Pubblicità

STORIA - TRADIZIONI

Il Trattato di Melara

Fu sottoscritto 250 anni fa fra la Santa Sede e l’Impero d’Austria

di Raffaele Ridolfi

Ventaglio Novanta n. 35 2007 pp. 74–77

Quest’anno ricorre il 250° anno della firma del “Trattato di Melara” messo a punto il 3 maggio e sottoscritto nel giugno del 1757 dai rappresentanti dello Stato della Chiesa di papa Benedetto XIV¹ e dell’Impero della regnante Maria Teresa d’Asburgo (1717-1780)². Nell’“ancien regime” la regolamentazione era una prassi molto usata da tutti i governanti, ma specialmente dal casato austriaco interessato a definire per bene quali erano i propri domini italiani. Erano tempi di grandi riforme interne, essenziali a difendere la struttura dell’Impero contro quei pericoli di disgregazione, insiti nella coesistenza di popoli così diversi sotto il dominio asburgico.

Quello di Melara si collocò tra il trattato fra l’Impero e la Serenissima per definire i confini di Mantova e Verona (luglio 1752)³, e quello fra l’Impero e la Serenissima del 1764, sulla regolamentazione del fiume Tartaro, allora molto utilizzato come via di navigazione e centro di numerosi traffici⁴.

Proprio la necessità di capire bene sin dove si poteva “comandare” fece sì che si stipulassero questi trattati che come si suole dire “tagliavano la testa al toro” sulle questioni in sospeso, relativamente alle frequenti violazioni sugli abusi perpetrati, ora da una, ora dall’altra parte. Inoltre il Canalbianco (allora chiamato semplicemente Tartaro), sfociava nelle Grandi Valli Veronesi che erano rinomate postazioni di rifugiati e ricercati dalla giustizia.

Il trattato in esame, fu eccezionale per importanza, anche se, ad esser sinceri, oggi i melaresi del famoso documento sono completamente all’oscuro. Ben pochi conoscono, infatti, che fu firmato nella rocca presso il Po, dal delegato della Santa Sede, e da quello dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria.

Il trattato andava a dirimere e regolamentare le problematiche legate ai confini fra i due importanti Stati del tempo, ma non solo. Il documento venne poi dato alle stampe in ben 93 pagine con i riferimenti alle mappe che in origine dovevano essere allegate (in Mantova presso Giuseppe Ferrari eredi Pazzoni) col lunghissimo titolo: “Trattato fra la Santa Sede e sua maestà l’Imperatrice regina sopra lo stabilimento de’ limiti, ed altre controversie private miste vertenti fra il mantovano da una parte ed il ferrarese dall’altra parte”, ma universalmente conosciuto come “Trattato di Melara” ed è raro trovarlo presso privati.

In esso, si fa riferimento a: confine di acqua (cinque paragrafi), confine di terra (6), scorrimento delle acque (9), regole per le corse delle barche corriere e da colli da e per Ferrara e Mantova (le antesignane delle poste, 8). Riportati poi gli atti precedenti che regolamentavano le questioni e che risalivano agli anni 1527, 1548, 1551, 1611, 1652, 1688 ed infine quella controversa del settembre 1752.

Quest’ultima infatti che aveva visto poi nascere una stampa nel maggio 1753 non aveva contemplato tutto il territorio, lasciando fuori la località “Boschetto” e già si assisteva a sconfinamenti da una parte e dall’altra.

Cosa dice in effetti il Trattato melarese?

Ribadisce che il ducato di Mantova e l’imperatrice quindi, ha il suo confine sino a lambire le sponde ferraresi, cioè melaresi e non il centro del fiume Po, pertanto ciò che cresce sulle sponde non appartiene a Mantova.

Si proibisce di tenere i mulini, allora numerosi ed attraccati sulla riva, lontani dalla riva ferrarese e specie dai froldi (dove la corrente è più forte ed è scoperto l’argine), oppure vicini ma ad almeno a 50 pertiche, ed a burga, cioè ancorati con un grosso cesto riempito di sassi.

Si proibisce di fare arellate, cioè distese di arelle in canna per prendere il pesce ed impedire lo scorrere del fiume. Vietato fare le stoppe, cioè impedire per motivi contingenti lo scorrere del fiume, uno stratagemma usato dalle risaie che fra Ostiglia e Melara in pieno Cinquecento erano fonte di grandi guadagni e di diatribe appunto per questi rilasci o trattenute di acque.

Dopo questo Trattato tutte le questioni in giudicato e pendenti nei tribunali saranno sospese. Si prevede di piantare dei “termini” ovvero dei cippi di confine in sasso vivo riportati in sei mappe, da visionare ogni tre anni da ambo le parti per evitare manomissioni di qualunque sorta.

Altro aspetto importante è rappresentato dal servizio postale, cui gli Stati davano molto rilievo: nessuno doveva prevaricare l’altro in quanto a giorni e numero di viaggi. Così si stabilisce che le corse dei corrieri e dei colli dovevano alternarsi in questo modo: da Mantova per Ferrara i “paroni” delle barche partono il giovedì alle ore 12 e ritornano il venerdì alle 12. Da Ferrara invece partono per Mantova la domenica alle ore 12 e ripartono il martedì sempre alle 12. Le consegne, notate bene, sono gratis (art.3, p.13). Per i colli, invece, la barca da Mantova parte il martedì mattina e riparte da Ferrara il martedì della settimana successiva, permettendo il carico e scarico con la dovuta calma. Quella ferrarese dal capoluogo estense parte lo stesso giorno, cioè martedì, nel quale la barca parte da Mantova, praticamente incrociandosi lungo il tragitto.

Alla stipula della firma ufficiale nella rocca melarese era presente il Governatore pro-tempore, Giovanni Mercanti, che vide apporre le firme dal cardinal Banchieri, legato di Ferrara e dal conte Cristiani, vice-governatore di Mantova, ministro pluripotenziario dell’Imperatrice e pure generale sovrintendente delle poste in Italia. Le misurazioni furono fatte e relazionate da Antonio Maria Azzolini e da Giovanni Giacomelli a fine novembre 1753.

Affinché tali confini fra i due stati fossero ben visibili ed inamovibili nel tempo, furono previsti 35 grandi cippi in marmo che ne segnalavano la presenza distribuiti dal confine occidentale di Melara sino all’estremo sud mantovano di Sermide. Su una facciata era riportato scolpito lo stemma dello Stato della Chiesa e sull’altra quello dell’Impero. Di questi “testimoni” 12 usati erano preesistenti, 14 totalmente nuovi e 9 ricostruiti dalle fondamenta di quegli vecchi. Erano alti braccia 1 once 3,5 e larghi once 10 ed 1/3, misura di Mantova.

Questi preziosi cimeli scomparvero nella maggior parte avendo anche perduto la loro importanza già nel 1796 con l’avvento di Napoleone. Ancora a Melara nell’anno 1924 il Magro ne segnala esistenti solo 7 e senza insegne, tolte dalle truppe francesi o successive⁵. A Melara oggi se ne sono perse le tracce, mentre Sermide ne conserva ancora due ai lati della torre civica.

Queste demarcazioni così care all’Austria avranno vita abbastanza breve. Come confine di due Stati e di due province Mantova e Ferrara restarono in vigore solo 40 anni, mentre durarono altri vent’anni come confine fra le due nuove diocesi: quella di Adria nella quale fu inserita Melara e quella di Mantova in cui fu compresa Ostiglia⁶. Forse non sarebbe male in futuro ricordare questi fatti con qualche iniziativa culturale.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Raffaele Ridolfi. “Il Trattato di Melara”. Ventaglio Novanta, n. 35, 2007. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-trattato-di-melara/

Pubblicità