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Archivi: Articoli d’archivio

  • Letteratura Recitata

    Letteratura Recitata

    In ogni libro c’è una scommessa contro l’oblio, una sfida contro il silenzio. Perché i libri “sono segni di segni che raccontano cose”. E i segni che raccontano le cose, le parole cioè, uniche servono a costruire la tradizione.

    George Steiner sosteneva che il libro vince la sua sfida solo quando viene aperto di nuovo, quando c’è un uomo che legge. Vale la stessa cosa per le parole. Si riappropriano del loro valore, costruiscono la tradizione, solo in presenza di una relazione autentica tra chi racconta e chi ascolta. E Platone nel suo Simposio ci aveva insegnato che solo la Società in cui qualcuno con piacere parla a chi con altrettanto piacere ascolta va bene e progredisce.

    Riappropriarsi del piacere dell’ascolto, ritornare a sentire le parole con tutta la forza e l’intensità che ad esse appartengono sono le sfide per cui è nato il primo Festival della Letteratura Recitata. Tre giorni di letture ad alta voce, di riflessione sul valore della letteratura e della cultura, cui hanno partecipato attori, autori, intellettuali e uomini della politica.

    Tutto è accaduto nel primo fine settimana di settembre nel parco di una villa veneta del tardo Cinquecento, autografata dall’illustre allievo di Palladio, Vincenzo Scamozzi, e da tempo chiusa al pubblico: a Canda, piccolo paese, appena mille anime, nel cuore della pianura Polesana, lontano dai grandi circuiti turistici e dai grandi centri di promozione culturale. In fondo un’altra sfida dell’evento era appunto quella di mostrare che non esiste un luogo della cultura, ma che essa è dei luoghi e nei luoghi e delle persone che vi abitano.

    In uno spazio protetto dalla storia, tra gli alberi secolari e le statue barocche del parco di villa Nani Mocenigo, all’ombra di un grande cedro del Libano da cui pendevano le poesie di Montale, Ungaretti, Leopardi, Boudelaire, Rodari e di tanti altri – identificato per l’occasione come “Albero saggio”- il tempo è stato quello utile per la relazione, condizione necessaria perché chi racconta esista, in forza di chi ascolta. Dove i protagonisti hanno scelto di vivere la metafora del “viaggio”, file rouge di tutte le pagine lette.

    Il viaggio guidato dalla nostalgia di Itaca dell’Ulisse di Omero; quello avventuroso e coraggioso dell’Ulisse del Canto XXVI dell’Inferno che vuol “perseguir virtute e conoscenza”; il viaggio spirituale di Dante; quello del grande esploratore Marco Polo o della fantasia rivelatrice di Italo Calvino. Ma anche il viaggio sulla terra del Piccolo Principe arrivato per scoprire che “l’essenziale è invisibile agli occhi e che non si vede bene se non con il cuore”…Il viaggio di Alice nel Paese delle meraviglie, di Pollicino o di Pinocchio. Sempre e comunque viatici necessari per conoscersi e per ‘accogliere’ l’altro. Ma il viaggio è anche quello dei migranti che chiedono, disperati, aiuto e solidarietà.

    A salire a bordo della nave del primo Festival della Letteratura Recitata, salpata verso i lidi della nostra civiltà e della nostra cultura, intellettuali come Marcello Veneziani, giornalisti come Loris Mazzetti, politici come Marcello de Angelis e Fabio Granata, attori come Vasco Mirandola, Ferdinado de Laurentis, Cristina Chinaglia, Marino Bellini, Luigi Marangoni, scrittori come Mattia Signorini (vincitore del premio Tropea 2010), docenti universitari come Stefano Ferrari, Roberto Boccalon, Natalia Gennari…

    Tutti guidati dalle coordinate della passione, dello studio e della speranza, perché, come ci ha insegnato Italo Calvino, “ci sono due modi per non soffrire nell’Inferno dei viventi. Il primo nasce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è più rischioso ed esige attenzione ed apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa in mezzo all’Inferno non è inferno e dargli spazio!”

  • Ande, Canti e Bali

    Ande, Canti e Bali

    Come da programma, è stato tutto incentrato sul Po e sulle comunità dell’acqua il IX Festival di Musica e Cultura Popolare, svoltosi a Rovigo dal 10 a 13 settembre con anteprime la domenica e il giovedì precedenti. L’obiettivo: dare luogo a una festa, ad una ritualità, all’insegna della località curiosa.

    L’arte ha navigato sul Po nei secoli, sbarcando, per così dire, in ogni attracco e comunque portando con sé un tratto comune, una sonorità, un trillo, che coloro che hanno partecipato al Festival di Ande, Cante e Bali hanno avuto la possibilità di giocare a scoprire.

    Il Festival, organizzato dalla Minelliana con l’associazione Ande, Canti e Bali di Chiara Crepaldi e Paolo Rigoni, ed il sostegno di Regione Veneto, Provincia e Comune di Rovigo, è, appunto, un evento polifonico. Gruppi, cantanti, suonatori, musici e perfino cantastorie si susseguono, si alternano, imparano l’uno dall’altro, ma non si confondono mai sulle proprie origini.

    Un progetto importante quest’anno è stato quello di Sconfini Polesani, che ha visto il raggrupparsi di impegno, contributi e passione di una moltitudine di artisti. Il progetto, innanzitutto, ha visto la partecipazione attiva di una ventina di studenti del conservatorio impegnati a rileggere alcuni brani di musica popolare polesana. Gli insegnanti Salierno, Evangelisti, Ponzoni, e De Palma hanno coordinato i ragazzi e insieme hanno lavorato per sei mesi nell’orchestrazione di una dozzina di brani che hanno visto, tra l’altro, il coinvolgimento di una componente popolare costituita da musici di Calicanto e del gruppo Ande Canti e Bali.

    Le Mondine di Medicina sono un coro le cui componenti sono delle ‘dive’: storico ensemble di anziane mondine depositarie di un repertorio di canti di lavoro legati alla raccolta del riso, ma anche d’amore, come si conviene, hanno infatti partecipato ad alcuni film neorealisti. La risposta del pubblico alla loro esibizione è stata caldissima, quasi una standing ovation per rock star. Il commento alle loro canzoni, offerto dall’importante studioso Emilio Jona, campione in senso medievale della tradizione e della musica popolare, ha illuminato la platea, argomentando e circostanziando la presenza di gruppi così variopinti sulla scena. Emilio Jona è importante perché la raccolta di materiale etnomusicologico su supporto magnetico è, ad oggi, la prima testimonianza e tra le poche della cultura della canzone polesana.

    Hilde Frateur, che ha accompagnato le personalità precedentemente menzionate, invece è una presenza internazionale. Belga, si è specializzata nei canti della tradizione della pianura padana e del Po, dimostrando che il folklore del Fiume non è una mera ambizione localista.

    Gli altri gruppi del festival hanno apportato ognuno la propria specialità, il proprio cavallo di battaglia.

    Il duo Valla-Scurati, esibitosi sabato 10, è un fenomenale duo di Cegni che, con piffero e fisarmonica, da venti anni reinterpreta i balli tipici dell’area delle Quattro Province, ossia: gighe, piane, alessandrine, perigurdini, manfrine. Alle volte eseguono anche la povera donna, un pezzo che si balla e che si ricopre con interpretazioni simboliche e spesso malandrine, ma solo nei contesti carnevaleschi: la musica è funzionale alla festa e alla ritualità, non è decontestualizzata e fredda, come un saggio per addetti ai lavori.

    Un momento gustoso è stato la messa in scena de ‘La Magnifica Intrapresa’. La rappresentazione, diretta da Titino Carrara e impreziosita da Laura Curino, attrice e affabulatrice tra le più ricercate. E’ la storia di una impresa ardua, folle e geniale, che il sottotitolo Galeas per Montes fa intuire; autore del testo Paolo Malvinni. Questo lavoro si riferisce alla vicenda storica del 1439, quando un numero imprecisato di galee della Serenissima risalirono l’Adige perché i Veneziani, in lotta coi i Visconti di Milano, intendevano sorprendere il nemico facendo addirittura arrivare le galee nel lago di Garda attraverso le montagne

    I Tendachent invece sono un notevole gruppo piemontese di folk revival, erede della Ciapa Rusa, guidato dalla ghironda di Maurizio Martinotti. Presenteranno il nuovo cd “Arneis”.

    La grande orchestra a plettro “Gino Neri”, diretta da Stefano Squarzina, invece, dalla storia lunga e gloriosa, ha emozionato gli intenditori almeno quanto coloro che non sono tra gli addetti ai lavori: non capita infatti tutti i giorni di avere occasione di sentire cinquanta mandolini contemporaneamente.

    Vi sono poi state musiche itineranti, concerti notturni: partecipe ne è stato, tra gli altri, Gianni Buniolo, un vero cantastorie. Con il suo organetto a manovella, organetto di Barberia tecnicamente, e rulli di cartone, ha animato il centro storico e varie piazze suonando vecchi ballabili polesani che ha fatto trascrivere appositamente per questo strumento meccanico, sorta di antenato dei juke-box.

    Sono poi intervenuti i Suonabanda, un gruppo modenese specializzato nei balli staccati pre-liscio dell’Appennino tosco-emiliano, mentre il duo Alla Marcheselli appartiene ad una famiglia bolognese depositaria di uno stile detto proprio “alla Marcheselli”, in cui organetto e chitarra fanno rivivere con estro e virtuosismo i balli padani del dopoguerra, dal vago sapore neorealista.

    Durante il Festival sono stati addirittura proposti alcuni stage: uno di questi è stato condotto da Emanuela Di Cretico, diplomata al Conservatorio. Lì ha scoperto quella che sarebbe poi diventata la sua passione, la sua magia: l’ocarina, uno strumento antichissimo a fiato, attestato sin dall’antichità ma brevettato nella sua forma attuale alla fine dell’800 a Budrio.

    I Ràmada, infine, che, beneauguratamente, come molti gruppi leggendari, debbono il loro nome al caso, sono quattro giovani dalle ispirazioni celtiche che hanno deciso di esplorare le sonorità irlandesi come quelle del flauto irlandese, e del bodhran.

    Il Festival, dunque, ha ospitato gruppi animati da almeno un denominatore comunque: quello di avere solide radici con il letto del Fiume, ma anche un profumatissimo respiro internazionale.

  • Le “Feriae Volceiaene”

    Le “Feriae Volceiaene”

    Tornare a Buccino Volcei per la seconda volta è stato per la nostra “Associazione Danze Antiche e Antropologia Sociale dell’Antichità” di Villadose (RO), oltre che un piacere, un grande onore.

    Buccino Volcei è un bellissimo paese della provincia di Salerno, arroccato sul cocuzzolo di un’altura dei monti Alburni, con una vista sconfinata sulla piana verde del fiume Platano. Vera “Magna Graecia”, per la ricchezza del suo interessantissimo museo, intitolato al grande filologo e grecista Marcello Gigante e per il sapore dei suoi gustosissimi cibi: pane, olive e formaggio di pecora, che ricordano la vita semplice dei suoi antichi abitanti. Vera “magna Graecia” anche e soprattutto per lo spirito di accoglienza che viene riservato all’ospite, al quale si dedica tempo, protezione, aiuto e tanta cordialità.

    Tutto questo per dire che, tra le varie esperienze che come gruppo abbiamo fatto nell’arco dei 15 anni della nostra attività in diverse parti d’Italia e d’Europa, quella di Buccino ci resta particolarmente nel cuore.

    Il viaggio è lungo e impegnativo, circa 700 km., ma partecipare alle “Feriae Volceianae” per tre giorni, è una grande festa che ripaga ampiamente ogni sacrificio.

    Queste giornate, 16-17-18 di Agosto, volute dalla Regione Campania, dal Comune di Buccino e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici prevedono la replica serale degli eventi programmati, e, per quello che ci riguarda del Rito del Matrimonio. Rito che si celebra di sera in una cornice estremamente suggestiva, tra i ruderi di un castello normanno in vetta al colle (663mt.) con ai piedi le luci del paese e sulla testa il palpitare di un meraviglioso cielo stellato.

    Entusiasmo, partecipazione degli abitanti del paese, interesse e curiosità, tutto questo ha accompagnato le tre serate della nostra rievocazione.

    Secondo la tradizione – poco confermata dalle fonti storiche – l’imperatore Marco Aurelio Comodo, il crudele figlio del saggio Marco Aurelio, si sarebbe sposato a Buccino Volcei (una stele marmorea lo ricorda) con una bellissima giovane del luogo, Crispina Brutia, appartenente alla mobilissima “Gens Brutia”.

    A noi, rievocatori del mondo antico, degli usi e dei costumi romani, è stato offerto questo onore: riproporre questo importante avvenimento.

    Le fonti storico-letterarie riportano poche notizie che riguardano questa cerimonia, dicono soltanto che è stata celebrata con molta semplicità, nel 178 d.C..

    Considerando che tra le famiglie patrizie era forte la consuetudine di far celebrare le nozze dal Flamen Dialis (grande sacerdote di Giove) e spesso rispettando il rito della “confarreatio” (condivisione di una specifica focaccia di farro) abbiamo rievocato, spettacolarizzandolo, questo importante evento.

    Non so se siamo stati particolarmente bravi o se il luogo, la gente e l’atmosfera che lì si respirava, ci abbiano aiutati… so solo che per tre serate consecutive abbiamo avuto un pubblico numerosissimo, attentissimo e tanta e tanta soddisfazione.

    Ci siamo lasciati con la promessa di rivederci anche il prossimo anno.

  • L’arcobaleno

    L’arcobaleno

    ATTIMI BREVI NELLA SERA

    Un velo leggero offusca lo sguardo sperduto, rincorre immagini ingiallite dal tempo rivede stagioni di gioia, primavere di sorrisi, inverni di attese, tutto confuso nella tua mente malata e stanca.

    Vivono i tuoi occhi solo immagini antiche ricordi indistinti chiusi nello scrigno polveroso del passato.

    Ogni tanto un guizzo un balenio di luce ti illumina il presente

    Sono attimi brevi che agitano la mente. Leggo paura nello sguardo assente.

    Davanti alla finestra passa veloce la tua vita, invisibili danzano i giorni, dentro di te le ombre s’allungano nel rosso tramonto della sera

    NON ASPETTARMI STASERA

    E’ scesa da tempo la notte, preme il buio alla finestra con dita fredde impietose.

    Sul grande divano sdrucito, sotto un caldo piumino arancione, si agita una giovane donna: La lampada accesa diffonde luci d’ombre all’intorno, le parole crociate a metà una tazzina sul pavimento di cotto, la candela blù ha consumato lacrime sul piattino dìargento.

    La pendola antica spietata scandisce le ore: una, due, tre… tocchi, tre pugni violenti nel cuore ed ancora non viene da me. “Amore, ti prego, richiama! Lo sai che ti amo.

    Senza te non respiro, sono pronta al perdono.

    Rigano il bel viso lascrime silenziose, occhi gonfi nello sguardo smarrito, nelle tempie martella da ore una frase, incredula, continuo a sperare non sia vera. Poche parole, fredde, scandite, decise:

    Non aspettarmi stasera.

    NON BASTA UN CUORE

    Non basta un cuore per contenere le emozioni tutto l’amore che ho dentro di me.

    Un posto segreto, vorrei dove riporre i ricordi, i segreti di una vita.

    Si perdono i giorni in un labirinto infinito di rossori innocenti, delusioni e segreti sopiti, di limpidi azzurri, di desideri sussurrati nel vento.

    Non basta una vita per raccontare i sogni, svaniti e lontani: riposano su nuvole in trasparenze leggere. ai confini del mondo in spazi a me sconosciuti.

    Presenze invisibili palpitano in me, sensazioni tangibili avvolte in morbidi grigi sipari del tempo, là, dove tutto si perde e confonde

    in un unico nodo di odio-amore

    BOCCIOLO DI ROSA

    Un bocciòlo di rosa brunito, schiacciato fra pagine ingiallite, custodito fra versi di una poesia. Ti avevo portato una rosa, un giorno lontano, remoto nel tempo, per dirti con un fiore ciò che non sapevo dir a parole.

    Mi hai guardato in silenzio col capo chinato sul fiore per assaggiarne l’odore, un grazie a stento sussurrato, l’accenno di un sorriso sil viso, poi….ti sei immersa nel rifugio dei tuoi pensieri e tutto è finito in….niente.

    Quanto tempo è passato, quelle parole mai dette, ma solo pensate, son qui, raccolte

    in questo bocciolo brunito e ancora mi è dolce il ricordo di quell’amore cercato, sopito nel profondo di un giovane cuore che ancora non sapeva parlare d’amore

    NEL BIONDO DEI CAMPI

    Cerco un filo d’azzurro fra il grigio fumoso dei giorni vissuti, ad occhi chiusi traghetto la mente indietro nel tempo, quando ancora il cielo limpido rischiarava i miei giorni, quando lieve la carezza del vento mi scompigliava i capelli.

    Allora correvo felice fra i campi raccoglievo il grano maturo per comporlo in fasci leggeri d’amore, catturavo il calore del sole per riscaldare le notti d’inverno, la mia vita fanciulla riposava su una nuvola rosa alta nel cielo.

    Quando nuvole scure, rabbiose, quando il vento diventato nemico, hanno spazzato in un attimo i sogni, dissolto nel nulla ogni cosa, mi sono sentita perduta e sola.

    Allora, solo allora, ti ho ritrovata, discreta presenza da tempo sepolta nel buio profondo della solitudine. Sei sempre stata lì, paziente ad aspettare che mi ricordassi di te.

    Cara vecchia casa mia, nascosta nel biondo dei campi, fra i verdi germogli dell’uva, ancora mi abbracci e consoli come quando bambina solo in te mi sentivo protetta e sicura.

    L’ARCOBALENO

    Un arco iridato nel cielo unisce le due sponde del mondo, ponte d’aria e d’amore fra le anime morte verso l’eterno.

    Dischiude l’animo ad arcane visioni di piccole gocce di vita nascenti che, tremule ed incerte, affrontano l’ignaro cammino.

    Un lasso di tempo breve ed infinito, tra una goccia di pioggia e la fatua trasparenza dell’arcobaleno

  • Il respiro di marmo

    Il respiro di marmo

    La stazione di Rovigo è uno iato che si divide tra la zona dietro l’università e le propaggini dell’Adige. Lui cerca in ogni tasca il biglietto appena acquistato e, all’ultima fermata utile del suo giaccone, lo scova. Ghigna strano mentre oblitera ad una macchinetta triste deja-vu. La zona delle rotaie sembra un’idra che lancia tentacoli metallici nel buio. Fuma e aspetta paziente al binario 2, mentre attorno sferragliano i treni merci, convogli del passato inibiti agli umani, perché ciò che è stato non si cambia più.

    Il Pendolino da punto lontano man mano si ingrandisce e assume la forma di un tubetto di dentifricio, ma più nervoso. In tre ore e quaranta lo porterà a Roma.

    Lui non sa perché ha deciso di andarci davvero, forse solo perché lei, messo a letto il bambino, lo ha voluto sfidare. “Vai, che aspetti, è bella, anche se ha la bocca rifatta. Vai su, su”. Venti anni assieme sono tanti.

    Quando viaggia porta sempre con sé un po’ di musica e un buon libro. Di solito Bach e qualche autore greco. Viaggiare per lui è come andare sull’isola deserta, e sceglie i suoi compagni di viaggio come se fossero gli unici che potrà portare, come se fossero per sempre. E’ attrezzato per qualunque naufragio.

    Fuori si agitano impazienti Ferrara e le sue campagne umide, il ponte sul Po è un braccio del Meccano. A Bologna sale qualcuno. Un uomo d’affari si sistema come una faina, apre il portatile e inizia a amoreggiare col mouse. Una donna di colore siede con il bambino al fianco. Quando sorride illumina il finestrino con riflessi di smalto. Poi il piccolo si addormenta e lei prende a osservare là fuori un punto impreciso tra Barberino sul Mugello e l’Africa.

    Bach lo accompagna fino alle campagne toscane. Terra incredibile, anche al buio sei la più bella… le colline dolci ritagliano il profilo dell’orizzonte come una sarta abile.

    La stazione Termini pullula di sopravvissuti in itinere, una casbah di valigie indolenti come cammelli e anime sfocate che cambiano direzione all’improvviso, zigzagando nel nulla che trasferisce al nient’altro.

    Sara lo attende fuori (uscita Piazza Esedra), la sua Classe A ha il motore acceso. E’ davvero bellissima, come dicevano i suoi leccamonitor su facebook. La bocca non è rifatta, è proprio così… le si stampa immensa sulle guance. “ciao!”…

    Sembra di essere ancora sulle rotaie mentre lei guida nel traffico sicura. Lavora in banca, è donna in carriera. Mentre scavalcano Ponte Milvio lui istintivamente guarda giù, le acque del Tevere antico. Chissà se ci sono i coccodrilli, pensa, e sorride senza farsi vedere. Ti immagina mora e ancora bella che annaspi, i terribili alligatori di Vercingetorige hanno fame di italici, ma lui si getta, e con la sua spada sguainata e trionfante ti salva la vita, mozzando teste e code di rettile gallico. Salvatore attempato, appari infine, e imponi la tua forza di pace e buffo amore!

    Lei in macchina fa gargarismi di convenevoli “Ah finalmente sei qui…sapessi quanto… tu sì che… tu non sei come… mi specchio nella tua saggezza (glielo dice spesso, le piace arrotare la parola saggezza tra palato e incisivi)”. Parcheggiano a Trastevere, Roma profuma di gloria imperitura e aspettative.

    Il locale è chic ma tipico, ci vanno spesso i calciatori, alle pareti foto di idola in mutande. Al tavolo li aspettano due candele e la vista sul Flumen che scorre sornione poco sotto. Cominciano a parlare. Un brindisi, sorrisi (dio, è bella davvero!), una mano che si avvicina all’altra e si unisce. Si toccano per annusarsi. Lui è un po’ fesso nelle sue frasi tra il surreale e l’ironico (la corazza della battuta è baluardo amniotico), lei vuole fare colpo.

    E inizia, purtroppo, a dire. “L’incanto del sogno che scalda corpi che si vogliono… perché sai io ti ho capito nel profondo… anime che distillano essenze che lambiccano emozioni…”. Sembrano le frasi che scrive sui videoclip che gli piazza in bacheca, scatenando la funesta ira di misteriose Erinni occhiute.

    E continua… “Sento l’energia che mi fa vibrare all’unisono… lo senti anche tu questo Spiritus Mundi?”.

    Lui subisce per un po’ i deliri della nuova età (fatica anche solo a pensare alle parole “new-age”, preferisce perifrasare), poi si ricorda di quella volta in cui, chiacchierando con Matteo, avevano concordato nel definire la newwwwage come la vera pornografia del nostro tempo.

    E lei continua, continua….

    “Pulchra est, sed cerebrum non habet” dicono favole antiche, “è bella, ma non tiene testa”. Bella è bella, vuota è vuota: il vacuum in décolleté. Dopo venti minuti di minareti dell’anima e afflati mistici, lui si alza.

    “Un attimo, un attimo solo”. Circumnaviga la toilette, passa per il guardaroba a riprendersi il suo giaccone nero preso in saldo e se ne va.

    Fuori l’aria frizzante dell’inverno romano è una carezza. E’ libero e liberato. Sospira, finalmente felice.

    Conosce bene Roma (c’è stato mille volte, i parenti di sua madre ci abitano tuttora), si avvia con passo sicuro. Da lì tornare alla stazione è uno scherzo e un’ora a passo svelto. La città è ai suoi piedi, e la calpesta con gioia. Arrivare alla piazza del Pantheon è un traguardo, l’anima di piazze e palazzi e fontane è viva, e ancora sveglia nonostante l’ora.

    Avverte chiaro il respiro di marmo di colonne e statue.

    E’ felice, felice come un bambino. Scappato all’attenzione di tutti, quando ha aperto il barattolo di marmellata che lo guardava dalla credenza, ha scoperto che ancora preferiva la nutella, e ha lasciato cucchiaini e impronte e tracce del suo passaggio con gioiosa noncuranza. Cioccolata, dove sei? Starai dormendo credo, e io ti vorrei.

    “Lasciatela pure lì dov’è, non ve la ruberò la vostra marmellata, ho altri gusti. Mangiatevela voi” pensa. Poi si rende conto (ma lo sapeva già, ha solo voluto giocare per una volta con i treni e le stazioni) che non si è mai davvero innamorato di un’immagine, nemmeno fosse stata l’etichetta del barattolo goloso. E’ molto attratto invece dalle sostanze. Adora i cervelli e gli sguardi e le intese da gemelli. Cerca lo spessore, è esigente. E’ snob.

    “Pulchra est…” non fa per te, scemo, pensa, e ride. E la gente si gira e lo guarda: “E’ scemo”. E lui è totalmente d’accordo, ma ormai va bene così. Va bene tutto. E’ tardi ormai per cambiare e per viaggiare.

    Tra qualche ora partirà il primo treno utile per tornare, e sarà un altro tubetto di dentifricio insolente e volgare che scivola dentro l’Italia.

    Nel frattempo, avrà modo di salutare la sua amata, e lei un po’ assonnata si girerà immensa e solenne verso di lui e gli darà un bacio di addio, o arrivederci. Poi, si ricomporrà sul suo guanciale intessuto con sette colli, e si assopirà. Ciao Roma, ti amo.

  • Sulle tracce di Atlantide

    Sulle tracce di Atlantide

    Fino a non molti decenni fa l’idea prevalente del Polesine era quella di un territorio pressoché privo di storia, reso inospitale dal capriccioso girovagare dei fiumi, pronti a cambiare il loro corso dando vita a tremende alluvioni, una terra da evitare insomma, non degna di interesse.

    Poi, a poco a poco – grazie a studiosi impegnati e ad una sempre più agguerrita schiera di appassionati del territorio – ha iniziato a prendere corpo una nuova immagine: il Polesine come terra originale, con unicità di interesse storico e geomorfologico, in grado di suscitare attenzioni ed anche accendere un doveroso orgoglio di appartenenza rimasto troppo a lungo sopito. Le esposizioni museali diffuse su tutta l’area della provincia testimoniano chiaramente come, dalla preistoria ai giorni nostri, siano tanti i motivi di interesse, con la sottolineatura di come anche le narrazioni mitologiche aggiungano valore al territorio tra Adige e Po, ad iniziare dalla più nota quella di Fetonte.

    E a tempi veramente lontani ci porta ora lo studio di Luciano Chiereghin, uomo del delta affascinato dal mito di Atlantide, che avanza un’ipotesi suggestiva: Platone parlava del Polesine.

    A questo proposito Luciano Chiereghin è molto cauto. Ovviamente non desidera passare per un visionario o un millantatore, ed ha esposto le sue convinzioni in un volume, intitolato “Atlantide al microscopio”, scritto a quattro mani in una sorta di contradditorio con la conterranea portotollese Selene Doni, giovane laureata in filosofia interessata alle opere di Platone.

    – Un libro a forma di dialogo. Come mai?

    “Io e la mia ‘complice’ professoressa Selene Doni, eravamo partiti con l’intenzione di scrivere un articolo da pubblicare su qualche rivista specializzata in materia, così ci siamo messi al lavoro. Lei mi faceva delle domande e io dovevo rispondere, ma siccome la sinteticità non è il mio forte, ne risultò uno scritto corposo.

    – Come è nato il suo interesse per Atlantide, la città perduta di cui ci parla Platone?

    “Fino a dieci anni fa, per me Atlantide altro non era che una affascinante favola, motivo per sognare alla visione di un film o di un documentario sull’argomento. E Platone altro non era che uno dei maggiori maestri del pensiero dell’antichità studiato a scuola. Insomma, la cosa, non mi stimolava più di tanto, finché un giorno, scoccò in me una scintilla: mi ero imbattuto in un passo del ‘Crizia’ di Platone riportato in un libro sul popolo celtico, dove era descritto il territorio di Atlantide. Dapprima rimasi un po’ perplesso ma poi iniziai a pensarci”.

    – Ha dunque iniziato a pensare che l’antico Polesine potesse essere stato la culla della misteriosa civiltà di Atlantide. E’ così?

    “In effetti più rileggevo il passo di Platone, più mi sembrava che la descrizione potesse riferirsi alla nostra terra. Questo pensiero mi tormentò per vari mesi”.

    – E perché proprio il Polesine e non altri luoghi?

    “Vede, il Polesine è la mia terra che per un trentennio mi sono dilettato a studiare a fondo, utilizzando libri, riviste e cartine antiche, ma libero da qualsiasi filtro. Le conoscenze storiche, da me acquisite, mi hanno permesso di interpretare meglio i passi del ‘Crizia’ e del ‘Timeo’ di Platone ed ho notato che erano compatibili con le peculiarità della Pianura Padana. Infatti lui descrive una pianura con molti fiumi, laghi, paludi e terreni meravigliosi che permettevano più raccolti all’anno. E siccome dice anche che questa pianura è circondata da tre lati da bellissime montagne e da un lato dal mare, questo mi ha convinto di essere sulla strada giusta. Platone dice poi che la metropoli degli Atlantidi era ubicata a 50 stadi dal mare e collegata allo stesso, tramite un lungo canale di porto. Considerando ora che al tempo dei greci antichi il mare Adriatico, di fronte al Po, aveva il suo litorale lungo la linea delle dune fossili, ho semplicemente riportato la distanza di 50 stadi verso l’entroterra e ho fissato un punto sulla carta geografica, di poco a ovest di Adria, in una zona che ha una forte depressione altitudinale, rispetto a quelle limitrofe. E, come non bastasse, questa zona depressa presenta una forma pressoché circolare, le cui dimensioni corrispondono a quelle dell’acropoli citate da Platone. Quindi non ho scelto a caso quel sito, ma ho semplicemente seguito le indicazioni del filosofo e non vedo il motivo per ignorare indizi così importanti e stimolanti”.

    – Nel suo scritto Lei afferma che non sarebbe deluso da una smentita della sua tesi perché…

    “Mi aspettavo una simile domanda. Faccio una premessa: ho letto molte teorie su Atlantide, ma tutte sono state sistematicamente bocciate dalla critica e la mia subirà probabilmente la stessa sorte. Però, ho notato che queste bocciature sono basate solo sul fatto che si dice che Platone abbia inventato una favola, e che la sua morale sia un disperato tentativo per salvare la Grecia dalla decadenza. Io non ho titolo per contraddire tali opinioni, ma mi viene spontaneo pensare che il solo fatto che non vi sono testimonianze o documenti storici che comprovino l’esistenza di una tale civiltà, non può da soloa precludere a priori che questa civiltà non sia esistita. Insomma mi sembra che molti non vogliano vedere perché prigionieri di collaudati schemi mentali. In ogni caso non resterò deluso da una eventuale bocciatura, perché per me è stato un percorso molto interessante: da quando ho cominciato a interessarmi di Atlantide, ho acquisito un grandissimo bagaglio di conoscenze personali, e queste per me sono un motivo di grande soddisfazione. A me basta solo di non essere considerato un visionario”.

    – In un prossimo futuro ci sorprenderà con una nuova iniziativa editoriale?

    “Non so se sorprenderò, ma di certo so che sto lavorando ad un secondo libro, anch’esso sotto forma di dialogo e non sarà altro che la continuazione del primo. Nasce dal desiderio di confermare – citando documenti storici, esponendo argomenti tecnici, calcoli matematici, pensieri filosofici e leggende mitologiche – che Platone, nella sua Atlantide aveva come riferimento proprio la Pianura Padana e il Polesine antichi. Sarà un intreccio di argomenti, avente come scopo il supportare le ipotesi già formulate nel primo libro. Per ora non posso dirle di più. Ma voglio fare un cenno al fenomeno della voragine apertasi improvvisamente nel suolo di Polesine Camerini nel 1952, che improvvisamente inghiottì una sonda metanifera; fenomeno ricordato fra l’altro in un articolo del Gazzettino del 15 settembre 2005. Ebbene, posso anticipare che l’anziano Dottor Aldo Bonifazi, che a quel tempo era l’incaricato dell’interramento di quella voragine, dopo aver letto il mio libro, mi ha fornito tutta la documentazione relativa a quello sprofondamento che allora si credeva fosse causato da una sacca di metano, messa in collegamento con l’atmosfera dalla trivella. Oggi si sa per certo che quello sprofondamento è stato causato da un fenomeno naturale, che di solito si verifica nei terreni alluvionali ed è ben conosciuto dai geologi seri con il nome di “Liquefazione”. Non mi chieda quando il volume sarà pubblicato, perché confido in qualche editore o in qualche fondazione che sostenga l’iniziativa, data la mole del libro, che supera le 350 pagine”.

  • Il colore del tempo

    Il colore del tempo

    Un curriculum inesauribile di impegni, premi, riconoscimenti. Un amore smisurato per la letteratura. Una mente sempre in movimento, che sforna storie, racconti, ma anche attenta a ‘non buttare mai via nulla’, capace di rispolverare vecchi quaderni scritti di pugno, (non con tastiera e davanti al video, ma ancora romanticamente ‘vecchia maniera’, la più efficace), e scovare nel passato il rinnovato senso della vita, dell’amore.

    Parliamo di Loredana Capellazzo che ha all’attivo vari apprezzati lavori letterari, tra cui ricordiamo innanzitutto il romanzo “Perché si ruba un angelo”, ed. Pellegrini, Cosenza ‘99, ispirato alla statua dell’Angelo della tomba di Canova ai Frari; storia di una giovane donna in crisi, di angeli e di palestinesi. Un libro che ha avuto vari importanti riconoscimenti, tra cui il secondo premio Concorso letterario Internaz. ‘Premio San Valentino’, XXX ediz. 2000 Terni, e il conferimento del titolo dell’Accademia Valentiniana, e che è poi risultato vincitore assoluto Premio Lett. Europeo ‘Muguel Cervantes’, Città di Barcellona 2000.

    Significativi anche i riconoscimenti per altri suoi lavori quali i romanzi “Buck e Signora” e “Lettera firmata”, e le raccolte di racconti “Il Cavaliere fulvo ed altri incantamenti”, e “Stelle basse”.

    Loredana Capellazzo, scrittrice rodigina, laureata in Lettere Moderne all’Università di Padova, più che di sé ama parlare del proprio affiatamento letterario con l’amica mai dimenticata Paola Trivellato, scomparsa poco più di un anno fa, con la quale ha condiviso la passione per la letteratura e l’esperienza quotidiana di una donna nel mondo d’oggi, capace di esprimere, attraverso il romanzo, il valore dei sentimenti.

    “Con il volume ‘Il verde delle foglie nuove’, – sottolinea Loredana – io e Paola abbiamo chiuso la trilogia “Il colore del tempo” di cui fanno parte ‘L’oro del grano’ e ‘Il rosso del dolore’. Un impegno decennale, iniziato nel 1999 conclusosi nel 2008, che ha dato vita a tre volumi scritti a quattro mani, a suggellare un’amicizia nata i tempi dell’università e continuata con scambi frequenti di libri, opinioni, esperienze personali e familiari.

    – Come è nato questo desiderio di scrivere ‘in compagnia’?

    “Ad un certo punto della nostra vita ci ha preso il desiderio di tornare a lavorare insieme, come era stato per le tesi di laurea, quando, parecchi anni fa, affrontammo un argomento simile, legato alla storia della nostra provincia. La voglia di vivere in modo diverso la nostra amicizia tornando a scrivere insieme era rimasta a lungo repressa per motivi contingenti (lavoro, famiglia, ecc.) ma, superati alcuni ostacoli, abbiamo finalmente concretizzato progetti, idee e sogni e cominciato l’abbozzo di questo nostro romanzo in tre puntate che ci ha a lungo impegnate. L’amore per la terra in cui siamo nate e cresciute e la comune passione per la storia ci ha guidate nella scelta dell’ambiente e dei personaggi che direttamente o indirettamente avevamo avuto modo di conoscere attraverso lo studio, i racconti di nonni, genitori, amici e l’esperienza personale”.

    – La prematura scomparsa dell’amica e compagna di tante esperienze la ha portata ad ideare scorsa primavera un progetto letterario destinato a valorizzare, nel tempo, gli scrittori locali, in collaborazione con la Brigo editore. Ne è nato il libro ‘Succo d’amore’…

    “Un’iniziativa nata per ricordare Paola, ma che spero avrà ulteriori sviluppi. Ho scelto le poesie inedite scritte da Paola, l’organizzazione del testo è stata di Gianpaolo Gasparetto, proprietario di Ca’ Cornera, esperto d’arte e appassionato di letteratura, il primo a leggere le liriche di Trivellato. Il libro, si divide in diverse sezioni: ‘Musica cosmica’, ‘Richiami dell’anima’ e ‘Scintille d’amore’, oltre a una nota al testo di Gasparetto e dell’ultima parte intitolata ‘Lettere a Paola’, dove il dialogo con l’amica scomparsa prosegue nel tempo. In ogni copia del volume è inoltre inserita un’opera formato cartolina di Roberto Antico, artista dei legni del Po, amico conosciuto a Ca’ Cornera”.

    – Da non dimenticare poi il suo impegno come animatrice di iniziative culturali. A questo proposito, come proseguono i laboratori creativi tenuti alla Biblioteca Carlizzi di Rovigo?

    Nel laboratorio di scrittura creativa, curati dall’associazione Barbujani, dopo la scomparsa di Paola, è subentrata Roberta Fava per darmi una mano. Lavoriamo fianco a fianco e otteniamo immense soddisfazioni: lei si occupa di poesia, io più di prosa e ci alterniamo con gli incontri. Gli scrittori che seguono il laboratorio, negli ultimi due anni hanno fatto un vero salto di qualità: partecipano a concorsi a livello nazionale e internazionale e vincono quasi sempre”.

    – Ci parli dell’ultima sua esperienza letteraria nata dalla collaborazione con Roberta Fava…

    Il romanzo, dal titolo “La rosa d’argento”, è una storia emozionante, che si snoda tra sentimento, mistero e sogni. Il non semplice tema della reincarnazione è soltanto un pretesto per ritrovare i protagonisti avvolti da visioni oniriche, inquietudini e tormenti. Abbiamo intrecciato passato e presente, colori, suoni, profumi, sensazioni imbrigliati per le strade e i palazzi di Madrid, i giardini e le chiese di Lisbona, le calli della Laguna Veneziana, le nebbie e le suggestioni del Delta, il tutto condito con ‘i luoghi dell’anima’, con lo scenario del Delta del Po, tra le ville storiche e la rievocazione del poeta inglese Lord Byron che per un periodo della sua vita ha vissuto nella nostra terra. Dopo questa prima esperienza, io e Roberta abbiamo iniziato a lavorare a un nuovo romanzo a 4 mani, in cui vogliamo esplorare i confini del normale e del paranormale, naturalmente sempre partendo da una storia d’amore…

  • La “Casa” di Polesella

    La “Casa” di Polesella

    Non c’è più. Non c’è più dal 1983 la casa sull’argine di Polesella. Nel 1989 ho pensato di pubblicare un libro intitolato “La Casa”, dedicato alla singolare abitazione nota anche come “La Chiavica”, situata sul Po, verso Garofolo, sul Molo Micheli. Una dimora a cui ero molto legata: era la casa della famiglia di mia madre, la famiglia Gennari, che l’ha abitata per circa cinquant’anni.

    Il libro “La Casa” è costituito di sole immagini, foto e disegni di quell’edificio scomparso, vissuto come “simbolo”, pensandolo dal punto di vista psicologico più che da quello storico. Questo per il grande fascino che aveva ai miei occhi, e che si basava sulla sua “forma” alquanto originale, e sulla lontananza da ogni centro abitato; aspetti questi che ne rafforzavano il mistero e l’ambiguità. Al momento della pubblicazione del volume la casa era sparita da sei anni, ma era come se “ci fosse ancora”, come se avesse lasciato il proprio fantasma in modo che, passando per la Statale 16, si avesse l’impressione che, ancora, dominasse il paese dall’alto.

    Adesso sono trascorsi ventisette anni, c’è un intera generazione che non l’ha mai vista ma, soprattutto, se ne sono andati quasi tutti coloro che nella casa hanno dimorato: i miei nonni non ci sono più, ed anche i miei genitori sono morti, io ho una certa età e molta nostalgia: vago tristemente nell’oceano della nostalgia.

    E’ forse il momento giusto per raccontarne la storia, così come la conosco io.

    La casa aveva circa cento anni, essendo stata costruita nella seconda metà dell’ottocento e demolita nel 1983. Era conosciuta come “la Chiavica” o, meglio, in dialetto, “la Ciavga”, perché eretta nei pressi della Chiavica Ferrarese, il manufatto tramite il quale il canale Poazzo si gettava nel Po. Attorno al 1909 il Poazzo è stato deviato e la Chiavica Ferrarese è stata semplicemente “interrata”: questa falla sotto la casa, in seguito all’Alluvione del 1951, è la causa della demolizione per rinforzare gli argini.

    La Casa era un massiccio e poliedrico caseggiato sulla sommità dell’argine, un luogo ideale per il commercio: nasce come “pizzicaria” cioe’ rivendita di formaggi, poi, nel 1920, quando mio bisnonno Giuseppe Gennari l’acquista, era già un’osteria.

    La mia famiglia ne allarga i commerci e, come dicono le scritte, diventa: alloggio, trattoria, e spaccio di commestibili. Inoltre, scendendo una scaletta, c’era la bottega di un barbiere, mio nonno Ugo Gennari; uno spazio questo che poi fu utilizzato da suo fratello sarto per confezionare e commercializzare abbigliamento maschile.

    Accanto alla denominazione “Ciavga” abbiamo anche quella “da Canon”, il sopranome con cui era conosciuta la famiglia di mia madre.

    Questo composito emporio rivestì una notevole importanza fino all’alluvione, dal momento che la via dell’argine del Po era la strada principale tra Rovigo e Ferrara. Dopo l’alluvione si costruisce la Statale 16, così la “Ciavga” rimane isolata come un’affascinante cattedrale nel deserto. Ma mio nonno non si dà per vinto e punta sulla “trattoria” e, per incrementare gli affari, fa costruire la mitica terrazza con magica vista sul Po.

    Sono gli anni in cui ho conosciuto la casa, cioè dalla mia nascita nel 1955, al 1970, anno in cui i miei familiari, ormai anziani, si trasferiscono in un appartamento del centro, affittando la casa ad altri.

    Il motivo della mia grande frequentazione della casa sta nel fatto che i miei genitori con me, andavano là molto spesso per aiutare i nonni, soprattutto nei week-end estivi, molto affollati da clienti alla ricerca della specialità della casa cioè: “l’anguilla” ai ferri, in umido, fritta.

    Tra la Casa e l’arte si sviluppa una forte relazione a partire dai primi anni quaranta, quando diventa set di alcune scene del film di Luchino Visconti “Ossessione”, con Clara Calamai e Massimo Girotti. Il film d’esordio del grande regista considerato il primo film “Neorealista”. Dopo l’Alluvione, nel 1956, diviene set di una cooproduzione italo-tedesca: “Uragano sul Po”, con Maria Schell e Raf Vallone.

    Nel periodo che conosco meglio, cioè gli anni Sessanta, le persone che affluivano alla trattoria quasi sempre avevano una macchina fotografica, qualche volta tele e pennelli. Alcuni si sono fermati alcune settimane per ricercare un’ispirazione poetica.

    E’ molto difficile una catalogazione di opere d’arte ispirate dalla casa. Fra i numerosi quadri che la ritraggono possiamo ricordare una “serigrafia” del pittore ferrarese Nemesio Orsatti (1912-1988) tratto da “La mia Polesella perduta” di Rubis Zemella.

    Così, sganciata da strade e altre case, era un altro pianeta, in cui rifugiarsi da una vita che già iniziava a farsi stressante.

    L’unico neo in quel paradiso era il “problema” che si riaffacciava ciclicamente nelle parole del nonno: “…dicono che è già decisa la demolizione di questa casa, è solo questione di tempo…”. Quanto sentivo queste parole mi venivano le vertigini e mi sembrava di sprofondare nel Po.

    La casa mi piaceva molto, nonostante la mia giovinezza. E non mi stancavo di visitarne le numerose stanze dalla soffitta alla cantina, e tutto l’ambiente circostante, passando per la terrazza e la discesa verso il Po. Mi consideravo fortunata di avere libero accesso a questo “castello” sul Po.

    Quando i miei hanno lasciato la casa, l’ho lasciata anch’io, nel senso che dal 1970 al 1983 ci sono andata una sola volta poco prima che fosse abbattuta. Volevo conservare il ricordo di un edificio non ancora fatiscente, centro ideale della famiglia e della mia stessa identità.

    L’Alluvione si è verificata nel1951, la demolizione della casa è stata decisa da subito, ma è stata protratta nel tempo. Lentamente sono stati eseguiti i vari lavori di rinforzo degli argini e di ammodernamento del paese come la costruzione de ponte nuovo nel 1980, in sostituzione del pittoresco ponte in chiatte. La demolizione della casa è stato l’ultimo lavoro, a trentadue anni dall’Alluvione, trentadue anni in cui ad alcuni è stato regalato il privilegio di conoscere il fascino e il mistero di quella vecchia casa cioè la sua “illusione”: non morire mai, la quasi convinzione di ingannare un destino inesorabile impersonato dal “Magistrato del Po”.

    A ventisette anni dalla caduta, la disillusione è durissima, proprio per l’eleganza della cornice in cui eravamo inseriti io e la mia famiglia. “Ciò che si verifica una volta è come se non fosse mai accaduto” (einmal ist keinmal, da un proverbio tedesco) è il giusto epitaffio per quella casa, per i miei ma, soprattutto, per me.

    Adesso passando sull’argine, di fronte al molo Micheli, penso molto vagamente a tutto quello che vi era costruito sopra, a tutte le persone che hanno conosciuto l’atmosfera particolare di quel luogo, e per così tanti anni…

  • Antonio Gaspari, architetto

    Antonio Gaspari, architetto

    Nella galleria dei personaggi illustri legati al Polesine – per aver lavorato e vissuto tra Adige e Po almeno una parte della propria vita – dobbiamo inserire un architetto alquanto famoso che operò prevalentemente a Venezia a cavallo tra Sei e Settecento. Il suo nome è Antonio Gaspari e, per quanto riguarda la sua attività professionale in Polesine, operò soprattutto presso la villa Morosini di Polesella, attribuita, da una tradizione mai comprovata, a Vincenzo Scamozzi.

    La scoperta è avvenuta partendo da una consultazione dell’archivio parrocchiale di Castelguglielmo: siamo rimasti incuriositi dalle notizie riguardanti un personaggio sepolto nella chiesa del paese nell’anno 1748. Due aspetti hanno attratto la nostra attenzione: innanzitutto il fatto che quest’uomo sia stato sepolto proprio nel principale edificio sacro del luogo (e non nel camposanto come tutti gli altri) e poi perché nel “Registro dei Morti dal 1740 al 1780” il suo è l’unico nome preceduto da “Sig.”.

    Queste due particolarità fanno supporre che si trattasse di un personaggio ritenuto meritevole di un trattamento di riguardo. E le ricerche effettuate ci hanno dato conferma.

    Come detto, si tratta di Antonio Gaspari, architetto che ha goduto una certa fama negli ultimi due decenni del 1600 e nella prima metà del secolo successivo sia a Venezia che in altre città del Veneto.

    Sulle vicende della sua vita non siamo riusciti a trovare molte notizie, anzi, spesso, nelle diverse fonti consultate, ci siamo imbattuti in informazioni contrastanti tra di loro. Ciò che è certo è che Antonio Gaspari era figlio di Giovanni, un perito e architetto veneto del quale non si sa nulla. Poiché anche uno dei figli di Antonio, Gian Giacomo, risulta architetto, si suppone che questa fosse una professione tramandata di generazione in generazione nella famiglia.

    Un altro figlio di Antonio, Giovanni Paolo, vissuto in Germania (morì nel 1775 a Monaco di Baviera), era “pittore prospettico e scenografo”, dunque una famiglia legata all’arte e all’architettura.

    Del “nostro” Antonio Gaspari non è nota la data di nascita. Stando alla nota del Registro dei Morti, in cui si legge che è deceduto nel 1748 a circa 83 anni, dovrebbe essere nato nel 1665, ma probabilmente alcuni anni prima se lo troviamo già attivo nel 1684. Si dice che sia venuto al mondo a Venezia ma, poiché firmava le sue opere “Antonius Gaspari venetus” si suppone che non fosse proprio veneziano. Qualcuno prospetta che fosse del Rodigino, visto che aveva delle proprietà a Castelguglielmo.

    Ecco dunque i punti sicuri del legame di Gaspari col Polesine ed in particolare con Castelguglielmo: le proprietà e la sepoltura. Possiamo inoltre affermare con certezza che, verso i sessantacinque anni (attorno al 1725-30), si trasferì nel paese in riva al Canalbianco, “dove già stava il suo genero Antonio Adami”.

    Si deduce pertanto che l’architetto Gaspari a Castelguglielmo aveva una figlia, un punto di riferimento importante con l’avanzare degli anni. Il trasferimento a Castelguglielmo viene infatti attribuito “all’età o all’impossibilità fisica di continuare il lavoro, oppure al desiderio di vivere in campagna per dedicarsi all’amministrazione dei propri beni”. Fatto sta che il nostro architetto a Castelguglielmo visse almeno una ventina d’anni, ed in questo arco di tempo dovette lasciare un buon ricordo. Cosicché la comunità locale, orgogliosa di aver avuto un concittadino così importante, ritenne di ricordarlo assicurandogli una sepoltura di riguardo all’interno del tempio del paese.

    Se scarsi sono i dati relativi alla biografia di Antonio Gaspari, più interessante risultano le note relative alla sua attività artistica e professionale.

    La sua prima formazione avvenne al fianco di Baldassarre Longhena, col quale collaborò più volte e, dopo la sua morte avvenuta nel 1682, portò a termine i lavori che il celebre architetto aveva lasciato incompiuti. Collaborò anche con l’architetto veneziano Andrea Tirali, suo coetaneo, con il quale però a volte si trovò invece antagonista nell’assegnazione dei lavori.

    Il Gaspari lavorò per molte famiglie patrizie veneziane: i Nave, per i quali edificò la piccola chiesa di famiglia a Cittadella, i Morosini, i Michiel, i Pesaro, i Bon, i Giustinian, i Farsetti, gli Zane, i Gozzi, i Lezze, gli Zenobio, il doge Silvestro Valier che lo chiama “Proto di Cà Morosini di Santo Stefano”. Appare evidente, quindi, come egli fosse profondamente inserito nell’ambiente artistico veneziano di quell’epoca.

    Importante per la ricostruzione dell’opera e della personalità del Gaspari è una serie cospicua di disegni di architettura, relativi ad edifici (sia di Venezia che di altre città) che progettò di ampliare o ristrutturare; fabbricati sia civili che religiosi per i quali spesso non riuscì ad ottenere poi l’assegnazione dei lavori perché affidati ad altri architetti.

    Circa trecento suoi disegni si trovano presso il Civico museo Correr di Venezia (stranamente conservati, al contrario di quanto avvenne invece per i progetti degli altri architetti dell’epoca, quasi totalmente dispersi). Tra questi sono presenti alcune piante e sezioni relative alla chiesa veneziana di S. Marcuola nella quale i lavori per la cappella maggiore erano in pieno corso nel 1684. Per questo si presume che l’esordio effettivo del Gaspari sia avvenuto intorno a questo anno. Per i suoi elaborati viene considerato l’ideatore di tutto l’interno della chiesa. Essi richiamano l’esuberanza del Bernini, che ripropone anche nel progetto della chiesa di S. Moisè, come pure nell’altare maggiore di S. Marziale, mentre negli altari barocchi posti ai lati di questa chiesa si rimanda agli esemplari tipici di Andrea Pozzo.

    Tra le opere realizzate dal Gaspari a Venezia ricordiamo l’ampliamento di Palazzo Barbaro a San Vidal, la chiesa di Santa Maria della Fava (a pianta ovoidale ad una navata, completata poi da Giorgio Massari con l’erezione dell’abside), Cà Zenobio degli Armeni, il restauro e rifacimento di Palazzo Michiel dalle Colonne, il grande scalone di Palazzo Gozzi, la ristrutturazione della chiesa di S. Sofia. Ricordiamo poi la villa Giovanelli a Noventa Padovana, una delle più belle ville tardo-seicentesche del Veneto, che sorge sulla sponda sinistra del Piovego e venne commissionata al Gaspari dal patriarca di Venezia Federico Maria Giovanelli. E’ una villa tempio, di stile dichiaratamente palladiano, caratterizzata dal classico pronao e da una bellissima scalinata ornata di statue.

    Fra i numerosi altri suoi progetti, una nota particolare merita il duomo di S. Tecla ad Este per il quale Antonio Gaspari scelse una pianta ovale con l’ingresso e l’altare maggiore posti alle estremità dell’asse maggiore dell’ellisse, secondo l’esempio romano tardo-cinquecentesco di S. Giacomo degli Incurabili. L’interno di questo edificio “costituisce uno dei risultati più soddisfacenti dell’attività del Gaspari e manifesta la sua maturità professionale raggiunta attraverso la fusione continua di modelli palladiani e longheniani con gli stimoli più attuali del barocco romano”.

    Per quanto riguarda il Polesine, come detto il nome di Antonio Gaspari viene ricordato per la villa Morosini di Polesella, a lungo ritenuta opera di Vincenzo Scamozzi. Al Gaspari viene in particolare attribuita la progettazione dei lavori effettuati alla fine degli anni ‘80, con la sopraelevazione dell’ala ovest e del salone principale e la realizzazione dell’attico sopraelevato concluso con un timpano circolare.

    Per quanto riguarda l’anno della morte di Antonio Gaspari, contrariamente a quanto riportato nei testi consultati – nei quali vengono prospettate soltanto delle congetture più disparate – fanno sicuramente fede gli atti dell’archivio della Parrocchia di Castelguglielmo: egli morì in questo paese il giorno 8 ottobre 1748.

    Dal registro dei morti si rileva: “Addì 8 – 8bre Il Sig. Antonio Gaspari in età di anni 83: c.a.: munito dei SSmi Sacramenti, Assoluzioni di Confraternite, Comendazion d’anima, morì, e fu sepolto in questa chiesa verso l’altare di S. Carlo con la solita contribuzione delli ducati dieci per la rottura”.

    Quindi questa data è più che certa.

    Un’ultima curiosità. In una nota di una “vicinia dei massari”, cioè in un verbale di una assemblea degli amministratori della parrocchia, compaiono i nomi dei Gaspari. Nel verbale, steso in data 7 maggio 1748 viene riportato “…. per fare li nuovi Massari dell’Altari di detta Chiesa”… tra i nomi elencati compaiono “Antonio Gaspari, Giovanni Gaspari figlio del sudetto Antonio, Angelo Gaspari figlio del sudetto Giovanni”. Quindi si evidenzia la presenza in Castelguglielmo della discendenza dell’arch. Antonio Gaspari, cioè di uno dei suoi figli come pure di un nipote: un rapporto consolidato pertanto quello dei Gaspari con il paese posto in riva al Canalbianco. E – se vogliamo – un punto a favore di quanti ipotizzano la nascita del “nostro” architetto in Polesine.

  • Il feudo di Crespino

    Il feudo di Crespino

    Attraversando l’abitato di Crespino e le sue frazioni si possono osservare numerosi segni della presenza in questi luoghi della famiglia Pio di Savoia. Di due testimonianze di tale presenza si è già parlato in questa rivista¹.

    L’intento di questa nuova ricerca è di ripercorrere le vicissitudini nel tempo del “feudo di Crespino”, fin quando le fonti ci possono aiutare. A tale scopo possono dare una mano i documenti conservati negli archivi di Rovigo, Ferrara, Modena e, naturalmente, Roma, essendo stato a lungo il territorio sotto il controllo pontificio, in seguito l’esaurirsi del ramo principale della Casa d’Este di Ferrara con la morte di Alfonso II (1598).

    Le notizie qui sotto riportate provengono proprio da quella parte degli archivi dell’antico Stato Pontificio che sono ora conservati nell’Archivio di Stato di Roma.

    Dal fondo della Reverenda Camera Apostolica, possiamo così venire a sapere che la famiglia dei marchesi Turco, patrizi ferraresi, godeva – per concessione dei Duchi di Ferrara, sin dal XVI sec. – di tre parti del feudo del Passo di Crispino e di altri diritti feudali nelle Ville di Crespino e Colognia. Si trattava di un ius decimandi, di un ius piscandi nello stesso fiume Po, e di altre entrate e beni di diversa natura.

    Nel 1622, a soli 26 anni, venne a morire l’ultimo erede della famiglia Turco, il marchese Cesare. Egli lasciò, tra l’altro, circa cento dipinti, grandi arazzi e vari manoscritti poetici che aveva prodotto frequentando l’Accademia degli Intrepidi con lo pseudonimo di Macerato². La sua tomba si trova nella chiesa di Santa Chiara delle Stimmate, nella piazza Ariostea di Ferrara.

    Tutti i beni e i diritti goduti a Crespino dal marchese Cesare Turco erano il prodotto della concessione di feudi accordati dai Duchi di Ferrara e dai Pontefici romani, ai quali tutto avrebbe dovuto essere di nuovo devoluto alla morte, senza eredi, dell’ultimo della famiglia Turco. E così stava per avvenire alla morte del marchese Cesare.

    Il papa Gregorio XVI (Alessandro Ludovisi), però, volendo favorire Carlo Emanuele Pio di Savoia, patrizio ferrarese e Cardinale Legato nella Provincia della Marca, decise di investire lui di tutti i diritti e feudi in passato concessi alla famiglia Turco. La concessione era fatta, si specificava nel chirografo di Gregorio XVI del 1623³, al detto Carlo Emanuele Cardinal Pio non come cardinale e persona ecclesiastica ma come persona laica e secolare. Tra gli altri privilegi, il papa Gregorio XVI investì il Cardinal Carlo Emanuele Pio di Savoia anche delle tre parti del feudo del Passo di Crispino.

    Della quarta parte del feudo, invece, pochi anni dopo (il 21 febbraio 1629), il Cardinal Sacchetti, legato di Ferrara, investì Orazio ed Alfonso Marocelli e i loro nipoti, Girolamo e Pirro Marocelli. La concessione era fatta previo, naturalmente, il pagamento dell’annuo canone di un Giulio di argento e col patto della rinnovazione dell’investitura ogni ventinove anni.

    Le cose andarono avanti in questo modo per oltre un secolo, quando nel 1740, il Conte Giuseppe Marocelli, figlio del Conte Annibale, e ultimo rappresentante di quella famiglia, morì senza lasciare figli. Il feudo, di conseguenza, anche in questo caso, doveva essere naturalmente devoluto alla Reverenda Camera Apostolica. Ma, prima che gli atti registrassero questa situazione, si interpose un’iniziativa di Casa Pio di Savoia.

    Cogliendo dunque l’occasione che gli permetteva di ricostituire sulla sua persona l’intero feudo, il Principe Gisberto Pio di Savoia, patrizio ferrarese, ed erede del card. Carlo Emanuele, chiese al pontefice Benedetto XIV di subentrare nella concessione di quella quarta parte del Passo di Crespino, un tempo appartenuta alla famiglia Marocelli.

    La richiesta fu accolta e il feudo fu dato in concessione, con un chirografo del Papa del 19 ottobre 1740. Nell’atto erano, naturalmente, ricordate le solite clausole inserite nelle concessioni di feudi: in particolare l’espressa proibizione di vendere, cedere, obbligare, assegnare, donare, dare in dote, permutare o in qualunque altro modo, in tutto o in parte alienare la suddetta quarta parte di Passo, senza l’espressa licenza e beneplacito nostro e di questa Santa Sede, sotto pena di caducità da incorrersi ipso iure et ipso facto…nel qual caso la medesima quarta parte di Passo si devolvano alla Nostra Camera et a di lei favore resti consolidato l’utile dominio col diretto e proprietario.

    Tuttavia l’atto sovrano del pontefice non fu seguito dal necessario atto notarile, né tampoco fatto esibire né registrare in Piena Camera⁴, come era prescritto nella Bolla di Pio IV “de registrandis”. Cosicché il successivo 6 maggio 1741, il Principe Pio fu costretto a supplicare la somma clemenza del pontefice a sanare il difetto di detta registrazione e prorogargli il tempo a poterla effettuare.

    Fu quindi, il Cardinale Camerlengo Annibale Albani, vescovo di Sabina, a far successivamente stendere l’atto notarile di concessione a Gisberto Pio di Savoia, non dimenticando di inserire nel contratto la rituale clausola che la proprietà del feudo era e rimaneva sempre della Reverenda Camera Apostolica.

    L’atto di concessione della quarta parte del Passo di Crispino, a favore del Principe Gisberto Pio di Savoia, fu rogato, il 12 maggio 1741, da Gregorio Castellani, segretario e cancelliere della Reverenda Camera Apostolica.

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