Col cuore proteso verso gli stessi ideali democratici e unitari circa i destini della “nuova Italia”, spesso accomunati anche sui campi di battaglia, Jessie White e Giuseppe Garibaldi si trovarono a condividere i momenti più esaltanti del Risorgimento italiano.
E poi, concluse le eclatanti vicende risorgimentali, Jessie White, si trovò ovviamente in “prima linea” anche nelle occasioni dedicate alla memoria. E pertanto non poteva mancare il 15 novembre 1896 sul palco rodigino innalzato sulla piazza allora detta del Teatro, per l’inaugurazione del monumento a Garibaldi il personaggio più amato della storia patria.
Una vita dunque singolarmente legata alla figura di Garibaldi quella di Jessie White (1832-1906), unitasi in matrimonio con il lendinarese Alberto Mario, conosciuto a Genova nel 1857 ai tempi della sfortunata spedizione di Sapri, con cui condivise passione di ideali, attività giornalistica e militanza politica.
Tre anni prima dell’incontro con l’uomo che sarebbe divenuto il compagno della sua vita, Jessie, giovane giornalista inglese, giunse in Italia attratta dal carisma di Garibaldi, già noto al grande pubblico per le sue imprese nell’America Latina e per aver posto la sua spada al servizio dell’idea nazionale, nelle vicende legate alla prima guerra di Indipendenza italiana.
Jessie White realizzò dunque il suo primo viaggio in Italia nel 1854, all’età di 22 anni, allo scopo di raggiungere a Nizza il condottiero; il quale l’anno successivo fece visita alla famiglia della White a Portsmounth nel sud dell’Inghilterra. Dopo questi due incontri la White si sentì investita da una sorta di missione: impegnare le sue forze e la sua intelligenza per la causa italiana, trovando in Giuseppe Mazzini, esule a Londra, l’ispiratore di molte sue iniziative. E successivamente, assieme al marito Alberto Mario, fu sempre in prima linea con Garibaldi, partecipando, come solerte infermiera, a tutte le azioni militari guidate dal generale, a cominciare dalla Spedizione dei Mille.
Con Garibaldi, Jessie White fu accomunata dalla sorte persino dopo la scomparsa di entrambi: nel 1907, nel luglio di un secolo fa dunque, proprio in occasione delle manifestazioni organizzate a Lendinara per il 1° centenario della nascita dell’eroe, fu infatti scoperta una lapide con medaglione bronzeo, opera dello scultore melarese Policronio Carletti dedicata all’indomita inglese morta l’anno prima. Vi si legge:
JESSIE WHITE MARIO NELL’EPOPEA GARIBALDINA DONNA INVITTA PIETOSA STORICA VERACE SAPIENTE
L’espressione, scolpita nel marmo, nella sua sintesi coglie davvero nel segno, delineando gli aspetti salienti della personalità della White: il coraggio nel sostenere senza esitazioni e compromessi i propri ideali (invitta); l’impegno nel difendere le cause sociali dei più umili, prodigandosi anche come infermiera nei campi di battaglia (pietosa); l’attività di storica, svolta con intelligenza, con lo scrupoloso controllo dei documenti e l’ampio bagaglio di conoscenze (storica verace e sapiente).
Aspetti questi che valsero a Jessie White vasta notorietà, nonché il rispetto e l’ammirazione dei contemporanei. E la più ampia testimonianza dei sentimenti di stima nei confronti della giornalista inglese fattasi italiana, si ebbe nel giorno delle sue esequie: le cronache dell’epoca ricordano infatti come sia stata davvero imponente la partecipazione della popolazione fiorentina ai suoi funerali, celebratisi il giorno dopo la morte, avvenuta nel capoluogo toscano il 5 marzo 1906 all’età di 74 anni.
Il tempo ha fatto apprezzare ulteriormente la sua attività di “storica verace e sapiente”, tanto che il fondo dei documenti storici della White, conservato a Roma presso l’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, risulta tra i più importanti in assoluto. E la sua attività di biografa intelligente apparve con tutta evidenza ancora molti anni dopo la sua scomparsa: nel 1982 infatti, in occasione del 1° centenario della morte di Garibaldi (ancora una coincidenza significativa!), tra tutte le biografie dedicate all’eroe del Risorgimento, fu scelta per una ristampa anastatica proprio quella scritta da Jessie White.
La sua conoscenza dell’eroe fu infatti davvero approfondita, e sulle gesta ed il pensiero di Garibaldi la White ebbe modo di tener desta l’attenzione in Italia e all’estero, scrivendo apprezzati articoli in periodici italiani, inglesi ed americani. A questo proposito particolarmente lunga apparve la sua collaborazione col settimanale statunitense The Nation, con cui collaborò per 40 anni, dal 1866 al 1906, vergando il suo ultimo resoconto dall’Italia solo pochi giorni prima della morte.
Tra i tanti articoli apparsi su The Nation, due furono scritti dopo la scomparsa dell’eroe: il primo, del 7 giugno 1882, intitolato Gli ultimi giorni del Liberatore italiano, (vedasi “Gli ultimi giorni di Garibaldi a pag.66 del presente volume) il secondo, redatto cinque anni dopo col titolo Il primo pellegrinaggio a Caprera. I due scritti appaiono improntati alla mestizia, ma anche percorsi, nel ricordo, dal guizzo vitale della forza del personaggio tanto amato.
La notizia della morte dell’eroe diffusasi in un baleno, ebbe un impatto davvero sconvolgente nell’opinione pubblica: “Non avrei mai potuto immaginare – scrive la White nel primo articolo – le scene cui ho assistito. Sembra come se il polso della nazione abbia cessato di battere. (…) Ho assistito al lutto nazionale per Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele: sincero in tutti i casi, e per Mazzini il dolore fu per molti appassionato e profondo; ma ora sembra come se ciascuno abbia perso la persona più vicina e più cara”.
Nel secondo articolo informa come cinquemila seguaci di Garibaldi, accolsero, cinque anni dopo la scomparsa dell’eroe, l’invito diffuso da tre veterani di dar vita ad un “pellegrinaggio” a Caprera per onorare la memoria del Generale.
E Jessie White non poteva mancare all’appuntamento, riportandone impressioni profonde e scrivendo: “La solitudine, il luogo appartato, la sterilità di Caprera era congeniale alla sua natura; una natura che non agiva mai d’impulso anche se la velocità fulminea dell’azione, che seguiva dopo progetti a lungo meditati, portava la gente a credere che ciò non rispondesse a verità. Nel 1858 là, tra le rocce, decise di porre la sua spada repubblicana al servizio di Vittorio Emanuele nella guerra contro l’Austria…”
Un articolo questo che si chiude con una poesia scritta da Giosuè Carducci (altro personaggio con cui J. White ed Alberto Mario ebbero stretti rapporti, condividendo progetti culturali): un sonetto dedicato ai due grandi del Risorgimento, Mazzini e Garibaldi, per ricordare il loro primo vero incontro avvenuto nel 1830.
Duplice il titolo della composizione poetica che ci piace di seguito riportare: “Ora e sempre”, tratto dal motto della Giovane Italia, e “Davanti al Pantheon”, sacrario simbolo delle memorie dei grandi della patria. Un po’ di difficile comprensione l’ultima terzina, ove vengono citate due località: Staglieno è il sobborgo genovese il cui camposanto accoglie le ossa di Mazzini, e nella poesia sta per Mazzini stesso, o meglio per il suo spirito immortale che rivolge la domanda: “Ora?”. “Sempre”, è la risposta di Caprera ovvero della grande anima di Garibaldi e quindi dei suoi seguaci.
ORA E SEMPRE
Davanti il Pantheon
Ora: e la mano il giovane Nizzardo biondo con sfavillanti occhi porgea e, come su la preda un leopardo, il suo pensiero a l’avvenir correa.
E sempre: con la man, fisso lo sguardo l’austero genovese a lui rendea; e, sul tumulto eroico, il gagliardo lume discese de l’eterna idea.
Ne l’aer d’alte vision, sereno suona il verbo di fede, e si diffonde oltre i regni di morte e di fortuna.
Ora? dimanda per lo ciel Staglieno, Sempre. Caprera in mezzo al mar risponde. Grande sul Pantheon vigila la luna.









