C’era una volta il tabacco, una coltivazione diffusa in Polesine anche se sottoposta al rigido controllo dello Stato. Introdotta in Italia negli ultimi anni del 1800 e nei primi del 1900, tale coltura fu praticata nella nostra provincia fino ai primi anni dell’ultimo dopoguerra. Fu soppiantata sia dall’impianto di nuovi frutteti sia per l’abbandono da parte degli imprenditori agricoli a causa del minor guadagno assicurato. Una produzione che richiedeva molta manodopera, soprattutto femminile e che nei ricordi di qualche anziana suscita ancora non poca nostalgia.
“Il lavoro ci piaceva, dava molta soddisfazione e permetteva un guadagno per tutto l’anno – dice Lina, una ‘tabacchina’ di San Bellino impiegata nell’azienda Cestarollo di Castelguglielmo. – Si stava bene e c’era grande armonia tra noi donne; eravamo allegre e cantavamo tutto il giorno”.
Contrariamente ad altri Paesi, in Italia la coltura non fu mai libera, ma Monopolio dello Stato.
Fino al 1907 la coltivazione fu limitata ad alcune province, poi fu disciplinata da un Regolamento approvato con Regio decreto nel 1910. La diffusione di tale coltura in Polesine fu sostenuta dalla Cattedra Ambulante di Agricoltura, presente a Rovigo fin dal 1886, che svolse una intensa attività per convincere gli agricoltori a introdurre il tabacco, considerata pianta di rinnovo tale da poter sostituire la canapa e il mais con la possibilità di utili più elevati rispetto alle colture tradizionali.
I primi esperimenti in Polesine furono effettuati dapprima a Lendinara e poi a Rovigo, Trecenta, Contarina ed Adria.
Successivamente la coltivazione fu estesa anche ad altri comuni, tra i quali in modo particolare a Castelguglielmo. Nel 1922 fu costituita a Rovigo la Società anonima essiccazione tabacchi (Saet) con lo scopo di allestire vivai di piante da cedere poi agli agricoltori. Questi producevano il tabacco in foglia verde, che veniva successivamente selezionato, essiccato e venduto, infine, allo Stato. Tra i fondatori di questa Società figuravano i più importanti promotori di attività agricole in Polesine, come Ottorino Piccinato di Fiesso Umbertiano, Giovanni Roveroni di Stienta e Benvenuto Pelà di Castelguglielmo. Quest’ultimo ne fu il presidente. Egli diede grande impulso a questa nuova coltivazione costruendo una quarantina di grandi essicatoi e magazzini in varie località della provincia.
Potevano coltivare il tabacco soltanto gli imprenditori agricoli che ottenevano la concessione dai Monopoli dello Stato. Per ottenerla vi erano delle disposizioni molto rigide e occorrevano particolari requisiti.
Per quanto riguarda Benvenuto Pelà, questi poteva coltivare a tabacco 100 ettari di terreno in Polesine, che erano suddivisi tra Adria, Fiesso Umbertiano e Castelguglielmo. In quest’ultimo paese potevano produrre tabacco, su 50 ettari di terreno, anche i fratelli Luigi e Antonio Cestarollo, ai quali succedette poi il figlio di quest’ultimo, Gianstefano col quale abbiamo avuto modo di incontrarci per ottenere alcune informazioni su tale produzione oggi scomparsa dalle nostre campagne.
Ogni due anni era necessario alternare la coltivazione di questa pianta con altri prodotti, per cui bisognava essere conduttori di estensioni molto vaste di terreno.
Il ciclo di produzione era complesso ed occupava una manovalanza numerosa per quasi tutto l’anno, divenendo importante fonte di reddito per molte famiglie. La manodopera era costituita quasi esclusivamente da donne. Esse provvedevano dapprima, verso la fine di febbraio o ai primi di marzo, alla posa a mano delle piantine, prelevate dai semenzai di sabbia e torba, coprendole poi con arenotti; quindi effettuavano il diradamento, le manutenzioni e il necessario innaffiamento fino a giungere, dopo circa quattro mesi dal trapianto, alla raccolta delle foglie, che veniva eseguita quando su queste apparivano delle chiazze giallastre e i bordi si accartocciavano.
A questa prima fase prettamente agricola, seguiva la lavorazione industriale, la fase più importante e delicata, effettuata nei locali di “cura”. Qui avveniva l’essicazione delle foglie che poteva essere o a temperatura naturale o artificiale: a fuoco diretto impiegando legno di castagno (opportuna per la qualità Kentocky), che determinava nelle foglie l’aroma e la forza desiderata, o a fuoco indiretto sottoponendo le foglie a forti movimenti di aria calda (più opportuna per la qualità Nostrano del Brenta). Quest’ultimo sistema comportava un consumo più contenuto di legna. Con un terzo metodo, chiamato “cura pressato-forzata”, non occorreva combustibile e in una decina di giorni il tabacco dallo stato verde si trasformava in prodotto pronto per la formazione di sigari.
La coltivazione e la lavorazione del tabacco erano rigidamente regolamentate dallo Stato. Già con le piantine, prelevate dai semenzai dei Monopoli per essere messe a dimora, si effettuavano controlli contandole tutte accuratamente da parte dei Capi zona di Badia Polesine. La Guardia di Finanza interveniva poi nella fase di magazzino controllando il peso di tabacco in foglia che entrava nella fase di lavorazione dopo l’essicazione (le finestre degli essiccatoi erano chiuse con inferriate e le porte con lucchetti).
La successiva selezione delle foglie avveniva in base alla loro lunghezza e larghezza prima di essere messe, a seconda delle qualità di tabacco, in botti di legno (il Kentocky) o in balle (il Nostrano del Brenta). Dopo cinque-sei mesi di essiccazione, il Capo zona di Badia Polesine e il Capo gruppo di Padova effettuavano il controllo di ogni botte o di ogni balla e quindi eseguivano prelievi per il campionamento.
“Per quest’ultima operazione – dice l’ingegnere Gianstefano Cestarollo – venivano predisposte due casse di foglie: una veniva posta nel magazzino dell’azienda ed un’altra veniva inviata per ferrovia ai Monopoli di Roma. Qui, dopo venti giorni, veniva effettuata una perizia, cioè veniva aperta da personale specializzato la cassa alla presenza di austere signore con grembiule nero, venivano prese le foglie e preparate delle sigarette che venivano aspirate, bruciate a fuoco lento per controllare la combustione. Secondo l’esito di questa perizia, veniva quindi deciso il prezzo da pagare a noi produttori”.
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Come citare questo articolo
Paolo Zambonin. “C’era una volta… il tabacco”. Ventaglio Novanta, n. 38, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/cera-una-volta-il-tabacco/