Il fascino della scrittura femminile. Poesia, romanzo, saggistica: tre linguaggi con in comune l’arte sensibile del comunicare. I Circoli Arci ‘Il tempo ritrovato’, Galileo Cavazzini e Ridada, in collaborazione con la Provincia di Rovigo, hanno organizzato tre incontri, in sala Celio, per presentare al pubblico altrettante autrici rodigine e i loro scritti.
Ha ‘aperto le danze’ l’appuntamento con Margherite nude di Maria Isabella Tomasello, insegnante e affezionata all’opera di Emily Dickinson, alla cui percezione si sente vicina, introdotta da Sergio Garbato. “La scrittura al femminile ha la peculiarità di essere fatta di quotidianità. Di tempo in cui la donna riflette su se stessa, arrivando ad amare o a odiare le proprie peculiarità, ad analizzarsi profondamente. Cosa che un uomo non fa. Scrittura – osserva Garbato – che è più un’esigenza che un modo di apparire, che diviene momento di condivisione con gli altri, occasione di scambio di sensazioni, stati d’animo, sentimenti”.
“Margherite nude” è una raccolta di poesie minuta e importante, fatta di molti momenti della vita di una donna: l’amore, i sentimenti, i ricordi, le riflessioni.
E’ un volumetto ricco di immagini dissimili, che descrivono il mondo delle donne, la loro quotidianità, gli oggetti che fanno compagnia e animano la casa, le situazioni intime come la nascita di un figlio. “La relazione tra cose e situazioni legate alla sensualità e alla sessualità è molto forte – aggiunge Garbato – e il ventre e l’ovaio sono il centro di un mondo in cui solo la donna può entrare, che solo lei può capire appieno e manifestare. Nella poesia non c’è progressione di un tracciato narrativo lo scritto nasce per immagini che spesso sembrano non aver alcun nesso logico tra loro. E’ la sensibilità di chi scrive a creare la trama; e le emozioni suscitate in chi legge sono la chiave di interpretazione”.
Nel secondo appuntamento in sala Celio, ha invece trovato spazio il romanzo Back for good – Tornare per sempre di Viviana Segantin. “Cosa spinge a partire? Ad affrontare un viaggio che spaventa, una nuova esperienza di vita? Cosa costringe irrefr enabilmente a superare ostacoli e tensioni per andare contro l’ignoto? La vita, a volte, offre la possibilità di essere capita, assaporata e racchiusa nel ricordo. Offre la possibilità di perdersi per ritrovarsi, di capire fino in fondo ciò che siamo e a cosa aspiriamo veramente, mettendoci alla prova, facendoci percorrere strade in salita, puntellate di ostacoli”. Così la giornalista Elisabetta Zanchetta ha introdotto l’opera di Viviana.
“Ero quasi al termine dell’università: avevo finito gli esami ed ero in un vicolo cieco con la tesi per delle incomprensioni. L’Erasmus in quel momento ha rappresentato la mia “salvezza” scolastica, lo sbocco “miracoloso” della mia carriera universitaria! Questa vicissitudine è narrata anche all’inizio del mio romanzo che, prendendo spunto dalla realtà, poi si stacca dall’autobiografia e si snoda per percorsi indipendenti” queste le parole dell’autrice, che aggiunge:
“L’Erasmus, un’esperienza che senz’altro rifarei e che consiglio vivamente a tutti gli studenti universitari. L’Erasmus cambia le persone perché fa crescere e maturare, allarga le conoscenze: quelle scolastiche ma soprattutto quelle di vita. Per molti è la prima esperienza importante lontano dalla famiglia; il primo momento in cui ci si mette alla prova e si afferma la propria autonomia e la propria indipendenza. Si impara a contare su se stessi e quindi sì, si diventa un po’ più grandi e un po’ più responsabili. Poi certo c’è anche chi lo vive all’opposto, con gli eccessi e la trasgressione, ma io ho visto più persone prenderlo nel verso giusto”.
Quello di Silvia, protagonista del romanzo di Viviana Segantin, è un viaggio soprattutto interiore, un viaggio introspettivo rischioso, dove occorre dimenticare le proprie radici, rimettersi in gioco, cambiare pelle, sovrascrivere un’altra storia alla propria storia per riconoscersi, alla fine del viaggio, ancora se stessi. La storia di Silvia, è un concentrato di emozioni. Un uragano di stati d’animo, un fuoco alimentato dalle sensazioni che una nuova esperienza, quella dell’Erasmus, le fanno conoscere, mentre si trova lontano da casa. Un romanzo che si legge tutto d’un fiato, intreccio di tante storie con diversi volti, sembianze, caratteri, che vanno a comporre una preziosa esperienza di vita.
Gran finale, poi, con ‘Ganzèga’, saggio di Chiara Crepaldi in collaborazione con Paolo Rigoni. Come riafferrare il passato, per farlo rivivere nel gusto per la ricerca tra le pieghe dei ricordi, da parte dei giovani? Sembra che Chiara Crepaldi abbia trovato la ricetta giusta per proporre ai propri alunni (è insegnante all’istituto Alberghiero di Adria), un modo per far rivivere quel mondo, apparentemente lontano ma scomparso materialmente nel giro di poco più di 50 anni, con il gusto di trarne la chiave di lettura del presente. ‘
Ganzèga’ non è soltanto un saggio che contiene modi di dire, ricordi, immagini agresti di un tempo. E’ un prezioso cilindro dove ognuno di noi, improvvisandosi prestigiatore, usando la bacchetta magica dell’interesse della riscoperta delle proprie radici, può estrarre il perché di ogni gesto, legato in passato allo scorrere del tempo, al divenire delle stagioni, a segnali celesti, al linguaggio della terra, alla coltivazione e al riposo dei campi. Sei anni di ricerche, dal 2000 al 2006, portate avanti da insegnante e ragazzi, che svelano attraverso la voce, testimonianza di molti anziani che già non ci sono più, da dove nascono i proverbi, il significato di termini come ‘bombasin’, ‘brusavecia’, ‘polenta infasolà’, facendo appassionare a una ritualità che “non aveva soltanto un significato autoreferenziale, bensì rappresentava eventi di vita vissuta, ben lontani da un revival meramente folkloristico”.
‘Ganzèga’ è sinonimo di festa, di banchettare durante un pranzo o una cena dopo che la costruzione della casa è stata ultimata. Il volume vuol scongiurare quello che alcuni autori definiscono “l’incedere del nulla”, in un mondo in cui l’unico antidoto sembra incidere, nero su bianco, attraverso “racconti immobili nel tempo”. In realtà, quello di Chiara Crepaldi, è un mondo in continuo movimento, che è nato prima di noi ma che continua a vivere, a cambiare, a cambiarci, non appena la nostra mente si posa sulla finestra del passato, desiderosa di capire chi siamo e dove stiamo andando.
Ha battuto tutti i record ed è stata davvero un evento degno di essere ricordato negli annali sportivi, l’8^ edizione della Maratonina del Parco Regionale del Delta del Po – 7° Trofeo Enel, con partenza ed arrivo nell’isola di Albarella.
Con i suoi 21, 97 km, essa ha consentito ai concorrenti di ammirare alcuni fra i più suggestivi paesaggi dell’intero Delta. Infatti il percorso, costeggiando per un tratto il Po di Levante in sinistra, si snodava poi tra le valli da pesca e la laguna di Caleri, e si concludeva con lo spettacolare periplo dell’isola di Albarella.
E’ stato splendido il clima dell’ultima domenica di settembre, giornata di gara, e si è battuto ogni record di partecipanti per questo grande evento sportivo nazionale, che vedeva la stretta sinergia fra la Provincia di Rovigo – Assessorato allo Sport, l’Assindustria Rovigo, la Comunione dell’isola di Albarella ed il Comune di Rosolina, con l’attenta organizzazione tecnica della Fidal – Comitato provinciale di Rovigo, e del Coni, Comitati provinciale e regionale.
Sono risultati ben 463 nella sola Maratonina, i podisti partecipanti, ed oltre 1.000 nel complesso (sommando ad essi quelli della Cammitata di 10 km dentro l’isola, e quelli della Minimarcia di km 1,5). E’ stata una bella competizione con grandi protagonisti, sia in campo maschile che e in quello femminile.
Vincitore assoluto, l’atleta Emanuele Zenucchi, che corre per la Rocastello Radi di Bergamo, il quale ha registrato l’eccellente tempo di 1h 09’ 45”, sia pur in presenza di un vento, che disturbava di sicuro la progressione atletica. Zenucchi, che si connota come il maratoneta italiano per eccellenza, ha sempre fatto una gara in testa, da quando al 10° km era iniziata una selezione rigida del primitivo plotoncino di 10 podisti, imposta dal ferrarese Massimo Tocchio, già vincitore lo scorso anno.
Restavano così 10 atleti al comando (come ben evidenziava nella sua radiocronaca in diretta, il podista Maurizio Preti); poi al 18° km Emanuele Zanucchi prendeva in mano di forza la combattutissima gara. Accelerava, staccando i due atleti rimasti con lui lui in fuga, e si involava verso il traguardo, irragiungibile.
Secondo è risultato il marocchino Ribag Saad, a 23” e terzo Massimo Tocchio, il vincitore del 2007. A seguire, quarto Carlo Spinelli dell’Atletica Buja, di Udine, in 1h 10’ 34”, quinto Massimiliano Corso dell’Atletica Dolomiti di Belluno, in 1h 11’ 04”, e sesto Paolo Zanatta (campione italiano sui 10mila metri), delle Fiamme Oro Padova in 1h 11’ 34”. Zanatta correva per la prima volta la Maratonina, ed è figurato davvero molto bene.
In campo femminile, la gara in pratica non ha avuto storia, anche perché la testimonial della Maratonina, la maratoneta Laura Fogli (che con vero spirito sportivo ha voluto anche correre), si è limitata a fare un allenamento, in vista della Maratona di New York. Però, nonostante tutto, ha realizzato un bel 11° posto, in 1h 35’ 35”.
La vittoria è andata a Laura Ricci della Calcestruzzi Corradini di Modena (la squadra di Stefano Baldini), che dominava in 1h 21’ 08”. Laura sin da subito, ai vari passaggi, risultava in testa, staccatissima ed irragiungibile, e faceva una corsa solitaria, vincendo molto bene. Seconda è risultata Marina Gorra dell’Assindustria Rovigo (sempre combattiva e generosa), che giungeva con 4’ 01” di ritardo, ritardo che era ancor più accentuato per la terza, Daniela Vassalli de La Recastello Radi, altri 39” rispetto alla Gorra.
“Quest’anno – commentava a fine gara il podista polesano Maurizio Preti, che è stato in prima fila tra gli organizzatori dell’evento – abbiamo compiuto un vero e deciso salto di qualità, sia per il numero dei partecipanti raggiunto, sia per i tempi ottenuti in gara, davvero notevoli, se rileviamo poi che sono stati conseguiti in presenza di vento”.
Sarà stato l’approccio con l’arte, reso più palpitante dal ricordo di un amico da non dimenticare, sarà stata la magia di un luogo davvero particolare nel nostro Polesine, dove l’incontro di due corsi d’acqua è segnato da una musicale cascatella, che tiene desto il ricordo di una ruota operosa in grado di muovere le macine e gli ingranaggi di un mulino “terragno”, saranno state le stelle di una notte di mezza estate, oppure il menù particolarmente studiato per l’occasione, o ancora la dolce melodia di una “barcarola” intonata sul fiume, a bordo di una imbarcazione d’altri tempi da poco recuperata; sarà stato tutto questo ed altro ancora, come le “fole” raccontate da un eccezionale cantastorie, fatto sta che la serata di metà agosto, vissuta presso il Mulino al Pizzon di Fratta Polesine, è risultata veramente unica ed indimenticabile.
Un’apertura all’insegna dell’arte e del ricordo, dicevamo, avviata da Giuseppe Marangoni, presidente regionale del Ctg, per inaugurare una composizione scultorea uscita dalle mani di Carlo Tintore, apprezzato artista lendinarese che ha dedicato la sua realizzazione alla memoria di Elio Papuzzi.
Personaggio schivo, ed anche per questo sconosciuto al grande pubblico, Elio Papuzzi era dotato di grande sensibilità, di una nobiltà d’animo esemplare e di una singolare disponibilità ad offrire la propria collaborazione a varie associazioni culturali. Pronto a prodigarsi specialmente nell’ambito del recupero delle tradizioni, da sempre amante delle cose genuine ed anche per questo appassionato di cavalli, Elio purtroppo cinque anni fa è restato vittima proprio di un incidente a cavallo mentre si predisponeva ad intervenire con la sua cavalcatura alla festa del FAI. Del suo impegno, della sua discrezione e del suo apporto in seno all’associazione “Minelliana”, ha parlato con una nota di commozione il presidente Mario Cavriani.
Lo scultore Carlo Tintore da parte sua ha ricordato la passione di Elio per il recupero di varie attrezzature del passato e la collaborazione offertagli nell’individuare, in posti desueti, elementi utili per future composizioni artistiche. E poi ha rivissuto l’entusiasmo con cui Elio una decina di anni fa lo aveva condotto in visita al mulino del Pizzon di cui auspicava l’avverarsi di un prodigio: la nascita di un progetto per il suo recupero e la sua rivitalizzazione.
Ebbene, il prodigio si è avverato: il Mulino del Pizzon è stato recuperato, in parte come eco-museo ed in parte come struttura di accoglienza, ed ora si presenta quale riferimento qualificante nell’ambito di una proposta turistica e di visitazione del medio Polesine. Situato tra Fratta e Pincara, nel punto in cui lo Scortico getta le sue acque nel Canalbianco, il Mulino offre oggi l’opportunità unica di una visita ai ripuliti meccanismi dell’attività molitoria del passato, esempio singolare di archeologia industriale, mentre la casa del Mugnaio è stata riattata quale locanda con possibilità di soggiorno e ristorazione.
E qui è avvenuta l’accoglienza ai convenuti per la festa ferragostana, a cura di Donatella Girotto, presidente di “Turismo & Cultura”, che ha fornito informazioni basilari sul menù del mulino, per l’occasione predisposto con particolare cura da Pietro e Monica gestori della Locanda. Due lunghe tavolate all’aperto sulla pubblica via hanno dato vita ad una sorta di “cena del borgo”, mentre Maurizio De Agostini allietava i commensali con adatti brani musicali. Una pausa veniva poi destinata ad una breve considerazione sui diciotto anni della rivista “Ventaglio Novanta”, a cura del direttore Lino Segantin.
A conclusione della cena, imbarco sul burchiello “La Clumbina” per un itinerario sul Canalbianco, al tenue chiaror della luna, nella suggestione del silenzio notturno; poi visione delle stelle con la guida di Enzo Bellettato e Bruno Cantore del gruppo Astrofili Polesani; ed infine la magia delle narrazioni di Raffaele Peretto: uno specialissimo filò per ricordare antichi miti e fole del passato; sogni e fantasie racchiuse nella “valigetta della memoria”, che l’apprezzato cultore porta con sé nelle occasioni più importanti per rendere partecipi gli amici delle emozioni di una terra antica chiamata Polesine.
Con il dito alzato nell’aria, ogni volta, don Giovanni prometteva l’inferno a tutti quelli che non sapevano resistere alle tentazioni del sesso e si lasciavano trasportare dalla fornicazione. E, a quello stupido senza criterio del Michelino che non faceva tesoro delle sue parole e stuzzicava in continuazione i compagni, una doppia razione condita da una sberla sulla cocuzza per sottoscrivere la sentenza.
A dire la verità, le prime volte Angelino non capiva neppure cosa volesse dire il sacerdote e non ci aveva badato, ma il discorso di don Giovanni ogni volta che si raccoglievano all’oratorio dopo la partita di pallone, di riffe o di raffe, andava a finire sempre lì. “Cosa vuole dire don Giovanni?”, si chiedeva ingenuamente il ragazzo senza osare di fare domande. “Cosa sono, quali sono i pericoli del sesso? Cos’è il sesso?”. Forse don Giovanni vuole dire ‘senso’, pensava il ragazzo, ma anche così la cosa era oscura.
Al contrario del prete, suo padre raccomandava di fare sempre uso del buon senso. Quanto alla ‘formicazione’, egli passava le giornate tra i campi. Di formicai ne aveva visti e distrutti un’infinità. Anche suo padre diceva spesso di fare attenzione alle formiche, specialmente in primavera, se tentavano di arrampicarsi sui salami, quei bei salamoni che stavano al fresco della cantina in attesa della stagione delle fatiche. Se era per questo, gli raccomandava di fare attenzione anche alle mosche. Per le une e le altre bastava una buona passata di flit al momento giusto e tutto si risolveva.
“Perché don Giovanni se la prendeva così calda solo con le formiche e non anche con le mosche?”, rifletteva Angelino.
Eppure Angelino era convintissimo che, se il prete raccomandava certe cose, c’era senza dubbio una buona ragione.
Una volta soltanto aveva fatto cenno, a suo modo, alla questione con la mamma. Ci mancò poco che lo mandasse all’ospedale con qualcosa di rotto, mentre lo rimproverava di essere uno sporcaccione e di non stare ad interessarsi delle faccende dei grandi. Anche quella volta non era riuscito a darsi ragione della reazione a dir poco inaspettata e quasi violenta della mamma. Eppure era sicurissimo che gli voleva bene e sapeva che una buona ragione la doveva avere anche lei, se reagiva a quel modo.
Aveva sentito anche alcuni compagni di gioco di qualche anno più grandi, che un giorno, mentre stavano seduti all’ombra delle robinie lungo la siepe dell’oratorio, parlottavano e ridacchiavano. Anche allora era stato accolto dalle risa e gli sberleffi di tutta la compagnia, quando aveva tentato alcune domande. Eppure anche quelli erano amici, con loro passava ore all’oratorio e a scuola. Se si comportavano così, anch’essi di certo dovevano avere una ragione.
Fra tutte queste ammonizioni, queste minacce, queste ragioni, alla curiosità sua finora nessuno aveva saputo o voluto dare risposte illuminanti.
Solo adesso incominciava a capire la ragione per la quale il sacerdote s’infervorava fino a perdere il fiato, con il viso congestionato che gli si ricopriva di miriadi di venuzze, dalla protuberanza del naso fin su verso le tempie e le orecchie, man mano che si esaltava e si scandalizzava della corruzione dei sensi e del mondo che ‘imputridisce nel peccato come Sodoma e Gomorra’.
Sul fiorire dell’adolescenza, solo adesso Angelino incominciava a sentire quelle particolari pulsioni. Le sentiva bruciare dentro di sé, verdissime come un germoglio bellissimo, rigogliosissime. In esse non sentiva né vedeva malizia o corruzione. Tuttavia le continue irruzioni del prete nella vita intima dei ragazzi, l’avevano disorientato ed insieme al terrore della colpa e della punizione, gli era nata addosso un’inquietudine tale che non gli lasciava scampo.
Angelino reprimeva in sé le sue curiosità ed i suoi sensi. Nella tempesta aggrovigliata di sensazioni taceva, né si confidava. Adesso poi, che aveva scoperto questa particolare attrazione per Monica, la compagna di giochi dagli occhi profondi e dalla lunga treccia che cadeva dalle spalle, aveva paura.
Il sentimento del male, il modo distorto ed intransigente con cui aveva imparato a giudicare le cose naturali come l’amore, lo induceva a vivere drammaticamente non già l’interesse che incominciava a sentire per la compagna di giochi, quanto piuttosto il modo ed il bisogno di corrisponderlo.
Quanto invidiava il Gianni, l’amico di scuola, che sapeva filare così bene con le coetanee, trattarle con spontaneità e disinvoltura e ribellarsi, quando era il caso, alle interferenze degli altri. Quanto stimava la sua naturalezza con cui sapeva vantare con i coetanei i suoi successi, quando si incontravano alla domenica in attesa che si aprissero le porte del cinematografo per il primo spettacolo pomeridiano. Pendeva dalle sue labbra, ma nello stesso tempo lo giudicava con la maliziosa distorsione che aveva appreso dai discorsi del prete e dalle allusioni degli adulti.
In quel periodo, ogni volta che si recava all’oratorio, don Giovanni trovava il modo di isolarlo dagli altri e, seduto l’uno davanti all’altro come nell’atto della penitenza, tra carezze e buffetti sotto il mento per fargli sollevare il capo, gli ripeteva le solite raccomandazioni: Angelino non deve confondersi con i ragazzacci della strada, con il Fausto, per esempio, che ha il padre miscredente e cresce nel pericolo del peccato e nella perdizione. Angelino non deve dare ascolto alle tentazioni del demonio; Angelino è un ragazzo buono, intelligente e serio; Angelino è un prediletto dell’Altissimo perché un giorno sarà un Suo servo.
Anche questa allusione non riusciva a comprendere. La faccenda del servo lo lasciava perplesso. Sentiva spesso suo padre nella foga di una discussione esclamare fieramente: “Poveri, di sicuro, ma liberi. Servi mai, neppure del Padre Eterno, con rispetto parlando”.
Chi aveva ragione ancora una volta? Suo padre o don Giovanni? Cosa voleva dire il prete?
Un pomeriggio, alla solita maniera e dopo le solite carezze, il prete gli disse a bruciapelo: “Perché nel prossimo ottobre non vai a studiare da prete in seminario?”. Angelino rimase come se gli avessero fatto passare attraverso una scarica di alta tensione. Proprio non aveva mai pensato neppure alla possibilità di studiare da prete, tanto più adesso quando i suoi sentimenti erano tutti impegnati, ma proprio tutti, su Monica. Come poteva ribellarsi e fare capire al prete l’assurdità di una tale proposta, spiegargli che ora la sua vocazione era un’altra, senza perderne la stima e l’affetto?
Qualche giorno dopo, la madre lo chiamò vicino a sé. Con dolcezza gli circondò le spalle. Gli disse: “Ho visto don Giovanni stamattina. Cos’è questa storia che vuoi a andare in seminario?”
“Io?”, quasi gridò arrossendo, “Io no, è lui che lo vuole”.
“Mi ha detto che gliel’hai promesso. Tuo padre ed io non saremmo contrari, se tu lo volessi”.
“Io, io,…io non ho promesso proprio niente!”
“Ma tu cosa vuoi fare allora?”
“Niente, ti dico, niente!”, rispose con la voce spezzata in pianto, “Lasciatemi, lasciatemi stare, tutti”! ”
La prima volta che ritornò in parrocchia, don Giovanni s’impadronì subito della preda. “Hai pensato a quanto ti ho detto? Il prossimo ottobre tu andrai in seminario”, sentenziò alla fine, mentre lo immobilizzava per una spalla.
Angelino ebbe la sensazione di essere oggetto di una congiura. Prese a frequentare sempre meno l’oratorio, evitava gli amici, diffidava. Quanto a restare a casa con i familiari, solo per mangiare e dormire.
Ora lo sosteneva solamente il pensiero che lo univa a Monica, la quale, ignara del dramma, era diventata la sola insaziabile ragione dell’esistenza. Prese a gironzolare con la bicicletta senza meta, sempre da solo; su e giù per i sentieri di campagna, giù e su, all’infinito; sempre più incupito ed immalinconito sul manubrio. Come un cane fedele che si lascia morire sulla soglia in attesa del padrone, Angelino sostava mimetizzato tra l’erba del ciglio della strada, poco distante dalla casa della ragazza in estenuante attesa di poterla solo vedere, anzi intravedere. Se ne stava là fermo, nell’inedia e nella calura di luglio a pascolare di vento il suo segreto sotto i fendenti del sole.
Una mattina, allocchito così com’era dal sole, che batteva forte, e moralmente infiacchito, fu incrociato proprio dal Gianni, quello che tanto invidiava per la facilità con cui parlava alle ragazze.
“Perché non vieni più in parrocchia?”, lo apostrofò mentre bloccava con un colpo di freno la bicicletta che alzò una gragnola di ghiaia e di polvere. “Don Giovanni ti cerca”, disse poi caracollando in equilibrio instabile.
Angelino si strinse solamente nelle spalle. Non parlò.
“Va là, che l’abbiamo capito tutti”, fece il Gianni. “Ti piace eh?”, e con il capo accennò nella direzione della casa della ragazza.
“Cosa vuoi dire?”, reagì subito, confermando ciò che gli premeva di negare.
“Ma va là, non fare finta di non capire. Lo sappiamo tutti che sei cotto”.
“Io?”, smentì con calore, arrossendo fin sotto le piante dei piedi, smentendo così la smentita. “T’immagini!”.
“Si, ti immagini!”, gli fece il verso l’amico, “Anche don Giovanni ce lo ha detto. Sei un prete falso, ecco cosa sei!”
Angelino si sentì contorcere dentro più che un verme riportato improvvisamente alla luce. Si sentì più inverecondo e turpe. Il suo segreto, che credeva così ben custodito, era di dominio pubblico. Anche il suo prete lo conosceva!
Fu preso dalla disperazione e non vedeva via di scampo. Se Monica fosse qui, pensava; poter sentire da lei una parola. Di questo si sarebbe accontentato, anche solo di questo. Troppo pesante era divenuto il fardello che portava; troppa la fatica di trattenere un fiume che minacciava di travolgere gli argini, ormai indeboliti dalla lotta. Monica era una creatura irreale. Monica si muoveva come lui immaginava; Monica parlava; Monica rassicurava, consolava, incoraggiava. Monica proteggeva!
La figura della ragazza svaniva, si smaterializzava; la sentiva presente come un’emanazione del suo essere stesso. Egli lottava, moriva per lei, mille volte in un attimo, come gli antichi cavalieri. Quante volte si immaginava ferito, moribondo, addirittura tutto bagnato di sangue, riverso nell’erba e lei, la ragazzina dai profondi occhi scuri e dalla lunga treccia nera, piegata sul suo eroe finalmente conscia del suo amore e del suo sacrificio. I fantasmi si susseguivano e si riproducevano continuamente in quell’estasi, tra il verde dell’erba, con gli occhi sprofondati nell’azzurro del cielo. Solo così si sentiva rassicurato.
“Senti, tu. Me lo faresti un piacere?”. Angelino si drizzò di colpo e riapparve in questo mondo nientemeno che al cospetto di Monica. Era una visione! La ragazza indossava un vestito azzurro, alla contadinesca, tutto pieghe e svolazzi, stretto alla vita da un nastro bianco che si annodava elegantemente sul fianco. Sui capelli faceva contrasto un fiocco di seta, azzurro come il vestito, che le fasciava la nuca in su e la faceva risaltare l’ovale del volto.
Angelino restò ammutolito.
“Me lo faresti un piacere?”, ripeté la ragazza, mentre si buttava a sedere accanto a lui tra l’erba, con uno svolazzo di gonne che le si aprì a campana.
Angelino non parlava e la guardava. Per darsi un tono lanciò lontano un sasso che andò a colpire un palo del telegrafo.
“Sei bravo”, osservo Monica. “Scommetto che è stato per caso”.
Angelino colpì di nuovo il palo, poi una terza volta, e una quarta in rapida successione.
“Forte!”, esclamò la ragazza.
“Si”, si limitò a dire.
Ci fu poi un lunghissimo silenzio di qualche secondo. “Senti, mi aiuteresti a rimettere a posto la catena della bici?”, gli fece mentre gli tendeva la mano.
Fu l’affare di qualche minuto e la bicicletta su subito in ordine, ma il cuore era un calice di felicità, la fantasia galoppava in riva al mare. Sui prati fioriti e si imbeveva di gioia e di voglia di amicizia. Immergersi nel mare, solo azzurro, era dolce; sbirciare attraverso le gelosie che all’improvviso gli si erano aperte, scoprire spazi inaspettati e più liberi; sentire scattare, non sapere propriamente in che parte del corpo, scosse corroboranti rimaste, chissà perché, represse ed inerti. Sensazioni piacevoli che ingigantivano, si nutrivano del tocco della mano tanto desiderata; ora percettibili, provocanti. E così soavi!. Tanti microscopici grilli salterini delle più nascoste parti del corpo ora saltavano su con balzi sempre più alti e sicuri.
“Perché non vieni con me?”, lo invitò Monica.
“Dove?”, fece lui con il cuore che gridava di sì.
“Che ti importa? Andiamo in giro insieme con la bici. Vuoi?”.
Andarono. Il giorno dopo fu lo stesso e così i giorni successivi.
“Senti”, le disse un giorno Angelino, “a casa mia in fondo all’orto, c’è una vite d’uva bacò quasi matura. Vuoi che ci andiamo?”
“Già l’uva bacò!”, si meravigliò la ragazza, “Quanto mi piacerebbe”.
“Allora vieni.” La prese per mano. “Però bisogna che ci andiamo senza farci vedere, perché mio papà non vuole”. La trascinò via lungo un sentiero attraverso l’orto del vicino, contenti di quella complicità. Adesso veramente avevano qualcosa di comune che li univa. Si trovarono sotto il tralcio con grappoli in parte ancora acerbi che occhieggiavano qua e là di acini violetti già maturi. Incominciarono a spilluzzicarli uno per uno con gridolini di contentezza e di innocenza. Chi più ne raccoglieva nel cavo della mano li offriva all’altro. Tante volte, a gara, l’uno li portava alle labbra dell’altra. Le mani si intrecciavano. Tra i due esseri non esistevano più mondi. Come trasportati in un clima rarefatto; surreale, quasi in un primordiale giardino dell’Eden, lei e lui, erano all’inizio del mondo. Là, sotto quel tralcio di uva acerba, innocenti ed acerbi, vivevano senza la malizia degli uomini.
Fra di loro ci fu un bacio innocente, ma di fronte ad Angelino una figura si erse con il volto rubizzo e l’indice alzato, una figura di prete che accusava la sua anima che rabbrividì per la sensazione di colpa che affiorò prepotente.
La bella chiesa di San Francesco d’Assisi e di Paola in Bottrighe ha ospitato un concerto celebrativo d’eccezione in occasione dei trent’anni di attività del locale coro femminile “Eco del Fiume”. Un complesso questo, la cui storia è partita nel 1978 con il nome attuale, ma che è nato dieci anni prima, nel 1968, come coro di voci bianche parrocchiale su iniziativa dell’allora parroco di Bottrighe monsignor Vincenzo Polo.
In questi trent’anni di attività, innumerevoli sono state le partecipazioni a concerti, rassegne, incontri musicali nazionali ed internazionali, e sempre il Coro Eco del Fiume ha ottenuto consensi, a volte sottolineati da vere e proprie ovazioni. Ai concorsi nazionali di Savignone (Ge), Adria, Vittorio Veneto (Tv) e Biella si è sempre classificato ai primi posti. Plurime anche le partecipazioni radifoniche e televisive, tra cui una diretta su Rai Uno Mattina dagli studi Saxa Rubra in Roma e la registrazione di una programma sul Delta del Po per Rai Radio Due. Un’incisione discografica raccoglie una selezione costituita da tredici brani popolari del suo ricco repertorio.
Dal 1989 la direzione artistica è stata affidata alla maestra Chiara Casazza ed il Coro conta un organico di venti ragazze unite dalla medesima passione per il canto e dal desiderio di stare insieme sempre con tanto entusiasmo e con l’intento di comunicare, a chi le ascolta, le proprie emozioni.
L’obbiettivo è quello di esplorare quanti più generi possibili di musica corale, spaziando dal genere popolare, al sacro, al gosple-spiritual, alla musica leggera, con una netta predilezione per i canti del grande compositore vicentino Bepi De Marzi che ha dedicato al coro anche un brano della sua ricchissima produzione. Inoltre dall’ottobre 2006 il coro organizza in Bottrighe la Rassegna Corale “Autunno in…Canto” evento fisso del proprio calendario che vede la partecipazione di rinomati complessi che arrivano da ogni angolo della penisola italiana.
Nell’applauditissimo concerto del trentennale, il coro bottrighese ha diviso la serata in due parti: “L’Eco del passato” e “L’Eco del presente”, svolgendo un programma di quindici canzoni, mediante la cui interpretazione ha raccontato e ripercorso tutta la propria storia.
Affollata la partecipazione del pubblico, con la massiccia presenza delle ex coriste: oltre novanta le ragazze che in questi trent’anni hanno preso parte al gruppo canoro, le ex direttrici Antonella Cassetta, Carla Bizzarro, Antonella Pavan, quest’ultima direttrice protagonista sino al 1989, gli ex presidenti Danira Paulato, Antonio Boni, Anna Maria Trombetta, Luciano Fantinati e Cristiano Roccato. E’ stato ospite d’onore il famoso coro “Stella Alpina” di Treviso diretto da Diego Basso che ha saputo deliziare il pubblico con le sue forti voci virili di grande impatto emotivo.
La direttrice, dottoressa Chiara Casazza, ha percorso ormai ventidue anni sui trenta raggiunti dal gruppo canoro bottrighese. Il suo ricordo va alle sue prime esperienze, quando aveva inziato a cantare nel coro: “Capii sin dalla prima volta che quello per il canto sarebbe sato un amore a prima vista. La passione per la musica mi portò ad iscrivermi al conservatorio e fu per questo che a tre anni dal primo vocalizzo, mi ritrovai ad essere direttrice, a soli sedici anni. Per questo desidero ringraziare le maestre che mi hanno preceduto, senza di loro non avrei conosciuto il meraviglioso mondo della musica e del canto. Il mio ringraziamento va poi a tutte le persone che mi hanno sempre sostenuto ed incoraggiato e soprattutto alle mie coriste con le quali condivido questa fantastica esperienza”.
Al termine del concerto, in sala polivalente, dove era stata allestita pure una mostra fotografica sui momenti più significativi della storia del coro, è seguito un ricco buffet e la consegna di riconoscimenti a quanti hanno fatto parte al complesso, contribuendo alla sua crescita.
La voglia di dipingere in Violetta Bergamini è sorta presto, tanto che il suo professore di Educazione Artistica delle Scuole Medie a Porto Tolle, dove la Bergamini è nata, prof. Roberto D’Agostino di Padova, voleva per lei un futuro di pittrice. Le vicende familiari, però, non le hanno permesso, a quei tempi, di realizzare subito quel sogno; ma la vita a volte si diverte, per altre strade, a concretizzare le aspirazioni delle persone.
La pittrice, che ora abita a Taglio di Po con un nonno musicista e una madre sarta, ha acquisito dai suoi familiari, “quale patrimonio genetico”, la creatività e la sensibilità. Ha creato modelli da sposa, ha frequentato l’Accademia di Moda a Bologna e ha continuato a dipingere le sue tele ispirandosi inizialmente alle bellezze del paesaggio e agli ampi spazi del delta del Po. Ha riprodotto i colori della natura selvaggia e del cielo della sua terra, l’amenità, i silenzi e le solitudini tipiche della zona.
I suoi primi quadri sono particolarmente legati al Delta, alle case abbandonate o solitarie del territorio palesano, successivamente ha iniziato a cogliere aspetti e riflessi celestiali.
Nelle sue raffigurazioni spesso manca l’elemento umano, come se l’umanità togliesse qualcosa alla bellezza naturale. C’è invece spesso la casa, che talvolta è simbolo del rifugio, di quella sicurezza della quale ognuno di noi necessita, quale pascoliana memoria, per poter affrontare le varie vicissitudini quotidiane della vita.
Dal paesaggio ad un particolare del giardino: la rosa, per la pittrice simbolo dell’amore. Un passaggio questo che ha visto l’artista impegnata a cogliere la rosa in modi diversi, con colori delicati, ma talvolta vivaci e passionali, come l’amore che dà forza, luce e la vita stessa, ma anche sofferenza, difficoltà e, nello stesso tempo, tenerezza, dolcezza e speranza.
Soggetto dell’amore è anche spesso la donna, che è rappresentata con caratteristiche diverse. La donna angelo, ponte tra cielo e terra, ma anche la donna simbolo di inquietudine, della modernità tormentata e senza quiete, come avviene nei tempi attuali. Le creature femminili della Bergamini appaiono ora dolci ora tristi, ora invitanti ora decise: lo sguardo si posa sugli abiti, sui volti ed anche su un merletto che, quasi come firma, chiude parte della tela, come se la pittrice volesse lasciare la sua “griffe”. Una particolarità questa che forse deriva della sua passione per le stoffe, per la morbidezza “dei sogni”, per gli accurati merletti di antiche lavorazioni. Forse un rifugiarsi nel passato, dato che il presente non appare sufficientemente armonioso ed il futuro non si delinea ancora decifrabile.
La ricerca pittorica porta la Bergamini ad approdare anche all’esperienza informale, con composizioni astratte dove predominano i colori, le emozioni e le vibrazioni del cuore. In questi quadri si coglie anche la presenza di figure geometriche: il quadrato, il rettangolo, simboli della razionalità e della fermezza, che tutti noi sembriamo desiderosi di incontrare e di possedere. Il cerchio come il sole, simbolo della luce, dell’infinito, del divino, della luce celestiale, come nelle pitture degli antichi.
Nei dipinti della Bergamini il sole e la luna si rincorrono come la luce e l’ombra, l’uomo e la donna, la tenerezza e la decisione, come le fasi alterne della quotidianità. E accanto ai colori pastello, quali il celeste, colore della calma, il verde il rosso, colori della speranza e della passione, dell’energia, si trovano anche il viola, simbolo della spiritualità e della guarigione e il marrone, spesso indice dell’indecisione, ma anche della terra con le sue radici e la sua stabilità.
Varie sono le tecniche utilizzate dalla pittrice: colori ad olio, acrilici, tempere, china, acquerello, carboncino, matita, spatola; usa anche le foglie d’oro e d’argento come certi pittori del passato. Si coglie anche in questo il desiderio di abbracciare varie esperienze pittoriche, riuscendo a coniugare l’elemento classico con quello moderno, il figurativo con l’informale. Il suo è un cammino che, come per tutti i pittori, non è mai concluso, alla perenne ricerca di nuove esperienze e rinnovati motivi di ispirazione, da cui trarre alimento per una produzione artistica in grado di rigenerarsi e trasmettere nuove emozioni.
Era il 23 aprile 1945, festa del patrono di Trecenta, S. Giorgio. La primavera si manifestava con tutta la sua bellezza: gli alberi erano in fiore, i prati incominciavano a coprirsi di erba, gli uccelli allietavano la scena con i loro canti.
Noi bambini, risvegliati dopo il lungo rigore invernale, ci sentivamo felici nel riprendere i giochi all’aria aperta. Tutto bene? No! Si avvertiva nell’aria che qualcosa doveva succedere. Quel mattino, dopo la Messa in onore del patrono, noi bambini siamo tornati a casa accompagnati da qualche adulto. Incoscienti, nella nostra innocenza, non comprendevamo appieno le raccomandazioni di non allontanarci dal rifugio antiaereo.
Per capire meglio quei momenti è bene riassumere la situazione di quel tempo. Alla bellezza della natura si opponevano i tristi eventi in corso: la guerra che durava da cinque anni, stava portando lutti e distruzioni, la preoccupazione maggiore erano i colpi di coda di un atroce conflitto, in cui i belligeranti erano giunti allo stremo delle forze.
La disperata fuga dei tedeschi
Le truppe tedesche, che quando la sorte le baciava in fronte sembravano ad un passo dal conquistare l’Europa, dimostrandosi sicure e baldanzose, sostenute dalla propaganda del regime nazista, ora erano costrette ad una ritirata disastrosa. Testimonianze oculari affermano di avere visto militi tedeschi attraversare il fiume Po con i mezzi più disparati: oltre alle poche barche rimaste (la maggior parte erano state messe fuori uso dai pescatori solidali con i partigiani), usavano zattere costruite con tronchi d’albero, cavalcavano mastelli e botti da vino, perfino ceste e corghi (recipienti costruiti con vimini che potevano galleggiare, ma non trasportare persone).
La fretta di raggiungere l’altra riva era tale che ritenevano idoneo ogni mezzo, ma molti persero la vita nel disperato tentativo.
Il caos era indescrivibile: le barche spesso si rovesciavano perché troppo cariche, le zattere difficili da manovrare andavano alla deriva e gli occupanti, presi di mira dai fucili dei cecchini, erano un bersaglio fin troppo facile, le botti rotolavano sospinte dalla forte corrente dell’acqua, le ceste, fatti pochi metri, colavano a picco. Chi sapeva nuotare a fatica poteva raggiungere la riva, la maggioranza invece era destinata a scomparire, travolta dall’intensa corrente del fiume alimentato dalle forti piogge primaverili. Molti corpi senza vita galleggiavano sulle acque limacciose e si contavano a decine.
Se queste notizie, che mi sono state narrate, possono sembrare esagerate, quelle che vi riferisco ora, vi assicuro che rispondono a verità perché, anche se ero bambino, mi hanno visto testimone.
In quei giorni risalendo le rive del fiume Tartaro, vicino a casa mia, potei vedere cadaveri di poveri soldati che galleggiavano sospinti verso il mare e ricordo che tutti avevano la faccia rivolta nell’acqua, dando a vedere solo la schiena. Nella mia fantasia di bambino ho così interpretato questo fatto: quei poveri ragazzi anche dopo morti non volevano guardare il mondo che li aveva illusi e rovinati.
Ricordo ancora le parole della mia mamma che, guardando queste scene strazianti, mi diceva: “Di loro dobbiamo avere pietà e pregare per loro e per le povere mamme che li piangono e che non avranno il posto dove deporre un fiore”.
Il bombardamento
Quel mattino del 23 Aprile, a Trecenta fin dal mezzogiorno le truppe tedesche erano in agitazione, ricognitori sorvolavano la zona a bassa quota. Seguì un silenzio irreale. Poi, alle ore 15, un rumore assordante ruppe la quiete momentanea: una dozzina di caccia bombardieri alleati, dopo avere compiuto le operazioni di ricognizione, postisi in fila indiana si abbassarono e incominciarono a sganciare il loro carico di morte e distruzione.
Avevano come bersaglio il ponte della località “Calà del moro”, poco distante da casa mia, contro cui venne scagliata una tempesta di fuoco. Le case adiacenti si accartocciarono come fossero di carta, le bombe toccando terra deflagravano spargendo tutto attorno distruzione e morte.
Come detto, l’obiettivo era il ponte sul Canalbianco, che, per ironia della sorte, restò integro. Nessuno a Trecenta e dintorni riteneva che il ponte sarebbe stato preso di mira, trattandosi di un manufatto poco importante in ferro con la sede stradale in legno. Solo dopo il bombardamento si seppe che era l’unico in zona segnato sulle carte topografiche in possesso dei militari.
Anche se ero un bambino di sei anni, ho ancora nitida nella mente la scena che mi vide testimone: le alte colonne di fumo, il fragore degli scoppi, il bagliore delle esplosioni. Ma la scena più toccante è stata quando, alla fine del bombardamento, i soccorritori con ogni mezzo a disposizione, guidati dalle grida e gemiti di dolore e d’aiuto che venivano dalle macerie, cercavano di salvare i poveri sventurati. Solo verso sera, quando il silenzio si fece spettrale estrassero dalle macerie i corpi straziati di una mamma con i suoi due figli. Li trovarono che respiravano ancora, stretti l’una agli altri nell’ultimo abbraccio, pochi istanti dopo spirarono.
La commozione e lo sconforto presero tutti i presenti. Pare che i colpiti si fossero allontanati momentaneamente dal rifugio dove erano ospitati per recarsi in casa e fare provvista di cibo e indumenti. La sorte volle che proprio tra le mura domestiche trovassero la morte. Il nome che ricordo con certezza, è quello della mamma: Marta.
Vedendo i soccorritori sfiniti e in preda ad una straziante commozione, constatando che i loro sforzi erano stati vani, capii per la prima volta quanto dolore può procurare la guerra, e quanto questa sia frutto dell’egoismo e sopraffazione di pochi uomini, mentre quasi sempre a farne le spese siano i non colpevoli, ma i più indifesi.
Due spari
La guerra volgeva ormai verso le ultime battute. Era una bella mattina di primavera il 25 aprile 1945. L’aria era leggera, ma non tutto era tranquillo e si respirava l’attesa dei grandi eventi. Dopo cinque anni di combattimenti e di orrori anche la nostra zona veniva liberata. I tedeschi in fuga, incalzati dalle truppe alleate, stavano ritirandosi. Sono passati oltre 60 anni da quel giorno indimenticabile; in particolare mi sono rimasti nitidamente nella mente, come fossero successi ieri, due episodi.
All’improvviso un grido di gioia si levò dal gruppo di anziani: “Stanno arrivando le truppe alleate, finalmente la liberazione”. La causa di tanta soddisfazione veniva dall’aver notato transitare per la strada di Barguerina le prime auto blindo, segno che il lieto evento stava per verificarsi e quindi, dopo 5 anni di guerra, di privazioni, di paure, era più che giustificata tanta felicità: “Liberazione”. Il cortile dove stavo giocando con i miei cugini e amici, era separato dal fiume da una strada che correva in cima all’argine.
Anche se bambini, venimmo contagiati da tanta euforia. Agevolati dalla confusione che regnava e spinti dall’entusiasmo, due compagni di gioco di qualche anno più avanti di me, Rino e Mario, presero un bastone, vi legarono un drappo bianco e corsero sulla riva del fiume sventando la loro bandiera improvvisata. La scena gioiosa si interruppe all’improvviso, quando echeggiarono due spari di fucile e una parola tedesca: “Raus”.
I due amici si ritirarono precipitosamente, il loro viso era più bianco del drappo che abbandonarono. Le rispettive mamme corsero loro incontro e, come due chiocce, strinsero fra le loro braccia i due ragazzini dopo aver capito il pericolo che avevano corso.
Cosa era successo? E’ presto detto: sulla riva opposta del fiume, appollaiata nel suo nascondiglio si trovava una pattuglia di “cruchi”, così venivano chiamati i soldati tedeschi: nella loro testa balenava ancora l’idea che tutto non era finito. Poveri illusi, non avevano ancora capito che erano stati abbandonati al loro inglorioso destino! Al veder comparire i due ragazzi non avevano esitato a sparare. Se il bersaglio fosse andato fallito o se lo scopo era soltanto quello di spaventare, nessuno può dirlo. E’ comunque certo che il pericolo corso dai due amichetti è stato grande; l’ho intuito anch’io nonostante fossi un bambino.
A questo punto mi accorsi che, tra le persone che commentavano i fatti, mancava mia mamma. Lasciati i miei compagni di gioco andai a cercarla; e questo è il secondo fatto che voglio raccontare.
La trovai in camera sua e notai che stava asciugandosi le lacrime. Come mi vide mi prese fra le braccia e, stringendomi al suo petto, mi disse: “Caro al me putin, védito, incuo l’è un giorno de contentezza: xe finia la guerra, e mi a me cato vizin me marì e i me quattro fioi, sani e salvi. A dovarìa essare contenta e ne podarìa volere di più; ma invece el ricordo de me fradelo, to zio Amedeo, morto in Grecia a causa de sta sporca guerra, al me procura tanto dolore: na parte dal me cuore la ride e na parte la pianze. Adesso a te si ancora piccolo ma a te vedarè, crescendo, ca te capirè ste robe”.
Sono diventato vecchio e “stè robe” le ho capite. Sono avvenimenti che non si possono dimenticare
Nemo propheta in patria”: potrebbe forse essere questo il motto per descrivere ciò che spesso accade a rodigini e polesani illustri nella loro terra natale. Ed è stato anche per sfatare questo detto che due docenti rodigini dell’Università di Padova, Matteo Santipolo e Matteo Viale, la scorsa primavera hanno organizzato presso l’Accademia dei Concordi un eccezionale Convegno internazionale, con l’intento di rendere omaggio a uno dei più grandi linguisti italiani di sempre, Bruno Migliorini.
L’importanza dell’evento è stata sottolineata, tra l’altro, dal gran numero di patrocini ricevuti: dal Ministero dell’Università e della Ricerca all’Associazione per la Storia della lingua italiana; dalle Università di Padova, Firenze e Ferrara all’Accademia della Crusca; dalla Regione Veneto alla Provincia e al Comune di Rovigo; dalla Facoltà di Scienze della Formazione al Dipartimento di Romanistica dell’Università di Padova. E per illustrare, discutere e approfondire la vita e l’opera di un personaggio che, secondo l’opinione di Francesco Sabatini, presidente dell’Accademia della Crusca, fosse stato un fisico o un letterato, avrebbe sicuramente ricevuto il premio Nobel, sono giunti a Rovigo alcuni tra i più importanti studiosi d’Europa.
L’occasione è stata offerta dal settantesimo anniversario della fondazione, presso l’Università di Firenze, della prima cattedra di storia della lingua italiana ad opera del linguista rodigino, poi a lungo anche presidente dell’Accademia della Crusca.
Ad aprire il Convegno, dopo i saluti del presidente dei Concordi Luigi Costato, e di quelli fatti pervenire dai Rettori delle Università patrocinanti, è stato Matteo Santipolo che ha tracciato la genesi del Convegno stesso. Sono poi intervenuti Paolo Migliorini e Maria Grazia Migliorini, rispettivamente figlio e nipote dell’illustre linguista, che ne hanno svelato aspetti della vita poco noti, sottolineando altresì il legame che, malgrado il precoce trasferimento altrove, ancora lo univa alla sua città natale. È stata poi la volta di Francesco Sabatini, che ha illustrato, con la chiarezza e la competenza che gli sono propri, i rapporti scientifici tra Migliorini e la Crusca. Massimo Fanfani (Università di Firenze), forse il più esperto conoscitore delle carte del lascito Migliorini presso la Crusca, ha invece descritto la prima stagione della rivista Lingua nostra, fondata nel 1939 da Migliorini e Giacomo Devoto. Piero Fiorelli, anch’egli dell’Università di Firenze e coautore con lo stesso Migliorini del fondamentale Dizionario di Ortografia e Pronuncia, ha ricordato con passione e trasporto i suoi primi contatti, in veste di studente, con il linguista rodigino. La mattinata si è chiusa con gli interventi di Rossana Melis (Università di Siena) e Davide Colussi (Università di Ferrara) che si sono occupati rispettivamente della corrispondenza di Migliorini negli anni Quaranta e della sua prosa.
Nel pomeriggio i convegnisti si sono trasferiti presso il Cen.Ser dove, alla presenza del Sindaco e di altre autorità, con una cerimonia semplice ma toccante, è stata dedicata a Bruno Migliorini la piazza antistante il Consorzio Universitario Rodigino, luogo sicuramente adatto al grande studioso palesano. I lavori sono quindi ripresi con l’intervento di Edgar Radtke dell’Università di Heidelberg che ha sottolineato, con abbondanza di stimoli esemplificativi, l’importanza degli studi di Migliorini sull’italiano contemporaneo, mentre Rosario Coluccia (Università del Salento), presidente dell’Associazione per la Storia della lingua italiana, ne ha illustrato il contributo per la storia linguistica del Mezzogiorno.
La vocazione europeistica di Migliorini è stato il tema proposto da Riccardo Tesi (Università di Bologna) che ha mostrato con grande efficacia la modernità delle ricerche miglioriniane. A ciò sono seguite due dettagliate e nitide riflessioni su Migliorini e il Quattrocento e il Seicento da parte rispettivamente di Ivano Paccagnella e Michele Cortelazzo, entrambi dell’Università di Padova.
La mattinata del giorno successivo è stata dedicata alla lessicologia con stimolanti contributi di Max Pfister (Università di Saarbrucken), Manlio Cortelazzo (Università di Padova), che ha parlato dei neologismi coniati dallo storico della lingua rodigino, e Carla Marcato (Università di Udine), che si è invece occupata delle ricerche miglioriniane sull’onomastica. L’ultima sessione di lavori dal titolo “Le altre lingue e l’educazione linguistica” è stata aperta dalla brillante relazione di Carlo Minnaja, dell’Università di Padova, che ha parlato del rapporto di Migliorini con l’esperanto. Gli ultimi interventi, anch’essi ricchi di spunti che hanno fatto luce su aspetti meno noti della personalità umana e scientifica del linguista rodigino, sono stati di altri due ricercatori dell’Università di Padova, Elisa Gregari (Migliorini francesista) e Matteo Viale, che ha affrontato la tematica della grammatica e dell’educazione linguistica.
Seguito da un pubblico sempre attento e preparato (tra cui erano presenti anche numerosi altri illustri ricercatori del calibro di Gianna Marcato, Nicoletta Maraschio (nel frattempo succeduta a Sabatini in qualità di presidente dell’Accademia della Crusca, prima donna della storia dell’antica istituzione), Paola Benincà, Lorenzo Renzi, Luca Serianni, per citarne solo alcuni), il Convegno ha avuto il grande merito di svelare aspetti della vita e dell’opera di un grande studioso e di rendergli finalmente anche nella sua terra natale i giusti onori che gli spettano. Un grosso plauso, oltre che ai direttori scientifici dell’evento, Matteo Santipolo e Matteo Viale, va rivolto dunque a tutto il personale dell’Accademia dei Concordi, che ancora una volta ha saputo onorare il proprio ruolo di principale promotore culturale sulla scena rodigina e polesana, in particolare grazie alla sensibilità e alle doti gestionali del suo presidente Luigi Costato e del segretario Ennio Raimondi.
A 50 anni dalla sua scomparsa, tramite questo articolo ed altre iniziative locali che saranno coordinate dalla Biblioteca Civica del Comune di Giacciano con Baruchella, si intende tenere vivo il ricordo riconoscente della Maestra Pasini, cioè di una donna e di un’educatrice che in tutta la vita – come si legge sulla sua lapide – “con sublime energia profuse bontà e amore, intelligenza e sapere nella scuola, nella famiglia, per la redenzione degli umili, alla luce dell’ideale socialista”.
L’infanzia e l’adolescenza
Nata il 27 /1/1871 a Veggiano, in provincia di Padova (paese d’origine della madre Maria Berto), Guglielma Pasini si trasferì da piccola in Polesine al seguito del padre, che, in uno dei suoi continui spostamenti, era stato nominato segretario comunale a S. Pietro Polesine, paese dove egli poi svolse le funzioni di insegnante elementare. Il padre Antonio (1833-1897), maestro ed ex volontario nell’esercito sabaudo durante il Risorgimento, spirito libero e poetico (come testimoniano alcuni scritti pubblicati dal Comune di Solesino, paese che gli aveva dato i natali), trasmise alla figlia un’eredità ricca di sensibilità sociale e umanitaria¹. Dalla madre, chiamata famigliarmente Marietta (così come il padre Toni), che contribuiva a mantenere la famiglia gestendo un’osteria nel piccolo centro altopolesano, ereditò uno spiccato senso del dovere.
Completati gli studi elementari a Castelmassa, Guglielma (chiamata anche Guglielmina) frequentò il Collegio Magistrale Nazionale di Rovigo (dove poté conoscere la vita della grande educatrice Cristina Roccati), diplomandosi nel 1890.
Maestra e madre
La sua carriera didattica iniziò il 1° settembre del 1891 quando fu assunta, quale insegnante in prova, dal Comune di Giacciano con Baruchella. Quindi fu nominata per i successivi anni scolastici, finché all’inizio dell’anno ‘94- ‘95 il Consiglio deliberò la sua “conferma sessennale”, condividendo “gli elogi meritatamente tributati all’insegnante” che aveva saputo meritarsi la stima “sia dell’autorità comunale sia della popolazione”. Poi, nel 1901, le fu rilasciato quel “certificato di lodevole servizio” dopo il quale si aveva finalmente diritto alla “conferma in vita “ e, nel nostro caso, all’avvio di una brillante carriera, coronata da vari, anche se tardivi, riconoscimenti statali.
La maestra, intanto, aveva iniziato anche a vivere in mezzo alla popolazione di Baruchella, da quando, sposando nel 1894 Placido Grisetti (1864-1936), si era stabilita definitivamente nel paese. La coppia non ebbe figli ma, diversi anni dopo, ne avrebbe adottato uno (anzi “generato alla vita dell’anima il bimbetto di un’altra donna, con atto di supremo amore” per usare le parole del Prof. Stevanin). Il bimbo, di nome Ugo, era destinato a seguire sotto il profilo umano le orme della madre e a divenire un famoso e benemerito chirurgo².
L’attività politica
Frattanto Guglielma Pasini, contemporaneamente alla sua attività di educatrice, aveva iniziato una attiva militanza socio-politica, in contatto anche con il movimento femminista e con la famosa pedagogista Maria Montessori, incontrata personalmente a Milano. Fu così che, al sorgere del Partito Socialista (1892), dopo la repressione crispina, fu una delle prime iscritte e delle prime attiviste del Polesine, terra segnata dalla grande miseria e dalla pellagra, che aveva già conosciuto – prima in Italia – lo sciopero contadino de “la boje” (1884) e, dopo il suo fallimento, una forte ondata emigratoria verso il Brasile, che in pochi anni vide partire circa 60.000 polesani a cercare fortuna oltreoceano.
La Pasini iniziò a scrivere su “La Lotta”, settimanale stampato a Rovigo e su “Il Lavoro” di Genova, giornali di area ed ispirazione socialista, ed a operare nella nostra zona, con comizi ed altro, collaborando con l’On. Badaloni e con il Dott. Gallani, nella conduzione delle lotte contadine, nel favorire la nascita delle prime “leghe di resistenza” dei lavoratori della terra.
Un’attività politica che, nonostante la tolleranza dell’età giolittiana, le procurò poi accuse e contraccolpi nella sua carriera. Tra il 1905 ed il 1908 – dopo l’inchiesta aperta dal Provveditorato agli Studi di Rovigo a seguito dell’episodio della bandiera rossa regalata alla sezione socialista di Lama – dovette, infatti, lasciare l’insegnamento e fu mandata a Breslavia e a Praga, come impiegata presso il consolato italiano, circostanza che la maestra sfruttò per imparare il tedesco.
Direttrice e animatrice
Ritornata in Italia, riprese la sua carriera ottenendo poi per concorso e con una brillante classificazione la nomina a direttrice didattica nel 1912. Da questa data Guglielma Pasini cominciò a cogliere meritati riconoscimenti al merito educativo.
Come direttrice le furono affidati ben tre “circoli didattici”: Badia, Trecenta e Castelmassa, sui quali esercitò la sua vigilanza, non disgiunta da comprensione ed indulgenza; carica che esercitò fino al 1919, sottoponendosi a lunghi spostamenti in carrozza, proprio negli anni in cui era in corso la prima guerra mondiale.
Il tremendo conflitto – certamente da lei avversato per la posizione neutralista della sua parte politica – la vide comunque impegnata in prima persona per prestare aiuto ai chiamati e richiamati e alle loro famiglie, collaborando con il “Comitato di preparazione civile”, sorto anche nel comune di Baruchella. A questo proposito c’è una memoria del figlio Ugo relativa agli anni della guerra: anche se allora bambino (era nato infatti nel 1910), non dimenticò mai le scene di disperazione di madri e spose che riempivano di pianti le umili stanze della sua casa.
Oltre che fornire conforto e prodigarsi in vario modo per quanti vedevano in lei un importante punto di riferimento, la maestra Pasini diede alle stampe un volume, allo scopo destinarne il ricavato alle famiglie dei richiamati: pochi mesi dopo l’entrata in guerra dell’Italia, nell’agosto del 1915, compose infatti “Umili Martiri (dal vero)”, un volume di 17 brevi racconti, che vedono per protagonisti tutta una serie di infelici (uomini, donne e bambini) che, benché oppressi da dolori e miserie, sanno trovare in se stessi l’altruismo e la forza per aiutare persone ancora più miserabili di loro.
Il libretto riportava in epigrafe una frase significativa (“E’ troppo triste la vita perché si debba sorridere”) e la dedica al caro discepolo Augusto Zapponi (futuro insegnante capogruppo nelle locali Scuole Elementari e poi segretario comunale nel nostro Comune), allora prigioniero di guerra in Germania. Stampata dalla tipografia Zuliani di Badia Polesine, l’opera incontrò un grande favore e successo, con recensione sul “Gazzettino” di Venezia, ed il ricavato della sua vendita (cent. 75), come figurava in copertina, fu destinato “pro famiglie dei richiamati”. Per tutta questa sua attività e per aver sottoscritto il prestito nazionale, alla fine del conflitto la maestra-direttice ottenne dal Ministero della Pubblica Istruzione una medaglia di bronzo³.
Un impegno costante
Nel 1919 la maestra Pasini tornò all’insegnamento, l’attività preferita, meritando nel 1923 una medaglia d’argento e continuando con dedizione in questa sua attività – nonostante una nuova inchiesta indetta dalle autorità fasciste ed il rischio di un processo a suo carico – fino al 1936, quando, ormai sessantacinquenne si ritirò dall’insegnamento per raggiunti limiti di età, nello stesso anno in cui restò anche vedova.
Nel 1939 le fu conferita la medaglia d’oro dal ministero dell’Educazione Nazionale, e in quell’occasione ricevette un messaggio augurale dall’amico trecentano Prof. Ferruccio Martini, allora provveditore agli studi di Roma, accompagnato dalle firme di tanti colleghi ed amici.
Una volta in pensione la nostra Maestra non si riposò certamente, ma riprese ed incrementò quell’attività di insegnamento privato già intrapreso, che caratterizzò gli ultimi anni della sua vita. Tenne così ancora aperta la sua casa (Villa Guglielmina sulla montagnola nei pressi del ponte sull’Emissario, ormai non più proprietà Grisetti) a tutti, per attività socio-assistenziali e educative, ed in particolare a quanti avevano bisogno di un consiglio, e a coloro che, giovani e meno giovani, dovevano superare un esame, prepararsi ad una professione, ma erano privi di grandi mezzi.
Diede lezioni di italiano, di francese, di matematica, di nozioni varie (spesso anche gratuite o semigratuite) a decine e decine di ragazzi e ragazze che poi ottennero licenze e diplomi.
La sua vita laboriosa e feconda, allietata dalla presenza dei nipoti, sempre ricca di motivazioni intellettuali e morali, ebbe termine il 30 maggio del 1958. Le sue esequie, con l’intervento di autorità governative e del mondo della scuola, e di una marea di persone, tra cui molti dei suoi beneficati, testimoniarono l’ammirazione e la riconoscenza della popolazione tutta.
I riconoscimenti post mortem
Qualche anno dopo, al sorgere della locale Scuola Media, si volle intitolarla proprio a lei e sorse un Comitato per le onoranze, intenzionato ad erigere un busto in sua memoria, che raccolse sottoscrizioni di enti e di privati, ma che trovò qualche difficoltà a portare a termine il suo proposito.
Dovettero passare così diversi anni, quando, con l’aiuto dell’Amministrazione comunale, il 15 giugno del 1985, si poté finalmente inaugurare, nell’atrio del vecchio edificio che allora ospitava unitariamente Elementari e Medie, un medaglione di bronzo, opera dello scultore Arrigo Furini. L’opera d’arte (ora trasferita nel nuovo edificio) raffigura l’effigie della Maestra Pasini circondata dalla seguente scritta:
GUGLIELMA PASINI GRISETTI. 1871-1958. UNA VITA DI CULTURA. APOSTOLATO. PER GLI ULTIMI E I GIOVANI
Con il contributo di enti e privati, primo fra tutti il figlio della maestra e noto chirurgo, il Dott. Prof. Ugo Grisetti, fu anche istituita una borsa di studio intitolata a suo nome per gli allievi delle Medie.
Nel maggio 1998, il Comitato di gestione della Biblioteca, intitolata al Dott. Prof. Ugo Grisetti, ritenne opportuno – nella ricorrenza del 40° della scomparsa – onorare con una particolare pubblicazione (Guglielma Pasini, Umili Martiri e altri scritti…), la memoria di colei che gli era stata madre soprattutto nell’educazione e nel grande spirito umanitario, cioè appunto Guglielma Pasini-Grisetti, grande figura di educatrice divenuta poi per tutti la “Maestra” (o la “Signora”) di Baruchella, tanto era il suo prestigio.
Molto del materiale (foto, diplomi, scritti ecc.) allora utilizzato per una mostra, è ora esposto nell’Aula magna della locale Scuola Media, il luogo dove ogni anno – grazie ai proventi della borsa di studio – avviene la premiazione degli alunni risultati più meritevoli agli esami di terza media.
Alla premiazione, inserita di solito in una “festa didattica” è sempre invitata la maestra Maria Previato Grisetti, vedova del Prof. Ugo, che con la sua presenza e con le sue parole di educatrice, tiene viva la memoria di una donna e di una famiglia che tanto hanno dato alla nostra comunità.
NOTE
1. Dell’attività di Antonio Pasini, scrittore e cantastorie interessato alle problematiche sociali dell’epoca si è parlato in Ventaglio n. 7, pag 48 e successive, nell’articolo La boje, una edizione in versi del mitico sciopero di fine secolo
2. Con questi versi, tratti dalla poesia “PIETAS” (Per il professor Ugo Grisetti), il prof. Ario Stevanin focalizzò l’intenso rapporto di affetti e sentimenti tra Guglielma Pasini ed il figlio adottivo:
Non il sangue la madre gli trasmise, né fibre periture (chè madre non gli era per la carne), ma del suo spirito informò quello del figlio e ciò che è eterno in Ugo “suo” trasfuse: Ella, la Donna che la vita intera amando visse e consolando i cuori.
3. Oltre che alla narrativa Guglielma Pasini si dedicò anche alla poesia, come testimoniano le tre composizioni poetiche qui pubblicate.
Chi fu Xanto Avelli, personaggio il cui nome è usato nella toponomastica rodigina per individuare la galleria che collega Corso del Popolo con Via Giovanni Miani?
A fare ampia luce su un personaggio del passato di cui la città di Rovigo può davvero andar fiera, disponiamo ora di un raffinato volume la cui pubblicazione è stata caldeggiata dall’Associazione Xanto Avelli. Un’opera di grande interesse dal titolo “Xanto, pittore di maioliche, poeta, uomo del Rinascimento Italiano”, curata da J.V.G. Mallet, edita col contributo della Fondazione della Banca del Monte, del Comune di Rovigo, della Provincia di Rovigo, dell’Istituto Italiano di Cultura di Londra.
Che l’autore dell’importante studio sia inglese e che tra i patrocinatori del libro appaia l’Istituto Italiano di Cultura di Londra non è casuale, giacché – per le vicende storiche che nel corso dei secoli hanno visto emigrare all’estero una parte tutt’altro che esigua del patrimonio artistico italiano – proprio in varie collezioni della Gran Bretagna si trovano oggi molte delle maioliche istoriate di Xanto.
Un personaggio multiforme
Le stupende illustrazioni del libro-catalogo chiariscono subito la portata artistica della produzione dell’autore, il quale, firmando le proprie realizzazioni, accanto al proprio nome spesso apponeva “da Rovigo”, mai dimentico dunque della città natale.
Ma Xanto Avelli non fu solo pittore di maioliche, giacché si espresse anche come poeta. Un’attività anche questa che ci viene svelata dalla preziosa pubblicazione, nella cui appendice sono riportati i quarantaquattro sonetti che l’autore rodigino dedicò a Francesco Maria della Rovere duca di Urbino, città che divenne la sua seconda patria.
Se oggi le poesie dell’Avelli, caratterizzate dal tono encomiastico e ricche di citazioni mitologiche, appaiono lontane dai nostri gusti (e quindi di interesse più che altro documentaristico) ben diversa era la loro valutazione ai tempi del Rinascimento in cui furono scritte. Per le consuetudini dell’epoca costituivano un consistente motivo di apprezzamento che, per quanto riguarda Xanto, innalzava non di poco il suo prestigio di istoriatore di maioliche.
E’ un’opera davvero di grande pregio quella presentata lo scorso 25 ottobre presso il Museo dei Grandi Fiumi, contrassegnata dal titolo “XANTO, pittore di maioliche, poeta, uomo del rinascimento italiano”. Una realizzazione che deriva direttamente dal catalogo inglese, realizzato nel 2007 a Londra dalla Wallace Collection in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura, in occasione della splendida mostra dedicata alle maioliche istoriate di Xanto Avelli.
Il libro-catalogo, curato da un grande esperto della materia quale J. V. G. Mallet con il contributo di Giovanna Hendel, Suzanne Higgott e Elisa Paola Sani, oltre che fare ampia luce sul multiforme personaggio di origini polesane, oggi conosciuto soprattutto come eccelso pittore di maioliche, ma al suo tempo apprezzato non poco anche come poeta ed uomo di cultura, ha ottenuto l’ambito riconoscimento del più splendido catalogo d’arte realizzato in Inghilterra nel 2007.
Meritoria dunque l’iniziativa, nata da una proposta dell’associazione rodigina “Xanto Avelli” di curare una riedizione del volume, con traduzione italiana, per favorire anche nel nostro Paese, per un pubblico più vasto rispetto agli esperti della materia, la conoscenza dell’artista. Una proposta che ben presto si è concretizzata grazie ad un sollecito intervento della Fondazione della Banca del Monte di Rovigo, del Comune e della Provincia di Rovigo.
“La scelta del progetto – ha sottolineato Adriano Buoso, presidente della Fondazione – è stata dettata dalla convinzione che l’identità culturale di una comunità si costruisca e si consolidi nel dare metodo, continuità e sistema alla conoscenza e alla consapevolezza del proprio patrimonio storico e artistico”. “L’iniziativa – ha aggiunto – va nella direzione di costruire un’identità che qualifica il Polesine quale territorio di autonoma e suggestiva fusione fra culture diverse quali quella Estense e Veneziana”.
Piena soddisfazione per l’iniziativa è stata pure espressa, nella cerimonia di presentazione del volume, dall’assessore alla Cultura del Comune di Rovigo Federico Frigato che ha evidenziato il valore dell’opera che si qualifica come un importante contribuito all’immagine di Rovigo come città d’arte, mentre l’assessore provinciale Laura Negri ha sottolineato il forte senso di appartenenza espresso da Xanto nei confronti della città natale, mettendo in luce come l’importante pubblicazione si configuri anche come stimolo a dar vita ad ulteriori iniziative di conoscenza dell’illustre personaggio del Rinascimento.
Andrea Pirani, presidente dell’associazione Xanto Avelli, ha quindi ricordato l’emozione vissuta il 24 gennaio 2007 a Londra in occasione dell’inaugurazione dell’importante mostra dedicata a Xanto, accompagnata dallo splendido catalogo, dalla cui visione si originò l’idea di dar vita ad un’edizione italiana, subito sostenuta dalla Wallace Collection, come primo passo di una collaborazione tecnico scientifica con le istituzioni culturali rodigine.
Sono poi seguite tre relazioni, che hanno chiarito la portata dell’impegno di Xanto Avelli nel contesto della società italiana del Cinquecento: Pier Luigi Bagatin ha sviluppato il tema Xanto, l’uomo, l’artista e il suo tempo; Gabbris Ferrari ha parlato di Tecniche e metodi della ceramica del Cinquecento; Sergio Garbato ha relazionato su Xanto artista del Rinascimento italiano.
Xanto Avelli è sicuramente l’artista polesano più conosciuto al mondo. 402 sono le opere attribuite al pittore di maioliche, che si trovano in vari Musei e Collezioni europee e statunitensi.
In Gran Bretagna maioliche istoriate di Xanto sono presenti presso varie istituzioni. Le opere riprodotte nel catalogo, in particolare, si trovano a Londra presso il Victoria and Albert Museum, il British Museum, la Wallace Collection, il National Trust, la Ranger’s House; a Oxford presso l’Ashmolean Museum; a Glasgow presso il City Council Museum, a Cambridge presso il Fritzwilliam Museum.
Negli Stati Uniti opere di Xanto sono esposte a New York presso il Metropolitan Museum of Art, a Cleveland presso il Cleveland Museum of Art; a Washinton presso la National Gallery, a Los Angeles presso il Paul Getty Museum.
In Italia sono censite complessivamente 56 opere attribuite a Xanto: si trovano ad Urbino, Pesaro, Faenza, Firenze, Arezzo, Milano, Modena, Venezia, Vercelli.
Un operato quello del pittore di ceramiche certamente importante ed apprezzato; ma considerato un’arte minore, che si riteneva richiedesse più doti esecutive che fantasia ed innovazione, e ciò anche perché i soggetti istoriati erano solitamente desunti da modelli rinvenibili in stampe di autore, realizzate da noti incisori. E in questo non fece eccezione Xanto Avelli, che nei suoi lavori era solito tener presente le incisioni realizzate in particolare da Marcantonio Raimondi.
Se l’attività di pittore di maioliche non era sufficiente per essere ammessi a corte, Xanto giocò dunque la carta della poesia (quest’ultima annoverata tra le più importanti arti liberali) che contribuì in modo determinante ad innalzare il suo prestigio. Egli si accreditò pertanto come un personaggio di carisma, provvisto di un bagaglio di cultura classica, che emerge chiaramente sia nelle scene dipinte che nelle composizioni poetiche, ricche di citazioni, metafore e perifrasi, come si richiedeva all’epoca.
L’arco temporale
Oggi le poesie di Xanto, reperite in un’unica copia nel “Fondo Urbinate” della Biblioteca Vaticana, e riportate in appendice al volume recentemente edito, risultano di interesse non solo per conoscere aspetti del costume e della cultura del tempo, ma anche per ricostruire alcuni particolari della sua vita ed ipotizzare la data della sua nascita. Come sottolineato da J.V.G. Mallet, due sono infatti i sonetti che riportano riferimenti biografici dell’autore: il III e il XIV. Nel primo si legge:
…
Ma non ancho venuto à gli sei lustri Er’io per tal sentier, ch’a un Rover d’oro Amor mi trasse e disse hor scrivi il vero.
…
L’autore ci informa che non aveva ancora compiuto i trent’anni (sei lustri) quando un’improvvisa ispirazione (amor mi trasse) lo portò a parlare del duca della Rovere (un Rover d’oro), spinto da una sorta di imperativo categorico di scrivere la verità (hor scrivi il vero).
Il secondo sonetto si apre con le seguenti quartine:
Con molta pace del sacrato alloro Stavami un giorno assai vicino all’acque In che Phetonte ruinando giacque Con longa infamia d’ogni suo decoro,
Et dell’eccelsa e fertil Rover d’oro
L’alt’et chiare virtù con ch’ella nacque
I volea gia cantare, quand’in sé tacque
La lingua ond’io mancai il bel lavoro
Xanto ci informa che si trovava ancora in Polesine, presso il Po (le acque dove precipitò Fetonte con infamia), quando sentì il desiderio di scrivere versi di encomio (volea già cantare) per Francesco Maria della Rovere (eccelsa e fertil Rover d’oro). Ma nacque un impedimento che frenò la possibilità di comporre (la lingua tacque) e pertanto il lavoro poetico non fu avviato (mancai il bel lavoro). La causa di tale impedimento viene spiegata nelle successive due terzine: Francesco Maria della Rovere dovette precipitosamente abbandonare Urbino ostacolato nel suo governo da papa Leone X dei Medici (un’ leon feroce), per trovare rifugio a Mantova presso il suocero Francesco II Gonzaga (in grembo alla Thebana manto). Fatto questo che si verificò nel 1516.
Dunque in tale anno Xanto Avelli non potè lasciare il Polesine per raggiungere Urbino come avrebbe desiderato. Lo fece comunque all’età di quasi trent’anni come chiarito nel sonetto III, quindi se il suo trasferimento fosse avvenuto nel 1516, sarebbe nato attorno al 1486. Ma ci fu l’ostacolo del “leon feroce”, per cui la data della sua partenza per Urbino va spostata in avanti e, conseguentemente, va posticipata anche la sua venuta al mondo: “…l’esatto anno di nascita di Xanto – avverte J.V.G. Mallet – è incerto, ma la data fornita spesso, 1500 circa, è troppo avanzata”. Si può dunque ragionevolmente collocare l’anno di nascita negli anni 90 del Quattrocento.
Se non esistono documenti in grado di testimoniare l’esatto anno di nascita, non è nota nemmeno la data della morte dell’artista rodigino. E le sue poesie in questo caso non forniscono alcuna traccia per formulare un’ipotesi, giacché il suo impegno poetico terminò con la scomparsa del Duca, avvenuta nell’ottobre del 1538 – proprio mentre egli stava assumendo il comando di una spedizione militare contro i Turchi – dopo una breve quanto misteriosa malattia che fece parlare di avvelenamento.
Qualche ipotesi si può invece dedurre dalla sua attività di pittore di maioliche: dai pezzi presenti in varie collezioni, firmati e datati dall’autore, si può arguire che Xanto operò fino al 1542, con una interruzione tanto improvvisa quanto netta del suo operato, che si può supporre possa anche coincidere con la fine della sua vita.
Le maioliche di Xanto
In ogni caso quella di Xanto fu un’esistenza attiva sotto il profilo creativo che, nel campo delle maioliche istoriate lo portò a raggiungere alti risultati, grazie a realizzazioni che oggigiorno costituiscono motivo di un apprezzamento certamente molto superiore rispetto ai tempi in cui visse l’autore. Pertanto nella storia delle maioliche istoriate Xanto occupa un posto di ampio rilievo, qualificandosi come uno dei più importanti maestri della sua epoca.
Un’attività la sua sviluppatasi nel corso di un ventennio, con la concretizzazione dei primi lavori ad Urbino nel 1522, per passare poi per un biennio (anni 1524 e 25) a Gubbio e far quindi definitivo ritorno nella città marchigiana. E qui Xanto prese anche moglie: Finalissa, una vedova benestante la quale, a quanto pare, gli risolse qualche problema finanziario, permettendogli di saldare rapidamente alcuni debiti contratti e dedicarsi con nuovo slancio all’attività di pittore di maioliche.
E la sua fortuna in questo ambito si deve all’indubbia perizia nel realizzare scene spesso ricche di particolari e alla cura negli accostamenti cromatici, ma anche alla perfetta cottura dei pezzi, che pertanto presentano un’ottima lucentezza.
Le commissioni più importanti restano legate alla corte di Urbino nonché ai Gonzaga di Mantova, parenti acquisiti dai Della Rovere, in virtù del matrimonio celebrato nel 1505 tra Francesco Maria ed Eleonora Gonzaga. Non mancarono realizzazioni per alcuni dignitari veneziani quali Giacomo Michiel, Jacopo Pesaro ed altri, con i quali probabilmente Xanto venne in contatto grazie alla permanenza del duca a Venezia, dopo che, a partire dal 1524, aveva assunto il comando generale delle truppe della Serenissima.
Le realizzazioni più importanti risalgono agli anni ‘30, quando l’artista rodigino cominciò a firmare le proprie maioliche istoriate col nome di Xanto. Probabilmente si trattò di una trasposizione in veste classica del troppo comune Santo: dunque una sorta di nome d’arte più confacente ad un personaggio colto e raffinato quale tendeva a palesarsi.
Il suo primo nome era però Francesco e, prima di caratterizzarsi artisticamente col nome di Xanto che lo renderà famoso, il pittore rodigino era solito contraddistinguere le sue opere con le prime tre lettere di questo nome, ovvero “Fra”, procurando in tal modo non poco imbarazzo tra gli studiosi che inizialmente pensavano si trattasse di un frate. In altri pezzi di questo periodo anteriore al 1530, si trova spesso la sigla “F. R.” ovvero Francesco Rovigiese, come ebbe anche a definirsi.
Tutte indicazioni queste che venivano apposte sul retro del piatto istoriato, dove Xanto era solito anche segnalare le caratteristiche del soggetto dipinto, utilizzando la seguente terminologia: “fabula” per i soggetti mitologici, “historia” quando la scena si riferiva a fatti accaduti o tramandati come tali, “nota”, quando vi erano implicazioni di tipo morale. Ma in alcuni casi le informazioni erano più sviluppate e proposte in forma di endecasillabi, spesso sulla falsariga dei versi del Petrarca.
Xanto ebbe sicuramente dei seguaci a Pesaro, dove si trasferì la corte ducale con Guidobaldo II della Rovere, successore di Francesco Maria, ed anche a Deruta. E i suoi seguaci continuarono la consuetudine – di cui va attribuita sicuramente la primogenitura a Xanto – di tracciare iscrizioni sul retro dei piatti istoriati.
Realizzazioni queste che al tempo venivano comunemente utilizzate come servizio da mensa soprattutto nelle “delizie” dei Signori del Rinascimento italiano, e che oggi costituiscono pregiati pezzi di collezioni museali, nelle quali rivivono, con la incorrotta lucentezza degli smalti, le scene istoriate dipinte cinque secoli fa dall’artista rodigino.