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NARRATIVA

Le strabilianti macchine del Cavalier Oliva

Racconto verità di Renzo Zerbinati

di Renzo Zerbinati

Ventaglio Novanta n. 33 2006 pp. 129–132

E’ un sabato mattina. Mi fermo a guardare, incuriosito, due ragazzi del Comune che, con quelle macchine infernali che sono i decespugliatori, rasano il prato nella piazzetta Mazzini del mio paese e, quasi per incanto, il profumo dell’erba appena tagliata mi riporta un sorriso.

Come oggi, anche allora ad Occhiobello era giorno di mercato, proprio di sabato. Io bambino ero ‘in parenti’ -come si diceva un tempo- dalla nonna Teresa ed ero venuto in piazza a piedi per comprare qualche ortaggio da trapianto.

L’aria odorosa della primavera aveva portato un capannello di gente proprio in questa piazzetta, dove molti si erano accalcati ad una specie di furgone, del tutto identico a quello de “I fatti vostri” della TV.

La voce concitata che catturava l’attenzione del pubblico veniva da un banditore che doveva essere sistemato su di un palchetto e, agitando, braccia e persona, sporgeva da una sorta di balaustra di legno, di quelle che si vedono ancora nelle piazze, quando ci sono i comizi. Accanto c’era un tavolino verde con la mercanzia in bella mostra: Tanti mazzetti di misteriose cannucce colorate…

Era un signorotto di mezz’età, bassotto e tondetto; il cappello dalla tesa larga lo portava molto all’indietro, tra folti capelli bianchi e lunghi, lasciando scoperta una fronte ampia che, di tanto in tanto, nella foga del dire, asciugava con un grande fazzoletto a righe.

Dell’abito ricordo un solo particolare: un fazzolettino ricamato, che pareva essere fiorito nel taschino della giacca (in dialetto locale ferrarese si poteva dire ‘a mò ad radéc), gli cadeva spiovente come una decorazione, ostentando eleganza e dignità.. . Curioso era il gilè giallo a scacchi che gli arrotondava la pancia con una catena simil-oro, alla fine della quale, conosciuto poi il personaggio, poteva ben esserci la scatoletta metallica verde e gialla delle ‘Pasticche del Re Sole’…

Il parlare concitato era in italiano corretto, intervallato solo a tratti da intercalari dialettali o da proverbi e modi di dire ai quali, per il maggior pathos, si mescolavano storie, aneddoti e giuramenti solenni, sul buon funzionamento degli oggetti proposti a quel gentile pubblico.

“Queste macchine, diceva (e di biro si trattava), scrivono di tutto, in tutte le lingue, piccola pausa, tutti i numeri del mondo…, chilometri e chilometri senza fermarsi, in modo indelebile e, fatto mirabile, scrivono finanche (parola questa mai sentita prima) “sul muro”, “sott’acqua”, “nell’olio”…

Ed ognuno degli astanti, augurandosi di avere abbastanza soldi in tasca per accaparrarsi almeno una di quelle “macchine” per scrivere, già godeva in cuor suo di strabiliare gli amici scrivendo ‘finanche’ “per terra”… La gente veniva entusiasmata prima da tante parole, confidenze, grandi sorrisi ed approvazione da parte di molti, che ciò era cosa buona… Poi, cominciava la vendita ad esaurimento della merce, smontaggio veloce del palco, movimentati saluti e via! col furgone su qualche altra piazza, pur lontana, a proporre, e quel che più conta, un altro prodotto!

Qualcuno, poco tempo fa, definendo un esponente politico di rilievo disse nel nostro dialetto: L’è propia un zingan, anzi un stròlic!” e questa mi pare la definizione più calzante al nostro banditore, noto in tutti i paesi rivieraschi, ma arcinoto a tutti i Comandi CC. della zona come: “il Cavalier Oliva”!!!

Lo rividi anni dopo ad una fiera, quella di Fiesso forse. Io ero più grande, conoscevo solo un po’ di più il valore dei soldi, facevo la I^ media… Lui, con identica voce, solito capannello, stesso look, diverso furgone. La proposta stavolta erano orologi: grosse ‘cipolle’ da tasca, robuste macchine, con cinturino da polso per uomo, eleganti e più piccoli da signora… Le parole qui erano molto più curate; il Boom si stava velocemente avvicinando e con esso, anche lo smaliziarsi della gente.

“… Precisi, puntuali, segneranno il vostro tempo felice -diceva gesticolando e aggiungeva un pizzico di saggezza -guardare l’ora, significa avere più tempo. E ancora: belli da vedere, fatti per durare, non si rompono e, se anche si fermassero…(e via sulla fronte il fazzolettone accompagnato da un ghigno piuttosto che da un sorriso), se anche si fermassero -pausa di riflessione- vi assicuro che almeno due volte al giorno ‘spaccano il minuto’ !” E mentre prendeva fiato qualcuno annuiva compiaciuto.

Al mio ritorno a casa quella volta, ebbi un bel da fare a rassicurare i miei genitori che alla fiera non avevo buttato soldi, ma mai ebbi il coraggio di confessare che la mia manina non era arrivata in tempo per catturare ciò che altre mani adulte avevano strappato…(da sempre i grossi orologi da tasca hanno accalappiato la mia attenzione), e quella volta mi era toccato consolarmi con la piccola pistola ad acqua color giallo-zolfo e trasparente e, per forza, avevo risparmiato il resto delle mance!…

Al lampo di questi ricordi segue, rapido come il tuono, il ritorno al presente. Un conoscente mi si avvicina borbottando qualcosa che non capisco, poi aggiunge forte: “Belle queste macchine, eh!”. Io sorrido, non ai decespugliatori, ma alle biro, agli orologi, alle brillantine profumate ed agli unguenti portentosi, con i quali il Cavalier Oliva aveva elargito a piene mani illusioni di felicità e che adesso ritrovo proprio qui, ben nascoste tra le radici dell’erba di questa piazzetta.

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Come citare questo articolo

Renzo Zerbinati. “Le strabilianti macchine del Cavalier Oliva”. Ventaglio Novanta, n. 33, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-strabilianti-macchine-del-cavalier-oliva/

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