Avevo dodici anni nel lontano e burrascoso autunno del 1943 quando, per i tristi eventi bellici e la mancanza di mano d’opera (tutti gli uomini erano in guerra), mio padre fu costretto a chiamami per aiutarlo ad arare i campi con il “tiro”.
Il “tiro” (cosi venivano chiamati i bovini destinati al duro lavoro dell’aratura) era composto da una decina di capi col giogo, i quattro buoi grossi vicino aratro, le rimanenti coppie erano formate da mucche pugliesi.
Quell’anno avevo superato brillantemente la prima media ad Ostiglia e a scuola avevo imparato a memoria la celebre poesia “Il bove” di G. Carducci, che si apre con questi versi: “T’amo, pio bove, dalla pacata faccia e mite un sentimento di vigore e pace al cor m’infondi”.
Accertai la verità espressa dal poeta, constatando la mansuetudine dei quattro grossi buoi vicino all’aratro e con quanta pazienza questi precedevano il solco. “Guai” dicevo dentro di me “se fossero consapevoli della loro forza, chi riuscirebbe a far fare loro tanta fatica?”
Eccellenti per bravura anche le mucche pugliesi, protese pure loro, in armonia con i buoi, nello sforzo dell’aratura.
Se era fatica per gli animali, non di meno lo era per gli uomini; io ero ai manici dell’aratro, mio padre invece faceva il paratore fischiettando e cantando, facendo andare avanti gli animali a cadenza, tanto che sembravano marciare a tempo di musica.
Ogni capo bovino aveva il proprio nome, col quale veniva richiamato quando nel “tiro” perdeva il passo. Solo quando il bovino non lo recuperava veniva sollecitato con la frusta. Mai data una frustata inutilmente! C’era tutta l’armonia necessaria fra paratore ed animali per la buona riuscita del lavoro.
L’aratura quindi era sì fatica massacrante per uomini ed animali, ma per il suo cadenzato ed armonioso svolgimento sembrava anche un rituale di tipo artistico.
Se il bue è mite e paziente, il cavallo è tutto il contrario: è veloce e scattante e più sollecito nel rispondere ai richiami. L’uomo, fin dagli albori della sua presenza sulla terra, se ne è sempre servito in tutte le occasioni: nei trasporti, nel lavoro ed anche nelle guerre.
Quando in classe la professoressa ci spiegava l’intelligenza della “Cavallina Storna” che di notte da sola portò a casa col calesse il padre morto del poeta Giovanni Pascoli, fummo tutti commossi anche se qualcuno, non conoscendo i cavalli, dubitava che una cavalla fosse riuscita a trovare la strada e per giunta anche di notte.
Ho assicurato i miei compagni che questo poteva essere vero poiché, quando con il calesse facevo qualche viaggio con mio padre, mi accorgevo che il cavallo conosceva la strada non solo di giorno ma anche di notte. E’ noto quanto sia sempre stata duttile la capacità del cavallo, anche nella fattoria, a districarsi in molteplici attività.
A magnificare la nobiltà del cavallo, emblema del successo e del trionfo, ci sono le testimonianze dei tanti monumenti eretti in tutte le città del mondo, raffiguranti personaggi storici immortalati su un cavallo. Tra tutti da ricordare quello dedicato a Garibaldi nella piazza omonima di Rovigo.
Tutt’altro destino è quello toccato all’asino, animale docile, umile e paziente, ma trattato male da una letteratura che lo fa apparire insensibile, lento ed ignorante. Epiteti di spregio sono ancora in voga nei nostri paesi, nonostante gli asini siano praticamente scomparsi, cosicché, quando si vuole offendere qualcuno si è soliti dire: “Sei un asino!”, oppure “Sei ignorante e duro come un asino!” e così via. Del resto, fin dai tempi antichi, scrittori, poeti ed artisti nelle loro opere hanno sempre descritto l’asino come inferiore a tutti gli animali.
A questo proposito mi ricordo in seconda media una favola di Fedro, che avevo tradotto dal latino all’italiano, ove il poeta narrava che il leone, re della foresta, trovandosi moribondo ed immobile aspettando la sua ultima ora, veniva preso di mira da tutti gli animali del bosco che andavano a vendicarsi degli oltraggi subiti. Andò il cavallo e gli diede due calci, il montone due cornate e tutti gli altri che avevano subito angherie e soprusi lo oltraggiavano. Per ultimo, timidamente, osò avvicinarsi anche l’asino che gli diede i suoi due calci. Allora il leone, moribondo ed immobile, alzando gli occhi e guardandolo in modo sprezzante, gli disse: “Ho sopportato con rassegnazione e pazienza tutte queste vendette umilianti, ma non riesco a sopportare la tua. Proprio tu, che sei il disonore della natura, osi tanto!”
A riabilitare la figura dell’asino, animale umile e docile, ci pensa però il Vangelo, libro dell’esaltazione degli umili e degli ultimi. Ed ecco l’asino assieme al bue nella capanna di Betlemme per riscaldare con il proprio fiato il piccolo Gesù appena nato. L’asino trasporta poi Gesù e Maria nella fuga in Egitto per sfuggire al re Erode. Ed ancora Gesù, per entrare trionfalmente in Gerusalemme, accolto dalla folla osannante tra palme e ramoscelli di ulivo, si serve dell’asino.
Il bue, il cavallo e l’asino sono sempre stati compagni di fatica e di trasporto dell’uomo; ma gli animali dai quali otteneva sostentamento, alimentazione e guadagno erano le mucche da latte, gli ovini ed il pollame.
La più importante di tutti gli animali domestici è sempre stata la mucca da latte. In passato chi possedeva anche un solo capo era considerato un benestante poiché, con la miseria del tempo, avere il latte quotidiano per l’alimentazione significava non soffrire la fame. Gli agricoltori che possedevano più mucche da latte erano facoltosi poiché questo significava più latte, più vitelli, quindi un reddito superiore. Erano famose nei nostri paesi le imponenti stalle con i fienili ad archi, fabbricati che ormai sono quasi tutti scomparsi.
Le mucche da latte erano anche una risorsa quando d’inverno la gente si radunava nelle stalle per ripararsi dal freddo e fare “filò”; quel caldo, quasi unico, era indispensabile non essendoci altra fonte di calore al di fuori del focolare domestico.
La mucca da latte con la sua maternità porta a considerare tutto il mistero della maternità umana. Non di rado, durante i filò, avvenivano nascite felici, ma qualche volta anche sconfortati. Quanta analogia tra un parto infelice di una mucca che partorisce un vitellino morto e non sa darsi pace non vedendolo e continuando a chiamarlo col suo lamentoso muggito, e la sofferenza delle madri che perdono i propri figli! In quell’occasione nella stalla c’era tanta tristezza, ed alle mamme sfortunate si riempivano gli occhi di lacrime, mentre erano solite ripetere “Solo una madre sa cosa significa la morte di un figlio!”.
Un tempo la vita in campagna accendeva emozioni che oggi non si ripetono più, ma che è giusto ricordare perché connaturate ad una civiltà radicatasi nel corso dei secoli e che poi è stata quasi improvvisamente soppiantata dal rapido progresso tecnologico. Così, nel giro di poche decine di anni, si sono imposti nuovi stili di vita sempre più frenetici, che spesso, purtroppo, inducono i giovani a trascurare i valori primari.
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Come citare questo articolo
Ildo Testoni. “Il Tiro”. Ventaglio Novanta, n. 35, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-tiro/