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  • C’era una volta… il tabacco

    C’era una volta… il tabacco

    C’era una volta il tabacco, una coltivazione diffusa in Polesine anche se sottoposta al rigido controllo dello Stato. Introdotta in Italia negli ultimi anni del 1800 e nei primi del 1900, tale coltura fu praticata nella nostra provincia fino ai primi anni dell’ultimo dopoguerra. Fu soppiantata sia dall’impianto di nuovi frutteti sia per l’abbandono da parte degli imprenditori agricoli a causa del minor guadagno assicurato. Una produzione che richiedeva molta manodopera, soprattutto femminile e che nei ricordi di qualche anziana suscita ancora non poca nostalgia.

    “Il lavoro ci piaceva, dava molta soddisfazione e permetteva un guadagno per tutto l’anno – dice Lina, una ‘tabacchina’ di San Bellino impiegata nell’azienda Cestarollo di Castelguglielmo. – Si stava bene e c’era grande armonia tra noi donne; eravamo allegre e cantavamo tutto il giorno”.

    Contrariamente ad altri Paesi, in Italia la coltura non fu mai libera, ma Monopolio dello Stato.

    Fino al 1907 la coltivazione fu limitata ad alcune province, poi fu disciplinata da un Regolamento approvato con Regio decreto nel 1910. La diffusione di tale coltura in Polesine fu sostenuta dalla Cattedra Ambulante di Agricoltura, presente a Rovigo fin dal 1886, che svolse una intensa attività per convincere gli agricoltori a introdurre il tabacco, considerata pianta di rinnovo tale da poter sostituire la canapa e il mais con la possibilità di utili più elevati rispetto alle colture tradizionali.

    I primi esperimenti in Polesine furono effettuati dapprima a Lendinara e poi a Rovigo, Trecenta, Contarina ed Adria.

    Successivamente la coltivazione fu estesa anche ad altri comuni, tra i quali in modo particolare a Castelguglielmo. Nel 1922 fu costituita a Rovigo la Società anonima essiccazione tabacchi (Saet) con lo scopo di allestire vivai di piante da cedere poi agli agricoltori. Questi producevano il tabacco in foglia verde, che veniva successivamente selezionato, essiccato e venduto, infine, allo Stato. Tra i fondatori di questa Società figuravano i più importanti promotori di attività agricole in Polesine, come Ottorino Piccinato di Fiesso Umbertiano, Giovanni Roveroni di Stienta e Benvenuto Pelà di Castelguglielmo. Quest’ultimo ne fu il presidente. Egli diede grande impulso a questa nuova coltivazione costruendo una quarantina di grandi essicatoi e magazzini in varie località della provincia.

    Potevano coltivare il tabacco soltanto gli imprenditori agricoli che ottenevano la concessione dai Monopoli dello Stato. Per ottenerla vi erano delle disposizioni molto rigide e occorrevano particolari requisiti.

    Per quanto riguarda Benvenuto Pelà, questi poteva coltivare a tabacco 100 ettari di terreno in Polesine, che erano suddivisi tra Adria, Fiesso Umbertiano e Castelguglielmo. In quest’ultimo paese potevano produrre tabacco, su 50 ettari di terreno, anche i fratelli Luigi e Antonio Cestarollo, ai quali succedette poi il figlio di quest’ultimo, Gianstefano col quale abbiamo avuto modo di incontrarci per ottenere alcune informazioni su tale produzione oggi scomparsa dalle nostre campagne.

    Ogni due anni era necessario alternare la coltivazione di questa pianta con altri prodotti, per cui bisognava essere conduttori di estensioni molto vaste di terreno.

    Il ciclo di produzione era complesso ed occupava una manovalanza numerosa per quasi tutto l’anno, divenendo importante fonte di reddito per molte famiglie. La manodopera era costituita quasi esclusivamente da donne. Esse provvedevano dapprima, verso la fine di febbraio o ai primi di marzo, alla posa a mano delle piantine, prelevate dai semenzai di sabbia e torba, coprendole poi con arenotti; quindi effettuavano il diradamento, le manutenzioni e il necessario innaffiamento fino a giungere, dopo circa quattro mesi dal trapianto, alla raccolta delle foglie, che veniva eseguita quando su queste apparivano delle chiazze giallastre e i bordi si accartocciavano.

    A questa prima fase prettamente agricola, seguiva la lavorazione industriale, la fase più importante e delicata, effettuata nei locali di “cura”. Qui avveniva l’essicazione delle foglie che poteva essere o a temperatura naturale o artificiale: a fuoco diretto impiegando legno di castagno (opportuna per la qualità Kentocky), che determinava nelle foglie l’aroma e la forza desiderata, o a fuoco indiretto sottoponendo le foglie a forti movimenti di aria calda (più opportuna per la qualità Nostrano del Brenta). Quest’ultimo sistema comportava un consumo più contenuto di legna. Con un terzo metodo, chiamato “cura pressato-forzata”, non occorreva combustibile e in una decina di giorni il tabacco dallo stato verde si trasformava in prodotto pronto per la formazione di sigari.

    La coltivazione e la lavorazione del tabacco erano rigidamente regolamentate dallo Stato. Già con le piantine, prelevate dai semenzai dei Monopoli per essere messe a dimora, si effettuavano controlli contandole tutte accuratamente da parte dei Capi zona di Badia Polesine. La Guardia di Finanza interveniva poi nella fase di magazzino controllando il peso di tabacco in foglia che entrava nella fase di lavorazione dopo l’essicazione (le finestre degli essiccatoi erano chiuse con inferriate e le porte con lucchetti).

    La successiva selezione delle foglie avveniva in base alla loro lunghezza e larghezza prima di essere messe, a seconda delle qualità di tabacco, in botti di legno (il Kentocky) o in balle (il Nostrano del Brenta). Dopo cinque-sei mesi di essiccazione, il Capo zona di Badia Polesine e il Capo gruppo di Padova effettuavano il controllo di ogni botte o di ogni balla e quindi eseguivano prelievi per il campionamento.

    “Per quest’ultima operazione – dice l’ingegnere Gianstefano Cestarollo – venivano predisposte due casse di foglie: una veniva posta nel magazzino dell’azienda ed un’altra veniva inviata per ferrovia ai Monopoli di Roma. Qui, dopo venti giorni, veniva effettuata una perizia, cioè veniva aperta da personale specializzato la cassa alla presenza di austere signore con grembiule nero, venivano prese le foglie e preparate delle sigarette che venivano aspirate, bruciate a fuoco lento per controllare la combustione. Secondo l’esito di questa perizia, veniva quindi deciso il prezzo da pagare a noi produttori”.

  • La vita si fermava a 27 anni

    La vita si fermava a 27 anni

    Primo dopoguerra, Fratta Polesine. Il pendolo scandiva con il suo battito monotono il tempo dell’attesa. Fanny aspettava, impaziente e nervosa, posando lo sguardo sui ninnoli affiancati con cura sulla credenza del tinello. Da quanto tempo non vedeva sua cugina, la sua dolce Rita, al contempo l’amica più sincera? Da quando la malattia l’aveva colpita, quella inesorabile tisi che non le avrebbe lasciato scampo. Oggi però l’attesa era finita, l’avrebbe finalmente rivista, grazie a una pausa tra un ricovero e l’altro.

    E così trasalì quando la porta venne aperta, e la ragazza apparve.

    Pallida, emaciata, ma gli occhi vivi, le si gettò al collo in un abbraccio.

    Fu solo questione di un attimo, un istintivo irrigidimento nella paura del contagio; ma Rita lo avvertì.

    Lentamente si ritrasse, e cominciò a piangere.

    Aveva capito.

    La letteratura memorialistica, non solo polesana, presenta spesso una coloritura affettiva nostalgica per un passato popolare-contadino di indefinita collocazione temporale. Fa parte certo della natura umana ripensare con affetto e commozione alle età della vita in cui si era più giovani, e magari in migliori condizioni fisiche; gli stessi sentimenti sembrano essere stati più intensi, mentre le passioni di un tempo si sono illanguidite. La vita appariva più semplice, più vera… ma questo quando?

    Si parla del dopoguerra o degli anni trenta, o forse si risale all’Ottocento?

    Di sicuro la vita nell’Italia contadina di un tempo non subì grossi cambiamenti per secoli, e la condizione dei più poveri abitanti delle campagne venete era qualche decina d’anni fa non molto dissimile da quella dei loro predecessori medievali.

    Questo nel bene, ma soprattutto nel male.

    Proviamo allora a fare i conti in tasca a un bracciante veneto della fine del Settecento. Era ovviamente pagato alla giornata, senza nessuna possibilità di pensione futura né di contributo in caso di malattia. Se gli andava bene lavorava al massimo 230 giorni l’anno; ogni giorno di cattivo tempo, durante il quale l’attività si doveva per forza di cose fermare, non veniva retribuito, così come i circa 85 giorni festivi. Questi possono sembrare tanti, ma erano necessari se consideriamo i ritmi durissimi di lavoro fisico al quale erano costretti quei poveracci.

    La paga totale era di circa 161 lire venete. Ottantanove lire se ne andavano per la polenta con un po’ di sale, alimento cardine ma che per forza di cose doveva essere integrato almeno da qualche pezzo di formaggio o qualche sardella salata. Si calcola una spesa per questi alimenti di circa 39 lire: restavano 33 lire e cinque soldi.

    Le cose si fanno ancora più complicate se si pensa che la spesa media per l’affitto di un casone (i braccianti non erano proprietari di immobili) era di almeno 30 lire, e che la legna per il riscaldamento costava circa 90 lire. C’era poi da comprare ogni tanto qualche straccio da indossare, qualche suppellettile da sostituire e c’erano eventuali imprevisti o malattie. Si consideri poi che i conti fatti finora si riferiscono al singolo bracciante: ma egli avrà dovuto mantenere anche il resto della famiglia, bambini piccoli e vecchi infermi compresi! Viene spontaneo chiedersi come facessero letteralmente a sopravvivere in tali condizioni di indigenza.

    La vita nei casoni

    In questo contesto di miseria non c’è da meravigliarsi se la malattia e il crimine erano poi diffusi. Per quanto riguarda le prime, di certo erano favorite dalle pessime condizioni igieniche. Si pensi ai casoni, le antiche abitazioni un tempo ubiquitarie nel Veneto, come si può desumere dai catasti, e la cui tipologia costruttiva probabilmente era pressocché immutata dai tempi dei Paleoveneti, con il tetto di canne o di paglia molto inclinato.

    Purtroppo questa interessante architettura spontanea, sopravvissuta si può dire per millenni, è stata quasi totalmente cancellata, forse nel desiderio inconscio di eliminare con essa il ricordo delle misere condizioni di vita dei suoi abitanti. Si pensi che nel 1930 il Comune di Venezia inserì nel suo Regolamento d’Igiene una norma che prevedeva l’abbattimento nel corso di due anni di tutti i casoni esistenti nel suo territorio.

    La tipica casa rurale polesana, d’altra parte, non è altro che la ripetizione dello schema costruttivo del casone, nel quale la copertura di canne era sostituita da quella, meno inclinata, perché più scorrevole all’acqua, in coppi di laterizio. Nei più vecchi casoni il pavimento era di terra battuta (personalmente mi è capitato solo qualche anno fa di vedere ancora una casa in tali condizioni, abitata da due anziani) e mancavano i servizi.

    Ma torniamo all’epoca in cui fu scritta la memoria da cui siamo partiti. In uno studio degli anni Trenta del secolo scorso si legge che “si vedono spesso 8-9 persone alloggiate in una sola stanza che serve per tutti gli usi, cucina compresa, quando non serve anche per ricovero ai polli o a qualche altro animale”.

    Erano le condizioni ideali per debilitare il fisico e favorire la malattie. A parte amenità quali l’infestazione da pidocchi, da pulci, da piattole, la scabbia e le molteplici verminosi, vediamo alcune gravi patologie. La tubercolosi, o “tisi”, ad esempio, ricordata all’inizio. Oppure la malaria: “parlare della provincia di Rovigo senza pensare alla malaria era fino a qualche tempo fa impossibile” riferisce lo studio già citato, e prosegue ricordando che nei primi anni del 1900 le denunce annue di questa malattia superavano la cifra di 10.000.

    La malaria

    Nel 1903 su 48 comuni polesani, 36 erano considerati malarici. La località Malvolto, fra Frassinelle e Canaro, traeva addirittura il nome dai segni di sofferenza che portavano sul viso gli abitanti di tale zona un tempo paludosa.

    Naturalmente più colpito era il Delta, ove in alcuni luoghi “la popolazione nasce, vive e muore malarica”. Così ad esempio a Ca’ Morosini, nei pressi di Loreo, la frazione più povera della provincia, che si trovava proprio nel focolaio di endemia malarica, e di cui l’inchiesta ricordava l’aspetto da “veri cachettici” di alcuni suoi abitanti. Penso sia nei ricordi di molti perlomeno qualche testimonianza di quella malattia: io ricordo mia nonna, che mi raccontava dei brividi scuotenti di una terzana che aveva contratto – ironia della sorte per una che passò tutta la sua vita in Polesine – durante un viaggio nel vercellese, già a quei tempi terra di risaie.

    La pellagra

    Negli anni dell’unità d’Italia la malaria uccideva 40.000 persone all’anno; sempre meno della pellagra, che richiedeva 100.000 vittime. Come è noto, tale infermità origina da una carenza vitaminica, dovuta a una dieta, come abbiamo visto sopra, basata quasi esclusivamente sulla polenta (sulla mensa del contadino settentrionale, si legge in una relazione ottocentesca, la carne appare non più di una volta al mese).

    La coltivazione del mais si era diffusa nel ‘600, a sostituzione di altri cereali, tra i quali molto utilizzato era il sorgo rosso o saggina, considerato il più malsano fra tali alimenti, tanto che negli statuti medievali non era nemmeno considerato commestibile, e quindi non era gravato da alcuna imposta. A detta degli autori d’agraria del ‘500 e del ‘600 la polenta di saggina era un cibo disgustoso, privo di ogni sostanza nutritiva, anzi deleterio per la salute, e il pane tratto dalla sua farina era cattivo e durissimo. Non meraviglia che il granoturco ne prendesse rapidamente il posto, anche per la sua maggior resa con meno lavoro e per la politica protezionistica di Venezia che evitava di importare cereali dall’estero. Tuttavia l’uso del sorgo non fu eliminato del tutto, perlomeno nei ceti più umili.

    Con la diffusione del mais inizia però l’epidemia della pellagra. Negli anni ‘80 dell’Ottocento la provincia più colpita era quella di Padova, con circa 13.000 pellagrosi (in alcuni paesi, come Vedelago, ne era affetto il 25% della popolazione); se consideriamo la stretta somiglianza fra la nostra provincia e quella padovana, e se consideriamo che quest’ultima è sempre stata molto più popolosa, si può però pensare che in termini relativi il Polesine fosse tra i primi posti in Italia nella diffusione del morbo.

    Non a caso Nicola Badaloni, grande medico e politico, appena giunto a Trecenta, il paese più colpito, se ne interessò per la prima indagine provinciale sulla pellagra. Ricordiamola questa malattia, che i medici imparano con la formula mnemonica delle “quattro D”. La prima D sta per dermatite: i primi segni apparivano sulle parti scoperte della pelle con chiazze bluastre. Veniva poi interessato l’apparato digerente, con diarrea, vomito e rigonfiamento della lingua. Si aveva quindi la progressione verso stati depressivi, disturbi nervosi e demenza conclamata, che in certi casi portava al suicidio. Sembra che la paura del sole di questi malati, l’esposizione al quale poteva accentuare i sintomi cutanei, associata ai deliri anche violenti di cui erano vittime, abbia avuto nel settecento un ruolo non secondario nell’insorgere delle leggende sui vampiri. A parte questa evenienza, si poteva arrivare con l’evoluzione della malattia fino alla quarta D: death, ovvero morte.

    La Giustizia

    Il quadro generale è quello di una miseria nera, che portava all’accattonaggio (il Veneto aveva nell’800 la percentuale più alta di mendicanti) quando il povero contadino, al quale nessuna banca avrebbe mai fatto un prestito, era costretto a rivolgersi agli usurai, che in Polesine arrivavano a chiedere interessi anche del 100-120%. Chi non ce la faceva più doveva quasi inevitabilmente dedicarsi alla malavita, con il rischio di incappare nelle maglie della tremenda Giustizia del tempo.

    Chi finiva nelle carceri di Rovigo, fosse anche innocente (il podestà Crotta riferisce di aver trovato al suo arrivo in città nel 1774 le prigioni piene di detenuti in attesa di giudizio) veniva posto in catene o ai ceppi, poteva dormire solo un tavolaccio di legno e gli era concesso un soldo di pane al giorno, quando il bracciante avventizio su ricordato campava con sette soldi al dì. Naturalmente di assistenza medica neanche a parlarne.

    Elios Andreini ha descritto nel suo “Crimini e storia tra Po e Adige” il tribunale “viaggiante”, chiamato Giudizio Statario, che dopo il 1848 percorse le campagne venete, allestendo sulle piazze dei paesi processi sommari collettivi, che finivano quasi inevitabilmente con la condanna a morte, comminata immediatamente (chi non faceva questa fine veniva in genere condannato a decenni di carcere duro, che era una sorta di condanna a morte più lenta).

    In tale quadro di abbrutimento, la vita media era solo di 27 anni e mezzo. Oggi una tale evenienza ci sembra assolutamente drammatica e insopportabile, ne rifiutiamo la sola idea; eppure allora faceva parte della vita quotidiana.

    La strage degli innocenti

    Nell’800 un bambino su quattro moriva nel primo anno, e ogni anno 200.000 bimbi sotto i cinque anni morivano per indigenza e malattia. Peraltro tale strage di innocenti si accompagnava a un altro fenomeno, frutto pure della disperazione e della fame: quello della vendita dei bambini. Negli ultimi decenni dell’800 e nei primi del ‘900 l’Italia era la prima fornitrice mondiale di manodopera giovanile.

    Si potrebbe continuare su queste tinte fosche, che cancellano inesorabilmente l’idea di una perduta età dell’oro precedente a questa epoca di globalizzazione, i cui problemi tanto angosciano l’uomo moderno.

  • La “Lipamana”

    La “Lipamana”

    Frassinelle Lipamana è il nome di una delle quattro contrade del Palio della Valle dei Frassini (che si disputa ogni anno nel mese di maggio). E’ un toponimo di origini veneziane molto diffuso in paese, che appare in un mappale conservato presso Fondazione Querini Stampalia a Venezia.

    Da un’analisi effettuata su questo mappale antico è stato possibile estrapolare alcuni dati importanti sul territorio frassinellese e sulla presenza di nobili veneziani nell’entroterra polesano. Tra i mappali della Fondazione, un primo (n° 281 risalente al 1686) descrive proprietà della famiglia Priuli site in località Bina di Frassinelle, un secondo (n° 282 risalente al 1742), ad opera dell’agrimensore Domenico Rosati, descrive le proprietà di Sebastiano Lippomano site a Frassinelle (Catalogo del Fondo Cartografico queriniano a cura di Giuseppe Mazzariol).

    L’attenzione si focalizza su questo secondo mappale che, nel 1742, attesta i possedimenti su territorio frassinellese da parte della famiglia veneziana dei Lippomano, casato originario di San Basegio, che, come molti altri, aveva delle proprietà sulla terraferma. Sul mappale si legge “Dissegno di una Possesione nominata la Lipõmana di ragne de N.H.C. Sebastiano Lippomano…”: è evidente come la denominazione “Lipomana”, diffusa ancora oggi, derivi proprio dal nome della famiglia veneziana, mutata in seguito in “Lipamana”.

    Altre interessanti informazioni sono indicate sul mappale 282, soprattutto quando l’agrimensore ne indica i confini. “La Possesione, quale è posta nella Frassinella frà questi Confini, cioè da un cappo a Levante il N.H.C. Vincenzo Foscarini, a Ponte la Strada Pubca, a Mezzo Giorno il N.H.C. Lunardo Pesaro, a Tramontana la Strada Consorta: nominata la Viazza..”

    La famiglia dei Lippomano, originaria dell’isola greca di Eubea (chiamata dai veneziani Negroponte) si trasferisce a Venezia nel 908. Ottiene il patriziato veneto nel 1381 per aver fornito uomini e denari alla Repubblica di Venezia, impegnata a combattere contro i genovesi nella guerra di Chioggia.

    Oltre alle informazioni contenute sul mappale conservato in Fondazione Querini Stampalia, altre tracce dei Lippomano si trovano su una carta dell’estimo datata 1775 e conservata in Accademia dei Concordi. Dall’Estimo del 1775, Comuni di qua della Fossa (Frassinella – carta 34R), appare il nome del N.H.C. Gaspare Lippomano. I possedimenti comprendono ancora, come nel mappale del 1742, sia il caseggiato rurale, sia i terreni prativi ed arativi.

    Gaspare Lippomano è figlio di Francesco che “possedeva terre in tutto il Veneto e principalmente nel Travisano” e fratello di Maria Teresa, che, nel 1790 va in sposa ad Alvise Querini Stampalia, (Paolo Gaspari, Terra patrizia – Aristocrazie terriere e società rurale in Veneto e Friuli, Istituto editoriale Veneto Friulano, 1993).

    Alvise Querini, già ambasciatore di Venezia a Parigi alla caduta della Repubblica, fu il primo ad adottare la denominazione di Stampalia per distinguersi, alla corte napoleonica di Milano, da un omonimo. Da allora il doppio cognome è rimasto ad indicare la famiglia e la Fondazione, che sarà istituita dal figlio Giovanni.

    È interessante sottolineare che Giovanni Querini Stampalia non eredita i possedimenti frassinellesi. La madre Maria Teresa, rimasta vedova di Alvise Querimi Stampalia, non lascia nulla in eredità al figlio. La motivazione è di carattere personale, e al contempo sociale (molto importante per l’epoca): la nobildonna avrebbe desiderato per il figlio un matrimonio decoroso ed una sicura discendenza. Le ultime disposizioni della nobildonna prevedevano almeno 1.000 messe ed altre regalie varie in oggetti e denaro a parenti e domestici.

    Una clausola del testamento prevedeva poi che una parte dei suoi beni passassero ai futuri nipoti maschi, concedendo al figlio Giovanni soltanto l’usofrutto di tali beni: “La parte de’ miei beni (…) la lascio a mio figlio, ed avendo figli di legittimo matrimonio saranno loro (quando siano Maschi) gli eredi, egli sua vita durante l’usufruttuario, ed al caso non conoscendo la legge, non mi fossi bene spiegata dichiaro avendo figli maschi, egli sarà solo usufruttuario, ed altrimenti questa mia parte disponibile dovrà essere annualmente impiegata come segue…”. (dal Testamento di Maria Lippomano vedova di Alvise Querini, 22 febbraio 1847).

    In realtà Giovanni Querini Stampalia non si sposò e non ebbe mai figli, né legittimi, né illegittimi. La madre lasciò parte dei suoi beni in eredità ad enti religiosi.

    Giovanni Querini Stampalia, dal canto suo, aveva tutt’altri interessi e priorità differenti dalla volontà materna. Il conte era una persona molto generosa: “attraverso le disposizioni testamentarie, il Conte puntualizzò gli impegni da lui assunti in precedenza (…). Stabilì una serie di donazioni che possono essere interpretate come tributi ad amicizie, altre come desideri di render giustizia a destini avversi o di compensare servizi ricevuti (…). Principale protagonista del testamento è l’erigenda Fondazione Querini Stampalia” (Tesi di Laurea di Antonio Fancello – Per un profilo di Giovanni Querini Stampalia – ). Nonostante le disposizioni della madre è lo zio Gaspare Lippomano a nominare, nel 1854, Giovanni Querini Stampalia erede universale delle sue proprietà.

    Una documentazione di qualche anno prima, ricavata dal Catasto austriaco (Archivio di Stato di Rovigo), in data 1846, risulta però che le proprietà (caseggiato rurale e terreni prativi ed arativi) non appartengono più ai Lippomano. La proprietà frassinellese, denominata la “Lipamana” è di Giordano Bombarda, del fu Giuseppe, ed amministrata da Giovanni Moroni. Sebbene i Lippomano non siano più presenti in loco la proprietà continua ad essere chiamata come la “possessione” indicata dall’agrimensore Domenico Rosati sul mappale del 1742.

    Il toponimo Lipamana è dunque rimasto ad indicare una precisa zona del paese, visibile percorrendo via Romana dal centro verso la frazione Chiesa; sulla sinistra, dopo la strada bianca denominata la “Viazza” sorge il caseggiato rurale della “possessione” (foto 1).

    Nel nome rimane la traccia di un passato segnato dalla presenza dei veneziani nell’entroterra del Polesine; nelle testimonianze testamentarie e storiche l’intreccio di due importanti famiglie della Serenissima Repubblica di Venezia.

  • La fiera della Villa delle Papozze

    La fiera della Villa delle Papozze

    Più che in altri paesi del Polesine, il 1951, contrassegnato dalla grande alluvione del Po, resta emblematico per Papozze. E’ infatti questa una data di cesura tra il vecchio e il nuovo paese: prima sorgeva al di là dell’argine, nell’area golenale, come riportano cartoline del passato e soprattutto una diretta testimonianza del sig. Vittorino Bertaglia che con grande disappunto ha assistito, ancora ragazzo, alla demolizione del vecchio paese.

    Testimonianze, dunque che ci riportano un borgo con la piazza, con il mulino, con le case addossate le une alle altre, con le strade polverose d’estate e infangate d’inverno, dove spicca comunque un grande palazzo cinquecentesco con porticato, destinato a sede Municipale¹.

    Un borgo operoso, dove al duro lavoro quotidiano si contrapponeva il culto delle tradizioni, sempre vivo, quali il ritrovarsi una volta la settimana al mercato o l’accorrere nel mese di agosto sulla riva del grande fiume per la cerimonia della sua benedizione, oppure l’aggregarsi per il festeggiamento del Santo Patrono il 24 Agosto di ogni anno.

    Ciò avveniva anche nell’a.D. 1737 ma, proprio in detto anno, come da documenti ritrovati, la fiera fu agitata da un avvenimento particolare che mandò su tutte le furie il Marchese delle Papozze Cesare Bevilacqua.

    La contesa del mercato

    Caso del contendere, il mercato delle Papozze, attorno al quale si accese una disputa tra il Marchese Bevilacqua e il Cardinale Agapito Mosca legato pontificio a Ferrara. Il cardinale Mosca aveva infatti emanato un editto con cui trasferiva in altro luogo la fiera che si teneva a Papozze intorno al 20 di agosto di ogni anno. Un provvedimento questo che danneggiava non poco gli interessi del marchese.

    Perché tale decisione?

    Innanzitutto va detto che gli abitanti della Villa delle Papozze avevano “osato contestare” i benefici economici che il Marchese traeva affittando i suoi portici, a coloro che esponevano la mercanzia nel giorno del mercato. In pratica, si chiedeva di spostare il mercato in altro luogo in modo da non pagare la gabella.

    Al marchese sembrava che la decisione venisse presa soltanto per ledere i suoi interessi, e considerava tale provvedimento tanto più grave perché il trasferimento della fiera avrebbe potuto riguardare anche il trasferimento del mercato del giovedì. Quel mercato di cui proprio lui era riuscito pochi anni prima ad ottenere il riconoscimento, nell’interesse e a beneficio proprio degli abitanti della Villa delle Papozze.

    Così pensava dunque il marchese Bevilacqua, mentre a Ferrara si stava stampando l’editto. E gli tornava in mente quando il cardinal Agapito Mosca aveva concesso, dietro suo personale interessamento, di poter dar vita il giovedì, proprio a Papozze, ad un mercato “non solo d’ogni sorte d’animali, e di robbe commestibili, ma d’ogni altra mercanzia”. Dal mercato, però, era esclusa ogni sorte di biade e ogni sorte di bovi, vacche e vitelli. In ogni caso, il cardinale aveva pensato bene di non rimetterci e aveva aggiunto, quindi, a scanso di equivoci, che la concessione era fatta senza pregiudizio della gabella, e Dazij della reverenda Camera, e della Comunità di Ferrara, e altre Comunità, e loro Appaltatori rispettivamente.

    Per i contadini che si recavano al mercato erano previsti non poche privilegi: tra quelli più graditi tra le gente comune, spesso con qualche debituccio, c’era il “libero Salvo condotto” di non essere molestati dai creditori nella giornata di mercato.

    Va però sottolineato che l’interesse della famiglia Bevilacqua all’istituzione di un mercato settimanale proprio a Papozze non era da imputare a schietto senso di altruismo. Non a caso nell’editto di istituzione era subito precisato che spettava al Marchese nominare Provveditori per vigilare e cooperare per la buona riuscita del mercato. Inoltre il luogo scelto – era ben chiarito nel bando – era lo stesso “dove è solito farsi la Fiera ogn’Anno alli 24 d’agosto”. E proprio qui spuntava il tornaconto del nostro marchese: la famiglia Bevilacqua infatti traeva vantaggio dalla fiera e dal mercato settimanale perché possedeva sia l’osteria che le altre botteghe, nonché i portici ai lati della piazza da affittare agli espositori con grande e costante guadagno.

    Era dunque una perdita economica inaspettata, quella decisa dal legato pontificio. Approvata, per giunta, su richiesta proprio degli uomini della Comunità di Papozze che avevano giustificato la richiesta di far trasferire la Fiera in altro luogo a causa dei gravi disordini provocati dai contrabbandieri che accorrevano alla fiera e che, all’occorrenza, si ricoveravano proprio nella Chiesola del marchese, per via dell’immunità di cui essa godeva.

    La contromossa

    Il danno arrecato dall’editto del legato pontificio era dunque troppo grande perché il marchese non pensasse subito di reagire. E così fece, con astuzia. Egli, infatti, decise di scavalcare l’autorità del legato pontificio e di inoltrare una supplica addirittura allo stesso Pontefice Benedetto XIV, a cui chiese espressamente di non modificare il luogo dove si teneva da sempre sia il mercato che la fiera annuale.

    Ma, come si dice, l’appetito vien mangiando. Così, con l’occasione, il marchese chiese anche al Papa per le questioni relative al mercato di Papozze di non farlo dipendere più dal legato di Ferrara, e soprattutto, di avere il controllo totale del mercato “senza ingerenza alcuna del Comune d’essa Villa”. Con un sol colpo si sarebbe così sbarazzato di due pericolosi controllori.

    E, poi, quanto ai contrabbandieri, il marchese assicurava il Santo Padre d’impegnarsi a tener chiuso e serrato l’Oratorio durante la fiera. E per dimostrare la propria munificenza, avrebbe fatto celebrare la Santa Messa nei giorni di festa in un altro suo Oratorio – fatto fabbricare per puro impulso di carità e zelo – da cappellano generosamente da lui stipendiato.

    E a questo punto della supplica, il marchese Bevilacqua si disse che la guerra è guerra e, impudicamente, affermò anche di non aver sentito mai di disordini provocati da contrabbandieri riparati nell’Oratorio pubblico della sua casa. A tal proposito, a contestazione delle affermazioni degli uomini della Comunità e conferma delle proprie, il marchese portò varie testimonianze. Così allegò alla supplica il giuramento – reso davanti al notaio Giacomo Antonio Brenta – del Capitano Antonio Colla e del tenente Giuseppe Peveratti della “Compagnia dei Fanti della Terra di Crispino” che, con la loro Compagnia, avevano vigilato sull’ordine pubblico durante la Fiera.

    E ancora produsse analoghe attestazioni di conterranei, come quelle di Antonio Penzo di Chioggia, Francesco Ragazzi di Crispino, Giovan Battista Carestia di Adria, Alessandro Sistro di Adria e Gioachino Chiappa di Crispino. Né dimenticò di fornire le deposizioni di commercianti di mercanzie da orefice, come quelle di Carlo Milesi, Francesco Chiesa, Francesco Stuarti, tutti orefici.

    L’arbitrato

    A risolvere la questione fu incaricato il Tesoriere. Questi, intuito l’impiccio in cui era stato coinvolto, decise di demandare l’istruttoria e il parere al Commissario di Ferrara.

    Costui, analizzata la situazione, fece osservare quello che era chiaro a tutti, e cioè che lo spostamento del mercato e della fiera portava pregiudizio solo alla casa Bevilacqua per la perdita degli introiti per l’affitto delle botteghe.

    E così, poco ci volle al Commissario per convincere lo stesso Marchese ad impegnarsi sia a demolire la Chiesola oggetto della lite, sia a ricostruirla distante dalla piazza.

    Sulla pretesa del marchese di nominare a proprio arbitrio i Provveditori del mercato la soluzione fu di compromesso. Cosicché il Commissario suggerì che gli fosse accordata, ma senza pregiudizio delle attività svolte dai Consoli della Comunità che durante il mercato svolgevano diverse funzioni di controllo su peso, misura, qualità e prezzo delle vettovaglie.

    Ultimo suggerimento, e certo non a favore del marchese, fu quello di proibire ai Provveditori del mercato di incettare le robbe del mercato nell’ore concesse alla provvista del popolo. Il che avveniva con l’esposizione della Bandiera da parte dei Consoli della Comunità.

    Il 9 febbraio 1741 la questione fu trattata dalla Congregazione camerale presieduta da mons. Mario Bolognesi, Tesoriere Generale, che sottopose alla firma del Pontefice la concessione richiesta dal marchese Bevilacqua, ma nel senso proposto dal Commissario.

    E così fu deciso il 31 marzo 1742.

    Una nuova contesa

    Ma il destino sembrava avercela coi marchesi Bevilacqua. Avvenne, infatti, che lo stesso pontefice Benedetto XIV, qualche anno più tardi, decidesse di porre fine ad un’usanza sgradita alla chiesa. Accadeva normalmente, infatti, che il “bagordo” che si faceva durante le fiere in tutto lo Stato, disturbasse le funzioni religiose svolte nel corso delle feste del patrono. Il Santo Padre proibì, perciò, da allora in poi, di tenere le fiere nei giorni festivi in tutto il suo regno.

    Il marchese Luigi, succeduto, nel frattempo al padre Cesare Bevilacqua, pur di non perdere i benefici che gli derivavano dalla fiera, implorò, allora, il nuovo papa Clemente XIII di ripristinare la Fiera, stabilendone lo svolgimento per un giorno diverso dalla festa del Santo patrono. E il papa, con chirografo del 24 novembre 1768, venne incontro alla richiesta del marchese fissando la Fiera per il 26 di agosto di ogni anno, ovvero due giorni dopo la festa di S. Bartolomeo.

    Ma la ripristinata fiera, svolta qualche giorno dopo quello in cui si svolgeva la festa religiosa con le sacre funzioni per il patrono, fu un vero flop. Tutti, infatti accorrevano a Papozze in occasione della tradizionale Sagra di San Bartolomeo e non nel giorno della fiera: compresi i mercanti e merciai che pagavano normalmente i balzelli al marchese.

    Pertanto il povero marchese, come lui si definì quando si rivolse al Papa, non ritrova più chi voglia prendere in affitto la Casa ed Osteria che possiede e che costituiscono non piccola parte delle sue entrate. Talché si decise a rivolgersi nuovamente a Clemente XIII supplicandolo di riportare di nuovo la fiera di Papozze al giorno di San Bartolomeo. E lo chiese con tante convincenti giustificazioni da convincere tutti: infatti, disse, lo spazio davanti alla sua Osteria dove si svolgeva la Fiera era distante più di un quarto di miglio dalla Chiesa così da non arrecare disturbo alle funzioni religiose svolte e, soprattutto, da non rendere più possibile ai mercanti di gozzovigliare davanti alla Chiesa nel corso della fiera.

    Il Cardinale Legato di Ferrara che il 26 giugno 1779 curò la trasmissione della supplica al Cardinal Giambattista Rezzonico prosegretario de memorialibus (?), si schierò apertamente dalla parte del marchese ricordando al Papa che sia Benedetto XIV che lui stesso avevano già concesso personalmente diverse deroghe all’enciclica e citando tra l’altro la Fiera di San Giovanni Battista a Bondeno.

    Poi, scrisse il Cardinal Legato, oltre il vantaggio della famiglia Bevilacqua, si doveva tener conto che lo stesso Marchese aveva fatto costruire a bella posta un oratorio con parecchie messe celebrate durante la fiera perché non manchi ai concorrenti la pronta opportunità di soddisfare il precetto.

    E la presentazione della supplica del Marchese Luigi Bevilacqua così finì: tanto devo in adempimento dei comandi all’Eminenza Vostra, cui per fine con inalterabile ossequio bacio umilmente le mani.

    E c’è da giurare che la supplica fu accolta²

  • Anno 1603, una rapina nel Delta

    Anno 1603, una rapina nel Delta

    La mattina dell’8 giugno 1603 due uomini a cavallo, traghettato il Po delle Fornaci in prossimità della Ca’ de marina, percorrono la via Romea, allora poco più di un sentiero, in direzione nord-sud lungo uno dei tre rilievi dunosi (montoni) attraverso il piatto e depresso Polesine di Ariano. Non perdono l’occasione di ammirare il consueto spettacolo: squadre di lavoranti stanno completando, con operosa disciplina, lo scavo del nuovo canale (taglio di Porto Viro) destinato a mutare la geografia del delta, impresa fortemente voluta dalla Serenissima ma avversata da Ferrara.

    Uomini armati, agli ordini del capitano Francesco Canova, sorvegliano il manufatto, preservandolo da possibili incursioni di guastatori ferraresi. A breve distanza i resti del pertegado, uno steccato di legno costruito mezzo secolo prima dalla famiglia dei Pendasi da Porto Viro fino alla sacca di Goro per impedire che le mandrie al pascolo sconfinassero in territorio loredano. Un abuso, secondo Venezia. Un indiscutibile elemento probatorio del tracciato confinario con la Serenissima per lo stato della Chiesa.

    Il sentiero si inoltra in una fitta vegetazione di alberi e arbusti. E’ il bosco dei Pendasi, da secoli patrimonio della comunità di Ariano, come risulta dagli Statuti concessi da Bertoldo d’Este (1328), utilizzato per la costruzione di case, il ricovero del bestiame e il riscaldamento domestico. Le querce più robuste, abbattute in una sola notte di intenso lavoro al lume di torce, senza il preventivo consenso del legittimo proprietario, erano egregiamente servite nel novembre del 1602 al provveditore al taglio Andrea Gabriel per rafforzare l’argine posto all’imboccatura dello scavo trasversale ai montoni, minacciato di essere travolto dalla furia dell’alluvione.

    I due cavalieri – Luca Comendon, corriere addetto al servizio di trasporto di dispacci e valori da Venezia a Roma e un postiglione sono diretti all’hostaria della posta di Goro, piccolo borgo in destra Po, vicinissimo alle solide mura dell’imponente palazzo della Mesola, situato nella Terra di Ariano. Ma un fatto sgradevole, anche se non imprevedibile, sta per accadere. Verso le ore nove, nel sito detto la Polisara, nel bosco Pendasi, a poco meno di tre chilometri dall’attuale centro urbano di Taglio di Po, cinque uomini mascherati e armati di tutto punto bloccano i malcapitati. Senza proferire parola, si impadroniscono dei denari racchiusi nelle valigie e si dileguano in direzione di Ariano.

    Riavutisi dallo spavento (una minima reazione avrebbe potuto costar loro la vita), i due riprendono il viaggio. Il corriere, raggiunto Goro, prima di proseguire per Roma invia una staffetta ad Ariano per informare il podestà Fabio Boldrini, massima autorità di governo locale della Legazione pontificia di Ferrara. Il postiglione invece ritorna indietro. A Loreo, baluardo della Serenissima, incontra il provveditore al taglio Zuan Giacomo Zane, cui riferisce l’accaduto mediante una deposizione giurata (costituto), subito dopo inviata al Serenissimo Principe a Venezia.

    La lettura del costituto ci permette di conoscere un fatto di ordinaria cronaca (assalti, omicidi e rapine non erano certo inconsueti nelle plaghe del Polesine), ci fornisce inoltre informazioni sugli elementi tipici di un paesaggio profondamente mutato ma ancora immaginabile ed infine ripropone, nel guardingo comportamento del provveditore (che vedremo successivamente) il problema ben più vasto dell’incertezza dei confini fra le comunità di Ariano e Loreo. Sullo sfondo si percepisce la contesa per la giurisdizione dei territori generati dalle alluvioni del Po, iniziata dalla seconda metà del Cinquecento, che oppose talvolta aspramente, Venezia e lo Stato della Chiesa fino alla metà del XVIII secolo.

    Ecco il testo del documento:

    “Costituto, di ordine dell’illustrissimo Signor provveditore sopra il taglio di Po Zanne (Zuan Giacomo Zane), del cavaliere postiglione che accompagnava questa mattina il corriero per Roma a Goro, sopra il svaliggio (svaligiamento) seguito nella persona di esso corriero.

    Disse che accompagnava questa mattina il corriero de Roma verso Goro a mezza strada fra le Fornase et Goro, in loco detto La Polisara, discosto d’Ariano sette in otto miglia (il luogo è riportato in alcune mappe del Seicento) siano stati assaliti da cinque mascherati con bautte (mantelline nere con cappuccio); maschera al volto, in vestimenti de cane­vazzo (grossa tela di canapa), e caligari (sandali) vecchi, et strazadi, con calze et scarpe strazade, di malissimo ordine, armati d’archibusi longhi (schioppi a canna lunga) et pugnale, et li habbino condotti fuori di strada, et andati fra le macchie del bosco Pendasio, dove lasciati loro con la custodia d’uno di quei ladroni, habbino li altri quattro condotto li loro doi cavalli (manca ogni accenno a un calesse o ad altro veicolo da trasporto) con le valise dietro ad altra macchia, et in aprendo le valise habbino tolto tutti li dinari, il che fatto, quelli quattro passati inanti, quello che era alla sua custodia habbi preso il corriero et menatolo nel medesimo luoco, dove erano le valise aperte, e li habbi levato li denari che aveva in tasca non lasciandoli pur un quatrino, et senza dir altro si sia partito, il quale accompagnatosi con li altri quattro, si sono tutti uni avviati verso Ariano senza haver mai detto una parola”.

    Al resoconto dell’accaduto seguono domande più specifiche sulla dinamica dell’agguato per scoprire ogni possibile indizio che faciliti la cattura dei briganti:

    – Gli hanno levato altro che danari? – Signor no, non gli hanno tolto altro, anzi hanno aperto doi scatole, una di perle, et l’altra di granatte (pietre preziose), et non hanno tocco cosa alcuna.

    – Hanno fatto alcuna offesa ad alcuno? – No, ma ci sono stati con le bocche d’archibusi sempre alla vita.

    – Il corriero dove è andato? – E’ andà subito inanti verso Roma et io l’ho accompagnato fino a Goro.

    – Nel ritorno avete più veduto costoro o sentito a dir altro di loro? – Signor no. Son tornato per la medesima strada e non ho veduto o sentito dir alcun altro. Et da Goro il corriero ha mandato una staffetta in Ariano al Podestà per darle questo aviso, et io sono venuto à dirittura a dirlo all’illustrissimo signor Provveditore.

    – Che ora era quando fu svaligiato il corriero? – Quindeci hore in circa (verso le 9).

    – Quanto danari li hanno levato? – Non lo so, ma disse il corriero che erano di trenta in quaranta scudi.

    – Che ha nome il corriere? – Messer Lucca Comendon, corriero ordinario.

    – Le lettere pubbliche sono state tocche da costoro? – Signor no, perché non hanno disfatto piego alcuno, ma hanno solamente sparsi li pieghi per terra.

    – Costoro di che statura erano? – Di statura comune, ma più tosto picciola, et un solo alquanto maggiore delli altri.

    – Ne avete veduto qualcuno o in faccia o nel collo o in altra parte? – Signor nò, perché erano tutti del tutto coperti.

    Zuan Giacomo Zane allerta immediatamente la compagnia del capitano Francesco Canova per dare la caccia ai rapinatori. Ordina di bloccare i traghetti e tutti i luoghi di passaggio obbligato avvalendosi, se necessario, degli operai addetti ai lavori del taglio e dei soldati delle cernide, milizie locali mobilitate a protezione dei lavori. Invia anche un dispaccio “al signor Podestà di Ariano per che procuri, quando si siano ridotti in quelle parti, di averli nelle mani”. Il capitano Canova ricerca per questi boschi tracce e informazioni. Vengono fermate alcune persone armate con archibugi che si aggirano all’alba sulle rive del Gottolo, grosso canale di scolo delle proprietà dei Contarini e Consorti, ma risultano essere cacciatori, non gente di mal fare.

    Il podestà ferrarese frattanto chiede di incontrare il provveditore veneto e il postiglione presso il pertegado “per venire in lume delli delinquenti et darli il meritato castigo”. Lo Zane però si sottrae con un pretesto all’abboccamento. Considera le informazioni date per lettera sufficienti. Teme che l’accettazione dell’incontro – in tempi normali comune forma di collaborazione per perseguire un legittimo obiettivo di giustizia – possa offrire il pretesto per qualche forma di strumentalizzazione e rappresenti un vantaggio a favore delle ragioni dello stato della Chiesa nella sottile battaglia diplomatica che la vede in opposizione a Venezia:

    “Io giudicai che questo Signore si saria ridotto al pertegado, che ivi haveria voluto far l’abboccamento, più per farmi dichiarare che li confini tra gli Ecclesiastici et la Serenità Vostra fossero in quel luoco, et che il bosco posseduto dal Pendasio fosse di ragioni dei Ferraresi, che per provedere contro li delinquenti…”.

    Eccesso di zelo o eccessiva prudenza? Forse l’uno e l’altra, ma più probabilmente atteggiamento politico costitutivo della mentalità di un patrizio veneto, a perfetta conoscenza della complessa problematica connessa al taglio di Porto Viro e delle rivendicazioni territoriali della Serenissima, che secondo il Privilegio di Loreo (1094) si estendevano usque ad medium Gaurum, fino a Mezzogoro, o quanto meno fino al Po di Goro.

    Il provveditore Zane dunque non si presentò all’appuntamento, viceversa il podestà di Ariano raggiunse il luogo indicato accompagnato da un funzionario dell’erario pubblico di Ferrara “e da altri almanco dodici …per trovarmi – continua lo Zane – et dimandò ad alcuno se mi avevano veduto dicendo che mi haveva invitato di andar in quel luoco ad abboccarmi con lui, ma essendo stato detto che non ero sopra il taglio, dopo essersi tramenato (aver camminato avanti e indietro) gran pezzo, si partì, avendo prima (do)mandato anche al postiglione che andasse la mattina seguente a trovarlo in Ariano”.

    Degli svaligiatori nessuna notizia.

  • Il Palazzo di Cao Marina

    Il Palazzo di Cao Marina

    Non è vero che il Bassopolesine è una terra gravemente carente di vestigia storiche: è vero invece che le testimonianze architettoniche del passato – siano esse più o meno prestigiose (risalenti addirittura al 500-600 e quindi con un’antichità del tutto considerevole) – pian piano vanno perdute per carenza di fondi, indispensabili per un loro restauro conservativo.

    L’ultimo caso si è verificato a Porto Viro con la demolizione (pur se avvenuta nel rispetto della normativa vigente), del “Palazzo Negrelli-Perazzolo” di Cao Marina, che sorgeva nella parte nord di Porto Viro e nelle immediate vicinanze dell’attuale corso del Po di Levante. Tutto legalmente valido, però purtroppo rimane il vulnus per la perdita di una struttura ricca di storia (la stampa, parlandone già negli anni ‘90, aveva titolato “Palazzo Negrelli-Perazzolo – Una storia abbandonata”). D’altro canto, è stato anche autorevolmente fatto osservare, il palazzo era ormai fatiscente appariva difficilmente recuperabile, una struttura pericolosa per l’incolumità di chi vi si fosse avvicinato.

    Dunque non resta che prendere atto, malinconicamente, che si tratta di un altro tassello importante della storia locale, che se ne va.

    Molte le denominazioni, in tempi più o meno remoti, che aveva conosciuto il palazzo, o meglio il complesso della corte, una specie di “fattoria fortificata”, di cui si ritrova già traccia nell’antica mappa del 1587 (Asv – Seapo 7), riportata nel testo del celebre geografo e studioso Marcello Zunica. Qui appare la denominazione di “Cha’ di Marina”.

    Ma il complesso, in altra documentazione, appare già esistente nel 1563, dunque circa 20 anni prima della costruzione della “delizia” estense della Mesola, fatta edificare da Alfonso II° d’Este. Si tratta quindi di un bene perduto nonostante vantasse un’antichità del tutto apprezzabile.

    Il rinascimentale complesso “Negrelli-Perazzolo”, o anche “Palazzo Malipiero”, come è stato pure indicato, era cinto da un alto muro di mattoni che racchiudeva l’ampia corte il grande palazzo di pianta quadrata, a tre piani, che nella facciata presentava una piacevole euritmia di pieni e vuoti, e l’oratorio già dedicato a San Gaetano da Thiene (come ricordato anche da Mario Naia, geniale autodidatta studioso di storia locale).

    Quest’ultimo edificio è tuttora esistente, pur se assai deteriorato: si impone pertanto un intervento di salvaguardia prima che anche questo bene storico vada perduto. Quasi contiguo, permane un “mozzicone” dell’antico campanile, già costruzione abbastanza decorosa.

    Il complesso Negrelli-Perazzolo comprendeva anche la casa colonica, le scuderie, un brolo (orto-giardino), ecc, era legato con chiarezza agli splendori della Serenissima, che ha lasciato vestigia e toponimi un po’ in tutto il Bassopolesine.

    Infatti il Cattasticum della comunità di Loreo (tomo di inestimabile valore storico, purtroppo perduto), indicava che già il 20 ottobre 1761, esso era possessione del Nobil Homo Girolamo Corner.

    Un complesso “blasonato”, dunque, costituito dal palazzo e dalle sue pertinenze, un bene che però nel corso del Novecento aveva conosciuto una progressiva decadenza ambientale e strutturale, che alla fine è risultata purtroppo irreversibile.

    La sua demolizione non è però stata indolore ed ha colpito in modo quasi traumatico coloro che, a causa del luogo isolato dove sorgeva il palazzo, sono venuti a conoscenza dell’evento solo qualche tempo dopo.

    Da notizie degli Uffici competenti, è risultato che la demolizione di “Palazzo Negrelli – Perazzolo”, è avvenuta, come detto, nel rispetto della normativa vigente, trattandosi di edificio pericolante che avrebbe potuto produrre danni alle persone, che si fossero incautamente avvicinate. A tale demolizione non ostava-

    no poi divieti, giacché l’edificio non era tra quelli catalogati di pregio e di rilevanza architettonica, per i quali erano state a suo tempo predisposte apposite schede.

    La conclusione? Che la salvezza di queste vestigia del passato deve partire da una forte consapevolezza del valore non solo architettonico ma anche storico dei beni presenti sul territorio. Ed è inoltre indubbio che l’azione di salvaguardia può essere agevolata da una riconversione, ristrutturazione e riqualificazione, magari con apposite convenzioni, come si sta facendo in modo encomiabile a Loreo, mediante convenzione stipulata tra Comune e privati, relativa a Villa Papadopoli o Corte Retinella, posta in quel Comune.

  • I novant’anni della Coldiretti

    I novant’anni della Coldiretti

    Festa grande a Lendinara, in occasione della tradizionale fiera di San Marco, dedicata, fra l’altro come di consuetudine, alla mostra delle attrezzature per l’agricoltura. Ma quest’anno la manifestazione ha avuto un particolare motivo di richiamo: la festa dei 90 anni di nascita della Coldiretti che, per quanto riguarda il Polesine, ha avuto origine nel 1919 proprio a Lendinara.

    Giornata di rilievo dunque quella del 24 aprile scorso, apertasi presso un affollatissimo teatro Ballarin col convegno “Oltre la crisi si può”. Iniziativa che ha acceso i riflettori sulle problematiche dell’agricoltura italiana, su cui si sono intrattenuti vari oratori, in veste addetti ai lavori o di ospiti: dal primo cittadino di Lendinara Alessandro Ferlin che ha portato il suo saluto augurale, all’intervento del pres. della provincia Federico Saccardin, seguito dal presidente della CCIAA Loredano Zampini, dall’on. lendinarese Emanuela Munerato, dall’assess. Regionale Renzo Marangon, dal vescovo Lucio Soravito, fino al pres. prov. della Coldiretti Valentino Bosco e quello regionale Giorgio Piazza, oltre ai messaggi inviati dal ministro Zaia e dall’ass. regionale Isi Coppola ed il coordinamento del direttore Adriano Toffoli.

    Ma è stato l’atteso intervento di Sergio Marini, presidente nazionale dell’associazione dei Coltivatori Diretti a scaldare gli animi della folta platea. Impietosa la diagnosi di Marini sui motivi di crisi che toccano pesantemente l’agricoltura italiana; e decisa la chiamata a raccolta del mondo rurale per forti azioni condivise, finalizzate ad invertire la rotta degli interessi economici che attualmente penalizzano il mondo produttivo rurale. Il presidente nazionale della Coldiretti si è in particolare scagliato contro la grande distribuzione che tiene bassissime le remunerazioni dei prodotti della terra, dilazionando inoltre a lungo i pagamenti; prodotti che sullo scaffale vengono proposti a prezzi più che quintuplicati. “Nel 1919 – ha sottolineato con riferimento al 90° della Coldiretti polesana – il problema era difendere la terra da chi voleva togliercela. Oggi tutti vogliono che continuiamo a coltivare i terreni, perché riconoscono che lo facciamo bene, ma vogliono i nostri prodotti senza pagarceli”. “Siamo noi che produciamo il ‘made in Italy’ che i consumatori richiedono – ha sottolineato ancora Marini – ma in giro ci sono molti prodotti spacciati per italiani che sono taroccati e rubano la nostra immagine di qualità, sicurezza e genuinità. Siamo pronti a piazzare i farmers market davanti alla grande distribuzione. Sarà il consumatore a decidere”. Parole forti, che hanno ottenuto il pieno consenso di una categoria, consapevole della qualità e della bontà dei propri prodotti, che chiede riconoscimenti.

    E’ toccato poi allo storico Pierluigi Bagatin lumeggiare la storia della nascita della Coldiretti provinciale, fondata a Lendinara nel 1919 come “Associazione polesana tra piccoli proprietari e fittavoli”. Un’iniziativa, attivata nel clima burrascoso seguito alla conclusione della prima guerra mondiale, nata da un’alleanza tra il mondo rurale e quello cattolico a seguito dell’enciclica Rerum Novarum e grazie all’apporto di personalità polesane di spicco, tra cui mons. Giacomo Sichirollo e l’editore Gianbattista Buffetti. Un’azione ininterrotta da quel febbraio 1919, con una forte ripresa dopo il periodo fascista, fino ai nostri giorni caratterizzati dalla qualificata presenza dell’associazione nel tessuto sociale oltre che produttivo.

    E, per sottolineare ulteriormente l’importanza della giornata lendinarese, si è poi proceduto ad un ulteriore importante momento celebrativo: lo scoprimento – attivato proprio dal presidente nazionale Sergio Marini – di una targa posizionata all’esterno della sede della sezione lendinarese della Coldiretti a ricordo del 90° anniversario dell’associazione. A seguire la visita di una apposita documentata mostra, allestita nei vicini locali dello IAT lendinarese in cui, con documenti e fotografie, si è voluto dare conto della lunga e fattiva storia della Coldiretti. Infine, dopo un gradito bouffet a base di prodotti della terra polesana, la visita alla mostra delle attrezzature agricole, ha concluso la intensa giornata del novantesimo.

  • Un ponte di tradizioni

    Un ponte di tradizioni

    Pochi, anzi pochissimi, trent’anni fa, quanti erano pronti a scommettere sulle potenzialità del Polesine. Ma qualche eccezione, che oggi finalmente viene riscoperta e ricordata, c’era.

    E tra i “pionieri” di un’azione di stimolo e valorizzazione delle risorse della nostra terra c’era Elia Lionello, imprenditore nel campo della ristorazione, illuminato gestore del ristorante “Tre Pini” di Rovigo, un esercizio apprezzato, un punto di riferimento attivo per più di trent’anni, che ha chiuso i battenti qualche anno dopo la morte del suo artefice.

    Oggi, quando finalmente risulta consolidata l’opinione di un Polesine turistico, terra in vari settori dotata di eccellenze meritevoli di apprezzamento e visitazione, è emersa l’idea di “dare riconoscimento” ad uno dei più convinti anticipatori dell’opportunità di valorizzare le nostre potenzialità. Ecco dunque prendere corpo il progetto del “Premio Elia Lionello, Un Ponte di Tradizioni”, avanzato da Annibale Toffolo, direttore del periodico “Taste Vin” e subito fatto proprio dall’Ascom Confcommercio.

    E la prima edizione del Premio Elia Lionello, ospitata lo scorso 30 marzo nell’accogliente cornice del ristorante “Al Ponte” di Lusia, ha visto insignito del riconoscimento Franco Losi, attuale sindaco di Melara, che alcuni anni fa, in prima persona come presidente della Pro Loco, ed oggi come primo cittadino ed interprete dell’intera comunità, sostiene l’annuale “Festa della Zucca”. Una manifestazione questa che ha toccato livelli di notevole prestigio allietata da un contorno di vari spettacoli, ma incentrata soprattutto nella gara tra i ristoranti per la conquista del ‘Tortello d’Oro’ e la presenza di personaggi di rilievo, tra cui spicca l’apporto di Giovanni Rana.

    C’erano le principali autorità della provincia al ristorante al Ponte di Lusia, per la prima del Premio “Elia Lionello, un Ponte di Tradizioni”, che, organizzato dall’Ascom, in collaborazione col Gruppo Ristoratori Polesani (di cui Elia Lionello era stato il promotore ed il primo presidente) ha avuto il sostegno della Camera di Commercio, dell’Associazione Polesana della Stampa, de “Il Gazzettino di Rovigo”, dell’Associazione culturale Minelliana e dell’Accademia Italiana della Cucina.

    “Elia Lionello è un simbolo per questo territorio – ha sottolineato Annibale Toffolo, direttore di ‘Taste Vin’ e cerimoniere della serata -. A lui va il merito di aver colto per primo il valore e l’importanza della cucina polesana come volano di promozione della ristorazione locale. Il suo “Tre Pini” è stato per decenni un punto di riferimento a Rovigo della cucina veneta. Cucina povera, legata alla tradizione che le rivisitazioni di Elia avevano fatto risaltare”.

    E’ stata quindi data lettura della motivazione del premio assegnato a Franco Losi: “Perché ha saputo recuperare i presidi storici, la cultura delle tradizioni, ivi comprese quelle fondate sulle produzioni agroalimentari tipiche del territorio e della loro utilizzazione in cucina”. E’ seguita la consegna della rappresentazione tangibile del premio: una scultura in bronzo dell’artista trevigiano Carlo Balljana (conosciuto a livello mondiale come “lo scultore del vento”) raffigurante un ponte, alla sommità del quale un personaggio protetto da ombrello resiste alla bufera, a testimoniare la determinazione nell’affrontare le avversità.

    “Siamo ‘Al Ponte’ di Luciano – ha quindi sottolineato Gianpietro Pizzo – presidente dell’Ascom – e già il luogo richiama il significato che si è voluto dare al Premio: un ponte per recuperare le tradizioni agroalimentari tipiche in cui crediamo”. Parole di plauso per l’iniziativa anche da parte del presidente della Camera di Commercio e vivi consensi da parte di tutti i commensali, tra cui in primis il prefetto Aldo Adinolfi, il presidente dell’Interporto Giuseppe Fini e il direttore dell’Ascom Daniele Tecchiati.

    E Franco Losi, neo-insignito del premio, nel ringraziare per l’importante attestato ha osservato: “Questo riconoscimento premia gli sforzi di tutta la comunità melarese. La Festa della Zucca è un momento di intensa vita sociale per Melara, voluto proprio per conservare una delle tradizioni più vere ed antiche del nostro territorio”.

    Un riconoscimento è andato anche alla moglie di Elia Lionello, la signora Mariuccia, attiva collaboratrice nella gestione del “Tre Pini”, presente in sala con i famigliari: a lei è stata consegnata, dalle mani del caporedattore del Gazzettino Donato Sinigaglia una targa raffigurante la prima pagina del quotidiano datata 1887. Con l’occasione è stato ricordato come la notorietà dei Tre Pini, nei suoi 32 anni di vita avesse superato i confini provinciali, ottenendo importanti riconoscimenti, come il ‘Fogher d’oro’, la ‘Cipolla d’Oro’ e il ‘Cuoco d’oro’, e come siano approdati al locale polesano, oggi purtroppo scomparso, personaggi di rilievo a livello nazionale, tra cui Gianni Nuvoletti, Clara Agnelli, Giovanni Capnist, Luigi Veronelli, Katia Ricciarelli, Edvige Fenech, Massimo Ranieri, e politici del calibro di Amintore Fanfani e Toni Bisaglia.

  • “Zente refada”

    “Zente refada”

    Cosa succede quando un’inattesa quanto cospicua eredità cambia improvvisamente le prospettive economiche di vita di una famiglia abituata ad una vita parca e morigerata?

    E’ il tema affrontato, con una sottile vis comica non disgiunta da una implicita critica sociale, da Giacinto Gallina, apprezzato autore di molti testi teatrali vissuto nell’Ottocento. Un’epoca di consistenti cambiamenti, in cui una borghesia, intraprendente quanto arrivista, giungeva a conquistare le leve del potere economico, cercando una visibilità sociale fino ad allora del tutto inedita. Un periodo caratterizzato dalla voglia di partecipare a veglioni e spettacoli teatrali, di farsi notare nella “società che conta”. Un’epoca turbinosa, in cui anche la donna diviene protagonista, se non icona stessa, esibendo vestiti appariscenti nelle fogge e nei colori, come si è potuto ammirare lo scorso anno nella mostra dedicata appunto alla “Belle epoque” allestita al Roverella di Rovigo.

    Ebbene, uno spaccato di questa realtà sociale, trasferita in una cittadina del veneto, è il tema di un noto testo teatrale di Giacinto Gallina intitolato “Zente refada”. Commedia riproposta ai nostri giorni dalla compagnia “I Lusiani di Lusia”, una compagine che ha debuttato nell’ambito del teatro dialettale veneto nel 2001, impegnandosi in questa manciata di anni a mettere in scena per lo più commedie del Goldoni, ma non solo. Una compagnia che ha anche dato vita ad una apprezzabile iniziativa di divulgazione del teatro amatoriale, ospitando a Lusia varie filodrammatiche del panorama veneto.

    In “Zente refada”, pretesto e molla dell’azione scenica è – come detto – una improvvisa eredità, con inattesi risvolti per una famiglia dai costumi tipicamente popolari. Dalla raggiunta disponibilità economica deriva l’esigenza di fare un “salto sociale”, con un cambiamento repentino del modo di vivere, per approdare a modelli sociali più elevati. Dunque gente interessata a rifarsi il proprio look: “Zente refada” appunto, come recita il titolo della commedia dialettale. Ma non è facile adeguarsi al nuovo stato senza commettere gaffes; e soprattutto la vita di nuovi ricchi non è indenne da inattese tensioni.

    Non pochi gli attori sulla scena in un andirivieni di interpreti mossi dall’obbiettivo di organizzare o partecipare ad una festa, che diviene anche l’emblema del raggiunto stato sociale. Ma attorno ai nuovi ricchi non mancano di muoversi altri personaggi, tra cui pseudo-nobili interessati a sfruttare a loro vantaggio sostanze e dabbenaggine della neoarricchita famiglia.

    Nella parodia di una società priva di ideali, ritratta con senso di humor da Giacinto Gallina e riproposta con brio dai Lusiani, si infittiscono i contrasti. Sulla scena si alternano situazioni comiche, delusioni e ripicche, mentre un solo personaggio sembra mantenere il senso della realtà: Gigi, l’impiegatuccio che ha sposato Emilia, una delle due figlie del neo-arricchito Momolo. E se quest’ultimo si manifesta ben disponibile a farsi abbindolare, folgorato dall’idea di divenire sindaco, Nina, la figlia nubile, rifiuta la corte del giovane Tonin, da sempre suo spasimante, per guardare all’’altolocato’ Carlo.

    Dunque Gigi, emarginato per il suo basso stato sociale, e denigrato anche dalla moglie Emilia, viene relegato al ruolo esecutivo di porta messaggi; ma proprio per questo, venendo a contatto con tutti i protagonisti, egli diviene in qualche modo confidente delle loro aspettative e delle loro reciproche critiche, finendo per presentarsi come una sorta di cartina di tornasole di una famiglia in crisi, sull’orlo del disfacimento.

    Ma sulla scena non si consumerà alcun dramma, perché alla fine Giacinto Gallina fa prevalere il buon senso, grazie in particolare a Zanze, la moglie del neoarricchito Momolo, che riprende le redini della situazione e, senza difficoltà, riesce a farsi seguire dagli altri familiari nel provvidenziale ritorno ai valori basilari, tralasciando tutti gli inutili quanto deleteri sogni di gloria.

    Un successo per “I Lusiani” la proposta di “Zente refada”, testo teatrale che vede impegnati ben undici interpreti, con continue entrate ed uscite sulla scena. Movimenti e situazioni che hanno richiesto un’attenta regia, per la quale Delfina Sgobbi, animatrice e coordinatrice del gruppo, si è dimostrata pienamente all’altezza della situazione.

    Applausi fragorosi alla prima tenutasi presso il teatro parrocchiale di Lusia, che ha visto muoversi disinvolti sulle scene i lusiani: Michele Bassani (Momolo), Stefania Zampollo (Zanze), Stefano Zampollo (Gigi), Elettra Maggiolo (Emilia), Elena Rezzadore (Nina), Silvia Rossi (Orsola), Alberto Pomaro (Tonin), Daniele Mistrin (Carlo), Christa Pomaro (Betina), Enrico Maggiolo (Il Baron Fragoletta), Silvia Fracassetto (Eva).

  • Un Distretto per il Turismo

    Un Distretto per il Turismo

    Entusiasmo per la nascita del Distretto Turistico del Polesine e del Delta del Po, che trova il suo “zoccolo duro” di aderenti nel comprensorio turistico di Rosolina. Motivo per cui uno dei momenti fondamentali, che hanno poi portato alla costituzione dell’importante organismo turistico, si è concretizzato in un meeting, tenutosi nella sala consiliare di Rosolina. Un incontro di grossa valenza, in quanto finalizzato ad illustrare l’importanza, per certi aspetti davvero eccezionale, del nascente Distretto turistico polesano, che ha visto come formidabile ispiratrice l’assessore regionale alle Politiche di Bilancio, Isi Coppola.

    E proprio a Rosolina è stato confermato con i crismi dell’ufficialità, ciò che sin dalle prime notizie in merito si connotava come una straordinaria occasione di sviluppo per il tessuto socio-economico polesano, e nello specifico rosolinese e deltino. I lavori dell’apposito meeting, fortemente voluto dall’Ascom, sono stati aperti dal “padrone di casa”, cioè dal sindaco di Rosolina, Luciano Mengoli. Questi ha rivolto i suoi ringraziamenti a tutti i partecipanti ed in particolare all’Ascom, che col suo direttore Daniele Tecchiati ha assunto un ruolo di sicura guida, dopo una riunione informale tenuta dall’assessore regonale Isi Coppola, la quale aveva convocato i sindaci dell’area del Parco del Delta, per proporre, appunto, la nascita del Distretto turistico.

    “Noi – ha affermato Mengoli – abbiamo aderito con entusiasmo, essendo il Distretto un’importante opportunità specie per Rosolina, dove il turismo riveste una grande valenza”. Accanto ad Isi Coppola come sostenitore del Distretto turistico, anche Pierantonio Macola, vicepresidente di Fedeterturismo ed Unindustria.

    Dunque secondo il sindaco Mengoli, tante le opportunità prospettate dalla nascita del Distretto e quindi nessun dubbio ad aderire, sia come Ente Parco che come Comune di Rosolina. Ha poi ricordato come, per costituire il Distretto turistico, necessitassero almeno 100 aziende con complessivi 1.000 addetti. Di qui l’auspicio che, alla luce dei tempi ristretti avuti per informare, il primo nucleo di aderenti non fosse chiuso, ma aperto anche all’adesione di altri soggetti.

    E’ poi intervenuto il direttore dell’Ascom Tecchiati, rilevando che: “La cosa è stata partorita in maniera molto veloce, tra noi e Federturismo, condividendo l’idea che il Delta del Po, ha diritto di entrare in un Distretto turistico. I dati sono positivi, e l’impegno delle aziende a migliorare c’è”. Tecchiati ricordava inoltre che nel Delta operano ben 4 aziende certificate Emas: tre a Rosolina e una ad Adria. “Tramite il nostro referente Paolo Segato – ha quindi soggiunto – abbiamo chiesto di informare gli operatori, ed ecco il motivo di questa riunione a Rosolina. Il direttore Ascom rilevava infine che gli operatori che lo avessero voluto, potevano anche aderire al “Megadistretto”, a livello veneto, un’ulteriore opportunità.

    Importante infine l’intervento di Paolo Segato, albergatore di Rosolina referente di Federalberghi per il Medio e Bassopolesine, che si è molto speso sul “problema Distretto turistico”. Segato fra l’altro ha sottolineato l’esigenza che Rosolina ed il Parco del Delta del Po abbiano una “robusta” rappresentanza nel Distretto.

    Ma quali saranno i tempi di concreto avvio del Distretto? Dice l’albergatore rosolinese Segato: “Il termine per l’uscita dall’istruttoria per le 150 ditte circa che hanno aderito al Distretto turistico, è stato stabilito alla fine di marzo 2009. Il successivo passaggio è previsto per metà giugno. L’Ente che “assevera” le domande, come è notorio, è la Camera di Commercio, e dopo l’approvazione della speciale Commissione della Regione Veneto, il Distretto Turistico verrà inserito nell’elenco dei Distretti del Veneto. A questo punto – rileva ancora Segato – in provincia di Rovigo il Distretto turistico si affiancherà ai due già esistenti, quello della giostra ed il Distretto ittico”.

    Le altre tappe dell’iter burocratico? “Il Distretto turistico entrerà nella sua pienezza con la pubblicazione nel Bur. Bollettino Ufficiale Regione del Veneto. Da quel momento in poi – seguita – si attiveranno gli iter, per presentare le domande di finanziamento; quindi entro dicembre l’attestazione di come è stato distribuito il plafond, ed infine entro gennaio-febbraio 2010, le ditte cui saranno stati erogati i finanziamenti, dovrebbero essere in grado di riscuotere”.

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