Ai tempi della mia collaborazione col “Carlino”, interessandomi soprattutto di cronaca, “indossavo” la provincia come fosse un vestito, intrufolandomi nei bar per respirare la notizia: occhi aperti e orecchie spalancate… Vigeva, a quell’epoca, la bella abitudine del “dopo teatro”. Una specie di retropalco, soprattutto per noi della stampa, per cui si cenava con gli attori e c’era modo di intervistarli ed osservarli privi del trucco e degli abiti di scena.
Ho conosciuto i più importanti, e ho un vero dossier fotografico al loro fianco, ma quello che vi voglio narrare ora è l’incontro sui generis avvenuto a Badia Polesine con Raf Vallone. L’attore, ormai segnato dagli anni, conservava quel tipo di fascino che travalica la bellezza, impreziosito da una voce stupenda, rotonda, piena di forza e di velluto.
«Se domani mi vieni a prendere all’albergo, – mi disse con un tono confidenziale – pernotto qui, invece che a Rovigo come il resto della compagnia, perché amerei portarmi a casa un refolo di questa vita di provincia. Verrai?»
«Verrò.», risposi un po’ imbarazzata.
L’indomani, accompagnata dall’assessore alla cultura e da qualche altro “maggiorente” della nostra piccola città, mi presentai all’albergo.
Vallone scese subito, senza farci attendere. Se voleva conoscere il colore locale, non avrebbe potuto capitare meglio: il mercoledì a Badia c’è un gran mercato che invade tutta Piazza Marconi, gremito di bancarelle di ogni genere di merci, una piccola “medina” formato polesano.
Passeggiavamo in gruppo, ma all’improvviso, il coltissimo attore, mi prese sottobraccio, chiedendomi: «Ti piace Catullo?». E, senza attendere la mia risposta, si mise a declamare – con quella sua famosa voce al massimo livello di intonazione – i versi più scabrosi del grande poeta, in una sua elegante traduzione.
Ero al massimo del disagio. Raf tuonava eroticissime situazioni, passando in mezzo alle bancarelle di baccalà (guardato con grave sospetto da scandalizzate massaie) e fra i venditori di mutande e batterie da cucina, interdetti e piuttosto stralunati al suo strepitoso farsi largo tra la folla…
Dopo la strana passeggiata con il disinibito Raf Vallone, ecco riaffiorare alla memoria altri episodi legati alla stagione teatrale badiese.
«Potresti ospitare a cena Corrado Pani e la sua compagnia, la settimana prossima?» – questo il tenore della telefonata dell’allora sindaco della nostra piccola città.
Che sono curiosa non è un mistero e che ami l’arte, in tutte le sue forme nemmeno, quindi fui ben lieta di mettermi in cucina. Partecipò ai preparativi persino mia madre, standosene alla larga, però; preziosa “eminenza grigia”, confezionando per l’antipasto i suoi famosi mini calzoni salsiccia e mascarpone (bocconcini da re).
Preparai un consommè di verdure, come “entratura” e poi pasticcio di tagliatelle con ragù alla bolognese, il mio ottimo vitello tonnato, servito in corona di fette d’arancia e limone, sovrastate da olive alternate nere e verdi (sappiamo bene come l’occhio voglia la sua parte!), verdure miste e – per dessert – un budinone rosso all’alkermes che pareva avere figliato piccoli crème caramelle che gli sedevano, riverenti, intorno.
Bene, andiamo a teatro trepidanti, tavola già apparecchiata con gli sfilati siciliani e gli argenti di famiglia… Sciopero degli attori, per ragioni di non avvenuti pagamenti. Situazione molto tesa dunque. Alla fine, concitati e litigiosi vennero comunque, con sindaco ed assessore, alla mia tavola.
Grande malumore. Con piatti di portata e zuppiera era tutto un andare e tornare dalla cucina.
«Scusa, mangeremo dopo (quando?, pensavo io, che era già quasi mezzanotte!). Possiamo usare il tuo telefono?»
Non era ancor epoca di cellulari e non potei negare la cortesia. Fu così che i miei ospiti per un’ora e più chiamarono ovunque da New York a Timbuctù…con il controcanto in sottofondo di mio marito: «’Oi de cani de scroconi, i ne fa andare in malora la çena e i ne manda in rovina co’ tuto ’sto telefonare…
Finalmente raggiunsero la tavola, iniziarono a sbocconcellare e poi divorarono tutto con grande appetito, raccontando aneddoti, rifacendo il verso a colleghi, inscenando un teatro tutto per noi. L’unico impensierito continuò ad essere la mia “metà”, che guardava con residui di odio quella cornetta telefonica così tanto impugnata…
«Faresti un po’ di compagnia a Fulvio Tomizza, nostro ospite domani?»
Non avevo quasi fiato per rispondere al presidente della locale biblioteca. Fulvio Tomizza! Avevo letto quasi tutti i suoi romanzi (innamorata del suo «Materada») ed ero andata in “pellegrinaggio” a Trieste, per vedere il Caffè Tommaseo, dove lui solitamente si appartava a scrivere. In quella occasione, a dire il vero, avevo visto solo lo storico caffè in quanto tale, semideserto, con un cameriere d’“epoca” che – penso – non si fosse più schiodato di lì dal milleottocento e rotti…
Lo andai a prelevare all’albergo e mi parve subito di essere stata da sempre con lui. Parlammo con naturalezza del romanzo che era venuto a presentarci: «Gli sposi di Via Rossetti»; dei suoi romanzi precedenti; della sua vita di scrittore di “frontiera”; mangiammo quasi con simultaneità di gesti, un gran gelato; «e venne subito sera…». La serata della sua presentazione.
Lo rividi l’indomani. Poi cominciammo a corrispondere per lettera e a scambiarci qualche rara telefonata. La redazione mi affidava tutti i suoi nuovi romanzi da recensire.
L’amicizia si rinsaldava anche con Laura, l’intelligentissima moglie, e con mio marito e nostro figlio.
Se capitava nel Veneto, veniva a pranzo da noi, mangiava di gusto e beveva volentieri.
«Fulvio, gli disse un sera mio marito, perché hai sempre quell’aria malinconica?»
E lui: «Sarà la mia anima slava».
Istriano di nascita, e triestino d’adozione, certamente viveva un dualismo interiore fra le due terre. Pur essendo molto discreto, questo bellissimo uomo, non era un introverso; se entrava in clima di confidenza, sapeva aprirsi e, per esempio, dirmi: «Se pubblichi un nuovo romanzo – dopo l’uscita de “L’anima del gatto” – sarà mia cura presentartelo».
Avete presente Rosina de “Il Barbiere di Siviglia”, quando gorgheggia: «Un biglietto? Eccolo qua…! ». Fate conto che quella ero io, pronta ad estrarre, non dal petto, ma dalla borsetta, la prima copia, fresca di stampa, del mio Hena.
Si misero in contatto i due editori, e, presto fatto, ci ritrovammo insieme negli inviti (uno stampato lo potete leggere nel mio “sito ufficiale”), e poi realmente, in “Accademia dei Concordi” a Rovigo il venerdì 12 marzo 1993, ore 17,30.
Era una mite giornata, profumata di presagi primaverili. Diedi molto da fare a parrucchiera ed estetista: volevo essere bellissima, per quella grande occasione. La “Sala degli Arazzi” era gremita di un pubblico eccezionalmente folto, nonostante vi fosse un meeting, a pochi assi da noi, di non so più quale importante politico. Il libraio, fuori sul banchetto, offriva in vendita due consistenti pile di: Rapporti colpevoli e di Hena…
Il cuore mi batteva così forte che me lo sentivo martellare dentro gli orecchi. Dopo tutte le parole di circostanza dei vari presidenti & Company, finalmente prese la parola Fulvio, con il suo musicalissimo accento un po’ “cantante”, tipico della parlata triestina. Con molta generosità, ha detto più cose del mio romanzo che del suo, e io lo ascoltavo con le lacrime agli occhi, e mi pareva di volare…
Alla fine, dopo averlo pubblicamente ringraziato, con tutta la gratitudine di cui ero capace, ho mormorato, quasi al suo orecchio: «C’è un bel pubblico, nevvero? Soprattutto lo immagino, perché, per essere più carina, non ho messo gli occhiali…» E lui, ironico come sempre: «Non importa che tu ora veda, tanto stasera ti importa soprattutto essere vista».
La serata si concluse in un ristorante, a pochi chilometri da Rovigo. Fulvio raccontò molte cose piacevoli, fu un amabile commensale. Le ore volarono come rondini in cielo. Ore che non torneranno mai più, ma che mi piace tanto ricordare adesso, per voi.
Seguirono anni di intensa corrispondenza (conservo gelosamente una trentina di sue lettere, e Laura mi assicura che anche lui conservava le mie). Ci incontrammo ancor quattro o cinque volte in occasione di altre sue presentazioni polesane; la penultima fu A Sermide (MN) in occasione di una sua presentazione di Franziska; l’ultima a Rovigo (sempre alla “Concordiana”, dove presentò, accompagnato dall’amatissima Laura, ancora il romanzo con l’eroina slovena, protagonista), già malato di una gravissima malattia. È stata l’ultima volta in cui l’ho visto di persona.
Venti giorni prima di morire, mi ha fatto un’indimenticabile telefonata. Con un filo di voce, ha voluto ancora un volta ringraziarmi per gli articoli di critica letteraria che – copiosissimi – avevo scritto sulla sua opera, e per l’affetto che gli avevo sempre dimostrato.
Poi mi è toccato di scrivere il suo necrologio su due testate.
Ora mi restano le sue lettere, i suoi libri con tenerissime dediche del tipo: «a G*, mia sorella nelle lettere; a G* di cui stimo la qualità di amica e scrittrice…», e – soprattutto – mi restano i ricordi di un’amicizia così dolce e lusinghiera…
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Come citare questo articolo
Grazia Giordani. “Incontri di una giornalista”. Ventaglio Novanta, n. 33, 2006. https://ventaglionovanta.it/archivio/incontri-di-una-giornalista/