Vasi e corredi funebri, costituiti da ornamenti in bronzo, oggetti in osso e in corno, perle in vetro ed ambra. Memorie ricavate dal sottosuolo del Polesine, presentate in una peculiare esposizione, allestita a Rovigo presso il Museo dei Grandi Fiumi. La Mostra “La fragilità dell’Urna” nasce con il patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali ed è realizzata in collaborazione con la Soprintendenza per i beni archeologici del Veneto, la Regione Veneto, la Provincia, il Comune di Rovigo ed il Consorzio di Bonifica Polesine Adige Canalbianco.
L’allestimento, nel prestigioso complesso del Monastero degli Olivetani, popone pezzi sicuramente interessanti, in grado di illustrare al pubblico le principali scoperte effettuate recentemente nella Necropoli di Narde (Fratta Polesine): materiali di significativo interesse per varietà e rarità, tutti inediti e restaurati.
Si tratta della testimonianza del rinvenimento di oltre 200 sepolture risalenti all’età del bronzo e del ferro (XII-IX sec. a.C.), che vengono presentate a conclusione di un importante intervento di restauro. Già da tempo il mondo scientifico ha riconosciuto l’importanza, a livello europeo, del villaggio di Frattesina nell’età del Bronzo finale, e le testimonianze emerse con l’ultimo scavo contribuiscono a definire ulteriormente il valore archeologico e culturale dell’insediamento.
Fortuito (ma per gli addetti ai lavori non imprevisto) il ritrovamento, avvenuto durante lo scavo di un nuovo canale nella zona ad est del paese di Fratta Polesine. Nel corso dei lavori, primi a venire alla luce due grossi blocchi di pietra, che hanno rivelato la presenza di un significativo deposito archeologico. All’immediato intervento della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto, il Consorzio di Bonifica Polesine Adige-Canalbianco di Rovigo, che stava eseguendo i lavori, ha dato ampie disponibilità finanziarie e di mezzi per rendere immediatamente possibile l’indagine archeologica, svoltasi tra l’autunno del 2004 e la primavera del 2005.
Subito dopo la conclusione della campagna di scavi, durata sei mesi, è stato eseguito, in laboratorio, il restauro di buona parte dei reperti. Infine, grazie alla collaborazione di vari specialisti, si è dato inizio agli studi e alle analisi sui reperti archeologici, sui carboni, sui pollini, sulla fauna e sulle ossa degli inumati e dei cremati, i cui risultati sono presentati nel ricco apparato didattico e informativo che accompagna il visitatore lungo il percorso della mostra.
L’esposizione dall’accattivante titolo “La fragilità dell’urna”, si articola in due sezioni: la prima, denominata “Dallo scavo alla mostra”, presenta le diverse fasi della ricerca archeologica. La seconda sezione, intitolata “Dai reperti alla ricostruzione storica”, illustra il nucleo principale delle numerose sepolture rinvenute e le tematiche inerenti ad esse, quali: il rituale funerario e la composizione dei corredi maschili, femminili e infantili, le analisi antropologiche sui resti scheletrici e sulle materie prime per la fabbricazione degli ornamenti, la storia delle ricerche nelle necropoli e nel villaggio di Frattesina.
Ricordiamo che la Mostra resterà aperta al pubblico fino al 6 gennaio 2008 e sarà visitabile nell’ambito dei percorsi museali già attivi presso il Museo dei Grandi Fiumi.
Curatori e responsabili scientifici dell’evento sono Luciano Salzani e Raffaele Peretto, con il coordinamento di Cecilia Colonna e la segreteria scientifica di Elena Masiero. Il progetto scenografico relativo all’allestimento è di Gabbris Ferrari, mentre Marcello Morresi ha curato il progetto esecutivo.
Ca’ Pesaro, importante struttura secolare presso la riva destra del Canalbianco, rimane lì, non lontana dalla piazza centrale di Frassinelle. Di sicuro interesse sotto il profilo storico e architettonico, ma da troppo tempo malinconicamente disabitata, silenziosa e solitaria.
Per i frassinellesi è simbolo di un passato, di un’identità culturale, della comune dominazione veneziana in molte terre del Polesine. Si è cercato di riportare l’attenzione dell’opinione pubblica su questo complesso residenziale con un evento sportivo. L’allora società tennistica locale, a metà degli anni Novanta, ha intitolato uno degli appuntamenti tennistici più prestigiosi proprio a Ca’ Pesaro: un torneo di tennis nazionale maschile di IV categoria. Ma l’obiettivo di valorizzare le radici culturali della locale comunità, utilizzando lo sport come veicolo di diffusione e di conoscenza, è riuscito solo parzialmente nel suo intento.
Oggi si torna a parlare, ancora con molta discrezione, di Ca’ Pesaro, soprattutto per la volontà dei proprietari, i signori Mioni che hanno tutta l’intenzione di valorizzarla e pertanto si torna ad indagare sul suo passato.
Un tempo, probabilmente, fu la residenza estiva della famiglia Dolfin, come attesta lo stemma della famiglia, visibile ancora oggi sull’arco posto tra la casa padronale e la barchessa, oltrepassando il quale si ha accesso al cortile interno. Alla nobile famiglia veneziana appartenevano vaste proprietà nella zona, per cui è credibile che avessero realizzato il primo insediamento nel XVI secolo o in quello successivo, inserendovi il caratteristico stemma con i tre delfini.
Manca però la documentazione in proposito, ed oltretutto la mappa dell’Estimo del 1708, stranamente, non rivela la presenza di alcun edificio nell’area, indicando invece la proprietà del fondo, ascritta a Nicolò Pesaro e fratelli. La documentazione certa del complesso slitta dunque al XVIII secolo: il Catastico del 1775 mostra infatti chiaramente la casa e la barchessa.
Dai Pesaro la proprietà passa, prima del 1845, ai fratelli Pietro e Leonardo Gradenigo e poi, per via ereditaria, nel 1892, ai Nani Mocenigo del ramo che ha palazzo e dimora estiva a Monselice. Nel 1930 il complesso viene ereditato da Maria Mocenigo in Mioni, e tuttora la famiglia Mioni di Frassinelle ne detiene la proprietà.
Ca’ Pesaro-Mioni si presenta come un complesso lineare, che sorge sulla strada che, provenendo dalla località Passo, porta verso Piazza del Popolo: al centro la residenza un tempo utilizzata stagionalmente dai nobili proprietari, a sinistra un oratorio, a destra la barchessa, in posizione un po’ arretrata e separata dalla strada da una cinta muraria. Un maestoso arco, arricchito da un cornicione a dentelli, costituisce la via d’accesso alla corte. Nella chiave dell’arco – come accennato – si può ammirare una pietra lavorata con lo stemma dei Dolfin, suggestiva testimonianza della presenza di questa nobile famiglia veneziana nell’entroterra polesano.
La casa padronale si sviluppa su due piani, con copertura a capanna. Gli elementi decorativi della facciata sono rappresentati dalle canne fumarie aggettanti e dai due portali sovrapposti, dei quali, quello al piano superiore si presenta curvilineo, aprendosi su un balcone con ringhiera in ferro battuto. All’interno la pianta, quadripartita, presenta un salone passante e due vani per lato. Tre di essi sono provvisti di camino, sia al piano terreno sia in quello superiore.
La barchessa è composta da un piano porticato e da un granaio superiore piuttosto alto. Le finestrelle del granaio sono centrate sulle nove arcate del porticato. I nove archi sono contornati da una cornice graffita con chiave di volta e imposte d’arco in rilievo. L’interno al piano terra è suddiviso in vari vani.
L’ oratorio, sul lato ovest, si caratterizza per una ampia apertura ad arco sopra la porta d’ingresso e per le lesene che delimitano la facciata. Rappresenta la parte meno antica dell’intero complesso: in documenti catastali datati 1775 non appare. La costruzione è quindi più recente e potrebbe risalire tra la fine del 1800, ma non si hanno testimonianze precise in merito. L’unico dato certo, tramandato attraverso preziose testimonianze orali, è che la piccola chiesa era punto di riferimento per la comunità locale prima dell’edificazione della chiesa di Santa Maria Assunta in Frassinelle.
Nella cappella di Ca’ Pesaro, infatti, sino ai primi anni Cinquanta, si celebravano alcune funzioni religiose. A maggio, il mese della Madonna, venivano celebrati i fioretti, i ragazzi inoltre andavano a catechismo. Lo spazio interno era ridotto, per cui, in determinate occasioni, i testimoni dell’epoca narrano che “le donne entravano nella chiesetta, mentre gli uomini partecipavano alle funzioni in una stanza vicina, comunicante con lo spazio sacro”.
Dopo l’alluvione, quando fu edificata la Chiesa di Santa Maria Assunta (la messa in posa della prima pietra risale al 30 settembre del 1957), la cappella non è stata più utilizzata. Gli arredi in essa contenuti (tra questi uno splendido presepe con statue lignee ed un trittico) sono andati perduti.
Ca’ Pesaro si presenta dunque in attesa di un piano di intervento che la rivitalizzi, ma non è stata del tutto dimenticata. In tempi recenti infatti l’interesse per questo complesso residenziale si è manifestato a livello cinematografico: Ca’ Pesaro è diventata lo scenario di alcuni film.
Un giovane autore polesano, allievo di Pupi Avati, ha girato tre film all’interno della casa padronale e della barchessa. Nulla di melenso o di particolarmente stucchevole, anzi… Ivan Zuccon (questo è il nome del regista) è appassionato della produzione horror e, opportunamente ricostruiti grazie all’ausilio dell’informatica, gli spazi di Ca’ Pesaro sono diventati gli scenari di The Shunned House (2003), Bed brains (2006), Nympha (2007).
Zuccon ha scelto questa ambientazione per il suo indiscutibile fascino: grande estimatore di H. P. Lovecraft (scrittore statunitense di genere horror, che nel suo viaggio nel Delta polesano, trae ispirazione per alcuni suoi lavori) ha trovato risposta ideale per le sue particolari trame (The Shunned House è ispirata a racconti di Lovecraft).
Ivan Zuccon non è molto conosciuto in Italia; ha scelto infatti di distribuire i suoi film su circuiti europei. È più famoso all’estero, è uno dei nomi più noti nelle riviste di genere, ha partecipato a festival e a rassegne cinematografiche internazionali.
Per ora Ca’ Pesaro vive così, in questa dimensione ancora poco reale, che forse il mondo del cinema abbraccia e soddisfa appieno. In futuro, forse, un intervento di recupero riporterà a nuovo splendore lo storico immobile e le stanze della casa o gli spazi della barchessa si potranno nuovamente visitare e torneranno ad essere un concreto punto di riferimento per la comunità locale e non solo.
Si ringrazia per il materiale, per le informazioni, per le foto e per la disponibilità la famiglia Mioni.
Ad un anno dalla morte del suo fondatore, l’Abbé Pierre, la Comunità Emmaus di Fiesso Umbertino, ha voluto ricordare – con una mostra allestita nella sala della Pescheria Nuova di Rovigo – il carismatico personaggio che ha proposto al mondo un modello di vita basato sull’autentica carità. Un modello che, partito dalla Francia, si è diffuso in quattro continenti del mondo, dando vita a 327 gruppi membri, impegnati per la giustizia e il sostegno ai più disagiati.
In Italia Emmaus è costituita da dieci comunità, una delle quali ha trovato dimora a Fiesso Umbertino, grazie ad un lascito che ha destinato ai seguaci polesani dell’Abbè Pierre la settecentesca villa Colognesi. Si tratta di una Comunità di accoglienza, attiva dal 1997, dove trovano rifugio persone con problematiche e disagi diversi: alcool, famiglia, carcere, mancanza di fissa dimora. Giovani e meno giovani e tra loro anche donne. Diseredati dalla vita che si mantengono con il lavoro basato sulla raccolta, selezione e vendita di materiale usato. Persone uscite dal circuito assistenziale e in grado di portare solidarietà ad altre persone in difficoltà sia nell’ambito della provincia in altre parti del mondo.
“Non gettare il tuo cuore tra i rifiuti” è lo slogan che campeggia sui foglietti che periodicamente vengono distribuiti a Rovigo e nei comuni polesani per sollecitare la gente a non gettare le cose rotte o considerate inutili, indumenti compresi, ma a donarle a chi può ricavarne qualcosa sistemandole e mettendole in vendita a prezzi molto bassi. Mobili, elettrodomestici, oggettistica e molto altro vengono offerti nei mercatini organizzati il giovedì e sabato e ogni seconda domenica del mese presso la sede di Fiesso.
E’ Angela Pasini, rappresentante della Emmaus di Fiesso e presente all’apertura della mostra, a fornirci le cifre che caratterizzano la comunità polesana: in un anno vengono mediamente rivalorizzati 60.500 pezzi; il costo vita annuale della quindicina di persone presenti nella comunità è di circa 126.000 euro. Nulla viene fornito da enti pubblici e quasi 16.000 euro vengono dati in solidarietà ad altri.
Una spirale virtuosa che presenta un solo difetto: la scarsezza di volontari che aiutino a gestire l’opera. Un impegno che non è solo rivolto all’autosufficienza del gruppo che ha trovato ospitalità negli ambienti di villa Colognesi, ma che va oltre, aprendosi ad altre emergenze sociali. Emmaus svolge infatti un’azione importante anche a Rovigo dove è presente con la gestione del camper grazie al quale, nel periodo invernale, viene portato soccorso ai disperati nei pressi della stazione ferroviaria. E ancora Emmaus provvede alla gestione di Casa solidale, asilo notturno invernale per i senza dimora.
Ci dice ancora Angela Pasini: “C’è bisogno di volontari esperti nell’insegnare a recuperare oggetti elettrici o meccanici o elettronici. Di giovani che partecipino ai campi di lavoro estivi”. E qui Angela fa una sottolineatura un po’ dolente: “A Fiesso nel campo estivo si incontrano tanti ragazzi di nazionalità diverse, ma mancano proprio i rodigini”.
Sulle pareti della Pescheria di Rovigo per tre giorni sono restati affissi i tabelloni predisposti dalla Comunità Emmaus fiessese illustranti la storia di un progetto di giustizia umana e sociale. Un progetto nato nel 1949 ad opera di Henry Grouès, monaco francescano e poi sacerdote che, durante la seconda guerra mondiale, dopo una retata di ebrei, ritenne che non si poteva rimanere a guardare e decise di entrare nelle file della resistenza assumendo lo pseudonimo di Abbé Pierre.
E Abbè Pierre restò il nome che lo caratterizzò nella sua lunga vita: un’esistenza dedicata ai più poveri e a scuotere le coscienze del mondo.
Ad un anno dalla scomparsa del fondatore di Emmaus, vari sono stati i ricordi fioriti sulle labbra degli aderenti alla comunità di Fiesso, tra cui anche quello dell’omaggio augurale ideato nel 2001 per l’89° compleanno dell’Abbè festeggiato proprio a Fiesso. Sulla grande torta si scrisse 90 e non 89, non per errore ma per una sorta di auspicio al prossimo traguardo, all’idea di andare avanti con la comune volontà di continuare senza esitazioni la via intrapresa.
Istituto Professionale di Stato per i Servizi Alberghieri e della Ristorazione “Giuseppe Cipriani”. Così è intitolato dal 1° dicembre 2007 l’Istituto Alberghiero di Adria che celebra quest’anno i 40 anni di attività nell’istruzione e formazione di personale qualificato per il settore turistico-alberghiero e per la promozione del territorio polesano.
L’intitolazione
E’ stato Arrigo Cipriani, figlio del mitico Giuseppe fondatore dell’Harrys Bar, uno dei primi ad accogliere con entusiasmo e partecipazione la decisione del prestigioso Istituto Alberghiero adriese di essere intitolato al grande Maestro.
Giuseppe Cipriani è stato soprattutto il creatore di uno stile, quello della semplicità raffinata, i suoi menu ripropongono il meglio della cucina veneta e veneziana, rendendola ancora più essenziale e delicata al vaglio della sua esperienza europea. Così, certi piatti tradizionali, come il baccalà mantecato, il fegato alla veneziana, i risotti di verdure o di scampi, diventano dei piccoli classici noti in tutto il mondo. Semplicità e raffinatezza sono anche le parole d’ordine per la scelta nello stile architettonico dei suoi locali e degli arredi, la cura nell’accoglienza del cliente, finalizzata a farlo sentire come a casa propria.
Cipriani fu anche geniale inventore, a lui si devono il famoso “Carpaccio” e il cocktail Bellini, due specialità oggi imitate ovunque.
In occasione dell’intitolazione dell’Istituto adriese, sabato 1° dicembre, la famiglia Cipriani, alla presenza del Direttore Regionale dell’Ufficio Scolastico Regionale Dott.ssa Carmela Palumbo e delle Autorità locali e provinciali, dopo aver scoperto una targa collocata sulla facciata dell’edificio scolastico, ha anche annunciato l’istituzione di 3 borse di studio per gli studenti più meritevoli nei tre settori di cucina, sala-bar e ricevimento. Già dalla prossima estate gli studenti vincitori, tra i diplomati, potranno recarsi in America per uno stage negli hotels e ristoranti del gruppo Cipriani di New York. Un’opportunità formativa entusiasmante per i giovani che vogliono intraprendere una carriera lavorativa prestigiosa nel settore turistico-alberghiero.
Un Istituto all’avanguardia
Negli ultimi decenni il Cipriani di Adria, in controtendenza rispetto ad altri istituti della Provincia, ha visto aumentare gli iscritti, al punto da dover ricorrere per la seconda volta ad un ampliamento dell’edificio sito in via Aldo Moro. Ed a settembre 2008 saranno consegnate 10 nuove aule, alle quali seguiranno nuovi e moderni laboratori di sala-bar e cucina e ricevimento.
Grazie alla nuova struttura gli studenti potranno conoscere le più moderne tecniche per la gestione informatica del soggiorno del cliente in albergo e potranno utilizzare nuove attrezzature per la preparazione ed il servizio di cibi e bevande con le più moderne tecnologie, rispettose delle normative igienico sanitarie nazionali ed internazionali, preparando gli allievi a divenire abili imprenditori o preparati chef e maîtres.
Da sempre l’Istituto G. Cipriani ha lavorato per promuovere il territorio polesano preservando gelosamente la tradizione gastronomica e i prodotti del Delta del Po, ricevendo numerosi riconoscimenti come quello del luglio scorso della Camera di Commercio di Rovigo. L’essere menzionato tra le aziende fiore all’occhiello della Provincia rodigina non rappresenta per il Cipriani un traguardo bensì un punto di partenza ed una sfida per un Istituto Professionale che ha sempre dato grande importanza anche alle materie teoriche. Il “Progetto 92” del Ministero della Pubblica Istruzione ha infatti permesso all’istruzione professionale un notevole salto di qualità dal punto di vista della preparazione “culturale” degli allievi.
Spesso, erroneamente, si pensa ad un istituto Alberghiero che offra solo attività pratica professionale, non tenendo conto dei 300 studenti che ogni anno ricevono il diploma di Stato, necessario per l’accesso ai settori qualificati del lavoro nel campo turistico-alberghiero ma anche indispensabile per l’accesso agli studi universitari (scelta effettuata da un sempre maggior numero di allievi), in facoltà prestigiose nei settori economico-turistico e agroalimentare.
I progetti
Tra le numerose attività dell’Istituto emerge, il “Progetto Nutrilandia”. Le ULSS 19 di Adria e 18 di Rovigo con l’I.P.S.S.A.R. G. Cipriani propongono ormai da cinque anni il progetto per la promozione della salute e del benessere grazie ad una sana alimentazione. Migliaia di bambini e studenti delle scuole della provincia ogni anno aderiscono alle iniziative e si ritrovano all’Istituto Alberghiero nel mese di maggio per concludere il percorso che vede la scuola G. Cipriani il luogo ideale per la formazione della popolazione giovanile nonché, dei cuochi delle mense scolastiche, delle case di riposo e degli ospedali. Ad ogni nuova edizione aumentano le richieste di partecipare anche da scuole di altre provincie, evidente segnale della grande attenzione alla tematica della corretta alimentazione.
Nella stessa direzione si colloca il “Progetto Gastronomia” attivato nella scuola, per la conoscenza e la promozione dei prodotti del territorio del Delta del Po. Quest’anno, tutte le classi (42), con varie modalità, hanno trattato gli argomenti riso e il pesce del Delta del Po. Nel mese di maggio, in occasione degli esami regionali di 3° area realizzati in forma di Seminario aperto alla popolazione, sarà presentato, con la collaborazione della Provincia di Rovigo, un interessante DVD con ricette e notizie gastronomiche.
Tra gli altri progetti, il più complesso, dal punto di vista della formazione degli allievi, risulta quello della Alternanza Scuola Lavoro, che coinvolge tutte le classi terze dell’istituto. Per tre settimane, tra aprile e maggio, gli studenti faranno lezione in aziende del Veneto che offrono esperienze lavorative di alto livello professionale. In questa attività, gli allievi saranno seguiti da un tutor aziendale e dai docenti del Cipriani. Tra le aziende selezionate nel Delta del Po troviamo il “Villaggio Barricata” del gruppo Macola: accoglierà alcuni studenti dei settori accoglienza e ristorazione nel modernissimo villaggio con ristorante e unità abitative. Il villaggio, al secondo anno di attività nel nostro Delta, ospita migliaia di turisti, soprattutto dei paesi nordici innamorati delle caratteristiche ambientali uniche al mondo, del nostro Delta.
Per il prossimo anno, nell’ambito dell’interazione con il territorio per lo sviluppo della cultura enogastronomia, ci sono in cantiere altri progetti, ad esempio l’organizzazione di corsi strutturati di cultura gastronomica aperti al pubblico all’interno dei quali verranno proposti oltre alle classiche lezioni sulla cucina polesana e veneta anche incontri di carattere culturale. Sono previste inoltre, sempre nell’ambito delle attività didattiche, serate a tema, durante le quali verranno approfonditi l’origine la produzione e la trasformazione in ricette di cucina di alcuni prodotti del territorio.
Con queste iniziative l’alberghiero Cipriani, nello spirito previsto dalla legge sull’autonomia degli istituti secondari, si apre al territorio non solo come punto di riferimento per l’istruzione e la formazione del personale, ma anche come centro di studio qualificato e di divulgazione della cultura gastronomica che attualmente coincide con una grande attenzione verso il rispetto delle tradizioni, del territorio dei suoi prodotti e della salute dei cittadini.
Vulnus venatorio che spacca viscere aligere e ustorio frammenta il murmure vitale della foresta.
Assolo di assiuolo querulo, nascosto nello spessore del buio saturo di veleno.
Si levano in volo ogni notte, tra ogive di volte gotiche, di legni di pino, note fradice di lutto e voci strozzate in vampe di zolfo.
Vulnus vegetale di bocche fumide spalancate all’etere, neri sputi in faccia alla foresta marittima.
Aux tous les bois, aux tous les poissons empoisonnés, aux tous les animaux chassés: Cave canem. Cave hominem.
IL RICORDO DEL TUO AMORE
Il ricordo del tuo amore presunto, presuntuoso e pretestuoso, centellinato come ciò ch’ è prezioso o scarso, raggela ancora il mio sangue e il tempo che ci separa.
PANTELLERIA
Pantelleria, di vulcanica furia figlia, ninfèa di roccia dai petrosi petali, ninfale bellezza d’acqua.
Ho visto Nettuno farsi procelloso e penetrare i tuoi anfratti con dita di sale.
Isola ventosa da scirocco e libeccio capricciosi accarezzata.
Ho amato le tue rugosità cromatiche.
Il cobalto di profondità marine,
di costole ispide che respirano a strapiombo, il bianco di dammusi dai rutilanti tetti tra le foglie e le siepi;
il verde di pietre dipinte di capperi e di fichi spinosi;
il giallo d’elicrisi.
Sopra i tuoi scogli stesa io dipanato dedali di tormenti.
A scoscesi dirupi affacciata ho dato forma finita all’infinito.
LA PIETA’
Tra le mie braccia, seminudo e scarno, come corpo morto, pallido di plenilunio, triangolo pagano.
Nel silenzio del piacere appagato Il mio Cristo non era morto, ma appena nato.
OCCHI
Squarcio mortale dell’animo, di cui sussurrano, mistificatori, edulcorate sequenze.
Ferite vivide, spaccature cromatiche, battito d’ali di diurna farfalla;
perenne moto di pianeti nella calotta siderale di Morfeo sognatore.
Porte dell’Ade su cui le triplici Parche cuciono, per sempre, le ciglia nere.
Bulbi nervosi, errabondi su un emisfero di noce molle.
SOL DI GAZZE GAZZARRE
Sol di gazze gazzarre il quieto torpore interrompono irrompendo il silenzio.
Nel cielo celeste volano veloci rincorrendosi ed intrecciandosi in sinuose serpentine e giocose giravolte.
Come pazzi pittori di schizzi bizzarri, bicolori, spruzzano la tela, piume anziché setole tracciano tortuosi arabeschi.
Ovunque di fiori ghirlande, maturi frutti, cicalìo assordante e calore cocente.
SINUSOIDE
Cavalcavo eccitata il picco del sinusoide e somatizzavo l’ansa discendente, nell’incostante matematicità dei tuoi umori.
Era da poco sorto il sole e presto le navi mercantili avrebbero attraccato al porto di Adria. Nella città, che aveva dato il suo nome al mare solcando le cui acque giungevano tante imbarcazioni dalla Grecia, c’era un’animazione inconsueta. Tra la gente si era infatti diffusa la voce che una di queste navi trasportasse mercanzia molto pregiata. Molti, incuriositi, avevano raggiunto il porto ed attendevano con ansia l’arrivo: uomini in cerca di oggetti preziosi da regalare come simbolo d’amore alle loro consorti, donne che cercavano collane e profumi per aver una possibilità in più per far breccia nel cuore del giovane su cui avevano messo gli occhi, collezionisti ed estimatori dell’arte greca che si accalcavano per non farsi sfuggire i migliori pezzi.
Finalmente apparvero all’orizzonte le grandi navi e, nel convoglio, eccola: un’imbarcazione imponente, che si differenziava dalle altre per i colori sgargianti delle vele e per la sua possanza.
La folla capì subito che si trattava di quella attesa, nelle cui stive si celava ciò che cercavano. Appena le navi ebbero concluso le operazioni di attracco, i mercanti greci scesero a terra e con l’aiuto di alcuni facchini del porto iniziarono a scaricare le merci, in attesa di venderle.
Ben presto si aprirono le trattative, ma tra tutti i venditori presenti, uno attirò l’attenzione di tanti: teneva tra le mani delle preziose boccette di profumo, alcune fatte di pasta vitrea, altre di fine ceramica: piccoli contenitori pregiati, alcuni contenenti una miscela a base di olio d’oliva, altri essenze provenienti dall’Oriente. I raffinati recipienti imitavano le forme dei vasi greci in terracotta e portavano nomi greci: alabastra, aryballoi, amphoriskoi, oinrochoai. Alcuni degli oggetti esposti, prima di giungere ad Adria erano arrivati in Grecia grazie agli stretti rapporti commerciali con il mondo dell’Est. I profumi rappresentavano merci particolarmente di lusso, in parte per il complesso processo produttivo e in parte per l’abbinamento con altri materie pregiate. I più costosi provenivano dalle regioni orientali del Mediterraneo. Tra le mercanzie di maggior pregio c’erano anche collane in oro a sbalzo in lamina, orecchini a granuli e alabastro.
Un mercante si fece largo tra le persone esclamando: “So che non aspettate altro, ma permettetemi, prima di avviare le contrattazioni, di raccontarvi una storia che sono sicuro apprezzerete. Dalle mie parti narrare è fatto molto importante, e io voglio che voi sappiate l’origine di ciò che vi porto”.
Il mercante si mise davanti alla gente, la quale si era ormai calmata, interessata a ciò che l’uomo aveva da dire. “Si racconta… – riprese -… che alcune di queste boccette siano appartenute un tempo alla bellissima Arianna, figlia di Minosse, Re di Creta». Un bambino si era fatto prendere in braccio dal padre, in modo da poter sentire e vedere meglio. Il mercante sorrise e continuò: «Dopo l’avventura di Teseo nel famoso labirinto e l’uccisione del Minotauro, Arianna fu abbandonata su una riva dal suo amato: si dice che Teseo amasse un’altra donna, o che Atena e Ermes gli avessero ordinato tal cosa. Ma nemmeno Giove aveva previsto che il dio Bacco sarebbe stato folgorato della bellezza e dell’innocenza della principessa”.
I presenti pendevano dalle labbra del mercante che continuò: “Bacco raggiunse la ragazza sulla riva, trasportato da un carro trainato da pantere. Uno spettacolo che affascinò completamente Arianna che non pose resistenza alle profferte del dio, il quale ben presto la sposò e la condusse sull’Olimpo. Come regalo di nozze le diede un diadema forgiato da Efesto”.
Si avvicinarono frattanto due ragazze: portavano tra le braccia ceste di grano intenzionate a barattare, ma il mercante le bloccò riprendendo la sua narrazione: “Ma questo non bastava. Bacco non era sicuro che Arianna avesse dimenticato Teseo e quindi chiese aiuto alla dea Venere, la quale gli donò una speciale boccetta di profumo, contenente un’essenza che avrebbe curato le crepe nel cuore della giovine. Fu così che i due vissero con passione in eterno”.
Le parole del facondo mercante avevano ormai incantato la gente. Alcuni giovani si chiedevano se una boccetta di quelle avrebbe loro permesso di fare colpo su qualche fanciulla, mentre uomini e donne sovrastavano di richieste il mercante.
La storia della bella Arianna e dell’amore tra lei e Bacco permise all’abile venditore di ottenere sacchi di grano e ambra preziosa in cambio di quelle boccette. Col suo racconto mitologico aveva impresso nella gente la convinzione che le essenze avessero davvero un potere divino, un potere che in realtà era solo illusione, ma che spinse molti degli astanti ad aderire alle successive proposte di acquisto… E la convinzione di aver ottenuto un balsamo speciale continuò nel tempo, alimentando di passione la vita. Un bene da cui non vollero più separarsi, tanto che i fortunati acquirenti indicarono che, alla loro morte, i flaconcini di profumo fossero posti nelle loro tombe. E fu così che le preziose boccette greche furono destinate ad accompagnarli nel loro cammino eterno.
Si stanno completando a Castelmassa i lavori di recupero del Teatro Cotogni, costruzione storica dedicata al famosissimo baritono, alla cui memoria il paese altopolesano resta particolarmente legato, anche perché, proprio nel centro rivierasco, Cotogni visse per alcuni anni della sua infanzia.
Gigi Fossati (1900-1986) giornalista rodigino – ricordato nel n. 36 di questa rivista (pag. 78 e successive) ne ha parlato in un articolo apparso nella raccolta “Una regina a Rovigo”, curata dallo stesso autore. Uno scritto scorrevole e di immediata lettura che riproponiamo in queste pagine.
Nato nel 1831 a Roma, ma vissuto a lungo a Castelmassa, che al suo nome ha intitolato il proprio teatro, tanto che alcuni storici lo ritengono polesano, Antonio Cotogni apprese dal padre l’arte di modellare maioliche, nella quale, prima di darsi interamente al canto divenne provetto e ricercato. Un giorno fu sorpreso ad origliare alla porta di una scuola di canto, l’Ospizio di S. Michele, presieduto dal Cardinale Tosti. Il porporato, per premiare la volontà del piccolo Toto, ed anche forse perché non gli dispiaceva darsi l’aria di mecenate, gli permise di frequentare le lezioni nelle ore che gli lasciava libere il suo mestiere di «maiolicaro».
Il giovane baritono iniziava così la strada luminosa lungo la quale per oltre quarant’anni doveva mietere gran copia di allori e guadagnarsi il titolo di «sovrano dei baritoni».
Antonio Cotogni ebbe dalla natura un tesoro di voce che seppe con lo studio piegare alle modulazioni più belle, mentre apprese l’arte delle interpretazioni da Gustavo Modena.
Fu il Conte di Cavour a presentarlo al grande attore. Una sera del settembre 1857 il Modena interpretava meravigliosamente il Saul al Carignano di Torino. Cotogni era fra gli spettatori a fianco di Cavour e, nella commozione che quella arte eccelsa gli provocava, esclamò: «Di quell’arte avrei bisogno io per cantare!». Cavour, cortesissimo, non se lo fece dire due volte e lo presentò al Modena, il quale fu ben lieto di insegnargli ad interpretare umanamente i personaggi dei melodrammi.
Come tutte le vite degli artisti di teatro, pure quella di Antonio Cotogni è tutta infiorata di aneddoti, nei quali vediamo passare molti uomini chiarissimi del XIX secolo, tutti ammiratori del bel canto del baritono romano-polesano. Una sera a Nizza Giuseppe Garibaldi, dopo lo spettacolo, abbracciò il Cotogni tremando di commozione; nel ‘67, Giuseppe Verdi lo volle a Busseto per udirlo prima di affidargli la parte del «Marchese di Posa» nel Don Carlos. L’esame fu un successo di più. Cantò pure dinanzi a Rossini, il quale, sebbene vecchio e pieno d’acciacchi, non aveva perduto nulla del suo proverbiale buon umore. L’autore del Barbiere il giorno che ebbe la gioia di trovare nel Cotogni un baritono di suo gusto, per testimoniargli la propria compiacenza, improvvisò uno strambotto, poi gli raccomandò di fare il trillo nel duetto con «Rosina» e quindi gli decantò le qualità di un… mazzo d’asparagi che aveva veduto in piazza. E nella terza parte del discorso mise forse assai più calore che nelle altre.
Nel ‘76 il Cotogni era a Londra, dove il successo fu incontrastato, come d’altronde a Berlino, a Madrid e a Pietroburgo. Anzi i maggiori successi il Cotogni li riportò in Russia ove, al solo apparire di Toto sulle scene, gli spettatori venivano presi come dal delirio. E tanto dissero e tanto fecero che lo costrinsero ad accettare la direzione della scuola di canto nel Conservatorio di Pietroburgo.
Nel 1889 Antonio Cotogni abbandonò la scena e solo cantò ancora in qualche accademia o in qualche grande serata di beneficenza. Poi fu chiamato a Roma ad insegnare canto all’Accademia di Santa Cecilia.
Fu il baritono per eccellenza, possessore di una delle voci più belle che siano mai esistite, estesa con una distribuzione meravigliosa di toni dal “la” naturale basso al “si” naturale acuto. Ma ciò che meglio procurava i suoi trionfi fu la sua sottile arte interpretativa, insegnatagli, come si è detto, da Gustavo Modena. E Tommaso Salvini ne era innamorato ed ebbe a scrivergli: «Caro Toto, tu sei sempre stato il mio ideale fra i cantanti».
Entusiasmò ugualmente ogni pubblico al quale si presentò. Si ricorda che a Venezia gli spettatori della Fenice e del Malibran erano deliranti per lui. Lo amavano come un figliolo e lo veneravano come un sovrano. Una sera d’ultima rappresentazione, alla fine dello spettacolo, i veneziani erano dispiaciuti per la prossima partenza del loro idolo. Ed allora, facendo una variante ad una canzonetta popolare assai in voga, tutta la sala in piedi cominciò a cantare: «O Cotogni benedetto – No te vogio più lassar».
Si chiude con questa promessa, scaturita dal cuore del suo pubblico, l’articolo di Fossati. Ed è vero che la memoria del grande baritono non è tramontata, ma è altrettanto vero che gli ultimi giorni della sua vita dovettero essere amari e poco confortati dalla presenza dei tanti suoi estimatoti. Infatti Cotogni, grande gloria del teatro musicale italiano ed internazionale, che a 73 anni in un pubblico concerto, aveva esibito una vocalità ancora integra e salda, morì povero e dimenticato il 15 ottobre 1918. Una affrettata colletta tra i pochi amici ed ex allievi dell’artista permise di dare degna sepoltura ad Antonio Cotogni, dato che per lui, che aveva portato la gloria del canto italiano nel mondo, non si mossero né lo Stato Italiano, né il Comune di Roma, né L’Accademia di S. Cecilia, di cui egli era membro.
Ci si attende dunque che Castelmassa – a conclusione del recupero del teatro a lui dedicato – torni ad onorarne degnamente la memoria.
A conti fatti, l’alimentazione contemporanea si articola in decine di menù. La varietà dei cibi a disposizione è molteplice: varia secondo i luoghi, le regioni, i popoli, perfino secondo l’estro ed il capriccio di chi si nutre. Molto poi è lo scarto, e tutto quanto si butta via come avanzo.
E c’è una particolarità: nei menù ormai il pane non viene neppure più indicato. In molti ristoranti, solamente se è richiesto, appare sulla tavola. Il pane è stato declassato a livello della tovaglia, del piatto, del bicchiere, della sedia, del tavolo e fa parte di quello che i ristoratori moderni chiamano coperto, o è sostituito dai grissini, spesso insipidi, che non sanno creare le condizioni di attesa che invece crea una michetta sbocconcellata, mentre il pranzo sta per essere servito. Il pane a tavola stimola la fantasia e soprattutto i succhi gastrici, un piacere a cui difficilmente si sa rinunciare specialmente se siamo stimolati dall’appetito. E’ un gusto che, a quanto pare, non sappiamo più apprezzare, perché ormai siamo viziati o sviati alla ricerca di altri piaceri meno ordinari.
Eppure il pane fu alla base dell’alimentazione dell’umanità; non esiste altro alimento così costantemente presente nella dieta dell’uomo. Qualsiasi granaglia o radice che poteva essere ridotta in farina e poi impastata e cotta sul fuoco diventava pane. Mancando il pane, era la fame.
Quest’idea appare costantemente nel parlare comune ed in alcune frasi idiomatiche del mondo contadino: quando qualcuno andava in cerca di lavoro, andava in zerca del so pan e alla famiglia sapeva portare el pan. E quando perdeva il lavoro, o era disoccupato, non aveva più modo di procurarsi il cibo necessario usava dire di esare zo de pan oppure di perdare el pan. Ancora qualche decennio fa, ad buon giovane che aspirava a mettere su casa si richiedeva di essere san, on bon cristian e che sapia portare a casa el pan. ‘Compare, com ve vala a pan?’, chiede il Menego ruzzantino al compare Duozzo (Menego).
Con una certa dose d’auto ironia e forse d’auto commiserazione, il contadino affermava di mangiare tutti i giorni pan, crosta e molena (pane, crosta e mollica) oppure pan e spuacio (pane e saliva) che è poi come dire solamente pane senza companatico.
Qualche volta il pane era accompagnato da qualcos’altro, come le noci o il formaggio: pan e nose pasto da dose, polenta e pan pasto da vilan (pane e noce cibo degno di un doge, polenta e pane cibo degno del contadino o servo della gleba).
Il pane nella società contadina nasceva dalla fatica e dall’applicazione di tutti, non esisteva il pan conpro, cioè il pane commerciale prodotto da forni pubblici e poi venduto secondo le quantità richieste, né la donna di casa usciva ogni giorno per andare dal fornaio a comperare i fabbisogno di pane per la famiglia. Nella società contadina il pane era solo quello prodotto dal lavoro di tutti i membri della famiglia in rilevante quantità secondo la capienza dei forni (fino ad un quintale) e cotto in appositi forni di mattoni scaldati con il fuoco vivo.
Il combustibile per cuocere il pane nei forni era dato dagli scarti di legno delle potature autunnali o dalle fascine di rami, di sterpi e foglie. Talvolta la povera gente per questo scopo andava a fare fasci di canne palustri, altre volte le fascine erano di canapuli ottenuti dalla lavorazione della canapa, di canne del mais e di altro materiale di risulta che con voce collettiva era detto genericamente scaldume.
Inutile dire che questi forni casalinghi sono quasi tutti scomparsi poiché è scomparsa la tradizione (e il gusto) del pane fatto in casa. Se ancora in giro ne esiste qualcuno, è abbandonato e cadente o è diventato magazzino di cianfrusaglie e di attrezzi.
Per la brevità di spazio, vediamo solo cosa usciva dal forno.
Non appena ne veniva aperta la bocca, si sprigionava all’intorno una fragranza di mille odori che si spandevano perfino per chilometri. Non è possibile rendere conto, neppure attraverso la più poetica ed elaborata delle descrizioni, di che cosa si trattava. Non esiste profumo simile, neppure se si passa nei pressi dei numerosi laboratori di panificazione che popolano le nostre città. Era un profumo indescrivibile che conosce solo chi ha avuto la fortuna di provare: ‘Quando a Rovigo mezogiorno canta/ le bine de pan moro da Stanao/ lo sa tuti che le riva a cao…’ (Piva). Un profumo che si diffondeva e che inebriava; che invitava a seguirne la traccia nell’aria; a sostare ad occhi chiusi per assaporarlo di più e più a lungo. Era uno di quegli odori che non ammettevano interferenze, qualsiasi manomissione lo sconquassava e lo dissolveva.
Quello che usciva dal forno ancora rovente era tutto pan casalin, quello fato in ca’, impastato all’alba da tutta la famiglia. Poi c’era il pane bianco, el pan da siuri, il pane più raffinato, impastato di solo fior di farina di grano; quello era destinato in prevalenza alla dieta delle boche da gran, dei ricchi.
Ai poveri era destinato invece il pamoro o pan moro e la pagnoca mora, confezionati con la farinela, una farina poco setacciata, ancora piena di crusca e con la farina ricavata dalla macinazione dei semi di saggina (farina de melega). Per secoli il seme del sorgo o melica o saggina (la melega) fu usato per confezionare il pane destinato ai poveri e agli schiavi, le così definite boche da biava.
In taluni casi c’era anche quello onto, il pane condito con lo strutto di maiale. Era assai raro e costituiva una leccornia. Il pan moro, la pagnoca mora, la tirota (sorta di pagnotta di polenta, spugnosa e gommosa) e il pan onto o co l’ojo facevano parte della categoria del pan tenaro o tendaro (pane tenero), ricco di mollica che restava in cottura all’incirca una mezzora.
Questi diversi pani avevano tutti il difetto gravissimo di durare assai poco. Era il primo pane dell’infornata, il più atteso, quello che creava un clima di festa al suo apparire sul desco. Il pane tenero, appena tolto dal forno ancora caldo e portato subito in casa, a parte la fragranza che continuava ad emanare, costituiva certamente una promessa.
Anche al villano per alcuni giorni era acconsentita la gioia di cibarsi di pane bianco e tenero come i siuri, che potevano permetterselo invece ogni giorno dell’anno. Qualcuno di bocca delicata lo considerava pan mezo coto o, se si vuole, mezo cruo (non del tutto cotto o non del tutto crudo), oppure tuto molena o spongoso (con molta mollica), come la tirota.
Il resto del pane restava in cottura nel forno a biscottare almeno fino a sera, a volte fino a tarda sera, quando alla luce delle candele o del lume a petrolio veniva levato dal forno ormai divenuto tiepido.
Questo pane era duro e secco, spesso come un sasso ed ingiallito dal calore e sporco di cenere. Era il pan biscotà o biscoto, la risorsa del contadino, che durava molto a lungo, anche più di un mese, non perché dopo si guastava, ma perché, nonostante l’uso parsimonioso che ne veniva fatto dalla famiglia, non era possibile farlo durare di più. Il pane biscottato se era di pasta bene lievitata (ben levà) diventava fragile e friabile (fregoloso), si rompeva alla minima pressione ed in bocca si sfarinava provocando la salivazione. Se invece era male lievitato o lasciato troppo in cottura, prendeva un colore giallino di bruciacchiato ed diventava duro.
Avvolto in lini pulitissimi e finissimi, come un neonato, il pane così biscottato era posto dentro un cestone di vimini appeso ad un gancio del soffitto sotto strettissima sorveglianza. El pan de i mincioni l’è el primo magnà (il pane degli sciocchi è il primo a finire), perciò, oltre che a risparmiarlo, il pane doveva essere gelosamente conservato e opportunamente riciclato. Doveva durare il più a lungo possibile e posto lontano dalla possibilità che qualcuno della famiglia non fosse in grado di raggiungerlo con facilità senza il controllo dei familiari, specialmente dei bambini che, si sa, sono furi (golosi) e sarebbero sempre de chela vuoja.
Il pane è di tutti e tutti in uguale misura dovevano usufruirne, sotto il diretto controllo della padrona di casa. Al bambino goloso o semplicemente affamato, la mamma ne dava ogni tanto un tozzo (on rosegoto) del più duro, così durava di più. Co se ga fame anca el pan suto xe bon, diceva severamente; oppure, co se ga fame ogni pan el sa da carne.
Il pane più duro, incagnìo o inmasio come un sasso, si sbriciolava solo sotto la lama del tagliere detto el tajapan (uno di quegli attrezzi inventati dalla fantasia del contadino), o schiacciato dentro il mortaio di legno (la pila) con il pestello (pilego o mazoco). Tritare nel mortaio di legno il pane (pilare el pan) era affare delle donne di casa e di tutti i giorni. Per la zuppa tutto il pane, particolarmente quello più rincagnato, veniva quasi ridotto di nuovo in farina con il pestello e imbevuto di brodo, solitamente di verdure (fagioli, zucca, cavoli e altre verdure secondo la stagione).
Nel forno, accanto al pane ordinario, talvolta si poneva a cuocere anche, diciamo così, qualche dolce. Il più popolare è la pinza, che poteva essere anche pinza onta, quando era condita con strutto e i ciccioli di maiale; poi le focacce (fogaze o fugaze) e la pagnotta (pagnoca de polenta) conosciuta da noi anche come tirota.
La pagnotta era la razione di pane che veniva data ai soldati, ai carcerati e agli ammalati. Propriamente era un pane confezionato dalle donne di casa con farina e la polenta avanzata, poi cotta nel forno. ‘…nec bastare animum pagnoccam linquere dretum’ (…senza che ti basti l’animo per tralasciare la pagnotta) (Baldus, XX,52). Infine una vera leccornia della stagione era il pane con l’uva e l’uva passita (pan con l’ua e l’ueta).
Durante la cottura, un dolce che veniva frequentemente introdotto nel forno, insieme con il pane, era la così detta torta vilana, un dolce tipico del periodo natalizio. La torta vilana era un dolce ricavato dal pane vecchio o dai rimasugli di pane. Consisteva in una poltiglia di pane stemperato nell’acqua, patate americane o nostrane, un po’ di zucchero, se c’era, ma poteva andare bene anche qualche goccia di melassa, qualche fico secco; il tutto era impastato fino a formare un amalgama omogenea. Di solito la torta vilana era fritta in padella a fuoco vivo.
C’era una volta… Così iniziano le favole. Quello che vogliamo raccontarvi è la favola bella, ricca di storia, di tradizioni, di cultura e d’importanza economica che riguarda una regina, proprio come nelle favole: la regina delle piante tessili che ha regnato nelle nostre campagne fino alla fine degli anni ‘50 del secolo scorso.
Come si conviene per personaggi del suo rango, è una regina che non dimostra età, o meglio, è conosciuta da millenni, regna tuttora in vasti territori del nostro pianeta, ma è sempre giovane perché si rinnova ogni anno. Stiamo parlando della canapa, un tempo effettivamente regina delle nostre campagne, oggi divenuta una sorta di rarità.
A partire dalla metà degli anni ‘50 del secolo scorso infatti la sua coltivazione è stata sacrificata dai cambiamenti impetuosi che hanno quasi travolto, nello spazio di un decennio o poco più, i modi di vita delle generazioni passate. La veloce trasformazione sociale del nostro Paese con il fenomeno dell’urbanesimo, contribuì a sottrarre, in maniera decisiva, forza-lavoro nei campi per convogliarla nel triangolo industriale del Nord e, parte, per alimentare una corrente emigratoria all’estero.
Non c’era più manodopera disposta a sopportare il duro, improbo lavoro che la canapa richiedeva. I nuovi miraggi erano la fabbrica e i servizi. Un colpo basso per la coltura, insidiata anche dalla fortissima e decisiva concorrenza del cotone e delle fibre artificiali. E’ stata la fine.
L’agricoltura nazionale si aggiornò con la politica del “Piano Verde” che avviò la “rivoluzione verde”, e puntò decisamente verso i cereali, la barbabietola, le ortofrutticole, gli allevamenti intensivi seguendo gli indirizzi della nuova istituzione: il Mercato Comune Europeo. Colture meccanizzabili e produttività in aumento, grazie al massiccio impiego dei nuovi fattori tecnici e ad una diversa organizzazione del mondo del lavoro e del credito.
Nel giro di pochi anni gli investimenti subirono una fortissima flessione. Naturalmente tutta la filiera ne fu coinvolta: studi, ricerca, sperimentazione, nuove tecnologie; nuove macchine, diversa organizzazione del lavoro, del mercato, macerazione chimica, ecc.
Neppure la gestione consortile (Consorzio Nazionale Canapa) della produzione e della commercializzazione, che fino ad allora aveva permesso la sopravivenza della coltura, riuscì a frenare l’inesorabile declino. Alla fine degli Anni ‘50 la canapa era, praticamente, sparita dalle nostre campagne.
Una storia millenaria
Originaria dall’Asia centrale, dall’India e dalla Cina, la canapa approdò in Europa passando per la Russia, come testimoniano reperti archeologici rinvenuti in quei territori fatti risalire a 1.500 anni prima di Cristo. La canapa è una pianta che presenta subito una curiosità per i vegetali: è dioica. Con questo termine s’intende che esiste la pianta maschio e quella femmina, essendo i sessi distinti e separati in individui diversi. La “popolazione” di un canapeto, da questo punto di vista, è simile alla popolazione umana o degli altri mammiferi e specie animali “evolute” con la presenza dei due generi, il maschile e il femminile, che si aggira sul 50% per ciascuno.
Non è un fatto unico, nei vegetali, ma non tanto comune. E’ facile distinguere i due generi: basta osservare i fiori con la loro diversa morfologia che è segno distintivo della classificazione a cui si associano altri caratteri secondari.
Il frutto della canapa, l’achenio, è il seme prodotto dalla pianta femmina, come risultato della fecondazione dell’ovulo che si trova nel fiore ad opera del polline liberato dalle antere del fiore maschile e trasportato da vento. Questo è il frutto biologico.
La canapa, però, è stata coltivata (e tutt’ora, dove avviene) maggiormente per il “tiglio”, cioè la fibra che si ricava dallo stelo. Da questa, dopo una serie di particolari operazioni, si ottiene la materia prima per fabbricare diversi manufatti: tessuti per indumenti vari, lenzuola, tovaglie, tele per le vele e altri usi, per reti e cordami in sorte. Manufatti ruvidi, forti e resistenti all’uso e di notevole durata, mentre dal seme si ricavano oli per vernici e per altri usi, come nella cosmesi grazie al contenuto di particolari essenze, mentre dai canapuli, gli steli decorticati, si ricava cellulosa o materia da ardere.
Gli storici le antepongono la presenza del lino, conosciuto e coltivato al tempo degli egiziani, come testimoniano le bende che fasciavano le mummie. Il lino era noto anche ai latini, lo ricorda Plinio, il quale però riconosce la canapa essere più adatta per fabbricare le corde.
Come scrive Agostino Bignardi “…in realtà, per trovare una larga diffusione della coltivazione e dell’impiego industriale della canapa bisogna arrivare a un’ epoca assai più tarda, epoca in cui Piero dè Crescenzi – il cui trattato fu scritto nel primo decennio del secolo XIV – rappresenta forse solo l’inizio”. E’ verosimile che una grande richiesta di tele, vele e corde occorresse alle marinerie dei vari stati di quel periodo, impegnati negli scambi commerciali e nelle scoperte geografiche per via mare e questo è stato determinante per l’espandersi della coltura. Ne sono un esempio Venezia, i Paesi nordici come la Germania, l’Olanda, l’Inghilterra che alimentavano una forte domanda di tiglio lavorato in balle.
Nel tardo medioevo al lino – che il De Crescenzi afferma molto coltivato nella Valle Padana e particolarmente in Piemonte (Alessandria) e nel milanese – si affiancava la canapa che poi lo superava decisamente. La coltura trovava i suoi estimatori in Emilia-Romagna, dove Bologna ne diventa la capitale; in Campania, in Piemonte e nel basso Veneto, da Cologna Veneta a Montagnana con coltivazioni familiari anche in montagna.
Ma è nella terra compresa fra Adige e Po che essa trova la massima espansione. Alla fine degli anni ‘40 nel Veneto se ne raccoglievano 65-70.000 q.li, dei quali 63.000 a Rovigo e provincia ottenuti su una superficie coltivata di 4.918 ettari pari al 95% della produzione regionale, mentre quella nazionale, ottenuta da un investimento di 76.000 ettari, era stimata 800.000 qli. In annate precedenti gli investimenti oscillavano fra 90.000 e 100.000 ettari con 1.200.000 qli di prodotto.
Il ciclo colturale
Il ciclo di coltivazione è primaverile-autunnale: semina in primavera – “…al levar di Arturo” (stella di prima grandezza nella costellazione di Boote che, alle nostre latidudini, sorge a fine febbraio), come indica Columella, uno dei massimi agronomi latini – e raccolta in agosto.
Le sue esigenze colturali sono soddisfatte nei nostri areali in termini di temperature, di disponibilità idriche e di elementi nutritivi offerti da terreni di medio impasto, profondi e freschi. Infatti, in queste plaghe la coltura ha trovato una grande espansione e ha espresso la massima capacità produttiva.
La canapa, inoltre, è pianta miglioratrice. Infatti, – oltre alle sue “strame” che lascia nel terreno – con l’apparato radicale fittonante penetra la terra in profondità, esplora il suolo e il sottosuolo, lo disgrega in particelle fini migliorando la sua struttura fisica, rendendolo più facile da lavorare, più areato e favorendo, così, le buone condizioni per il compiersi delle complesse reazioni chimiche e microbiologiche che, con la buona struttura, costituiscono la fertilità naturale dei terreni agrari.
Dopo aver preparato il buon letto di semina, con una serie di operazioni che iniziano con l’aratura autunnale e si concludono con la “pareggiatura” primaverile, il seme è affidato al terreno. L’operazione di semina, prima dell’impiego delle macchine seminatrici, si eseguiva a spaglio (come per quasi tutte le altre coltivazioni) dove determinante risultava la bravura del seminatore il quale sapeva dosare la quantità di seme per il giusto investimento: né troppo fitto, né troppo rado. A proposito, il richiamato studioso Agostino Bignardi riporta le esperienze del celebre agronomo bolognese Berti Pichat, patriota e uomo politico del Risorgimento che alla canapa dedicò lavori e studi, il quale raccomandava la necessaria fittezza delle piante perché gli steli crescessero alti, sottili e dritti. La piantina che emerge dal terreno, esile, fila via svelta e, come afferma questo studioso, “…elevatasi la canapa a 25 o 30 cm, se nacque felicemente né troppo fitta né troppo rada, non richiede più altro fino alla raccolta…già cuopre il terreno, ne protegge la freschezza e soffoca ebacce rinascenti”.
Ricorrendo alla memoria, a luglio il canapeto sembrava una foresta fittissima e costituiva una tentazione, per noi bambini, ad entrarvi nel giocare a nascondino. Era, però, assolutamente vietato, pena la rottura degli steli con i relativi gravi danni. Nel ricordo, mi sovviene ancora il particolare “profumo” che emanavano le foglie mature al loro strofinio. Con la maturazione, dopo la metà di agosto, cominciava il duro lavoro che la coltura richiedeva per ottenere il tiglio.
La falciatura degli steli era fatta a mano con apposita falce (una specie di mietitura eseguita con “il tagin”, un attrezzo composto da una lama tagliente saldata quasi ad angolo retto a un manico abbastanza lungo impugnato dal lavoratore), deposti nel terreno per l’essiccazione e la caduta delle foglie, poi raccolti per formare ammassi a forma di cono: le pile, o pirle.
Da queste si estraevano le “mannelle”, piccoli fasci di steli di uguale lunghezza, si eliminava qualche erbaccia e si formavano fasci più grandi per portarli al macero, una particolare cava a forma rettangolare e profonda circa un metro e mezzo.
I maceri costituivano una caratteristica del paesaggio agrario e ogni azienda canapicola ne era provvista. L’acqua, di falda, piovana o derivata da canali, era pulita e nutriva tinche e pescegatti pescati prima della macerazione. Una volta deposto un certo numero di fasci di mannelle nelle zattere, queste venivano affondate mediante il peso di grossi sassi sovrapposti.
Iniziava il processo della macerazione grazie al quale la fibra che aderiva allo stelo si staccava da questo per formare il tiglio. Un processo microbiologico dovuto principalmente all’azione di bacteri anaerobici, il più importante dei quali è il Bacillus Felsineus.
Il processo durava in media una settimana ed era attentamente seguito dai canapicoltori perché il buon andamento dipendeva dalle condizioni meteo. L’acqua mano a mano s’intorbidiva, aumentava di temperatura ed emanava odori caratteristici, di putrefazione. Anche quest’aspetto, pur naturale e sgradevole ma di breve durata, connotava il paesaggio della canapa.
Al termine della macerazione, le mannelle, con un lavoro improbo eseguito dagli operai (donne e uomini) immersi nell’acqua venivano risciacquate, riportate sulla terra “vegra” (inerbita), stese ad asciugare e, successivamente, portate nella “corte” per sottoporre gli steli a una serie di lavorazioni di stigliatura mediante le quali il tiglio veniva separato dai canapuli, i “canarelli”, cioè gli steli privati del tiglio. Questi venivano utilizzati per ardere nei camini domestici o per ricavare, con successivi processi industriali, la cellulosa.
La “scavezzatura” e la successiva “gramolatura” degli steli erano le operazioni principali attuate con apposite macchine che permettevano lo stacco del tiglio dagli stessi. Alla fine il tiglio, classificato in base alla lucentezza, lunghezza, finezza e colore, era lavorato dal “gargiolaro”. Questi era una figura-chiave, un abile artigiano che trasforma il “gargiolo”, il “cuore” del tiglio ottenuto dalla pettinatura della fibra, pronto ad essere filato.
Nell’economia domestica, erano le donne a lavorare al telaio o al mulinello con il fuso per ottenere i prodotti prima richiamati. Tutta una serie di regole, per lo più depositate in usi e costumi che potevano variare nelle varie zone canapicole, dettava il susseguirsi delle varie fasi fino alla lavorazione domestica o alla vendita o al conferimento negli appositi magazzini delle balle di tiglio per le successive lavorazioni industriali di cardatura, orditura e tessitura nei telai.
Le prospettive
Nel corso della prima metà del secolo scorso la canapa ha ricoperto nel nostro Paese un ruolo di primo piano, permettendo all’Italia di collocarsi fra i primi paesi al mondo soprattutto per la qualità e al secondo posto per l’esportazione nei paesi a valuta pregiata. Poi – come detto – in un breve lasso di tempo la coltura è stata sempre più trascurata, tanto che da quasi cinquant’anni non è più una caratteristica del nostro paesaggio.
Ma gli Istituti di ricerca e sperimentazione, dalle Università all’ISCI (Istituto Sperimentale per le Colture Industriali di Bologna) non abbandonarono la coltura. La Sezione operativa di Rovigo – sede in Via Amendola – (ex Stazione Sperimentale di Bieticoltura) continuò, e continua, ad occuparsene – come afferma il suo direttore Dr. Enrico Biancardi – affidando il lavoro al Dr. Giampaolo Grassi. Il Ministero delle Produzioni Agricole ha approvato la costituzione di un progetto interregionale al quale aderiscono 14 regioni, dal Nord al Sud d’Italia, con lo scopo precipuo di individuare nuove colture alternative da affiancare alle tradizionali.
Coordinato dal Prof. Giovanardi – Facoltà di Agraria dell’Università di Udine – il progetto intende verificarne le possibilità operative e/o di “riciclarne” altre (sarebbe il caso della canapa e del lino) per rispondere a nuove esigenze di mercato, di agricoltura ecosostenibile e agli indirizzi di politica agricola generale dell’Ue, alla luce delle acquisite conoscenze scientifiche e delle loro applicazioni pratiche. “La volontà di lavorare per uscire da uno stallo, quale quello della coltura della canapa, coltura miglioratrice per eccellenza del terreno e dell’ambente, non manca”, afferma il Dr. Grassi. Nel progetto sono coinvolte anche società del tessile, delle sementi e della carta “…perché le opportunità di mercato ci sono, come dimostrano le produzioni europee, Francia in testa” – continua Grassi.
E’ stato costituito il Consorzio Canapaitalia che ha avviato la filiera agroindustriale per la strigliatura meccanizzata e delle altre operazioni, mentre la ricerca agronomica ha selezionato le varietà monoiche femminili che presentano grande uniformità colturale, condizione necessaria per la contemporanea maturazione e per le operazioni delle macchine.
La canapa, opportunamente mescolata a fibre artificiali, oltre ai tradizionali manufatti prima richiamati, trova oggi impiego in tanti altri, a cominciare dalle parti non metalliche delle automobili (cruscotti, fasce laterali, paraurti, ecc.); nella bioedilizia, come materiale isolante nei sottotetti e nelle altre parti della casa al posto della lana di roccia e di vetro che non sono riciclabili e costosi per lo smaltimento.
Il seme con il contenuto in olio del 28-30% si presta alla trasformazione industriale per vernici e altre destinazioni, fra le quali l’alimentare. Opportunamente trattato è richiesto in cosmesi per l’alto contenuto in acidi grassi polinsaturi, inoltre è molto richiesto dall’industria mangimistica come ghiotto becchime per uccelli.
I canapuli – in volgo i “canarelli” – ovvero gli steli senza il tiglio, sono costituiti da ottima cellulosa richiesta per carte speciali. Trovano impiego nella stabulazione degli animali, soprattutto cavalli, al posto della paglia perché assorbono di più le deiezioni e non sono appetibili. Nei campi la canapa richiede pochi concimi e nessun, o pochissimo diserbo chimico nelle prime fasi di vita e, almeno per ora, non è insidiata da particolari avversità. “Occorre ancora mettere a punto alcuni aspetti dell’agrotecnica e della gestione a cominciare dai trasporti della notevole massa verde che un ettaro produce. Ideale, come nel Nord dell’Europa, sarebbe utilizzare la via d’acqua per renderla effettivamente competitiva – afferma ancora il dr. Grassi – ed è quello che all’ISCI di Rovigo vorremmo fare, avendo a disposizione le vie d’acqua”.
In Polesine non si fanno scoperte, non ci sono bellezze da valorizzare nè vicende da ricordare. Che idee vuoi che vengano, in una terra così succube del Fiume, poco padrona di se stessa, lontana dalle grandi vie della moda culturale di ogni tempo, anche solo da Ferrara o Venezia? In Polesine non ci sono esistenze fuori dall’ordinario.
E’ poco più di un ragazzo Arnaldo Cavallari quando si rende conto che tutti più o meno la pensano così. Figlio di mugnaio, Arnaldo è molto giovane quando, per le cavedane, porta dei grossi sacchi ai contadini, che poi li riempiranno con il loro grano, che a sua volta verrà macinato nel mulino di suo padre. Arnaldo è sempre di gran fretta, anche senza motivo, e sfreccia per quelle strade di campagna veloce come il vento. Si diverte un mondo, ed è bravo, ma bravo, con la sua Giardinetta Metallica.
Poi arriva la Giulietta, tra le altre! E poi la Flaminia (Pininfarina), e molte altre ancora. La sua bravura come pilota viene presto notata, e presto firma un contatto con la Lancia. Di lì, la strada verso i riconoscimenti internazionali: le vincite del Campionato Italiano, l’entrata nel prestigioso Jolly Club, e le fortune nei tanti paesi del mondo che ha visitato.
Questi risultati Arnaldo li raggiunge per via del suo talento, ma anche per via di un’estrema dedizione. Come in quell’anno, tanto per fare un esempio, in cui prepara tre Alfa Sud provandole e riprovandole fino allo sfinimento sulle dune di Albarella.
Albarella? Ma Albarella è in Polesine. Possibile che un pilota così brillante venga a lavorare in Polesine, la terra per nessuno? Beh, sì, visto che lui è del Polesine.
Ma la voglia vulcanica di Cavallari non si limita, ancora. Lui è figlio di un mugnaio, e il pane, e fare il pane, gli piace. E, ancora una volta, è bravo. Allora una nuova sfida si profila nella sua mente: fare il pane più buono che ci sia. Un’ambizione grande, che, in via teorica, un Polesano non dovrebbe avere.
Allora Cavallari prende e va studiare a Sesto San Giovanni per fare le michette, (le nostre rosette soffiate) visita in Costa Azzurra il maestro della baguette, va in Svizzera e impara. E poi, ancora una volta, somma l’applicazione al talento, e fa prove in continuazione.
Un finesettimana chiama degli amici fornai per provare insieme a fare la magia. Lavorano per due sere, e pian piano si avvicinano all’obiettivo. Poi, al termine della seconda serata, stanchi di infornare pane vanno ad Albarella e si ubriacano disperatamente. Ma il mattino successivo Arnaldo è irremovibile: butta gli amici in piscina per svegliarli e li costringe a tornare al forno. Quella notte, il 21 settembre 1982, finalmente accade: nasce la Ciabatta Polesana.
Arnaldo lo testimonia perfino nel libro in cui si registrano tutti i visitatori del forno: ‘Le Ciabatte sono già nate!’.
Da quel momento, ricomincia il suo giro per il mondo, promuovendo la Ciabatta Polesana, che diventa la Ciabatta Italia: ha un successo strepitoso, grazie al “segreto” di Cavallari.
Poi le due professioni del Polesano si uniscono, e nasce il Rally del Pane, tanto per dire una delle tante cose. Si tratta di una manifestazione che attira ad Adria gente da ogni parte d’Italia, e d’Europa. Li attira lì, nel Polesine, nella terra per nessuno.
Poi le cose cambiano, Cavallari chiude forno e mulino, vende i diritti della Ciabatta Italia e per lui inizia un periodo di staticità, per così dire.
Finché, a un certo punto, una direttiva del Mercato Comune Europeo lo lascia allibito e lo rende di nuovo hungry e foolish (affamato e folle, per citare l’inventore di Mac e Apple, e stiamo parlando un polesano!). La direttiva, di per sé sconvolgente ma non molto divulgata, permette a tutti i panificatori di mettere nel pane additivi chimici lievitanti e altre amenità simili, senza nemmeno dichiararlo. Risultato: il pane si fa veloce (alla faccia di tutte le associazioni slow che cercano di limitare i danni di queste politiche) e “sa di veloce”. Cavallari fa infatti notare che adesso, quando si passa davanti a un forno, non si sente più quell’odore che fino a pochi anni fa ti prendeva per le narici e ti trascinava dentro.
Il pilota-mugnaio è dell’idea che la velocità vada benissimo nei rally, ma non in altri contesti. Non per la strada e non di sicuro nel cibo. Allora lancia l’ennesima sfida a sé stesso, e alla presunta immobilità del Polesine: la Ciabatta Natura.
L’idea della Ciabatta Natura è quella di essere fatta col metodo brevettato da Cavallari, e con la farina la migliore, e senza la benché minima aggiunta di agenti non naturali o anche solo di miglioratori di qual-che tipo non già presenti nel levà.
Vediamo le caratteristiche nel dettaglio: innanzitutto, ciabatta, perché? Perché si tratta di uno dei pani più saporiti e più appetibili. La ciabatta non verrà prodotta con la farina Uno Italia, fornita dagli ex Molini Adriesi per fare la famosa Ciabatta Italia. Questa volta si usa la Farina Uno Natura, che si chiama così proprio per opporsi al dilagare delle sofisticazioni.
Nell’impasto non è consentito mettere dosi eccessive di lievito di birra. Il buon pane non si fa infatti con l’aggiunta del lievito fine a sé stessa, ma con la pasta di pane, che si è ottenuta dopo che il poco lievito ha provocato la funzione enzimatica, ovvero la vera e propria lievitazione, che avviene naturalmente e, è importante, più lentamente.
Questo significa che attendere il tempo necessario fa sì che il pane sia più digeribile e più sano, pan bon, e non un fast-food “pompato” col lievito.
Cavallari fonda il Consorzio Ciabatta Natura, e le regole sono chiare e severe. Chi non le rispetta rischia la denuncia.
Il progetto è tuttavia ancora più grande: il forno di Cavallari sarà riaperto, un forno sperimentale, e vi saranno dei laboratori, delle lezioni, delle attività, nel cosiddetto Ciabatta Village.
Per vincere la nuova sfida, si ricorrerà alla pubblicità, una pubblicità che, spiega il pilota, non è fatta per compensare a un prodotto mediocre ma per far sapere a tutti che quel prodotto non lo è affatto.
Una nuova sfida al mercato globalizzato, niente meno, è questa Ciabatta Natura. È una nuova sfida a chi crede che il Polesine non sia terra per nessuno. È una nuova sfida con sé stesso, questa di Cavallari, uomo particolare, fuori dall’ordinario.
Qui abbiamo una sfida alle politiche delle grosse metropoli, dei capitali multinazionali, tutti uguali. Qui si sfida chiunque a dire che il Polesine non è terra per nessuno.