sensazione, la più profonda, la morte del sacerdote Pietro Maria Zannarini, parroco di Varignano, villa del territorio bolognese, fucilato il 2 luglio 1798, per aver atterrati due alberi di libertà…”

    Munari vuotò i conventi, requisì chiese, impedì ai prelati di celebrare funzioni religiose e li condannò ai lavori pubblici. Insomma cercò di realizzare nella città di Ferrara quella rivoluzione che aveva avuto la sua matrice in Francia tra il 1792 e il 1795.

    Ma in Francia il vento era cambiato e proprio allora il Direttorio scoprì un complotto estremista ordito da Buonarroti e Babeuf, col quale si voleva rilanciare una rivoluzione ancora più radicale. La reazione fu immediata. Il Direttorio compì un brusco cambio di rotta e, attraverso gli ambasciatori Trouvè e Rivaud, impresse un nuovo corso alla politica che portò la Cisalpina nell’alveo del moderatismo.

    Nei territori occupati dall’esercito napoleonico gli affiliati ai Raggi, non ressero alla repressione della polizia francese. La società si sciolse e gli aderenti più importanti confluirono negli Adelfi, associazione che comunque conservò la matrice giacobina. Munari aderì a questa nuova società segreta e lo ammise di fronte al suo inquisitore, Antonio Salvotti.

    In prigione a Peschiera

    Il 29 maggio 1799, Ferrara, ritornò sotto lo Stato Pontificio. Scrive il Frizzi (op.cit.) “In detto giorno la Reggenza cominciò ad arrestare, e proseguì poi nei seguenti, varie persone fra quelle che ebbero cariche cisalpine e si mostrarono più fanatici per i francesi, scagliandosi in voce ed in fatti contro i monarchi, contro le cose di religione cattolica e loro ministri. Fra questi vi fu Costantino Munari. Il Munari fu relegato nella fortezza di Peschiera, gli altri in quella di Legnago. (…) il 30 marzo 1800, quel Costantino Munari, di cui s’è parlato, fu trasferito dalla fortezza di Peschiera, dove è stato trattenuto in arresto fin qui, a Ferrara co’ ceppi ai piedi e, posto in Castello, gli si forma un processo”. E il processo fu celebrato il 15 giugno 1800.

    I giudici austriaci, inaspettatamente, lo assolsero. Applicarono il principio della non retroattività della legge, sentenziando non doversi considerare delitto l’aver aderito al sistema repubblicano, una volta caduto il dominio pontificio.

    Munari deputato del Basso Po

    L’inattività politica di Munari durò molto poco, infatti, ritornato sulla scena internazionale Napoleone, Munari si ripresentò al fianco dei bonapartisti: fu eletto deputato del Basso Po, partecipò ai vari congressi di Reggio. Ma per lui cominciarono le delusioni. I “moderati”, andavano prevalendo sulle fazioni “giacobine”; la delusione divenne amarezza quando, nel dicembre 1807 – gennaio 1808, partecipò ai “Comizi di Lione” dove la corrente giacobina, già agonizzante, fu definitivamente soverchiata dai “moderati lombardi” e liquidata dallo stesso Napoleone.

    L’atteggiamento di Bonaparte, considerato ormai dal Munari un nemico al pari dell’Austria, gli fece capire che gli ideali repubblicani erano definitivamente traditi e il programma dell’unità d’Italia perdeva la privativa dei patrioti di ispirazione giacobina.

    Preso da comprensibile sconforto si ritirò a Calto, tagliando apparentemente con la politica attiva, dedicandosi alla sua professione di giureconsulto ed occupandosi della bonifica delle “Terre vecchie”. Ma il suo spirito giacobino rimaneva più vivo che mai, cosicché egli continuava in segreto con le sue trame.

    La “Costituzione Latina”

    Fortemente critico verso la Carboneria, di cui pensava tutto il male possibile, fedele ai suoi ideali dell’Adelfia, in forte dissenso ideologico con la “Vendita” di Fratta, legata ai napoleonidi, ideò un progetto politico che espresse nella “Costituzione Latina”, dove ipotizzava una società, di matrice giacobina, gerarchicamente al di sopra della Carboneria.

    Munari prefigurava una repubblica organizzata su base regionale, di ispirazione rouseauniana, dove il bene comune era affidato alla patria, governata da un senato di cinque uomini, (i supremi maestri dell’Adelfia). La Costituzione Latina fu approvata, nel corso di una riunione segreta a Bologna, presso il Palazzo Ercolani, nell’ottobre del 1817, da rappresentanti di varie società provenienti da tutta Italia.

    Dietro tutto questo, alcuni storici, come il Saitta, vedono la lunga mano di Buonarroti. Che “il più grande cospiratore del secolo” (Bakunin), abbia cercato di ridurre la Carboneria e gli Adelfi, a lui legati, e tante altre società segrete, sotto il suo comando, infiltrandovi uomini suoi e stipulando con essi ambigue alleanze, è documentato dallo storico Galante Garrone.

    Quanto ci sia riuscito non è ancora chiaro. Secondo il Saitta il suo prestigio era immenso e lo rendeva se non onnipotente, onnipresente.

    La scoperta della “Vendita” di Fratta, gli arresti che ne seguirono coinvolsero Munari, suo malgrado: le testimonianze del Villa, di Vincenzo Zerbini, del Foresti, la scoperta di una copia della “Costituzione Latina” lo incastrarono definitivamente. Arrestato nella sua casa il 20 dicembre 1818, fu ben presto sottoposto a stringenti interrogatori nel corso dei quali la Commissione inquirente, guidata da Antonio Salvotti, capì che si trattava di un personaggio molto importante nella gerarchia dei cospiratori.

    La condanna allo Spielberg

    Il processo si concluse con la sentenza del Senato Lombardo Veneto del 18 maggio 1821, in virtù della quale Munari fu condannato a morte, pena che l’Imperatore con “Sovrana Risoluzione 11 dicembre (1821)”, commutò in venti anni di carcere duro. In tutto i carbonari condannati furono 34, la lettura della sentenza definitiva fu fatta a Venezia la vigilia del natale 1821, nella piazza di S. Marco, ove era stato allestito un palco sul quale furono fatti salire gli imputati, in modo che il pubblico potesse seguire la cerimonia della condanna, a cui fu attribuita una funzione di esemplarità.

    Le condanne più gravi, che prevedevano il carcere duro nelle fortezze di Lubiana e dello Spielberg a Brno, fu comminata a tredici patrioti: con Costantino Munari, furono destinati allo Spielberg Giovanni Bacchiega e Felice Foresti di Crespino, Antonio Fortunato Oroboni, Antonio Villa e il sacerdote Marco Fortini di Fratta, nonché il pretore milanese Antonio Solera; a Lubiana furono diretti i ferraresi G.B. Canonici e Giuseppe Delfini, Piero Rinaldi di Casalnuovo, Francesco Cecchetti di Rovigo, Giovanni Monti di Fratta Polesine e Vincenzo Carravieri di Crespino.

    Il convoglio con i tredici condannati partì da Venezia il 10 gennaio 1822. I destinati allo Spielberg raggiunsero Brno il 10 febbraio 1822 dopo uno spossante cammino.

    In breve, nella prigione, il fisico di Munari, già fragile, cominciò a cedere di fronte alla durezza delle condizioni di vita: la sua cella, la numero 5, come tutte le altre, dava a nord e dal pertugio in alto non entrava mai il sole. Dal 1824 ebbe come compagno Cesare Albertini, anziano farmacista mantovano, parimenti sofferente.

    Quasi nessuna delle lettere, spedite dal detenuto caltese alla famiglia, giunse a destinazione, destinatari: la cognata Maria Cucchetti (vedova del fratello Matteo, morto nella battaglia di Lipsia nel 1813 al seguito di Napoleone) e i tre nipoti in tenera età.

    In queste missive Munari accenna alla sua salute sempre più cagionevole, chiede notizie, dei congiunti; emerge una stanca ma coraggiosa rassegnazione, una serenità consapevole confortata da un grande desiderio di rivedere i propri cari, l’Italia e i suoi luoghi nativi. Una è particolarmente significativa: dice di sopportare tutto, le catene ai piedi, il cibo immangiabile, il freddo. In un’altra, diretta al fratello Giovanni, pretore in Occhiobello, si lamenta, tra l’altro, di dover fare la calza. L’imperatore Francesco I, infatti, aveva disposto che i carcerati, per non cadere nella noia, dovessero fare la calza.

    Intanto la sua salute andava peggiorando. La notizia ci viene dal Pellico che, riferendosi a Munari, racconta (cap. LXXXIX): “…un altro infelice di salute danneggiatissima e di circa settanta anni (in realtà erano 57), fu aggregato a noi…” Era il 1829. Nel 1830 sia Pellico che Maroncelli, amabili compagni di conversazione, verranno liberati.

    Il 29 ottobre 1833 il Deputato politico di Calto, ricevette la notizia, perché la notificasse alla famiglia, che Munari “in conseguenza del sofferto colpo apoplettico, e di altri malori cronici, mena nella sua carcere una vita infelice…” Altrettanto gravi le condizioni del suo compagno di cella Cesare Albertini che il 30 dello stesso mese muore in carcere, lasciandolo in un profondo sconforto.

    La scarcerazione

    Quasi due anni dopo giunge improvvisa la notizia della liberazione: il 9 aprile 1835, infatti, il Commissario di Polizia di Brno, Von Muth, comunicò che l’imperatore Ferdinando I, da poco salito al trono, aveva concessa a Costantino Munari la grazia.

    Dopo oltre sedici anni dal suo arresto e dopo tredici di carcere duro, Munari fece ritorno a Calto il 23 aprile 1835. Nel frattempo la famiglia, era andata letteralmente in rovina. Il nuovo imperatore gli assegnò una pensione di un fiorino il giorno, pensione che godette per poco più di due anni.

    Aveva 65 anni, quando il 2 ottobre 1837 morì. I funerali furono celebrati a spese della delegazione comunale, con un costo di 84,30 lire.

  • Grignano e la Comuna

    Grignano e la Comuna

    E’ noto che l’antica tradizione della “Comuna” di Grignano affonda le sue radici nella lunga serie delle investiture livellarie con l’Abbazia di Pomposa, la prima delle quali risalente all’anno 976 e da allora rinnovate quasi regolarmente ogni 29 anni mediante la corresponsione di un modico canone.

    Particolarmente significativa l’investitura del 1494, allorché essendo la valle ormai quasi del tutto bonificata, costituita da 240 campi veneti equivalenti a 105,6 ettari, l’Abate pretese un canone annuo più elevato, consistente nell’ottava parte del raccolto (Terraticum), più tre soldi dei piccoli e sei pesci cavedani per le rimanenti particelle del terreno.

    Nello stesso atto venne fatta dai concessionari una richiesta all’Abate affinché concedesse agli uomini di Grignano la divisione periodica del terreno comune, poiché la coltivazione dei campi difficilmente poteva svolgersi in comune con profitto.

    Pur considerando più aderente ad una visione cristiana l’utilizzo in comune del terreno bonificato, l’Abate aderì alla richiesta degli abitanti di Grignano nella consapevolezza che: “quod communiter possidetur, communiter negligetur”, ossia ciò che è posseduto in comune, viene trascurato in comune. Pose però una condizione: che egli stesso e due uomini di Grignano dirigessero la lottizzazione del terreno.

    Dopo la Terminazione Podestarile del 1516, le divisioni quinquennali procedettero regolari, ma non altrettanto puntuale fu la corresponsione annua del canone, che, consistendo nell’ottava parte del raccolto, fu considerato troppo gravoso e ben presto non venne più versato.

    Ciò indusse il Monastero di S. Benedetto in Ferrara, subentrato nei diritti all’Abbazia di Pomposa, (la quale con S. Benedetto si era unita in un’unica giurisdizione) a far lite con gli uomini di Grignano. Il contenzioso durò alcuni decenni finché da entrambe le parti si convenne ad addivenire ad un accordo sottoscritto nel 1544 mediante il quale, dopo 50 anni dall’ultima investitura, le sedici famiglie originarie di allora poterono continuare la coltivazione nelle terre assegnate con il versamento una tantum di 150 scudi d’oro a titolo di risarcimento, più due scudi d’oro come canone annuo.

    L’Abate del tempo giustificò tale richiesta con la motivazione “Ut cultus augeatur”, ossia un contributo richiesto per la diffusione del culto di S. Benedetto, essendo allora in costruzione in Ferrara la nuova Abbazia dedicata al Santo.

    Il recente ritrovamento, tra i documenti storici della Comuna di Grignano, di un rogito notarile finora sconosciuto fa luce su alcuni aspetti importanti. Si chiarisce in particolare che i monaci dell’Abbazia di Pomposa si trasferirono al Monastero di S. Benedetto in Ferrara circa nell’anno 1533 (11 anni dunque prima dell’accordo sottoscritto nel 1544 con i rappresentanti della Comuna di Grignano) e si porta a conoscenza che il Monastero di S. Benedetto fu fondato ed eretto in Ferrara nell’anno 1476.

    Si riporta di seguito la traduzione del Rogito, che ebbe una stesura definitiva soltanto nel 1651. L’arco di tempo compreso tra l’anno della transazione (1544) e la scrittura del rogito (1651) va collegato al periodo della rivendicazione dei “non originari” avvenuta agli inizi del XVII secolo, i quali, o perché forestieri, o perché non avevano casa permanente in Grignano, erano stati esclusi dal godimento dei beni comuni. Costoro, sostenendo di avere anch’essi diritto di partecipazione alla divisione quinquennale del terreno, intentarono causa alla Comuna, ancora confusa col Comune di Grignano.

    Probabilmente la richiesta del Rogito fu inoltrata dai rappresentanti della Comuna stessa per dimostrare, come ulteriore prova, gli stretti legami esistenti col monastero di Ferrara, tant’è vero che l’investitura del 1494 ed il pagamento dei 150 scudi d’oro costituiranno i motivi determinanti per garantire solo alle famiglie originarie l’esclusivo godimento delle terre, come in seguito sentenzierà il Consiglio dei Quaranta di Venezia il 20 marzo 1729.

    ANNO DOMINI 15 LUGLIO 1651. IN FERRARA NOB. MONASTERO DI S. BENEDETTO MAGGIORE

    Io infrascritto facio piena e indubitata fede a chiunque leggerà la presente che S. Maria di S. Benedetto Maggiore situata nella Città di Ferrara nella contrada di S. Benedetto fu fondata ed eretta l’anno 1476. Con il consenso ed autorità di Papa Sisto IV, come apparisce per sua Bolla sotto lì 30 di marzo del detto anno ad istanza di Ercule I Duca di Ferrara e Leonora d’Aragona sua Consorte ch’impetrarono alli Monaci della Congregazione Cassinese detta allora di S. Giustina la Chiesa di S. Marco che prima era amministrata dai P.P. dell’ordine di S. Agostino. Con il predetto Monastero di S. Benedetto Maggiore fu fabbricato co’ denari della loro suddetta Congregazione e del Monastero ed Abbadia di S. Maria di Pomposa, alla quale fu incorporata; la quale Abbadia essendo stata data in progresso di tempo in Comenda ad alcuni Comendatari fino (a quando): Ippolito Estense Cardinale Comendatario la rinunziò libera nelle mani di Papa Innocenzo VIII, il quale la diede e unì alli Monaci della Congregazione di S. Giustina detta poi Cassinese, dividendo li Beni della medesima Abbazia di Pomposa la metà, cioè lasciando per li Monaci i quali si trasferirono poi al detto Monastero di S. Benedetto di Ferrara circa l’anno 1533 e dell’altra metà si eresse una Prepositura sotto lì 2 maggio anno Ottavo del Pontificato di Papa Innocenzo, ma sopraggiungendo la di lui morte e poi essendosi spedita la Bolla, Papa Alessandro VI di lui successore fece delle suddette cose Bolla speciale sotto lì 26 agosto 1492. Sicché il suddetto Monastero chiamato hoggidì S. Benedetto Maggiore fu prima detto di S. Marco come chiesa donata ai Monaci con alcuni beni, e al medesimo fu unito il Monastero di S. Maria di Pomposa, laonde il mese Nono e a dire S. Benedetto di Ferrara che l’Abbadia di S. Maria di Pomposa. E così da tutti senza dubbio veruno è tenuto per uso. In fede di che ho fatto scrivere la presente e apporvi il siggillo sottoscrivendola di mia propria mano il dì et anno sopradetti. V. Padre Arcangelo di Assisi Abbate di S. Benedetto Maggiore di Ferrara e di S. Maria di Pomposa della Congregazione Cassinese di propria mano spontaneamente fece.

  • Gino Piva (1873-1946)

    Gino Piva (1873-1946)

    Un lieve ma pervicace soffio di speranza nel futuro aveva accompagnato gli ultimi giorni di Gino Piva, prima che la morte se lo portasse via per sempre con il declino dell’estate, il 30 agosto di sessant’anni fa.

    Gli anni di guerra lo avevano tenuto inchiodato e solo alla «Pivana», la casa che aveva acquistato a Vetrego di Mirano. Quasi in miseria, precocemente invecchiato e spesso malato, spaventato dal lungo abbandono e dalla solitudine, Piva aveva sperimentato un suo inferno privato che, spesso, gli aveva fatto desiderare una morte silenziosa e improvvisa. Si era salvato studiando e scrivendo, sognando di riordinare, in vista di future ed eventuali pubblicazioni, il materiale che si era accumulato negli anni: opere sparse, romanzi e biografie, storie e montagne di articoli e ritagli di giornali che avrebbero da soli potuto costituire un percorso attraverso il suo tempo e perfino una storia «proletaria» del Polesine.

    Ma, a guerra finita, la situazione morale (non quella materiale) si presenta radicalmente mutata e, lentamente, muta anche lo stato d’animo di Piva, che riscopre un nuovo ardore, che si connota nel segno di un socialismo ritrovato. Ma, questa volta, è la salute a declinare, pericolosamente, con la comparsa di assidui disturbi cardiaci, che diventeranno fatali.

    Ecco una cartolina postale del 15 giugno 1946 indirizzata all’amico Antonio Capellini, poco più di due mesi prima della morte: «Domani è Sant’Antonio. Vecchi ricordi ed a te, Toni, nuovi auguri. Questa nostra repubblica, tanto attesa, che non sia un po’ un miracolo del Santo? Si cerca di insidiarla. L’ultimo re – e non c’era bisogno – conferma gli istinti cinici ed egoistici dei Savoja. E il meridione quelli borbonici. Ci sarà molto da fare. Una grande consegna è affidata ai nostri migliori. Io fermamente credo nel Socialismo».

    Anche l’ultima lettera, che è di poco posteriore e che si riduce a un bigliettino di accompagnamento di una poesia, si chiude in un estremo e incontenibile appello alla speranza in un futuro migliore, non per sé (si sa ormai condannato), ma per il proprio dolente e martoriato paese.

    Insomma, nel gioco concentrico dei giorni, alla vigilia della morte, Gino Piva ritorna agli ardori della giovinezza, a quel fervido socialismo che aveva nutrito il suo apostolato in Polesine. Né aveva dimenticato la poesia, che aveva infiammato una diversa e successiva stagione e che aveva costituito il raggiungimento più alto della sua attività di scrittore.

    E, ancora, il modo di vivere (o di concepire la vita) e di guardare la realtà restava quello di un giornalista, quale era sempre stato. Ma era tardi, la morte bussava sempre più insistentemente alla porta e non c’era più tempo per far niente, anche se continuava a rispondere agli inviti e alle sollecitazioni degli amici e degli estimatori, correndo di qua e di là, per far sapere che c’era e che era tornato. Poi, nel silenzio della sua casa, una notte febbrile con il cuore tumulto lo prostrava e gli ricordava che il destino era già scritto.

    Considerato come il primo vero cantore del Polesine, poeta di razza e grandissimo giornalista, a sessant’anni dalla morte, Gino Piva è tanto citato e lodato, quanto sostanzialmente poco conosciuto.

    Nato a Milano nel 1873, ma presto inurbato con la famiglia a Rovigo, Piva era figlio di quel Domenico che era stato tra i volontari garibaldini del 1859, e nel 1860 si era distinto per valore nell’impresa dei Mille, continuando poi la carriera militare nell’esercito, fino a raggiungere il grado di generale di brigata. La madre, Caterina Cristofori, stroncata in giovane età dall’emotisi, era stata una delle ispiratrici di Carducci, ninfa Egeria malinconica della stagione compositiva più intensa del poeta che la aveva cantata con il nome di Lydia.

    Alla primissima infanzia avevano corrisposto i continui trasferimenti da una città all'altra, ultime tappe della carriera militare del padre. Poi, la famiglia approdò a Rovigo, dove Gino Piva frequentò le scuole elementari, il ginnasio e i primi anni del liceo. Ma, nel 1890, in concomitanza con ulteriore e definitivo trasferimento della famiglia a Padova, abbandonò gli studi per abbracciare la carriera militare, che avrebbe interrotto in capo ad un anno, forse in coincidenza con la scoperta della politica e del socialismo.

    Se l’infanzia e l’adolescenza si erano nutrite dei sogni risorgimentali e della poesia carducciana, la giovinezza aveva, dunque, visto l’adesione al partito socialista ed erano stati anni di entusiasmo e autentica passione, durante i quali Gino Piva, poco più che ventenne, aveva predicato le nuove idee, spendendo senza risparmio entusiasmi ed energie nelle campagne, organizzando e guidando, con pochi altri, i primi scioperi dei braccianti. Con ardore, emulando il più giovane fratello Vittorio, aveva abbracciato il socialismo, riversandovi aspirazioni romantiche e una naturale facondia oratoria.

    Pareva destinato a diventare un sovversivo e un capopopolo, così come poco più tardi divenne appassionato giornalista. E invece fu e rimase, soprattutto, un poeta. Il primo poeta del Polesine.

    Nel 1898, venticinquenne, dopo una manifestazione, era stato arrestato, processato e condannato a dieci mesi di carcere. Ma l’agitatore socialista si era subito reso uccel di bosco e aveva raggiunto la Svizzera, da cui era stato presto allontanato perché senza professione. Si spostò, allora, in Francia e a Parigi vivendo di espedienti, tanto da essere indotto a rientrare in Italia e scontare a Rovigo la pena a cui era stato condannato.

    Nel 1899, lo ritroviamo segretario della Federazione socialista polesana e ad Adria, insieme con Nicola Badaloni e Dante Coletti, fondatore de La Lotta, organo dei socialisti e delle organizzazioni economiche del Polesine, di cui sarebbe diventato attivo collaboratore con lo pseudonimo di “Remengo” e direttore tre anni dopo e contemporaneamente. Era l’inizio di una avventura giornalistica, con l’insofferente Piva collaboratore di importanti testate e direttore di una miriade di fogli e periodici dalla vita breve, sempre a corto di soldi e al centro di polemiche vivacissime, compromettendosi in prima persona, amico e compagno di strada non soltanto di Badaloni, ma anche e specialmente di Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi e più tardi Alfredo Bertesi.

    Da Rovigo si sarebbe trasferito ad Alessandria, poi a Cesena, Ravenna e Trieste, con l'intermezzo di una lunga permanenza a Pola, poi, ancora, Torino, Bologna, Padova e Carpi. E alla fervida e inquieta intermittenza di questi soggiorni corrispondevano i titoli di altrettanti giornali, di cui oggi si è smarrita memoria: L'idea nuova, La parola dei socialisti, Il proletario, Terra d'Isma, Il grido del popolo, Il giornale del mattino, Contro corrente, L'eco dei lavoratori, Luce.

    Il tutto nel breve arco di dodici-tredici anni, nel corso dei quali ci fu anche lo scandalo per la relazione amorosa con Oda Montanari (moglie di un socialista di Cesena), con relativa fuga d'amore e lunga convivenza che si sarebbe protratta per circa diciassette anni, fino al 1920.

    Intanto, sul piano politico, lentamente si era consumato il distacco dal partito socialista, fra incomprensioni e polemiche, l'ultima delle quali, accesissima, addirittura con Giacomo Matteotti.

    Alla vigilia della prima guerra mondiale Gino Piva era passato ormai tra le fila degli interventisti, tanto da diventare corrispondente dal fronte della prima guerra mondiale per il Resto del Carlino. E che corrispondente! Ancora oggi i suoi articoli si leggono con piacere e con profitto.

    Nel dopoguerra si trasferì per qualche tempo a Milano, dove arrivò perfino a farsi impiegato delle assicurazioni, ma fu soprattutto attivo come giornalista, collaborando a diverse testate, dall’Ambrosiano a Il Gazzettino e a Il Messaggero di Udine, ma anche in Romagna, nel modenese, in Piemonte, a Bologna.

    Per ammorbidire l’irrequietezza nativa che si era tradotta nell’imperfetto vagabondaggio di città in città e nella continua trasmigrazione da un giornale all’altro, Gino Piva si abbandonava sovente al gioco incantato di una memoria, che tornava infallibile ai luoghi dell’infanzia e della giovinezza, ridando vita e anima a quel Polesine, già tanto lontano del tempo. Gli servivano da pretesto certi intermittenti e rapidissimi passaggi per Rovigo, che rinsaldavano vecchi legami o, al contrario, ispessivano mai sopiti rancori e acuivano l’amaro sapore di perdite e rotture. Talora l’occasione nasceva da un elzeviro per una delle testate che gli offrivano sporadiche collaborazioni o anche dalla commissione di un articolo da parte di qualche notabile locale.

    E le occasioni si fecero sempre più frequenti a partire dagli anni Trenta, proprio in concomitanza con la pubblicazione delle due importanti raccolte poetiche a cura dell’autore stesso autore Cante d’Ádese e Po (1931) e Bi-ba-ri-bó (1934).

    Il rientro nella norma, non privo di ambiguità e di compromessi (che non gli erano mai stati perdonati dagli amici e dai compagni della prima ora), si era rivelato però illusorio e non gli aveva procurato una occupazione stabile. Tutta la sua vita si sarebbe svolta nel segno dell’incertezza e nell’ombra amara dell’incompiutezza. Così, nel 1935, all’età di 62 anni, Gino Piva, che aveva sempre condotto esistenza raminga, aveva acquistato a Vetrego di Mirano una casa, che aveva ribattezzato “la Pivana”. Ma il ritiro in un paesino isolato, a un tiro di schioppo da Venezia, aveva finito per trasformarsi in una emarginazione ulteriore piuttosto che risolversi in un agognato riposo, rendendo sempre più insopportabile il peso di perdite desolate e di brusche rotture.

    Il mestatore politico di quarant’anni prima e il giornalista eclettico che continuava ad essere controllato dalla polizia fascista e osteggiato in molte redazioni, non avevano lasciato il campo a un maturo gentiluomo, che nella quiete della campagna, poteva finalmente attendere a opere più impegnative di quelle offerte dagli effimeri pretesti della cronaca. La magra pensione dell’Istituto Previdenza Giornalisti doveva essere, infatti, corroborata dalla saltuaria e mal pagata collaborazione a qualche quotidiano e a qualche periodico, cosa peraltro non facile per via dei trascorsi di un uomo che, in passato, non aveva esitato a mettersi in gioco senza tante preoccupazioni. Nel frattempo, molti compagni di strada erano morti o avevano seguito percorsi diversi. Rari erano ormai gli amici e gli affetti. Erano tempi difficili e, come si può facilmente arguire dalle numerose e affannate lettere che Gino Piva inviava ai pochi che ancora tenevano qualche rapporto con lui (e più segnatamente il giovane giornalista Nini Tonizzo e l’anziano sodale Antonio Cappellini), lo scrittore si sentiva isolato e abbandonato, sopraffatto da insuperabili difficoltà economiche, stremato dalle delusioni e da una vita intensa che stava per volgere al termine.

    A Rovigo ritornò settantenne, dopo il 25 luglio 1943, per guidare la redazione locale del Gazzettino. Ma 1'8 settembre, mutato il clima politico, viene licenziato. Non gli resta che ritirarsi tra le mura della sua casa, «La Pivana». Qui, emarginato e dimenticato, lavorando ad una Storia proletaria del Polesine attenderà la fine: «La casa è un deserto, senza fuoco in cui mi vado onestamente spegnendo con nessun cuore vicino».

    Morirà, fra memorie e rimpianti, il 30 agosto 1946, a 73 anni, lasciando molti inediti, dei quali per diverso tempo non si era saputo più nulla.

    Solo cinque anni dopo, quando si era spento l'eco delle affettuose attenzioni di Palmieri e Marchiori e Rizzi, le sue poesie sarebbero state riproposte da G.A. Cibotto, che molto opportunamente aveva osservato come «per lui, in fondo, la poesia poteva essere e rimase unicamente canto eseguito a piena voce, a gola spiegata, empito lieto o accorato del sentimento, onda lirica nata da una traboccante pienezza interiore, calata d'impeto nell'ambito d'un classico formulario metrico».

    Quanto agli inediti, qualche anno fa, un convegno di studi promosso e organizzato dalla Minelliana aveva rinfocolato il desiderio di cercare ancora, e Maria Teresa Pasqualini aveva stabilito un contatto con un nipote di Gino Piva, Giuseppe, figlio di Abele. Quest’ultimo aveva messo a disposizione tutto il materiale ritrovato nella villa di Vetrego alla morte dello zio e portato poi a Milano.

    Dopo cinquant’anni quelle carte erano tornate alla luce ed erano state cedute dal nipote alla Minelliana che continuava a tenere viva la memoria del poeta. Acquisito il materiale nel 1998, la Minelliana ne aveva fatto verificare la consistenza archivistica ed aveva ottenuto un finanziamento per il riordino e l’inventario. È questo, appunto, l’archivio che, riordinato e inventariato sia su supporto cartaceo che elettronico, paga, a sessant’anni dalla morte, il debito che il Polesine ha con Gino Piva.

    A disposizione degli studiosi c’è oggi un consistente fondo epistolare, con carteggi con i familiari, personalità della politica e uomini di cultura. Importantissimi sono i numerosi ritagli di giornale, riguardanti sia gli stessi articoli di Piva che quelli che abbracciano molti altri argomenti e temi. Tra i manoscritti c’è un romanzo ancora inedito, saggi e monografie dedicati all’emigrazione in Polesine e ad alcuni socialisti. Non c’è traccia invece della famosa “Storia proletaria tra l’Adige e il Po”.

  • Un mondo con le ali

    Un mondo con le ali

    La vita in campagna un tempo comportava una conoscenza approfondita dell’ambiente rurale, nel quale avevano un ruolo importante anche gli uccelli.

    Un mondo quello degli uccelli che ha risentito pesantemente dei danni provocati dall’inquinamento. Con l’uso indiscriminato di pesticidi l’uomo ha infatti penalizzato in maniera rilevante anche i volatili, immemore della loro necessaria funzione nell’armonia del Creato.

    Oltre l’uso maldestro della chimica, la anche la caccia mal regolamentata ha prodotto danni tali da far scomparire alcune specie. Un tempo erano ben conosciuti gli uccelli che vivevano nelle nostre terre e quelli migratori noti per i loro canti, gorgheggi e per la bellezza delle loro piume.

    In pieno inverno erano tanti i piccoli scriccioli definiti gli uccellini del freddo poichè la loro comparsa significava gelo e ghiaccio.

    Il pettirosso invece era considerato l’uccellino della neve, perchè quando questa copriva tutto, a frotte venivano a sfamarsi sotto i fienili e davanti alla porta di casa, per la gioia di noi bambini che buttavamo loro le briciole di pane. A questi uccellini è legata la leggenda che vuole che il petto rosso sia dovuto al fatto di aver strappato una spina dalla corona posta sulla testa di Gesù in croce, macchiandosi con qualche goccia di sangue.

    Queste piccole specie di uccelli non sono scomparse del tutto, ma sono sempre più rare.

    Gli ultimi tre giorni di gennaio, detti della “merla”, sono sempre stati considerati i tre giorni più freddi dell’anno e la leggenda vuole che un tempo la merla fosse bianca: si tinse di nero riparandosi dal freddo in un camino e da allora rimase tale.

    Il canto del merlo è molto bello ed in febbraio, quando comincia a farsi sentire per gli amori e la nidificazione, è un segnale per i contadini, a signicare che la primavera è vicina e che è ora di cominciare a potare le viti ed a preparare la terra per le seminagioni.

    Marzo, il mese della primavera, è legato alla rondine che è sempre stata per la nostra gente quasi un uccello sacro, indispensabile, anche per la capacità di divorare tanti e tanti insetti. Mi ricordo che da bambino una rondine aveva nidificato in granaio; guai a disturbarla o rompere il nido, mia nonna diceva che era la Rondine del Signore, portatrice di grazie e stendeva un sacco sotto il nido affinchè i piccoli non sporcassero il pavimento e quotidianamente andava a cambiarlo. Alle rondini sono legati proverbi e detti popolari come ad esempio “Una rondine non fa primavera” a significare che il freddo può essere ancora dietro l’angolo. Altrettanto noto è il detto “Per S. Benedetto la rondine è sotto il tetto”, a identificare il suo arrivo con il primo giorno di primavera.

    In autunno era uno spettacolo quando le rondini si radunano sui fili elettrici per organizzare la loro partenza verso i paesi caldi. Ora purtroppo anche questi raduni canori sono diminuiti più della metà e lo si constata ogni anno.

    Una specie che sembra essere in buona salute è quella del passero nostrano. Un tempo questi uccelli erano considerati nemici dei contadini che, per difendere le loro colture, erano costretti a preparare dei pupazzi chiamati appunto “spaventa passeri”. Nonostante tutto ciò, il passero ha comunque la sua bellezza e sensibilità ed è stato immortalato dal grande poeta Giacomo Leopardi nel canto “Passero solitario”.

    Sicuramente nocive all’agricoltura sono le cornacchie (in dialetto chiamate “grole”) che rovinano la frutta e, non avendo una carne pregiata, non sono ricercate dai cacciatori per cui sono sempre numerose.

    Altro uccello dannoso all’agricoltura è lo storno. Pur essendo bersagliato dai cacciatori, lo storno è una specie molto prolifica; ama stare in gruppo e spettacolari sono i momenti in cui arrivano a stormi ad oscurare il cielo.

    L’uccello più amato è sempre stato l’usignolo, il suo canto era considerato una melodia divina ed è sempre stato ricordato in tante canzonette: “Canta l’usignolo”, “L’usignolo canterà”, ecc. D’estate iniziava allo spuntar del sole i suoi gorgheggi, e il suo bel canto rallegrava i contadini nei campi; purtroppo da alcuni lustri anche questo non si sente più.

    L’allodola si è sempre distinta per il suo caratteristico canto, ambita dai cacciatori che la richiamavano nei prati appena falciati con uno specchietto dal quale veniva attratta. “Uno specchio per le allodole” è rimasto nel detto popolare il modo ingannevole col quale il disonesto cerca di frodare il prossimo. La scomparsa dell’allodola è legata anche alla scomparsa di medicai dove nidificava e si nutriva.

    E’ da ricordare come l’estinzione di tante specie di uccelli sia da collegare ai mutamenti colturali dei terreni per cui, parimenti alla caccia ed all’uso maldestro della chimica, è il dissesto dell’habitat naturale a creare scompensi.

    In estate migrava dall’Africa un bell’uccello dalle carni molto saporite, la quaglia, famosa anche per le tante uova che deponeva nei nidi. Anche questi uccelli sono scomparsi.

    La gazza, pur essendo un uccello selvatico, è addomesticabile. E’ paragonabile quasi a colombi e tortore, ma da questi si distingue per la sua rapacità. Dotata di un grosso becco, spaventa gli altri uccelli e, attratta dal luccichio degli oggetti, diventa ladra. Il grande musicista G. Rossini l’immortalò nella celebre “La gazza ladra” basandosi su un fatto di cronaca: ad una ricca signora erano stati sottratti i gioielli; fu incolpata la domestica che, nonostante si dichiarasse innocente, fu condannata ad alcuni anni di carcere. Dopo alcuni lustri fu abbattuta una quercia nel parco della villa e, meraviglia delle meraviglie, i gioielli della signora erano nel nido della gazza.

    Il cardellino era molto ammirato per le sue piume gialle e di vari colori e veniva tenuto in gabbia in casa. Ho visto anche qui il grande istinto della maternità. Gli appassionati mettevano il nido dei cardellini appena nati in una gabbia aperta, legata ad un albero e la madre andava a nutrirli. Anche questo meraviglioso uccelletto è stato immortalato dal grande Raffaello nel famoso quadro “La Madonna del cardellino”.

    Il cuculo (chiamato “cuco” in dialetto) era famoso per il suo canto che sembrava quasi umano: cucù! cucù!. Lo emetteva nei mesi di maggio e giugno, quando i contadini erano oberati di lavoro: fienagione, sarchiare il mais, irrorare le viti e mietere il grano, ed era in voga questo detto: “Quando il cuco canta, il contadino suda”.

    Era giudicato uno sfruttatore poichè questo uccello non cotruisce il nido, ma depone le proprie uova nel nido di altre specie di uccelli, costringendoli a covare. Il poeta G. Pascoli lo ricorda nella sua poesia “Romagna” con queste parole: “..del cuculo ozioso i piccolini!”.

    E’ tutt’ora in voga il detto “Ogni giorno nasce un cucco e beato chi lo cucca” ed anche “Non sono un cucco” quando qualcuno si sente ingannato. E’ da chiedersi se il cuculo sia veramente un uccello poco furbo se si considera che riesce a far covare le proprie uova nei nidi degli altri uccelli!

    Gli uccelli che la tradizione popolare ha sempre giudicato male sono due: il pipistrello e la civetta, che volano di notte e sono tanto necessari alla lotta contro insetti e topi.

    Se un pipistrello riusciva per caso ad entrare in casa di notte, non solo metteva tanta paura per la sua bruttezza a donne e bambini, ma era considerato anche portatore di sfortuna. Anche questo uccello purtroppo è quasi scomparso.

    La civetta poi è l’uccello del malaugurio se non addirittura della morte. Quando tuttora la si sente cantare di notte sui tetti delle case, i superstizioni credono che in famiglia sia prossimo un funerale. Ricordo che, negli anni sessanta, una signora che aveva avuto un figlio deceduto in un incidente stradale, straziata dal dolore disse: “Avevo un presentimento perchè da alcune notti sentivo una civetta cantare sulla casa!”.

    In autunno il nostro territorio era caratterizzato dalla presenza degli uccelli migratori. Tra queste specie erano: la cesena (in dialetto detta “gardenia”) che si appostava sui peri e sui meli cibandosi dei residui di scarti di frutta sulle piante.

    C’era poi la pavoncella (in dialetto detta “ciuiga”) così chiamata per la bellezza delle sue piume.

    Gli uccelli migratori d’acqua erano bersaglio dei cacciatori che li cacciavano in apposite “poste” o nascondigli vicino ai corsi d’acqua. I più numerosi e conosciuti erano le anitre selvatiche che venivano attirate dalla piccole anitre “selvatichine” allevate nelle nostre fattorie, venivano soprannominate “anitre da gioco”. Erano fra le prede più ambite dai cacciatori come le lepri e i fagiani.

    L’anitra reale, il cui maschio è denominato germano, ha un bellissimo ricciolino sulla coda ad attraenti colori di piume con riflessi verdi, giallognoli e color turchese al collo.

    Il codone, solo il maschio ha la coda lunga e un tempo era il vanto dei cacciatori che, quando riuscivano a cacciarlo, infilavano sul nastro del cappello una piuma mostrando così orgogliosamente il trofeo.

    La marzolina, così chiamata perchè arrivava ai primi soli primaverili, in dialetto veniva chiamata “rocchetto”. Queste erano le specie più conosciute dai cacciatori dei nostri paesi, ma quante ore d’attesa e freddo nelle poste e nascondigli costavano loro queste ambite prede!

    Negli inverni rigidi e nevosi arrivavano anche le oche della neve, ma questo epiteto non era esatto, poichè quella razza completamente bianca non si era mai vista nei nostri paesi.

    Arrivavano invece le oche selvatiche color caffelatte denominate “le granaiole” provenienti dai paesi Scandinavi e dalla tundra russa ed anche queste erano ambiti trofei per i cacciatori che riuscivano a cacciarle. Poi nei postamenti parziali di uccelli acquatici, arrivava la folaga tutta nera con una protuberanza bianca sul becco; la gallinella d’acqua, che in dialetto si chiamava “bietara”.

    Poi arrivavano i limicoli che mettevano il becco nel limo o nel fango alla ricerca di tutte le forme viventi, lombrichi, piccole lumachine o altri esseri tipici delle nostre zone. Il più famoso di tutti era il beccaccino.

    Come si vede si tratta di un patrimonio naturale di grande interesse che va tutelato.

    Per assicurare la sopravvivenza di queste specie di uccelli migratori sono state realizzate, in varie zone d’Italia, oasi naturali protette, ove questi selvatici migratori tranquillamente vivono e nidificano. Nella nostra provincia abbiamo l’onore di avere un’oasi tra le più vaste e belle d’Italia nel Delta del Po, che è, anche meta di tanti turisti che possono vedere una natura ancora abbastanza integra come ai bei tempi.

  • Da Cavanella Po a Bottrighe

    Da Cavanella Po a Bottrighe

    Il territorio rivierasco che, risalendo il grande fiume, va da Cavanella Po a Bottrighe passando per Mazzorno Sinistro, andrebbe rivalutato sotto il punto di vista naturalistico e culturale. Di questo si è parlato in più occasioni, ma di fatto nulla di concreto è uscito dalle varie proposte o discussioni. Eppure non c’è dubbio che il percorso del lungo fiume che abbraccia questi centri bassopolesani, in uno scenario di indiscussa bellezza, area compresa nel territorio del Parco Regionale Veneto del Delta del Po, potrebbe dar vita, se opportunamente valorizzato, a varie iniziative sul piano turistico, magari stimolando accordi pubblico-privato.

    Cavanella Po ha vari motivi di promozione legati alle vie d’acqua: oltre al grande fiume, infatti, troviamo qui l’ultimo tratto del Canalbianco prossimo ormai ad imboccare l’alveo del Po di Levante per portare nell’Adriatico le acque ricevute a monte, presso Canda, dal Tartaro, dall’Emissario e dal Malopera. Qui troviamo pure il Collettore che, nei momenti di piena, travasa le sue acque nel Canalbianco grazie alle potenti pompe dell’Idrovora. C’è poi l’antica corte Papadopoli, col bel palazzo padronale e l’oratorio, ed inoltre, un motivo di attrazione è costituito dal nuovo autodromo “Adria International Racwey” attorno al quale dovrebbero sorgere nuove iniziative e servizi ad esso collegati. Un approdo turistico a Cavanella, sulla sponda sinistra del Po sarebbe pertanto quanto mai opportuno.

    A Mazzorno Sinistro, non dimentichiamo l’ostello “La Scuola del Po”, ricavato dalla ristrutturazione del vecchio edificio che un tempo ospitava le scuole elementari del paese, purtroppo ancora in attesa di essere riaperto dopo le tristi vicende della prima gestione. Sempre a Mazzorno è recente la realizzazione di un attracco turistico che potrebbe diventare anche un utile collegamento con il medesimo ostello.

    Seguendo l’itinerario di risalita del grande fiume raggiungiamo Bottrighe per perorare la realizzazione di un approdo che diventerebbe motivo per una sosta anche per le imbarcazioni dei turisti tedeschi che spesso navigano lungo l’asta del fiume da Mantova a Venezia. Nell’area ex fornace di laterizi Rdb, nella zona golenale, in località Squero, potrebbe inoltre svilupparsi un progetto più consistente sulla falsa riga di quanto realizzato a Porto Viro, dove da vari anni è attivo il centro turistico nautico “Po di Venezia”, che, oltre al porticciolo per diportisti nautici, comprende piscina, ristorazione, tempo libero, sport e servizi.

    La nascita poi di un museo dedicato ad Umberto Maddalena, diventerebbe una meta culturale di sicuro interesse turistico. E per arrivare a ciò, la locale consulta, dovrebbe attivarsi in sinergia tra comune e provincia per formare un comitato scientifico che porti a concretizzare la qualificante iniziativa già proposta in consiglio comunale dallo storico Aldo Rondina. Maddalena è stato infatti l'ufficiale più decorato d'Italia: medaglia d'oro al valore aeronautico, tre medaglie d'argento, due di bronzo, due croci al valore militare ed una medaglia d'argento di lunga navigazione aerea. Una serie di riconoscimenti tanto consistenti da essere a suo tempo definito il più grande aviatore del mondo. Tra le innumerevoli imprese portate a compimento, quella maggiormente ricordata, è la spedizione nell'Antartide alla ricerca dei superstiti del dirigibile “Italia” che Maddalena effettuò assieme al secondo pilota Cagna, al telegrafista Marsano ed al motorista Rampini. Dopo voli pericolosissimi sui ghiacciai, Umberto Maddalena il 20 Giugno 1928 scopre la “Tenda Rossa” e porta i primi soccorsi ai superstiti, divenendo un eroe a livello mondiale.

    Gli spazi per un museo dedicato a Maddalena ci sono a Bottrighe; un’idea potrebbe essere l’utilizzo di alcune stanze del piano superiore dell’antico edificio di piazza Libertà che ospita la sala polivalente.

    Lungo il percorso motivi di interesse sono inoltre rappresentati dalle antiche chiese di Bottrighe e Mazzorno Sinistro, occasioni di visitazione sotto il profilo artistico ed architettonico. Va inoltre valorizzata la vicinanza con Adria, città dotata di un importante museo archeologico nazionale, del costituendo parco archeologico di Cà Cima, di teatri, chiese e monumenti, che costituiscono senza dubbio delle ricchezze in grado di rendere gradevole ed interessante il percorso.

  • Il Palazzo della Gran Guardia

    Il Palazzo della Gran Guardia

    Con la recente conclusione dei lavori di restauro dell’edificio detto della “Gran Guardia” si è in larga misura completato il piano di riassetto della piazza principale di Rovigo, avviato due anni fa col ripristino della facciata di Palazzo Roncale, seguito dalla conclusione degli interventi per ridare agibilità a Palazzo Roverella divenuto sede della Pinacoteca dei Concordi, mentre contemporaneamente si provvedeva a sistemare la pavimentazione delle vie attorno al “liston” e si portava a termine la pulizia della Colonna col leone di S. Marco e del monumento a Vittorio Emanuele II.

    Un’operazione, quella del restauro della facciata della Gran Guardia, resasi quanto mai necessaria, dato che da molti anni l’edificio non riceveva cure di ripristino. Si tratta di un immobile di sicuro interesse storico, che con la sua forma convessa caratterizza in modo particolare il lato sud-est di Piazza Vittorio Emanuele.

    La sua erezione, che risale a 152 anni fa su progetto dell’architetto G. B. Meduna, fu voluta dagli Austriaci dominatori del Lombardo-Veneto, con l’obiettivo di esercitare un controllo più energico sulla città. L’inaugurazione del palazzo, allora denominato “Corpo di Guardia”, avvenne l’ultimo giorno del mese di dicembre del 1854, con una cerimonia studiata per sancire la presa di possesso da parte delle guardie imperiali.

    I lavori per innalzare il palazzo della Gran Guardia di Rovigo erano iniziati l’anno precedente, ed Eugenio Piva (1820-1903), nel suo memoriale “Rovigo nel secolo XIX” scrisse: “Nel 1853 venne costruito sul disegno dell’ingegnere Meduna di Venezia, l’attuale Corpo di Guardia in Piazza Vittorio Emanuele; opera questa di pregio, per il suo carattere militare spiccato”. Un’annotazione alquanto stringata, che manifesta una indubitabile carenza di entusiasmo; atteggiamento dovuto alla passione patriottica che ardeva nel cuore del cultore di memorie rodigine, il quale ben conosceva le motivazioni politiche che stavano a monte della realizzazione architettonica.

    Rispondeva infatti ad una logica coercitiva il disegno che aveva ispirato gli Austriaci a costruire per il proprio corpo di guardia un edificio di primaria rappresentanza, dotato di una gradinata di accesso al porticato da cui diveniva agevole controllare ogni movimento della piazza. Una strategia di stampo poliziesco, intensificata dall’Austria dopo i moti del 1848, esplosi con successo anche a Rovigo, ove si era insediato un governo patriottico durato in carica pochi mesi, fino al ritorno delle truppe asburgiche, a seguito del negativo esito della I Guerra di Indipendenza.

    In quell’anno Eugenio Piva aveva 28 anni e per tutta la vita portò impresso il ricordo della fiammata patriottica che aveva pervaso la città il 19 Marzo 1948, giorno tutto particolare, percorso da fremiti e da nuove speranze. Nel suo memoriale ricorda infatti che, sul far della sera, come guidate da un’abile regia, centinaia di persone erano convenute nella Piazza Maggiore, portando appuntata sul petto la coccarda tricolore. “L’entusiasmo della popolazione in quella notte a parole non si può descrivere. Canti patriottici, liete grida, evviva all’Italia, abbracci, baci dati e ricevuti, e pianti di gioia formavano un insieme commovente, indimenticabile! Oh potenza del patrio amore!”.

    Ben diversa dunque l’atmosfera che si respirava nel 1854! Erano infatti state nel frattempo duramente represse le speranze del ‘48, che avevano infiammato Rovigo e molte altre città, sfociando poi nella I Guerra di Indipendenza. Ecco perché da parte dei rodigini la conclusione dei lavori di costruzione del palazzo della Gran Guardia non suscitò alcun moto di entusiasmo.

    Altrettanto fredda fu la reazione manifestata dal popolo due anni dopo, in occasione dell’arrivo dell’imperatore Francesco Giuseppe a Rovigo. A fronte di un aulico apparato di accoglienza – ci informa sempre Eugenio Piva – con tanto di arco trionfale presso l’ingresso della città ancora dotata di mura, e luminarie nelle piazze, “… si udì un solo grido di ‘viva l’imperatore’ emesso da un impiegato della Delegazione, certo Flumiani, uno solo”.

    Ma la storia doveva imboccare vie più rispondenti alle speranze dei patrioti e, col cambio delle sorti verificatosi in Veneto nel 1866 a conclusione della terza guerra di indipendenza, anche il rodigino palazzo della Gran Guardia doveva cambiare destino.

    Per una sorta di legge del contrappasso, lo stabile, nato con un intento coercitivo, fu ben presto destinato ad accogliere memorie patriottiche e libertarie.

    E tuttora campeggiano sotto il convesso porticato i busti del generale garibaldino Domenico Piva (fratello di Eugenio l’estensore del memoriale) e del conte Domenico Angeli, primo sindaco dopo l’unità d’Italia unanimemente apprezzato per le sue opere di prodigalità a favore dei cittadini meno abbienti. E varie sono le iscrizioni che ricordano i caduti per la patria: dalle guerre di Indipendenza alla spedizione dei Mille, fino – ultima in ordine cronologico – alla lapide dedicata a tutti i caduti polesani dal Risorgimento alla Resistenza.

  • Si restaura San Francesco

    Si restaura San Francesco

    L’antichissimo complesso rodigino di San Francesco è interessato, in quest’ultimo scorcio del 2006, da un ampio progetto di restauro e risanamento conservativo che, assieme al consolidamento della struttura, mira a recuperare aspetti connessi all’originale architettura gotica.

    I lavori di intervento, con sorpresa, hanno dato prova che, intonaci, vecchie tinteggiature, sovrapposizioni di vecchi solai e altre sovrastrutture nascondono un patrimonio storico ed artistico di notevole importanza per la città di Rovigo e per il territorio. Queste antiche pietre racchiudono infatti la testimonianza di una fede e di un cristianesimo che in passato ha animato profondamente la Diocesi di Adria, grazie alla presenza di una comunità di Frati Francescani: l’ordine dei Minori Conventuali.

    I lavori di ripristino si sono resi necessari a causa della precaria situazione del tetto, del soffitto e di molte altre strutture dell’edifico, estendendo poi l’intervento a tutta la chiesa. Si è inteso riservare una attenzione particolare alla parte gotica, la quale nel corso degli anni ha subito gravi manomissioni, che hanno deteriorato e offuscato l’importanza di uno dei luoghi più antichi e suggestivi della città.

    Il preventivo dell’intervento di recupero si aggira attorno ad un milione trecento cinquantamila euro, beneficiando del contributo della Conferenza episcopale italiana, della Regione Veneto e della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. In particolare l’architetto Francesco Allodoli con l’architetto Bruno Soliani e il geometra Penna formano l’equipe responsabile dei lavori. L’architetto Allodoli è persona molto conosciuta nel territorio, grazie alla sua diffusa esperienza nel campo del restauro, avendo portato a compimento vari interventi di risanamento su antichi fabbricati, in particolare edifici sacri e strutture ecclesiastiche.

    Per quanto riguarda il complesso monumentale rodigino di S. Francesco si tratta di un progetto ambizioso, avviato con l’obiettivo di far risplendere questo storico bene d’arte in tutta la sua bellezza architettonica, artistica e spirituale, rivalutando così il suo ruolo primigenio, di importante polo riferimento situato all’interno e non fuori le mura della città.

    Questa prima fase dell’intervento riguarda la chiesa, il consolidamento completo della facciata e la decorazione interna.

    Relativamente alla parte antica si sta recuperando quanto è rimasto risalente alla presenza francescana.

    E non sono mancate le scoperte, tutte positive, come i rilievi ricoperti in foglia d’oro, le modanature e i capitelli in pietra di Vicenza, fino a giungere al ritrovamento prestigioso di due sorprendenti affreschi, avvenuto nella prima cappella gotica, ovvero la cappella Roverella.

    Il 2006 può essere pertanto considerato l’anno dei Roverella, per il fatto che nei primi mesi dell’anno ha visto giungere a completamento il restauro di grande Palazzo Roverella di piazza Vittorio Emanuele, mentre la seconda parte è stata coronata dalla scoperta degli affreschi nella cappella di questa antica e importantissima famiglia. La cappella Roverella ospitava un prezioso altare ligneo, dorato, dedicato a San Valentino, e questo era il luogo dove furono sepolti alcuni membri della potente famiglia, che ha animato sul piano culturale, architettonico, artistico e spirituale, la vita della città tra la fine del 1300 e il 1400.

    Il complesso di San Francesco ha subito nei secoli varie ricostruzioni, particolarmente evidenti nell’edifico rappresentato dalla chiesa. La storia della poliedrica struttura risale alla fine del 1297, quando, a seguito di un lascito testamentario di Obizzo II d’Este, morto nel 1293, il frate Albertino da Mantova acquistava il terreno in contrada Ruscio dando inizio alla costruzione che fu portata a termine dopo pochi anni nello stile gotico.

    La chiesa era ad una sola navata, si caratterizzava per un ampio transetto con cinque altari. Una prima modifica fu realizzata nel 1413 con l’aggiunta di 5 cappelle. Nel 1520 fu edificato il campanile, seguirono altre fasi di intervento che modificarono l’edificio.

    Il convento era sicuramente di notevoli dimensioni ed ospitava una numerosa comunità francescana, la cui azione si interruppe bruscamente nel 1797, allorché i frati dovettero abbandonare il grande complesso, a seguito della soppressione napoleonica.

    I grandi lavori che stravolsero completamente la struttura, risalgono al 1827, quando ebbe inizio una radicale ristrutturazione che cancellò in gran parte l’originale stile gotico. Fu così che nel 1853 fu eretta la nuova facciata in stile neoclassico, successivamente ornata di statue marmoree.

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