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  • La Fiera di Rovigo

    La Fiera di Rovigo

    Come ad ogni parola corrisponde un significato, così alla parola “fiera” la mente subito si popola di molte immagini: rivivono colori, luci, suoni e andirivieni di tanta gente, chi si ferma alle bancherelle e guarda incuriosita la varia mercanzia; chi cerca il buon affare, chi va perché… un giro alla Fiera bisogna farlo, è tradizione, magari solo per un simbolico sacchettino di mandorle croccanti.

    Già, la Fiera di Ottobre a Rovigo, che – tra storia e tradizione – quest’anno ha visto lo svolgimento della sua 528^ edizione: una festa attesa e vissuta da grandi e piccini.

    Non a caso il termine “fiera” significa propriamente giorno festivo, vacanza, dal tardo latino “feria”. Praticamente abituale convegno di venditori e compratori, da distinguersi dal “mercato” per la sua maggior durata e per lo sviluppo che ha il commercio all’ingrosso.

    Tuttavia, parlare della Fiera di Rovigo equivale identificare questo evento con gran parte della storia della città nelle sue più elementari e immediate manifestazioni di vita economica locale, espressa in forme di costume e di tradizione della sua popolazione. E non si può cancellare l’immagine, prima e antica, di una Fiera contadina, in cui Rovigo e il Polesine ritrovano le loro più autentiche radici.

    La genesi della Fiera

    La storia della Fiera d’Ottobre a Rovigo trova notevole e preziosa documentazione nell’Archivio Storico Comunale conservato presso l’Archivio di Stato e all’Accademia dei Concordi, grazie agli scritti di cronache di vari autori e poeti, quali il Biscaccia¹, Lettere e manoscritti conservati presso l’Accademia dei Concordi², Eugenio Piva³.

    Va innanzitutto sottolineato come l’istituzione della Fiera di Rovigo sia legata ad una data ben precisa: il 12 agosto 1482, giorno in cui Rovigo passò sotto il dominio della Serenissima Repubblica di Venezia. In quell’anno, infatti, mentre si combatteva la guerra di Ferrara (detta anche del Sale per il motivo ritenuto scatenante), i rodigini, stanchi di mutare dominatore, ma anche esasperati dai danneggiamenti collaterali al conflitto (requisizioni di grano, furti, distruzione del bestiame, stupri, violenze alle mogli, torture, incendi, alluvioni provocate, febbri mortali, pestilenze causate dalla fame e dalle ferme) inviarono ambasciatori al doge Giovanni Mocenigo, con atto di dedizione volontaria, in data 9 ottobre. Lo stesso 9 ottobre, il XVIII dei “Capitoli di dedizione” istituiva la fiera di Rovigo: “che ad perpetuam rei memoriam della gloriosa felice entrata della vostra Ducal Signoria, che ha fatto in quella vostra Terra di Rovigo, quelle si degni, che ogni quattro dì avanti la vigilia dell’Assentione della gloriosa Madre di Dio, e quattro dì dappoi essa vostra Terra si abbia a far una Fiera libera, et esente da ogni Dazio, et Gabella si per lo vendere, et compar, come etiam per lo entrare, et uscire, et compar d’ogni, e qualunque robba, Bestiame, et mercanzia si conducesse, et cavasse di detta Terra, non ostante ordene che fosse in contrario”.

    In seguito, la fiera subì vari cambiamenti di data, che ritengo interessante riportare per comprendere come il Governo della Serenissima fosse attento alla gestione dell’evento fieristico di Rovigo, i cui proventi venivano destinati ad opere di pubblica utilità, ma anche al territorio e agli stessi mercanti veneziani.

    Nel 1487 il Doge Agostino Barbadico (Barbarigo) concesse, su richiesta della comunità di Rovigo (Giovanni Marcello podestà), l’autorizzazione a spostar la data della Fiera dagli otto giorni a cavallo dell’Assunzione agli otto a cavallo di S. Francesco, per permettere ai contadini e ai mercanti di produrre in tempo le loro merci: “la Fiera di Rovigo (…) sia trasportata quattro giorni avanti e quattro giorni dopo il giorno di S. Francesco del mese di Ottobre, con tutte le immunità, esenzioni, e condizioni con le quali è stata conceduta la prima volta” (Decreto del Senato del 10 dicembre 1487).

    Seguono altri decreti: “Che non essendosi fatta la Fiera al tempo solito sia trasportata a 3 di Novembre dovendosi in avvenite far fuori delle Porte” (Decreto del Senato del 22 ottobre 1491); “dicta Fiera di Rovigo principiar debba alli otto del mese di Ottobre, e durar giorni nove successive, come alias è stato deliberato, oltra qual giorni non si possa far prorogazione alcuna, né per li Rettori del Luogo, né per la Signoria Nostra, né oltramente, che per deliberazione di questo Consiglio” (Decreto del senato del 5 dicembre 1523); “Supplica dei Mercanti di Venezia per far prorogar la Fiera di Rovigo ai 20 Ottobre offerendosi di far essi la spesa sia Rovigo, come a Venezia, ottengono con questa condizione” (29 ottobre 1594).

    Finalmente, nel 1594, con Ducale 27 agosto, la data della Fiera fu fissata al 20 ottobre con inizio alle ore 14 e durata di otto giorni. L’ultimo tentativo di spostarla è stato effettuato dal podestà avv. Urbano Ubertone, il quale aveva chiesto alle autorità competenti di anticiparla al 3 ottobre, ma la sua richiesta cadde nel nulla.

    L’organizzazione

    Due cittadini, eletti ogni anno (Decreto del senato del 9 novembre 1501) dal Consiglio della città di Rovigo, dovevano affittare la piazza e i luoghi pubblici stabiliti, e riscuotere il denaro dagli espositori. Nel 1504 si stabilisce che “siano eletti due Cittadini alla Fiera per due anni, li quali abbiano a distribuire le Botteghe alli Mercanti secondo il consueto, scuoder li danari degli affitti di quelle in nome della Comunità”, Parte del Consiglio -28 settembre”.

    L’affitto degli spazi occupati dava forti introiti, impiegati, come detto, in opere pubbliche, tra cui la pavimentazione della piazza e delle vie principali, la riparazione delle mura danneggiate dagli eventi bellici, la sistemazione dello scalone della loggia comunale, il sostegno al Monte di Pietà ed altro, come si ricava da vari decreti. Il Decreto del Senato del 9 novembre 1501 prescriveva infatti “Che la solita Fiera, solita farsi fuori della Città, per l’avvenire si faccia dentro di essa con l’obbligo che il danaro, che si ricaverà dall’affitto della Piazza, ed altri Luoghi Pubblici, non che la quarta parte delle utilità, che si ricaverà dalle Botteghe dei Cittadini, abbia tutto esso danaro abbia ad essere impiegato in seliciare, e conservare la Piazza, e pubbliche strade”. E ancora: “Che il tratto della Fiera sia speso in far selegar le Strade” (14 luglio 1522); “La mura della città rovinata, sia risarcita con li danari della Fiera”. (Ducale 15 novembre 1541); “che li danari della Fiera siano spesi nell’accomodar la scala della Lozza con Palazzo, ed il Pozolo del Vicario” (Decreto del Rettore 7 marzo 1544). Il 22 dicembre 1546 “si concede facoltà alla Città (…) di far cavar la fossa esteriore e d’atterrar l’interiore col terraglio di mezo valendosi per la spesa dei danari della Fiera”. Il decreto del rettore 31 agosto 1548 ordina “Che sia offerto a Sua Serenità il tratto della Fiera per spenderlo nella Fabrica del Palazzo per la somma di duc. 200”; quello del 6 marzo 1549 stabilisce: “Per accrescer il Monte di Pietà, e scacciar gli Ebrei, sia messa delli danari della Fiera la metà ogni anno, fino che giunga alla somma di Ducati 4000”. Il 27 luglio 1550 è data “Autorità ai regolatori di prender in credenza roba, e legname per coprir la Fabrica della Loza con obbligar il danaro della Fiera”. I provvedimenti attuati col denaro della Fiera si susseguono: “Che sia supplicato il Principe per poter prendere del danaro della Fiera per far una Scala durevole per il Consiglio”, “et occorrendo far Porti e Porte le facia il pubblico per esser risarcito della prossima Fiera” (26 novembre 1560); “Che sia supplicato di poter col danaro della Fiera dar l’acqua viva alle Fosse, ed attuar l’altra per far buona aria” (3 novembre 1566), “Che sia dato un Luoco pubblico al Rettor per fabbricar una Prigion dei danari della Fiera senza interesse del pubblico” (22 novembre 1583).

    Nel seicento i proventi della Fiera sono impiegati in opere fognarie e restauri: “Autorità al Nonzio che supplichi il Principe per poter spender del danaro della Fiera per far Dozze da scolar la Città impedite dalla escavazione delle Fosse” (8 maggio 1607); “Che la Loggia pubblica sia ristaurata col danaro della Fiera” (21 giugno 1641); “decreto che il danaro dell’anno presente sia impiegato a perfezionare la Fabrica del Duomo di Rovigo” (14 aprile 1677)⁴.

    Cavalli e varie mercanzie

    Per molti secoli la Fiera di Rovigo fu una delle più importanti del Veneto: Il terreno del Polesine, paludoso e basso, ricco quindi di pascoli, era ideale per l’allevamento soprattutto di bovini e cavalli che s’imponevano sul mercato con razze selezionate di proprietà dei nobili uomini veneti. Naturalmente ciò costituiva la parte maggiore dei traffici, che però si estendevano anche alla vendita di panni, telerie e oggetti di lusso, mercato questo situato nell’allora denominata Piazza Grande.

    Le botteghe venivano erette in mezzo alla piazza e sotto i portici. Il mercato dei bovini e dei cavalli polesani avveniva nel prato della Fiera fuori Porta S. Francesco, dove si piantavano capannoni e baracche, mentre nelle barche ferme in Adigetto si esponevano i vitelli. Tutti gli espositori pagavano una gabella per gli spazi occupati e gli introiti venivano impiegati, come si è visto, per opere pubbliche.

    Nella ricorrenza, giungevano ogni anno in città allevatori dalle province per portare le proprie razze equine. Si è a lungo decantata la superiorità indiscussa dell’antica razza polesana su quelle delle regioni limitrofe, per la robustezza adatta a traino su strade disagiate, ed è proprio questo probabilmente uno dei motivi principali a cui si deve la nascita e lo sviluppo della Fiera, che si è poi estesa al commercio di prodotti di varia natura.

    L’allevamento equino fu infatti una delle poche grosse risorse del territorio e la relativa prosperità economica che ne derivò, durò fino a quando le intensificate bonifiche dall’inizio del XIX sec. non eliminarono le terre basse e umide e quindi i pascoli necessari all’allevamento dei cavalli e del bestiame⁵. All’allevamento fu data una tale importanza che nel 1669, per favorire il commercio del bestiame, fu istituito il “mercato franco”, che per molti anni si svolse l’ultimo martedì di ogni mese. Un martedì senza dazi né gabelle.

    Dal 1822 ha luogo il primo martedì della Fiera, appunto il “marti franco”. La Regola dice che il “marti franco” sia fissato con il primo martedì dopo il 20 ottobre.

    Grande spazio venne dato anche al mercato dei bozzoli a testimonianza dell’importanza di Rovigo e della provincia nell’ambito della bachicoltura, attività che continuerà florida fino alla prima metà del 1900, quando per motivi economici, entrò in crisi e finì con l’estinguersi.

    I bachi da seta amano nutrirsi di faglie delle piante di gelso, e a questo proposito è interessante sapere che nella seconda metà dell”800 si ha l’incremento del “metodo Bottari”, basato sull’associazione della vite con il gelso, prescelto quale albero di sostegno. Quest’uso si afferma nelle zone dove più pregiato è il prodotto della vite.

    I principali bachicoltori erigono bigattiere (allevamenti di larve). Famosi i fratelli Ballarini di Lendinara che affiancavano alla bigattiera una filanda fornita di macchine moderne. Restando in quest’ambito va ricordato come, durante il periodo austriaco e in seguito con il Regno d’Italia, vennero emanate norme per evitare gli abusi nella vendita delle “gallette”, (bozzoli di seta). Il mercato conoscerà il periodo di stasi per l’introduzione di forti dazi doganali sull’esportazione dal Lombardo-Veneto dei bozzoli e delle sete gregge.

    La Fiera giocò un ruolo di primaria importanza nell’economia della città di Rovigo e del contado. Dal punto di vista viario le strade provinciali, nonostante la loro perenne subordinazione alla furia devastatrice delle piene di Adige e Po, erano abbastanza ben organizzate e distribuite, fornendo un utile collegamento tra i centri limitrofi e il capoluogo, che fungeva così da centro di smistamento delle merci e da punto aggregatore del mercato del bestiame. Non solo. Nelle vie adiacenti vi erano esposizioni statuarie, meccaniche e perfino umoristiche, tali da soddisfare tutti i gusti del popolo.

    Nel Caffè Lodi e lungo il portico detto dei mercanti, sotto il titolo di Borsa, si facevano grandi affari di granaglie, come provvista annuale per conto delle province venete e la Fiera diventava un momento economicamente unificante nella città, che vedeva tutte le classi sociali coinvolte. Per esempio, solo nell’ambito delle manifestazioni della Fiera, era permesso agli Ebrei commerciare, mentre durante tutto l’anno si evitava, da parte dell’amministrazione, ogni “contaminatio” con gli stessi, che venivano segregati nel Ghetto (attuale piazza U. Merlin).

    (1 continua).

  • Il Polesine e l’impresa di Fiume

    Il Polesine e l’impresa di Fiume

    Alla fine del dicembre del 1920 a Fiume e a Zara si svolsero azioni militari inquadrabili come episodi di guerra civile. I fatti, noti come “Natale di sangue”, videro le truppe regolari affrontare in scontri a fuoco le legioni armate di D’Annunzio. A Fiume i combattimenti durarono cinque giorni, a Zara poche ore, ma in entrambi i casi i due schieramenti lasciarono sul campo morti e feriti.

    Sia a Fiume che a Zara fra le forze legionarie erano presenti alcuni polesani, dei quali un nostro recente studio¹ ha messo in luce le storie personali e le motivazioni che spinsero quei volontari a mettersi in gioco.

    Va innanzitutto detto che il Polesine si era dimostrato tutt’altro che tiepido nei riguardi delle vicende degli italiani sottoposti al duro regime del governo austriaco. Se nella seconda metà del XIX secolo gli spunti irredentisti sembravano confinati agli ambienti risorgimentali e massonici della provincia, dai primi anni del sec. XX, si diffuse un interesse trasversale di cui si fecero portavoce e cassa di risonanza numerose associazioni: la Dante Alighieri, l’Università popolare, la Trento-Trieste (che più tardi, nel 1917², assunse il nome di Trento-Trieste e pro Dalmazia), le associazioni studentesche… Con l’approssimarsi della prima guerra mondiale il dibattito assunse toni molto accesi fra interventismo e non-interventismo, acuito dal netto schieramento di campo delle diverse forze politiche.

    Al termine della Grande Guerra il Polesine non restò indenne dai gravi problemi che martoriavano la nazione: la difficile situazione economica, la disoccupazione e le tensioni sociali, le violente contrapposizioni politiche. Tutto ciò distolse solo in parte l’attenzione dalle questioni dei confini orientali e l’annessione di Trento e Trieste non sembrò sufficiente a placare gli animi. Appare interessante in quest’ottica l’analisi delle molte iniziative che nel corso del 1919 mantennero viva in tutta la provincia l’attenzione sulla italianità di Fiume e Dalmazia: appelli, conferenze, lezioni, dibattiti, rappresentazioni teatrali, concerti. Promotrici in molti casi furono le stesse associazioni che fin dagli inizi del secolo avevano sostenuto questa battaglia, ma la forte partecipazione alle iniziative da parte della gente comune è indicativa del grado di interesse che la questione suscitava.

    In particolare appare significativa la risposta della città e delle istituzione ad una iniziativa nata in seno all’Università popolare, che nel marzo del 1919 aveva invitato a Rovigo gli studenti dalmati dell’Università di Padova. Il «Corriere del Polesine», il quotidiano più diffuso in provincia, fin dai giorni precedenti diede molto rilievo alla notizia e ai preparativi per la “festosa accoglienza”³.

    Il giorno prima del loro arrivo, la giunta municipale fece affiggere in città un manifesto in cui esortava i cittadini ad accogliere con entusiasmo i giovani dalmati e far rifulgere “la volontà incrollabile che alla Dalmazia martire, da Zara veneziana a Spalato romana, sia ridato l’antico splendore italico”⁴, ricordando “che la Dalmazia è terra nostra e deve essere unita alla sua Grande Madre”⁵.

    La cittadinanza accolse gli ospiti con un imponente corteo e, nel corso della partecipata manifestazione, fu letto ed approvato per acclamazione il voto della città di Rovigo “perché nei Supremi Consigli della Pace il disperato grido di dolore della Dalmazia sia ascoltato con Fiume, con Trieste, con l’Istria, con Trento, con l’Alto Adige, la Dalmazia tutta e tutte le terre italiane per lingua, per costume, per storia, per delimitazione geografica siano ricongiunte alla Gran Madre comune”⁶.

    Quando poi, a settembre, si diffuse la notizia che D’Annunzio era entrato a Fiume alla testa delle sue legioni, venne organizzata una raccolta di fondi vista come “un plebiscito di italiani per la città italianissima” e per giorni e giorni il «Corriere del Polesine» pubblicò gli elenchi dei sottoscrittori.

    È estremamente interessante la scorsa dei nomi dei numerosissimi aderenti. Vi compaiono le ‘famiglie bene’ di Rovigo e provincia: Casalini, Marchiori, Munerati, Petrobelli, Malmignati, Lorenzoni, Campo. Sottoscrivono i massoni Italo Pozzato⁷ (avvocato, deputato repubblicano e sindaco di Rovigo fra il 1907 e il 1909) ed Albino Pasotto (presidente della Società operaia di mutuo soccorso⁸). Non mancano gli ingegneri come Luigi Crocco; compaiono i nomi del professor Ferruccio Viola, degli avvocati Alessandro Gobbatti e Dante Baldi, di politici come Ugo Maneo⁹, già più volte sindaco cittadino. Gli impiegati della Società Adriatica fecero una colletta; versò un suo contributo persino il consigliere aggiunto della Prefettura, Antonio Princigalli. Molti anche i nomi dei militari o ex militari, primo fra tutti il capitano Rondina, presidente dell’Associazione Mutilati. Le cifre versate variavano a seconda delle possibilità e lunghe liste continuarono ad essere pubblicate per molti giorni.

    Massiccia e significativa fu l’adesione dei membri della famiglia Piva, fra cui i figli di Remigio “per onorare la memoria del loro padre dei Mille”¹⁰ morto da poco, e non è un caso che molte offerte provengano da Lendinara, patria di Alberto Mario: in Polesine anche l’Associazione Trento-Trieste era nata per iniziativa dei garibaldini. L’impressione è che i Polesani, che avevano abbracciato con entusiasmo la causa risorgimentale¹¹, vedessero l’impresa fiumana come il naturale proseguimento dell’epopea garibaldina.

    D’altro canto anche «La Lotta», pur contraria all’impresa che non esitò a definire imperialistica, riconobbe l’innocenza e la buona fede dei volontari accorsi, considerandoli sfruttati dai loro capi. È significativo, per comprendere quale fosse la sua portata sull’opinione pubblica, che il giornale socialista dedichi all’impresa dannunziana una prima pagina intera. Così anche il PPI polesano, nel suo primo congresso a Polesella aggiunse all’ordine del giorno la questione Fiumana, per poi invitare D’Annunzio a un’obbedienza di garibaldina memoria.

    Se questo era il clima, non può sorprendere che alcuni polesani, soprattutto giovani, avessero deciso di impegnarsi in prima persona nell’impresa dannunziana.

    È stato possibile identificare 42 persone che hanno preso parte a vario titolo all’epopea e che in qualche modo sono riconducibili al Polesine. A questi si possono aggiungere anche i nomi dei quattro partiti da Cavarzere (che seppure veneziana è comunque legata alle vicine Adria e Loreo) e quello di un legionario di Santa Maria, frazione di Vescovana (Padova) separata dal territorio comunale di Rovigo dal solo Adige.

    Quarantadue non è un numero troppo esiguo se si confronta con il dato relativo alle altre province venete: da Venezia sono partiti in 83, 64 da Padova – dove, ricordiamo, era attiva l’Associazione degli studenti dalmati -, 22 da Belluno, 48 da Treviso, 36 da Verona, 78 da Vicenza¹². Oltre tutto il Veneto è la regione che, dopo la Venezia Giulia e la Lombardia, conta il maggior numero di volontari, prima ancora del Lazio.

    Vengono da tutto il Polesine: un folto gruppo da Rovigo e attuali frazioni (17 accertati), poi da Adria e frazioni (4), Badia Polesine (3), Ariano (3), Corbola (2), Contarina (2), Lendinara (2), Bagnolo (1), Castelmassa (1), Ficarolo (2), Gavello (1), Giacciano (1), San Bellino (1), Salara (1).

    Fra quelli di cui conosciamo la data di nascita, il più vecchio, Luigi Fusetti di Ariano, era nato nel 1865, il più giovane era invece il quattordicenne Eugenio Annibale, fuggito di casa per unirsi ai fiumani (andiamo quindi dai 54 ai 14 anni). La maggior parte (12 accertati) erano della classe 1899, richiamati in quel periodo alla leva obbligatoria, e l’età media era di 21 anni.

    Di qualcuno, si sa che apparteneva ai granatieri partiti da Ronchi, come il tenente rodigino Angelo Ferrari e il badiese Angelo Pasqualin. Troviamo polesani anche fra gli zappatori del tenente Pigazzi¹³, che si unirono ai granatieri durante la marcia, ma vi sono anche arditi, fanti, piloti e carabinieri. Alcuni arrivarono a Fiume in modo rocambolesco, come il tenente Sales, che vi fuggì con il suo aereo¹⁴. Erano delle più varie estrazioni sociali: figli di contadini o di benestanti, studenti, ferrovieri, impiegati, fattorini, professori…

    Li troviamo inquadrati nei vari corpi della Legione Fiumana come soldati semplici e volontari, ma anche con i gradi di ufficiale e sottoufficiale.

    Un polesano, a Fiume, ci morì. Si tratta di Luigi Siviero, primo caduto in conflitto a fuoco dell’impresa. Nato nel 1899 a Contarina, figlio di contadini, si era unito a D’Annunzio fin dai primi giorni dell’impresa fiumana. Appena ventenne, fu ferito a morte in uno scontro coi “regolari” la notte fra il 2 e il 3 novembre del 1919. Ora riposa in una delle arche del Vittoriale per esplicito volere dello stesso D’Annunzio e per iniziativa di un altro legionario polesano, il rodigino Dante Gasperotto, che curò il trasferimento delle spoglie nel 1965.

    Non è facile determinare il periodo di permanenza a Fiume dei volontari, ma è certo che alcuni polesani rimasero a fianco di D’Annunzio dal settembre del 1919 all’epilogo del dicembre del 1920. Primi fra tutti Angelo Ferrari ed Umberto Klinger che erano con il vate già alla Marcia di Ronchi. La presenza del primo è documentata a Fiume durante il Natale di sangue del 1920. Non era solo: il gruppo dei rodigini era cospicuo, erano infatti con lui i suoi concittadini Eugenio Annibale, Cirillo Ferrari, Dante Gasperotto, Pasquale Giannise, Giuseppe Morali, Giovanni Munerati, Antonio Pozzato e Pietro Stoppa. Vi erano pure Antonio Bertaglia e Giovanni Ballarini di Corbola, Giuseppe Bolognini di Giacciano ed Emilio Guarnieri di Adria. Era rappresentato anche Cavarzere con Lino Dirè ed Ernesto Pistore.

    Umberto Klinger, invece, aveva lasciato Fiume già nel novembre del 1919 con D’Annunzio, diretto a Zara, dove era rimasto inquadrato negli Arditi della Sernaglia, una delle tre compagnie della Legione del Carnaro. Durante il Natale di sangue – dopo la riunificazione nell’unica Legione Zara delle forze legionarie residue, seguita alla riduzione a Battaglioni delle preesistenti Legioni Carnaro e Rispondo – Klinger si trovò a ricoprire il grado di sottotenente con Giovanni Dall’Oglio (poi per molti anni preside del Liceo Scientifico di Rovigo). Era presente anche il tenente adriese Vincenzo Sau, che riportò una ferita nel corso dell’azione. A Zara venne ferito pure un romano, Umberto Craighero, che negli anni Venti ricoprirà a Rovigo cariche importanti in seno al sindacato¹⁵ e che rimarrà legato da profonda amicizia con Klinger anche dopo aver lasciato la città.

    Nel gennaio del 1921 gli ultimi volontari polesani rientrarono nelle loro case in genere cavandosela con un breve soggiorno in carcere e cominciò per loro il reinserimento nella società polesana, reso più difficile dalla drammatica situazione sociale e politica e dalla fama di “ribelli” che la sfida allo Stato aveva procurato loro.

    Il 5 gennaio del 1921 Zara – e praticamente solo quella dell’intera Dalmazia – entrò ufficialmente a far parte del Regno d’Italia. Fiume divenne italiana nel 1924.

  • La Casa di Riposo di Adria

    La Casa di Riposo di Adria

    Martedì 3 agosto 2010, ore 19,30, un fulmine colpisce in pieno lo storico campanile della chiesa adriese dedicata a Sant’Andrea Apostolo annessa al Centro Servizi Anziani, lesionandolo irrimediabilmente.

    Analoga situazione, per fortuna senza gravi conseguenze, si verificò sempre ad Adria nel 2008, quando un fulmine si abbattè sulla cuspide del campanile della Tomba (vedi Ventaglio n. 36 pag. 50). Mentre per quest’ultimo fu possibile intervenire per salvare la struttura, per il piccolo campanile di Sant’Andrea si è reso necessario l’abbattimento. Questo fatto ha portato alla ribalta l’intera struttura del Centro Servizi Anziani di cui proponiamo la storia.

    La Casa di Riposo di Adria, oggi denominata Centro Servizi Anziani, è infatti una tra le più importanti Istituzioni benefiche cittadine. La sua storia, fatta di generose donazioni e di volontariato, merita di essere conosciuta.

    Le origini

    Ultima erede di una ricca e nobile famiglia che aveva dato alla Comunità personaggi illustri ed amministratori insigni, Laura Renovati (1788-1847), molto legata alla sua Città e fervente cristiana, aveva coltivato fin dagli anni giovanili il progetto di dedicare le sue sostanze alla realizzazione di un’opera pia a favore degli anziani. Su questo progetto trovò l’incoraggiamento del Vescovo Bernardo Antonio Squarcina (1842-1851) che, fin dal suo ingresso in diocesi, si adoperò affinché, nelle città episcopale, fosse realizzata una Casa di Ricovero per Anziani.

    La Renovati agli inizi del 1847 fu colpita da una malattia, apparentemente di lieve entità, ma che ben presto le sarebbe stata fatale. Consapevole dell’aggravarsi del suo stato di salute, volle aggiornare le disposizioni testamentarie precedenti inserendo alcuni piccoli legati e la destinazione di una somma di Lire Austriache 5800 per la costruzione del pulpito in marmo della nuova chiesa Cattedrale. Con tale atto, che porta la data del 6 Maggio 1847, giorno del decesso, la generosa Testatrice stabiliva che tutto il patrimonio rimanente, valutato in circa 120 mila Lire Austriache, fosse devoluto alla istituzione di “una Casa di Ricovero da erigersi in Adria a beneficio di queste misere popolazioni”. In tal modo veniva colmata la grave lacuna dell’assistenza agli Anziani poveri, come era nei desideri del Vescovo.

    Le cronache informano che ai funerali della nobildonna parteciparono le Autorità Amministrative e la Commissione di pubblica beneficenza al completo ed un gran numero di cittadini desiderosi di esprimere la loro riconoscenza.

    Alcune difficoltà burocratiche ritardarono l’apertura della Casa di Riposo avvenuta il 25 Luglio 1852 con una solenne funzione religiosa tenutasi in Cattedrale. In quella occasione, l’Accademico prof. Francesco Antonio Bocchi, Amministratore onorario della nuova Istituzione, pronunciò un vibrante discorso inaugurale.

    Varie vicissitudini, tra cui incendi, alluvioni e guerre, hanno completamente distrutto l’Archivio con le memorie più antiche. Particolarmente dannosa si è rivelata l’occupazione Tedesca durante l’ultima guerra.

    Per un accordo intervenuto tra le forze belligeranti e la Croce Rossa Internazionale, nella prima decade di Novembre 1944, Adria e Cortina d’Ampezzo furono dichiarate Città Ospedaliere. In seguito a ciò i Tedeschi occuparono Scuole e Istituzioni, trasformandole in Ospedali militari. Anche la Casa di Riposo subì analoga sorte dalla metà di Novembre 1944 a tutto il mese di Febbraio 1945. In quel periodo i faldoni contenenti i documenti dell’Archivio subirono una sorte davvero indegna: furono infatti utilizzati per il funzionamento delle caldaie del riscaldamento e della lavanderia. Analoga sorte subirono i documenti contabili ed il primo Statuto.

    Di tutto ciò, grazie ad Antonio Cappellini (“Adria Antica e Moderna”- Tip. Zanibelli, Adria 1936, pagg. 96,98) è stato possibile recuperare qualche brandello, sufficiente per conoscere più da vicino la benefica Istituzione: “La Casa di Riposo accoglie e mantiene, fino a concorrenza delle sue rendite, poveri d’ambo i sessi, appartenenti per domicilio di soccorso al Comune di Adria, i quali, per età e per disposizioni fisiche, siano inabili al lavoro. Ricovera inoltre, a spese del Comune di Adria e di altri Enti, persone povere che si trovino nelle condizioni suesposte”.

    Fin dall’inizio l’Opera pia svolse la sua attività in riviera S. Andrea, presso la casa dei nobili Renovati, già sede del Convento dei monaci di S. Gerolamo da Fiesole, soppresso dalla Repubblica Veneta verso la metà del sec. XVII. Al momento della donazione il complesso edilizio risultava ben conservato per cui, all’inizio, non furono necessari che piccoli lavori di adattamento degli immobili alle nuove funzioni.

    Le entrate provenivano principalmente dalle rendite dei beni del “lascito Renovati” a cui si aggiunsero, nel tempo, altri lasciti e donazioni. In particolare, dev’essere ricordato l’apporto dell’ingegnere Carlo Ramello, deceduto nel 1936, che ha lasciato circa 800mila lire (corrispondenti a quasi 1 miliardo di vecchie lire) da suddividere equamente tra l’Ospedale e la Casa di Ricovero.

    La gestione della Casa di Riposo

    Fin dall’inizio, la gestione della Casa di Riposo fu affidata ad una Commissione di beneficenza pubblica composta da ventidue membri. La Presidenza spettava di diritto al Vescovo, mentre la carica di Vice Presidente era destinata al Podestà. Tra i membri di diritto figuravano l’Arciprete della Cattedrale ed il Parroco della Tomba.

    Dopo l’entrata in vigore della legge 17 Luglio 1890, che inquadrava gli Enti assistenziali nelle Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficenza (IPAB) assoggettandoli al controllo del Governo per il tramite del Mistero dell’Interno e del Prefetto, l’Amministrazione passò ad un organismo più snello, costituito da un Presidente e quattro Consiglieri di nomina podestarile, assistiti da un Segretario, scelto tra i quattro. Per tutti gli Amministratori fu sempre motivo di orgoglio prestare la loro opera gratuitamente.

    Per gli alti meriti conseguiti nel campo dell’assistenza agli Anziani, la Casa di Riposo di Adria, primo Istituto di beneficenza cittadino, ebbe come Presidente onorario il Principe Emanuele Filiberto di Savoia, duca d’Aosta. Tale prestigioso incarico venne assegnato al cugino del Re con decreto dell’allora Presidente del Consiglio Francesco Crispi, il 15 Aprile 1893.

    Fin dal 1864 un manipolo di Suore della Carità dell’Ordine di S. Giovanna Antida Thouret (le medesime che fino a qualche anno fa svolsero il servizio di assistenza agli infermi presso l’Ospedale Civile), affiancò con grande disponibilità e dedizione il personale nello svolgimento dei servizi interni. Per carenza di vocazioni le suore dovettero abbandonare questo servizio negli anni ‘90 de secolo scorso.

    La Chiesa di S. Andrea

    Nel 1892 il nob. Girolamo Bocchi donò alla Casa di Riposo la piccola chiesa dedicata a S. Andrea, nelle proprietà della sua Famiglia 1661 quando venne chiuso il Convento dei padri di San Girolamo. Proprio in quell’anno infatti Giobbe Bocchi perfezionò l’acquisto della chiesetta con atto notarile in data 8 Aprile, divenedone giuspatrono.

    Secondo lo storico adriese Francesco A. Bocchi (“Della Sede episcopale di Adria Veneta”, Adria, 1858) la chiesetta risale al 1563, anno in cui fu eretto un Convento di frati appartenenti all’Ordine di San Girolamo da Fiesole.

    Mons. Peroto, visitatore apostolico nel 1603 per conto del Vescovo Porcìa, annota invece che la piccola chiesa, edificata da don Francesco Moschenio detto degli Scutelli il 23 maggio 1583, fu consacrata dal Vescovo Laureti il 17 novembre 1591. Il Visitatore annota inoltre che l’Oratorio era rivolto ad ovest e all’interno conteneva un solo altare, due sepolcri ed una campana su supporto nel tetto.

    Nel corso dei secoli la chiesa venne usata dai Bocchi come cappella di famiglia nella quale venivano sepolti i vari discendenti. Oltre all’acquirente Giobbe Bocchi infatti, vennero sepolti i congiunti Moscheni-Scutella ed anche mons. Stefano Penolazzi (1557-1641), figlio di Verona Bocchi, che fu Vescovo a Retimno nell’isola di Candia.

    In una annotazione dell’arciprete della Cattedrale mons. Carlo Bucca scritta nel 1656, la chiesa risultava possedere “un altare di legno dorato con la statua del Salvatore” (probabilmente l’Ecce Homo posto sulla facciata esterna) ed una pala. Si tratta della grande pala d’altare di scuola ferrarese raffigurante la Madonna col Bambino tra i santi Girolamo, Sebastiano e Andrea. (m.3×2) conservata all’interno, nella controfacciata. L’opera, restaurata dai Fratelli Volpin di Arre nel 1990 a spese della Banca di Credito Cooperativo “Santa Maria Assunta” di Adria, venne eseguita nel XVI secolo e, secondo il dott. Enrico Noè, è attribuibile a Nicolò Rosselli.

    Con la donazione di Girolamo Bocchi nel 1892, la chiesetta divenne Oratorio pubblico, e il giuspatronato venne pertanto esercitato dalla Curia diocesana.

    Nel corso del ‘900

    Fino al 1932 all’interno della Casa non furono eseguiti che piccoli lavori di ordinaria manutenzione. In quell’anno, a spese del Comune, venne costruita l’ala ovest per poter accogliere un numero più consistente di ospiti.

    Nel 1936, l’intera facciata del complesso edilizio che si affaccia su Riviera S. Andrea, inclusa la chiesetta, fu ridisegnata ad opera dall’Arch. G. B. Scarpari in stile tipico dell’epoca, a scapito dell’impronta secentesca.

    Per la verità l’Oratorio, oggi irriconoscibile, aveva già subìto lievi modifiche sul finire dell’800 conservando tuttavia nella facciata la pregevole scultura del “Cristo in pietà” risalente alla seconda metà del secolo XV.

    Con decreto vescovile del 1939 richiesto dal canonico mons. Edoardo Rigoni, Assistente ecclesiastico, la Chiesa divenne “Tempio dell’adorazione perpetua del SS.mo Sacramento”.

    Fin dal suo primo insediamento l’attuale Rettore mons. Francesco Dal Passo si è preoccupato di rendere più accogliente la Casa del Signore eseguendo importanti lavori di abbellimento e di manutenzione. Tra le opere più importanti spiccano il maestoso Portale in bronzo fuso, opera del sacerdote trentino don Luciano Carnessali prematuramente deceduto nel 2003. Le sculture in bronzo, fuse con la tecnica detta ‘a cera persa’, raffigurano episodi della vita di S. Andrea, patrono dell’Oratorio. Particolarmente interessante è lo stemma del vescovo diocesano mons. Mazzoccato posto sulla maniglia del battente di destra dell’artistica porta.

    Sempre a cura del Rettore mons. Dal Passo, la Chiesa dell’Adorazione Perpetua è stata recentemente abbellita all’interno con un’artistica vetrata.

    Per quanto riguarda la casa di riposo, on la grande la ristrutturazione del corpo centrale del fabbricato eseguita nel 1937, il Centro Servizi Anziani ha assunto l’aspetto attuale. Vari altri interventi autofinanziati dall’Ente furono eseguiti nel dopoguerra.

    Nel 1962, per essere in grado di rispondere alle sempre più crescenti esigenze ed alle richieste di nuovi servizi da offrire agli Anziani, fu avviato il progetto Casa Serena, una sorta di Albergo per Anziani con camere riservate ad uno o due letti. L’iniziativa, autofinanziata dall’Ente con la vendita dei beni derivanti dai numerosi lasciti con rendimenti ormai di poco valore, fu inaugurata nel 1965 ed ebbe un grande successo, tanto che ne fu subito deciso l’ampliamento.

    Sempre con mezzi propri l’Ente ha poi fatto fronte alla ristrutturazione del reparto uomini ed alla realizzazione del grazioso auditorium dedicato al Presidente Pertini. Il progetto “Bucintoro” invece, che avrebbe consentito una maggiore autonomìa agli anziani all’interno della struttura del Centro Servizi, non decollò per carenza di mezzi finanziari.

    In relazione al crescente numero degli ospiti (è interessante considerare come dai primi 6 del 1852, si sia passati ai 150 del 1936 ed ai circa 220 attuali) nel corso degli anni molti cittadini hanno dato il loro apporto disinteressato all’Istituzione, a partire dagli Amministratori che fino al 1990 hanno svolto gratuitamente, con passione ed orgoglio, il loro mandato. A questi cittadini esemplari deve andare il ringraziamento unanime della Città per aver contribuito a rendere più serena la tappa finale della vita di tante persone che nella struttura della Casa di Riposo hanno trovato calore, tranquillità e conforto.

  • L’Ottocento e il Teatro

    L’Ottocento e il Teatro

    Con l’aprirsi del XIX secolo si assiste in Polesine ad un diffuso interesse per il teatro. Caduta la plurisecolare Repubblica di Venezia, con l’arrivo delle truppe napoleoniche (che non poco sconquasso arrecarono alle istituzioni e ad inveterate tradizioni) non appena iniziò a palesarsi un assetto sociale più stabile, le classi borghesi, da poco salite alla ribalta e sempre più decisamente detentrici delle leve economiche, indirizzarono la loro attenzione verso il teatro.

    E l’interesse non si rivolse solo verso quello rappresentato, ma anche e soprattutto verso il luogo del teatro. Quest’ultimo visto sempre più come una sorta di tempio, un ambiente di eccellenza destinato innanzitutto al ritrovo, per assistere ad importanti rappresentazioni, ma anche per dare vita a momenti di mondanità: per vedere ed essere visti, per ostentare, con la propria presenza e l’abbigliamento alla moda, i traguardi sociali raggiunti.

    La struttura del teatro

    Per le nuove classi borghesi il teatro divenne pertanto un’esigenza sociale ineludibile. E non meraviglia perciò constatare che in tre importanti centri del Polesine, nell’arco di poco più di un decennio siano stati innalzati tre importanti edifici destinati ad accogliere gli entusiasti spettatori e gli acclamati (ma in certi casi anche sonoramente contestati) interpreti delle scene delle rappresentazioni liriche, vero cult di tutto l’Ottocento.

    Ad Adria il Teatro fu costruito nel 1812, a Badia Polesine nel 1813, a Lendinara nel 1814 e a Rovigo nel 1819.

    Come si può ancora vedere – soprattutto nella costruzione che maggiormente ha conservato l’assetto originale, ovvero quella di Badia Polesine – internamente la struttura del teatro, oltre che dalla scena e dallo spazio per l’orchestra, era caratterizzata dai palchetti che, in file sovrapposte, circondavano la platea. Una sorta di piccole stanze private, aperte sullo spazio interno, utili non tanto per assicurare la privacy ma per garantire la vita stessa del teatro. I palchettisti costituivano infatti la base sociale che assicurava il sostegno economico al teatro. Spesso impegnati finanziariamente per erigere lo stabile, e soprattutto poi per sostenere i costi delle programmazioni, i palchettisti erano inoltre chiamati ciclicamente a finanziare (in questo caso quasi sempre con scarso entusiasmo) le necessarie opere di restauro dell’immobile.

    Il Teatro di Rovigo

    A Rovigo la società dei palchettisti si costituì nel 1816, su iniziativa del nobile Antonio Roncali, già proprietario di un teatro ormai obsoleto ubicato nell’attuale via Mazzini nei pressi del Tribunale, di cui non esiste più alcuna traccia.

    La ricerca del luogo idoneo per erigere la nuova costruzione diede come esito l’individuazione dell’area sulla quale precedentemente esisteva una chiesetta dedicata a S. Maria dei Battuti demolita nel 1808. Da poco ne era divenuto proprietario il nob. Domenico Bonanome, (possessore anche dell’adiacente palazzo passato poi ai Ravenna ed oggi sede del Consorzio di Bonifica), il quale, in linea con le nuove esigenze sociali, approvò con entusiasmo la proposta, facilitando il passaggio di proprietà alla nascente società.

    L’incarico di studiare il progetto fu affidato all’architetto rodigino Sante Baseggio già autore del neoclassico palazzo dell’Accademia dei Concordi, nonché del Teatro di Badia Polesine, e noto anche per aver concorso, con una menzione onorifica, alla presentazione del progetto per la Fenice di Venezia.

    Spettava al Governo austriaco, detentore dopo il Congresso di Vienna del Lombardo Veneto, approvare il progetto. Tutto fu fatto con sollecitudine, forse anche allo scopo di ingraziarsi i maggiorenti rodigini, per cui i lavori poterono essere avviati fin dal gennaio del 1817, mentre la società designata si prodigava con qualche difficoltà nell’intento di allargare la base sociale con la cessione in proprietà dei palchetti non ancora assegnati.

    Gli entusiasmi iniziali evidentemente dovettero fare i conti con la realtà: in una città che contava circa 9.000 persone, non fu facile reperire un numero sufficiente di soci paganti per la costruzione del teatro con una capienza stimata di oltre mille posti. Dovettero pertanto intervenire il Comune e la Cassa di Risparmio, con un contributo a fondo perduto per sostenere la “lodevole iniziativa”. E soltanto all’inizio del 1819, a lavori ormai pressoché ultimati, la Società del Teatro si costituì ufficialmente.

    L’inaugurazione

    L’annuncio dell’arrivo a Rovigo dell’imperatore d’Austria Francesco I, indusse ad accelerare i lavori di completamento per accogliere degnamente l’augusto sovrano, che il 3 marzo 1819 poté assistere all’apertura del Sociale, ove gli fu dedicata un’apposita “Cantata” con l’accompagnamento di un gruppo di filarmonici locali. Grande l’entusiasmo registrato, con l’orgoglio dei rodigini di poter esibire una struttura che ben presto si qualificò tra le più importanti e belle del Veneto.

    La vera e propria inaugurazione del Teatro si ebbe però il mese successivo con la messa in scena di un’opera appositamente composta per il grande evento: l’ “Adelaide di Borgona”, musicata da Pietro Generali su libretto di Luigi Romanelli e scene di Giuseppe Borsato, scenografo della Fenice.

    Con le due importanti quanto applaudite manifestazioni, il rodigino “Teatro della Società” avviava dunque la sua attività sotto i migliori auspici, destinato a divenire un importante punto di riferimento della vita culturale della città e a rappresentarne uno dei simboli stessi. Particolarmente atteso l’autunnale avvio della stagione lirica, che ancora oggi coincide con le manifestazioni programmate per i festeggiamenti dell’Ottobre rodigino.

    Luci ed ombre

    All’esultanza dell’avvio non corrispose però una continuità di entusiasmo, e ciclicamente si manifestarono cali di interesse e sostegno, per cui non sempre la storia del Sociale è stata all’insegna delle annotazioni positive. Fin nei decenni successivi alla sua realizzazione si palesarono incertezze di gestione, e negli anni quaranta del XIX secolo gravi problemi finanziari furono superati solo grazie all’intervento di Antonio Gobatti, facoltoso cittadino amante del teatro che, con proprie munifiche elargizioni, sanò i debiti contratti e poi nel 1857-58 provvide ad un importante restauro dell’immobile.

    Proprio a questo periodo risalgono gli affreschi neoclassici della Sala del Ridotto, opera di Sebastiano Santi coadiuvato dall’allievo Giovanni Biasin.

    In ogni caso va detto che al teatro rodigino andarono sempre in scena le opere più importanti del panorama lirico italiano, e grande successo ottennero in particolare quelle di Giuseppe Verdi animate dallo spirito patriottico tipico dell’epoca risorgimentale.

    A tal proposito è da segnalare il fatto curioso dell’arrivo a Rovigo, il 20 dicembre 1856, dell’imperatore Francesco Giuseppe, mentre era in programma il “Nabucco”, l’opera che con particolare evidenza inneggiava alla libertà dallo straniero. L’imperatore per cortesia accettò di assistere alla rappresentazione, ma, adducendo stanchezza per il viaggio, lasciò il palco prima che il coro intonasse il “Va pensiero”.

    Ben più festosa fu l’accoglienza dedicata nel settembre del 1866 al principe Umberto di Savoia, a pochi mesi dalla liberazione del Veneto a seguito della terza guerra di indipendenza. Per onorare il principe, il teatro fu addobbato sfarzosamente e i proventi della serata furono destinati all’erigendo asilo infantile.

    I decenni successivi segnarono però un periodo di crescente crisi per la difficoltà di far quadrare i bilanci. Si registrò un lento ma inesorabile calo dei soci, senza riuscire a coinvolgere nuovi cittadini in grado di subentrare. Le stagioni si susseguirono un po’ stancamente, con qualche parentesi di rinato entusiasmo come per la rappresentazione dell’ “Aida” nel 1879, del “Lohengrin” nel 1893 e dell’ “Otello” nel ‘97.

    Il ogni caso il “Sociale” continuò a rappresentare un importante riferimento culturale, offrendo nel tempo un rilevante richiamo per Rovigo. Una continuità ininterrotta, tuttora ben rappresentata dal prestigioso edificio che da due secoli caratterizza la parte conclusiva di piazza Garibaldi, là dove essa è già in procinto di restringersi per dar vita a via Silvestri (al tempo via S. Francesco).

    Una piazza completamente ridisegnata nel corso dell’Ottocento, ricavata in seguito alla demolizione della chiesa di Santa Giustina (1809) al fine di creare un ampio spazio, che successivamente, a fine secolo (1896), sarà impreziosito dalla collocazione della apprezzatissima statua equestre di Garibaldi, opera di Ettore Ferrari. Una piazza, dunque, testimone del XIX secolo, che vide in questo periodo anche il rifacimento di Palazzo Bonanome-Ravenna, oggi sede del Consorzio di Bonifica, nonché la costruzione del grande edificio della Camera di Commercio, anche questo nato nella seconda parte del secolo e completato nei primi decenni del Novecento.

    Un secolo questo che si aprirà in modo traumatico per il Sociale, gravemente ferito da un devastante incendio nel gennaio del 1902.

    (1. Continua)

  • Gran vogata fluviale

    Gran vogata fluviale

    Dopo il recupero dell’antico Mulino del Pizzon nel comune di Fratta Polesine, sono sorte in loco varie iniziative in grado di valorizzare l’originale località.

    Di sicuro interesse è stata l’attivazione di uno “squero” per la riparazione di barche, e si sono inoltre sviluppate esperienze di voga alla veneta sulle acque del Canalbianco. Iniziative che hanno visto la presenza attiva di un gruppo di appassionati del remo oltre provincia e precisamente dell’associazione remiera dei “Barcàr ad Puatèl” di Ferrara. Un gruppo attivo dunque “di qua e di là del Po”, che ha dato vita ad una importante “vogata” protrattasi per più giorni.

    L’esperienza è qui di seguito narrata in una sorta di diario di bordo dal ferrarese Antonio Antonioni, con qualche chiosa aggiunta dal rodigino Cristiano Fenzi del Ctg “Rovigoti”, il quale ha seguito le principali tappe dell’iniziativa, cimentandosi anch’egli nella voga e documentando l’iniziativa con molte fotografie, alcune delle quali vengono qui di seguito pubblicate.

    Premessa

    L’associazione remiera dei “Barcàr ad Puatèl” di Ferrara, dopo la vogata sul Po del settembre 2007 da Gaiba a S. Maria Maddalena, non aveva più organizzato delle manifestazioni proprie, limitandosi a partecipare a quelle più famose che si tengono a Venezia, Padova, Cremona, Battaglia, Monselice a cura di altri enti ed associazioni. Una delle più recenti, in maggio, conduceva da Pordenone a Padova in quattro giornate molto impegnative su percorso in gran parte nuovo per tutti i partecipanti.

    Nella scorsa estate, per ricuperare il tempo delle iniziative, i barcari ferraresi hanno proposto non una sola giornata di voga, ma una gran vogata in quattro tappe per complessivi 4 giorni, in collaborazione col C.T.G. di Rovigo, nell’occasione del trasferimento alla sede ferrarese del Poatello di due battelli a remi (uno di tipo tradizionale ferrarese e l’altro fatto ad Ostiglia) riparati nello squero dell’Ecomuseo Mulino al Pizzon di Fratta Polesine gentilmente concesso a questo scopo dal C.T.G. Gruppo “Rovigoti”.

    21 Agosto 2010 — Il prologo sullo Scortico

    Alle quattro tappe previste lungo il Canalbianco e il Po Grande, si è inteso opportuno prenettre un breve prologo sul Canale Scortico, partendo presso la stazione ferroviaria di Fratta Polesine con sosta in piazza davanti alla Villa Badoer per arrivare al Pizzon, punto di confluenza del corso d’acqua col Canalbianco. Tutto ciò allo scopo si può dire provocatorio: per dimostrare l’opportunità di tornare ad utilizzare certi corsi d’acqua oggi abbandonati dalla navigazione commerciale, com’è lo Scortico, trascurato da più di cinquant’anni.

    Se tali vie d’acqua fossero riaperte, almeno all’utilizzo turistico e sportivo, si potrebbe arrivare in barca anche a monumenti di fama mondiale come alla Badoera del Palladio; una dimora nobiliare di grande rilievo, sorta non a caso, come la maggior parte delle ville venete, proprio sull’acqua quando questa rappresentava la miglior via di comunicazione. E dall’acqua si scoprono prospettive nuove come per esempio, sempre a Fratta, la veduta esattamente frontale di Villa Molin-Avezzù, non percepibile altrettanto bene dalla strada: non sarà stato dunque un caso che sia nata così.

    L’abbiamo scoperto proprio in quest’occasione, nel nostro prologo del 21 agosto scorso, discendendo lo Scortico con tre canoe. Non si può farlo con delle barche normali a causa di vari ostacoli che – se fossimo in Francia, in Inghilterra, Olanda o Germania – sarebbero stati eliminati da molto tempo, perché là è una cosa ovvia mantenere praticabili al turismo ed allo sport le idrovie un tempo attive per usi commerciali. Altrove si considera se ci sono delle buone ragioni per una tale scelta: qui da noi, in Polesine, terra di acque, come dicevo, le ragioni sarebbero ottime e la spesa non sarebbe eccessiva.

    22 e 23 Agosto — Lungo il Canalbianco

    Se lo Scortico è oggi in parte inibito alla navigazione, si può invece percorrere interamente il Canalbianco e così abbiamo fatto nelle tappe di domenica 22 e lunedì 23 agosto, partendo dal Pizzon.

    Si tratta di un’idrovia commerciale recentemente ingrandita con ingentissime spese e percorsa da un discreto traffico di bettoline che ha abbandonato quasi del tutto il Po Grande e del tutto l’idrovia ferrarese. Purtroppo non esiste più da molto tempo una vera rete padana di navigazione commerciale, come c’era una volta: si dovrebbe farla rivivere il più possibile a scopo sportivo e turistico, favorendo il remo e la vela (e la propulsione meccanica solo per gite collettive).

    Il Canalbianco offre dunque oggi una buona navigabilità commerciale, mancando invece, dal punto di vista turistico e sportivo, quasi del tutto i piccoli punti di approdo che una volta erano intensamente vissuti. In ogni caso, partiti domenica 22 dal Mulino del Pizzon, la nostra navigazione è stata regolare con aspetti interessanti dal punto di vista naturalistico fino a Canda. Qui però, a causa di un guasto della prima conca, che ci costrinse ad aspettare il passaggio due ore e mezza insieme ad una bettolina, dovemmo rinunciare al secondo obiettivo e limitarci alla sosta a Canda.

    Si ripartì il lunedì 23: solo due persone a bordo di uno dei battelli spinto da un piccolo motore fuori bordo da 4 cavalli e l’altro al traino. Perché questa scelta di ricorrere ad un vettore trainante dotato di motore?

    Mentre il Canalbianco-Tartaro sino alla Torretta è paesaggisticamente abbastanza accettabile per quanto modificato da allargamenti e rettifiche (ed è bellissimo il ramo vecchio tra Canda e Trecenta, inspiegabilmente sbarrato da cilindri di cemento o acciaio) più su scorre in un interminabile drizzagno del tutto artificiale tra sponde di cemento, e farselo tutto a remi sarebbe stato un vero supplizio. Qui davvero la navigazione commerciale moderna esclude quella turistica e sportiva, che non può non rifuggire da tanta bruttezza.

    Passate altre due chiuse si arriva al Mincio. Con l’imbocco di questo affluente del grande fiume, che dopo pochissimo sbocca nel Po, ha inizio per noi il tragitto di ritorno. Risalendolo invece si arriverebbe a Mantova attraverso la chiusa di Governolo.

    Già che c’eravamo si proseguì a motore anche scendendo il Po, dopo la conca di San Leone, per arrivare sul far della sera ad Ostiglia, punto d’appoggio prestabilito. (Dovendo ripetere l’esperienza si potrebbe partire a remi già dalla bocca di Secchia, quasi di fronte al Mincio, dov’è possibile l’ormeggio).

    28 e 29 Agosto — Scendendo il Po

    L’itinerario fluviale è stato quindi interrotto ad Ostiglia, dopo una prova di navigazione con vela “al terzo” sul battello ferrarese per verificare l’efficienza delle attrezzature. Dopo una pausa di 4 giorni imposta da impegni di lavoro degli equipaggi, si tornò a vogare sabato 28, coprendo il tratto da Ostiglia a Felònica. Da sottolineare che il battello ferrarese, che può armare una piccola vela “al terzo”, si fece gran parte del percorso spinto da un leggero venticello.

    La navigazione sul Po per alcuni partecipanti era un’esperienza nuova (uno di questi proveniva niente meno che dalla Costa d’Avorio) mentre per altri era il grande fiume italiano già conosciuto e come sempre affascinate e maestoso. Lungo le sue sponde c’è tutta una vita di barche, di poste da pescatori e baracche galleggianti: un vero piacere degli occhi, a differenza della navigazione sul Canalbianco-Tartaro dove non avevamo incontrato nessun altro natante eccettuato qualche motoscafo fino a Castelguglielmo ed il bel vaporetto passeggeri VITA PUGNA ormeggiato a Zelo nei pressi dello scenografico ponte asburgico.

    Domenica 29 si imbarca a Felonica il giornalista Soletti del Touring Club che, dopo dimostrazione di pratica di voga, sbarca a Ficarolo (un altro giornalista-regista nella sua discesa in canoa+bici da Torino aveva intervistato precedentemente ad Ostiglia il socio Ben originario della Tunisia).

    Questa del 29 sarà una giornata di tribolazione: un vento contrario sempre più forte, un borino cattivello che alza onde da mare e ci fa ritardare di almeno due ore la tabella di voga, così che ad Occhiobello ci conviene scendere a terra per tirare il fiato e mangiare qualcosa.

    Giunti finalmente a Santa Maria Maddalena, il battello ferrarese si ferma, disponibile per fare un po’ di vela sul Po Grande per un paio di settimane, mentre l’altro, passata la chiusa di Pontelagoscuro, si dirige verso Ferrara, raggiungendo la nostra sede di San Giorgio ad ora abbastanza tarda: ai remi Ben, Cristiano ed Enrico ed a bordo l’amico e fotografo Moreno.

    Un’impresa non di poco conto: si sono attraversate ben quattro province, Rovigo, Verona, Mantova e Ferrara e tre regioni cioè Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Un itinerario sicuramente interessante, in cui però abbiamo potuto notare che solo alcune località rivierasche continuano a mantenere effettivamente stretti legami col fiume e solo in rarissimi casi ancora si possono incontrare personaggi che un tempo praticavano il fiume come i pescatori o i traghettatori: si è avuta notizia di un raro costruttore di barche tradizionali in legno, purtroppo tutti mestieri questi oramai scomparsi.

    L’aspetto interessante della nostra vogata sta anche nel fatto che all’iniziativa hanno aderito varie associazioni remiere di diverse province: dell’associazione ferrarese “Barcàr ad Puatèl”, della “Rari Nantes” di Padova, del “Bisato” di Battaglia e (nel prologo) del Canoa Club di Migliarino.

    Da sottolineare il ruolo si supporto attivo rivestito da Cristiano che ci ha seguito pazientemente in macchina scattando anche infinite fotografie e ha provveduto ai contatti con la stampa (personalmente ha vogato nel prologo e nella quarta tappa, alzando orgogliosamente la bandiera del C.T.G.). Da citare poi Eligio, anche lui molto paziente nei servizi automobilistici di recupero dei vogatori (e vogatore nell’ultima tappa).

    Positivi contributi sono stati poi apportati dalla Nautica Ostigliese e dal Circolo canottieri “La Folaga” di Felònica che ci hanno gentilmente accolti ai loro pontili; così pure il Canoa Club di Migliarino che ci ha prestato il motore fuoribordo. Un plauso anche al Sindaco di Felònica; e a Franco paziente motorista nella lunga seconda tappa. Per tutti quanti credo sia stata una bellissima esperienza.

  • L’Oratorio di Santa Lucia

    L’Oratorio di Santa Lucia

    Percorrendo la strada arginale del Po, da Melara ad Occhiobello, il nostro sguardo vaga sull’ambiente che ci circonda, soffermandosi ora sulle acque del grande fiume che scorre verso la foce tenuto a bada da possenti arginature, ora sulla campagna polesana mutevole nei suoi colori a seconda delle stagioni. Non è infrequente una sosta per ammirare il paesaggio, che ci colpisce per l’armonia degli aspetti naturali o per l’intima fusione delle architetture rurali con l’ambiente rivierasco. A volte la nostra attenzione è attirata da una corte isolata, altre volte da un gruppo di case presso l’argine, edifici sorti ai tempi di quella che è stata definita come la civiltà contadina, caratterizzata da uno stile di vita pacato, in stretta sintonia con i ritmi delle stagioni, ben lontani dal tumulto dei nostri giorni.

    Superato il centro di Ficarolo, sottopassato il grande ponte che collega la sponda polesana con quella ferrarese, ci colpisce in particolare una piccola borgata, fatta di abitazioni in fila, appena sotto l’argine: un nucleo minimo affacciato su una stradicciola parallela a quella arginale. E tra i caseggiati scorgiamo, fresco di un recente restauro, un piccolo oratorio. Una chiesetta in miniatura, con il suo bravo frontone. E’ proprio quest’ultimo elemento architettonico che immediatamente ci fa pensare ad un edificio eretto per il culto. Ci fermiamo ad osservare e scorgiamo sul lato sinistro della costruzione un singolare campanile a vela.

    Vogliamo vedere meglio. Scendiamo pertanto dall’argine imboccando una strada sterrata, mentre ci appare con più chiarezza la pluralità di edifici, una bella corte racchiusa da una mura di cinta non molto elevata: al centro la casa padronale, sulla sinistra, arretrata rispetto alla strada la stalla con fienile, a destra, avanzata fin sulla via, la costruzione restaurata del bell’oratorio.

    Si tratta di una “Corte rurale, area ed edifici di valore ambientale vincolati”. Ci troviamo in località Tontola, frazione di Ficarolo, l’Oratorio è dedicato a S. Lucia ed è annesso all’abitazione di proprietà Brunelli.

    Il tempietto fa parte della bella corte rurale che mantiene ancora oggi (a parte piccoli interventi resisi necessari per adeguare gli edifici alla nuove esigenze) l’originalità dei luoghi.

    La casa padronale si presenta sviluppata in altezza con alte finestre al primo piano ed aperture a forma quadrata nel sottotetto destinato a granaio. E’ affiancata da un magazzino con un alto arco.

    Discosto, sulla sinistra, l’interessante fienile con annessa stalla: edificio di rilievo, caratterizzato da tre alte arcate ripartite da quattro lesene che si innalzano fino al cornicione del tetto e frangisole. Davanti uno spazio verdeggiante, mentre l’aia mattonata non molto sviluppata è presso l’edificio principale.

    Tutto intorno è terreno agricolo, mutevole nei suoi colori a seconda dei prodotti e delle stagioni, diviso da piccoli fossati per lo scolo delle acque piovane.

    L’area è delimitata dall’argine maestro sinistra Po. Il contesto paesaggistico si snoda dal filo dell’acqua alla vegetazione spontanea ed a quella coltivata a filari di pioppi della golena. Verdi prati, spruzzati da macchie colorate di fiori selvatici, ricoprono le “banche” fino all’argine.

    Ma torniamo ad osservare l’oratorio che ci ha colpito dopo il recente intervento di restauro. Si presenta grazioso, di modeste dimensioni con due entrate: la prima sulla facciata principale, che dà sulla pubblica via, aperta quindi al culto a favore della piccola borgata; la seconda, sulla sinistra, si apre verso la corte. Questo accesso è sormontato da una lunetta con vetri, sopra il quale è posizionata una formella in maiolica con l’immagine di una Madonna con Bambino in braccio. Sopra questo secondo ingresso si alza il piccolo campanile a vela che si presenta dotato di campana: una squilla pronta a richiamare l’attenzione dei fedeli.

    Il restauro del sacro edificio è stato fortemente voluto dai proprietari della corte: i fratelli Brunelli, discendenti in linea materna da Giovanni Margutti (il nonno) il quale nel 1932 acquistò il complesso rurale eretto nel 1887 dal cav. Giorgio Forti. Nell’atto steso in occasione della compravendita dal notaio Alfonso Mastelli si legge: “Casa di abitazione con magazzino, fienile con stalla, casa del bovaio, adiacenze, maceratoi da canapa con sassi e terreno sottoposto. Detti beni sono gravati dall’onere di decima dovuto alla Prebenda Parrocchiale di Ficarolo, alla Contessa Gabriella Giglioli ed al Conte Arturo Giglioli. Gli stabili su descritti vengono venduti ed acquistati a corpo e non a misura, con tutti i diritti e servitù sì attivi che passivi, adiacenze, pertinenze e dipendenze. Compreso l’Oratorio di Santa Lucia, che il compratore si obbliga di tenere aperto al culto e alle preghiere”.

    Con l’attuale intervento di restauro è tornato dunque al servizio della comunità e dei devoti l’antico oratorio, che nello scorrere dei decenni aveva subito un grave degrado.

    E’ stata rifatta la copertura con coppi in parte recuperati, si è proceduto al consolidamento strutturale dell’architrave in mattoni dell’ingresso laterale e alla realizzazione di un piccolo sagrato davanti alla facciata principale. E’ stato rimosso e rifatto il pavimento utilizzando la parte recuperata, rifatto l’impianto elettrico, intonacate e dipinte le pareti interne ed esterne, puliti gli infissi in legno originali e soprattutto recuperato l’altare in cotto sul quale si erge il quadro dedicato a Santa Lucia con gli occhi rivolti al cielo, gradevole opera di pittore ignoto del ‘700. Della stessa epoca una statua della Madonna, anche questa di autore sconosciuto.

    Apprendiamo che lo scorso anno, il 13 dicembre, giorno dedicato a Santa Lucia, a cui è intitolato il tempietto, c’è stata la cerimonia di inaugurazione del bene restaurato. Una festa molto partecipata e sentita, in occasione della quale i proprietari, soddisfatti e commossi per l’interesse manifestato dalla comunità, hanno aperto la loro dimora ai molti convenuti per un caldo ed affettuoso momento conviviale.

    Una bella storia che ascoltiamo con piacere prima di riprendere il nostro percorso sulla strada arginale alla volta di Gaiba.

  • Notturno nel Parco Marchiori

    Notturno nel Parco Marchiori

    La tradizione popolare ancora oggi attribuisce spesso connotazioni negative ai pipistrelli, viceversa la comunità scientifica non manca di sottolineare gli aspetti positivi dell’azione di questi mammiferi volanti, la cui presenza viene inoltre segnalata come indice di salubrità ambientale.

    Ecco perché il WWF, sezione di Rovigo, è da alcuni anni interessato a individuare le colonie di questi animaletti volanti che, nelle serate estive, iniziano a solcare i cieli polesani dopo il tramonto.

    Dopo le serate a Badia Polesine, Porto Tolle e Ariano Polesine, la ricerca dei pipistrelli la scorsa estate si è concentrata a Lendinara, con un’escursione notturna, il 4 agosto, nel parco di Villa Marchiori. A ragione del luogo di così elevato interesse storico-paesaggistico, si è scelto di dare alla serata anche un aspetto culturale e non esclusivamente scientifico.

    Il Palazzo Cà Dolfin oggi Marchiori ha origini che risalgono alla seconda metà del 1500. A tuttoggi non è ancora noto l’architetto che lo ha progettato, anche se lo stile fa pensare ad un grande dell’epoca, per cui si è fatto più volte il nome dello Scamozzi o del Sansovino.

    La nobiliare dimora, che fu dei Dolfin, fu acquisita nel 1843 dai fratelli Giuseppe e Giacomo Marchiori, e costituisce uno dei più importanti monumenti architettonici della provincia di Rovigo.

    Di grande interesse si presenta anche il parco, che si estende sul retro del palazzo, realizzato a partire deal 1869 da Domenico Marchiori. Attualmente esso si estende per circa 2,5 ettari e conta diverse centinaia di alberi e arbusti. Si tratta di uno dei rari parchi romantici della provincia, al quale si può associare il Parco Labia di Fratta Polesine, nonché parco Restelli di Boccasette di Porto Tolle, ispirato dall’architetto Giuseppe Jappelli, che ne fu, forse, anche il progettista.

    La serata dedicata allo studio dei pipistrelli dimoranti nel Parco di Villa Dolfin-Marchiori, ha preso il via dall’incontro con Nicola Gasparetto, animatore del locale gruppo del Centro Turistico Giovanile, che ha tracciato la storia del bene lendinarese, ricordando come nel palazzo in oggetto abbiano soggiornato importanti personaggi della storia politica e culturale italiana. In particolare nell’Ottocento furono ospiti di Domenico Marchiori Giuseppe Garibaldi (24/2/1867) e il poeta Aleardo Aleardi. In tempi più recenti, intorno alla metà del Novecento invece, figure di primo piano del mondo culturale come gli artisti Giuseppe Santomaso, Renato Birolli, Emilio Vedova, Carlo Levi, Hans Hartung, e Umberto Saba, uno dei più grandi poeti italiani del secolo scorso.

    Quale il motivo di tanti ospiti illustri nel Palazzo Dolfin-Marchiori? E’ presto detto: sin dalle origini la dimora gentilizia risultò essere una sorta di propaggine cenacolare polesana della città di Venezia, prima grazie al nobile casato veneziano dei Dolfin, poi, nell’Ottocento, per l’intraprendenza di Domenico Marchiori che assunse anche il ruolo amministrativo di primo cittadino di Lendinara e, successivamente, nel secolo scorso per l’intensa attività svolta da Giuseppe Marchiori, critico d’arte di levatura internazionale e narratore delle ultime imprese artistiche di pittori e scultori operanti tra gli anni quaranta e cinquanta del ‘900. Artisti che egli seguì in quello che è considerato uno dei più importanti movimenti dell’arte italiana del ‘900, che porta il nome di Fronte Nuovo delle Arti.

    L’eredità culturale della famiglia Marchiori è conservata oggi nella figura dell’ing. Giuseppe Marchiori, nipote dello storico dell’arte e suo omonimo, che cerca di mantener viva l’opera dei predecessori. L’ingegner Marchiori, al termine del percorso, ha voluto incontrare gli escursionisti, e li ha intrattenuti raccontandogli del suo legame affettivo con il Parco e del suo rapporto con gli animali che lo popolano, dalle minuscole Lucciole, ai Picchi, ai rapaci notturni, ai Martin pescatori, alle Nitticore. Ha informato i presenti delle immagini che scatta egli stesso per creare una documentazione delle varie specie presenti, arricchendo così la singolare collezione fotografica di famiglia, presentata, alcuni anni fa, nella sala civica di Lendinara e pubblicata, grazie alla biblioteca ‘G.B.Conti’, nella collana editoriale ‘Museo Polesine’ diretta dal dott. Pierluigi Bagatin.

    Va qui ricordato che la famiglia Marchiori ha inoltre donato alla biblioteca civica di Lendinara, negli anni scorsi, una parte del consistente archivio del critico d’arte, consistente in preziosi documenti e lettere ricevute da molti tra i più importanti artisti del secolo scorso.

    Ma per gli operatori del WWF, impegnati nella ricerca sui pipistrelli, il parco di Palazzo Marchiori significava, sopratutto, un desiderio nascosto e finalmente svelato. Erano certi, infatti, che quel luogo verde, al centro di una campagna per lo più desertificata, costituisce una sorta di isola ambientale nella quale insetti, anfibi, rettili, mammiferi e uccelli trovavano uno degli ultimi luoghi ancora in grado di offrire loro cibo e possibilità di riprodursi. E in questo contesto non potevano certamente mancare i pipistrelli. Infatti, dopo pochi passi dentro il perimetro del parco, accolti da piante maestose, prati, stagni e corsi d’acqua sinuosi, gli strumenti elettronici atti a individuare i mammiferi volanti davano subito un forte segnale.

    I visitatori dunque (una trentina, giunti da Badia Polesine, Rovigo e dal veronese) si recavano sulla collinetta artificiale che ospita una ghiacciaia con una torretta neogotica, avendo modo di assistere ad uno spettacolo memorabile: una dozzina di pipistrelli, alcuni di grossa taglia (Eptesicus serotinus) altri più piccoli (probabilmente Pipistrellus khuli e Hypsugo savii) intrecciava voli a caccia di insetti mentre il cielo mostrava l’ultima luce del giorno sul far della sera (non a caso questi mammiferi sono denominati Vespertilli, da Vespero, termine oggi pressoché estinto, che significa sera).

    Eddy Boschetti, presidente provinciale del WWF, con efficaci parole (frutto di numerose ricerche sul campo non solo sui chirotteri, ma anche sugli anfibi e sull’avifauna) illustrava ai presenti il valore ecologico di quegli animali ed effettuava le registrazioni degli ultrasuoni (con un transistor D240X della Pettersson Electronics, acquistato con il contributo dell’Associazione Faunisti Veneti), che poi sarebbero state elaborate attraverso un programma di bioacustica per individuarne la specie.

    Riferiamo di seguito alcune dichiarazioni degli escursionisti.

    Massimo Benà di Rovigo: “La visita alla cinquecentesca villa Marchiori di Lendinara è stata una gran bella sorpresa. Ho visto un bellissimo parco che non avevo mai avuto l’occasione di visitare. Si tratta indubbiamente di un vero e proprio gioiello naturalistico incastonato nella misero paesaggio polesano, che si trova vicino a casa, e del quale molti non conoscono neppure l’esistenza!”.

    Nicola Masieri di Trecenta: “Nell’ambito di questa ricerca sui Chirotteri in Polesine, io mi occupo principalmente delle specie acquatiche (in modo particolare del Vespertilio di Doubenton, Myotis daubentoni) e dell’individuazione dei rifugi nell’area altopolesana. Questo parco è un autentico laboratorio per lo studio e la salvaguardia di questi delicati mammiferi, sempre più minacciati dai pesticidi e dalla riduzione del loro ambiente. Esprimo il mio personale ringraziamento all’ing. Giuseppe Marchiori che persiste negli intenti naturalistici iniziati, seppur con altre motivazioni culturali, dai suoi predecessori”.

    Claudio Vallarini, di Badia Polesine, coordinatore dell’indagine sui Chirotteri nella provincia di Rovigo per il quadriennio 2008-2012: “Per quanto riconducibile all’ambito faunistico la visita a questo parco è stata certamente la più interessante tra tutte quelle, e sono centinaia, già effettuate in Polesine”.

    Adino Rossi di Badia Polesine, rappresentante dell’Associazione APIDA: “Oltre alla bellezza del luogo, mi ha sorpreso la presenza di giovani e giovanissimi, che hanno dimostrato interesse per quanto veniva spiegato e si poteva leggere nelle loro domande la speranza di poter ripetere l’esperienza. Credo si dovrebbero programmare nuove uscite in autunno e in primavera, al fine di verificare i differenti comportamenti stagionali sia dei chirotteri, sia degli altri animali presenti all’interno del bellissimo parco lendinarese.”

    La visita al Parco Marchiori però, suscita un altro appello: chi trovasse rifugi o pipistrelli feriti o in difficoltà, chiami i nostri operatori, i quali interverranno nel modo più appropriato (Eddy Boschetti, 349 8042520).

  • Le Possessioni Ferraresi

    Le Possessioni Ferraresi

    Raggiungendo Melara può essere piacevole attuare una sosta presso un interessante punto di ristoro posto ai confini del Polesine, là dove dopo poco ha origine la provincia di Mantova. Si tratta di una restaurata corte, tra le più antiche di Melara, parte di una tenuta agricola chiamata da sempre “Possessioni ferraresi” che, recenti studi da parte dello scrivente, fanno risalire al Sei-Settecento.

    La tipologia della corte presenta chiari segni architettonici emiliani, con il pozzo ed il brolo uniti alla casa del reggitore e le stalle nelle immediate vicinanze. Da qualche anno il complesso è stato riportato alla sua bellezza originale grazie alla famiglia Tonini che, all’interno della casa padronale, ha ricavato un albergo-ristorante.

    Un nuovo punto di accoglienza, dunque, che si presta molto bene a manifestazioni fra le più disparate sfruttando l’ampio parcheggio e lo spazio retrostante. Così è stato per la presentazione dell’ultimo numero del Ventaglio, alla presenza di autorità locali e provinciali, del coro “La Rocca”, degli amici della redazione della nostra rivista Lino Segantin e moglie, Giuseppe Marangoni e consorte, e dell’associazione “Mellaria”.

    L’occasione è stata propizia anche per il riconoscimento di un artista del ferro battuto e del bel canto melarese, Giuseppe Marangoni, classe 1935 (di cui si parla nel numero 41 della rivista). Una bella occasione per rivalutare peculiarità e caratteristiche del territorio, presentando la rivista in un ambiente diverso dal solito per Melara e, nel contempo, attestare stima e riconoscenza per un artista locale. Una nuova pista culturale da valorizzazione, il cui valore è certo ma che solo il tempo ci dirà quanto sia valida intraprendere.

    I proprietari nel corso dei secoli

    La casa e le adiacenze servivano al fattore che aveva presso la dimora diversi familiari ed un considerevole numero di animali utili alla conduzione della grande tenuta, i cui terreni si prolungavano dalla corte sia a nord che a sud, andando a lambire il corso del Po.

    Fu nientemeno che papa Innocenzo X che nel 1650 li cedette in enfiteusi ad un prezzo di favore a Francesco Estense Tassoni, nobile di Modena e Ferrara, nonché Governatore di Ancona, al fine dimostrare la propria riconoscenza per i servigi ricevuti. I terreni e gli immobili del fondo erano dati in uso pagando alla Santa Sede quattro ducati d’oro¹.

    La posizione, era ed è tuttora illuminante per spiegarne il nome: perché chiamarle infatti Possessioni ferraresi? Semplicemente perché erano il primo caseggiato che si incontrava entrando nel territorio di Melara dal Mantovano: l’ultimo lembo dello Stato Pontificio, già degli Estensi di Ferrara, sul confine verso lo Stato di Mantova dei Gonzaga. Ancora oggi è confine di Comune, di Provincia e di Regione.

    Le “Possessioni” risultano sempre presenti nei catasti pre-unitari quali il “Catasto Carafa”² del 1779, il “Teresiano” compiuto nell’anno 1784³, ma pure nei successivi austriaci e napoleonici dell’Ottocento⁴.

    Agli Estensi Tassoni nel Settecento subentrarono i Turola che figurano dimoranti nella vicina Ostiglia già nel primo decennio del Settecento⁵, ma sul finire del secolo abitavano in Mantova ed erano cittadini, oltre che mantovani anche ferraresi ed adr iesi. In particolare Pietro Paolo è ricordato quale benefattore dell’ospedale di Ostiglia⁶.

    Le “Possessioni” e il territorio

    Come già notato, gli edifici – le “fabbriche” come venivano chiamate nei secoli scorsi quando erano in muratura – erano di non poca importanza: di fatto rappresentavano un piccolo baluardo civile in un’area di confine fra due Stati: quello Estense, poi-Pontificio e quello Gonzaghesco.

    Non meraviglia pertanto scoprire che le Possessioni nei secoli XVII-XVIII furono spesso tormentate da varie dispute, sia relativamente al possesso della grande area del terreno circostante, sia sui ricavi derivanti dai raccolti. Dispute che, oltre ai privati, coinvolsero ora Ferrara, ora Mantova, ora la Santa Sede, con una nutrita produzione di atti notarili.

    “Fabbriche”, termine usato per indicare qualcosa di solido e di materiale, rispetto alla scarsa consistenza della quasi totalità degli edifici dei nostri paesi. Ancora ad inizio Ottocento dalla famosa inchiesta “Bertani”, fatta eseguire da Napoleone Bonaparte, risultava che nelle nostre zone circa il 90% dei caseggiati erano fatti di canne, paglia e mattoni crudi.

    Le “Possessioni” si caratterizzavano dunque per la loro eminenza sul territorio. Le troviamo abbozzate in una prima pianta topografica dell’anno 1753. Questo disegno servì all’impianto dei Pilastri di confine fra lo Stato di Ferrara e di Mantova che poi darà via al famoso “Trattato di Melara” concluso nell’anno 1757⁷. Poi, in pieno Ottocento, i beni passeranno di mano alla nobile famiglia Massari di Ferrara e saranno condotti dai fratelli Zanella per più generazioni.

    In una perizia del 30 luglio 1754 vengono stimate le due Possessioni assieme unite, per il valore di quasi 5.000 scudi romani del tempo. Sono sempre i già citati nobili Estensi Tassoni di Ferrara, in questo frangente divenuti marchesi, che investono il già citato Pietro Paolo Turola con un livello relativo alle fabbriche e al terreno circostante. L’atto notarile viene redatto dal notaio ferrarese Gaetano Antonio Meloni ed in esso vi è la descrizione minuziosa delle costruzioni e del loro valore in scudi ferraresi del tempo⁸.

    Le Possessioni comprendevano tutto quanto serviva ad una grande corte: case, forno, cantine, due pozzi, fienili, stalle, porcili, pollai ecc., in sintesi quanto necessitava per la propria autosufficienza. Ma la dimora era adatta anche ad ospitare i “padroni” ferraresi che di tanto in tanto facevano visita ai loro possedimenti.

    Nel primo Novecento i terreni furono divisi fra vari nuovi possessori e lo stabile principale andò letteralmente in rovina, abbandonato negli anni ‘70. Ma oggi – miracolosamente – dove sorgeva la casa per la conduzione dei terreni troviamo una nuova struttura ricettiva: l’albergo e ristorante “Antiche Possessioni Ferraresi”.

    La situazione attuale

    Il lungo lavoro di recupero degli stabili delle Possessioni ha avuto un prodromo già nel 1990 quando si incaricò un architetto di Sermide di stendere una relazione sul suo possibile utilizzo⁹.

    Ma il nuovo decisivo impulso al suo recupero prese piede solo nel 2004, quando i proprietari Tonini Gianni e Bisestri Andreina ebbero la felice idea di un utilizzo quale albergo e ristorante. I lavori si prospettarono considerevoli: lo stabile, che appariva fatiscente, fu rifatto dalle fondamenta utilizzando le stesse pietre, in una ricostruzione attenta a rispettare esteriormente le linee costruttive pre-esistenti, compresa la meridiana sopra la porta d’ingresso principale.

    Dopo i lavori di ristrutturazione durati tre anni, la struttura è stata aperta al pubblico con un servizio di albergo e ristorante.

    L’albergo, situato al primo piano, è composto di n. 8 camere matrimoniali, 2 Junior Suite arredate con materiali di pregio in stile antico e 6 camere tradizionali arredate con materiali di pregio, ma in stile moderno. Tutte le camere vengono aperte con tessere magnetiche (badge) e sono dotate di servizi indipendenti con doccia, televisione con abbonamento Sky, internet wireless, frigo-bar, cassaforte per custodia valori e impianto di condizionamento-riscaldamento autonomo.

    Il ristorante, situato al piano terra, è composto di due salette e un sala con camino funzionante per una capacità di circa 60 coperti con servizio al tavolo. La cucina prevede un menù con preparazioni tipiche mantovane e ferraresi e preparazioni di cucina innovativa a discrezione dello chef e una carta vini contenente etichette provenienti da tutta Italia, da paesi europei di prestigio come la Francia e una selezione delle migliori acquaviti e liquori internazionali.

    Il bar al piano terra è di servizio al ristorante durante il giorno e all’albergo solo per le colazioni.

    All’esterno si trova il parcheggio custodito con videosorveglianza a circuito chiuso sia davanti che dietro la struttura con due ingressi indipendenti, uno per il pubblico e uno per i dipendenti e i fornitori. Nel giardino anteriore è stato posizionato un pozzo e sulla facciata dell’edificio è stata ricreata la meridiana con le parole “Sol Bona Ad Gentes Tribuat” (Il sole doni benefici ai membri della famiglia); una tettoia identifica l’ingresso principale.

    Nel giardino posteriore si trova infine un’area con 4 gazeebo per la ristorazione estiva con 50 coperti circa.

  • Nella Chiesa di S. Francesco

    Nella Chiesa di S. Francesco

    Non è passato inosservato l’articolo dedicato a Benvenuto Tisi detto Garofalo (Benvenuto… e non il Benedetto come per una svista è erroneamente apparso nel titolo. Ventaglio n. 38 pag. 82 e successive).

    L’autore Claudio Garbellini – di cui piangiamo la recente scomparsa – ha innanzitutto chiaramente evidenziato l’origine polesana dell’artista. Si sono infatti decisamente irrobustite, dopo l’importante mostra allestita due anni fa al Castello di Ferrara le motivazioni della sua nascita a Garofolo, attuale frazione di Canaro, da cui è poi derivato il soprannome. Un appellativo usato con estremo piacere dal pittore, tanto che, in qualche occasione, l’artista ha firmato i suoi quadri apponendovi, sulla fascia più bassa, un minuscolo disegno di un garofano. Non trova pertanto sufficiente giustificazione l’ipotesi di una sua nascita a Ferrara, città nella quale poi visse ed ebbe la sua consacrazione artistica.

    Il compiacimento per la ribadita origine polesana del pittore non è però accompagnato da altrettanto eloquenti testimonianze dell’artista nella terra tra il Po e l’Adige. “Varie le opere tuttora ammirabili a Ferrara, una sola in Polesine” si avvertiva in una scheda allegata al citato articolo, con l’indicazione di raggiungere la chiesa di Crespino per apprezzare l’unica pala d’altare realizzata dal Garofalo oggi conservata in Polesine.

    Se è vero che l’opera in questione è l’unica pala d’altare del Garofalo oggi ammirabile in Polesine, esiste però – come ci ha fatto notare un attento lettore del Ventaglio – un’altra importante opera all’interno del territorio provinciale, attribuibile all’insigne pittore.

    Per scoprirla occorre recarsi nella chiesa di S. Francesco e Santa Giustina di Rovigo. L’opera raffigura S. Francesco che riceve le stimmate ed è posizionata nell’altare destro della crociera, ai piedi di una pala d’altare dedicata alla Discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli (Pentecoste). Opera quest’ultima realizzata da Girolamo da Carpi. Motivo per cui tradizionalmente anche il piccolo quadro dedicato a S. Francesco, posizionato sullo stesso altare, è sempre stato attribuito al pittore emiliano.

    Va però detto che solo in tempi recenti si è ritenuto di vedere nel dipinto la mano del Garofalo¹, accreditando pertanto al “Raffaello ferrarese” due opere presenti in territorio polesano.

    La visita alla chiesa rodigina di S. Francesco e S. Giustina alla ricerca del quadro del Garofalo, ci porta ovviamente ad ammirare anche il sovrastante dipinto di Girolamo da Carpi² dedicato alla Discesa dello Spirito Santo, nonché altre opere realizzate – e questa è una connotazione davvero significativa – da pittori coevi di ambito ferrarese.

    Appena entrati nel tempio, nel primo altare della navata destra, non possiamo che manifestare ammirazione per la pala rappresentante Il Battesimo di Gesù da parte di San Giovanni Battista, opera datata 1542, attribuita al Maestro dei 12 Apostoli³, all’epoca attivo in Ferrara. Il dipinto su tavola è inserito in una elaborata cornice dorata, sovrastata dall’immagine del Padre Eterno e corredata da altri piccoli inserti dipinti, dedicati ai Santi Rocco, Usualdo, Francesco e Antonio, nonché a Cristo deposto dalla croce.

    Anche il secondo altare presenta una pregevole opera di scuola ferrarese: una pala raffigurante La Madonna in trono tra i Santi Pietro ed Andrea, dipinto ragguardevole del ferrarese Domenico Panetti⁴, incaricato dell’esecuzione nel 1505 dalla ferrarese Ginevra Scovassetti, moglie del medico rodigino Andrea Casalini, morto lo stesso anno.

    Per restare nell’ambito dei pittori della scuola ferrarese chiamati in questo periodo a prestare la loro opera nella chiesa di Rovigo, pregevole è poi la pala che si trova nell’abside, dietro l’altare maggiore. Raffigura La Madonna col Bimbo in gloria, con Santi e Donatori, realizzata dal Bastianino⁵.

    La grande tela fu commissionata da un altro notabile rodigino, Aurelio Silvestri, ritratto nella parte bassa del dipinto con la moglie, entrambi in atteggiamento di preghiera.

    Dalle opere esaminate si deduce chiaramente l’interesse, da parte delle principali famiglie rodigine del ‘500, a concorrere all’abbellimento della chiesa dedicata a S. Francesco. Un tempio all’epoca molto importante e parte eminente di un complesso monacale destinato ai Conventuali francescani: poliedrica struttura arricchita da due chiostri, sorta a partire dagli ultimi anni del XIII secolo, a seguito delle volontà testamentarie espresse nel 1293 da Obizzo II d’Este, che morendo destinò le risorse necessarie all’edificazione.

    Una storia quella del complesso francescano che, dunque, affonda le sue radici nel medioevo, raggiungendo il suo splendore specie in epoca rinascimentale con un importante ampliamento della chiesa, seguito dalla dotazione di importanti opere. Poi la parabola discendente fino alla soppressione del convento in epoca napoleonica e un cambiamento totale della fisionomia, in particolare dopo i radicali interventi ottocenteschi che cancellarono quasi del tutto l’impianto originario di stile gotico. I lavori, che conferirono alla chiesa un nuovo aspetto di stampo neoclassico, si protrassero per buona parte del XIX secolo e culminarono con il rifacimento della facciata, progettato nel 1842 da Lorenzo Rossini, ma portato a termine soltanto nel 1896 con il posizionamento di cinque statue (oggi scomparse) sulla sommità del tempio.

    A testimonianza dell’antica architettura è stata recentemente recuperata la gotica “Cappella Roverella”, a sinistra dell’altare maggiore. All’esterno resta soprattutto la facciata di quella che fu la Sala Capitolare, attualmente sacrestia: fanno bella mostra di sé cinque arcate a sesto acuto, con la presenza di due stemmi rappresentanti l’aquila estense. E’ tutto quanto rimane del grande complesso caratterizzato dai due chiostri in stile gotico, destinati ad un progressivo degrado dopo l’allontanamento dei frati conventuali. Gli ambienti furono infatti dapprima adattati a caserma, poi destinati ad ufficio postale ed infine lasciati nell’abbandono fino alla demolizione.

    Si salvò la chiesa che, dopo la soppressione del convento, fu affidata al parroco di S. Giustina, il cui tempio fu contemporaneamente abbattuto per far spazio ad una nuova piazza, successivamente intitolata a Garibaldi alla morte dell’”eroe dei due mondi”. Fu così che la secolare chiesa francescana assunse la doppia dedica a S. Francesco e S. Giustina.

    Le vicissitudini non sempre positive hanno però fortunatamente risparmiato il ciclo pittorico del periodo rinascimentale. Opere di sicuro pregio legate – come sottolineato – alla cultura ferrarese.

    Ma sempre del XVI secolo, all’interno del tempio furono posizionate anche due importanti esecuzioni scultoree, quest’ultime di matrice culturale veneta. Si tratta innanzitutto della Pietà portata a compimento da Tullio Lombardo (Padova 1455 – Venezia 1532)⁶ per la cappella votiva, che si apre al centro della navata sinistra, voluta da Flora Baroni a memoria del defunto marito Ludovico Della Bianca, notaio ferrarese trasferitosi a Rovigo a fine ‘400. L’opera monumentale fu commissionata allo scultore veneto nel 1526 da Marco Casalini che nel frattempo aveva sposato la vedova del Della Bianca.

    L’altra realizzazione scultorea si trova nella sagrestia: si tratta di un pregevole bassorilievo di anonimo di scuola veneta raffigurante La Madonna tra i Santi Lorenzo e Giovanni Battista⁷.

    Una visita alla chiesa rodigina di San Francesco e Santa Giustina ci permette dunque di apprezzare opere di grande valore, pregevoli testimonianze di un consistente interesse, sotto il profilo artistico, manifestato dalle principali famiglie di Rovigo, che, per quanto riguarda la scultura, rivolsero la loro attenzione verso l’ambito veneto, mentre per la pittura verso quello ferrarese. Una osservazione quest’ultima che per certi aspetti può stupire dato che – dopo la guerra del Sale (1482-84) – Rovigo era entrata a tutti gli effetti a far parte del territorio della Serenissima. Ma evidentemente non erano stati recisi i collegamenti con la città estense con la quale, anche a seguito di legami parentali, perdurarono intensi i rapporti per vari decenni del Cinquecento.

  • L’Ottocento elegante

    L’Ottocento elegante

    C’è attesa per la nuova importante mostra che dal 29 gennaio al 12 giugno 2011 interesserà le sale del Palazzo Roverella: un nuovo grande evento espositivo, dedicato all’Ottocento elegante e folcloristico. Un’occasione di sicuro richiamo, che porterà Rovigo all’attenzione nazionale.

    La mostra, promossa da Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Comune di Rovigo, e Accademia dei Concordi, riprende il filone classico nella programmazione espositiva del Palazzo, cioè quello della pittura in Italia a cavallo tra gli ultimi due secoli. Curata da Dario Matteoni e Francesca Cagianelli, essa si concentra sul trentennio 1860-1890, un periodo di grandi speranze, euforia e fiducia, per certi versi accesi dall’unificazione del Regno d’Italia, che trovarono particolare vitalità anche nella storia dell’arte.

    Un’ondata di colore invade la pittura italiana di quel periodo, dando vita a scene in costume, soggetti orientalisti e ambientazioni neosettecentesche nel segno di un gusto internazionale che attraversa l’Europa. È un Ottocento elegante di balli e ricevimenti, di salotti à la page e corse, ma anche un Ottocento vivace di feste popolari, carnevali, e balli mascherati, animato da incontri tra le fronde, travestimenti e idilli, per non parlare di sogni popolati da carnose odalische o conturbanti profumi d’Oriente.

    In questo contesto, in quanto a colore e sensualità, ambientazioni esotiche e cromie accese, sicuramente lo spagnolo Mariano Fortuny rappresenta una sorta di profeta, trasponendo sulla tela la gioiosità e giocosità della vita, il colore e il calore della sua terra e facendo della pittura lo specchio variopinto di queste sensazioni.

    Ecco allora che, nell’orbita dello spagnolo Fortuny, ma anche di Jean-Louis-Ernest Meissonier, nel secondo Ottocento si avvia una nuova stagione artistica anche per la pittura italiana, caratterizzata da preziosismi pittorici e curiosità tematiche che si diffondono come gusto ed hanno un vero e proprio exploit a partire dall’Esposizione Universale di Parigi del 1867.

    Esotismo e gusto neosettecentista si possono trovare tra esponenti italiani quali Giacomo Favretto – uno dei più fulgidi protagonisti della pittura veneta dell’Ottocento -, Giuseppe De Nittis con la sua produzione di scene di genere in costume, Giovanni Boldini che elegge il parco di Versailles quale palcoscenico privilegiato per i suoi idilli galanti in costume.

    Questi artisti e molti altri si potranno ammirare nella mostra rodigina, che sarà articolata in otto sezioni.

    Italia-Parigi tra Meissonier e Fortuny: A partire da Giuseppe De Nittis e Giovanni Boldini tutta una serie di scene galanti e interni di genere inonda le esposizioni parigine sulla scia di quel gusto calligrafico da una parte, e dall’altra di uno sfrenato cromatismo che personalità alla moda quali Meissonier e Fortuny avevano imposto come cifra trionfale.

    La scuola meridionale sulle orme di Fortuny: L’arrivo di Fortuny a Portici nel 1874 contribuiva a enfatizzare l’immediatezza narrativa e la rapidità cromatica della maniera napoletana, al punto che molti napoletani recatisi a Parigi assimilarono le mode di Meissonier e Fortuny, in primis Edoardo Dalbono.

    Il fortunysmo a Roma: Gli anni Settanta dell’Ottocento vedono comunque Roma impugnare lo scettro del fortunysmo a partire dall’orbita dell’Accademia di Spagna fino a italiani quali Achille Vertunni che ne trarranno spunto per una produzione paesaggistica di ambientazione orientalista. Il cosiddetto “impero del bianco”, denominazione efficace adottata per uno stile, quello napoletano, che privilegia gli effetti luminosi, vede tra i protagonisti il romano Pio Joris.

    Ma è soprattutto il caso Michetti a segnare il trionfo di un filone di ispirazione idillica, fortemente connotato di virtuosismi pittorici, come documenta la condanna nel 1877 della sua Processione del Corpus Domini ad opera di Adriano Cecioni proprio sulla base della taccia fortunyana: «non può esser mai un artista quello che approva l’arte dei seguaci di Fortuny, cioè Michetti e compagni, perché in questi pittori tutto è fatto per l’occhio, sola e unica preoccupazione di quella pittura».

    Esotismi e Revival: Travestimenti esotici e messinscene di gusto storicistico, tipiche delle mode fortunyane trapassano in molti protagonisti della pittura dell’Ottocento Italiano, dal napoletano Domenico Morelli al lombardo Mosè Bianchi all’emiliano Giovanni Muzzioli, con dovizia di dettagli scenografici e preziosismi cromatici.

    I dettagli del genere: Dal Veneto al meridione, senza dimenticare il caso Lombardia, con i fratelli Induno, dilaga la propensione per un folklore interpretato alla luce di un dettato stilistico internazionale: mercati, vedute urbane, botteghe di antiquari, consentono di gustare in un registro di quotidianità più popolaresca e briosa quelle innovazioni stilistiche dettate dalle mode spagnole. Si tratta di un genere amatissimo presso il collezionismo italiano e internazionale, destinato a suscitare un dibattito critico di ampie coordinate.

    Ne è conferma il destino critico dei fratelli Induno, addirittura sviliti questi ultimi quali emblemi di una vera degenerazione, proprio mentre piovono comunque le committenze ad entrambi da parte della più illustre nobiltà lombarda. Non è un caso che nella dibattuta questione sull’aggiudicazione del primato ad uno dei due Induno, resti in maggioranza chi antepone Domenico al fratello Gerolamo, più incline quest’ultimo ai compromessi di un mercato dell’arte sempre più sensibile al quadro in costume di un Fortuny o di un Meissonier.

    L’Ottocento in costume: Non restringibili al campo del revival antichizzante, di gusto romano o neopompeiano, le messinscene in costume rispondenti al gusto fortunyano si orientano frequentemente verso il repertorio medioevale e rinascimentale, dando origine a tutta una categoria di paggi, fornaretti e menestrelli che da Giovanni Boldini a Giovanni Battista Quadrone si animano di nuove movenze e di sontuosi colori. In Toscana il caso di Francesco Vinea è quello che meglio illustra la diffusione del modello Meissonier e Fortuny, basti pensare all’opera Prima del duello (1875 ca.) conservata alla Galleria d’Arte Moderna di Milano.

    Il neosettecentismo: Oltre all’esotismo è il gusto neosettecentista ad accompagnare in Italia la diffusione dello stile fortunyano, basti pensare a Mosè Bianchi che nel 1866 sarà in grado di verificare nel corso di un soggiorno parigino quell’inclinazione per la pittura in costume alla maniera di Meissonier. La presenza di Fortuny a Parigi proprio nel 1866 gli consentirà di progredire in fatto di virtuosismi pittorici nel reparto delle tematiche neosettecentesche almeno fino agli anni Ottanta. Tra gli Italiani di Parigi saranno ancora una volta Giuseppe De Nittis e Giovanni Boldini a coniugare i fasti neosettecenteschi in virtù di una sapienza cromatica e di una verità di atmosfera che sfugge ad ogni manierismo accademico.

    La vita contemporanea: Sempre più spesso evenienze mondane e parate ritrattistiche vengono affidate nella seconda metà del XIX secolo a quegli artifici pittorici che Mariano Fortuny aveva saputo imporre quali ingredienti di un’arte alla moda: assoli di nobildonne, vedute di ippodromi, ribalte teatrali, interni ovattati diventano palcoscenici per rari e pregiati arredamenti oltre che per sieste regali: da Giovanni Boldini a Giuseppe De Nittis, da Giacomo Favretto a Edoardo Tofano, da Carlo Pittara a Riccardo Pellegrini, l’attualità dei ricevimenti mondani e la modernità dell’icona femminile affascinano con artifici rinnovati.

    La mostra proporrà una molteplicità di tematiche dando conto di profondi cambiamenti etici e culturali della società italiana risorgimentale. Sarà dunque un percorso espositivo del tutto inedito, godibile dal grande pubblico anche in rapporto alla ricorrenza dei 150 anni dall’Unità d’Italia.

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