Nel 1857 – sono passati 150 anni – a Lendinara si sanciva, con il suono di giubilo di otto campane, il completamento della costruzione dello slanciato campanile di S.Sofia, emblema tra i più cari ai lendinaresi.
Qualche volta, ammirando la singolare torre campanaria, mi sembra che, dall’alto della sua mole, il campanile rivolga parole di affetto alla città che sovrasta e protegge. Ho voluto pertanto ascoltare questa voce, trascrivendo di seguito quanto ho registrato nella mia mente sostando nel piazzale antistante.
Ecco il racconto del campanile.
Ti guardo, Lendinara, dalla sommità della mia cupola, mentre la nebbia si dissolve all’incedere di una leggera pioggerella e lascia trasparire i pallidi colori delle tue case. Anche le ombre del giorno morente iniziano ad offuscarti e tu, Lendinara, avvolta in questa grigia immagine, risvegli in me un senso di malinconia.
Fino a poco tempo fa ero molto attivo e fiero di diffondere nell’aria note festose, ma oggi mi si ode sempre meno e sento il desiderio di rifugiarmi nei ricordi di un passato che mi ha fatto vivere le gioie e i dolori della nostra gente.
Ricordi? Sono nato 210 anni fa, nel lontano 1797, voluto dall’Arciprete Don Scipioni e poi progettato da Don Francesco Baccari e solo con l’aiuto dei cari Lendinaresi è stato possibile la mia costruzione. Vado orgoglioso della mia altezza e della mia bellezza, sono il campanile più alto del Veneto e secondo di tutta Italia.
Nel 1824 terminarono le opere per la mia costruzione che mi videro raggiungere i 292 piedi veneti, pari a cento e un metro. Ma solo nel 1857, 150 anni fa, si giungeva al vero completamento dell’opera allorché mi furono messe nel petto otto campane, e sopra alla mia testa mi fu posto un angelo musicante che segna pure l’andamento del tempo meteorologico. Con una bella e solenne cerimonia il Vescovo di Feltre e Belluno Mons. Renier, mi impartì una solenne benedizione, pregandomi di rimanere sempre in piedi e di compiere nel migliore dei modi il mio dovere.
Da allora, quando le mie campane sono a riposare, mi distraggo, cara Lendinara, guardando i tuoi vecchi palazzi e l’Adigetto che ti divide in due parrocchie, quella di S. Sofia e quella di S. Biagio. Poi, volando sopra i tetti, spingo l’occhio ai campi che ti stanno attorno e, nel tempo della mietitura, ti vedo rifulgere d’oro, quello che sa di buon profumo di pane.
Mi stai dicendo che in tutti questi anni sei cresciuta, che son sorti nuovi palazzi, fabbriche, scuole, che sono state allargate piazze, costruite strade? Sì lo ricordo, ma vedi, con questo non hai perso il tuo fascino di dolce, tranquilla cittadina di campagna e ti sei adagiata, allo scorrere del tempo, in questa fertile terra polesana.
Sei stata definita “Atene del Polesine”? Certo un bell’onore, ma.. oramai è da considerare solo un ricordo. Ed è solo un ricordo anche il mio scampanare che segnava ricorrenze religiose, avvertimenti di stato dall’erta, la morte dei nostri cittadini.
Suonavano a stormo le mie campane all’arrivo delle piene impetuose che con roteanti gorghi rodevano le rive del fiume Adige e gridavano ancora i miei bronzi al pericolo che giungeva da Sud, quando le acque del Po uscivano dal suo letto travolgendo paesi e campagne. Che “spaurazzi se ciapava” a quell’epoca.
Durante la guerra avevo il compito di avvisare la gente del pericolo imminente, quando bombardavano nei nostri dintorni con cannoni e aeroplani. Ho visto l’aviazione americana abbattere il campanile di Lusia e, quando gli aerei per bombardare la ferrovia mi passarono vicino sino a sfiorarmi, ebbi una gran paura d’essere distrutto. Avrebbero trovato così morte sicura anche decine di persone che per salvarsi dalle incursioni aeree si erano rifugiate dentro il mio basamento.
Quante note suonate dalla mie campane, intonate sulla scala del Do, si sono sparse nell’aria sino a lambire i vicini paesi. Ondeggiavano le “otto sorelle” nei giorni festivi e lavorativi, all’Ave Maria mattutina, a mezzogiorno per l’ora di pranzo e a l’Ave Maria per la preghiera della sera.
Spesso mi ritorna in mente il caro Don Pietro Socal che saliva, per sentirsi vicino a Dio, sin quasi alla cella campanaria. Con i pugni batteva i tasti di una grande tastiera che era collegata, attraverso corde, alle campane. Corde legate a i martelletti che, a comando, risvegliavano i miei bronzi. Così all’imbrunire si sentiva nell’aria l’Ave Maria di Lourdes o Cristus Vincit, che rallegrava e confortava i cuori della povera gente.
Sai, hanno tutte un nome le mie campane. C’è la “S.Silvestro” soprannominata “el canpanon” o n. 1 intonata in Do, la “S.Sofia” n. 2 intonata in Re, la “Tutti Santi” n. 3 intonata in Mi, la “S.Anna” n. 4 intonata in Fa, la “S.Maria” n. 5 intonata in Sol, la “S.Domenico” n. 6 intonata in La, la “S.Antonio” n. 7 intonata in Si e la “S.Ferdinando” n. 8 intonata in Do.
Nel 1943 mi hanno reso orfano delle cinque più piccole, ma nel ‘48, con grande soddisfazione di tutta la popolazione, mi sono state restituite. Sono tornate poi con nomi diversi ma di uguale peso e timbro: la “Maria SS.ma del Rosario”, “San Giovanni Bosco”, “Pio XII”, “San Francesco” e “S.Caterina”.
Alla domenica, quest’ultime squillano con l’aggiunta della settima, mentre alla feste dei Santi, a Natale e a Pasqua, aggiungo “el Canpanon” e tutte insieme “fasemo tanto bacan” da allontanare un temporale.
A volte mi capita di suonare assieme a mio fratello minore, il campanile della Chiesa della Madonna Nera ed il mio cuore si apre nell’ascoltare il nostro bel canto. Io ho la voce più grossa e Lui un poco più dolce e argentina.
Cara città, cambiano i tempi e cambia il modo di vivere e di lavorare, tanto che anche il sagrestano ha smesso di tirare le corde delle campane perché ora i batocchi sono mossi dai motori. Una volta, alle sei di mattina, a l’Ave Maria, il mio aiutante, suonava la “S. Domenico”, che dopo una bella scampanata dava alcuni segnali alla gente: Se batteva un colpo, voleva dire che il tempo era bello, se due colpi era nuvolo, se tre colpi pioveva, se quattro colpi invece nevicava.
Il sagrestano-campanaro aveva anche il compito di regolare il mio orologio e ogni altro giorno, tirava su due grossi massi che facevano da contrappeso al pendolo.
Ah…! dimenticavo di dirti che l’onore di suonare le ore è stato assegnato al “Canpanon” e alla “S. Domenico” di battere la mezza. E così le mie campane ricordano alla gente che il tempo corre e spesso anche in fretta, e per tutti termina pure anche quello di rimanere su questa benedetta terra.
Una volta con sette rintocchi la numero sei annunciava a tutti che era morta una donna, mentre con nove comunicava che era morto un uomo. Per tanti anni alla sera dei Santi si suonava a morto dalle sette e mezza alle undici e mezza e nel silenzio delle case, tutti i cristiani, pregavano accompagnando il tocco lento.
Tradizioni che hanno fatto il loro tempo e che oggi non trovano più posto in questa società, e penso che se pure qualche volta suono, non mi si noterà quasi più. Mi è stato detto: al mattino presto smettila di “dindolare le to canpane” e durante il giorno “tienle a strejo”.
Qualche rinuncia evidentemente bisogna farla in base alle esigenze moderne ed io mi adeguo, cara Lendinara, senza protestare. E sono qua che ti guardo e ti benedico sempre e, se qualcuno ogni tanto alza la testa al cielo e mi guarda, magari “de sbrission” a me basta.
La pioggia ora scende più intensa, formando tra i miei interstizi, rigagnoli e fontanelle che, bagnandomi i fianchi, scendono tranquilli verso la sacra terra. La luce del giorno si è ormai spenta e lascia spazio al buio che piano tutto uniforma….
Cullato dal dolce tintinnio della pioggia, socchiudo gli occhi, e mi abbandono tra le braccia della mia diletta città.
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Come citare questo articolo
Renato Scarpi. “Il campanile racconta”. Ventaglio Novanta, n. 35, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-campanile-racconta/