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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Una passeggiata a Badia

Tre porte, due fiumi e una fossa a difesa di un antico centro abitato

di Alberto Ferrari

Ventaglio Novanta n. 38 2009 pp. 8–17

Siamo a Badia Polesine, all’angolo tra via don Minzoni e piazza Marconi, nel luogo che fino agli anni ‘70 ospitava la fermata delle corriere della Benvenuto Ferlin, le mitiche linee che collegavano il Polesine e che proprio qui avevano gli uffici.

Idealmente scendiamo dalla corriera – come facevano i vecchi viaggiatori – e iniziamo la passeggiata¹ per le vie della cittadina altopolesana.

Attira subito la nostra attenzione un grande palazzo in stile gotico-veneziano, che nelle finestre e nella decorazione ci ricorda il Palazzo Ducale del capoluogo di regione. L’edificio fa senz’altro bella figura, ma in realtà non ha nulla a che fare con il periodo veneziano. Si tratta infatti di una costruzione sviluppatasi in due riprese tra gli ultimi anni dell’ottocento e il ventennio successivo per ospitare il vecchio e ormai scomparso mercato coperto. Oggi il complesso, assieme all’attiguo ottocentesco palazzo, già sede delle Scuole Tecniche e che si prolunga fino all’Adigetto, ospita gli Uffici finanziari.

Non è attinente al periodo veneziano neppure il bassorilievo del leone di S. Marco, in pietra bianca, che vediamo sul lato di Palazzo Rosini che dà sulla piazza. Semplicemente ci sta a ricordare la vecchia sede della Banca Cattolica del Veneto, ormai travolta da varie successive fusioni e incorporazioni.

Eppure Palazzo Rosini e il dirimpettaio Palazzo Bassi – che segnaliamo anche per una rinomata pasticceria ospitata al pianterreno – posti come due guardiani all’ingresso di via San Giovanni (l’antico omonimo borgo), ci danno subito il benvenuto nell’ambiente e nel clima di una tipica cittadina dell’ottocento veneto, con le sue case nobili, il liston, i portici che fiancheggiano la via centrale. Anche se – va detto a onor del vero – non mancano qua e là alcune brutture, figlie degli anni ‘60, quando la mancanza di un piano urbanistico coerente (unitamente all’idea che il nuovo e il moderno fossero sempre meglio del vecchio) ha prodotto evidenti guasti architettonici e visivi nel paesaggio cittadino.

All’inizio di Borgo San Giovanni vi era la porta de soto o del guasto, da cui anticamente arrivavano i viandanti e i carri che provenivano da Rovigo, passando per Lendinara, Rasa e Salvaterra.

Vi si accedeva percorrendo, nell’ultimo tratto, l’attuale via Roma (già via S. Francesco), dove nel 1400 si estendeva il Borgo Inferiore, nominato anche Cao de Villa, un insediamento popolare attorno a un convento francescano, con la sua chiesetta e il suo piccolo ospedale. Ormai distrutto, ne resta memoria solo nella denominazione di alcuni stretti vicoli (chiamati appunto S. Francesco e numerati in successione) che danno sull’Adigetto e che ci ricordano un po’ le ben più famose calli veneziane.

Entriamo dunque nel vecchio nucleo urbano dalla porta de soto e avanziamo sino alla piazza principale, ora dedicata a Vittorio Emanuele II°, ma prima ancora a S. Giovanni.

Appena la piazza si apre, notiamo sulla sinistra un edificio, a prima vista piuttosto anonimo, caratterizzato solo da un balcone signorile che stride con il resto piatto e incompiuto della facciata. Su di essa campeggia la scritta TEATRO SOCIALE. A guardarlo da fuori, vien la voglia di tirare dritto, ma sarebbe un errore imperdonabile. Il brutto aspetto esterno custodisce infatti un vero tesoro: uno dei più affascinanti teatri antichi del Veneto, soprannominato La piccola Fenice.

Dobbiamo dire che il paragone calza: nonostante il restauro non sia ancora terminato (ma presto ci sarà finalmente la riapertura ufficiale) ci troviamo in una “scatola d’oro”, attorniata da artistici palchetti in legno, arricchita da stucchi, ornamenti, e raffinate decorazioni. Edificato da una società di palchettisti a fine ‘800 e andato in declino dopo gli anni ‘20 per difficoltà di gestione sociale e per la concorrenza del più grande e popolare Teatro Politeama Piana (che è ancora oggi la principale multisala cinematografica di tutto l’altopolesine e della bassa padovana), il Teatro Sociale è stato rilevato dal Comune e, con un notevole sforzo finanziario, sta per essere restituito alla città.

Uscendo da esso, ci troviamo quasi di fronte la chiesa Arcipretale, dedicata a S. Giovanni Battista. Il tempio risale al settecento, ma si trova dove sorgeva una chiesa precedente, la cui facciata dava però probabilmente sull’odierna Piazza grani. La prova è venuta alcuni anni fa, quando, effettuando dei lavori nella parte della pavimentazione, sono emerse decine di vecchie sepolture di un antico cimitero, evidentemente accostato al lato sud dell’edificio demolito.

Nel passato, talune visite guidate che iniziavano dal Teatro, tendevano normalmente a “saltare” l’Arcipretale e si dirigevano direttamente verso il museo e l’abbazia: ci permettiamo di segnalare l’inopportunità di una tale scelta. E’ infatti proprio qui che sono conservate alcune importanti testimonianze provenienti dalla distrutta chiesa abbaziale. Prima fra tutte, la statua lignea della Madonna della Vangadizza, che fin dal ‘400 era venerata nella grande cappella del monastero: una testimonianza artistica importante, ma anche il segno di una grande fede popolare che dura ormai da oltre mille anni.

Nell’altare di fronte, troviamo invece la pregevole urna che custodisce i resti del patrono di Badia, San Teobaldo di Provins, cavaliere francese e poi eremita benedettino nelle nostre terre venete². Anche questa proviene dall’Abbazia, come pure le reliquie dei santi Primo e Feliciano ospitate in un altro altare laterale.

Degno di segnalazione è anche il quattrocentesco bassorilievo raffigurante l’Ecce Homo, posto alla destra del catino absidale e di provenienza incerta, ma tutto l’interno è comunque notevole, improntato a uno stile tardo-barocco piuttosto sobrio.

Ci riportiamo ora nella piazza per dirigerci verso il Municipio. Il Palazzo antico fu distrutto nel ‘500 da un incendio notturno che cancellò anche i preziosi vecchi archivi ed è stato ricostruito – come lo vediamo – nel secolo successivo. Sulla facciata e sotto la loggia al pianterreno sono murate varie lapidi e antiche iscrizioni risalenti alla Repubblica veneta. Sempre alla Serenissima è attribuibile la settecentesca Madonna collocata in una nicchia della facciata (l’usanza si ritrova a Rovigo e a Lendinara) mentre sono più recenti i busti e medaglioni dedicati ai badiesi illustri, ai padri della Patria e ad altri personaggi di fama nazionale e locale.

Accanto al Palazzo sorge la Torre Comunale, risalente al ‘500. Quasi alla base sta la lapide e il monumento ai caduti, opera in bronzo dello scultore polesano Virgilio Milani, mentre – più in alto, sotto a quello moderno – si trova un antico orologio di pietra, proveniente con ogni probabilità dal campanile della Vangadizza.

Sulla cima della torre vi è infine un’elegante struttura metallica, destinata a sostenere la vecchia campana del Consiglio, ricoverata oggi per motivi di conservazione ambientale nel prospiciente palazzo adibito a museo.

Il Museo Baruffaldi occupa proprio il Palazzo che chiude la piazzetta di fronte, anticamente detta dei “grani” e quindi luogo evidentemente deputato ai commerci. In realtà una lapide ora scolorita, posta sulla facciata nell’ ultimo dopoguerra, dedica lo spazio ai Martiri della Libertà, anche se sono in molti a considerare la piazzetta come una propaggine di piazza Vittorio e, incomprensibilmente, anche la numerazione civica non tiene conto della dedica su citata. E’ un’incongruenza cui forse si dovrebbe porre rimedio.

Il grande edificio del museo ospitava anticamente il Monte dei Pegni e – a conferma della funzione – si connota per le possenti inferriate a guardia delle finestre. E’ ingentilito sulla facciata, in alto, da una meridiana (peraltro bisognevole di un attento restauro), mentre al pianterreno un grande arco permette il passaggio verso la retrostante piazza della Fontana.

Il Baruffaldi, inserito nel sistema museale provinciale, vale bene una visita: è un esempio di come, leggendo attentamente la storia locale, sia possibile leggere anche quella nazionale e persino internazionale. Da non trascurare poi la sua sezione pittorica, situata all’ultimo piano. Pezzo principale è la grande tela di Girolamo Bonsignori raffigurante l’Ultima cena, proveniente dalla Vangadizza, ma dipinta originariamente per l’abbazia del Polirone di S. Benedetto Po.

Oltrepassata piazza Vittorio, continuiamo per l’asse principale, lungo la doppia fila di portici di via S. Alberto, tra palazzi di fattura signorile e alcune discutibili ristrutturazioni.

Lasciando a destra via Cigno (l’antica contrada Dolcigno o Dolcino, dotata di una propria chiesetta ormai scomparsa) troviamo a sinistra l’incrocio con via Carducci, strada che si apre tra palazzo Picinali e palazzo Rossi. Il primo è imponente, con un bel portone carrabile. Attraverso i finestroni che si affacciano sulla strada si intravedono ancora i bei saloni affrescati al piano nobile. Purtroppo le facciate del pian terreno (che ospita ora una banca) sono state deturpate negli anni scorsi da una serie di anonime vetrine, senza alcun legame con il resto dell’edificio. Più figura fa senz’altro l’elegante Palazzo Rossi con un interessante balcone a trifora all’esterno, un grande scalone e curati spazi interni.

Via Carducci, passando davanti alla Cassa di Risparmio, porta all’Adigetto, per quella che i vecchi badiesi chiamano ancora oggi la Rampa e il Ponte della Rampa. Essendo tutta circondata da edifici, la pendenza non si nota molto; se però si guarda con attenzione, ci si accorge che – verso la fine – il livello stradale si è alzato tanto da lasciare sotto un intero piano degli edifici. Ma questa strada ha una sua importanza soprattutto perché costituiva la seconda via d’accesso al centro urbano provenendo dal borgo esterno denominato Francavilla. Qui un primo ponte in legno (successivamente realizzato in muratura, praticamente coincidente con l’attuale) varcava l’Adigetto; un secondo ponte, poi, superava la Fossa portando alla porta de mezo o di S. Alberto, ormai scomparsa, che era ubicata all’altezza dell’incrocio con via Filippi e via Pesavecchia.

Continuiamo la nostra passeggiata in quella che era la strada magna, cioè principale, che a partire da questo punto prende il nome di via degli Estensi. A sinistra notiamo subito la seicentesca chiesetta di S. Antonio, più volte rimaneggiata nei secoli e ultimo resto del più antico ospedale di Badia. Questo, risalente all’epoca tardo-medievale, sorgeva alle sue spalle, nella contrada che andava verso la parte di fossa diventata oggi via Pesavecchia.

Subito dopo la chiesetta si erge il cosiddetto Palazzo degli Estensi, in stile gotico con pietra a vista, costruito verso la metà del ‘400. In realtà sembra si tratti di una dimora riconducibile non agli Estensi, ma alla nobile famiglia veneziana dei Gradenigo che probabilmente avevano proprietà terriere non lontane. A riprova, al di là dell’Adige, dopo Castelbaldo esiste ancora la località di Valli Gradenighe. Fino agli anni ‘60 il palazzo ha ospitato l’albergo S. Antonio ove trascorse la sua infanzia e la giovinezza Bruno Munari, uno dei più grandi designers italiani del secolo scorso. Era infatti proprio la sua famiglia a condurre l’albergo.

E a proposito di badiesi noti, incontriamo più avanti l’edificio delle Poste, ricavato dall’abitazione e dai magazzini dei Patrese. Da questa famiglia discende direttamente (pur se nato a Padova per trasferimento dei genitori) l’ex pilota automobilistico Riccardo Patrese. E sono ancora molti a ricordare di aver giocato con lui ragazzino presso la casa dei nonni.

Quasi di fronte, sull’altro lato della strada, già ormai nella bella piazza della Vangadizza, si affaccia Palazzo Gulinelli, elegante costruzione del ‘500 abbellita nei secoli seguenti con vari interventi, tra cui un artistico balcone a tre fori. Il Palazzo è conosciuto anche come Palazzo Tappari, dal nome della famiglia proprietaria durante il Ventennio e a cui apparteneva Giacomo, ultimo Questore della provincia dopo l’8 settembre. Questi trovò tragica fine nei mesi successivi alla Liberazione, essendo stato processato e fucilato al poligono di tiro di Rovigo, probabilmente più per la carica ricoperta che per aver effettivamente compiuto gravi misfatti.

Siamo ormai in piazza della Vangadizza e non possiamo esimerci dall’ammirare i resti della potente Abbazia, cui Badia deve il nome e larga parte della sua storia. Il campanile romanico, la cappella della Vergine, i resti del muro di facciata, le arche estensi, ci ricordano l’antico cuore di Badia, suggestivo luogo di spiritualità benedettina e, insieme, importante centro di sviluppo economico e di civiltà a livello europeo.

Diventa impossibile riassumerne qui, in poche parole, secoli e secoli di vicende e di storia e pertanto, seppur a malincuore, proseguiamo il nostro itinerario lungo via San Rocco, su cui si affacciano altre importanti costruzioni.

A destra all’inizio villa Ferracini con i finestroni colorati e il caratteristico stile liberty, e più avanti – uno di fronte all’altro – i Palazzi dei Giro e dei Grechi. Quest’ultimo è oggi sede e proprietà di una singolare istituzione benefica badiese, l’Istituto Fanciulli Sinti, che dà ospitalità e amorevole istruzione ai bambini di etnia zingara.

Siamo così giunti in piazza della Salute, che prende il nome dall’Oratorio della Madonna della Salute, un edificio recentemente restaurato e di pregevole fattura esterna, adornato di statue su tutta la facciata. Altre statue di Santi, Re e Profeti caratterizzano l’interno, in cui spicca un importante altare di stile barocco, sormontato dall’immagine miracolosa della Vergine. Per molti anni si è ritenuto che il tempio votivo risalisse all’epoca della peste che colpì la Repubblica veneziana nel 1630 e dopo la quale fu edificata anche l’omonima chiesa lagunare. Recenti studi ci dicono che invece la chiesa è databile al secolo successivo, anche se al suo interno, dietro l’altare – e, anzi, conglobato in esso – vi è un luogo più antico, con ancora visibili tracce di pittura decorativa e graffiti votivi. Si tratta probabilmente dell’originario luogo di devozione popolare a Maria, attorno al quale è stato successivamente edificato l’attuale oratorio.

L’oratorio sorgeva in un punto particolare, di grande passaggio, perché è qui che si trovava l’ultima porta di accesso al borgo: la porta de sora o di S. Croce, con il terzo ponte sulla Fossa di Badia. Era forse la porta più importante perché era quella che dava verso il fiume, luogo dei traffici, dei commerci e degli scambi.

Fuori della porta infatti non vi era un deserto, ma un altro borgo, dedicato a S. Nicolò, popolato da barcaroli, burchieri, calafati e altri artigiani legati alla costruzione e manutenzione delle barche in legno. Per dare un’idea dell’importanza di questo mondo ormai scomparso e legato alla vita del fiume, si pensi che fino agli anni ‘30 del secolo scorso, presso il vecchio mercato coperto di via don Minzoni, nello spazio oggi occupato dalla Sala civica Gidoni, vi era uno sportello del Credito marittimo, poi assorbito dalla Banca Commerciale Italiana e trasferito nel 1934 a Legnago, centro cha andava allora a industrializzarsi. Borgo S. Nicolò, con le sue case, i suoi cantieri navali, la sua chiesa dedicata al Santo protettore dei barcaroli, sorgeva sulla punta del Pizzon, probabilmente il primo e più antico insediamento umano di Badia, dove era stata originariamente eretta la Rocca de mezo, le seconda delle tre Torri Marchesane.

Il Pizzon era percorso dalla Fossa di Batagli (che, interrata, corrisponde in parte all’attuale via Pinzon), da cui proveniva l’acqua di alimentazione della Fossa di Badia.

Poco lontano, verso il fiume e valle di esso, si trovava anche la Pozza, un insediamento popolare caratterizzato da casupole abitate da marinai d’acqua dolce, da mugnai dei tanti mulini natanti, da piccoli pescatori e traghettatori. La contrada si era venuta a creare attorno ad una insenatura dell’Adige, sorta probabilmente in seguito a una rotta naturale che aveva formato un vero e proprio porto fluviale.

Un mondo, quello di San Nicolò e della Pozza, completamente stravolto e addirittura scomparso nel giro di poche ore nell’aprile del 1945, sotto il furioso e massiccio bombardamento alleato che aveva come obiettivo il ponte sull’Adige.

Ed è proprio qui, saliti sull’argine del fiume, che finisce la nostra passeggiata. La visione dell’acqua che scorre lenta ci dà un segno del fluire del tempo: verrebbe voglia di fermarsi qui in silenzio ad assaporare quanto abbiamo appena visto. Ma, a sinistra del ponte, ricostruito dopo la guerra, non può non attirare la nostra attenzione il cosiddetto Sostegno della Bova, la grande opera idraulica che regola l’origine dell’Adigetto.

Ci rendiamo così conto di trovarci ancora in un luogo carico di storia, all’incipit del vecchio alveo dell’Adige, lungo il quale si sono poi sviluppati alcuni dei più importanti centri del Polesine. Nel posto in cui, con ogni probabilità, sorgeva la terza e ultima delle Rocche Marchesane. Quelle tre torri medievali che ancora oggi Badia porta nel suo stemma di città.

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Come citare questo articolo

Alberto Ferrari. “Una passeggiata a Badia”. Ventaglio Novanta, n. 38, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/una-passeggiata-a-badia/

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