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Archivi: Articoli d’archivio

  • Garibaldi e Jessie White

    Garibaldi e Jessie White

    Col cuore proteso verso gli stessi ideali democratici e unitari circa i destini della “nuova Italia”, spesso accomunati anche sui campi di battaglia, Jessie White e Giuseppe Garibaldi si trovarono a condividere i momenti più esaltanti del Risorgimento italiano.

    E poi, concluse le eclatanti vicende risorgimentali, Jessie White, si trovò ovviamente in “prima linea” anche nelle occasioni dedicate alla memoria. E pertanto non poteva mancare il 15 novembre 1896 sul palco rodigino innalzato sulla piazza allora detta del Teatro, per l’inaugurazione del monumento a Garibaldi il personaggio più amato della storia patria.

    Una vita dunque singolarmente legata alla figura di Garibaldi quella di Jessie White (1832-1906), unitasi in matrimonio con il lendinarese Alberto Mario, conosciuto a Genova nel 1857 ai tempi della sfortunata spedizione di Sapri, con cui condivise passione di ideali, attività giornalistica e militanza politica.

    Tre anni prima dell’incontro con l’uomo che sarebbe divenuto il compagno della sua vita, Jessie, giovane giornalista inglese, giunse in Italia attratta dal carisma di Garibaldi, già noto al grande pubblico per le sue imprese nell’America Latina e per aver posto la sua spada al servizio dell’idea nazionale, nelle vicende legate alla prima guerra di Indipendenza italiana.

    Jessie White realizzò dunque il suo primo viaggio in Italia nel 1854, all’età di 22 anni, allo scopo di raggiungere a Nizza il condottiero; il quale l’anno successivo fece visita alla famiglia della White a Portsmounth nel sud dell’Inghilterra. Dopo questi due incontri la White si sentì investita da una sorta di missione: impegnare le sue forze e la sua intelligenza per la causa italiana, trovando in Giuseppe Mazzini, esule a Londra, l’ispiratore di molte sue iniziative. E successivamente, assieme al marito Alberto Mario, fu sempre in prima linea con Garibaldi, partecipando, come solerte infermiera, a tutte le azioni militari guidate dal generale, a cominciare dalla Spedizione dei Mille.

    Con Garibaldi, Jessie White fu accomunata dalla sorte persino dopo la scomparsa di entrambi: nel 1907, nel luglio di un secolo fa dunque, proprio in occasione delle manifestazioni organizzate a Lendinara per il 1° centenario della nascita dell’eroe, fu infatti scoperta una lapide con medaglione bronzeo, opera dello scultore melarese Policronio Carletti dedicata all’indomita inglese morta l’anno prima. Vi si legge:

    JESSIE WHITE MARIO NELL’EPOPEA GARIBALDINA DONNA INVITTA PIETOSA STORICA VERACE SAPIENTE

    L’espressione, scolpita nel marmo, nella sua sintesi coglie davvero nel segno, delineando gli aspetti salienti della personalità della White: il coraggio nel sostenere senza esitazioni e compromessi i propri ideali (invitta); l’impegno nel difendere le cause sociali dei più umili, prodigandosi anche come infermiera nei campi di battaglia (pietosa); l’attività di storica, svolta con intelligenza, con lo scrupoloso controllo dei documenti e l’ampio bagaglio di conoscenze (storica verace e sapiente).

    Aspetti questi che valsero a Jessie White vasta notorietà, nonché il rispetto e l’ammirazione dei contemporanei. E la più ampia testimonianza dei sentimenti di stima nei confronti della giornalista inglese fattasi italiana, si ebbe nel giorno delle sue esequie: le cronache dell’epoca ricordano infatti come sia stata davvero imponente la partecipazione della popolazione fiorentina ai suoi funerali, celebratisi il giorno dopo la morte, avvenuta nel capoluogo toscano il 5 marzo 1906 all’età di 74 anni.

    Il tempo ha fatto apprezzare ulteriormente la sua attività di “storica verace e sapiente”, tanto che il fondo dei documenti storici della White, conservato a Roma presso l’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, risulta tra i più importanti in assoluto. E la sua attività di biografa intelligente apparve con tutta evidenza ancora molti anni dopo la sua scomparsa: nel 1982 infatti, in occasione del 1° centenario della morte di Garibaldi (ancora una coincidenza significativa!), tra tutte le biografie dedicate all’eroe del Risorgimento, fu scelta per una ristampa anastatica proprio quella scritta da Jessie White.

    La sua conoscenza dell’eroe fu infatti davvero approfondita, e sulle gesta ed il pensiero di Garibaldi la White ebbe modo di tener desta l’attenzione in Italia e all’estero, scrivendo apprezzati articoli in periodici italiani, inglesi ed americani. A questo proposito particolarmente lunga apparve la sua collaborazione col settimanale statunitense The Nation, con cui collaborò per 40 anni, dal 1866 al 1906, vergando il suo ultimo resoconto dall’Italia solo pochi giorni prima della morte.

    Tra i tanti articoli apparsi su The Nation, due furono scritti dopo la scomparsa dell’eroe: il primo, del 7 giugno 1882, intitolato Gli ultimi giorni del Liberatore italiano, (vedasi “Gli ultimi giorni di Garibaldi a pag.66 del presente volume) il secondo, redatto cinque anni dopo col titolo Il primo pellegrinaggio a Caprera. I due scritti appaiono improntati alla mestizia, ma anche percorsi, nel ricordo, dal guizzo vitale della forza del personaggio tanto amato.

    La notizia della morte dell’eroe diffusasi in un baleno, ebbe un impatto davvero sconvolgente nell’opinione pubblica: “Non avrei mai potuto immaginare – scrive la White nel primo articolo – le scene cui ho assistito. Sembra come se il polso della nazione abbia cessato di battere. (…) Ho assistito al lutto nazionale per Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele: sincero in tutti i casi, e per Mazzini il dolore fu per molti appassionato e profondo; ma ora sembra come se ciascuno abbia perso la persona più vicina e più cara”.

    Nel secondo articolo informa come cinquemila seguaci di Garibaldi, accolsero, cinque anni dopo la scomparsa dell’eroe, l’invito diffuso da tre veterani di dar vita ad un “pellegrinaggio” a Caprera per onorare la memoria del Generale.

    E Jessie White non poteva mancare all’appuntamento, riportandone impressioni profonde e scrivendo: “La solitudine, il luogo appartato, la sterilità di Caprera era congeniale alla sua natura; una natura che non agiva mai d’impulso anche se la velocità fulminea dell’azione, che seguiva dopo progetti a lungo meditati, portava la gente a credere che ciò non rispondesse a verità. Nel 1858 là, tra le rocce, decise di porre la sua spada repubblicana al servizio di Vittorio Emanuele nella guerra contro l’Austria…”

    Un articolo questo che si chiude con una poesia scritta da Giosuè Carducci (altro personaggio con cui J. White ed Alberto Mario ebbero stretti rapporti, condividendo progetti culturali): un sonetto dedicato ai due grandi del Risorgimento, Mazzini e Garibaldi, per ricordare il loro primo vero incontro avvenuto nel 1830.

    Duplice il titolo della composizione poetica che ci piace di seguito riportare: “Ora e sempre”, tratto dal motto della Giovane Italia, e “Davanti al Pantheon”, sacrario simbolo delle memorie dei grandi della patria. Un po’ di difficile comprensione l’ultima terzina, ove vengono citate due località: Staglieno è il sobborgo genovese il cui camposanto accoglie le ossa di Mazzini, e nella poesia sta per Mazzini stesso, o meglio per il suo spirito immortale che rivolge la domanda: “Ora?”. “Sempre”, è la risposta di Caprera ovvero della grande anima di Garibaldi e quindi dei suoi seguaci.

    ORA E SEMPRE

    Davanti il Pantheon

    Ora: e la mano il giovane Nizzardo biondo con sfavillanti occhi porgea e, come su la preda un leopardo, il suo pensiero a l’avvenir correa.

    E sempre: con la man, fisso lo sguardo l’austero genovese a lui rendea; e, sul tumulto eroico, il gagliardo lume discese de l’eterna idea.

    Ne l’aer d’alte vision, sereno suona il verbo di fede, e si diffonde oltre i regni di morte e di fortuna.

    Ora? dimanda per lo ciel Staglieno, Sempre. Caprera in mezzo al mar risponde. Grande sul Pantheon vigila la luna.

  • Il campanile racconta

    Il campanile racconta

    Nel 1857 – sono passati 150 anni – a Lendinara si sanciva, con il suono di giubilo di otto campane, il completamento della costruzione dello slanciato campanile di S.Sofia, emblema tra i più cari ai lendinaresi.

    Qualche volta, ammirando la singolare torre campanaria, mi sembra che, dall’alto della sua mole, il campanile rivolga parole di affetto alla città che sovrasta e protegge. Ho voluto pertanto ascoltare questa voce, trascrivendo di seguito quanto ho registrato nella mia mente sostando nel piazzale antistante.

    Ecco il racconto del campanile.

    Ti guardo, Lendinara, dalla sommità della mia cupola, mentre la nebbia si dissolve all’incedere di una leggera pioggerella e lascia trasparire i pallidi colori delle tue case. Anche le ombre del giorno morente iniziano ad offuscarti e tu, Lendinara, avvolta in questa grigia immagine, risvegli in me un senso di malinconia.

    Fino a poco tempo fa ero molto attivo e fiero di diffondere nell’aria note festose, ma oggi mi si ode sempre meno e sento il desiderio di rifugiarmi nei ricordi di un passato che mi ha fatto vivere le gioie e i dolori della nostra gente.

    Ricordi? Sono nato 210 anni fa, nel lontano 1797, voluto dall’Arciprete Don Scipioni e poi progettato da Don Francesco Baccari e solo con l’aiuto dei cari Lendinaresi è stato possibile la mia costruzione. Vado orgoglioso della mia altezza e della mia bellezza, sono il campanile più alto del Veneto e secondo di tutta Italia.

    Nel 1824 terminarono le opere per la mia costruzione che mi videro raggiungere i 292 piedi veneti, pari a cento e un metro. Ma solo nel 1857, 150 anni fa, si giungeva al vero completamento dell’opera allorché mi furono messe nel petto otto campane, e sopra alla mia testa mi fu posto un angelo musicante che segna pure l’andamento del tempo meteorologico. Con una bella e solenne cerimonia il Vescovo di Feltre e Belluno Mons. Renier, mi impartì una solenne benedizione, pregandomi di rimanere sempre in piedi e di compiere nel migliore dei modi il mio dovere.

    Da allora, quando le mie campane sono a riposare, mi distraggo, cara Lendinara, guardando i tuoi vecchi palazzi e l’Adigetto che ti divide in due parrocchie, quella di S. Sofia e quella di S. Biagio. Poi, volando sopra i tetti, spingo l’occhio ai campi che ti stanno attorno e, nel tempo della mietitura, ti vedo rifulgere d’oro, quello che sa di buon profumo di pane.

    Mi stai dicendo che in tutti questi anni sei cresciuta, che son sorti nuovi palazzi, fabbriche, scuole, che sono state allargate piazze, costruite strade? Sì lo ricordo, ma vedi, con questo non hai perso il tuo fascino di dolce, tranquilla cittadina di campagna e ti sei adagiata, allo scorrere del tempo, in questa fertile terra polesana.

    Sei stata definita “Atene del Polesine”? Certo un bell’onore, ma.. oramai è da considerare solo un ricordo. Ed è solo un ricordo anche il mio scampanare che segnava ricorrenze religiose, avvertimenti di stato dall’erta, la morte dei nostri cittadini.

    Suonavano a stormo le mie campane all’arrivo delle piene impetuose che con roteanti gorghi rodevano le rive del fiume Adige e gridavano ancora i miei bronzi al pericolo che giungeva da Sud, quando le acque del Po uscivano dal suo letto travolgendo paesi e campagne. Che “spaurazzi se ciapava” a quell’epoca.

    Durante la guerra avevo il compito di avvisare la gente del pericolo imminente, quando bombardavano nei nostri dintorni con cannoni e aeroplani. Ho visto l’aviazione americana abbattere il campanile di Lusia e, quando gli aerei per bombardare la ferrovia mi passarono vicino sino a sfiorarmi, ebbi una gran paura d’essere distrutto. Avrebbero trovato così morte sicura anche decine di persone che per salvarsi dalle incursioni aeree si erano rifugiate dentro il mio basamento.

    Quante note suonate dalla mie campane, intonate sulla scala del Do, si sono sparse nell’aria sino a lambire i vicini paesi. Ondeggiavano le “otto sorelle” nei giorni festivi e lavorativi, all’Ave Maria mattutina, a mezzogiorno per l’ora di pranzo e a l’Ave Maria per la preghiera della sera.

    Spesso mi ritorna in mente il caro Don Pietro Socal che saliva, per sentirsi vicino a Dio, sin quasi alla cella campanaria. Con i pugni batteva i tasti di una grande tastiera che era collegata, attraverso corde, alle campane. Corde legate a i martelletti che, a comando, risvegliavano i miei bronzi. Così all’imbrunire si sentiva nell’aria l’Ave Maria di Lourdes o Cristus Vincit, che rallegrava e confortava i cuori della povera gente.

    Sai, hanno tutte un nome le mie campane. C’è la “S.Silvestro” soprannominata “el canpanon” o n. 1 intonata in Do, la “S.Sofia” n. 2 intonata in Re, la “Tutti Santi” n. 3 intonata in Mi, la “S.Anna” n. 4 intonata in Fa, la “S.Maria” n. 5 intonata in Sol, la “S.Domenico” n. 6 intonata in La, la “S.Antonio” n. 7 intonata in Si e la “S.Ferdinando” n. 8 intonata in Do.

    Nel 1943 mi hanno reso orfano delle cinque più piccole, ma nel ‘48, con grande soddisfazione di tutta la popolazione, mi sono state restituite. Sono tornate poi con nomi diversi ma di uguale peso e timbro: la “Maria SS.ma del Rosario”, “San Giovanni Bosco”, “Pio XII”, “San Francesco” e “S.Caterina”.

    Alla domenica, quest’ultime squillano con l’aggiunta della settima, mentre alla feste dei Santi, a Natale e a Pasqua, aggiungo “el Canpanon” e tutte insieme “fasemo tanto bacan” da allontanare un temporale.

    A volte mi capita di suonare assieme a mio fratello minore, il campanile della Chiesa della Madonna Nera ed il mio cuore si apre nell’ascoltare il nostro bel canto. Io ho la voce più grossa e Lui un poco più dolce e argentina.

    Cara città, cambiano i tempi e cambia il modo di vivere e di lavorare, tanto che anche il sagrestano ha smesso di tirare le corde delle campane perché ora i batocchi sono mossi dai motori. Una volta, alle sei di mattina, a l’Ave Maria, il mio aiutante, suonava la “S. Domenico”, che dopo una bella scampanata dava alcuni segnali alla gente: Se batteva un colpo, voleva dire che il tempo era bello, se due colpi era nuvolo, se tre colpi pioveva, se quattro colpi invece nevicava.

    Il sagrestano-campanaro aveva anche il compito di regolare il mio orologio e ogni altro giorno, tirava su due grossi massi che facevano da contrappeso al pendolo.

    Ah…! dimenticavo di dirti che l’onore di suonare le ore è stato assegnato al “Canpanon” e alla “S. Domenico” di battere la mezza. E così le mie campane ricordano alla gente che il tempo corre e spesso anche in fretta, e per tutti termina pure anche quello di rimanere su questa benedetta terra.

    Una volta con sette rintocchi la numero sei annunciava a tutti che era morta una donna, mentre con nove comunicava che era morto un uomo. Per tanti anni alla sera dei Santi si suonava a morto dalle sette e mezza alle undici e mezza e nel silenzio delle case, tutti i cristiani, pregavano accompagnando il tocco lento.

    Tradizioni che hanno fatto il loro tempo e che oggi non trovano più posto in questa società, e penso che se pure qualche volta suono, non mi si noterà quasi più. Mi è stato detto: al mattino presto smettila di “dindolare le to canpane” e durante il giorno “tienle a strejo”.

    Qualche rinuncia evidentemente bisogna farla in base alle esigenze moderne ed io mi adeguo, cara Lendinara, senza protestare. E sono qua che ti guardo e ti benedico sempre e, se qualcuno ogni tanto alza la testa al cielo e mi guarda, magari “de sbrission” a me basta.

    La pioggia ora scende più intensa, formando tra i miei interstizi, rigagnoli e fontanelle che, bagnandomi i fianchi, scendono tranquilli verso la sacra terra. La luce del giorno si è ormai spenta e lascia spazio al buio che piano tutto uniforma….

    Cullato dal dolce tintinnio della pioggia, socchiudo gli occhi, e mi abbandono tra le braccia della mia diletta città.

  • Tra Adige, Ceresolo e Adigetto

    Tra Adige, Ceresolo e Adigetto

    T era e aqua, aqua e tera! Da putini che da grandi: “Siora aqua ai so comandi, siora aqua buonasera!”

    E’ la prima strofa della apprezzata poesia di Gigi Fossati, ben nota anche per essere stata musicata da Sergio Liberovici e armonizzata da Giorgio Vacchi. Con incisività la composizione poetica descrive il Polesine come una continua alternanza di “acqua e terra, terra e acqua”. Oltre che essere compresa fra due grandi fiumi, il Po e l’Adige, la provincia di Rovigo, è infatti solcata anche da numerosi canali che la caratterizzano in modo particolare.

    Ed è proprio sulle rive di corsi d’acqua “minori”, quali l’Adigetto e il Ceresolo, che si dispiega un itinerario attraverso i paesaggi, la storia e le tradizioni di una terra ricca di tesori, troppo spesso ignorati e sviliti.

    Il percorso cicloturistico, che qui presentiamo, si allunga fino alle estreme propaggini nord-occidentali del territorio comunale di Rovigo e, prima di far ritorno nella città capoluogo, attraversa il territorio di Villanova del Ghebbo e di Costa di Rovigo. La nostra gita in bicicletta, lunga circa 30 chilometri, condurrà alla scoperta soprattutto di piccole frazioni, disseminate nella campagna polesana, con annotazioni di aspetti interessanti sotto il profilo architettonico.

    L’itinerario prende il via dal QUARTIERE SAN PIO X, ove l’Adigetto fa il suo ingresso a Rovigo, un’entrata in sordina perché l’alveo è stato coperto, ed oggi è percorso in superficie dalla Riviera S. Pio X. Qui le case sono ancora allineate lungo il canale sommerso. Dalla Chiesa parrocchiale, punto di partenza della nostra escursione, imbocchiamo la vicina via Colombo, caratterizzata da una leggera salita che un tempo dava accesso al ponte che superava l’antico corso del naviglio, per discendere poi in via Chiarugi. Uscendo dalla città, si attraversa, quasi senza accorgersene, lo scolo Rezzinella e poco più avanti il Ceresolo.

    La prima frazione che si raggiunge è GRANZETTE, connotata, proprio in corrispondenza con l’inizio del paese, sulla destra, da un complesso statuario che rappresenta l’Apparizione della Madonna ai tre piccoli pastori di Fatima. Percorriamo la strada, che risale lungo la riva sinistra del Ceresolo, oltre il quale si stende un’ampia superficie: tra gli alberi, si intravedono i padiglioni abbandonati dell’ex Ospedale Psichiatrico, complesso ormai da tempo in attesa di un progetto di nuovo utilizzo e valorizzazione.

    Arriviamo frattanto ad un bivio: rinunciamo a raggiungere il centro di Granzette, che rimane sulla destra, per proseguire in direzione di CANTONAZZO, lungo via Ottavio Munerati, dedicata all’appassionato studioso, vissuto a cavallo tra Otto e Novecento, che fu un illuminato sostenitore dello sviluppo di una moderna agricoltura. Munerati, proprio in questa zona di Granzette, aveva avviato la Stazione Sperimentale di Bieticoltura che raggiunse obiettivi di grande rilievo nel campo della genetica, apprezzati in tutto il mondo. Qui aveva pure messo radici un rinomato Centro Avicolo finalizzato allo studio e al miglioramento delle varie razze degli animali da cortile. Anche questo oggi appare malinconicamente abbandonato da ormai troppo tempo.

    Un’inaspettata vivacità presenta invece ai nostri giorni l’attività edilizia, cosicché caseggiati appena costruiti o ancora in costruzione si alternano a edifici rurali più antichi. Tra questi ultimi la nostra attenzione è attirata da una vecchia stalla che, nonostante l’aspetto cadente, conserva tracce di un passato fiorente nell’armoniosa combinazione di linee spezzate e curve e nelle decorazioni lignee degli archi.

    Il centro della borgata è evidenziato da una piazza di recente realizzazione, inaugurata nel 2004 e intitolata a don Arrigo Ragazzi, che per anni è stato attivo parroco di Granzette. Cantonazzo non ha una chiesa parrocchiale, ma un piccolo oratorio dedicato a S.Antonio, fatto costruire nel 1947 da Domenico Rubello per alcuni voti fatti al santo di Padova, a cui era particolarmente devoto. La storia si intreccia con i sanguinosi episodi delle due Guerre mondiali, nelle quali furono impegnati come soldati prima lo stesso Domenico Rubello e poi i suoi figli: padre e figli alla fine tornarono tutti al paese natìo, e pertanto decisero, con la costruzione votiva, di significare il loro ringraziamento al santo protettore. Inizialmente era stato eretto un capitello e solo in seguito vi fu costruito attorno l’oratorio. A lato dell’ingresso nel 1978 è stata posta una lapide che commemora i caduti di tutte le guerre.

    Uscendo da Cantonazzo, la strada svolta bruscamente a destra, in via Basse, e prosegue fino ai piedi dell’argine dell’Adige. La giornata soleggiata di una primavera giunta anzitempo, incentiva alcuni lavori di sarchiatura del terreno per le semine stagionali.

    Lasciamo per un brevissimo tratto la strada principale per raggiungere il Ceresolo, incuriositi da lavori in corso. Si tratta di un ampio piano di intervento, avviato dal Consorzio di Bonifica Polesine Adige Canalbianco al fine di migliorare il flusso delle acque del canale nel tempo divenuto poco efficiente. Scattiamo una a foto che documenta l’esito dei lavori, inquadrando sullo sfondo un vecchio complesso rurale che appare in buona parte inutilizzato anche per l’abbandono dell’attività zootecnica un tempo inscindibile con l’attività agricola.

    Riprendiamo frattanto la via maestra, raggiungendo in breve la frazione di CONCADIRAME. Al centro del paese sorge la sua chiesa dedicata alla Beata Vergine del Rosario affiancata dall’alto campanile, entrambi settecenteschi, di sicuro pregio sotto l’aspetto architettonico. L’itinerario continua e, dopo una nuova svolta verso sinistra, in via Balbi Valier, si incontra un altro edificio sacro di non minore interesse: è l’oratorio della Beata Vergine Addolorata, detto dei Sabbioni. Sorse sul finire del XIX secolo e si segnala per la curiosa combinazione di elementi eterogenei: la pianta esagonale, la facciata classicheggiante con quattro colonne ioniche, trabeazione e timpano, le finestre ogivali. Accanto alla costruzione svetta anche un elegante campaniletto.

    Quasi in fondo alla via, sulla destra sorge corte Dolfin, la cui casa padronale è caratterizzata da un ampio porticato, davanti al quale si stende un’ampia aia mattonata. Si raggiunge quindi il Ceresolo e, passando sulla riva destra, si prosegue in direzione di Lusia, lungo la via che prende il nome dallo scolo.

    Percorsi un paio di chilometri, si giunge a GROMPO, un modesto gruppo di case rurali, cresciute attorno a un ponte. La strada segue il corso sinuoso del Ceresolo attraverso le campagne che anticamente appartennero alla nobile famiglia veneziana dei Grimani. Una eloquente testimonianza di quel periodo è rappresentata dall’ampio complesso detto delle Barchesse Grimane, o Rustico Grimani, costruito tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo. Quasi senza soluzione di continuità, l’imponente edificio si allunga ai lati della casa padronale nelle due ali che comprendono le barchesse, la casa colonica e un oratorio. A parte, invece, si eleva la torre colombaia.

    Continuiamo l’itinerario costeggiando il Ceresolo. L’ambiente tipicamente rurale, presenta campi ben allineati, dominati dal colore verde intenso del grano in nel periodo primaverile. Il traffico è pressoché inesistente sul nastro della strada asfaltata sulla quale si affacciano alcune aziende agricole con costruzioni di varie epoche. Raggiungiamo frattanto la borgata del BORNIO, il cui ingresso è segnalato da un capitello, costruito nel 1954 in occasione dell’anno mariano indetto da papa Pio XII.

    Anche qui le case sorgono attorno a un ponte sul Ceresolo, dotato di un sistema di chiuse che regolano il livello delle acque. Al centro di questa borgata, frazione di Villanova del Ghebbo, si trova la chiesa di S.Giuliano Martire, che nella prima metà del seicento fu ricostruita nella forma attuale sul luogo di un edificio preesistente. Alla chiesa è annessa la casa canonica, dello stesso periodo ma successivamente ampliata. Di fronte, al di là del Ceresolo, sorge la rinomata trattoria-ristorante Al Ponte, che prende il nome proprio dal fatto di trovarsi presso il manufatto che permette di superare il canale.

    Da un corso d’acqua ad un altro. Appena usciti da Bornio, salutiamo il Ceresolo e proseguiamo alla volta dell’Adigetto, pedalando in direzione di VILLANOVA DEL GHEBBO. In località Ca’ Nova si innalza l’oratorio dedicato al Santissimo Nome di Maria, come si desume anche dall’iscrizione posta sulla facciata. La tradizione orale vuole che la costruzione sia sorta in seguito a una miracolosa apparizione della Vergine. L’edificio risale almeno alla metà del seicento ma fu ampliato alla fine del XIX secolo. Semplice nelle linee ed equilibrato nelle forme, l’oratorio è affiancato da un grazioso campaniletto che termina con una cuspide a cipolla.

    Raggiungiamo frattanto il centro del paese che si presenta allungato presso la riva sinistra dell’Adigetto, sulle cui acque si affaccia la chiesa parrocchiale di San Michele, ricca di storia e di opere d’arte. La struttura attuale risale alla seconda metà del settecento, ma un edificio sacro nello stesso posto esisteva già da tre secoli. Dalla ricostruzione «uscì – secondo le parole di A. Gabrielli – uno degli edifici sacri più imponenti e armoniosi di tutto il Polesine». È degno di nota soprattutto il soffitto, affrescato da Giovanni Canal. Il campanile, a lato della chiesa, nel cono mozzato che lo sovrasta, reca ancora i segni di un violento fulmine che lo ha colpito.

    Lungo via Roma, in direzione di Costa, si passa davanti alla settecentesca villa Monti, situata in prossimità dell’Adigetto ad un livello inferiore rispetto a quello della strada che corre sull’argine del canale. Il complesso si compone di tre edifici, la casa padronale, quella dei salariati e le stalle, disposti su tre lati della corte cinta da un muro.

    Riprendiamo il percorso lungo la strada arginale sinistra del canale che, come è noto, ha origine a Badia Polesine da una diramazione dell’Adige. La sponda – rilevata nei confronti della campagna, verso cui corre il nostro sguardo – manifesta chiaramente come un tempo l’Adigetto fosse ben più importante di oggi, di interesse anche come via fluviale intermedia tra Adige e Canalbianco. Quest’ultimo raggiungibile grazie allo Scortico che si origina proprio a Villanova del Ghebbo.

    Raggiungiamo frattanto il centro di COSTA, paese diviso fino a non molti anni fa dall’Adigetto, sulle cui rive sorgevano due distinte comunità: a destra quella di Costa, a sinistra quella di Costiola. Da una parte piazza san Giovanni, a lato dell’omonima chiesa; dall’altra piazza san Rocco di fronte alla chiesa dedicata al santo confessore. A unire le due sponde fu inizialmente costruito un ponte, poi una parte dell’Adigetto è stata coperta e le due piazze si sono unite, dando vita ad un ampia area recentemente oggetto di riusciti lavori di risistemazione: il tracciato dell’Adigetto è ora suggerito da una serie di fontane, mentre due muretti ricordano il punto in cui sorgeva il ponte.

    Transitiamo vicino alla chiesa di S. Rocco, la cui primitiva costruzione sembra risalire al duecento, ma è probabile che sia stata oggetto di una riedificazione a metà del seicento. La ricca decorazione interna con affreschi attribuiti a Giovanni Canal è impreziosita da un organo, un prestigioso Callido dei primi anni dell’ottocento. Poco distante sorge l’oratorio di S. Giovanni decollato. Di aspetto modesto ma di antiche origini: la sua esistenza è nota già dalla metà del XVI secolo.

    Rimaniamo sulla riva sinistra dell’Adigetto, pedalando lungo via Martiri della Resistenza che sinuosa si innalza sulla campagna punteggiata da varie case rurali. Raggiungiamo frattanto l’ampio complesso rurale di Corte Moline, caratterizzato dalla presenza di due singolari torrette-silos accostate. La corte, originaria degli ultimi decenni dell’Ottocento, è stata interessata alcuni anni fa da un importante intervento di recupero, con la creazione di un moderno centro ippico.

    La strada ci riconduce frattanto verso Rovigo, alla volta della frazione di ROVERDICRE’, dove, in località Nogarazze, stretta tra il canale e l’argine pubblico, si erge la settecentesca villa Manin, un complesso caratterizzato da un lineare susseguirsi di edifici. Al centro sorge la casa signorile, cui sono affiancate due ali, in parte un tempo adibite a stalle e depositi delle derrate agricole ed in parte destinate ad ospitare i salariati. E’ pure presente un piccolo oratorio.

    Continuiamo il tragitto, sempre sulla riva sinistra dell’Adigetto, dove, man mano che ci avviciniamo al capoluogo, abbiamo modo di osservare alcuni riusciti recuperi di edifici rurali adibiti a residenze. Raggiungiamo frattanto il Ponte dei Forti, presso il quale sorgeva il munito forte austriaco di cui non si conserva alcuna traccia. Superatolo, ci troviamo sulla destra dell’Adigetto, dove imbocchiamo la pista ciclabile, che passa sotto il ponte di via Amendola e continua lungo Riviera San Pio X, per ritornare al punto di partenza di questa nostra gradevole gita nella campagna e nel tempo.

  • Il tesoro di Re Adriano

    Il tesoro di Re Adriano

    Vi è un altro Polesine. Il Polesine sotterraneo, sconosciuto, misterioso, mai esplorato. Cripte, grotte, urne, budelli, sprofondamenti, fosse. Pozzi dei rasoi che echeggiano delle grida di ragazze spulzellate e soppresse senza lasciare traccia, gorghi che rimandano il lamento di fanciulle morte d’amori infelici, strida notturne tra le canne ondeggianti di sguà che segnalano la sparizione di donne piangenti nelle peschiere, paleoalvei che coprono gelosamente le reliquie delle Tre Marie, campanili di chiese, sprofondate durante notti di tregenda, che fanno udire i loro rintocchi nella notte di Natale, vecchie oscene nascoste sotto i ponti che reclamano l’iniziazione dei ragazzetti¹, canali sommersi su cui è stato costruito il nuovo paese². E ovunque tesori sepolti.

    Tesori fra le rovine di oratori scomparsi, nelle fondamenta di un qualsiasi edificio storicamente rilevante, sotto i forni da pane, sotto i ponti… Si ritiene che molti fittavoli, provenienti dal padovano e dal vicentino, siano stati baciati da improvvisa fortuna per aver trovato una statua di bambino tutto d’oro, el putìn d’oro: “C’è uno di Adria chi ghe dise ‘ncora adesso putìn d’oro perché aveva preso in affitto La Possionanza e si era improvvisamente arricchito, tanto che, da niente che era, aveva cominciato a spendere e a spandere. Andava tutte le notti a giocare a carte al casinò ed aveva finito per mangiarsi tutto! Dicevano che la sua ricchezza veniva dall’aver trovato dei paròi pieni de schèi, ma più de tuto un putìn tuto d’oro ch’el sarà sta’ sinquanta chili. E come lu, anca di altri”.³

    Tesori sotto i pilastri che, nell’isola di Ariano, delimitavano il confine tra stato veneto e pontificio, ove ci sarebbero ancora adesso padèle colme di palanche, di marenghi o di zecchini nascosti o dimenticati, di volta in volta, da re Adriano, da Garibaldi, dai paladini di Carlo Magno.

    “Qui da noi – si narra a Corbola – un tempo vivevano i paladini di Orlando e la chiesa di S. Basilio l’hanno fatta loro! In una sola notte e senza impalcature! I paladini erano uomini giganteschi perchè allora gli uomini vivevano tutti 7, 8, 900 anni ed erano alti come case. Non c’era bisogno di buoi per arare la terra, ma gli uomini erano talmente robusti che aravano da soli con il badile. In una sola notte i paladini edificarono la chiesa di S. Basilio. Tagliavano con le loro spade degli enormi blocchi di tivaro, li mettevano uno sopra l’altro perché allora si usavano pietre crude, e arrivarono al tetto restando con i piedi per terra. E la mattina dopo tutta la gente là a bocca aperta facendo meraviglie…

    Orlando e suoi amici vivevano nelle selve perché allora qui da noi c’erano e monti e boschi e mari e Po. Orlando si alzava il mattino e per colazione strozzava un bue, un leone…, quello che capitava, e poi girava per i boschi. Se udiva qualcuno litigare, arrivava lui: “Quanti siete?”. “Perchè lo vuoi sapere?”. “Perchè se siete pari, rispondeva, vi faccio dispari e se siete dispari vi faccio pari”. E questi allora si mettevano in pace.

    Allora, però, tutto era grande… Era sufficiente gettare le reti in Po ed i pesci vi saltavano dentro…La spiga del frumento era grande quanto lo stelo, dalla radice alla sommità… Per mietere non bastava il seghetto, ma occorreva la scure perché il gambo del frumento era grosso quanto un albero. Una sola spiga era sufficiente a sfamare un intero anno una famiglia con cinque figli. Poi gli uomini diventarono cattivi e un brutto giorno il Signore e S. Piero vennero sulla terra per capire il motivo del continuo litigare, chiesero la carità ad una donna ma costei non diede loro nulla. Allora il Signore, mentre passava per un campo di frumento, prese tra le dita uno stelo, lo strizzò e così la spiga da allora germogliò soltanto sulla cima.

    Anche i paladini dopo tanto tempo morirono, ma prima di morire nascosero il loro tesoro sotto il pavimento della chiesa di S. Basilio e sotto ai pilastri di confine tra la Stato Pontificio e Repubblica di Venezia. Orlando ed un altro furono sepolti nell’arca che c’è davanti alla chiesa tanto che ancora oggi si possono vedere le ossa… Non c’è un buco? Se ci si guarda bene si vedono le ossa che si trovano ancora là dentro. Gli altri paladini si allontanarono nella selva e di loro non si seppe più nulla. Ma le loro ossa ci devono essere ancora da qualche parte…

    Dicono che chi troverà le ossa dei paladini potrà arrivare al loro tesoro. Ancora adesso qui da noi dicono, quando uno va in giro con l’aria di cercare qualcosa: “Ma che stai facendo? Ièt’ in sèrca di ossi di paladìn? Sei in cerca delle ossa dei paladini?”.⁴

    Nessuno ha ancora trovato le ossa dei Paladini, ma la ricerca dei tesori nascosti non è mai venuta meno. C’è dunque un Polesine ignoto ed insospettato, una centuriazione sotterranea, un reticolo labirintico di strade, vie, passaggi segreti, sentieri. Da tempi immemorabili si parla di gallerie che conducono da Corcrevà a Bellombra, da Adria ai Dossi, da Bellombra a Villanova correndo interamente sotto l’argine dei frati certosini, da Gavello ai Sisimati, da Papozze a Corbola, da Corbola ad Ariano, da Ariano a Mesola, da Mesola a S. Basilio, da S. Basilio al castello di Ferrara, dal castello di Ferrara a castello di Mesola, dal castello di Rovigo alla Torre di Lusia, a Villa Molin… E così, da ognuna delle innumerevoli ville a quella vicina. Da chiesa a chiesa, da palazzo a palazzo, da monastero a convento. In ogni cunicolo e in tutti gli anfratti mostruose anze e marassi sibilanti, carbonassi nerastri e bisse bòbe gigantesche⁵ custodiscono tesori da chissà quanti secoli.

    Di Garibaldi si afferma esserci, occultata in un luogo imprecisato del Delta la spada d’oro, incastonata di perle. Ma il tesoro più ricercato, di cui si parla da tempi veramente remoti, è costituito dalla carrozza d’oro massiccio di Re Adriano, il mitico fondatore di Adria e dalla sua armatura. Un tesoro immenso che aspetta i coraggiosi che sapranno avventurarsi nelle profondità della terra: “A Corcrevà, dove c’è la barchessa, che era la vecchia chiesa del monastero, si può ancora intuire l’entrata della galleria, proprio lì sotto l’arco… Molte volte la gente ha provato ad inoltrarsi, ma dopo pochi metri era costretta a fermarsi perché la volta era franata ed il terreno sprofondava pericolosamente. Una volta andarono giù con la lampada d’acetilene, con picconi, badili e stivali. Il gruppo era guidato da Gigìn che sapeva dove si trovava la carrozza perché glielo aveva spiegato suo nonno, quand’era bambino. Ma dopo pochi metri erano precipitosamente ritornati fuori perché si era improvvisamente alzata una enorme biscia con la corona in testa che faceva la guardia al tesoro. E così, ogni tanto, facevano delle scommesse. Si davano appuntamento, si facevano coraggio con qualche litro di vino, facevano un metro… Niente! Ma la carrozza di Re Adriano è là… Siamo sicuri che c’è perché in tanti dei vecchi han giurato di averla vista. E poi re Adriano è sprofondato proprio qui durante un temporale mentre stava venendo a prendere la moglie che era di Bellombra. Ci sarà pur qualcuno che una buona volta la potrà raggiungere ‘sta carrozza… La galleria partiva dal monastero, arrivava sull’argine del Canalón; dalla riva opposta ne partiva un’altra che sbucava nel pozzo che c’era una volta in piazza Castello di Adria. Nella galleria si nascondevano anche i partigiani durante la guerra”.⁶

    In tutto il Bassopolesine, si risveglia periodicamente la febbre del ritrovamento del tesoro del re Adriano, saggio e buono con i suoi sudditi, che ha disseminato le sue ricchezze un po’ ovunque. Secondo Luigi Groto, il tesoro, consistente in un carro pesantissimo d’oro massiccio, si trova sotto la chiesa della Tomba di Adria, da dove riemerge la notte del solstizio d’estate, la notte magica di S. Giovanni, trainato da due possenti buoi, guidati da un gigantesco carrettiere:

    “Un [tesoro] ce ne cela dentro al cimiterio Qui de la tomba, che era del Rè Atrio, Un carro, e al carro son giunte due coppie Di buoi. E il caratier, che ‘l regge, e siedevi Sopra un gigante con una gravissima Mazza in mano. Ed è tutta questa fabrica D’oro massiccio. E quella chiesa attornia Tre volte ogni anno a le più folte tenebre De la notte, la state a venti quattro di Giugno”⁷.

    Secondo altri, il tesoro del re Adriano si troverebbe invece a Mazzorno, qualcuno lo vuole a Loreo, chi lo dice a Contarina e Donada, chi invece giura e spergiura d’averlo rintracciato a Taglio di Po. Per gli abitanti dell’isola di Ariano, è al sicuro sotto la chiesa di S. Basilio e sotto i pilastri di confine confondendosi con il tesoro dei paladini.

    Lo troverà soltanto quel fortunato che sarà riuscito ad incontrare una strega benefica la notte di S. Giovanni o a rubare il cappuccio rosso del Salvanèlo, il folletto dispettoso, riconoscibile per il caratteristico copricapo. A volte, quello sbìlfaro se lo toglieva, lo appoggiava alla vera del pozzo e si calava nell’acqua per staccare i secchi dalla catena, così il mattino le donne si trovavano la bella sorpresa, quando andavano ad attingere l’acqua. Nell’occasione, se qualcuno ne approfittava e si impossessava del suo cappello, era veramente fortunato giacché, per riaverlo, il Salvanèlo era disposto a rivelare il nascondiglio di qualche tesoro perché nel copricapo rosso stava la sua forza magica.⁸

    Intanto ancor oggi – come hanno rivelato cronache recenti – continua la ricerca di tesori occultati nella notte dei tempi, senza che mai si sia interrotto quel filo che lega il presente ad un passato davvero lontano.

  • Il Polesine e i suoi borghi

    Il Polesine e i suoi borghi

    Il Polesine come la Toscana, terra di borgate ricche di fascino ambientale, di perle d’arte e di storia? Il paragone può sembrare azzardato, ma è indubbio che la polesana terra dei fiumi, meno compromessa di altre zone d’Italia dalle devastanti colate di cemento, può accreditarsi come area idonea per un turismo che ami gli aspetti naturali ancora ricchi di fascino (eccessivo utilizzare il termine “incontaminati” riservato ormai a pochissime aree remote del pianeta) e voglia vivere la suggestione di giornate indenni dal caos metropolitano.

    E’ infatti indubbio che nelle borgate, nei paesi e nelle piccole città che costituiscono il tessuto urbano della nostra provincia si può trovare una dimensione del vivere tuttora a misura d’uomo, apprezzabile agli occhi dei turisti più attenti. E non mancano nella nostra terra aspetti qualificanti sotto il profilo artistico ed architettonico. Aspetti nei cui confronti si è risvegliata, a quanto pare, l’attenzione anche di non pochi polesani interessati in numero crescente a conoscere più a fondo il proprio territorio.

    Sempre più numerose sono infatti le iniziative di approfondimento, e via via più frequentate le occasioni di visitazione di luoghi caratteristici. Basta citare il successo oltre ogni aspettativa che ha avuto la recente proposta “Gli itinerari del sacro” di cui si parla a pag. 160 del presente numero. Altrettanto dicasi per le camminate domenicali (di sicuro interesse ad es. quella lungo “El stradon dei frati” a pag. 18). Così pure i progetti che nascono per iniziativa di gruppi di appassionati oppure promossi dalle istituzioni: vedasi a questo proposito l’immediato consenso registratosi per gli appuntamenti “I musei e la tradizione si incontrano a tavola” con cui la Provincia di Rovigo, Assessorato alla Cultura, ha colto l’obiettivo di promuovere contemporaneamente realtà museali e ricette della gastronomia tipica polesana.

    E non a caso il Polesine, ancora in larga misura libero da grandi strutture industriali, è sempre più scelto come ambiente ideale per film che narrano storie legate al passato, come dimostra la recente permanenza a Taglio di Po del cast di “Sangue pazzo”, film che ha come regista Marco Tullio Giordana e come principale interprete Monica Bellucci. Una produzione che viene giustamente vista anche come utile promozione del territorio.

    In questa direzione va pure il moltiplicarsi di iniziative legate al paesaggio rurale con l’apertura di nuove strutture agrituristiche, ma non mancano investimenti di ampio spessore, come la riqualificazione turistica di due villaggi turistici a Barricata e Rosolina Mare di cui si dà notizia in questo numero a pag. 146.

    E che dire del recupero di strutture dimenticate, come il Mulino del Pizzon di Fratta Polesine (pag. 16)? E dell’impatto positivo esercitato dalle grandi mostre come quella dedicata a Mario Cavaglieri (pag. 86) o quella “Balkani” prossima all’avvio allestita presso il rinnovato Museo Archeologico di Adria?

    Per il Polesine e i suoi borghi si moltiplicano dunque le occasioni di essere apprezzato e visitato, e cresce in molti residenti nella “terra dei grandi fiumi” la consapevolezza di vivere in un’area ricca di fascino che va valorizzata in modo idoneo.

  • I trent’anni dell’Athesis

    I trent’anni dell’Athesis

    Per parlare dell’Associazione Culturale Athesis è necessario fare costante riferimento all’importanza di valori come l’amicizia, la collaborazione, la solidarietà poiché ne sono stati e sono tuttora gli elementi portanti, quelli ai quali i soci si sono sempre riferiti per organizzare e condurre le innumerevoli attività realizzate nel corso di trent’anni di lavoro comune.

    Senza scadere nella retorica si può paragonare l’Athesis ad un fiume, quello che le ha dato il nome, mantenendo l’intonazione latina che ne connota la storia legata al territorio nel quale l’Associazione è nata ed opera.

    Come ogni fiume, Athesis ha la sua sorgente dalla quale zampillano miriadi di gocce che confluiscono in un corso comune. Ed è alla sorgente che dobbiamo immaginare di ritrovare la goccia vitale: Livio Ferrari (1922-1992), maestro elementare, scrittore, poeta innamorato della vita e della terra nella quale era nato e dalla quale ha sempre cercato di trarre gli aspetti caratteristici, da quelli ambientali a quelli linguistici, valorizzandoli e diffondendoli come insostituibili valori umani e sociali.

    E’ alla sua scuola, alla sua cultura, al suo pensiero che hanno attinto decine di giovani per i quali è stato maestro di scuola e di vita. Diversi dei giovani che hanno “inventato” il gruppo Athesis rispondevano ai nomi di quelli che aveva chiamato in classe facendo l’appello, erano gli alunni che si erano dissetati alla sua fonte.

    E’ infatti, sotto gli auspici dell’amicizia e della collaborazione che, nell’aprile del 1977, all’interno della Biblioteca Comunale (creatura del maestro Ferrari) nasce l’associazione per iniziativa di alcuni assidui frequentatori: Graziano Zanin (tuttora presidente), Gianfranco Pasqualin, Paolo Pellegrini, Antonio Zancanaro, Antonio Durello, Giovanni Casna e il compianto primo segretario Franco Frasson prematuramente scomparso.

    A questi si affiancano, cammin facendo, più di trecento soci tra i quali i segretari Lorenzo Costiero, Alfredo Rizzo (entrambi futono anche vice-presidenti) e Antonello Zambon, i vicepresidenti Fiorenzo Moretto (attualmente coordinatore delle attività Pinacoteca Favaro), Carlo Crivellin, Ugo Reato, Giuseppe Gherardini, i coordinatori Pino Lelario (Computer Athesis), Tiziano Pastò (Bassa In Corto), Rosetta Menarello (Poesia ed attività espressive), Enrico Andreotti e Massimo Rainato (web master).

    Le foto del primo periodo ci mostrano un gruppo di ragazzi dagli sguardi sereni, gli occhi sicuri verso l’obiettivo: sono quelli di una gioventù degli anni settanta proiettati con grinta ed impeto verso valori che nella moderna società appaiono purtroppo alquanto sbiaditi. Gli iniziali impegni dell’Associazione culturale sono prevalentemente orientati verso la fotografia ed il suo primitivo nome C. F. C. A. (Cine Foto Club Athesis) ne caratterizza l’identità operativa.

    Le attività del gruppo sono realizzate a Boara Pisani ma si estendono, attraverso mostre e concorsi, nelle zone limitrofe incontrando sempre consensi lusinghieri ed incoraggianti.

    E’ il territorio, con le sue risorse, i suoi variegati aspetti geografici, tradizionali ed umani ad offrire al gruppo spunti per lavorare con lena, entusiasmo, desiderio di continuo rinnovamento ed assidua ricerca.

    Gli anni ‘80 sono particolarmente intensi di attività per il gruppo; anni segnati dalla partecipazione ed organizzazione di innumerevoli concorsi e mostre fotografiche nazionali ed internazioni nelle quali crescono e si affinano senso estetico ed abilità tecniche con scelte di temi e soggetti da raffigurare. Vi è nei soci e nei partecipanti un desiderio di esternare sensazioni, desideri, realtà vissute anche accogliendo ed apprezzando quelle di altri gruppi o semplicemente di singoli che si accostano alle attività di Athesis. Ed è ancora una volta il fiume, con il quale si è scelto di rappresentare l’associazione, a ricevere affluenti più o meno grandi e copiosi da cui attingere sempre nuova energia vitale.

    E’ infatti da incontri, confronti, relazioni umane che nascono iniziative che oltrepassano il confine della fotografia e si addentrano nell’ambito letterario, poetico, pittorico o semplicemente artigianale e creativo.

    Il nome si modifica perciò in Circolo Fotografico Culturale Athesis, poi in Associazione Culturale Fotografica Athesis ed infine in Associazione Culturale Athesis per ridefinire e fissare le svariate attività abbracciate e realizzate.

    Negli anni novanta si sviluppano sempre più contatti con varie associazioni ed enti. Per ragioni logistiche le attività vengono sviluppate a Stanghella presso la Galleria Athesis ospitata nel prestigioso edificio che accoglie anche la biblioteca comunale e il Museo Etnografico.

    Viene rinvigorito un progetto molto ambizioso riguardante la creazione di una banca dati soprattutto di immagini del territorio. Nasce il “Museo Terrisaurum” che trova riscontro ufficiale nella sede di Boara Pisani e che è attualmente oggetto di particolari attenzioni che prevedono per il 2008 il decollo in internet.

    Stanghella con la Galleria Athesis diviene il vero punto di riferimento per le svariate attività culturali promosse nel circondario. La gestione della Pinacoteca “Favaro”, affidata all’associazione dal Comune di Stanghella, costituisce un motivo di orgoglio poiché in essa sono custodite svariate opere del grande pittore, opere che spesso diventano lo sfondo per esposizioni pittoriche e fotografiche.

    La partecipazione alle mostre e ai concorsi organizzati dall’Associazione garantisce agli artisti espositori la valutazione critica delle opere da parte di un pubblico sempre molto motivato.

    Tra le collaborazioni particolarmente care all’ Athesis vi è quella con il GAV di Villadose consolidatasi nel 1996 e volta all’indagine storica, valorizzando in particolare la centuriazione romana con una serie di manifestazioni e rievocazioni spettacolari che attirano centinaia di persone.

    E’ nel 1997, nell’anno del ventennale dell’Associazione, che riprende l’organizzazione di concorsi fotografici internazionali. Nasce, sull’onda di un convengo nazionale della Federazione Nazionale Associazioni Fotografiche organizzato a Stanghella, il Salone Athesis Internet Digital Photo, primo nel mondo con patrocinio FIAF-FIAP.

    E’ un fiorire anche di iniziative riguardanti la pittura. Oltre all’alternarsi di pittori con personali per tutto il periodo dell’anno, assistiamo allo sviluppo di concorsi come Boara in cornice, Stanghella in cornice, Bordeghina in cornice, che, anche grazie a soci esperti come Carlo Campi e Ottavio Melato riuniscono svariate decine di artisti.

    Nel passaggio del millennio si rinfocolano le collaborazioni con istituzioni ed enti che operano nel territorio orientando iniziative tese a promuovere la solidarietà, la conoscenza il rispetto verso il mondo che ci circonda. Particolarmente gradita è la collaborazione con il Centro Servizi Volontariato di Padova che sottolinea la collocazione dell’Athesis e la sua iscrizione all’albo regionale Veneto come APS (associazione di promozione sociale).

    Riprende anche con particolare vigore l’attenzione per il video e nasce con “Bassa In Corto” un concorso di sceneggiature e cortometraggi che registra nei primi anni una partecipazione strepitosa. Persone, luoghi, eventi in un dinamismo che rinnova e non si lascia vincere dal tempo ma nel suo trascorrere inserisce tasselli che costruiscono piccole ma significative storie dalle quali i partecipanti traggono spunti sempre nuovi.

    Una particolare menzione va fatta relativamente alle innumerevoli pubblicazioni patrocinate nel corso di trent’anni di attività che costituiscono un vero “archivio storico” delle varie attività ed iniziative. Uno sguardo particolare va rivolto al vocabolario in dialetto veneto “El cao del zhucàro”, edito in occasione del ventennale, nel quale hanno “trovato casa” centinaia di termini altrimenti destinati ad essere dimenticati. A questo proposito, va anche ricordato il concorso “In diaeto veneto” intitolato al maestro Livio Ferrari che ormai da oltre vent’anni (particolarmente pregiato il volume con poesie e foto realizzato per l’occasione del ventennale) offre agli innumerevoli partecipanti da varie regioni dell’Italia e da Paesi stranieri (per l’adesione di emigranti in Italia e all’estero) la possibilità di regalare messaggi poetici attraverso l’originalità delle parole dialettali. Ed è in queste belle occasioni che emerge lo spirito del gruppo che, pur proteso al futuro, ha la capacità di portare con sé il passato e le sue tradizioni.

    Si può senza dubbio dire che l’Associazione Athesis è per molti aderenti un punto di riferimento, anche affettivo perché le attività comuni svolte per tanti anni hanno cementato amicizie e concretizzato sodalizi artistici. La galleria Athesis-Petrarca di Boara Pisani, presso l’hotel Petrarca, riaccoglie dal 2006, con cadenza mensile, apprezzate esposizioni di pittura e fotografia riunendo iscritti e simpatizzanti in incontri conviviali che sempre si trasformano in una sorta di “terapia” contro lo stress del moderno vivere nevrotico del nostro quotidiano.

    Da questi simposi si esce sempre con serenità e desiderio di rimettere in gioco le proprie risorse. E si risveglia in ciascuno quell’“animo fanciullo” che vive accoccolato nell’intimo di questi amici che, con qualche ruga ed i capelli ormai bianchi, pur ricordando gli amici scomparsi, ancora sanno cogliere il bello dell’esistenza per farne una sorta di barchetta di carta da affidare alle acque dell’Athesis, fiume vitale dal quale hanno tratto il nome e l’auspicio di una lunga vita associativa.

  • L’azione della “Barbujani”

    L’azione della “Barbujani”

    Oltre ogni aspettativa si è rivelato l’interesse dei rodigini per l’iniziativa, programmata presso la Sala Fulmina del Museo dei Grandi Fiumi, svoltasi nello scorso mese di settembre, imperniata sulla “rivisitazione delle opere dei principali poeti del passato e del loro legame con la terra, l’ambiente e la cultura del Polesine”.

    Una rassegna – organizzata dall’Associazione “R. Barbujani” onlus di Rovigo con il titolo “I cantori del Polesine”, attuata grazie al sostegno della Fondazione della Banca del Monte, con il patrocinio del Comune e della Provincia di Rovigo – che ha portato alla riscoperta dei quattro grandi poeti del Novecento; autori che con i loro scritti hanno lasciato una traccia indelebile nel territorio tra Adige e Po.

    La vita e le opere di Marino Marin, di Eugenio Ferdinando Palmieri, di Gino Piva e di Livio Rizzi sono state dunque oggetto delle seguite conferenze che hanno visto come relatori rispettivamente Antonio Lodo, Sergio Garbato, Raffaele Peretto e Adriano Romagnolo. L’attenzione dei numerosi presenti al ciclo di conferenze ha manifestato chiaramente quanto sia oggi vivo l’interesse per la conoscenza del proprio territorio e quindi l’apprezzamento dell’impegno letterario profuso dai quattro uomini di cultura vissuti nella prima metà del secolo scorso, i quali con le loro opere hanno contribuito ampiamente a delineare una nuova immagine del Polesine, liberandola dai molti stereotipi negativi.

    Meritoria dunque l’iniziativa dell’Associazione “Renzo Barbujani”, sodalizio culturale costituitosi nel 2000, dedicato al grande personaggio rodigino di adozione, nato ad Adria nel 1927. Una vita di impegno quella di Renzo Barbujani che, nonostante gli ostacoli incontrati, ottenne il diploma di geometra e successivamente si diplomò in statistica presso l’Università di Padova.

    Insegnò al Centro Addestramento professionale di Adria e all’Istituto geometri di Rovigo. Collaboratore di opere enciclopediche, nel 1962 fu incaricato dall’Amministrazione Provinciale di Rovigo di dirigere il Centro Studi economici e rilevazioni sociali. Attraverso queste sue ricerche statistiche, un centinaio di studi monografici e un’ottantina di lavori specifici, fece conoscere gli aspetti più vari della vita polesana: dalle attività produttive, alle condizioni sanitarie, migrazioni e aspetti culturali-scolastici, viabilità ed altro, mettendo in luce la realtà del tempo. Tra le sue pubblicazioni vi sono diverse monografie su polesani illustri: Umberto Maddalena, Giacomo Matteotti, Alberto Mario, Nicola Badaloni, Umberto Merlin, Ferruccio Viola, Giovanni Miani ed altri: nel 1966 ebbe il premio adriese Marino Marin.

    Renzo Barbujani fu dunque un precursore della valorizzazione del Polesine che solo in tempi recenti sembra essere divenuta un’idea condivisa a livello istituzionale. Sua l’idea nel 1977 di dar vita al Museo della Civiltà Contadina del Polesine, istituito poi successivamente. Fu anche il primo presidente della Consulta di quartiere della Tassina.

    Pur essendo una persona affermata e conosciuta nell’ambito del nostro territorio, ha sempre tenuto i vari rapporti umani con semplicità e cordialità.

    Alla sua prematura scomparsa, avvenuta nel 1982, sono sopravissuti i suoi scritti, basilari per avviare approfondimenti della conoscenza del Polesine. Non è andato pertanto perduto il suo insegnamento che è servito da stimolo a non pochi per continuare sulla via intrapresa. Nel 2000, per ricordare in modo più incisivo la figura del “maestro” e dar vita nel suo nome a proficue iniziative, alcuni cittadini hanno dunque fondato l’Associazione che porta il suo nome.

    Vari gli interessi dell’Associazione “Barbujani”, oggi presieduta da Arnaldo Pavarin, che organizza e promuove attività di volontariato a carattere culturale, informativo e ricreativo, affiancandosi agli Enti culturali di Rovigo e del Polesine, organizzando incontri di studio su tematiche storiche, sociali ed economiche, programmando visite guidate, gite e viaggi di interesse culturale e turistico e operando per la tutela e la valorizzazione dei beni culturali e delle tradizioni locali.

    E, come Renzo Barbujani fu un uomo di vasti orizzonti ed interessi, così l’Associazione che porta il suo nome opera in vari settori e in varie attività, in convenzione con la Fondazione Concordi, con il Museo dei Grandi Fiumi, e con la Biblioteca “Antonio Carlizzi”. Molteplici le iniziative, i convegni attuati in questi anni dall’Associazione, quali incontri culturali con scrittori e poeti del passato e del presente, laboratori di scrittura, iniziative tra le realtà del territorio di Rovigo con quello di Mantova ed altro ancora.

    Se quest’associazione è diventata uno dei fiori all’occhiello della città di Rovigo, altrettanto importante è il connubio con la Biblioteca “Carlizzi”.

    Antonio Carlizzi è stato il primo presidente della “Barbujani”, uomo di cultura, di rara sensibilità e attento studioso della storia locale. A lui si deve molto anche per la nascita dell’associazione che ha guidato solo per un anno, essendo scomparso nel 200I. Nel 2003, a ricordo del prof. Antonio Carlizzi, a cura dell’Amministrazione di Rovigo, è stata dunque dedicata una Biblioteca Comunale con sede presso la Scuola Media “Parenzo”, in ricordo della sua la sua vita operosa, spesa per la cultura.

    Nato a Frassinelle nel 1923 da padre calabrese, vissuto in un ambiente impregnato di cultura, genitori insegnanti, così le zie, Antonio Carlizzi frequentò il liceo classico a Rovigo, conseguì la laurea in lettere antiche a Padova nel 1947 ed insegnò presso gli Istituti Superiori e Medie. Fu Preside e Presidente dell’IRAS, 1976,-1986, Presidente dell’URIPA (Unione Regionale per le iniziative delle Istituzioni Pubbliche e Private per gli Anziani) Coordinatore di Corsi vari e, dal 1988 al 1990, Assessore al personale del Comune di Rovigo. Si dedicò anche alla scrittura di racconti, saggi.

    La Biblioteca “Carlizzi”, aperta al pubblico dal 2003, è gestita, in virtù di una Convenzione con il Comune rodigino, da soci volontari dell’Associazione “Barbujani” Onlus. Contiene più di cinquemila volumi. Presso la biblioteca “Carlizzi” la “Barbujani” intende creare “un foro” culturale con progetti di sensibilizzazione e di formazione per gli adulti e per i ragazzi, affinché questi ultimi siano spinti piacevolmente alla lettura di libri per la loro crescita personale

    Strumenti importanti per la realizzazione umana, l’Assiociazione “Barbujani” e la Biblioteca “Carlizzi” operano dunque con l’obiettivo che cultura, idee, iniziative, tematiche e problematiche vadano a braccetto tra loro per migliorare la qualità della vita della città.

  • L’azione del GAL

    L’azione del GAL

    Il Gruppo di Azione Locale (GAL) Polesine Delta del Po è una Associazione nata con l’Iniziativa Comunitaria LEADER nel 1994 per promuovere iniziative a favore dello sviluppo del territorio rurale della Provincia di Rovigo. La struttura sociale del GAL, che entro l’anno acquisirà dalla Regione Veneto il riconoscimento della personalità giuridica, è composta dai principali Enti pubblici e privati che operano nel contesto economico-sociale del Polesine, ovvero: Camera di Commercio di Rovigo, Provincia di Rovigo, Università di Padova, tre Consorzi di Bonifica, Consorzio per lo Sviluppo del Polesine, Ente Parco Regionale Veneto del Delta del Po. Fanno parte poi del GAL le principali Associazioni di Categoria dei vari settori produttivi: agricoltura, pesca, artigianato, industria, commercio e turistismo.

    Il GAL, attraverso il Piano di Sviluppo Locale Leader+, persegue lo sviluppo locale delle zone rurali attraverso la promozione e valorizzazione delle risorse territoriali: l’ambiente, i prodotti tipici e la cultura. Tale sviluppo viene perseguito attraverso azioni realizzate dai vari Enti, Associazioni ed imprese del territorio. Tra queste si cita l’elaborazione di nuovi metodi organizzativi, il recupero delle risorse naturali e dell’edilizia-turistica rurale, iniziative socio-culturali, la certificazione ambientale e dei prodotti agricoli tipici, la realizzazione di percorsi agrituristici di élite e la valorizzazione dei musei della civiltà contadina.

    L’Iniziativa Leader ha quindi sviluppato negli anni un metodo di programmazione locale caratterizzato da un approccio ascendente (button ap), multisettoriale, integrato e innovativo. La realizzazione di progetti di cooperazione rappresenta in tal senso un elemento qualificante dell’attività del GAL.

    In particolare la valorizzazione e la promozione del delta del Po in un’ottica di sviluppo eco-compatibile rappresenta uno degli elementi trainanti dei progetti di cooperazione. Con Leader + il GAL Polesine Delta Po ha infatti avviato una serie di iniziative in partnership con diversi Gruppi di Azione Locale (14) di altre regioni rurali italiane ed europee.

    Con la cooperazione infraterritoriale (in cui sono coinvolti 5 GAL italiani), si è puntato ad una promozione integrata in ambito nazionale ed internazionale delle risorse e delle tipicità dell’area del delta del Po, anche incoraggiando l’integrazione delle vie navigabili con le vie di comunicazione a mobilità lenta (piste ciclo-pedonali, maneggi, ecc.) per una connessione ecocompatibile a livello turistico fra le vie d’acqua e le zone umide dei territori contigui.

    Con la cooperazione transnazionale in partnership con altri 9 GAL (3 catalani, 2 scozzesi, 2 finlandesi e 2 lombardi) si propone invece di definire strategie comuni di gestione e di fruizione delle aree naturali del Delta del Po e delle aree a Parco, considerando il “confronto” con territori dalla caratteristiche similari: il Delta dell’Ebro ed i Parchi. Si è così creato un network europeo della didattica ambientale rurale che coinvolge le strutture di eccellenza che si occupano di educazione ambientale (Centri di accoglienza didattica, Laboratori didattici, Fattorie didattiche, ecc.) situate in zone con presenza di Parchi e di Siti Natura 2000. Attraverso il network (www.terragua.org) i centri sono collegati in termini di persone, conoscenze e attività promozionali.

    Nell’ambito del progetto sono state realizzate diverse iniziative che hanno coinvolto molti giovani studenti del Polesine che hanno attuato delle esperienze formative in Scozia e in Finlandia, mentre recentemente è stata realizzata una esperienza formativa che ha coinvolto diversi operatori territoriali in Catalogna (Spagna) nei territori dei tre GAL catalani Consorci Lidebre, Terra Alta e Massìs dels Ports, partner del progetto di cooperazione trans-nazionale Promozione e valorizzazione del turismo scientifico e didattico, di cui il GAL polesano è il lead-partner.

    L’ultima esperienza formativa si è svolta proprio in Catalogna dal 25 al 29 settembre 2007, coinvolgendo un gruppo di operatori territoriali del Polesine composto da Mauro Girello (titolare dell’Agriturismo La Fraterna), Cristiano Zangirolami (funzionario della Coldiretti), Giovanni Franchi (Consigliere del GAL nonché Presidente del Consvipo), Vincenzo Milan (funzionario del Consvipo), Vanni Bellonzi (Dirigente Provinciale dell’Area Attività Produttive), Geremia Gennari (Vice Presidente del Parco del Delta del Po Veneto nonché Vice Sindaco di Porto Viro), Alessandro Tessarin (Assessore all’Ambiente a Porto Viro), Maurizia Bellinello (funzionaria dell’Ascom), Stefano Fracasso e Barbara Vallese (Coordinatore e Collaboratrice del GAL). Il gruppo, nel corso della permanenza nel territorio catalano, ha partecipato a numerosi incontri e workshop con operatori territoriali locali e visitato alcune iniziative realizzate dai GAL locali con l’Iniziativa Comunitaria Leader.

    Il 26 settembre è stato dedicato alla visita del territorio del Delta dell’Ebro, dove opera il GAL Consorci Lidebre, che ha accolto il gruppo polesano presso la sede dell’Ecomuseo di Deltebre, per un primo incontro di presentazione con operatori e tecnici della zona del delta dell’Ebro e dei territori confinanti. Dopo aver visitato l’Ecomuseo, annesso al Centro di Informazione del Parco Naturale nel cuore del Delta dell’Ebro, il cui obiettivo principale è di introdurre i visitatori nel peculiare mondo del Delta, il gruppo è stato coinvolto in un’escursione in barca sul fiume fino alla foce dell’Ebro, avendo modo di riscontrare le affinità tra gli ambienti dei delta del Po e dell’Ebro. Successivamente la visita è proseguita presso Amposta, in particolare si sono incontrati altri operatori territoriali nella Casa de Fusta, atipica costruzione di legno che ricorda le case dei paesi nordici e che attualmente accoglie un centro di informazione del Parco Naturale, una collezione completa delle specie più rappresentative dell’avifauna del delta e un’esposizione interattiva sulla formazione delle lagune deltizie. La giornata è poi terminata con una sessione di birdwatching nelle lagune del delta.

    Il 27 settembre è stato quindi dedicato alla conoscenza del territorio del GAL Terra Alta, che ha sede a Gandesa, con una quota media attorno ai 400 m sul livello del mare. Dopo il benvenuto presso la sede del GAL, il gruppo è partito alla volta di Arnes, dove si è visitata “Casa Pallarès”, gestita da due simpatiche sorelle uniche depositarie in tutta la Catalogna della lavorazione artigianale della cera con sistemi tradizionali. Successivamente, a Horta de Sant Joan si sono incontrati il responsabile e i collaboratori dell’Ecomuseo dels Ports, che costituisce il principale Centro di Informazione e Accoglienza della Terra Alta, per orientare opportunamente il visitatore durante il suo soggiorno. Nel pomeriggio il gruppo si è poi spostato a Corbera d’Ebre dove, dopo aver visitato il COMEBE (Consorzio di Operatori riuniti per il Memoriale degli Spazi della Battaglia dell’Ebro) incontrandone i responsabili, si è passeggiato lungo le vie del vecchio paese di Corbera d’Ebre che è stato distrutto dai bombardamenti nella guerra civile di Franco, e che è stato mantenuto intatto dagli abitanti sopravvissuti, proprio per rendere viva la testimonianza autentica della barbarie e atrocità della guerra.

    Infine il 28 settembre è stato riservato alla visita dei territori del GAL Massís dels Ports. A Roquetes si è visitata la sede del Parco Naturale dels Ports con l’annesso Centro Visitatori, dove si sono incontrati i responsabili del Parco e i tecnici di Gubiana dels Ports e del Centre Natura Arabogues, ditte di educazione ambientale che offrono visite guidate. Con i fuoristrada 4×4 i tecnici di Gubiana dels Ports hanno accompagnato il gruppo lungo alcuni percorsi di visitazione del parco, fino ad arrivare a quota 1.447 m, il punto più alto del territorio, da dove si può apprezzare meglio la bellezza di tutto il delta dell’Ebro. Successivamente, a Mas de Barberans si è avuto un interessante incontro con il Sindaco e con la referente del Comune che hanno avviato un progetto per favorire l’occupazione femminile che ha come obiettivo il recupero dell’artigianato della palma e quindi la trasmissione di antiche tecniche di lavorazione artigianale per la produzione di cesti, ma anche di orecchini, ciondoli e oggettistica varia.

    Tutte le strutture dei territori catalani visitate fanno parte del Network Europeo della Didattica Ambientale Rurale e sono consultabili sul sito www.terragua.org.

    Gli operatori territoriali polesani che hanno partecipato al viaggio formativo itinerante hanno quindi avuto modo di confrontare le reciproche esperienze realizzate nel campo del turismo scientifico e didattico e delle attività tradizionali, anche in vista di future nuove iniziative.

  • Un giorno

    Un giorno

    RITORNA

    Ritorna da me questa sera. E’ scesa la nebbia c’è buio.

    Ma forse sei troppo lontana.

    E solo il pensiero è vicino. E’ solo il ricordo che resta.

    INVERNO

    Cedono le foglie ultime ai rami saccheggiati.

    Nei prati l’erba aggruma al grigio di brinate.

    Tarda affoga la rosa nella cortina di nebbia.

    Sospinge il vento stormi vaganti oltre montagne.

    DISTACCO

    Io non so quale mia parola possa a me condurti e quale eco portarti della voce che teme ora di non giungere più a raccontarti i miei sogni.

    UN GIORNO

    Un giorno… del giorno la luce versava il suo chiaro colore su un mondo bagnato dai raggi lucenti del sole.

    Un giorno… del giorno il clamore riempiva le scale di gente che sale, che scende che arriva, che corre per niente.

    Un giorno… del giorno è già giunta la sera. Diceva: – Fa buio ma bastano quelle -. Segnava più in alto nel cielo. Segnava le stelle.

    L’ISOLA

    Clamore di luce e sole su sbocci gialli di ginestra.

    Sul monte schiocchi di zigoli dalla balza rapida d’ali.

    Lenti spegni in notturni i tuoi caldi meriggi.

    Torna per sciare l’alitare dolce dei cedri alla marina,

    e stanca sussurra l’onda il canto quieto della sera.

    TUTHANKAMEN

    Per te fu notte e l’ombra tua segreta. Per secoli fu oblio del nome per le genti.

    Sull’arca si posò solo il deserto e sopra ci passò soltanto il vento.

    Veglia il tuo sonno un dio e t’accompagna nel viaggio lungo che tu fai nel tempo.

    Dolce la morte pare bello il morire come chi stanco posa sembri dormire.

    NOVEMBRE

    Abbracci di pioggia che spiccia tardo il piede nel lento fruscio della sera.

    Respiro le fiabe che il vento mi porta narrate sulle fradice foglie.

    Lo schiocco di bruciata ha lepido suono di lucerna che schiara refoli di nebbia.

    Stillano pietre l’umido al fuoco di stinto sole che imbruna la quercia.

    Memoro solare il brolo florido d’uve e il frinire folle di cicale

    all’arso dei crinali or che la bruma grava e i campi e il cielo ammuta e discolora.

    IL MARE

    Il mare si tace se quieto il mattino distende le magiche luci dorate d’oriente,

    se l’ala si culla per gioco nell’aria che fende con volo che sale, che scende.

    Il mare si scuote, rimbomba se il vento lo investe feroce, se sbalza la schiuma

    mugghiando lo slancio dell’onda che gonfia, sobbalza, si alza, si frange, in turbini

    volge il suo schianto, spumeggia, frenetico ballo, in vortice folle di franto cristallo.

    E il mare s’addorme se posa serena nel placido arco del cielo la sera.

    Si ode soltanto un sussurro nel buio che copre le cose, sommesso, profondo, nel lungo respiro pulsante del mondo.

  • Farfalle bianche

    Farfalle bianche

    NOI SCONOSCIUTI

    Noi sconosciuti, sempre stretti a brandelli di sogni, solitudini amare se appena ci disfiorano; noi, che viviamo l’attimo fuggente senza fine, abbracciati alle ombre: radici affondiamo nella sabbia, e ferme le crediamo nella pietra. Noi, a ritroso del tempo, fanciulli siamo che giocano agli incontri, una piccola cosa che il pensiero di morte sbatte e travolge.

    Viviamo una favola dove l’amore si smarrisce, dove forse un canto sospeso alle bacche di rugiada allontana e cancella la nebbia del dolore.

    Dove piansero gli occhi della notte al morir dell’ultima estate.

    FARFALLE BIANCHE

    Sui prati di farfalle bianche si posa il tuo passo leggero: lungo è il cammino amara l’onda del ricordo.

    Non fermarti. Non cercare i sentimenti del tempo, l’attesa li ha coperti di nebbia l’amore li ha smarriti.

    Si scioglie la vita nel vento.

    Tacciono le rondini a sera quando il rumore degli angeli invade i cieli ancora spalancati sulla nostra breve eternità.

    NEL CIELO GLI ANGELI

    Volto di penombra tu madre qui accanto riposi. Sulla scogliera della morte l’alba è sospesa.

    Vi fu un tempo felice di immagini, sorrisi e tanta dolcezza nel cuore. Quietavano i nidi al tuo passaggio azzurravano i cieli nei begli occhi dolenti.

    Piano incurvava la figura assorta sul mistero della culla e lunghe si facevano le braccia a portare stelle per il mio incanto.

    Con te avevo camminato sui prati di neve, nelle fragili maree della vita, in un mondo senza tempo.

    Quanta luce nel tuo pallore, e come erano calde le tue mani gonfie di pena.

    Passasti: appassionata, ignara, Ancora non sapevi che gli angeli respirano nei cieli.

    COSÌ SIA

    Quando attoniti abbandonati dal Tempo a bianche ali d’angelo sospese a cieli trafitti nel grembo della luna stupiremo, saranno le stelle occhi di luce per l’eterno andare.

    Le palme volgeremo all’Eterno a specchiare il nuovo passo, misteriose visioni soffierà l’infinito sui volti stanchi.

    Nella sua grazia estrema piano toccheremo questa verità del Nulla, come al divenire di un’alba rosata suadente e quieta.

    Non avremo ricordi. Solo ombre

    Senza disperazione con soffio d’amore potremo dire: “così sia”.

    FORSE SONO

    Forse sono immagine del tempo l’attimo sgomento il mistero che sempre seduce; o frammento di appuntito cristallo che la carne ferisce. Sono nella musica che viene dal silenzio e al silenzio ritorna, nell’incontro che breve si allontana nel profumo che muore, nel ricordo che specchia la mia pena. O la gattina bianca che discreta riposa accanto sognando la luna.

    Sono nel tuo rimpianto nel momento che invano l’ora tocca; in questa partita a carte dove l’alba ci sorprende tremula in manichini senza faccia pronti per l’ultima parata.

    PORTAMI A CASA

    Portami a casa al grembo verde della mia vallata, al mirto, al gelsomino, alla vecchia quercia dorata; alle ombre in fuga verso il mare.

    Ai rivoli bianchi delle nuvole ballerine, ai calici delle stelle ai sogni abbandonati sotto la pioggia sottile.

    Alla mia terra che i morti sopisce, al vento quando regala manciate d’azzurro per la fantasia. Non lasciarmi alle illusioni: ora che mi hai trovato.

    Portami a casa.

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