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Archivi: Articoli d’archivio

  • I misteri del Palazzon di Trecenta

    I misteri del Palazzon di Trecenta

    Le cantine del seicentesco palazzo Pepoli di Trecenta, comunemente detto “el Palazzon”, (ne consiglio la visita a chi non l’avesse ancora fatto), in seguito all’accurato restauro finanziato dalla Regione Veneto, hanno messo in evidenza complesse strutture sotterranee in laterizio, preesistenti alla costruzione del palazzo ed ascrivibili ad interventi effettuati in diversi periodi, che costituiscono, dal punto di vista storico, un problema di difficile soluzione.

    Il castello antico

    Partiamo dai reperti più antichi. Si sono rinvenute, perifericamente alle fondazioni del palazzo, le basi di quattro torrioni circolari, interpretate dagli esperti della Sovrintendenza, come i resti dell’antico castello di Trecenta (Cfr. “Il recupero di palazzo Pepoli”, a cura della Reg. Veneto, 1996, pagg. 55-56) che, prima di questo ritrovamento, non si sapeva con precisione dove fosse localizzato.

    Il rinvenimento conferma sostanzialmente l’attendibilità di una mappa attribuita al Sardi, che riproduce la situazione antica del territorio ferrarese in epoca antecedente la rotta di Ficarolo (a. 1150 circa) e che posiziona il bozzetto del Tricinta castrum, peraltro a quattro torri e corpo centrale, lungo il percorso di un fiume denominato Phylistina, cioè l’antico corso del Po di Adria. (Fig. 1) (Arch. Stato Modena, sez. territorio, f. 46).

    Un castello quindi non in relazione al corso del Tartaro, all’epoca impostato su altre direttrici, (Tartarello verso Baruchella e Fratta-Magarino verso Sariano), ma costruito sulle alture della riva sinistra della Filistina, che qui formava un ampio meandro. Dovrebbe trattarsi dell’antico castello costruito dalla comunità di Trecenta (o dai Gandaceto, secondo il Franceschini), attorno al mille per difendere la popolazione dalle scorribande degli Ungari. Dalla stessa comunità fu poi venduto in data 4 marzo 1283 al marchese Obizzo II d’Este, signore di Ferrara. (M. A. Guarini, “Compendio Historico…”, pag. 411).

    Da allora la sorte di questo castello fu quantomai infelice, perché venne a più riprese coinvolto nelle violente lotte fra i figli di Obizzo, (morto nel 1293, forse ucciso dai suoi stessi figli!), per la successione nell’eredità paterna. In quelle circostanze i padovani, che parteggiavano prima per Aldobrandino e poi per Francesco suo fratello, invasero il Polesine devastando i centri rimasti in possesso di Azzo VIII, il terzo fratello, che tentava di contrastarne l’avanzata asserragliato nei castelli a lui fedeli. Durante la lunga e sanguinosa guerra, il castello di Trecenta fu assalito ed “abbrugiato”, perso e riconquistato più volte. Nel 1312 nella lotta s’inserirono i veneziani, che provocarono una recrudescenza delle ostilità che si esaurirono solo verso il 1320.

    Si può ragionevolmente ipotizzare che, al termine della lunga guerra fratricida, il castello di Trecenta fosse ridotto ad un cumulo di macerie (e non più ricostruito, dal momento che il suo sito sarà occupato in tempi successivi da altre strutture, che vedremo fra poco). Ma ciò non toglie che sia stato eretto un altro castello.

    Il nuovo castello

    Un luogo strategicamente importante come Trecenta non poteva rimanere privo di un presidio armato e di un castello. Nella investitura avvenuta nel 1409 a favore di Uguccione Contrari, è menzionato il solo castello di Sariano, ma nella successiva donazione allo stesso dei rimanenti luoghi di Trecenta, (doc. 3 luglio 1413) vi è un esplicito riferimento ad un “castrum domini Marchionis (marchese estense) … cum offitialibus” ( A.S.Fe, A. Bent. b. 2, f. 14). Verso la fine del sec. XV (1483), il Sanudo nel suo “Itinerario in terra ferma”, ce ne dà una concisa descrizione: “…e ha una torre forte…guarda il passo del Tartaro…defeso et custodito cum diligentia da fanti cento…”, sufficiente però a farci comprendere che non si trattava del castello antico, che di torri ne aveva quattro, ma di un’altra costruzione diversa per forma e probabilmente collocata in altra posizione.

    Al riguardo ci è d’aiuto una mappa del cinquecento (A.S.Fe. A.S.C. b. 3, f 15), dove una torre simile a quella descritta dal Sanudo appare ubicata nell’attuale piazza del Municipio, all’incirca nel luogo dell’odierna Torre Civica, che potrebbe perciò aver costituito, assieme al sottostante edificio, il corpo principale di un castello, giunto fino ai nostri giorni, sia pure con i necessari rifacimenti.

    Queste osservazioni mi portano dunque a formulare l’innovativa ipotesi che i castelli di Trecenta in successione storica siano stati due: uno più antico, andato distrutto, ubicato nel sito del palazzon, ed uno più recente, presso l’attuale piazza del Municipio, in gran parte ancora esistente.

    Per quanto riguarda la particolare ubicazione di questo secondo castello, va detto che si dimostrava strategica, in quanto una rotta del Tartaro (sempre più attivo a partire dal 1200 sul percorso Zelo-Trecenta-Bagnolo), all’altezza degli attuali giardini, ricordata dalla persistenza di un gorgo, detto “Dell’osteria” (cat. Napoleonico) e chiuso verso il 1930, aveva determinato un ramo fluviale con direzione Sud, lungo il quale si andrà allineando il principale nucleo abitato di Trecenta, che ancor oggi conserva la caratteristica dislocazione allungata.

    Esauritosi anche questo corso a causa degli apporti del Castagnaro (rotta dell’Adige), ricchissimi di sabbie, il castello perse la sua importanza di severo controllore ed esattore dei traffici mercantili. Fu perciò smilitarizzato nel 1510 da Alfonso I d’Este, (M. A. Guarini, “Compendio historico…”, 1621, pag. 411) e riconvertito in sede periferica del Governo ferrarese, detta visconteria al tempo degli Estensi, governatorato durante la dominazione pontificia. Così l’edificio con la torre che domina la piazza è giunto fino a noi, conservando quel fascino delle cose antiche, che ancora caratterizza e rende interessante il centro di Trecenta, (Fig. 2).

    La chiavica Corbella

    Ma torniamo a Palazzo Pepoli per rilevare come la struttura più visibile e problematica sotto il palazzo sia costituita dai resti di una grande chiavica a quattro fornici, due più profondi, che hanno ancora ben evidenti le scorritoie per le paratie e due con piano di scorrimento più alto, ora parzialmente occupati dalle fondazioni interne del palazzo.

    La direzione d’uscita dell’acqua è verso Sud, dal che si desume che la chiavica era in relazione al corso del Tartaro, posto ad un centinaio di metri a Nord della stessa, del quale ne regolava la portata, scaricandone le piene all’interno di un condotto ormai scomparso, ma ancora individuabile attraverso Corte Pepoli-Spalletti, via N. Badaloni in direzione di Santa Chiara e via Bassa Capovilla, al termine della quale si raccordava con l’antica Pestrina di Berguarina e Bagnolo (erano chiamate Pestrine i relitti del Po di Adria alimentati dal Tartaro).

    Questo manufatto era detto Chiavica Corbella e pure i due condotti di entrata e uscita erano chiamati condotti di Corbella. Il toponimo compare già nell’investitura di terreni che il duca Alfonso I assegnò al conte Alfonsino Trotti nel 1506 (e conferma del 1516), staccandoli dall’immenso feudo della famiglia Contrari ed identificava un corpo di terreno golenale sopra Trecenta, di stara 209 (45 Ha circa), delimitato a Nord dal corso del fiume Tartaro e per i rimanenti lati dall’antico tracciato stradale-arginato per Zelo, oggi vie Canova e Branzettina, strada quest’ultima che divideva la Corbella dalla Brancetta.

    Tale situazione territoriale è ben rilevabile da una bellissima ed inedita mappa del 1683, rinvenuta presso l’archivio Bentivoglio (A.S.Fe, misc. CC, f. 42) che disegna le proprietà della famiglia Bentivoglio in Trecenta e Zelo, subentrata dal 1560 nei possedimenti della famiglia Trotti.

    Il nome Corbella, piccola cesta, (dal latino corbis-cesta), attributo di sacche golenali, ma usato anche per indicare imbarcazioni fluviali, ricorre di frequente nella zona a Nord di Trecenta con le varianti Corbottolo e Corbolano, (e Ponticelli), toponimi attinenti alla presenza di un fiume ormai senescente, per cui si può ipotizzare che in origine il condotto di Corbella fosse un più lungo e consistente ramo fluviale, oggi identificabile come Po di Zelo, (ramo del Po di Adria), che scendeva da Nord-Ovest per ricongiungersi con la Filistina-Po di Adria in corrispondenza dell’antico castello di Trecenta, del quale ne alimentava le fosse.

    Un maniero quindi collocato in una posizione strategica per l’incrociarsi di due importanti vie fluviali. L’ipotesi è suffragata dall’elevato insabbiamento di tutta la zona, ancor oggi detta “i sabbioni”, tipico reliquato dei luoghi di confluenza, dove le correnti fluviali, scontrandosi, ne rallentano il corso, favorendo la deposizione del materiale litico in sospensione.

    Il condotto di Corbella che ci appare nei documenti del 1500, sarebbe dunque il relitto di un più antico corso, poi intersecato e alimentato dal passaggio del Tartaro, che a partire dal 1200 cominciava ad affacciarsi minaccioso nei dintorni di Trecenta, rinforzato dagli apporti dell’Adige, attraverso le rotte di Castagnaro e Malopera.

    Il mulino dei Bentivoglio

    Torniamo nuovamente alla nostra chiavica sotto il Palazzon: perché presenta due differenti livelli di scorrimento delle acque?

    La risposta certa viene ancora dalla scoperta di inediti documenti d’archivio, che arricchiscono la nostra storia di importanti conoscenze. Infatti la grande chiavica di Corbella (Figg. 3-4), era al servizio di un “mulino terrano” costruito dai Bentivoglio nel 1582. L’ideatore fu lo stesso Cornelio Bentivoglio che così scriveva al duca Alfonso II, per ottenerne licenza di costruzione: “Il molino che io disegno di fare a Trecenta, anderà posto nel cavo ditto la Corbella, di sotto dal ponte che al presente sopra ad esso si trova al dritto della strada che và all’osteria (attuale via Mazzini)…et sarà posto in questo modo: si farà un ponte di pietra di due occhi sopra il cavo suddetto di larghezza di nove o dieci piedi l’uno (circa 4 metri) che verranno ad essere larghi ambidue insieme quanto è di presente largo esso cavo et attaccato ad essi dalla banda verso Trecenta si farà altri due occhi dove anderanno posti i roti (le ruote a pale) del mulino, che saranno doi per occhio… gli altri due occhi avranno i gargami con le loro saracinesche o porte, che si terranno per l’ordinario basse et serrate per far macinare i mulini, ma in caso che fossero grosse l’acque, s’alzeranno per non impedire il corso di esse, le quali saracinesche non saranno più alte di quel che sarà necessario per far macinare il detto mulino… Et quando sarà grosso il Castagnaro mandandosi giù le saracinesche et sarandoci non potranno entrare le sue acque per la Corbella et andarvi per le valli come fanno al presente… e il comodo grande che avranno quei paesi nel macinare… oltre a levare l’occasione di contrabbandi che per andarsi a macinare fuori dal paese si possono fare…”

    Contemporaneamente il Bentivoglio, che dal 1560 era stato infeudato dalla Camera Ducale Estense sull’immensa valle che andava dall’Argine della Sposa fino all’Argine della Arella, pensò di bonificare quella parte di essa, detta Brancetta, vicina alla Corbella, mediante l’escavo di uno scolo che portava le acque sopra la chiavica, col duplice scopo di bonificare parte delle sue terre e migliorare la forza motrice per la macinazione: “…Ho deliberato di fare un cavo di larghezza nel fondo di piedi vinti et profondo quel più che si potrà, dietro l’Argine della Sposa, lontano però da detto argine… il qual cavo se ne venga a riferire nella Corbella et alimenteranno le acque esso mulino…” (A.S.Fe, A. Bent. B.52, f.55).

    La concessione ducale venne rilasciata in data 18 marzo 1582 e i lavori per la costruzione della chiavica e del molino, affidati a maistro Marco Calegarin muratore, coadiuvato dai suoi fratelli Ottavio e Bastiano, più altri manovali, iniziarono subito e procedettero spediti, nonostante si dovessero “tagliare speroni e muraglia vecchia da basso”, imprevisti dovuti all’aver incontrato i resti dell’antico castello insediato sullo stesso luogo, la cui esistenza era probabilmente ignorata già in quell’epoca.

    I lavori per lo scavo del condotto di Brancetta vennero appaltati il 9-2-1583 a Guglielmo Romani, alias Picchioni, di Polesine Grande (Vallalta), titolare di un’impresa di scariolanti e battifanghi. (A. S. Fe, A. Bent. B. 63, ff.1-37).

    Il nuovo mulino, costruito in poco più di un anno, venne subito affittato (2 maggio 1583) con un contratto della durata di tre anni, rinnovabile alla scadenza, a due mugnai di nome Marcello Biasioli e Gerardo Griffi, “…cum omnibus edificiis ac fulcinentis ad eum spectantes…”, per il ricovero dei mugnai e delle robbe, molti dei quali ancora incompleti. (A.S.Fe, A. Bent. B. 63, f. 45). (Le interessanti clausole di questi contratti meritano di essere oggetto di un ulteriore studio, che si rimanda ad altra occasione, in quanto esulerebbero dal presente argomento).

    Ma l’ingegnoso molino a quattro palmenti non ebbe vita facile, soprattutto per colpa del suo sito troppo elevato, per cui, quando il livello del Tartaro era basso, si trovava spesso privo della preziosa energia idraulica dalla quale dipendeva la sua rotazione. Assai significativo al riguardo è il valore catastale del mulino, stimato in scudi 20.216 nel 1590, ma nel 1616 sarà stimato scudi 10.400; vale a dire che in 26 anni aveva perso la metà del suo valore iniziale. Si deve perciò presumere un suo difficoltoso funzionamento.

    In particolare dopo l’ennesima rotta dell’argine della Sposa, avvenuta nel 1620 (con relativa formazione di un gorgo nel luogo di sbocco), rotta che danneggiò notevolmente il territorio appena bonificato, fu chiaro che non si poteva più tollerare un Tartaro disalveato e vagante, contenuto dai soli argini della Sposa e di Giazzano.

    Il marchese Enzio Bentivoglio, succeduto a Cornelio suo padre, fu perciò costretto ad escavare un nuovo alveo più profondo ed arginato ove far scorrere in sicurezza le acque del Tartaro. Questo grandioso intervento se da una parte determinò il successo della bonifica (e la bancarotta della famiglia), dall’altra causò l’inaridimento della Corbella e la fine dell’attività molitoria. Comunque sia, il manufatto appare censito come mulino di proprietà Bentivoglio fino al 1650, dopodichè le macine e le attrezzature furono probabilmente reimpiegate sui mulini natanti, mentre la sovrastruttura in muratura fu trasformata in abitazione.

    Frattanto nelle proprietà dei Bentivoglio s’inseriva per credito dotale la famiglia Pepoli, avendo Cesare Pepoli sposato la marchesa Giulia Bentivoglio. (Ma non si trattò dell’unico matrimonio tra i due casati). I Pepoli, originari di Bologna, erano già presenti in Trecenta, poiché attraverso il matrimonio di Licinio con Laura Contrari, avevano ereditato nel 1575 tutti i beni dell’estinto casato ferrarese.

    La nascita del Palazzon

    Passato alla famiglia Pepoli, lo stabile ormai inutilizzato di Corbella fu oggetto di una radicale trasformazione, cosicchè sul sito del mulino si sovrappose a partire dal 1687 il grandioso Palazzon, (Fig. 5), le cui mura perimetrali, poggiando in buona parte sulle fondazioni dell’antico castello, ci ricordano la forma e le dimensioni della prima struttura. I sottostanti fornici della chiavica dell’ex mulino (Fig. 6) furono parzialmente riempiti di terra e adibiti a cantine, mentre le robuste volte, alle quali ne furono affiancate due nuove, sorreggono ancora i pavimenti del piano sovrastante.

    Anche il condotto di Corbella fu interrato, ed eliminato il ponticello che ne permetteva il transito, mentre la strada veniva spostata da Nord a Sud del palazzo, come nella situazione attuale. E’ rimasto invece sostanzialmente immutato il condotto di Brancetta, oggi deviato nel suo tratto finale direttamente nel Tartaro, dove è regolato da una chiavichetta.

    Anche se resta ancora molto da scoprire, spero di aver contribuito con il presente lavoro a fare un po’ di luce su di un sito dove si concentrano tanti secoli della nostra storia.

  • La via delle idrovore

    La via delle idrovore

    Sono sotto il camino dell’ex idrovora di Amolara ad Adria. E’ alto 56 metri con un diametro di base di 3,50 metri. Un monumento alla tecnica e al lavoro. Chi costruiva questi camini non era semplicemente muratore o carpentiere. Aveva doti di genialità e di pazzia; portava con sé l’ardimento della sfida, poi miracolosamente trasfuso nella sua creatura, destinata a rappresentare il simbolo funzionale del dominio dell’uomo sulle acque, come viatico alla ricchezza dei frutti della terra e alla liberazione dall’incubo dell’incertezza vitale degli abitanti.

    Non può esserci luogo più indicato per cominciare un itinerario identificato come “la via delle idrovore”, uno dei percorsi più interessanti per capire il Polesine: un’iniziativa di conoscenza del territorio bassopolesano proposta dalla cooperativa Turismo&Cultura e promossa dal Consorzio di Bonifica Polesine Adige Canalbianco con l’adesione del Comune di Adria.

    Accanto al camino, testimone di quando l’idrovora andava a vapore, c’è lo stupendo palazzo neoclassico di metà ottocento, restaurato nel 2001 ed ora adibito a museo, ostello, ristorante, centro convegni, uffici del Consorzio e bancomat attivo.

    Entrando in quella che fu concepita come una specie di cattedrale laica dedicata al mito della potenza della macchina industriale, mi colpisce l’ampio e altissimo salone, sulla cui parete di fondo campeggia un dipinto di m.7.30 x 4,50. E’ opera di Elvio Mainardi, un pittore affermato a livello internazionale e residente a Bormio, ma nato proprio qui, perché figlio del vecchio macchinista dell’idrovora (prima o dopo bisognerà scrivere di queste figure mitiche!). Il dipinto racconta la “Storia delle acque”: dalla descrizione dei Sette Mari (ovvero dei sette grandi specchi lagunari della zona del delta al tempo dell’antica Roma) fatta da Plinio, ai primi insediamenti palafitticoli; dall’epopea della bonifica fino all’Adria di oggi.

    La sosta all’Ostello Amolara ci offre la possibilità di gustare specialità polesane in una calda atmosfera di ospitalità creata dal simpatico gestore, Paolo Bordin, e dalla sua famiglia, per poi passare alla visita del museo.

    Il nome del museo “Septem mària” ricorda dunque l’antica denominazione della zona da Adria al mare, caratterizzata dall’intrecciarsi di acque di fiumi (vari rami del Po, Adige, Brenta) e del mare. C’era allora anche una omonima stazione di sosta lungo la via Popilia, documentata dalla Tabula Peutingeriana, di cui troviamo un grande pannello all’ingresso del museo, messo a disposizione dal Museo dei Grandi Fiumi.

    Storia delle civiltà delle acque dalla protostoria all’attualità: il tema è narrato da pannelli didattici chiari e sintetici e trova riscontro nelle macchine idrovore e negli strumenti della bonifica esposti come reperti. Visitare questo museo è capire cose importanti anche per il presente sul rapporto uomo-territorio.

    Prima di lasciare Amolara, mi prende la curiosità di salire in cima alle scale di sicurezza, e qui, all’altezza del tetto del Museo, l’occhio spazia sul Canalbianco, idrovia Venezia e Mantova: verso ovest, risalendo il fiume, si disegna la città, al cui ingresso, ora come 2000 anni fa, è attivo un cantiere navale. Verso nord si stende una campagna solcata da canali e fossi, delimitata dagli argini dello Scolo Manin e del Nuovo Adigetto, un pezzo di paesaggio tipico del Polesine con qualcosa in più, del tutto nascosto però: è il luogo delle necropoli etrusche di Amolara.

    Ci stacchiamo con fatica dall’Ostello Amolara, prendendo la via del mare lungo l’argine sinistro del Canalbianco. Dopo aver fiancheggiato alcune lineari corti ottocentesche di stampo austriaco, in località Voltascirocco pieghiamo a sinistra verso l’omonimo borgo.

    E qui la scoperta è totale. Attorno ad un nodo idraulico, in cui convergono Adigetto, Bresega e Scolo Manin gettandosi in Canalbianco, si sviluppano i fabbricati di due grosse idrovore tuttora funzionanti, alcune corti e case rurali, un edificio scolastico e una chiesa abbandonati.

    Ci separano soltanto 2-300 metri dalla provinciale Adria-Loreo-Rosolina, ma qui è come essere fuori dal mondo. Sarà tutta quest’acqua.

    Saranno questi fabbricati abbandonati. Sarà il pensiero di stare in un borgo che fino agli anni ‘50 dello scorso secolo contava 300 abitanti, mentre ora non si scorge anima viva. Saranno gli alberi e le siepi che rimandano ad un paesaggio totalmente tranquillo e disteso. Sta di fatto che scorci e situazioni danno la sensazione del luogo di charme, in ogni caso del tutto singolare.

    L’eleganza degli edifici e dei cortili abbandonati rimanda alla nostalgia di una rinascita: che bello sarebbe far rivivere Voltascirocco, il borgo delle idrovore! Non manca a questo proposito un’idea progettuale di Turismo&Cultura. C’è inoltre la disponibilità del gestore di Ostello Amolara; c’è anche l’attenzione del Consorzio di Bonifica Polesine Adige Canalbianco; c’è pure la sensibilità dell’Assessore provinciale al turismo Laura Negri. C’è infine lo studio iniziato dall’Istituto Maddalena di Adria, che ha condotto rilievi tecnici. Anche il Comune di Adria sembrerebbe interessato..chis-sà…vedremo!

    La via delle idrovore ritorna verso Adria, guadagna l’argine destro del Canalbianco fino a Baricetta, dove si apre la grande conca di navigazione. Sulla riva sinistra ecco l’ex idrovora posta sulla vecchia ansa del fiume. La sala macchine presenta ancora delle pompe centrifughe, anche se la maggior parte dello spazio è destinato al laboratorio per la qualità delle acque e studi relativi alla fitodepurazione. Davanti alla struttura, interessante quale esempio di archeologia industriale, sorge il mandracchio, ovvero il piccolo bacino che riceveva l’acqua di bonifica destinata poi a sfociare nel Canalbianco. Sulla destra sorge la graziosa casa del macchinista da poco ottimamente restaurata dal Consorzio di Bonfica Polesine Adige Canalbianco e destinata a piccola foresteria collegata ad Ostello Amolara.

    L’idrovora, da tempo dismessa, sorge in un punto centrale tra due chiese: quella del paese di Baricetta e quella annessa al complesso rurale di villa Grassi-Baroni, ampia corte settecentesca cinta da un muro con torrette cilindriche ai lati. Il complesso fu costruito nel ‘700 dai conti Grassi di San Samuele ed è caratterizzato da una grande casa padronale fiancheggiata ai lati da due barchesse simmetriche, mentre sul retro si eleva la torretta colombaia.

    Scattate alcune fotografie del luogo tanto suggestivo, ci accingiamo a riprendere l’itinerario, oltre il ponte, costeggiando l’argine destro del Canalbianco per risalirlo fino a Pincara dove, in località Paolino, torneremo sulla riva sinistra verso Fratta Polesine per raggiungere il Pizzon, località amena e particolarissima di cui parleremo nel prossimo numero del Ventaglio.

  • “Ri-pacifichiamo”

    “Ri-pacifichiamo”

    Parlare di “pace”, oggi, potrebbe sembrare fuori luogo. Parola usata e abusata per scopi non sempre condivisibili. Però, poiché da troppe parti arrivano minacce, se non azioni concrete contrarie a questa “nobile” parola, è sembrato opportuno al Gruppo Cem – Mondialità, sezione di Rovigo¹, organizzare, insieme alla Famiglia Missionaria della Redenzione², una mostra sulla pace, appunto.

    L’idea era nata in concomitanza alla memoria dei vent’anni dall’incontro di papa Giovanni Paolo II ad Assisi (1986) con i capi delle maggiori religioni per pregare per la pace. A tutti gli Studenti della Scuola Media di Secondo Grado della Provincia di Rovigo era stato consegnato un pieghevole sul quale veniva riportata la Regola Aurea della reciprocità: “Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te”, Regola presente in tutte le religioni.

    Sostenuto dall’infaticabile e perspicace don Lorenzo Realdon della Famiglia Missionaria della Redenzione, il gruppo si è attivato per offrire agli Studenti e al pubblico una opportunità di riflessione su vari campi della società in cui viviamo e con cui si avverte la necessità di ritornare a quella pace che l’uomo contemporaneo ha perso nel vorticoso affanno quotidiano, costretto in una spirale di progresso che non ha quasi più nulla di umano. Ecco perché è stata coniata la parola “Ri-pacifichiamo” riferita ai vari ambiti di riflessione della mostra, aperta dal 9 al 18 febbraio 2007 presso la Pescheria Nuova di Rovigo.

    Visitata al mattino da centinaia di ragazzi delle Scuole Medie soprattutto della città e da una buona partecipazione di adulti, in particolare durante i dibattiti pomeridiani tenuti su varie tematiche da qualificati relatori e condotti da giornalisti di Canale Italia. Questi gli argomenti: Il laicismo, nuova religione?; Nuove povertà/dipendenze in un mondo che cambia; Consumismo, globalizzazione, sistema monetario; Società multietnica: scontro di culture?. Un pomeriggio è stato inoltre dedicato ad un incontro Interreligioso al quale sono intervenuti gli Iman di Ferrara, Hassan El Maghraoui e di Padova, Alìsheik Nour con rappresentanti delle chiese battista, luterana, ortodossa, metodista evangelica e delle comunità ebraica e valdese.

    Aperta con l’intervento del vescovo di Locri-Gerace, mons. Giancarlo Bregantini con messaggi sulla dignità come pienezza di vita, rivelando profonda umanità e sensibilità educativa, la mostra si è conclusa con la partecipazione straordinaria del prof. Antonino Zichichi, scienziato di fama internazionale e tra i più grandi protagonisti della scienza del Novecento, il quale ha indicato il vero volto della scienza a favore dell’uomo e della pace.

    Nei 54 pannelli di cui la mostra era composta, bellissimi per grafica e slogan – messaggi di immediata comprensione, sono stati illustrati sette ambiti che riguardano il sistema di vita attuale. La pace si perde continuamente e con pazienza va ricostruita, perché ne va della qualità dell’esistenza su questa Terra, nostra e delle generazioni future.

    Il percorso di pace proposto inizia con “Ri – pacifichiamo la mente”. Gli stranieri sono tra noi, è un’immigrazione epocale, non si può far altro che abbattere muri, pregiudizi, (che generano diffidenza), ignoranza di culture altre, e aprirci al dialogo rispettoso, che significa trasformare la propria mentalità vedendo l’altro come persona.

    Non va dimenticato che anche noi siamo stati emigranti, e in un pannello molto significativo, si ricorda che ci fu un esodo di 29.260.000 italiani i quali, tra il 1861 e il 1986, si sono diretti verso Paesi d’Oltralpe o d’oltre Oceano, alla ricerca di una vita dignitosa. Così accade agli immigrati che “colorano” i nostri paesi e città con varietà etnico-linguistiche-culturali, una vera opportunità di ricchezza di saperi, i quali sono in fuga da miseria, guerre, dittature, morte.

    “Ri-pacifichiamo lo spirito e il cuore”

    “Non è quello che entra nell’uomo a contaminarlo, ma ciò che esce da lui; infatti dal cuore dell’uomo escono le azioni malvagie” (Mt. 15,10). La pace nei cuori si costruisce deponendo le armi del rancore, della vendetta e di ogni forma di egoismo. E oggi, a cosa assistiamo? Aumentano i casi di violenza negli stadi, tra le mura domestiche, per strada, contro la natura e contro se stessi; non si pone rimedio alla violenza sulle donne, alla prostituzione, al commercio dei bambini. E le guerre? Ci sono attualmente almeno 28 conflitti in atto nel mondo, di cui nessuno parla, soprattutto in Africa e in Oriente, con milioni di morti, e sono soprattutto i civili. a pagare. Infatti, negli ultimi 10 anni si contano oltre 75 milioni di morti e il 90% civili. “Ha gran bisogno di questa pace, il mondo”, diceva Giovanni Paolo II (Angelus, 30-11.2003). Qualcuno ci aveva insegnato la non violenza, il perdono, la riconciliazione, l’amore, il rispetto ella vita.

    L’esortazione a costruire la pace è stata sottolineata dalle altre sezioni del percorso rappresentate dai titoli embmematici: “Ri – pacifichiamo le mani”, “Ri – pacifichiamo la parola”, “Ri – pacifichiamo il tempo”, “Ri – pacifichiamo la politica”, “Ri – pacifichiamo lo spazio”, ”Ri – pacifichiamo i bisogni” Fa pensare che 1/5 della popolazione mondiale vive con meno di un euro al giorno… mentre una mucca dell’Unione Europea riceve oltre due euro di sussidi al giorno. Le multinazionali agro-alimentari condizionano il mercato mondiale per cui i contadini dei Paesi del Sud del Mondo sono danneggiati nella produzione di caffè, cacao, banane….E poi ci sono gli OGM.

    L’interesse che la mostra ha riscosso sta a significare che la gente ha sempre bisogno di sentire parlare di pace, che non è un’utopia, e i primi a far tesoro di tanti significativi messaggi sono stati proprio gli Studenti, dimostrando apprezzamento e attenzione.

    La mostra, ideata come itinerante, dopo l’esposizione della Pescheria ha compiuto un percorso interessando varie località della provincia di Rovigo, per tornare a Rovigo, in Piazza Vittorio Emanuele, alla fine di maggio 2007 nel contesto dei tre giorni della Festa della Mondialità.

  • Cercando l’identità

    Cercando l’identità

    Oltre 600 studenti, 30 insegnanti, 13 istituti scolastici, 60 tra relazioni ed interventi, 4 interviste, 6 mostre, 16 DVD di copertura audio-video integrale, innumerevoli reportages sulla stampa locale, servizi sui telegiornali ed uno speciale di 10 minuti andato in onda su 5 network televisivi: sono i numeri, davvero impressionanti, prodotti dalle attività di Convegnistica Giovanile promossa dalla Provincia di Rovigo e progettata da Turismo e Cultura, che ne ha curato anche la realizzazione e l’organizzazione (in collaborazione, per quanto riguarda il Convegno di Adria, con l’Istituto di Istruzione Superiore “Cristoforo Colombo”).

    Stiamo parlando di due importanti iniziative: il Convegno “L’ambiente visto dai giovani”, giunto alla quarta edizione, che si è tenuto a Trecenta il 29 e 30 marzo ed ha coinvolto le scuole del Medio ed Alto Polesine, e il gemello “Il Parco visto dai giovani”, la cui nona edizione è andata in scena con gli istituti del Basso Polesine ad Adria dal 18 al 20 aprile. Benissimo, direte voi, ma come è andata? Proviamo a raccontarlo…

    Già il tema scelto per l’edizione 2007 presentava delle difficoltà: in questi anni, caratterizzati dalla globalizzazione, proporre “Cercando l’identità” sembrava una provocazione. E lo era. L’identità è argomento sulfureo, capace di provocare inguaribili emicranie negli spiriti più profondi e labirintiti da orror vacui nei più semplici. E poi l’accento era sul cercare, non il semplice trovare, quindi le Scilla e le Cariddi del luogo comune attendevano equivoche in agguato tutti i relatori. Qualcuno a dire il vero ci si è pure sbucciato le ginocchia…

    Ecco perché i momenti a più alta densità identificante dei due convegni sono stati quelli in cui i testimoni del territorio hanno preso la parola e dispensato i loro segreti. Ad esempio quando Gianni Sparapan si è manifestato, agli sbigottiti studenti seduti in sala, più avvezzi alla piattezza del tubo catodico, come poeta a tre dimensioni prendendoli per mano ed immergendosi con loro nelle profondità del linguaggio e dell’identità culturale (la frase “Ah, se gli antichi potessero sentirci oggi recitare i loro versi e interpretare i loro miti con la nostra goffaggine e superficialità, quanto riderebbero di noi…” sarebbe valsa da sola il prezzo del biglietto, ci fosse stato). Oppure quando Raffaele Peretto, Direttore del Museo dei Grandi Fiumi, parlando delle violenze perpetrate dall’edilizia ai paesaggi del Polesine dimostrava quanto il suo matrimonio con il territorio, seppur di lunga data, sia ancora unione appassionata e appassionante.

    Gianni Sprocatti, fotografo e naturalista, è venuto da Castelmassa per mostrare ai giovani immagini che a loro apparivano giurassiche e che invece ritraevano le strade che oggi tutti percorriamo com’erano soltanto qualche anno fa. Alessandro Tieghi, artista e ceramista, ad Adria ha narrato ai ragazzi di ossidi ed argille con la stessa passione con cui risponde Valentino Rossi quando gli chiedono della sua Yamaha. A Giuseppe Marangoni invece, da sempre alfiere del recupero creativo del patrimonio polesano, brillavano gli occhi come ad un bambino felice quando ha raccontato di come il Mulino al Pizzon di Fratta Polesine si stia trasformando, grazie alla sua intuizione, dal relitto in disuso ancorato alla sponda del fiume Scortico di tre anni fa a moderno modello di archeologia industriale recuperata nonché centrale di produzione di energia elettrica pulita.

    Ma la Convegnistica giovanile è stata anche incontro con la musica: del resto, e soprattutto per i giovani, cosa crea identità ed identificazione più di essa? Vittorio Piombo è squisito violoncellista di modi garbati ed eleganti mani affusolate, ma le sue scorribande a Trecenta lungo i tornanti della Suite n.2 in re minore di Bach hanno ricordato più Bartali sulle strade polverose del Tour de France vinto nel ’38 che i salotti buoni della musica “colta”. E a Palazzo Pepoli non volava una mosca.

    Ad Adria invece il Conservatorio “Buzzolla” ha fatto scoprire ai giovani partecipanti che anche un insospettabile viennese doc come Franz Schubert potrebbe aspirare al titolo di polesano ad honorem: che bella emozione sentire il Maestro Luca Belloni sottolineare le similitudini di tinte e sensazioni tra i Lied del grande compositore ed i paesaggi del grande fiume. Anche qui, studenti attenti e partecipi: del resto, la Convegnistica è dedicata a loro ed il vero, grande obiettivo di quest’anno è stato quello di renderli protagonisti.

    Non è stato facile, nessuno aveva garantito il successo della formula e c’è voluto più di un anno, ma alla fine ogni parte dei Convegni ha portato anche la loro firma. Anzi, alcune sezioni sono state gestite integralmente dai giovani. Ad esempio, novità assoluta rispetto alle edizioni precedenti, gli spazi dedicati agli interventi degli Assessori della Provincia Laura Negri e Giancarlo Chinaglia sono diventati interviste: gli studenti hanno dapprima invitato entrambi in classe durante l’anno, poi in convegno li hanno intervistati. Uno spettacolo la serietà con cui da un lato i ragazzi ponevano le loro domande e dall’altro gli assessori rispondevano con l’impegno di chi sta sostenendo un esame importante. Superato? Dal clima rilassato che si respirava in sala, si direbbe di sì.

    Ragazzi protagonisti anche nella parte centrale dei lavori, quella delle relazioni degli istituti scolastici coinvolti: i docenti coordinatori in sala defilati e discreti a seguire i loro alunni esporre, microfono wireless e presentazioni in powerpoint sotto controllo, i risultati delle ricerche sull’identità.

    Il leitmotiv della convegnistica 2007 deve aver davvero funzionato se ogni scuola partecipante ha presentato relazioni di notevole livello qualitativo e spiccata identificabilità: ecco allora ad esempio i lavori dei Geometri ricordare Euclide nella ricerca delle proporzioni, gli istituti ad indirizzo turistico presentare il Polesine con l’occhio di un moderno Anfitrione, gli istituti tecnici curare il particolare e l’amore per il dettaglio ed i licei la completezza della visione d’insieme.

    Giovani protagonisti infine non solo all’interno dei convegni, ma anche verso l’esterno, con la gestione diretta dell’accoglienza, delle mostre e dell’ufficio stampa, grazie alla strumentazione fornita da Breviglieri s.r.l., dai comunicati agli articoli al materiale iconografico alle riprese in digitale…

    A convegni ultimati, quali conclusioni trarre? Nessuna, perché se è vero, come dice De Andrè, che la ragione del viaggio è viaggiare, non occorre inventariare quello che già appartiene a chi c’era e non lo lascerà più.

    Resta piuttosto un’ultima considerazione: l’anno prossimo a Trecenta si celebrerà la quinta edizione, ad Adria la decima. Numeri tondi, che invitano ad allargare ulteriormente gli orizzonti, in fondo ai quali si intravvede…l’Europa. Che sia un indizio?

    Presto per svelarlo, per ora possiamo solo anticipare l’invito ad esserci a Palazzo Pepoli ed all’Ostello Amolara nella primavera del 2008: ne succederanno delle belle e poi, come recita un vecchio detto, si torna sempre sul luogo del delitto…

  • Un turismo di qualità

    Un turismo di qualità

    Si è costituita ufficialmente lo scorso mese di febbraio la nuova sezione Turismo e Intrattenimento di Confindustria Rovigo. A guidarla Pierantonio Macola, imprenditore padovano che ha recentemente scelto di investire con decisione sul Delta del Po. Insieme a lui sono stati eletti come vicepresidente Pierfranco Brazzalotto e come consiglieri Luigi Forte, Lucio Chini e Tommaso Reato.

    “La nostra sezione – spiega Macola – vuole diventare, all’interno del sistema confindustriale, un nuovo centro di riferimento per l’imprenditorialità della provincia di Rovigo e delle zone limitrofe. Puntiamo ad affermare una logica di “qualità”, intesa come modello organizzativo imprenditoriale da estendere, oltre che alle imprese associate, anche a istituzioni, enti ed amministrazioni pubbliche con cui vogliamo collaborare per potenziare, riqualificare e promuovere l’intero sistema di offerta turistica e dell’intrattenimento della provincia”.

    Di famiglia padovana, Pierantonio Macola è amministratore delegato di Delta Fintur, società che nei prossimi 5 anni investirà 30 milioni di euro in Polesine, di cui quasi un terzo in attività di promozione e comunicazione per fare del Villaggio Barricata di Porto Tolle e del Villaggio Margherita di Rosolina due punti di riferimento per i turisti che vogliono visitare e vivere il Delta del Po. Macola è anche amministratore di Tlti Expo spa, società del gruppo Fiera Milano Spa impegnata nella progettazione e realizzazione di manifestazioni fieristiche nazionali ed internazionali.

    “Il settore dei villaggi turistici e quello delle fiere vedono la mia famiglia attiva da diversi anni” – spiega Macola. “Con le recenti acquisizioni nella provincia di Rovigo ci impegniamo in un ambizioso progetto che prevede, tra l'altro, la valorizzazione di tutto il territorio a livello nazionale ma soprattutto internazionale. Sono sicuro che il gioco di squadra che un’associazione come Confindustria Rovigo può realizzare, unitamente al patrimonio di competenze degli imprenditori della provincia di Rovigo attivi nel settore turistico e ricettivo, porteranno risultati concreti in breve tempo”.

    Intanto tra le prime azioni della neonata sezione, oltre alla partecipazione ad importanti appuntamenti fieristici come la Bit di Milano, Vancanza WeekEnd a Padova e la fiera del tempo libero di Vicenza, la sottoscrizione di un accordo per l'istituzione di un marchio di qualità ambientale aderente all'etichetta ecologica (ecolabel) di Legambiente Turismo. “Un nuovo strumento – sottolinea Macola – che doterà tutte le aziende della provincia di Rovigo di uno strumento strategico per il perseguimento dell’ambizioso ma concreto obiettivo di arrivare a raddoppiare in cinque anni le presenze sul territorio dall’Italia e dall’estero”.

    La qualità dell'ambiente e dell’ospitalità verificata da soggetti terzi, infatti, si affermano sempre più come un fattore distintivo nella scelta di una destinazione, specialmente per i turisti stranieri. Le ultime indagini hanno rilevato che il 50% dei turisti britannici si informa sulle condizioni ambientali di una località prima di prenotare un viaggio, 12 milioni di vacanzieri tedeschi (ca. il 20%) richiedono alle strutture che li ospitano attestati di qualità ambientale, mentre il 50% degli olandesi considera un certificato ambientale importante quanto le certificazioni di qualità generali.

  • Quando se spampana ‘na nuvola

    Quando se spampana ‘na nuvola

    La natura, si sa, da sempre ha costituito un motivo ispiratore per i poeti che, a seconda della loro sensibilità e delle loro esperienze di vita, hanno saputo cogliere aspetti particolari e registrare suggestive annotazioni interiori.

    Una nuvola passeggera, in una giornata di sole, offre l’occasione a due poeti, Livio Rizzi e Biagio Marin, di dar vita a due composizioni di diversa intonazione, entrambe di sicura valenza sotto il profilo poetico. Denominatore comune dei due autori l’amore per la propria terra e l’interesse ad esprimersi con la lingua materna.

    Prima di soffermarci sui due testi poetici, alcune annotazioni biografiche sugli autori.

    LIVIO RIZZI Nasce nel 1905 a Rovigo, dove si diplomerà maestro nel 1922, senza poi dedicarsi all’insegnamento. Segue, invece, le orme del padre, votandosi alla professione di floricoltore.

    Stampa ancora giovane due volumi di poesia in lingua (“Cantate” e “Arca delle malinconie”), seguiti, a distanza, dalle raccolte in dialetto, con le quali consegue importanti riconoscimenti: un 2° posto dietro Pier Paolo Pasolini al premio “Dell’angelo” del 1948 e un 1° posto al premio “Cattolica” del 1951. Morì il 5 gennaio 1960.

    La prima antologia poetica è pubblicata dall’editore Neri Pozza nel 1955; l’ultima, completa dei numerosi inediti, è stata raccolta in occasione del centenario della nascita e data alle stampe nel 2005 da PierLuigi Bagatin: il volume intitolato “Una terra, una memoria: il Polesine di Livio Rizzi” è edito da Antilia con glossario e traduzioni dei testi in lingua.

    BIAGIO MARIN Nasce a Grado nel 1891 da famiglia di umili origini, in territorio asburgico. Gorizia e Pisino (Istria) sono i luoghi della sua prima formazione scolastica, Ginnasio e Scuole Reali Superiori.

    Frequenta successivamente l’Istituto di Studi Superiori a Firenze, dove partecipa, con il gruppo dei letterati giuliani (Slataper, Stuparich, Giotti etc.), all’esperienza della rivista “La voce”.

    Studia Filosofia all’Università di Vienna e si laurea nel primo dopoguerra a Roma con Giovanni Gentile. Alla brevissima esperienza di docente, segue un oscuro impiego di direttore delle Terme di Grado e di bibliotecario alle Assicurazioni Generali di Trieste. Muore ultranovantenne nella città di origine nel 1987.

    L’intera raccolta di testi (fra le numerose sezioni, si ricordano “Canti dell’isola”, “La vita xe fiama”, “El vento de l’eterno”) è stata pubblicata nel 1968.

    CIAROSCURO

    Eco, soto del sole se spampana ‘na nuvola. Xe come che se ferma el mondo. L’acqua desmete el so canto, no’ trema più le foje, più no’ ride le seleghe nei nidi. Alza el vilan i so oci verso el cielo e ne la man se ghe indormensa la sapa. Xe come che tuto staga per morire. I campi i pare vegri: più no’ sluse i fossi. Le bestie in te le poste no’ mutela. Su l’Adese i mulini ga le pale pesanti come lastre de masegna. Anca l’erba più perfida del pra, quela più prepotente, la gramigna, par che la senta, par che la indovina che deboto qualcosa nassarà. E difati, cofà ‘na sbamparà, el sole, su nel cielo, se despoia.

    L’ORA GRANDA

    Xe ferme l’aque che le par speciera: drento le ha ‘l siel co’ garghe nuvoletta: là sui àrzini alti fa l’erbeta che ‘l silenzio valisa a so maniera.

    Lontan, de là de le marine e i dossi un respirà del mar solene e largo; un svolo a l’orizonte, a mar, de ciossi e più lontan un bastimento cargo.

    El sol va in alto: l’aqua xe un brilante co’ foghi virdi e sangue de rubini, e svola in sielo l’òrdola a scalini per dì ‘l so ben al dolse amor distante.

    ‘Desso ‘l silenzio drento l’aria trema e la zogia fa mòve i fili d’erba: adesso la mantina xe superba de la luxe che duta la diadema.

    E me son l’aqua che fa specio terso e l’òrdola che canta ‘l sovo ben, e me son l’aria e so nel canto perso che fa tremà fin l’erba sul teren.

    “Eco, soto del sole se spampana ‘na nuvola…” – questo l’incipit di una poesia di Livio Rizzi, “Ciaroscuro”. Una nuvola si sfrangia in un mattino di primavera: il cielo si oscura; per un attimo, che sembra interminabile, la vita pare come sospesa. Cessa la musica dell’acqua, le foglie non tremano più, i nidi sono muti. Il contadino alza gli occhi al cielo e smette di zappare. Senza il sole, non ci sono più luci, colori, suoni. L’acqua dell’Adige rallenta il suo corso; c’è un senso di attesa (“qualcosa nassarà”), lo avverte anche la gramigna. E difatti…

    Il paesaggio è quello della campagna, dove solo l’occhio più sensibile coglie i piccoli eventi quotidiani. E’ una campagna animata, popolata di uomini, piante e bestie. E’ questa la campagna che ama il poeta, perché rappresenta la vita, il movimento, i sentimenti. Essa non si può pensare senza l’uomo che lavora, “el vilan”. E’ come se il poeta, disponendo di un apparecchio fotografico, non lo usasse se manca il volto umano. La natura non è se non intensamente umanizzata.

    L’uomo-contadino sa leggere con sapienza i segni della vita naturale. Ogni cosa ha il suo nome, ogni atto costa fatica; qui sono gli affetti, questa è la giornata. Siccome Livio è un estroverso, un solare, nella rappresentazione si avverte l’attaccamento alla vita, così come si manifesta nello sbocciare dei fiori, nella luce meridiana, nelle sensazioni che danno gusto. Non c’è distacco fra chi scrive e il suo mondo. L’adesione è totale.

    Il mondo intero è campagna, la vita è quella delle stagioni. Diversamente dalla poesia in lingua, l’acqua non mormora: canta. E le foglie tremano, proprio come quelle di pascoliana memoria (“…le tremule foglie dei pioppi trascorre una gioia leggera…”). Non è un caso: anche Pascoli, nato in campagna, ha la stessa fine sensibilità per la natura.

    Con una di quelle immagini felici che ricorrono nei suoi testi, Rizzi trasferisce l’animazione dalla natura agli oggetti: “…e ne la man se ghe indormensa la sapa…” Avesse solo detto che il contadino smette di zappare, ci sarebbe ben poco di poetico. Rizzi rappresenta invece lo stupore delle cose, l’addormentamento generale. Il sonno fa per un momento pensare alla morte, perché sulla campagna, che Livio vuole animata, fremente, è calato di colpo il silenzio.

    In questa indecifrabile attesa, circola tuttavia il filo di una sensibilità sottile, che coglie quello che si profila come il miracolo dell’evento quotidiano: ecco che il sole irrompe finalmente, su nel cielo, a diradare le ombre di paura e di morte. Un chiaroscuro, come dice il titolo: ma il dramma non è nelle corde del poeta, che si proietta invece con tutto se stesso nella vita della campagna che gli sta intorno, a coglierne i palpiti, i mutamenti, la gioia della rinata solarità. Chiaroscuro è proprio questo gioco di luce e ombra, movimento e stasi, vita e morte.

    Una sensibilità diversa contraddistingue Biagio Marin, nel cui testo lirico la rappresentazione può fare a meno dell’uomo, vive per conto suo. La nota dominante è il silenzio; l’atto poetico è quello di una intensa e alta contemplazione. L’acqua immobile fa da specchio al cielo appena segnato da qualche nuvoletta; in lontananza si sente il respiro del mare. Voli di uccelli acquatici, i “ciossi”. Intanto, il sole sale alto nel cielo (“l’ora granda”) e l’acqua si fa viva e rosseggiante, mentre l’allodola (“l’ordola”) scala il cielo. L’aria trema, l’erba si anima di gioia, la luce indiadem[a] il mattino.

    Nel vasto silenzio, la rappresentazione di Marin si interiorizza, risuona nell’anima. “E me son l’aqua…”: sono io l’acqua che si fa specchio, l’allodola che punta il sole, l’aria e la canzone che fa tremare l’erba sul terreno.

    Diversamente dalla campagna animata di Rizzi, il paesaggio di Biagio Marin si allarga all’infinito: l’orizzonte si profila lontano fino a un “bastimento cargo”, il respiro del mare è “solene e largo”; l’allodola che insegue il sole, “dolse amor distante”, scompare dalla vista; la luce meridiana dilaga.

    L’infinito si coniuga al silenzio, come nel celebre idillio leopardiano (…ma sedendo e mirando, interminati spazi e sovrumani silenzi e profondissima quiete io nel pensier mi fingo…).

    Anche la poesia di Marin accompagna un evento: tra specchi d’acqua, dune, voli di uccelli, nel silenzio dell’ora meridiana, la gioia che muove i fili d’erba si fa esultanza del cuore. Il poeta distingue il filo di un’unica canzone che fonde suoni e immagini della natura (“…e so nel canto perso che fa tremà fin l’erba sul teren”… Io sono nel canto disperso che fa tremare perfino l’erba sul terreno). E’ la canzone della vita che torna a farsi sentire, nella consueta disposizione al silenzio e al raccoglimento. (“ La vita! Drìo d’un canton la speta che tu passi per date el sovo baso, e l’ha i vogi incantài de mamoleta, che par i tovi, e co’ tu la va in viaso…” La vita ti aspetta per darti il suo bacio e ha gli occhi incantati dell’adolescente che sembrano i tuoi stessi, e con te si accompagna). Così Biagio Marin, con una di quelle immagini che rendono quasi indefinibile il confine tra vita e letteratura. La vita che sorprende dà un senso di intimo e istintivo coinvolgimento. C’è freschezza in questa ripresa che magari consegue a un dolore o, comunque, a un momento di stanchezza e scoraggiamento.

    Nella poesia di Rizzi il miracolo dell’evento si scioglie in immagini campestri, dove l’anima del poeta fa tutt’uno con la vita intima del paesaggio, “la gramegna”, che sente. Tutto si muove all’esterno: una sorta di anima universale, di natura palpitante.

    Biagio Marin compie un’operazione al contrario: l’evento naturale muove l’interiorità del poeta, suscita un’esultanza incontenibile. Per comunicarla, Biagio ricorre alla canzone della vita, la musica insomma ovvero il mezzo più immediato. Un visivo, Livio Rizzi, capace di animare la scena campestre; spirito insieme pensoso e sensibile Biagio Marin, che, riascoltando la musica e i silenzi del mare della campagna di Grado, riprova intenso il sapore della vita.

  • Le Bruit, voci e percussioni

    Le Bruit, voci e percussioni

    Le Bruit: successo “rumoroso” per un ensemble rodigino che sta riscuotendo sempre più consensi e successi. Si tratta di un gruppo vocale, tutto al femminile e di recente formazione. Barbara Fortin, Camilla Ferrari, Elisabetta Mazzullo, Maria Mazzullo e Rosamaria Reato, legate da profonda amicizia ma soprattutto dalla comune passione per la musica, hanno avuto quasi per caso l’idea di cantare assieme. Risale al 2004 la prima “prova ufficiale”, realizzata con l’obiettivo di approfondire e rielaborare brani che soddisfacessero i gusti di ogni componente. L’intenzione è stata da subito quella di accomunare l’esperienza vocale al desiderio di sperimentarsi acrobaticamente in sonorità nuove. In modo quasi automatico Le Bruit è divenuto il nome del gruppo, che si avvale stabilmente del supporto strumentale di due percussionisti: Alessandro Alfonsi e Luca Marcello.

    “Le Bruit”, cioè il rumore, è una scelta stilistica e una piccola provocazione: avvicinare il suono della voce all’imitazione degli strumenti a percussione, ai rumori della natura e della quotidianità, creando armonie. Ispirandosi alla musica popolare e folkloristica, il gruppo arrangia e reinterpreta brani di provenienza africana, gitana, americana e della tradizione mediterranea. L’ensemble propone uno stile fresco e nuovo attraverso una ricerca sperimentale e un tributo alla buona musica di tutti i tempi e delle diverse tradizioni. Ogni esibizione è accompagnata da una componente di teatralità, che si aggiunge alla musica con espedienti volti a sorprendere e coinvolgere il pubblico.

    Dopo i primi successi, grazie all’appoggio di amici e appassionati, oltre che per necessità promozionali, è nata l’idea di produrre un “demo”. Sono state allora iniziate le registrazioni presso la New Frontier Studio Recording del rodigino Ugo Bolzoni. Per l’accattivante emozione delle incisioni e per l’efficacia dei brani scelti, il lavoro è divenuto un vero e proprio Cd, totalmente autoprodotto e uscito nel febbraio 2006 con il titolo “le Bruit”. Il disco, che è stato presentato ufficialmente al pubblico rodigino la scorsa estate presso la Piazzetta Annonaria, è il risultato di un duro lavoro che si sviluppa in modi sempre diversi volti alla sperimentazione di acrobazie e sonorità vocali. L’esito è stato talmente lusinghiero che ora si sta procedendo alla ristampa, poiché già centinaia di copie sono state distribuite.

    Il gruppo non ha tuttavia intenzione di fermarsi per godere il meritato successo: le cinque dinamiche voci e gli strumentisti non hanno mai smesso di sperimentare, cercare e imparare nuovi brani. Il progetto che si sta delineando per il futuro è quello di interpretare pezzi originali, composti da Camilla, Maria e Barbara. Le ispirazioni e le suggestioni possono giungere da ogni stile e da ogni parte del mondo, senza limiti o preclusioni di sorta: la ricerca è recentemente giunta sino alla musica di Argentina e Brasile.

    Uno dei brani in programma per la prossima stagione estiva è un adattamento dall’Italiana in Algeri di Rossini, realizzato dal M° Celeghin.Tra i principali obiettivi c’è quello di ridare valore alla musica italiana di un tempo, provando a ricreare quelle immagini e quei divertimenti jazz swing, propri di gruppi come il trio Lescano e il Quartetto Cetra, uniti al retrogusto di tradizioni e armonie popolari.

    “Una delle più grandi soddisfazioni della nostra attività d’insieme – hanno ammesso tutte le cantanti – è stata quella di essere riuscite a incontrare a Milano, lo scorso ottobre, i componenti del Quartetto Cetra. Hanno ascoltato il nostro disco e ci hanno definite un vero miracolo, che si staglia nettamente dalla massa di cantanti urlatori di adesso.”

    Assistere a un’esibizione del gruppo Le Bruit è in sostanza una gradevolissima esperienza: appaga il gusto musicale di grandi e piccoli, sorprende per la teatralità delle esibizioni e diverte perché tutti i protagonisti riescono a trasmettere soprattutto il vero piacere con cui affrontano la musica.

  • Il Tiro

    Il Tiro

    Avevo dodici anni nel lontano e burrascoso autunno del 1943 quando, per i tristi eventi bellici e la mancanza di mano d’opera (tutti gli uomini erano in guerra), mio padre fu costretto a chiamami per aiutarlo ad arare i campi con il “tiro”.

    Il “tiro” (cosi venivano chiamati i bovini destinati al duro lavoro dell’aratura) era composto da una decina di capi col giogo, i quattro buoi grossi vicino aratro, le rimanenti coppie erano formate da mucche pugliesi.

    Quell’anno avevo superato brillantemente la prima media ad Ostiglia e a scuola avevo imparato a memoria la celebre poesia “Il bove” di G. Carducci, che si apre con questi versi: “T’amo, pio bove, dalla pacata faccia e mite un sentimento di vigore e pace al cor m’infondi”.

    Accertai la verità espressa dal poeta, constatando la mansuetudine dei quattro grossi buoi vicino all’aratro e con quanta pazienza questi precedevano il solco. “Guai” dicevo dentro di me “se fossero consapevoli della loro forza, chi riuscirebbe a far fare loro tanta fatica?”

    Eccellenti per bravura anche le mucche pugliesi, protese pure loro, in armonia con i buoi, nello sforzo dell’aratura.

    Se era fatica per gli animali, non di meno lo era per gli uomini; io ero ai manici dell’aratro, mio padre invece faceva il paratore fischiettando e cantando, facendo andare avanti gli animali a cadenza, tanto che sembravano marciare a tempo di musica.

    Ogni capo bovino aveva il proprio nome, col quale veniva richiamato quando nel “tiro” perdeva il passo. Solo quando il bovino non lo recuperava veniva sollecitato con la frusta. Mai data una frustata inutilmente! C’era tutta l’armonia necessaria fra paratore ed animali per la buona riuscita del lavoro.

    L’aratura quindi era sì fatica massacrante per uomini ed animali, ma per il suo cadenzato ed armonioso svolgimento sembrava anche un rituale di tipo artistico.

    Se il bue è mite e paziente, il cavallo è tutto il contrario: è veloce e scattante e più sollecito nel rispondere ai richiami. L’uomo, fin dagli albori della sua presenza sulla terra, se ne è sempre servito in tutte le occasioni: nei trasporti, nel lavoro ed anche nelle guerre.

    Quando in classe la professoressa ci spiegava l’intelligenza della “Cavallina Storna” che di notte da sola portò a casa col calesse il padre morto del poeta Giovanni Pascoli, fummo tutti commossi anche se qualcuno, non conoscendo i cavalli, dubitava che una cavalla fosse riuscita a trovare la strada e per giunta anche di notte.

    Ho assicurato i miei compagni che questo poteva essere vero poiché, quando con il calesse facevo qualche viaggio con mio padre, mi accorgevo che il cavallo conosceva la strada non solo di giorno ma anche di notte. E’ noto quanto sia sempre stata duttile la capacità del cavallo, anche nella fattoria, a districarsi in molteplici attività.

    A magnificare la nobiltà del cavallo, emblema del successo e del trionfo, ci sono le testimonianze dei tanti monumenti eretti in tutte le città del mondo, raffiguranti personaggi storici immortalati su un cavallo. Tra tutti da ricordare quello dedicato a Garibaldi nella piazza omonima di Rovigo.

    Tutt’altro destino è quello toccato all’asino, animale docile, umile e paziente, ma trattato male da una letteratura che lo fa apparire insensibile, lento ed ignorante. Epiteti di spregio sono ancora in voga nei nostri paesi, nonostante gli asini siano praticamente scomparsi, cosicché, quando si vuole offendere qualcuno si è soliti dire: “Sei un asino!”, oppure “Sei ignorante e duro come un asino!” e così via. Del resto, fin dai tempi antichi, scrittori, poeti ed artisti nelle loro opere hanno sempre descritto l’asino come inferiore a tutti gli animali.

    A questo proposito mi ricordo in seconda media una favola di Fedro, che avevo tradotto dal latino all’italiano, ove il poeta narrava che il leone, re della foresta, trovandosi moribondo ed immobile aspettando la sua ultima ora, veniva preso di mira da tutti gli animali del bosco che andavano a vendicarsi degli oltraggi subiti. Andò il cavallo e gli diede due calci, il montone due cornate e tutti gli altri che avevano subito angherie e soprusi lo oltraggiavano. Per ultimo, timidamente, osò avvicinarsi anche l’asino che gli diede i suoi due calci. Allora il leone, moribondo ed immobile, alzando gli occhi e guardandolo in modo sprezzante, gli disse: “Ho sopportato con rassegnazione e pazienza tutte queste vendette umilianti, ma non riesco a sopportare la tua. Proprio tu, che sei il disonore della natura, osi tanto!”

    A riabilitare la figura dell’asino, animale umile e docile, ci pensa però il Vangelo, libro dell’esaltazione degli umili e degli ultimi. Ed ecco l’asino assieme al bue nella capanna di Betlemme per riscaldare con il proprio fiato il piccolo Gesù appena nato. L’asino trasporta poi Gesù e Maria nella fuga in Egitto per sfuggire al re Erode. Ed ancora Gesù, per entrare trionfalmente in Gerusalemme, accolto dalla folla osannante tra palme e ramoscelli di ulivo, si serve dell’asino.

    Il bue, il cavallo e l’asino sono sempre stati compagni di fatica e di trasporto dell’uomo; ma gli animali dai quali otteneva sostentamento, alimentazione e guadagno erano le mucche da latte, gli ovini ed il pollame.

    La più importante di tutti gli animali domestici è sempre stata la mucca da latte. In passato chi possedeva anche un solo capo era considerato un benestante poiché, con la miseria del tempo, avere il latte quotidiano per l’alimentazione significava non soffrire la fame. Gli agricoltori che possedevano più mucche da latte erano facoltosi poiché questo significava più latte, più vitelli, quindi un reddito superiore. Erano famose nei nostri paesi le imponenti stalle con i fienili ad archi, fabbricati che ormai sono quasi tutti scomparsi.

    Le mucche da latte erano anche una risorsa quando d’inverno la gente si radunava nelle stalle per ripararsi dal freddo e fare “filò”; quel caldo, quasi unico, era indispensabile non essendoci altra fonte di calore al di fuori del focolare domestico.

    La mucca da latte con la sua maternità porta a considerare tutto il mistero della maternità umana. Non di rado, durante i filò, avvenivano nascite felici, ma qualche volta anche sconfortati. Quanta analogia tra un parto infelice di una mucca che partorisce un vitellino morto e non sa darsi pace non vedendolo e continuando a chiamarlo col suo lamentoso muggito, e la sofferenza delle madri che perdono i propri figli! In quell’occasione nella stalla c’era tanta tristezza, ed alle mamme sfortunate si riempivano gli occhi di lacrime, mentre erano solite ripetere “Solo una madre sa cosa significa la morte di un figlio!”.

    Un tempo la vita in campagna accendeva emozioni che oggi non si ripetono più, ma che è giusto ricordare perché connaturate ad una civiltà radicatasi nel corso dei secoli e che poi è stata quasi improvvisamente soppiantata dal rapido progresso tecnologico. Così, nel giro di poche decine di anni, si sono imposti nuovi stili di vita sempre più frenetici, che spesso, purtroppo, inducono i giovani a trascurare i valori primari.

  • Il Trattato di Melara

    Il Trattato di Melara

    Quest’anno ricorre il 250° anno della firma del “Trattato di Melara” messo a punto il 3 maggio e sottoscritto nel giugno del 1757 dai rappresentanti dello Stato della Chiesa di papa Benedetto XIV¹ e dell’Impero della regnante Maria Teresa d’Asburgo (1717-1780)². Nell’“ancien regime” la regolamentazione era una prassi molto usata da tutti i governanti, ma specialmente dal casato austriaco interessato a definire per bene quali erano i propri domini italiani. Erano tempi di grandi riforme interne, essenziali a difendere la struttura dell’Impero contro quei pericoli di disgregazione, insiti nella coesistenza di popoli così diversi sotto il dominio asburgico.

    Quello di Melara si collocò tra il trattato fra l’Impero e la Serenissima per definire i confini di Mantova e Verona (luglio 1752)³, e quello fra l’Impero e la Serenissima del 1764, sulla regolamentazione del fiume Tartaro, allora molto utilizzato come via di navigazione e centro di numerosi traffici⁴.

    Proprio la necessità di capire bene sin dove si poteva “comandare” fece sì che si stipulassero questi trattati che come si suole dire “tagliavano la testa al toro” sulle questioni in sospeso, relativamente alle frequenti violazioni sugli abusi perpetrati, ora da una, ora dall’altra parte. Inoltre il Canalbianco (allora chiamato semplicemente Tartaro), sfociava nelle Grandi Valli Veronesi che erano rinomate postazioni di rifugiati e ricercati dalla giustizia.

    Il trattato in esame, fu eccezionale per importanza, anche se, ad esser sinceri, oggi i melaresi del famoso documento sono completamente all’oscuro. Ben pochi conoscono, infatti, che fu firmato nella rocca presso il Po, dal delegato della Santa Sede, e da quello dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria.

    Il trattato andava a dirimere e regolamentare le problematiche legate ai confini fra i due importanti Stati del tempo, ma non solo. Il documento venne poi dato alle stampe in ben 93 pagine con i riferimenti alle mappe che in origine dovevano essere allegate (in Mantova presso Giuseppe Ferrari eredi Pazzoni) col lunghissimo titolo: “Trattato fra la Santa Sede e sua maestà l’Imperatrice regina sopra lo stabilimento de’ limiti, ed altre controversie private miste vertenti fra il mantovano da una parte ed il ferrarese dall’altra parte”, ma universalmente conosciuto come “Trattato di Melara” ed è raro trovarlo presso privati.

    In esso, si fa riferimento a: confine di acqua (cinque paragrafi), confine di terra (6), scorrimento delle acque (9), regole per le corse delle barche corriere e da colli da e per Ferrara e Mantova (le antesignane delle poste, 8). Riportati poi gli atti precedenti che regolamentavano le questioni e che risalivano agli anni 1527, 1548, 1551, 1611, 1652, 1688 ed infine quella controversa del settembre 1752.

    Quest’ultima infatti che aveva visto poi nascere una stampa nel maggio 1753 non aveva contemplato tutto il territorio, lasciando fuori la località “Boschetto” e già si assisteva a sconfinamenti da una parte e dall’altra.

    Cosa dice in effetti il Trattato melarese?

    Ribadisce che il ducato di Mantova e l’imperatrice quindi, ha il suo confine sino a lambire le sponde ferraresi, cioè melaresi e non il centro del fiume Po, pertanto ciò che cresce sulle sponde non appartiene a Mantova.

    Si proibisce di tenere i mulini, allora numerosi ed attraccati sulla riva, lontani dalla riva ferrarese e specie dai froldi (dove la corrente è più forte ed è scoperto l’argine), oppure vicini ma ad almeno a 50 pertiche, ed a burga, cioè ancorati con un grosso cesto riempito di sassi.

    Si proibisce di fare arellate, cioè distese di arelle in canna per prendere il pesce ed impedire lo scorrere del fiume. Vietato fare le stoppe, cioè impedire per motivi contingenti lo scorrere del fiume, uno stratagemma usato dalle risaie che fra Ostiglia e Melara in pieno Cinquecento erano fonte di grandi guadagni e di diatribe appunto per questi rilasci o trattenute di acque.

    Dopo questo Trattato tutte le questioni in giudicato e pendenti nei tribunali saranno sospese. Si prevede di piantare dei “termini” ovvero dei cippi di confine in sasso vivo riportati in sei mappe, da visionare ogni tre anni da ambo le parti per evitare manomissioni di qualunque sorta.

    Altro aspetto importante è rappresentato dal servizio postale, cui gli Stati davano molto rilievo: nessuno doveva prevaricare l’altro in quanto a giorni e numero di viaggi. Così si stabilisce che le corse dei corrieri e dei colli dovevano alternarsi in questo modo: da Mantova per Ferrara i “paroni” delle barche partono il giovedì alle ore 12 e ritornano il venerdì alle 12. Da Ferrara invece partono per Mantova la domenica alle ore 12 e ripartono il martedì sempre alle 12. Le consegne, notate bene, sono gratis (art.3, p.13). Per i colli, invece, la barca da Mantova parte il martedì mattina e riparte da Ferrara il martedì della settimana successiva, permettendo il carico e scarico con la dovuta calma. Quella ferrarese dal capoluogo estense parte lo stesso giorno, cioè martedì, nel quale la barca parte da Mantova, praticamente incrociandosi lungo il tragitto.

    Alla stipula della firma ufficiale nella rocca melarese era presente il Governatore pro-tempore, Giovanni Mercanti, che vide apporre le firme dal cardinal Banchieri, legato di Ferrara e dal conte Cristiani, vice-governatore di Mantova, ministro pluripotenziario dell’Imperatrice e pure generale sovrintendente delle poste in Italia. Le misurazioni furono fatte e relazionate da Antonio Maria Azzolini e da Giovanni Giacomelli a fine novembre 1753.

    Affinché tali confini fra i due stati fossero ben visibili ed inamovibili nel tempo, furono previsti 35 grandi cippi in marmo che ne segnalavano la presenza distribuiti dal confine occidentale di Melara sino all’estremo sud mantovano di Sermide. Su una facciata era riportato scolpito lo stemma dello Stato della Chiesa e sull’altra quello dell’Impero. Di questi “testimoni” 12 usati erano preesistenti, 14 totalmente nuovi e 9 ricostruiti dalle fondamenta di quegli vecchi. Erano alti braccia 1 once 3,5 e larghi once 10 ed 1/3, misura di Mantova.

    Questi preziosi cimeli scomparvero nella maggior parte avendo anche perduto la loro importanza già nel 1796 con l’avvento di Napoleone. Ancora a Melara nell’anno 1924 il Magro ne segnala esistenti solo 7 e senza insegne, tolte dalle truppe francesi o successive⁵. A Melara oggi se ne sono perse le tracce, mentre Sermide ne conserva ancora due ai lati della torre civica.

    Queste demarcazioni così care all’Austria avranno vita abbastanza breve. Come confine di due Stati e di due province Mantova e Ferrara restarono in vigore solo 40 anni, mentre durarono altri vent’anni come confine fra le due nuove diocesi: quella di Adria nella quale fu inserita Melara e quella di Mantova in cui fu compresa Ostiglia⁶. Forse non sarebbe male in futuro ricordare questi fatti con qualche iniziativa culturale.

  • Gli ultimi giorni di Garibaldi

    Gli ultimi giorni di Garibaldi

    Il duecentesimo anniversario della nascita dell’“eroe dei due mondi” ha riacceso l’interesse sulla figura del grande condottiero e sulle sue audaci imprese.

    Ma come furono i suoi ultimi giorni? Sappiamo che il Generale scelse il placido isolamento di Caprera come rifugio nelle pause tra i vari momenti di azione e come sereno soggiorno per ultimi anni di vita. E a Caprera diede l’ultimo respiro dopo una malattia che l’aveva profondamente debilitato.

    Ce ne parla Jessie White in un lungo articolo scritto a Milano il 7 Giugno 1882, cinque giorni dopo la morte del Generale, redatto per il settimanale statunitense The Nation, con il quale la giornalista collaborò per 40 anni, fino a qualche giorno prima di morire. L’articolo, scritto in inglese, è stato tradotto in italiano con altri 50, riproposti nel volume La “Nuova Italia” nelle corrispondenze americane di Jessie White Mario (1866-1906), a cura di Ivo Biagianti, edito dal Centro Editoriale Toscano nel 1999.

    Nella sua corrispondenza la White non si limita in realtà a parlare degli “Ultimi giorni del liberatore italiano”, come dice il titolo, ma fornisce ai lettori americani dell’epoca (e a chi oggi legge lo scritto riprodotto in queste pagine con il gentile consenso del curatore dell’opera citata, il prof. Ivo Biagianti che ringraziamo) molte altre informazioni, partendo dalla cronaca degli eventi che si produssero subito dopo la morte, impedendo di dar corso alle disposizioni del Generale, il quale per il suo corpo aveva previsto la cremazione.

    Riproponiamo dunque il lungo articolo di Jessie White dividendolo, per comodità di lettura, in vari paragrafi.

    Gli ultimi giorni del Liberatore Italiano

    Milano 7 Giugno 1882

    Mentre il cablogramma vi (intendi: a voi lettori americani n.d.r.) avrà già portato la notizia funesta, io invece mi ero proposta di inviarvi una corrispondenza quando fossero terminate le ultime cerimonie dolorose, ma a causa di vari ostacoli esse non sono ancora espletate, e sicuramente oggi non c’è nessuna possibilità di completarle.

    Le disposizioni di Garibaldi

    Eppure le disposizioni di Garibaldi erano molto chiare. Il 27 settembre 1877 aveva scritto al dottor Grandina incaricandolo di adempiere alle operazioni di cremazione, poiché aveva deciso di far cremare il suo corpo. La pira funeraria doveva essere eretta a 300 passi sulla sinistra della casa bianca, a Nord, diretta verso il mare; qui dovevano essere accatastate l’acacia, il mirto, il cisto ed altre fascine aromatiche; in cima doveva essere posto il lettino di ferro che gli era servito da letto e da carrozza, e infine, su una bara aperta, il suo corpo vestito con la camicia rossa; le ceneri sarebbero state raccolte e chiuse in un’urna, da sistemarsi in una nicchia nel muro dietro le tombe delle sue due figlie: Anita, una bella ragazza di diciassette anni, figlia di una donna che amò a Nizza e Rosa una bambina (natagli dopo Clelia), che morì a diciotto mesi durante la campagna di Francia e, poiché il prete della parrocchia della Maddalena le aveva negato i riti funebri, la madre l’aveva seppellita nell’isola; Garibaldi al ritorno, fu così contento dell’idea che decise subito di essere sepolto là anche lui.

    In una lettera alla moglie attuale, scritta nel 1881, le ordinò espressamente di cremare il suo corpo, come indicato, prima di annunciare a tutti la sua morte: un ordine molto preciso, accompagnato dalla promessa che avrebbe fatto lo stesso per lei se lo avesse preceduto nella tomba.

    Gli ostacoli alla cremazione

    Garibaldi avrebbe mantenuto di certo la sua promessa, né nessun governo avrebbe osato ostacolarlo; ma la povera vedova, con due bambini piccoli, sola sull’isola, non poteva assumersi tale responsabilità. Doveva aspettare il figlio Menotti, chiamato non appena ci fu pericolo per la vita di Garibaldi, e anche lui arrivò troppo tardi. Allora Menotti decise di aspettare suo fratello e sua sorella: Ricciotti da Roma e Teresita e suo marito Canzio da Genova.

    Nel frattempo la notizia si era diffusa, e il prefetto di Sassari, rappresentante del governo nell’isola di Sardegna, intervenne dicendo che non poteva permettere nessuna cremazione senza ordini da Roma. Menotti lo avvisò in modo chiaro che, a costo della vita, avrebbe fatto eseguire l’ordine di suo padre; e nel frattempo da tutta Italia, visto che la notizia si diffuse con velocità fulminea, giunse un lamento di dolore. Poi la supplica appassionata: “Imbalsamiamolo! Fateci vedere ancora una volta il suo volto o lasciateci almeno le sue spoglie mortali per il Pantheon o il Campidoglio”.

    Menotti oppose un netto rifiuto, anche se con dolore, promettendo comunque di fare imbalsamare il corpo così da poter rinviare la cerimonia della cremazione fino a che i rappresentanti del re, dei due rami del parlamento e di ogni comune d’Italia fossero in grado di raggiungere l’isola insieme ai rappresentanti della stampa e ad altre migliaia di cittadini. Ma quando si tentò di imbalsamarlo era troppo tardi e troppo tardi anche per l’erezione della semplice pira funeraria come la desiderava Garibaldi.

    Fu chiaro che, poiché un passo simile era decisamente illegale, il governo non poteva sanzionarlo con la sua presenza; così il dottor Pini, che sovrintende al crematorio di Milano, costruito secondo il metodo Gorini, la scorsa notte controllò, insieme al deputato Crispi, che tutto fosse pronto e in ordine.

    Una bara speciale di ferro è stata inviata da Sassari, ma mentre scrivo giunge un telegramma dalla famiglia: “Venerdì è il giorno più vicino che si può fissare per il funerale”. Se questo stato di cose accresce il dolore di tutti, quale deve essere il dolore della famiglia, che deve assistere giorno dopo giorno, ora dopo ora “alla decomposizione che deturpa le dita” e che cancella in modo graduale quella calma marmorea e quel sorriso luminoso e serafico che si diffuse sul viso non appena finì l’agonia della morte?

    Gli anni del declino

    È stato davvero terribile assistere a tutto questo, terribile e inaspettato. Dopo il 1876, quando rivedemmo Garibaldi per la prima volta dopo aver lasciato Roma in discreta salute, potendo ancora usare i suoi arti liberamente, eccetto quando attacchi periodici lo stremavano, rimanemmo turbati del terribile cambiamento. Tuttavia egli sopportò con coraggio l’emozione per la cerimonia commemorativa a Milano dei martiri di Mentana; poi, quando temevamo il peggio, dopo essere approdato a Napoli, ci sembrò prendesse una rinnovata fiducia nella vita ed effettuò la meravigliosa impresa del viaggio per terra da Napoli a Reggio; attraversò il Faro, poi ancora per terra da Messina a Palermo. Sebbene fosse letteralmente solo l’ombra di se stesso, la mente era così lucida, il sorriso così radioso, l’interesse per i suoi picciotti così forte che si finì per credere, assieme ai napoletani, che non potesse mai morire.

    Comunque, un attacco piuttosto acuto a Palermo lo avvertì che, se avesse voluto esalare l’ultimo respiro nel suo amato eremo, doveva ritornarvi immediatamente e fece il viaggio sull’Esploratore, la stessa fregata del governo sulla quale aveva viaggiato con tutte le precauzioni da Caprera a Napoli senza alcuna sofferenza. Furono solo troppo orgogliosi, e venne rinnovata la prodezza di assicurargli un viaggio indolore da Palermo a Caprera. Una volta sull’isola sembrò rivivere, tanto che verso la fine di maggio i dottori Albanese e Sirletti lasciarono Caprera, raccomandando alla famiglia di impedirgli di affaticarsi o di agitarsi nel ricevere gente.

    Gli ultimi giorni a Caprera

    Condusse una vita regolare, alzandosi presto e, quando il tempo lo permetteva, scendendo al mare con la sua piccola carrozzina, sempre accompagnato dal suo caro Manlio. Nonostante la sua età e le sue infermità (la malattia conosciuta come artrite deformante aveva attaccato le sue povere mani e paralizzato completamente gli arti inferiori), nonostante una grave crisi bronchiale, la sua voce era ancora vibrante e sonora. Chiamava i contadini dai campi vicini, impartiva loro ordini, chiedeva notizie delle loro famiglie senza mai mostrarsi stanco. Alle undici tornava a casa a mangiare, prediligendo un piatto particolare che è la specialità preferita dei napoletani: una torta fatta di farina con cipolle e pomodori, chiamata “pizza”; poi se aveva ancora fame chiedeva un grosso pezzo di carne, lo faceva gettare sul fuoco e mangiava la parte rosolata dopo averla tagliata, faceva rosolare di nuovo il pezzo, e così via fino a che non fosse finito.

    Al dottore che mi fornisce questi dettagli, e che manifestava una certa curiosità mescolata a disgusto per questa cucina preadamitica, Garibaldi rispose: “Ora lo mangio per scelta, mentre durante il mio lungo viaggio in Sud America, dove non avevo né cuochi né tegami, lo mangiavo per forza ed ero ben felice di imbattermi in un bufalo selvaggio per tener lontana la fame”.

    A volte passava il resto della giornata in una camera spaziosa, dove si trovava una finestra, costruita appositamente, da dove poteva vedere il mare e la Maddalena; altre volte si faceva trasportare in giro per l’isola.

    Il 24 maggio il dottore, rimasto a casa insieme a Manlio, che era indisposto, vide che il Generale, rientrato più tardi del solito, sembrava molto triste e stanco. Poi venne a sapere che era stato a visitare le tombe di Anita e di Rosa, dove egli stesso aveva deciso di essere sepolto. Sfortunatamente non c’erano segnali che il freddo preso durante quel pellegrinaggio avesse chiuso i tubi bronchiali, ma era così; la difficoltà a respirare e poi ad inghiottire divenne eccessiva; e proprio il giorno in cui le lettere che informavano che Garibaldi stava meglio raggiunsero Canzio a Genova e Menotti a Roma, arrivarono i telegrammi che li sollecitavano ad affrettarsi se volevano vedere loro padre ancora vivo.

    Da quel momento una paralisi lo colpì alla faringe e non poté inghiottire neppure una goccia d’acqua. Manlio, il suo “beniamino”, era anche lui malato e aspettava pazientemente, ma con sempre maggiore apprensione l’arrivo di Albanese, il medico di fiducia di Garibaldi.

    “Si vede il piroscafo?” furono quasi le sue ultime parole; l’ultima fu “Manlio”, il nome della persona prediletta nella sua vecchiaia.

    Alle sei il medico che lo assisteva, ufficiale di bordo del Cariddi, il piroscafo del governo, dichiarò scomparso ogni segno di vita, ma si trattava di una sincope e l’agonia della morte durò ancora tre ore.

    A cinque alle nove di venerdì 2 giugno il grande difensore degli oppressi se ne andò per sempre.

    Dopo la morte

    Ci fu detto che nei primissimi istanti il volto fosse orribile da vedere, come lo sono sempre i volti di coloro che muoiono per soffocamento. Poi, quando la vita ebbe allentato la sua stretta, si placò serenamente e un alone di calma intensa ricompose il viso. Ai marinai del Cariddi fu permesso di occuparsi dell’amato corpo, di vestirlo con la camicia rossa e il poncho e di adagiarlo sul letto dove ancora giace: “una maschera di marmo”, scrive il nostro corrispondente, “di quello che fu ieri Garibaldi”. Solo a pochissimi è stato permesso di entrare nella sala illuminata. Il povero Sgarallino, uno degli ufficiali prediletti di Garibaldi, ferito al Volturno nel 1860, che aveva trascorso moltissimo tempo a Caprera, e che aveva aiutato il Generale a scavare, con martello e scalpello, una vecchia macina che doveva servire da base per la pira funeraria, svenne dopo aver oltrepassata la soglia.

    Questo dolore è solo una parte di quello sentito universalmente. Non avrei mai potuto immaginare le scene a cui ho assistito. Sembra come se il polso delle nazione abbia cessato di battere. Tutte le scuole statali e comunali sono chiuse e anche se alcune scuole private clericali avevano tentato di fare lezione come al solito, e i genitori avevano mandato a scuola i loro figli, avvenne una vera e propria ribellione: i giovani si rifiutarono di continuare le solite occupazioni, con Garibaldi morto.

    Ho assistito al lutto nazionale per Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele: sincero in tutti i casi, e per Mazzini il dolore fu per molti appassionato e profondo; ma ora sembra come se ciascuno avesse perso la persona più vicina e più cara. Qui a Milano non è esagerazione dire che domenica, quando tutte le associazioni formarono una processione con le bandiere in testa, tutta Milano le accompagnò al cimitero mentre portavano il busto di Garibaldi. E quando, per timore di essere chiusi fuori dai cancelli, poiché si poteva ammettere solo i membri delle associazioni, avvennero disordini, e peggio ci furono delle minacce, bastò che il colonnello Bruzzesi, uno dei veterani di Garibaldi, dicesse: “Per amore di Garibaldi, state calmi!” Subito sulla folla cadde un silenzio che non fu interrotto fino alla fine della cerimonia.

    Ma non finirei mai se dovessi raccontare tutte le manifestazioni di questo grande dolore in tutto il paese. Si sa che il parlamento stanziò subito 60.000 lire di pensione annuale, cioè 10.000 lire per ciascuno dei cinque figli: Menotti, Ricciotti, Teresita, Clelia e Manlio, e 10.000 lire per la vedova; questo perché la pensione di Garibaldi di 50.000 lire l’anno cessò con la sua morte. In ogni città e paese sono già raccolte somme enormi per un monumento a Garibaldi, in modo che ciascun uomo, donna e bambino possa vederlo accanto al proprio campanile. Il dolore del re fu sincero, la sua lettera a Menotti molto riconoscente:

    “Da ragazzo mio padre mi insegnò ad onorare in Garibaldi le virtù del cittadino e del soldato. Testimone delle sue imprese gloriose allora crebbe in me un affetto profondo misto alla gratitudine e all’ ammirazione più profonda. Tutto questo raddoppia in me il peso della sua perdita irreparabile. Mi associo al dolore supremo del popolo italiano e della famiglia, e vi chiedo di essere interprete delle mie condoglianze e della mia partecipazione al dolore della nazione intera”.

    La condotta di tutta la Francia, e in modo particolare del parlamento, ha versato un balsamo nelle ferite recenti inflitte all’Italia dallo sciovinismo francese, ma -lo credereste?- il console francese residente a Milano rifiutò di esporre il tricolore nazionale qui, dove ogni altra nazione ha esposto la sua bandiera listata a lutto. Gli operai, già esasperati dal maltrattamento dei loro compagni da parte dei francesi, stavano per attaccare la sede del consolato, e furono trattenuti con difficoltà dai loro capi, tutti vecchi garibaldini. Questi concessero al console ventiquattr’ore per giustificarsi o per scusarsi; poi, visto che rimaneva ancora in silenzio, gli inviarono una lettera dignitosa ma risentita che non gli riconosceva la condizione di rappresentante francese e una copia della lettera è stata inviata a Mancini, ministro degli affari esteri.

    Una lettera di Garibaldi

    Concludo inviandovi ciò che potreste aver dimenticato: una lettera splendida scritta da Garibaldi agli amici negli Stati Uniti, quando era in discussione tra l’Inghilterra e l’America la questione dell’Alabama:

    “Maggio 1865

    Amici miei, ho sempre ritenuto fin dal primo momento che il problema americano fosse uno di quelli che interessano il mondo intero, l’umanità tutta; e mi addolorò fino al profondo del cuore vedere che una parte del pubblico inglese era contraria al ripristino dell’unione della grande repubblica. Questa opposizione, come nessuno può ignorare, è il risultato dell’antico rancore che si annida ancora tra Inghilterra e America. Fu proprio una cosa triste perciò vedere andare in una direzione sbagliata il buon senso di quel popolo che è stato il primo ad affermare il principio dell’emancipazione degli schiavi. Ci si sarebbe aspettati che essi applaudissero in modo unanime agli americani del Nord, che la Provvidenza ha scelto come esecutori di questa idea sublime, ma vorrei proprio sperare che questi signori dell’ oceano si riappacificassero e raggiungessero un accordo nell’interesse dell’umanità oppressa. Essi, figli della stessa madre, devono comprendere che la loro nobile razza oggi forma il baluardo dei diritti delle nazioni e che i dissensi sono seminati appositamente tra di loro dai detentori del dispotismo. I despoti li temono, sapendo che finché essi rimarranno nei termini dell’ amicizia, sarà impossibile per loro mettere in atto i propri progetti, sempre fatali per la libertà.

    Sempre vostro, G. GARIBALDI, Caprera”.

    La salma al Gianicolo

    P.S. Proprio mentre stavo per spedire la mia corrispondenza ricevo il seguente telegramma da Caprera: “Il corpo di Garibaldi non sarà bruciato, ma i resti saranno trasportati al Gianicolo”. I vostri lettori ricorderanno che la chiesa di San Pietro in Montorio, in cima al Gianicolo, fu il centro delle operazioni militari di Garibaldi durante l’assedio di Roma nel 1849. Il campanile fu distrutto dalle bombe francesi. Proprio sotto di esso sono sepolte le spoglie di Ciceruacchio e di altre vittime colpite a morte dagli austriaci, che catturarono i tredici pescherecci sui quali Garibaldi sperava di raggiungere Venezia dopo la sua fuga da Roma, dicendo: “Venezia è lasciata ancora morire”.

    Fu allora che Anita, madre dei suoi figli, moglie fedele, balia, soldato, amica, morì tra le sue braccia. La soldatesca austriaca impiccò e squartò il contadino che l’ aveva ospitata in punto di morte. Da lì, dopo aver sepolto il corpo in una buca scavata da Garibaldi stesso e da un certo Leggero, fuggì a Chiavari, fu imprigionato e si rifugiò a Tunisi. Espulso, e rifiutata la protezione di Gibilterra, accettò asilo accogliente a New York, e si guadagnò da vivere con un fornitore di sego a Staten Island. Nel 1859 ritornò per combattere contro gli austriaci.

    J. W.

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