Grande soddisfazione nel mondo della cultura rodigina per l’acquisto e l’esposizione del piatto istoriato, fine opera rinascimentale di Xanto Avelli.
Ma come si è giunti a scovare quest’opera sul mercato? Quali garanzie sono state offerte sulla sua autenticità? Quando è nata l’idea di portare in città una così importante testimonianza dell’artista, il quale orgogliosamente firmò molte delle sue realizzazioni col nome di “Xanto da Rovigo”?
Per saperne di più ci incontriamo con Andrea Pirani, presidente dell’Associazione Xanto Avelli, che ha avuto un ruolo sicuramente importante in tutta l’operazione.
– Cominciamo dall’inizio: quando è nata l’associazione e quali gli scopi prefissati?
“L’Associazione Xanto Avelli appare nel panorama dell’associazionismo culturale nel dicembre del 2006 non solo per tenere desta l’attenzione sull’importante artista del Rinascimento, ma anche con uno scopo più ampio: promuovere la nascita del Distretto Culturale Polesano.
L’Associazione riconosce infatti nel distretto culturale, la struttura organizzativa e gestionale dello sviluppo del territorio”.
– Quali nel corso degli anni le principali iniziative legate alla figura di Xanto Avelli, artista fino a poco fa sconosciuto alla grande maggioranza dei polesani?
“Oltre all’importante convegno internazionale degli anni settanta a cura del CPS-SAE e alla pubblicazione con grave ritardo degli atti, ben poco fu fatto per ricordare l’artista “rovigese”, come egli amava definirsi, più conosciuto nel mondo che in Polesine”.
– Come si è originata nel 2007 la sua partecipazione alla mostra londinese dedicata a Xanto Avelli?
“Fu la Dott.ssa Simonetta Bonomi che, nell’aderire all’idea di questa nuova associazione, mi mise a conoscenza della programmata 1a mostra internazionale dedicata a Xanto. Certo, la cosa mi apparve subito molto importante, ma non avrei mai immaginato che da li a poco mi sarebbe giunto l’invito ufficiale da parte dell’Istituto Italiano di Cultura di Londra di rappresentare la città natale di Xanto all’inaugurazione della mostra londinese. Come ciò sia avvenuto, per me rappresenta ancora oggi un mistero”.
– Qual è il risalto che ha nel mondo l’artista rodigino?
“Il fatto che le sue opere siano gelosamente custodite nei più importanti musei del mondo la dice lunga circa il rilievo, sia sotto il profilo artistico che storico-letterario, attribuito dalla comunità internazionale a Francesco Xanto Avelli da Rovigo”.
– La pubblicazione del catalogo con la traduzione in lingua italiana ha agevolato in Italia la conoscenza dell’artista?
“Quando alla The Wallace Collection mi proposero di fare l’edizione italiana del libro-catalogo dedicato alla mostra di Londra, non ebbi esitazioni ad attivarmi, conscio di riflessi positivi che l’operazione avrebbe assunto, non tanto nel contesto nazionale, dove Xanto aveva da tempo la sua collocazione di rilievo, quanto a livello locale. Infatti era proprio a Rovigo che si sentiva la necessità di riscoprire, attraverso il valore di un proprio figlio, l’orgoglio di appartenenza a questo territorio. E fortunatamente non sono mancati gli appoggi finanziari all’iniziativa che, come è noto, ha avuto il sostegno della Fondazione della Banca del Monte, del Comune e della Provincia di Rovigo, gli stessi attori che con Fondazione della Cultura e l’Associazione che rappresento hanno poi portato a termine l’operazione dell’acquisto del piatto istoriato”.
– Quali sono le quotazioni dei lavori di Xanto?
“Non mi risulta ci siano Opere di Xanto sul mercato, i musei che le conservano se le tengono ben strette e così dicasi anche per i privati. Quelle esistenti possono arrivare anche a 500.000 euro in relazione a dimensioni, periodo e stato di conservazione, a testimonianza dell’enorme prestigio e valore riconosciuti ai lavori dell’artista rodigino.
– Quando si è verificata concretamente la possibilità dell’acquisto del piatto giunto a Rovigo? E quali garanzie si sono ottenute sull’autenticità dell’opera?
“Anche qui una serie di fortunate coincidenze. Forse! Fatto sta che muovendomi, analogamente con quanto fatto da Urbino, alla ricerca di riscontri della presenza della famiglia di Xanto nella Rovigo del 500, mi sono imbattuto in fatti e circostanze che hanno favorito la conoscenza di personaggi che, per varie ragioni e con diverse motivazioni, hanno costituito il contesto che poi si è rivelato decisivo per la lieta conclusione della vicenda. Ne cito alcuni, come Padre Negroni da Urbino, determinante nell’indirizzare la mia ricerca verso la famiglia Santini, come John Mallet e Timothy Wilson, i più importanti esperti oggi esistenti, che non hanno esitato a ricostruire la storia del piatto certificandone autorevolmente l’autenticità, ed infine la casa antiquaria Altomani di Pesaro che con grande intelligenza e passione ha saputo gestire l’intera vicenda”.
Quali ricadute potrà avere per Rovigo la disponibilità di quest’opera?
“Mi verrebbe da dire, dipende da cosa vorremo fare da grandi, noi, associazionismo culturale, istituzioni, ecc. In realtà ciò che mi auguro è che la presenza dell’opera di Xanto, sia un primo ma significativo passo verso una precisa consapevolezza della necessità di uscire definitivamente dalla logica delle visioni settoriali del fare cultura, verso quindi un approccio sistemico, coordinato e partecipato, come del resto già avviene all’interno di un distretto. Per far questo credo sia indispensabile che ciascuno, secondo le proprie responsabilità, ripensando a un nuovo modello di politica culturale, possa anche credere possibile un nuovo modello di sviluppo locale per un territorio con una precisa vocazione come il nostro, con il conseguente effetto che un intelligente utilizzo del patrimonio culturale potrà avere sul nostro futuro e di quello delle generazioni che verranno”.
L’acquisto di uno dei più bei piatti di maiolica istoriata realizzato ad Urbino nel XVI secolo dal pittore rodigino Xanto Avelli e la sua esposizione permanente presso il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo ha rappresentato un evento di grande significato nell’ambito della tutela e della valorizzazione del patrimonio artistico e culturale di Rovigo. Evidente la soddisfazione delle istituzioni e dei rappresentanti del mondo dell’associazionismo culturale convenuti lo scorso 6 marzo presso la Sala Fulmina del Museo rodigino per la cerimonia dell’accoglienza del prezioso manufatto rinascimentale.
Ha aperto la manifestazione Adriano Buoso, presidente della Fondazione Banca del Monte di Rovigo, in prima fila nel concordare con l’antiquario di riferimento le modalità d’acquisto. Operazione portata a compimento unitamente alla disponibilità del Comune, della Provincia di Rovigo, della Fondazione per la Cultura e dell’Associazione Xanto Avelli, in una apprezzabile consonanza di progettualità.
Un’opera quella giunta a Rovigo – ha sottolineato Buoso – che, oltre al grande interesse artistico, assume per Rovigo ed il Polesine un consistente valore simbolico: un riferimento identitario per un territorio in grado di esprimere eccellenze, un motivo di promozione della terra tra Adige e Po, e una ulteriore occasione per incentivare la cultura dell’accoglienza.
Ed il sindaco Fausto Merchiori ha evidenziato l’importanza dell’iniziativa, nata dalla sinergia di vari soggetti: una sorta di “restituzione” nel capoluogo polesano di un’opera veramente significativa dell’autore, il quale cinque secoli fa, nell’apporre la sua firma sul retro delle proprie realizzazioni, spesso la accompagnò con la precisazione “da Rovigo”. L’assessore alla cultura Federico Frigato dal canto suo ha posto l’accento sul rilancio del Museo dei Grandi Fiumi che, una volta completata la sezione medioevale, avvierà l’allestimento della Sala del Rinascimento, al cui interno, al piatto di Xanto Avelli sarà destinata una collocazione di grande evidenza.
Laura Negri, assessore provinciale alla cultura ed al turismo, ha ricordato il percorso, avviato lo scorso anno con la traduzione dall’inglese e la pubblicazione del bel catalogo dedicato a Xanto Avelli, fino all’acquisizione dell’opera dell’artista del Rinascimento italiano e le prospettive che si aprono di collaborazione con gli altri musei italiani e stranieri che possiedono opere dell’artista rodigino.
Piena soddisfazione ha manifestato anche Gianpaolo Capuzzo della Fondazione Cultura, seguito da Andrea Pirani, presidente dell’Associazione Xanto Avelli, che ha rimarcato l’importanza della figura dell’artista rodigino, interprete con i suoi lavori degli avvenimenti del tempo. Pitture vascolari di grande valenza artistica, che a volte si presentavano quasi come messaggi subliminali rivolti ai potenti della sua epoca.
La manifestazione si è conclusa con la visita al piatto acquisito, datato 1540 e realizzato nella città di Urbino al tempo della Signoria dei Dalla Rovere. Un’opera che illustra con colori molto vivi il racconto mitologico di Ero e Leandro, destinato anche questo d’ora in avanti a divenire patrimonio culturale del Polesine, accanto al ben noto mito di Fetonte.
Ero e Leandro
Nel piatto dipinto da Xanto Avelli, recentemente acquistato ed esposto presso il Museo dei Grandi Fiumi, è rappresentata la vicenda mitologica di Ero e Leandro. Una storia d’amore conclusasi tragicamente, già narrata da Ovidio e successivamente ripresa anche da altri autori.
I due giovani vivevano nelle due opposte sponde dell’Ellesponto (ovvero lo stretto dei Dardanelli) e si amavano. Ma ad Ero, sacerdotessa di Venere-Afrodite, era vietato avere rapporti con persone dell’altro sesso, motivo per cui i loro incontri dovevano rimanere segreti.
L’aitante Leandro aveva pertanto preso l’abitudine di attraversare a nuoto, nelle ore più profonde della notte, lo stretto per raggiungere Ero la quale, per facilitare l’arrivo dell’amato e segnalare la giusta direzione, era solita accendere un fuoco su un’alta torre. Ma in una notte di tempesta il fuoco si spense (fu forse l’intervento di qualche divinità invidiosa?) e Leandro perse l’orientamento morendo tra i flutti.
All’alba Ero vide il corpo senza vita dell’amato sulla spiaggia e, affranta dal dolore, si suicidò gettandosi da una torre.
La storia di Ero e Leandro ispirò vari scrittori e musicisti, primo fra tutti Dante Alighieri che lo riprese nel XXVIII Canto del Purgatorio. Il mito divenne particolarmente popolare durante il Romanticismo e si dice che Byron sia stato così coinvolto dalla vicenda da volerne verificare la credibilità attraversando lui stesso l’Ellesponto a nuoto. Robert Schumann infine dedicò alla vicenda di Ero e Leandro l’opera dodicesima “Fantasiestucke”, composta nel 1837.
C’è ancora spazio per ricordare queste vecchie case arginali troppo frettolosamente dimesse e abbandonate… trasudano vibrazioni e pagine di memoria: vita che mescolava il coraggio alle ferite i sogni alle tragedie e la solitudine alle passioni. Se resto in silenzio posso ancora sentire l’eco dignitoso e tremulo di queste storie.
LA BELLEZZA
Quando la bellezza mi sorprende mi allunga la vita. Poche le mie certezze, ma qui non erro.
SUCCEDE
Per strada, tutti hanno fretta sono distratti, non hanno tempo da perdere, voglia di ascoltare, parole da spendere, o sogni da raccontare. Forse un po’ qualunquisti, forse un po’ troppo banali, ma l’indifferenza si paga cara…
FIORI CHE SCOTTANO
Troppi mazzi di fiori lungo le strade a ricordare un trapasso tra lamiere contorte lacrime di spavento, dolore e buio. Fiori per gente spesso troppo giovane per andarsene: forse lusingati dalla facilità di pigiare sul pedale forse orgogliosi di accarezzare qualche brivido costosissimo, forse contaminati da un relativismo che stordisce, forse convinti di potere fare quasi tutto… Troppi mazzi di fiori lungo le strade, che fanno male, che scottano
ALLEGRA NOTIZIA
In aperta campagna, in una curiosa semic urva, protesa sul canale una casetta bassa di diversi vani ostentava un vistoso fiocco rosa sul cancello d’ingresso: un’allegra notizia che mi sono coccolato per tutto il giorno
ROMA: VIA CAETANI
Ci si arriva da Via delle Botteghe Oscure ed è una piccola strada laterale con poca luce… col sole che riscalda dall’alto facendo capriole sui tetti. Sarebbe un luogo insignificante e scontato come tanti se non ci fosse la lapide che ricorda Aldo Moro… se proprio qui non fosse stato riconsegnato alla sua gente morto e finito trenta anni fa. Stento a credere, mentre cerco un po’ di silenzio.
RESTA
Resta, raccontami qualcosa… raccontami… oggi è così… pasticcio con niente… mi serve una scossa, sono nelle tue mani (si dice così?) e mi fido… Resta.
L’ALBERO DALLE FOGLIE GIALLE
Ritorno sempre volentieri sotto l’albero dalle foglie gialle… L’energia dei rami protesi senza esitazione e la magia delle foglie robuste dal colore favoloso è l’ennesima finestra sul cielo e una pagina di bellezza davvero raccomandabile… Se non son regali questi!!
PRIMA E DOPO
Brulicare di luce mattutina sui davanzali dei condomini con l’odore forte della pineta che arriva dentro le stanze. E il mare… ancora deserto a un tiro di schioppo, nel verseggiare delle onde, si riposa e respira lentamente… E’ davvero curioso che tra qualche ora tutto sarà così diverso.
NOTTE A TE
Piove, piove… ma non è un fastidio! L’acqua cade sui marciapiedi e sulle strade formando curiose pozzanghere piuttosto larghe e discende dai tetti lungo le grondaie con un simpatico ticchettio e una cadenza quasi dolce. E’ tardi, dentro casa un piacevole tepore… Notte a te.
VICINI
Non ti basta questo vento caldo che bisbiglia sulle spighe del grano già maturo… Non ti basta questo curioso intreccio di gabbiani che di scatto prende la verticale puntando curiosamente verso l’alto… Non ti basta questo giocoso vociferare dei bambini attorno alle panche, che si rincorrono assorti senza tregua… Non ti basta che gli anni passano ma il sogno premuroso rimane… Non ti bastano queste parole che ci stiamo dicendo discretamente senza nasconderci le domande ascoltando l’anima?! Dimmi…
NON A CASO
Non a caso alcuni gabbiani, in odore d’estate si allenano per l’aria con brevi scatti, piroettando veloci: bianche pennellate trasversali con cielo terso e favoloso.
Bevo rugiada ai fiordalisi azzurri dei tuoi occhi… Vorrei essere Dio per tramutare questo tempo in ETERNITA’ e scaldare la tua mano-passero nel nido della mia.
Figlio, fragile dolcezza… ti narrerò del mondo, del vento pellegrino che ci ruba le anime, dell’aquila-uomo che strappa le ali delle farfalle variopinte d’innocenza e del cielo… che di notte dona manciate di stelle.
Al fuoco che si spegne m’incanto al tuo puro profilo d’angelo ed intreccio sogni col biondo esile dei tuoi capelli.
TEMPO
Afferi i giorni, li appallottoli facendone proiettili da lanciare contro il nostro domani
CASA IN GOLENA
Con gli occhi-finestra socchiusi sonnecchia una casa e bisbiglia coi sogni nel dormiveglia.
Ha imparato a memoria le parole del fiume che racconta con voce d’acqua e di vento. Colorati baci di farfalla consolano la solitudine umida e muschiosa che le imprigiona il cuore.
I pioppi, in abito elegante, scrivono pensieri al cielo e lanciano messaggi di foglie su questa terra dalle larghe gonne d’erba che si specchia maliziosa sullo scorrere fertile delle acque.
ANTICHE CHIESE
Nel rosso poroso della pietra, malgama di antiche chiese, sonnecchia il tempo aspettando segnali di vento o lame d’improvvisa luce per spalancare i suoi messali…
Codici inchiostrati di minuziose calligrafie, linguaggi modulati nella penombra bisbigliata della preghiera.
Al riparo del rosone ha il nido una rondine ignara sacerdotessa di traiettorie divine.
ILLUSIONE (A MIA MADRE)
Vorrei che la tua partenza fosse solo un’illusione, un sogno notturno che evapora col sole del mattino.
Vorrei vederti entrare dalla porta col grembiule pieno di uova, gusci misteriosi, ricordi del mio mondo bambino.
Avesti tra i capelli un filo di fieno e profumo di vento: sulle sue ali vorrei vederti tornare.
VETTE
Gridano le rocce…. Chiamano a squarciagola schiere di nuvole.
Si rivolta il vento nelle profondità dei canaloni.
Corre a perdifiato, spezza ninnoli di guglie, esili miniature nelle cattedrali della montagna.
CAMPO DI GRANO
Il tuo giallo entra negli occhi e porta ricordi di infanzie perdute… Con l’abbagliante luminescenza dei tuoi steli adorni le passioni del domani.
IL CAMMINO DEL PO
Gridi alla vita con la voce pietrosa della montagna che custodisce segreti primordiali… e poi saltelli con trasparenza d’uomo-bambino tra bisbigli di muschio e rotolio di sassi.
Stupore o magia ti sono compagni di giochi nei castelli di alghe che la corrente muta in carezze setose.
A braccia aperte ti doni al sole nella culla di pianure percorse da millenari passi d’uomini al ritmo lucente del bronzo e del ferro.
Srotoli per noi pergamene d’acqua affinché leggiamo storie d’armi e di sangue o c’incantiamo alle dicerie di amori pagani gocciolanti d’ambra sulla disubbidienza di Fetonte.
Al mutare cadenzato delle stagioni dilavi scorrendo colori e canti da regalare al mare tra sinfonie di canne e silenziosi voli d’aironi.
PARTENZA (A MIO PADRE)
Rivedo la carezza del tuo sguardo mai dimenticato… nella notte che precedeva la partenza.
Era forse il saluto, l’abbraccio, il nostro arrivederci.
In quale dimensione i nostri occhi si sarebbero ritrovati?
Il tempo ti aveva scritto parole sul viso: messaggi sussurrati sulle palpebre, più profondi solchi sulla fronte dove ti sfioravano con ali sottili raggiere di baci immortali e voli di ricordi sulle guance mentre la vita se ne andava altrove.
ASPETTANDO UNA STELLA
Frugo nella densità uniforme del cielo, scosto trasparenze di nuvole e percorro l’invisibile ampiezza dell’aria, fino a catturarti…. Stella! Ti leggo nel cuore e mi rassicuro al sereno del tuo sguardo puntato al centro della mia anima.
Hylas. Odio questo nome, forse perché mi è stato imposto, forse perché mi ricorda che cosa sono e da dove vengo: tutto quello che preferirei dimenticare, cancellare. Sembra strano a dirsi visto quanto le persone tengano al loro nome, sembra quasi che tutti lo abbiamo impresso dalla nascita sul viso o su una targhetta al collo. Tutti vogliono essere, vogliono esistere, vogliono vivere. Tutti tranne me. Preferirei che la mia mente fosse annullata, che il mio corpo si muovesse come un guscio vuoto, vorrei riuscire a non essere, a non esistere, a non vivere.
«Egoista» qualcuno direbbe. Lo sono, infatti, sono un egoista, di quelli della peggior specie, perché mi lamento nonostante vi siano persone che vorrebbero essere al mio posto. Ma non riesco a non desiderare di dimenticare, forse perché il mio primo ricordo non è altro che una chioma d’alberi che si staglia contro il cielo nuvoloso e grigio: al tempo avrò avuto sì e no una decina d’anni, prima di allora il buio.
Con il passare del tempo sono giunto alla conclusione che dovevo aver sbattuto violentemente la testa mentre mi trovavo nel bosco, forse in seguito ad una caduta o perché volutamente spinto. Il mio abito era lacero, ma non si trattava d’altro che di una lunga tunica tagliata in modo grezzo, senza lacci o corde per tenerla stretta in vita. Sul momento non ci pensai, portai solamente la mano al capo passandomi le dita tra i capelli lisci di un nero cupo, sporchi di terra e sangue secco: poco più a destra, sulla cute, potei sentire una cicatrice lunga ma superficiale. Decisi di alzarmi in piedi e provare a procacciarmi un po’ di cibo.
All’inizio non fu semplice: appena mi misi in una posizione che poteva sembrare eretta, la testa cominciò a girarmi, il sangue a ribollirmi nelle vene e le tempie a pulsarmi con fastidio. Così decisi di appoggiarmi ad un albero e camminare seguendo l’avvicendarsi dei tronchi davanti a me. Per quel giorno e quelli che succedettero continuai a cibarmi di frutta, bacche ed erbe, incapace di acchiappare un singolo coniglio o di camminare senza un appoggio. Per mia fortuna vicino passava un piccolo corso d’acqua, così riuscii ad abbeverarmi placando la sete che mi aveva cinto la gola rendendola secca e dolorante.
In qualche maniera fui in grado anche di lavarmi un poco e mi sorpresi nel vedere il mio volto riflesso nell’acqua, tanto che involontariamente sfiorai la superficie del ruscello non riuscendo a credere che quello riflesso fossi io: pelle morbida color miele, occhi e capelli neri come la pece, questi ultimi, come seta pura, che ricadevano bagnati di poco sotto le spalle. Ma nessuna immagine del passato emerse nonostante i prolungati sforzi per ricordare…
Non fu facile per me, giovanetto di circa 10 anni, sopravvivere in quella condizione: il mio peregrinare come un selvaggio nella foresta si prolungò per quasi un mese. Un giorno, in cui il cielo era sgombro dalle nubi, arrivai al suo limitare dove la potenza del sole, che prima di allora avevo solamente scorto tra le fronde, quasi mi accecò. Dopo aver raccolto un ramo abbastanza robusto dal terreno, da usare come bastone da viaggio, mi guardai attorno cercando un sentiero da seguire nella campagna e ne scorsi uno poco lontano che mi portò nei pressi di un’ampia strada: doveva trattarsi di un cardine o un decumano massimo vista la sua grandezza. Iniziai a percorrerlo sotto il sole caldo del mezzogiorno, arrancando sul bastone come un povero mendicante. Ero lontano da fonti d’acqua e di cibo, e queste due mancanze man mano che il tempo passava cominciarono a farsi sentire. Provai a bere da un piccolo condotto per l’irrigazione, ma appena misi l’acqua in bocca mi prese una nausea terribile alla gola per il suo pessimo sapore. La sputai immediatamente, pulendomi i lati delle labbra con il polso. Se continuo così, entro domani sono morto, pensai amaramente, quando dietro di me udii il rumore lontano di alcuni zoccoli di cavallo. Voltai leggermente il capo per vedere chi stesse arrivando ma non notai nulla in lontananza, seppure lo scalpiccio si stesse facendo sempre più vicino, fino a quando non si fermò improvvisamente. Un colpo forte dietro la nuca e poi il buio: chiunque fosse, era arrivato da dietro di me mentre io fissavo il lato sbagliato della strada.
Quando mi risvegliai era già scesa la sera, lo notai dal vento fresco che spirava sulla mia pelle nuda, anche se non sapevo se fosse di quello stesso giorno o di un altro. Ero sdraiato su un pavimento di legno ruvido, gli occhi mi erano stati bendati, mani e caviglie legate con grosse corde e i vestiti tutti tolti tranne uno straccio che mi cingeva il ventre. Portavo anche un cartello sul petto, che dondolava ad ogni mio movimento come una daga al fianco di un soldato.
«Ti sei svegliato, vedo. Bene, pensavo fossi morto e io non volevo che ciò succedesse: un tesoro come te non va sprecato». Percepii delle mani grassocce e madide afferrarmi per le spalle e obbligarmi a stare ritto in piedi, seppure le mie gambe non ne volessero sapere. Tenendomi saldo con una sola mano, mi abbassò la benda dagli occhi, così che io compresi dove mi trovavo. Non mi stupii minimamente, semplicemente abbassi lo sguardo con vergogna: il banco di un mercante di schiavi.
«Sei stato fortunato, non dovrai soggiornare qui per molto: sei stato assegnato al municipio di Atria, fra tre o quattro giorni ci arriveremo, durante il viaggio lavorerai per me, non credere che ti sfami senza riceverne guadagno» asserì il mercante ghignando.
Lasciò la mia spalla e io caddi sul terreno come un sacco di farina. Mi fissò con uno sguardo sprezzante, che posandosi sul mio corpo giovane diveniva sempre più languido, man mano che risaliva la linea delle mie gambe. Sorrise sibillino e fece per andarsene. «Ah, giusto, stavo per dimenticare: d’ora in poi ti chiamerai Hylas. Il primo nome che mi è saltato in mente guardandoti, visti i tuoi lineamenti orientali».
Fu così che ebbe inizio la mia nuova vita: la mia vita da schiavo. Di quel che successe durante il tragitto verso Atria non ho il cuore per rammentarlo, nonostante quei ricordi affollino ogni notte i miei incubi.
Atria mi apparve come una florida e vivace città portuale: mercanti greci, romani ed etruschi scendevano dalle proprie navi carichi di anfore e casse di legno, donne di ogni età si aggiravano per il piazzale ridendo o chiacchierando con delle amiche, gli schiavi si fermavano vicino ai banchi alla ricerca del pesce migliore o del prezzo più conveniente. Serenità. Forse per la prima volta nella mia vita sorrisi.
L’uomo dietro di me sbuffò, tappandosi le orecchie. «Ah, odio questa città! È troppo chiassosa per i miei gusti! Andiamo Hylas, non ti imbambolare, che mi sono già rotto di stare qui: prima ti porto al palazzo del municipio, prima me ne posso andare. Su, dai, muoviti, stupido!» imprecò strattonandomi per il braccio.
In effetti, Atria era caotica, molto caotica, anche a me dopo un po’ venne mal di testa: non ero abituato a sentire così tante parlate diverse in una volta sola. E per di più il latino, l’unica lingua che un poco comprendevo, lì ad Atria possedeva un gergo a me sconosciuto e un’intonazione “esotica” che mi rendeva incomprensibile anche le parole più semplici.
Vedendomi assorto nei miei pensieri, l’aiutante del mercante mi strinse ancor di più il braccio fino a lasciarvi impressa una striscia viola. «Svegliati, guarda che questa non è mica una gita turistica! Ma guarda te chi mi doveva affidare quello là! – È un compito semplice, vedi di tornare presto – Dannato, mi racconta sempre delle balle e io ci casco pure! Dai Hylas, vedi di fare bella figura, ormai siamo arrivati!»
Mi voltai e davanti a me vidi un giovane uomo in toga con accanto una bambina di qualche anno più giovane di me che si riparava dietro di lui.
«Questo è Hylas, non sappiamo molto bene da dove provenga, ma dev’essere romano poiché comprende il latino. Io il mio lavoro l’ho fatto, ora se me lo permette, tolgo il disturbo.» asserì l’uomo dietro di me indietreggiando e, quando il giovane in toga annuì col capo, se ne andò.
Nel mentre io non feci altro che fissare quella bambina dai lunghi boccoli neri, il volto candido, gli occhi colore del bistro in cui aleggiavano timore e curiosità. D’altra parte, io non ero di certo un bambino dai tratti latini: ero consapevole di sembrare una sottospecie di selvaggio.
L’uomo sorrise benevolo e mi fece segno di seguirlo. Attraversammo gran parte della città, allontanandoci dal porto fino a giungere ad una piccola insula nei pressi del palazzo municipale. Entrammo da una porta secondaria e cominciammo a salire e scendere diverse scale, finché ci fermammo davanti ad una piccola porticina che l’uomo aprì facendo tintinnare un grosso mazzo di chiavi.
Quando fummo dentro, l’uomo mi fece segno di sedermi sulla stuoia che faceva da letto e si mise davanti a me, con dietro la bambina sempre aggrappata alla toga. «Il mio nome è Flavio, mi occupo, oltre ad altro, anche degli schiavi del municipio: se hai qualche dubbio vieni sempre da me, va bene? Io non sono solito fare differenze fra liberi, liberti e schiavi, ma ricorda che sono l’unico a pensarla così, quindi non parlare con nessun altro oltre a me o ai tuoi compagni, altrimenti potresti passare dei guai, anche molto seri. Per il resto ti darò qualche lezione di latino, giusto quel tanto che tu riesca a leggere senza chiedere aiuto, ma anche questa sarà una abilità che dovrai tenere ben nascosta. I bagni sono al pian terreno e per i vestiti e la copia della chiave basta che chiedi a Livio, un liberto sotto i miei diretti ordini. Ora riposati, poi fra due ore, cambiato e pulito, presentati da me: chiedi ad alcuni tuoi compagni la via. Allora ci vediamo più tardi.» mi disse gentilmente. Quindi si girò rivolgendosi alla bimba: «Su andiamo Elia! », ed uscì, chiudendo la porta dietro di sé.
Elia. Almeno avevo scoperto il suo nome. Con il passare del tempo scoprii anche che era figlia di una delle famiglie più influenti di Atria, nonché nipote di Flavio: un sogno impossibile.
Nonostante ciò, quando alla sera io finivo prima di lavorare – aiutavo Flavio negli archivi del municipio – ci incontravamo di nascosto al porto, tutti incappucciati dentro dei larghi mantelli come dei mendicanti e giocavamo come dei pazzi fino al tramonto: in fondo non eravamo nient’altro che dei bambini, io di dieci e lei di sei anni.
La mia vita si svolgeva serena, ma tutto cominciò a complicarsi qualche anno più tardi. Una sera, come tante altre volte, ci sedemmo sulla banchina facendo ciondolare le gambe sopra l’acqua del mare e mangiando un po’ di pane. L’aria fresca della sera ci sfiorò il volto, facendo scivolare i cappucci dal capo. I suoi lunghi ricci si muovevano al vento sbarazzini, ancora lucenti come quand’era piccola.
Notando che la fissavo, Elia si voltò verso di me, con un sorriso malizioso. «Bè, cosa c’è Hylas, sembra che tu mi abbia visto per la prima volta! Qualcosa non va? Lo zio ti tratta male?»
Io mi affrettai a scuotere il capo, negando. «No, no! Flavio è una gran brava persona, ci mancherebbe altro! È solo che mi hai sorpreso: dopo tutte le ramanzine che ti sei presa, ancora porti i capelli sciolti … Sei proprio irrecuperabile come futura matrona!»
«Bè anche tu continui a portare i capelli lunghi, no? Anche se li raccogli in una coda, le cose non cambiano, sai? Comunque stai meglio così, staresti male se te li tagliassi».
Arrossii vistosamente e mi voltai a guardare il cielo per nascondere l’imbarazzo. Elia si mise a ridere, ma poi smise lentamente, mettendosi a fissare il pane fra le sue mani con tristezza. Preoccupato mi avvicinai a lei e le presi il volto fra le mani, costringendola a guardarmi, ma lei distolse lo sguardo. «Elia, cosa hai, stai male?» le chiesi preoccupato.
Lei scosse il capo. Poi sussurrò quella frase, quella maledetta frase che distrusse la mia vita, la vita che mi ero ricreato, quegli ultimi anni di felicità e mi ricondusse nel baratro della disperazione. «Hylas, non ci rivedremo mai più. Addio, Hylas». Poi si alzò in piedi, buttò il pane sul terreno e corse via, lontano da me.
Io la chiamai, urlai il suo nome, ma nulla servì a riportarla da me. In quel momento mi odiai, odiai il mio nome. Hylas. Hylas. Hylas. In quel momento, tanto era il dolore che mi straziava, che desiderai che la mia mente fosse annullata. Desiderai morire, poiché l’unico appiglio, l’unica luce della mia vita mi era stata tolta.
I giorni che seguirono li vissi come se fossi un burattino, senza dire una parola, seguendo semplicemente gli ordini. «Hylas, cos’hai? Sembri … sembri morto … » sussurrò Flavio preoccupato, passandomi un fascio di carte.
Io non dissi nulla, mi girai e portai la pila al suo posto, vicino ad una montagna di libri. «Non vorrai far preoccupare Elia … » Un brivido mi salì lungo la schiena, la gola mi si annodò, le mani mi vibrarono. Io la odiavo, o almeno cercavo di convincermi che fosse così, che mi avesse tradito, altrimenti il dolore mi avrebbe schiacciato.
«Ti prego, Flavio, – dissi con foga – non nominare più il suo nome. E se puoi, nemmeno il mio: Hylas è un nome fittizio, che mi riporta alla mente solamente brutti ricordi … » Flavio sospirò rassegnato e si rimise al lavoro.
Era primavera, quasi la metà del giorno. In realtà quella decisione l’avevo presa il mese prima, quando Elia era fuggita dal porto. Quando quel poco di felicità e fiducia mi si erano sgretolate davanti agli occhi.
“Sei fortunato, sai Hylas? Vorrei io essere al tuo posto! Flavio è un grande uomo ed è gentile pure con noi schiavi!” mi aveva detto una volta un mio compagno. Fortunato… Sono un egoista, mi lamento della mia vita, nonostante sappia che molti desidererebbero essere al mio posto. Ma io, quel giorno, chiuso nella mia stanza, le braccia sporte fuori dalle grate della finestra, avevo in mente solamente quella frase: “Hylas, non ci rivedremo mai più. Addio, Hylas!”. Io volevo non essere, non esistere, non vivere. Sì, Elia, non ci rivedremo mai più, pensai amaramente.
Ero stanco di soffrire, di sentire dentro di me quella lama che ogni mattina, ogni giorno, ogni sera ed ogni notte mi lacerava il petto, mi lacerava l’animo, mi lacerava. Elia, io ti ho amata. Sempre, fin dal nostro primo incontro, nonostante sapessi chi eri e che il mio sogno era un sogno impossibile. Ti ho sempre amata. Mi bastava vederti quel poco tempo alla sera, mi bastava esserti amico per essere felice. Ma tu, tu mi hai annientato. Totalmente, completamente, fin nel profondo della mia anima. Quando ti sei stancata di me, mi hai semplicemente gettato via, come si fa con uno straccio.
Mi rigirai il coltello nella mano. Lo avevo rubato dalla cucina e affilato personalmente. Lo avvicinai al polso. Un taglio netto, preciso. Il dolore mi accecò. Poi il sangue iniziò a colare dalla lama, a cadere sulla strada. Poi le urla.
Ora sono qui, alla finestra, il polso che mi pulsa, la voce di Flavio al di là della porta che mi urla di aprire, ed io nonostante tutto penso a te, Elia. Gli occhi cominciano a diventare pesanti, il coltello mi cade di mano, lo sento tintinnare sull’acciotolato.
«Hylas!» sento urlare dalla strada. Una voce famigliare, dolce, spaventata. Elia. Poi un botto, dietro di me. La porta cade, Flavio mi prende tra le braccia, vicino a lui diversi miei compagni, spaventati nel vedere la mia pelle scura essersi fatta diafana, le mie labbra tendenti al violaceo, i miei occhi farsi vitrei. Ma soprattutto il sangue, la scia sul terreno, il suo pulsare mentre esce da me.
«Hylas, ti prego resisti, abbiamo chiamato un dottore! Fra poco arriverà!»
Sorrido. «Fla … vio … mi pare … di avertelo … detto, no? … Non … chiamarmi … così …» sussurro con le mie ultime forze.
Flavio scuote il capo, forse sono lacrime quelle che gli rigano il viso, chi lo sa, ormai non riesco a vederci bene e la forza per alzare le braccia e afferrargli il volto si è dissolta.
Hylas. Odio questo nome, forse perché mi è stato imposto, forse perché mi ricorda che cosa sono e il mio passato senza radici. Nero, gli occhi mi si chiudono, comincio a perdere i sensi. Le voci delle persone che mi circondano cominciano ad allontanarsi. Poi, all’improvviso, tutto finisce.
Il sole splendeva nel cielo, filtrando tra le chiome degli alberi, fino ad illuminare l’iscrizione della lapide:
HYLAS M. A. (Hylas schiavo del Municipio di Adria)
Una ragazza, i neri boccoli ben acconciati, i vestiti da festa. Una sposa con in mano un fiore bianco. Osservava tristemente la tomba, mentre lacrime le scendevano lungo il volto magro e pallido. Si avvicinò fino a sfiorare con la mano il contorno della lapide, a seguire con le dita sottili e delicate l’iscrizione, poi vi appoggiò le labbra, baciandola. Quando si rialzò, appoggiò il fiore bianco sulla tomba e fece per andarsene. Addio, Hylas.
Se lasciassimo parlare la nostra ombra probabilmente racconterebbe una storia. La storia dell’interiorità che chiede, il più delle volte, rispetto, attenzione, ascolto, in un mondo frenetico in cui tutto sembra essere preconfezionato, perfino i sentimenti. Ma Giancarlo Ballo, fotografo per passione, lo sa, e non si tira indietro presentando nel suo primo fotolibro dal titolo “Fantasmi e sensazioni sospese”, sagome umane da cui partire per interrogare e interrogarci, per scavare a fondo nella coscienza, chiedendole chi siamo davvero.
E’ questo soltanto uno dei percorsi introspettivi affrontati dall’artista. Un’ottantina di foto che rappresentano un viaggio dentro noi stessi e segnano il passaggio tra il mondo delle apparenze e l’innata ricerca – a volte esaudita, altre delusa dagli eventi – di andare al di là del concreto, perché l’uomo non è soltanto materia.
Quelle di Ballo (in “Presenze assenti”, la prima parte del volume, progetto grafico e impaginazione dell’artista, in collaborazione con Loris Slaviero e Mario Lazzarini, presentazione del critico d’arte Nicola Galvan, traduzioni in lingua inglese di Angela Pozzetti, Edizione F.lli Corradin Editori, Tipolitografia Arte Stampa di Urbana – Pd.”), sono ombre a volte inquietanti, altre volte vagamente sognanti, evanescenti. Una di esse, ‘minaccia’ una figura sfuggente: un impermeabile chiaro che uscendo dal centro del quadro fotografico è inseguito da un’ombra tetra, indefinita. Le coincidenze hanno fatto sì che, al momento dello scatto, sulla pellicola venisse immortalata tutta la fragilità della vita umana, che vola via veloce ma non tanto da essere irraggiungibile dalla ‘Signora nera’, ultimo viaggio verso l’infinito.
Ombre che, altre volte, allungano a dismisura la figura tracciata di scuro, proiettandola idealmente più in alto del proprio essere terreno; o, ancora, ombre che, lasciandosi intravedere mentre escono da contesti urbani, da giochi simmetrici di solidi di diverse forme e colori (vetrine, muri, ringhiere), appaiono come un incastro di sinergie regalando, in tutta la loro semplicità e nel forte impatto visivo, la proiezione di ciò che gli altri percepiscono di noi, ovvero soltanto l’involucro inanimato e impenetrabile.
Nella sezione “Vacanze al mare”, oltre alle onnipresenti ombre che incombono sull’ingenuità candida di un’anima bambina, se ne stagliano alcune sul bagnasciuga, in un saliscendi su cui si specchiano sagome umane, simbolo della vita, un lieve alito di vento, pronta in un attimo a svaporare. Si alternano anche immagini più immediate, ma per niente banali: scorci di albe, tramonti, pomeriggi assolati che lasciano parlare i colori, le pennellate accese di cromatismi perfetti, dove prende forma il concetto della piccolezza umana di fronte agli spettacoli della natura.
Ci sono, poi, “Frammenti urbani” e “Tranquilli controluce”, “Impressioni” e “Seaside Nightmare”, la sezione più curiosa del fotolibro. Qui, l’uomo si scompone in fasci di luce che ne incorniciano la sagoma scura, immortalandolo come un essere alle prese con il mondo terreno (su cui poggia i piedi) e l’eterno, a cui i riflessi, come aureole, tendono a proiettarlo.
Giancarlo Ballo, parla attraverso le immagini. Scatti che mettono in guardia sul pericolo di standardizzare le emozioni, nasconderle, trasformando il mondo in un palcoscenico di burattini. Foto che sono un’infinita poesia scritta mitizzando attimi della vita mai uguali, che svaporano non appena la pellicola ha avuto la fortuna di conoscerli e toccarli con la sensibilità del cuore. Una carezza sottile: la luce, il riflesso, il tramonto; leggero ed elegante un gabbiano che spicca il volo, rendendo animato un paesaggio apparentemente immobile e solitario; il gioco di bagliori e ombre che fa del buio un caleidoscopio di emozioni e del pieno giorno il momento per trovare, nelle superfici riflettenti, un diverso modo di vedere il mondo.
La consistenza scompare, resta il rovescio dell’apparenza. Le certezze si spengono di fronte a un’ombra che sembra minacciare ogni concreta deduzione. La natura si lascia leggere, accarezzare dall’obbiettivo, imprimere sulla pellicola per divenire un mondo sconosciuto, ma che porta allo scoperto mille motivi di riflessione, schegge di ricordi, un continuo intreccio di storie che ci vengono incontro. In lontananza, i suoni perduti di estati lontane, il profumo di stagioni in cui lo sguardo perso all’orizzonte significava una speranza.
Per dirla alla Pessoa, poeta portoghese della prima metà del Novecento, “Smarrisco l’immagine che vedevo. Sono diventato un cieco che vede. Tutto questo non è più la realtà: è semplicemente la vita”.
Tutto ruota attorno all’acqua. La vita, l’ispirazione, l’arte. Quella di Alberto Cristini, artista rodigino che da sempre si occupa di pittura, acquarello e che ha abbracciato anche la scultura e la poesia, è una passione che va di pari passo con questo elemento fluido, fonte di ispirazione, di emozione.
Di tele ne ha dipinte tante, altrettanto numerosi sono gli acquarelli e le sue traversate a nuoto dipingendo: da Loch Ness (2008) a Vancouver (2006), da Alcatraz nel 2004, alla Baia di New York (2005), fino allo stretto di Messina superato più volte a nuoto con pennelli e colori, senza dimenticare le analoghe iniziative che hanno avuto come teatro diversi laghi europei.
“Le traversate hanno coniato il termine ‘nuotopittura’; le ho pensate come un’immersione vera e propria nella natura e come un modo di poter creare un’immagine vedendola da un punto di vista diverso, non terrestre ma acquatico – dice l’artista -. In questi miei dipinti manca totalmente la presenza umana, ma è come se l’uomo ci fosse ugualmente, è sottinteso” spiega Cristini.
Con i piedi saldamente ancorati sulla terra ferma è stata invece realizzata l’ultima serie di quadri intitolata ‘Riflessioni in giallo’. “E’ il colore che conduce verso un particolare stato emotivo che io interpreto come ottimismo e simbolo di rinascita”.
Qui, il giallo è associato a colori scuri che servono per tracciare le figure, come se l’artista si rifacesse alla pittura giapponese dell’Ottocento. Il giallo, dunque, è l’elemento dominante. Il disegno, invece nasce grazie al segno scuro. “Gli ultimi soggetti che ho creato sono i pescatori, quindi anche qui l’acqua è protagonista – prosegue l’artista -. E’ forte sia il collegamento al nostro amato Delta, sia alle reti che rappresentano l’attesa di raccogliere nella realtà i pesci, nell’immaginazione ciò che di buono arriva dal futuro”.
Ma il primo ‘amore’ di Cristini resta l’acquarello, una passione legata alla ‘tecnica del non finito’, dove la parte sognata e la sensibilità di chi ammira le creazioni sono un tutt’uno con ciò che i delicati colori vogliono esprimere.
E le sculture? “La prima serie che ho creato, dal 2000 al 2005, porta il titolo di ‘Corpi nello spazio’ – racconta -. Si tratta di piccoli bronzi, figure umane, che ho portato in diverse mostre. Sono per lo più acrobati che si intrecciano nella loro tridimensionalità. Poi, ho scelto di dare un ulteriore connotato ai bronzi, con ‘Corpi in movimento’, quasi fossero colpiti da un vento che, travolgendoli, desse loro ancora più credibilità vitale. Così – prosegue Cristini – anche nell’aspetto interiore. Le figure femminili, inoltre, sono prevalenti, per la loro dolcezza”. si vince la staticità del bronzo, materiale pesante”.
Le figure di Cristini, dapprima di piccole dimensioni, sono oggi capaci di raggiungere grandezza umana. “La scultura è meno teorica e più concreta rispetto ala pittura – spiega -, prevale la manualità, quindi non è detto che scolpire sia più difficile che dipingere. Dipende da ciò che si vuol rappresentare e dall’esito avuto, alla fine, nell’opera, rispetto all’idea iniziale. Con la scultura – svela – voglio trasmettere il senso delle emozioni tipiche dell’uomo. Per questo ho scelto ad esempio di creare alcune maternità, oppure uomini pensierosi, o ancora altre immagini tridimensionali leggibili
Alberto Cristini ha nel suo denso curriculum di successi numerose mostre delle sue opere, in Italia e all’estero (Germania, Austria, Stati Uniti), e molte delle sue sculture sono presenti in vari spazi pubblici in Italia, tra le altre una scultura dal titolo “In riva al mare”, installata lo scorso anno lungo la via principale di Rosolina, vicino all’edicola.
Ma le arti figurative, per quanto fondamentali nella vita di Cristini, non esauriscono completamente gli interessi della sua multiforme personalità. Cosicché, ultima in ordine di tempo, ma sicuramente non d’importanza, si è sviluppata anche la passione per la poesia. E’ nata così la sua prima raccolta, intitolata ‘Gocce d’acqua e di luce’, una silloge che naturalmente richiama le atmosfere legate all’acqua, come ‘Ali di gabbiano’, ‘Sognando il Delta’ e poi ‘Barca’: “Lenta ti sposti / nel mare della memoria / una scia che velocemente si chiude / lasci / mentre lontano porti la mia angoscia”.
Liriche brevi, nelle quali c’è la musica della nostalgia, l’essenza della vita, la cronaca quotidiana, le stagioni, i sentimenti… tutto scorre veloce mentre gli occhi, a rilento, fotografano il ritratto di una realtà che, dopo un batter di ciglia, se ne è già andata.
Sono passati più di trent’anni da quando mi fu assegnata la sede di Scardovari per insegnare nella Scuola Media locale. Non considerando i 70 km di lontananza da Rovigo, i sacrifici, che si sono sbiaditi nel tempo, delle levate prima dell’alba, delle nebbie, dei ghiacci, devo dire che quei tre anni di permanenza in quella località considerata fuori dal mondo, sono stati straordinari per la ricchezza di umanità che ho trovato negli alunni e nella gente dell’estremo Delta.
L’anno scolastico
I ragazzi non erano troppo studiosi, tranne alcuni, che brillavano come perle rare, ma le famiglie, lontane da tutto, trovavano nella scuola un punto di riferimento per il futuro dei loro figli, dimostrando profonda gratitudine.
Ma l’anno scolastico laggiù non finiva a giugno. Come giungeva la primavera e il clima si faceva sempre più gradevole, gli alunni trascorrevano i pomeriggi a giocare sulle spiaggette o a cercare nidi fra i cespugli e piante selvatiche. Ricordo che, verso la fine dell’anno scolastico, quasi ogni attività di studio ormai veniva a cessare ed erano mattinate di gioia quando si andava in passeggiata a vedere i pescatori dalla pelle brunita e le mani segnate dalla fatica.
Ormeggiate le barche a riva, con abilità staccavano i pesci dalle reti, mentre noi, tutti intorno, ci divertivamo a osservare la separazione delle varie qualità in apposite vasche. I ragazzi con zoccoli ai piedi e asciugamani sulle spalle cercavano con impazienza di raggiungere la piccola spiaggia, e a stento venivano trattenuti da noi insegnanti dal lambire le deboli onde marine che andavano smorzandosi scintillanti e trasparenti sul bagnasciuga.
Ricordo ancora, in una splendida mattina di sole, l’incontenibile entusiasmo per quella meravigliosa biciclettata lungo la Sacca di Scardovari in lunga fila fino a Santa Giulia con sosta a Marina Settanta per il ristoro prima del ritorno. Che cuore grande quei ragazzi e quella gente della Bassa!.
Interessata sempre alla storia del luogo ovunque mi sono trovata ad insegnare, ricordo di aver fatto delle ricerche anche su questa parte incantevole del Polesine, di cui vorrei riportare qui alcuni cenni.
Cenni storici
Premetto che allora non esisteva alcun riferimento bibliografico che parlasse della storia del Basso Polesine e della sua evoluzione socio-economica, e che molto, se non tutto, ciò che si sapeva era piuttosto vago ed estremamente lacunoso. Molte delle notizie acquisite erano pertanto approssimative e, molto spesso, partono da dati pseudo-storici per sconfinare nella leggenda.
Fatta questa precisazione, sono in grado di riferire che i primi dati sull’umanizzazione del Basso Polesine risalgono al lontano 1715. In un manoscritto giacente presso gli archivi della “Fondazione Cini” di Venezia, si legge che il Doge Ruggero Dandolo demandava all’esperto “Idraulico” Giorgio Carrer l’incarico di portarsi nel territorio del Delta accompagnato dal cartografo veneziano Guglielmo Scarpa “per ricercar li limiti et disegnare una mappa della zona provvedendo at censire gli abitanti et inviarli a registrare presso la Serenissima Repubblica di Venezia li dati relativi alla ubicazione dei loro capanni, la consistenza del loro nucleo famigliare et il loro patrimonio essendo essa zona terra ad libitum hominum, ma subiecta al controllo amministrativo et fiscale della Serenissima”.
Dal rapporto Carrer-Scarpa risultava poi che “nella zona vivevano piccole comunità di pescatori et cacciatori di discendenza varia et, in generalitate, fuorilegge et perseguitati politici ibi rifugiatisi perché non controllabili da guardie et governi”. Ecco i motivi che hanno spinto alcuni uomini a cercare sede e dimora nelle zone emerse del delta paludoso e inospitale, assolutamente privo di strutture urbane e utilizzato dalla Serenissima solo come territorio di “confine politico e zona di caccia”.
Sempre dagli archivi della Fondazione Cini si ricava infine che: In anno Domini Millesettecentottantatre il Doge Pietro Vendramin assegnò in usufrutto possedimenti territoriali del delta dei fiumi Adige e Po alle famiglie “nobili” di Venezia per attività di caccia et coltivazione del riso.
Il 1783 è dunque l’anno in cui si verificò la presa di possesso di vari lotti di valle e terraferma da parte dei vari Venier, Tiepolo, Papadopoli, Camerini, Vendramin, Cester, Zuliani, Fasetti, Capello, Carrer, ecc., da cui deriva il nome di pressoché tutte le frazioni del comune di Porto Tolle.
Il documento considerato specifica inoltre che “….li terreni non assegnati in donatione at nobili Veneziani in forma ereditaria et tramandabile at ceppo cadetto potransi chiedere per acquisto di “avanzi” dalla popolazione stabile per importo simbolico di ducati dieci at fondaco Veneto (circa mezzo ettaro)”. Coloro – in realtà soltanto pochissime famiglie – che decisero di acquistare il loro territorio residenziale furono iscritti nei registri catastali di Venezia con la definizione, appunto, di “Avanzi”. E proprio da questo termine deriva l’attuale cognome di uno dei ceppi “base” della popolazione deltizia: gli Avanzo.
L’origine dei cognomi e dei toponimi
Insieme agli Avanzo figurano i Cacciatori (il riferimento all’attività esercitata è lampante); i Chiereghin (da Chierici, cioè incaricati dalle autorità religiose ad addottrinare gli abitanti del Delta in nome del Patriarca di Venezia); i Siviero (da Civiere: noleggiatore di civette, falchi e richiami per la caccia); i Mancin (coloro che pagavano e riscuotevano in nome del Doge i tributi della gente); i Greguoldo (coloro che erano autorizzati a “dipingere e adornare di greche ed imbiancature le povere case dei pescatori, nonché i casini di caccia e i casoni di valle dei nobili veneziani); i Garbin, che avevano dai proprietari veneti l’incarico di “garbare et mantenere navigabili i paradei e i canali di valle del Delta”; i Passadore, che avevano il compito di traghettare merci e persone dalla terraferma all’arcipelago deltizio. Arriviamo così alla zona che maggiormente mi interessava: Porto Tolle e Scardovari.
Porto Tolle è il nome non del capoluogo, come erroneamente si crede, ma di tutta l’area del comune che fa capo a Ca’ Tiepolo. Porto Tolle deriva il proprio nome da un porticciolo alla biforcazione del Po nei rami del Po di Venezia e del Po della Donzella. In questo porto venivano scaricate le merci della terraferma, soprattutto legname: le ‘tole’ in dialetto, che una pseudo-italianizzazione ha fatto divenire ‘tolle’; dunque tavole per costruire i casoni. Il legname veniva poi immagazzinato nell’immediato entroterra deltizio attribuendo il nome “Tolle” alla minuscola borgata dove viveva una piccola comunità di falegnami e carpentieri.
E proprio a questi ultimi si deve la costruzione di una barca da palude, a fondo piatto e dalla forma rudimentale: la scardova, da cui deriva il nome della frazione di Scardovari. Qui si sviluppò una comunità di pescatori che all’epoca esercitava la pesca valliva catturando pesci d’acqua dolce come carpe, tinche e scardole (e non scardove), che commerciavano insieme al riso a alla selvaggina, trasportando le prede al mercato di Tolle e addirittura di Porto Tolle. Da Scardovari prese il nome anche la Sacca, una vastissima laguna interna con un’apertura sull’Adriatico, dalla quale deriva appunto la denominazione geografica Sacca degli Scardovari.
Tra storia e leggenda
Così si fa risalire ad un fatto pseudo-storico il nome del Po della Donzella, detto anche della “Gnocca”, come è risaputo. La leggenda si mescola alla storia creando una poetica narrazione. Floriana Sullam, giovane ed erede del nobile ebreo Saverio Sullam (che ha dato il proprio nome ad una frazione del comune di Taglio di Po, Gorino Sullam), avrebbe dovuto sposare il nobile sessantaseienne Giustino Venier. Innamorata di un giovane veneziano nobile ma povero, all’imposizione paterna rispose con il suicidio, gettandosi nelle acque di quel ramo del Po, che da allora fu ricordato come il Po della Donzella. E Donzella fu chiamata la frazione di Ca’Farsetti nella cui golena fu ripescato il corpo dell’infelice “Donzella Sullam”.
L’anedottica bassopolesana contempla anche altri due fatti, in riferimento all’epopea garibaldina, in cui la storia si mescola alla leggenda.
Il primo narra che Garibaldi, inseguito dagli Austriaci, si rifugiò in un casone sperduto nella valle di Ca’Vendramin e poi denunciato agli Austriaci da un abitante di Porto Tolle. Quella spiata costò la vita a Ciceruacchio, al suo figlioletto e a due compagni che affrontarono gli Austriaci per permettere a Garibaldi di fuggire ad Adria, dove esiste ancora una lapide in Riviera Garibaldi, sulla facciata della casa che lo ospitò.
L’altro aneddoto recita che il colonnello garibaldino Marani, di Adria, fu colui che si incaricò, alla testa di alcuni patrioti bassopolesani, di organizzare la fuga di Garibaldi da Ca’Vendramin e di accompagnare l’eroe e i garibaldini prima ad Adria e quindi in luogo più sicuro.
Tornando alla realtà vissuta, il mio ricordo va ad un emblematico personaggio di Scardovari, indimenticabile per la singolare personalità: si chiamava Elleno Sacchetto ed era un anziano maestro, conosciuto e rispettato da tutti in paese. Era nota la sua passione per la cucina locale, di cui lasciò una serie di ricette in dialetto scardovaran-te, nelle quali si tramandano i sapori dei semplici prodotti locali caratteristici: pesce, ortaggi, frutta. I piatti di quell’antica tradizione possono competere con quelli confezionati dai migliori chef moderni, e ciò si può capire dalla forte passione dimostrata dal maestro nel dare minuziosi consigli per ottenere gustose pietanze quali, ad esempio, per citarne alcune: “Risoto de pesse valesan”, “Minestron”, “Fighi in potacin”, “Sardele bistecà”, ecc.
E, assieme alle ricette, ecco le regole “importanti” per il successo dei suoi piatti fornite dal maestro Sacchetto:
“Per far magnare da Cristian, ghe vole de la pasiensa e d’la passion, un fià de fantasia per condimento, onto de gombio… e tanto sentimento.
El cunsiero l’è bon se non l’è massa; meio, piutosto, ch’el sia scarso, un fià, cussì non ve fa male a la scarsela e po’ non ve fa mal gnanca al figà: oio, butiro, siola e sale fin, salvia, pevaro, sale, aio, osmarin.
Co gh’è ste robe podè far de tuto sia co la carne che col pesse fresco, coi salva deghi, quando ch’l’è staion, e ricordeve d’aver ghe del limon.
Ogni magnare el va coto a puntin: la pasta al dente, come pure el riso; la carne poco cota (prima la la gà da fare el sangue), rosolà, voltà e girà do volte nel cunsiero.
El pesse, ch’el sia fresco, ve lo racomando, el va ben coto, questo è proprio ver.
El pan fa’ manco male s’l’è biscoto e la polenta l’è meio brustelà.
Queste le regole base, sacrosante, semplici da ricordarse e miga tante.
Ma perdoneme ‘na malignità: prima de tuto…la bona volontà!”
Il maestro Sacchetto espresse anche in poesia l’attaccamento alla sua terra che dipinse con pochi tratti di penna come fosse il pennello di un pittore. La poesia “El Po” ne è un esempio palese:
In tel Po, l’acqua d’le volte la pare insucarà, e a ghè per l’arse, dei spin per metri a quantità, e in tel scolo del pigosso, a ghè tante cane fin de là, e po, su l’arse de Polesne ghè camin a quantità
chi passa de chi e de là, e per colpa de la piena, la draga lì ha scavà, e de sabbia l’ha ghè nà buttà, chel t’in quina meza vale, e l’arse l’è asfaltà per tutti i paesan. E in te la mensa de la Centrale ghè cinquecento e più cristian che da bassitalia i vien fin qua, e a ghè un busin tant piculin ches ciama el Bus del Canarin.
In questa poesia si scorge anche un pizzico di amarezza per una Centrale, quella di Polesine Camerini, che ricordo, negli anni in cui mi trovavo a Scardovari, fu oggetto di interminabili tensioni fra agricoltori e pescatori per l’impatto ambientale che determinò, causando un inquinamento non accettabile in un luogo particolare e unico come il nostro Delta.
In ogni numero di questa rivista si è parlato del Delta del Po, della bellezza suggestiva del paesaggio vallivo, dei problemi legati ad un fragile ambiente umido, delle trasformazioni economiche e turistiche del territorio, e mi è sembrato che anche questa mia memoria potesse giustamente trovare spazio, perché essa continua a vivere soltanto se espressa, altrimenti svanisce come il passare di uomini e cose.
Una volta eravamo in ton, adesso siamo in carne. Ovvero: una volta eravamo sani, mentre ora siamo appesantiti. Oppure: una volta consumavamo pesce (ma anche cerali diversi, verdure di stagione, uova) e ora consumiamo sempre più carne.
La cucina polesana della tradizione, al contrario, è sempre stata varia. Essendo la nostra una terra d’acqua, il pesce era di regola nei nostri piatti: gamberi, cavedani, tinche, lucci, storioni, etc. Però anche il suolo è sempre stato prodigo: di frutti, di verdure e di cereali di ogni tipo (si badi, non solo di frumento, altro cibo che, debitamente intensivizzato, ingigantito e “pompato” dai grandi produttori, tiranneggia l’alimentazione globalizzata). La carne, che si poteva trovare nei boschi, non era che uno degli ingredienti della nostra tradizione culinaria diversificata.
La domanda è: la non varietà, la non sostenibilità ambientale, ha raggiunto anche il Polesine?
Vediamo qualche “momento alimentare” dal nostro passato e compariamolo ad oggi. Uno dei piatti tipici della nostra tradizione era la polenta infasolà della Notte dei Morti: un piatto rituale in onore dei defunti che, tramite la connotazione sacrificale dei legumi, ricordava le persone scomparse e al contempo le ricacciava nella dimensione a cui appartenevano.
Qualcuno preparerà ancora la polenta infasolà nei giorni dedicati alle commemorazioni dei defunti? Quest’anno sono andata alla fiera di paese tenutasi per i Morti a Villadose: mia nonna mi ha pagato una piadina con la salsiccia. Quindi carne, e ancora carne (lo strutto), e frumento. Via il rituale, e via i legumi, e via il mais.
Una volta, quando si andava a trovare la nonna, in Polesine, quella ti dava degli sfurissi. Ad esempio, faceva i galiti, il mais saltato in padella. Oppure, si andava fuori e si prendevano quei pumi lazarin, pieni di semi e dal sapore un po’ dolce e un po’ acidulo, che per mangiarne uno ci voleva mezz’ora e che ora non si trovano più. Ora la nonna offre le patatine aromatizzate al bacon.
Un tempo i galiti li faceva anche il nonno a mulino, con quelle pannocchiette rosso-viola che oggi si vedono poco, se nessuno gli portava la cena. Se no, pescava qualche pesce da Po, o si faceva una pinza munara. Oggi, se uno è da solo, si cucina un hamburger, o una bistecca. Ci si cucina una bistecca anche se si è pigri: invece, una volta, a uno pigro si diceva “Pigrizia, vo-to panà?”. La panà era una zuppa.
Con l’arrivo della Pasqua e del periodo primaverile, un tempo, si compiva un rito divertente e comunitario per propiziarsi la benevolenza delle acque: si cuocevano le frittate sugli argini, affinché il fuoco allontanasse il male, e le uova, simboli magici in tutte le culture, dessero vita a raccolti e persone. Oggi ci si va ancora, a mangiare in golena, sotto Pasqua. Ma, per lo più, si fanno le grigliate: tagliate, costate, braciole.
Se uno andava a bere uno spritz, una volta accompagnava all’alcol qualche sarda in saore e qualche pignolo: oggi si degustano vol au vent con wustel. Se uno non mangia la pastasciutta, oggi, propongono: ti faccio una bistecchina.
Allora è vero: al posto del mais, dei legumi, delle erbe, del pesce, delle zuppe, dei frutti locali e delle uova, in Polesine, oggi, si mangia sempre più carne. Neanche fossimo dei novelli Carlo Magno, immolati alla gotta. Al di là delle battute, la carne era uno status symbol secoli fa, e lo sta tornando ora, seppur con una connotazione diversa. Mangiare carne, soprattutto bovina, è, di fatto, di moda.
Ai cultori del fitness, ma anche a chi tiene alla forma e alla salute, viene ripetuto, con frequenza a tratti inquietante, che consumare bistecche fornisce le proteine per avere un bel fisico, e “costruire massa”. Inoltre, le proteine bruciano i terribili carboidrati. Tutto ciò è vero, ma si sa che anche i legumi, o le uova, contengono proteine: però per questi ultimi alimenti non vi è altrettanto entusiasmo.
Le uova, tra l’altro, sono state oggetto di una campagna negativa in quanto piene di colesterolo: in realtà, pur fornendone circa l’80% del fabbisogno giornaliero, lo hanno solo nel tuorlo, e, tanto per dirne una, contengono lecitina, che facilita il metabolismo dei grassi e contribuisce a tenere sotto controllo il colesterolo stesso.
E’ tempo di tornare alle buone tradizioni ricordando tra l’altro che nel 1679 G. Agostinetti, autore di un manuale per fattori, descriveva il Polesine come “Terra di promissione che frutta a dispetto del mondo”. Oggi, indagini recentissime testimoniano che i bimbi polesani, in particolare i bassopolesani, sono i più obesi del Veneto. Se non ci riapproprieremo della nostra ricchezza alimentare, non saremo più sostenibili.
La maggioranza della popolazione agricola dell’intero Polesine era formata da braccianti che vagavano da una parte all’altra, a volte anche a notevoli distanze, con vanga e carriola, gli unici attrezzi che li qualificavano durante la quotidiana scorribanda alla ricerca di lavoro.
Vagantivi li chiamavano, cioè operai vagabondi, disposti ad andare ovunque li richiamasse un po’ di guadagno. Per un certo periodo furono detti anche vangativi, per via della vanga che portavano sempre con sé, per recuperare quasi subito l’appellativo di vagantivi, cioè ancora errabondi e vagabondi alla disperata ricerca del pane quotidiano.
Le squadre di ‘cariolanti’ partivano da lontano, molto prima dell’alba per essere nel far del giorno sul posto di lavoro, trascinando con sé sempre la ‘cariola’ e la vanga. A mezzanotte in punto si sente la tromba suonar, dice una popolare canzonetta a loro dedicata, sono gli scariolanti che vanno a lavorar.
Quando la squadra di cariolanti all’alba si riformava, il rotolio delle carriole sul selciato ingigantiva nella notte; i richiami si susseguivano nel buio, mentre gli uomini si inoltravano per sentieri mai tracciati su alcuna carta geografica. Solo i cariolanti sapevano orientarsi nella palude e nella campagna.
Al tempo delle bonifiche andavano a costruire argini ed arginelli. Con il fango della palude alzavano sul dosso appena affiorante uno sbarramento, un arginello, una deviazione per le acque, e nello stesso tempo, una scolina, un fossato, un avvallamento che a poco a poco prendeva la forma di scolo, di canale per fare defluire le acque dal terreno che intendevano bonificare. A volte solevano riempire depressioni, spianare dossi, a volte dune di sabbia, vecchie dune lasciate dal mare, quando il mare ricopriva questa pianura. Oppure erano impegnati a portare via i detriti che le numerose alluvioni lasciavano sulla campagna, o ancora erano occupati a ricostruire ciò che la furia della piena aveva distrutto.
Terra e acqua, acqua e terra, e ancora acqua e ancora terra, e i cariolanti in mezzo, baluardo contro la malaria, la desolazione, la morte, esseri destinati a sopravvivere agli stenti ed alla fatica, perché gli altri potessero vivere.
La testimonianza più evidente lasciata dai cariolanti in Polesine è lo scavo del Collettore Padano, meglio conosciuto da noi come el Scolon. Sullo scolon, tra l’800 e il ‘900, squadre di cariolanti lavorarono come formiche in un formicaio. Scavarono lo scolo per tutta la sua lunghezza, dall’Alto Polesine fino a Contarina, dove il condotto a Volta Grimana fu costretto a suttopassare, tramite un sifone, il Po di Levante per procedere in direzione del mare.
Un’opera quasi titanica per quei tempi, oggi con i mezzi tecnici di cui disponiamo di facile soluzione. Si faccia conto che una squadra di cariolanti poteva smuovere e sistemare in un giorno tanto terriccio quanto un caterpilar odierno potrebbe fare in meno di un’ora. E forse il divario potrebbe essere calcolato maggiore, se si tenesse conto della consistenza della terra, della distanza da percorrere, delle intemperie e della fatica stessa e di tutti gli inconvenienti che possono accadere nei cantieri dove si muovono grandi quantità di uomini.
Lo scolon invece è stato scavato tutto a mano, col solo lavorio di squadre di cariolanti. Li immagino scalzi, fino alle ginocchia nel fango e nell’acqua, affondare il badile (vanga da scavo) spingendolo nella melma con un colpo di piede sulla zanchetta, il vangile messo a giusta altezza affinché lo sforzo risulti sufficiente per la penetrazione. Sollevavano fette orribili, impregnate d’acqua e le lasciavano cadere nelle carriole dei compagni in attesa. La carriola, così riempita di melma, diventava sempre più pesante man mano che la giornata e la stanchezza si allungavano. Là sull’argine in costruzione altri compagni, con le spondine, o vanghe da sponda, formavano a poco a poco l’argine che si allungava lisciato e levigato al sole, mentre la terra perdeva acqua e si costipava.
Vai e vieni, vieni e vai, sali e scendi lungo i rudimentali camminamenti formati sul fianco dell’argine in costruzione; volta e rivolta la carriola, per ore e ore, tutto il giorno, finché permaneva la luce e resistevano le forze. A volte questi sentieri sul fianco del terrapieno erano resi più agili e sicuri da qualche sciabica (scorzo) di pioppo o da qualche rastrelliera di tronchi, per non scivolare giù, trascinati dal peso e dallo sforzo.
Quando il cantiere funzionava a pieno regime, si assisteva ad un lavorio strano di uomini, come quello delle formiche quando il formicaio brulica immagazzinando le scorte per l’inverno. I cariolanti salivano uno dietro l’altro, tra richiami ed imprecazioni, rovesciavano la terra e, come le formiche, ritornavano per altra via al punto di partenza per riempire di nuovo la carriola e risalire il camminamento fino i cima. Così per ore e giorni, in un circolo di fatica senza fine. Da quando suonava la tromba del capo alla mattina, fino alla sera quando la stessa tromba dava il segnale di sosta. Ritornavano alle loro case quando era notte fatta, ancora trascinando la cariola che continuava a rotolare creando quasi la colonna sonora di una sequenza, sempre uguale, di un film.
Non abbandonavano mai il loro attrezzo. No. La cariola restava con loro, sempre, all’alba quando andavano a lavorare, di sera quando tornavano dal lavoro. Sempre. La cariola non era solo uno strumento di lavoro, come tanti altri, che si poteva momentaneamente perfino abbandonare nel cantiere. Per i cariolanti era un prolungamento delle mani, delle braccia e dei muscoli, faceva parte del proprio fisico; era un’espansione del proprio spirito, del proprio essere. Era lo scheletro che si prolungava fino alla ruota e l’attrezzo viveva solo perché era quasi metabolizzato e riconosciuto dello stesso DNA. Era l’immedesimazione della fatica e del lavoro di ognuno. La riprova sta nel fatto che mai nessuno osava fare uso della cariola di qualcun altro, neppure per urgente necessità.
Ad un cariolante a cui era stato chiesto la ragione per cui si portava dietro sempre la cariola, “Sì, rispose, la potrei lasciare anche là in cantiere, ma dopo inond’è ca meto le man?”. Dove posso mettere le mani poi, se non ho la mia carriola dove posarle?