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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il Passaporto all’Interno

    Il Passaporto all’Interno

    Abbiamo visto nel n. 38 del Ventaglio i problemi di movimento sorti dopo il Congresso di Vienna che aveva incorporato la Transpadana Ferrarese nello Stato del Lombardo Veneto sotto l’Austria. Non poche erano le difficoltà da superare per chi avesse inteso da Bagnolo, o più in generale da un comune della sponda sinistra del Po, oltrepassare il grande fiume per recarsi a Ferrara, città divenuta straniera, entro i confini dello Stato Pontificio.

    Ma nemmeno all’interno del Lombardo Veneto il movimento delle persone era esente da difficoltà. Anche in questo caso gli spostamenti dei cittadini erano infatti sottoposti a rigorose misure di sorveglianza.

    In pratica, ci si poteva muovere liberamente solo entro i confini del comune e del distretto di residenza (Bagnolo era aggregato al distretto di Badia). Per spostamenti maggiori, nel territorio della neoformata provincia di Rovigo, era necessaria un’autorizzazione del proprio sindaco, una specie dell’attuale carta d’identità.

    Se uno poi intendeva uscire dall’ambito della provincia di residenza – pur restando entro i confini del Lombardo-Veneto – si doveva munire del cosiddetto Passaporto all’Interno, rilasciato dall’Imperial Regio Commissariato Provinciale, seguendo il meticoloso iter burocratico che abbiamo visto nel numero precedente.

    Nell’Archivio Comunale di Bagnolo sono conservati diversi esempi di passaporti sia per la sola provincia di Rovigo, che per le altre del Regno Lombardo-Veneto.

    Vediamone alcuni nel dettaglio, partendo dal passaporto per la provincia rilasciato dal sindaco, ovviamente il più facile e veloce da ottenere.

    Foglio interamente manoscritto:

    “La Deputazione Comunale dichiara che Liboni Pietro nativo di Bagnolo Provincia del Polesine Distretto di Badia di condizione villico, di professione villico, è dimorante in questo comune ed inscritto nel ruolo di sua popolazione, il presente vale un anno ed abilita il suddetto a girare liberamente tutta questa provincia per oggetti di sua professione (non specificata) e buono anche per lievo (richiesta) di un Passaporto per le altre (province)

    Passaporto all’Interno di Romanin Antonio Maria, macellaio domiciliato in Bagnolo. 11 maggio 1839. (Arch. Com. di Bagnolo, busta anni 1832 – 1844, fascicolo passaporti).

    Venete. Dato in Bagnolo questo giorno 16 maggio 1842. La Deputazione Comunale Morellini Antonio”.

    La formula è all’incirca la stessa per tutti i passaporti di competenza comunale, variando solo la professione o il luogo di nascita.

    Mancando all’epoca la possibilità di apporre sul foglio una fotografia del richiedente, si procedeva ad una sua descrizione sommaria mediante i cosiddetti “connotati”, un vocabolo nato proprio in quel periodo. Nel vero senso etimologico della parola, essi erano annotazioni aggiunte (cum notare), di solito sul lato sinistro del foglio, su una serie di caratteristiche esteriori del richiedente, dalle più normali alle più inutili, secondo la sciocca pignoleria austriaca: età, statura, capelli, fronte, ciglia, occhi, naso, bocca, mento, barba, viso, colorito, marche visibili (segni particolari) e firma. Mancava solo la descrizione delle orecchie e il ritratto era completo.

    Ironia a parte, la statura veniva classificata coi termini alta, bassa e ordinaria, non disponendo gli uffici di uno strumento per la misurazione; fronte, naso, bocca, mento e viso erano descritti con altrettanta approssimazione; di capelli, ciglia, barba e occhi veniva riportato il colore di ciascuno, che ovviamente era lo stesso. In quanto all’ultimo requisito, la firma, nei casi esaminati la risposta era sempre uguale: illetterato.

    Il Passaporto all’Interno, necessario per spostamenti al di fuori della provincia, veniva rilasciato dalla I. R. Delegazione Governativa Provinciale, con la stessa procedura e validità (1 anno) dei passaporti per l’estero. Il documento era redatto su un foglio a stampa, con queste diciture:

    L’Imperial Regia Delegazione Provinciale del Polesine invita le autorità civili e militari ad accordare libero passaggio ed a prestare assistenza in caso di bisogno a Ghirotti Antonio, di condizione villico, nativo di Bagnolo, domiciliato a Bagnolo, distretto di Badia, il quale si reca alle province Lombardo-Venete… (specificare), in compagnia di….. (specificare)”.

    Oltre all’obbligo di descrivere l’itinerario e gli eventuali accompagnatori, in calce al passaporto vi era un altro odiosissimo adempimento:

    “AVVERTENZA: il latore sarà tenuto a far vidimare il suo passaporto dalla Polizia nelle città e luoghi ove fosse per trattenersi nel suo viaggio”.

    Perciò, la polizia territorialmente competente rilasciava all’inizio del viaggio un foglio, da allegare al passaporto, il cosiddetto Foglio di Via, sul quale venivano annotati di volta in volta l’itinerario e le vidimazioni dei posti di polizia competenti.

    Dunque, ogni spostamento delle persone, nessuna esclusa, doveva essere rigorosamente controllato e controllabile dalla occhiuta polizia austroungarica. A questa procedura fu sottoposto ad esempio il cursore comunale Rotta Giovanni, d’anni 61, statura alta, corporatura scarna, capelli grigi, ecc. nativo di Fiesso, ma domiciliato a Bagnolo, di ritorno da Venezia, dove si era recato per mansioni non precisate. Quantunque pubblico dipendente, dovette presentarsi alla polizia per comunicare la partenza e dichiarare quali strade avrebbe percorso; infine, giunto a Badia, di nuovo dovette presentarsi alla polizia per segnalare il rientro nel proprio distretto e comune. Così è scritto sul suo Foglio di Via del 13 maggio 1835.

    Non viene precisato, ma sembra probabile che la polizia fosse presente sistematicamente nei punti di partenza e d’arrivo delle corriere, trainate da cavalli, per il controllo dei passeggeri ed il disbrigo delle procedure. Ovviamente questo rigore aveva finito per deprimere tutte le attività commerciali, anche le più tradizionali e diffuse, come quelle dei venditori ambulanti: ve lo immaginate un pescivendolo o un “magnano” o il “moleta” girare per le contrade muniti di passaporto e foglio di via?

    Un’ultima doverosa precisazione: i titolari dei passaporti conservati nel nostro archivio sono esclusivamente di sesso maschile; ciò fa pensare ad un ruolo femminile strettamente confinato all’ambito domestico, peraltro in sintonia con i costumi locali di quel periodo.

    In quanto alle strade di metà Ottocento, niente asfalto, ghiaia poca e buche tante. In compenso erano abbondantemente ombreggiate da filari di alberi e l’erba vi cresceva rigogliosa fin quasi sul mezzo, lautamente concimata dalle deiezioni degli equini in transito: per i contadini rappresentavano più che altro un ottimo e gratuito pascolo per i loro animali. A beneficiarne non erano solo galline, anitre o conigli, come può capitare ancora oggi d’imbattersi lungo qualche strada di campagna, ma anche animali di grossa taglia, che rappresentavano un pericoloso intralcio al transito di corriere e carrozze, al punto da richiedere una disposizione urgente, diramata dal Commissario Distrettuale di Badia alle deputazioni comunali soggette, e fra queste Bagnolo, nel cui archivio si conserva copia manoscritta dell’interessante dispaccio:

    “Venne rappresentato a questo Imperial Regio Commissariato che alcuni comuni di questo distretto toleranti sieno contro gli ordini comunali dell’Eccelsa Superiorità, che si pascolino animali sulle strade e più ancora che permesso venghi da alcune deputazioni comunali, che si leghino agli alberi laterali a dette strade specialmente dei cavalli, mulli ed asini, con sommo pericolo delle vetture dé passaggeri per l’intralcio che fanno dette bestie con le funi alle quali assicurati vengono.

    Questo abuso dev’essere tolto all’istante e si commette alle deputazioni comunali dipendenti a dover tosto rilasciare i corrispondenti ordini e di far sorvegliare onde denunciati venghino i trasgressori dei medesimi. Badia 29 agosto 1835”.

    Una norma giusta, non c’è che dire: i cavalli del servizio postale dovevano essere liberi di correre lungo le strade, ma le persone no, non avevano libertà di muoversi a loro discrezione e questa era solo una delle tante limitazioni ai diritti civili imposte dal dominio austriaco. Perciò l’arrivo delle truppe italiane del generale Cialdini, l’otto luglio 1866 – quando “un’onda di bersaglieri invase la piazza” (Pio Mazzucchi, “Memorie storiche di Castelguglielmo”) – sarà salutato con entusiasmo dalla popolazione e l’antica osteria Franceschetti di Bagnolo, dove pare abbia pernottato il generale, sarà da allora denominata “da Gialdini”. Nessun rimpianto invece per gli austriaci in ritirata strategica, la cui retroguardia aveva fatto saltare il 24 giugno tutti i ponti sul Tartaro-Canalbianco, arrecando l’ultimo insulto al desiderio di libertà di movimento del nostro popolo.

    (Fonti: Arch.Com. di Bagnolo, busta anni 1832-44, fascicolo Passaporti; si ringrazia l’Amm. Com.)

  • Luglio 1809: arrivano i Briganti

    Luglio 1809: arrivano i Briganti

    Duecento anni fa, nel 1809, il Polesine fu scosso da una serie di azioni di brigantaggio che ebbero particolare virulenza nel territorio di Adria. In quel periodo il territorio, soggetto al controllo politico francese, registrò infatti violente azioni di rivolta, sfociate soprattutto nell’assalto alle sedi municipali con la distruzione degli archivi.

    La Repubblica Veneta era caduta nel 1797. L’anno precedente, all’approssimarsi dell’esercito napoleonico, nel Polesine, come nel resto dell’Italia, la popolazione aveva manifestato sentimenti contrapposti: una parte minoritaria, composta soprattutto da elementi appartenenti al ceto della borghesia, aveva accolto con entusiasmo e passione le idee rivoluzionarie; un’altra, formata dall’aristocrazia e dal clero, consapevole dei disordini provocati in Francia dalle nuove idee, vi si era opposta fermamente, confermando il proprio sostegno e la propria devozione alla Repubblica Veneta; un’altra parte ancora, la più consistente in quanto formata dalla grande massa di poveri, sull’onda dei nuovi ideali di “Libertà”, “Eguaglianza” e “Popolo Sovrano”, aveva manifestato il suo sostegno sperando di ottenere maggiore libertà, maggiore rispetto e miglioramenti sul piano economico.

    Ma fin dalla loro prima occupazione (1797-1798) i francesi “liberatori” manifestarono ben presto di che pasta fosse fatta la loro libertà: tradirono i patrioti barattando con l’Austria il Veneto in cambio del Belgio; tradirono i poveri istituendo nuove tasse, aumentando le già esistenti e requisendo ogni sorta di bene per vettovagliare l’esercito. Ma soprattutto si attirarono l’ostilità dei credenti, la quasi totalità della popolazione, per le continue umiliazioni inflitte alla religione con il saccheggio delle chiese, la loro trasformazione in magazzini e la soppressione di monasteri e conventi.

    L’ostilità nei confronti dei nuovi dominatori non tardò pertanto a manifestarsi e non si placarò neppure durante la seconda dominazione (1801-1815), anzi crebbe a tal punto da sfociare nel 1809 in un grande movimento di rivolta che infiammò tutto il Veneto e le regioni limitrofe. Questo movimento è conosciuto con il nome di “Brigantaggio politico”.

    Le innumerevoli bande, sorte un po’ ovunque, erano formate per lo più da povera gente stanca di continui soprusi ed imposizioni, ma non mancarono di ingrossare le file degli insorti anche molti delinquenti comuni che approfittarono dei tumulti per compiere saccheggi e violenze. Pochissimi erano invece i “politicizzati”, i quali svolgevano le funzioni di capi banda, e non a caso appartenevano ad una condizione sociale superiore: in genere erano possidenti, artigiani, professionisti ed anche parroci.

    Le azioni di rivolta consistevano in assalti alle sedi municipali con successivo incendio di mobili ed archivi. Soprattutto contro gli archivi era rivolta la violenza degli insorti, nella quasi totalità analfabeti, in quanto i documenti ed i registri erano considerati strumenti di oppressione da parte delle autorità. Stessa sorte subirono anche molti archivi parrocchiali e, in questo clima di violenza esasperata, non mancarono molte estorsioni, furti e violenze ai danni di semplici cittadini.

    Nel Polesine la rivolta ebbe inizio il 5 luglio con l’assalto di Fratta, Lendinara, Occhiobello, Fiesso, Castelguglielmo e Ramodipalo. Il giorno dopo fu la volta di Ariano e, al tramonto del 7, gli insorti puntarono su Rovigo saccheggiando ininterrottamente la città per un giorno intero.

    Simili azioni si verificarono anche nel territorio adriese dove operarono soprattutto due bande: una, capeggiata dal parroco di Bellombra don Carlo Giocoli, il cui teatro di azione si sviluppò nella zona meridionale e nei comuni limitrofi; l’altra, agli ordini del medico di Beverare Domenico Astolfi, che operò nella zona settentrionale.

    Ci occuperemo soprattutto delle imprese compiute nel territorio di Adria dalla banda di Astolfi. Questa, completato il sacchessio di Rovigo, si diresse ad Adria nella notte tra l’8 e il 9 luglio. Attraversando la località Bovina (Ca’ Emo) entrò a Fasana dove assaltò la sede municipale bruciando i documenti nel piazzale antistante la chiesa. Di questo episodio ne abbiamo testimonianza anche da una nota scritta nel “Registro dei Matrimoni dal 1807 al 1823” dall’allora parroco don Angelo Cattarin Zampieri.

    I briganti si diressero quindi verso Adria dove arrivarono alle ore undici. Qui continuarono le razzie e i saccheggi che la notte precedente avevano compiuto altre due bande. Entrarono persino in Duomo per togliere il velo che copriva la statua della B. V. del Rosario, imposto per ordine governativo al fine di impedire il culto di quella sacra immagine che molti sostenevano aver visto lacrimare.

    Frattanto a mezzogiorno del 9 luglio, al Podestà di Cavarzere si presentò un uomo di Fasana, persona nota e di fiducia, avvertendo che l’Astolfi, dopo Adria, era intenzionato ad assalire anche Cavarzere. Costui fu trattenuto dal Podestà, una sorta di ostaggio di mediazione per ottenere un atteggiamento più pacifico da parte dei temuti assalitori, buona parte dei quali erano residenti a Fasana. Una trentina di questi, infatti, da Adria avevano preso la via di Cavarzere.

    Ma nel frattempo il gruppo di insorti ripiegò su Fasana, dove fecero ritorno alle sei del pomeriggio. L’interruzione della violenza fu però breve, perché, giunta la notte, ripresero il cammino alla volta di Cavarzare, assalendo le abitazioni situate lungo il tragitto e costringendo con le minacce i contadini a seguirli. Raggiunta Cavarzere alle prime luci del giorno, diedero l’assalto al Municipio praticando le consuete razzie e i noti saccheggi. I disordini continuarono fino quasi a mezzogiorno e a nulla valsero i tentativi di riportare la calma tra gli assalitori da parte del cittadino di Fasana trattenuto dal podestà. L’Astolfi non partecipò alla spedizione contro Cavarzere perché impedito da un incidente accadutogli la sera prima ad Adria.

    Tardiva fu la reazione dei francesi. Il generale Peyri si mise in marcia con 400 uomini da Chioggia alla volta di Cavarzere solo alle ore sedici del 10 luglio. Giunta quasi a destinazione, la colonna militare si divise: una parte si diresse verso Loreo e Adria, l’altra continuò per Cavarzere. I reparti si ricongiunsero infine a Rovigo.

    Frattanto la banda di don Giocoli approfittò del ritardato intervento militare per assalire nuovamente Adria il 14 e il 15 luglio, ma la popolazione oppose una decisa resistenza e mise in fuga i briganti. Una settimana dopo, il 22 luglio, il Peyri sconfisse don Giocoli e i suoi 700 banditi, mettendo così fine alla breve ma intensa rivolta in Polesine, non riuscendo però nell’intento di arrestare immediatamente il sacerdote bellombrano che per molti giorni trovò rifugio con il resto dei suoi uomini nei campi tra Bellombra, Papozze e Villanova Marchesana.

    Don Giocoli, la sera di domenica 3 settembre, insieme con il fratello, si portò a Bellombra presso il conoscente Fortunato Tromboni lasciandogli in custodia una sciabola ed un fucile. Il giorno successivo il sacerdote ritornò ancora in paese per recuperare solamente la sciabola. Fu allora che il Tromboni decise di avvisare il segretario comunale di Bottrighe della duplice apparizione del rivoltoso, ma lo fece solamente martedì pomeriggio ed il sindaco Zaghi trasmise la notizia al Commissariato di Adria il giorno successivo. Questa ritardata denuncia costò al Tromboni l’arresto per sospetta “intelligenza” con i briganti.

    La giustizia francese intanto fece il suo corso. Dopo le prime fucilazioni e decapitazioni senza alcun processo, l’11 ottobre 1809 furono comminate le pene nei confronti di alcuni responsabili della banda Astolfi. Condanne queste che, viste quelle inflitte ad altri rivoltosi polesani, si possono considerare piuttosto generose:

    condanna ai lavori forzati a vita per:

    – Domenico Astolfi, possidente, chirurgo, di anni 33, domiciliato a Beverare;

    condanna a 5 anni per:

    – Domenico Greggio detto Rizzato, pescatore di valle, di anni 35, domiciliato a Bovina;

    – Antonio Lazzarin detto Tampello, villico, di anni 30, domiciliato a Fasana;

    condanna a quattro anni per:

    – Domenico Pizzo detto Chinchio, sarto e lavoratore di campagna, di anni 28, domiciliato a Fasana;

    condanna a tre anni per:

    – Giovanni Battista Pavanello, lavoratore di campagna, di anni 34, domiciliato a Baricetta;

    – Gaetano Fante, villico, di anni 30 domiciliato a Fasana.

    Solo successivamente si ebbe la cattura o meglio la resa del Giocoli. Ma di questo parleremo nel prossimo numero di questa rivista.

  • Rinaldo Orteschi “da Rovigo”

    Rinaldo Orteschi “da Rovigo”

    Il prossimo anno Palazzo Roverella di Rovigo ospiterà una mostra, che si profila fin d’ora di grande interesse, relativa all’arte del XVIII secolo, con particolare riferimento alle tele di autori presenti in Polesine, “Da Tiepolo a Bartoloni”. Sarà questa l’occasione per focalizzare la figura di Rinaldo Orteschi, artista del ‘700 che si firmava “da Rovigo”?

    Di notizie su Rinaldo Orteschi – che risulta sicuramente autore di una via Crucis e di altri sei quadri certi, un tempo esposti nella chiesetta della Santa Croce a Melara, – ne abbiamo obiettivamente molto poche. Di lui si è interessato Savino Chiavegatti, con un intervento che risale al settembre 1981; altre notizie, oltre a quelle riportate dallo scrivente in varie sedi, non se ne sono aggiunte. Ma oggi in tal senso potrebbe venirci in aiuto una sua possibile parentela con un altro artista del nostro capoluogo.

    Va innanzitutto detto che il cognome Orteschi è abbastanza raro e pressoché sconosciuto agli amanti del mondo dell’arte: un tal Pietro Orteschi è citato, ma quale letterato, vivente nel 1736, da Christian Gottlieb Joechers e Johann von Adelung nella loro rassegna. Col medesimo cognome segnaliamo poi un non meglio indagato Aurelio Orteschi, tratto dal Thieme-Becker che, nella sua monumentale opera sugli artisti del 1932, lo annota nel XXVI volume.

    E proprio Aurelio Orteschi, nato forse a Rovigo e morto certamente a Ferrara nell’anno 1770, sarebbe l’autore dell’affresco riproducente i santi patroni che un tempo era dipinto sul soffitto della scomparsa chiesa di Santa Giustina di Rovigo. Sempre alla sua mano apparterrebbe il Transito di san Giuseppe nella chiesa della Madonna del buon Amore in Ferrara.

    Di Rinaldo Orteschi invece, come anzidetto, non sappiamo alcunché, ma possiamo oggi ipotizzare una sua stretta parentela col citato Aurelio: forse è un suo figlio d’arte, cosa probabile e non certo impossibile. E resa più verosimile dal fatto che apprendiamo che Rinaldo è nato ed ha operato a Rovigo, così almeno lui ci tiene a fare sapere con la sua firma. Per conoscere altri aspetti dell’artista dovremmo dunque indirizzare le nostre ricerche ai registri parrocchiali di Rovigo (meglio in quelli relativi alla primitiva Santa Giustina).

    Ciò che si può affermare con certezza è che Rinaldo Orteschi fu un artista di talento, del quale conserviamo ancora alcuni quadri, bisognevoli di urgenti restauri ma di ottima fattura, eseguiti fra il 1752 ed il 1759. Sino al 1971, come ci riporta il Chiavegatti, erano esposti nella chiesetta seicentesca della Santa Croce, quando poi furono trasportati nella canonica melarese, ove sono tuttora. Si presentano con colori abbastanza scuri, frutto del fumo delle candele devozionali accese per quasi due secoli, ma alcuni quadri sono ben visibili ed appaganti alla vista, come il caso di San Giuseppe, cromaticamente il più appariscente e meglio conservato.

    Il primo, in ordine cronologico ed unico datato, oltre alla Via Crucis, è quello di S. Giovanni Nepomuceno dove notiamo la scritta sul retro: “Rinaldo Orteschj 1752”.

    Gli altri quadri, delle dimensioni di cm. 95,5 per 130, raffigurano nel dettaglio: S.Giuseppe (con la scritta Rinaldo Orteschj di Rovigo pinxit), S. Nicola di Bari (con la sigla R.O.P.), S. Antonio di Padova (Rinaldo Orteschj Pinxit), S. Francesco di Paola (Rinaldo Orteschj Pinxi) ed i SS. Crispino e Crispiniano (Rinaldo Orteschj Pinxit).

    Anche per la Via Crucis abbiamo riferimenti certi, fu infatti commissionata il 3 maggio 1756 da fra’ Giovanni Battista dei Minori di Santo Spirito di Ferrara, dopo che l’inquisitore generale frate Domenico Andrea Cortini da Forlì ne aveva dato l’autorizzazione. Nella XV stazione, quella che raffigura la deposizione del Cristo, scorgiamo nel retro la frase: “Questa via Crucis è stata dip(in)ta da me Rinaldo Orteschj di Rovigo nell’anno 1759”. Detti quadretti misurano cm. 50 per 70.

    Gli amanti delle patrie testimonianze auspicano un approfondimento su questo interessante autore sinora relegato, suo malgrado, unicamente nella canonica melarese.

    BIBLIOGRAFIA

    – Allgemeines Gelehrten-Lexicon: Fortsetzung und Ergaenzungen zu Christian Gottlieb Joechers allgemeinem Geleherten-Lexico, worin die Schriftsteller aller Staende nach ihren vornehmsten Lebensumstaenden und Schriften beschreiben werden von Johann Christoph Adelung, von Heinrich Wilhelm Rotermund, von Otto Guenther, Leipzig 1784-1897.

    – Chiavegatti Savino, La Madonna del Lume un uomo un quadro, dispensa n. 6, pp. 5 bis-quinques, settembre 1981 e n. 24, p. 227 undecies, novembre 1988.

    – Dizionario enciclopedico Bolaffi dei pittori e degli incisori italiani dall’XI al XX secolo, vol.VIII, voce Orteschi Aurelio p.228.

    – Ridolfi Raffaele, Primi studi sulla chiesa della Santa Croce di Melara, maggio 2001.

    – Nappo Tommaso, Indice Biografico Italiano, vol. 8, p.2570, voce Orteschi Pietro, K.G.Saur Muenchen, 2002.

    – Thieme Ulrich-Becker Felix, Allgemeines Lexicon der bildenden Kuenstler von der antike bis zur gegenwart, W.Engelmann, Leipzig, vol. XXVI, 1932.

  • “Grisa çità co’ i ponti e col Castelo”

    “Grisa çità co’ i ponti e col Castelo”

    A chi veda oggi Rovigo e abbia poca familiarità con la sua storia millenaria, il titolo che abbiamo scelto per questo breve viaggio nel tempo – tratto da una poesia¹ di Gino Piva (1873-1946), cantore insuperato di Rovigo e del Polesine, che visse quando ancora la città era caratterizzata dai suoi ponti – può forse apparire di difficile comprensione.

    Ma ben più indietro nei secoli vorremmo spingerci in quest’itinerario, fino all’epoca in cui l’antico borgo medievale e rinascimentale era attraversato dal lento fluire dell’Adigetto, con i silenzi delle strette e irregolari strade, rotti solo dal rumore dei carri e dal chiacchiericcio dei venditori ambulanti o dei passanti, e con la mole della Torre Donà che spiccava maestosa tra le brume della stagione fredda che allora come oggi avvolgono il paesaggio in un abbraccio sognante, sul profilo dei bassi edifici dai colori un po’ stinti…

    Sono invece le parole di Baldassarre Bonifacio che ce la dipingono come appariva nei primi decenni del Seicento:

    “Questa città [Rovigo], cinta di mura antiche, circonvallata con doppie fosse, distinta ordinatamente in vie larghe, e diritte, pavimentata di mattoni, ornata di ben construtti edificii, lieta, aerosa e monda in ogni sua parte, viene irrigata da fiume navigabile, l’uno de’ due maggiori d’Italia, che all’Abbadia si dirama, formando una corda all’arco suo proprio, e bagnando la terra di Lendinara, e segando quasi pel mezo la città di Rovigo, per venticinque miglia di strada si ricongiunge con sé medesimo poco lunge dalla Terra di Cavargine, e si scarica poscia nel mare à Fossone. Quattro ponti di pietra uniscono la città divisa, quasi annella che maritano l’una delle rive con l’altra; due de’ quali, che mentre serrano la città si vanno continuando con la muraglia, chiudono le bocche del fiume, calando giù le saracinesche ed otturando gli archi con rastelli ferrati. Nel ponte maggiore, che unisce la piazza grande con quella del Duomo, in pietra di marmo è scolpita la Vergine Madre, col martire e Pontefice San Bellino, e questi due versi appresso: «Urbem Rhodigium, placidus quam dividit amnis, hic tibi pons iugit, carpe viatot iter²»” (Della pregrinatione di Baldassare Bonifaccio, libro quarto)

    Così appariva dunque Rovigo nel XVII secolo agli occhi del poligrafo Baldassarre Bonifacio, il quale, nato a Crema nel 1584, coprì diverse cariche ecclesiastiche nella nostra città di dove era, tra l’altro, originaria la sua famiglia. Questa descrizione anticipa di qualche decennio quanto raffigurato dalla magnifica stampa di Rhodigium pubblicata da Pier Mortier nel 1704.

    Ma, qual è la storia dei quattro ponti, che, sfidando la potenza della natura, collegavano le due sponde dell’Adigetto? Qual è stato il loro ruolo nel cuore della città polesana?

    È un arduo compito quello di avviare una ricerca su questi ponti senza incappare nelle vicende idriche del territorio, ed è, per ovvie ragioni, impossibile districare la loro storia da quella dell’Adigetto alla quale furono fatalmente legati. Forse è un luogo comune ma, Rovigo, circondata e minacciata dai fiumi, troverà in essi tanto la sua forza quanto la sua rovina.

    Il problema delle acque

    Un’importantissima fonte di notizie su Rovigo, dal 1500 al 1797, sono le relazioni presentate al Senato della Serenissima Repubblica di Venezia da parte dei Rettori di Rovigo. I patrizi veneziani rappresentavano la città lagunare nei centri più importanti. In questo contesto, durante la dominazione veneziana del Polesine e cioè dal 1514 alla caduta della Repubblica Veneziana spetterà ai Rettori di Rovigo -con titolo prima di Capitano e Provveditore Generale di Rovigo e del Polesine e poi Podestà e Capitano e Provveditore Generale- la sorveglianza militare, giudiziaria, amministrativa del territorio, oltre alla delicatissima materia delle acque e di tutto ciò che fosse ad esse connesso.

    In effetti il problema delle acque nel Polesine è tra gli aspetti che più hanno preoccupato e che più hanno dato da fare ai Podestà. Tant’è che il Podestà Gasparo Renier, nella sua relazione del 6 aprile 1560 scriverà: “Ha questo suo loco di Rovigo et territorio 4 potenti inimici, ma dui potentissimi, Adice et Po, Adiceto et Canali. Questi due ultimi hanno l’origine dal Adice, il qual entrando per il Castegnaro va ne gli Canali per la buona parte dell’Abatia viene nel Adiceto et passa per mezo Rovigo, et si puol chiamar il cuor, anzi tutta la vita di quel loco per essere quello che conduce tutte le merci da questa Città a Rovigo, Lendenara et Abbatia […]”.

    Dunque, come per Lendinara e Badia, era veramente vitale questo corso d’acqua per Rovigo, perché se è vero che le coltivazioni del granoturco e del frumento erano alla base dell’economia della città, è altrettanto vero che questa era pressoché sprovvista d’industrie manifatturiere e, dunque, il grosso del commercio si svolgeva grazie alla merce che arrivava tramite l’Adigetto.

    Il Ponte della Roda

    Ma, dove si trovavano i ponti in questa Rovigo divisa a metà? O, in altre parole, “divisa in doi parti per causa del detto Adeseto, che vi passa per mezo; l’una parte se dimanda Santa Giustina, ove sono le valli dette di Santa Giustina, che arivano quasi fino alle mure della terra […] L’altra parte di essa terra è chiamata di Santo Stefano, ove sono i campi buoni et fenili, i quali si dimandano la Campagna Vecchia […]”, come si legge nella relazione del Podestà Pietro Marcello del 28 maggio 1574.

    Ebbene, all’altezza di porta San Bortolo, nell’incrocio tra l’attuale Corso del Popolo e le vie Pighin e Ponte Roda, fra i primi ad essere costruiti addossato alle mura, si trovava il Ponte della Roda e quindi il primo ponte per chi proveniva da sud all’interno della cinta muraria.

    Esistono pochi dati certi sulla storia di questo ponte. Il significato del suo nome è, forse, l’aspetto meno misterioso. Sebbene non siano poche le voci che, a causa dell’oblio in cui cadde l’originale significato della parola, ricollegarono il termine vernacolare “Roda” con il vocabolo italiano “ruota”; motivo per il quale esso fu chiamato da tanti rodigini come “Ponte della Ruota”.

    Tuttavia, il toponimo “Roda” è già rintracciabile in documenti del decimo secolo ed era l’apocope popolare della forma antica “Rodige”, ossia Rovigo. In altre parole, seguendo un’inveterata abitudine, il ponte prese semplicemente il nome dalla città dove era sorto: ponte di Rovigo dunque, il primo che identificava la città per quanti in barca risalivano le acque dell’Adigetto.

    Il Ponte della Roda fu ricostruito nel 1737 dal Podestà Pietro Martire Curti, perché secondo una fonte dell’epoca minacciava rovina³.

    Successivamente venne completamente rifatto nel 1876, dopo che nel 1840 era stato demolito un tratto di mura nei suoi pressi, sulla riva destra dell’Adigetto.

    Il Ponte del Sale

    Cronologicamente parlando, secondo la maggioranza degli studiosi, il primo ponte in assoluto a valicare l’Adigetto, durante il Medioevo, è stato il “ponte del mezzo”, vale a dire quello che sorgeva all’attuale incrocio tra il Corso del Popolo, Via Laurenti e Via Trento.

    La prima struttura del ponte risale, probabilmente, alla fine del Duecento o ai primi anni del Trecento, sebbene la targa che oggi ricorda la sua esistenza sul Corso del Popolo affermi che lì sorgeva un ponte già in epoca romana. A favore della prima ipotesi sono stati trovati documenti che testimoniano come, nel 1289, a conclusione di una disputa tra il Vescovo di Adria e la città in materia fiscale, il chiericato rodigino si fosse impegnato a concorrere nella spesa della costruzione di un ponte che è probabilmente ravvisabile proprio con il ponte del mezzo. Questo ponte collegava la Piazza Grande, ovvero l’attuale Piazza Vittorio Emanuele (e quindi il quartiere di Santa Giustina che si trovava attorno alla omonima chiesa che sorgeva nell’odierna Piazza Garibaldi) alla piazza del Duomo (parte preminente del quartiere di Santo Stefano, cioè la parte più antica della città nata nei dintorni del Castello).

    È anche controversa la data in cui il vecchio ponte in legno venne sostituito con uno in muratura. Infatti, pare che nel settembre del 1484 una ducale abbia autorizzato la ricostruzione, in muratura, del ponte del mezzo. Tuttavia, secondo manoscritti di fine Settecento, sul nuovo ponte si trovavano uno stemma e un’iscrizione che ne indicava la data di ricostruzione nel 1555. È, inoltre, possibile che la relazione del Podestà Giovanni Francesco Salamoi del 27 ottobre 1554, facesse riferimento, appunto, a questo ponte: “Questo si chiama Ladeseto, sopra il quale nelli borghi di Ruygho dove era un ponte rotto di legname ne ho fatto fabricar uno di pietra per comodo et beneffitio de pasageri et di tutto il paese e conclude dicendo senza però spesa alcuna di Vostra Serenità.”

    Ciò che, invece, ci appare come un dato inconfutabile, è che questo ponte adottò il più conosciuto nome di Ponte del Sale. Tale nome richiamava il deposito e il commercio del sale e con ogni probabilità anche il mercato dove si vendeva tale prodotto nel centro di Rovigo, già monopolio degli Estensi durante la loro dominazione prolungatasi, in modo praticamente ininterrotto, dall’inizio dello scorso millennio fino alla fine del Quattrocento. Questo nome, solo in apparenza un po’ semplice, in realtà mette in evidenza l’importanza che il sale, in qualità di merce costosa e di difficile reperibilità, rivestiva a quei tempi.

    Sulle sponde dell’Adigetto si alzavano i due pilastri del Ponte sui quali si trovavano due bassorilievi in marmo che raffiguravano, uno la Giustizia e l’altro il Santo Vescovo Bellino che presentava in piccolo la città di Rovigo alla Madonna con il Bambino. Vi si trovavano anche lo stemma della città di Rovigo e due stele marmoree, ornate da stemmi, con iscrizioni che alludevano al passaggio dall’allora regnante Sommo Pontefice Pio VI nel 1782.

    I citati marmi della Giustizia e del Santo Vescovo Bellino con la città di Rovigo e la Madonna con il Bambino, fortunatamente non sono andati perduti. Sono entrambi fissati al muro di Palazzo Roverella che dà sul Corso del Popolo. Inoltre, nel peristilio del tempio della Beata Vergine del Soccorso, ovvero “La Rotonda”, è visibile il pilastro del Ponte del Sale con lo stemma della città nonché le stele che ricordano il passaggio del Pontefice Pio VI nel 1782, che furono, purtroppo, scalpellate dai giacobini.

    Nel 1865, il Ponte del Sale venne demolito con l’intenzione di erigere al suo posto un ponte movibile che permettesse il passaggio di natanti e barconi. E così si fece. Il nuovo ponte di ferro fu battezzato con l’originale nome di “ponte Nuovo in ferro”. Tuttavia, a causa o d’imperfezioni nella sua fabbricazione, oppure di qualche errore nella sua istallazione, questo ponte non funzionò mai⁴.

    Il Ponte del Portello

    L’altro ponte che, analogamente al Ponte della Roda, era addossato alle mura ma sul lato opposto della città e che, come abbiamo accennato, era costruito a tre arcate, era il Ponte del Portello o di San Giovanni, che esisteva almeno già dal Quattrocento nell’attuale incrocio tra il Corso del Popolo e le vie Minelli e Grimani. Infatti, secondo quanto spiega la targa cittadina che ricorda il punto dove questo ponte sorgeva, nel 1453 si adoperarono trentasei tronchi, grossi almeno quattro piedi, ferro e tavole dello spessore di tre dita per la costruzione di questo ponte largo dodici piedi.

    Nel 1851, fu ricostruito in ferro in forma di passerella pedonale. Da questa data il ponte fu chiamato “delle zemelle” perché la forma dei parapetti ricordava la forma di un dolce che gli ebrei usavano mangiare durante la Pasqua.

    Il Ponte dei Cappuccini

    Finora abbiamo riferito dei ponti a ridosso e dentro le mura di cinta. Il quarto dei ponti, invece, fu costruito in legname nel 1489, a sud della città e, quindi, fuori le mura di S. Bartolomeo. Verso la seconda metà del Cinquecento fu chiamato Ponte dei Cappuccini perché nei pressi vi fu costruito da questa confraternita il convento e la chiesa dedicata a San Michele arcangelo, nel punto dove è oggi largo della Libertà. Analogamente a quanto accadde con la storia del Ponte della Roda, purtroppo, non abbiamo molte notizie dei cambiamenti che subì il Ponte dei Cappuccini. Ciononostante, da una fonte dell’epoca, sappiamo che questo ponte fu restaurato, riformato e abbellito nel 1792, essendosi cercato di rendere più comoda la sua discesa, riparandola con una catena di ferro.

    Al fine di avere un’idea più completa sull’aspetto dei quattro ponti di Rovigo nello scorso secolo, è interessante consultare il sito internet www.cartoline.tuarovigo.org. Su questo sito è possibile trovare una serie di cartoline della città dal 1899 fino ai nostri giorni e documentarsi per mezzo di meravigliose immagini d’epoca non solo sui ponti ma, più in generale, sui molteplici cambiamenti subiti dal capoluogo polesano attraverso il passare degli anni.

    Epilogo

    La secolare storia dei ponti di Rovigo subì una drammatica svolta, quando nel 1938 venne deviato il corso d’acqua dell’Adigetto ed interrato il tratto urbano del suo antico alveo, che, durante undici secoli, era stato il fulcro dell’attività economica della città e una delle caratteristiche di rilievo che contraddistingueva il capoluogo del Polesine.

    Con la deviazione dell’Adigetto, per favorire il transito su gomma lungo quello che sarà chiamato Corso del Popolo, oltre a decretare la fine del movimento delle merci per via d’acqua, si determinava la cancellazione di una parte fondamentale dello spirito di Rovigo. Da non dimenticare infatti che la storia di Rovigo ebbe inizio con la costruzione del suo Castello, eretto proprio sugli argini dell’Adigetto. L’ironia della sorte, inoltre, volle che fosse la mano dell’uomo a deviare un fiume che, preesistente all’anno 589, non aveva cambiato mai il suo corso, a differenza di quanto successo con il corso principale del fiume ovvero l’Adige⁴.

    Tale situazione idrica col passare degli anni, tende a diventare sempre più grave, tant’è che verso la fine del Settecento il Podestà Pietro Donà, informerà che […] (Il commercio) “illanguidisce nell’invernale stagione, perché impraticabili a quel tempo si rendono le strade conducenti a fiumi medesimi e perché quasi otto mesi dell’anno, ne quali compresi la stagion sopradetta, chiuso con notabilissimo danno delle suddite imbarcazioni rimane l’Adigetto, che scorre nel mezzo della Città, per oggetti dalla pubblica auttorità contemplati necessari di promovere più facilmente lo scolo delle sottoposte valli. Per la chiusa medesima risente anche l’interno della Città e per conseguenza il pieno della Provincia con notabilissimo discapito nella scarsezza fatale in tempo d’inverno di generi di prima necessità, li quali non potendo giungere dalla Dominante per mezzo della navigazione dell’Adigetto medesimo a quella parte, non possono neppure se non con gravosi dispendi arrivar per via di terra, stante l’addotta causa delle strade, che quasi ne impossibilitano la traduzione. […]”

    Un’ulteriore conferma alla mutabile natura dell’Adigetto è rintracciabile in uno studio del 1755 nel quale, Girolamo Silvestri, faceva notare come la lunghezza dei due ponti della Roda e S. Giovanni – di quest’ultimo ponte parleremo tra breve – che erano stati costruiti a tre occhi, erano all’epoca molto più grandi del letto del fiume di come appariva nel Settecento.

    Com’è facile comprendere la salute dell’Adigetto peggiorava d’anno in anno. Restavano, ormai, lontani nel tempo i tempi in cui l’Adigetto allagava parte della Città e della stessa Piazza lasciando conseguenze igieniche disastrose e “un fettor tale che da quella parte dov’era stata (l’innondazione) ne morì di 100 putti d’anni 10 in giù in meno di giorni otto”, come informava il podestà Gasparo Renier nel 1560 nella relazione presentata al Senato veneziano.

    5. Ricordiamo a questo proposito che il nome Adigetto proviene da Atesis Vetus, vale a dire Adige Antico in contrapposizione con il corso maggiore At(h)esis (Adige) che si era spostato e disalveato dieci chilometri a sud di Este e che aveva trovato un suo nuovo alveo dopo il 589. Al fine di distinguere il corso minore da quello maggiore si era optato per chiamare il primo Atesis Vetus e il secondo lungo tutto il suo percorso At(h)esis. Ci si augura che i lavori che si stanno portando avanti sul Corso del Popolo -proprio in questi giorni in cui ci stiamo dedicando a questo scritto – riescano a riportare alla luce, prima della ricopertura, almeno qualche piccola testimonianza di quelli che furono i basamenti del Ponte della Roda e magari anche quei gradini costruiti sull’argine dell’Adigetto, che una volta costituivano il collegamento tra la terra ferma e, forse, l’inizio di un emozionante viaggio verso altre terre lungo l’antico corso d’acqua..

    NOTE

    1. “Vecia çità”, verso 47.

    2. “Questo ponte unisce a te la città di Rovigo, che un placido fiume separa; prendi la via (incamminati), o viandante”. Ringrazio il dott. Davide Bertocci, dell’Università di Padova, per la traduzione dal latino.

    3. Questa testimonianza afferma quanto denunciato dal Podestà Gaetano Dolfin, a metà del Settecento, il quale dipinge nella sua relazione un quadro piuttosto patetico delle condizioni d’abbandono in cui si trovava la città e, in particolare, del pietoso stato di rovina in cui erano piombati i ponti rodigini: “Tra le altre fabriche publiche, una affatto rovinosa e deforme è quella dei quattro ponti su questo Adigetto. Non dirò che in ognuno di essi si veda chiuso e totalmente atterrato almen uno dei suoi archi e così più ristretto al fiume il suo alveo, ma cadente affatto e svestito della sua superfizie et incrostatura si vede quello della porta di San Giovanni et eguale quest’altro che unisce il borgo di San Bortolamio al quartiere di Sant’Agostino e del Vescovo. Smatellata è pure la riva che continua sul fiume la Città tutta e smontata dal peso dei fetenti continui letami, de quali sta caricata con danno dall’aria e del fiume medesimo, in cui spesso a consumare si vanno”.

    4. A proposito di questa costruzione in ferro, ci permettiamo di mettere in dubbio quanto fosse necessario un ponte con queste caratteristiche su un corso d’acqua che già da qualche secolo cominciava a dare gravi segni di interramento. Difatti, il prosciugamento dell’Adigetto cominciò a manifestarsi sin dal Seicento. A darne conferma è il Podestà Vittore Correr, che nella sua relazione informerà il Senato veneziano che a Rovigo “Vi sono il Castagnaro, e l’Adicetto, ma l’esperienza dimostra, che da quattro o cinque mesi dell’anno in poi, che sono maggio fino a settembre, sopra questi non può farsi fondamento d’alcuna sorte, scemandosi l’acque in modo, che non solo non vi possono andar barche, ma per gl’alvei, come per strade correnti, vi si conducono carri, e vi camminano gl’animali. […] L’alveo suo, in vece d’acque, è coperto di sabbia”. Questa forma d’interramento temporaneo dell’Adigetto, secondo la spiegazione fornita dal Podestà Correr, era la conseguenza della piega del corso dell’Adige sempre di più dalla parte sinistra verso il Padovano.

  • Il corridoio ecologico di Salvaterra

    Il corridoio ecologico di Salvaterra

    “Spunzioi e Barete da prete, non sin vede più in giro; ma gnanca Barbastrei, Pese spini, Galetini da Monte… Fossi e Cavezagne, po’, ne se sa più cossa che i sia!”¹. Sono parole amare ma sempre più frequenti, quelle pronunciate da gente di Badia Polesine. Gente che esprime, in questo modo, il crescente disappunto per l’alterazione del paesaggio agrario, divenuta evidente negli ultimi decenni del secolo scorso con gravi effetti per la biodiversità.

    La scomparsa di decine di piante, uccelli, mammiferi e insetti dalle campagne polesane e da molti altri luoghi del pianeta, ma anche di quegli elementi paesaggistici tradizionali quali i fossi, le capezzagne (strade campestri) e i filari di alberi, sono una delle conseguenze dell’abbandono di alcune secolari attività che caratterizzavano questa provincia a forte vocazione rurale.

    Ma l’allarme, espresso nelle umili forme dialettali di gente legata al mondo dei campi, trova purtroppo riscontro in sedi più appropriate quali nei Convegni, nelle sedi universitarie e ministeriali o nei programmi televisivi; ed anche nei libri, pronti talvolta, a denunciare le cause e proporre i rimedi per affrontarle².

    Un’indagine ornitologica effettuata attorno il 2000³, denunciava la scomparsa (o la forte riduzione) da questa provincia, di circa trenta specie di uccelli, per vari motivi: a causa dell’alterazione del paesaggio agrario (Assiolo, Ortolano, Averla cenerina, Averla piccola, Upupa, Barbagianni, Cappellaccia, Allodola, Saltimpalo); in conseguenza delle modificazioni ambientali (Voltolino, Schiribilla comune, Piro piro piccolo, Cincia bigia, Averla capirossa, Zigolo giallo, Tordela), a seguito dell’intensificazione delle attività agricole (Albanella minore); per il deterioramento o dla riduzione dei luoghi di nidificazione (Mestolone, Passera mattugia, Beccaccia di mare, Barbagianni, Topino); per la crescente pressione venatoria (Re di quaglie, Tordela). Dunque una situazione assai poco confortante, per la quale è assolutamente necessario fare qualcosa.

    Un altro forte appello al cambiamento, oltretutto, è giunto dal Convegno sulla biodiversità tenutosi a Montecatini Terme nel 2005, nel corso del quale è stato formulato la richiesta, ai governi, alle Istituzioni e agli Organismi Non Governativi, di adottare un maggior numero di azioni in difesa dell’ambiente e della biodiversità. I relatori stilarono un documento denominato Countdown 2010, fissando, per quella data, l’obiettivo di un miglioramento globale a favore della biodiversità (sia vegetale che animale) nelle città e, soprattutto, nelle campagne.

    E proprio in questa prospettiva, anche a Salvaterra (gradevole frazione di Badia Polesine), è stato realizzato un intervento di ripristino del paesaggio agrario (in un fondo gentilmente concesso in gestione al WWF Rovigo dalla famiglia Bozzolan) che ha visto la partecipazione di agricoltori (Associazione Coltivatori Diretti e Associazione Agricoltori) e ambientalisti (WWF, LIPU, APIDA, Biancospino) uniti nella realizzazione di un’area ex-novo inserita nel “Corridoio Ecologico Salvaterra”, in Località Le Giare.

    Il suddetto ambito ecologico è costituito di tre unità biotopiche collocate lungo lo scolo Valdentro: una nuova area bosco-prativa dell’estensione di un ettaro (fondo Cave Bozzolan), un frutteto biologico di oltre 10 ettari (Azienda Agricola Farinazzo), una zona umida (anch’essa di 10 ettari) formata da due corpi idrici (Valle della Buora); il percorso del C.E.S. è di circa 1800 metri.

    Dopo aver effettuato un’indagine sull’avifauna locale⁴ e aver individuato le specie presenti, fu pianificato un intervento che prevedeva la realizzazione di una nuova area boscata per gli uccelli silvicoli (Merlo, Capinera, Passera mattugia, Storno, Verzellino, Cardellino, Cinciallegra, Cinciarella, Sterpazzola, Luì piccolo, Usignolo, Pigliamosche, Codibugnolo) dotandolo di piante fruttifere con sottobosco per i migratori autunnali (Turdidi) e un’altra, con prato incolto e siepi, per i passeriformi terricoli (Allodola, Cappellaccia, Beccamoschino, Cutrettola e Strillozzo). Fu inoltre prevista la collocazione di vari nidi artificiali per Upupa, Barbagianni, Passeri, Cinciallegre e pipistrelli, con la presenza di un edificio in legno quale riparo per questi delicati e misteriosi mammiferi alati.

    Sabato 14 marzo 2009 una quindicina di volontari muniti di badili (e amore per l’ambiente) hanno perciò messo a dimora oltre un centinaio di piante da frutto e siepi (Cachi, Albicocco, Susino, Ciliegio, Sambuco) e un lungo filare di Salice; il prossimo autunno invece, è prevista la piantumazione di Farnia, Spincervino, Biancospino, Nocciolo e Noce e quella di erbe prative quali Cardo, Stoppione, Scolimo, Salvia pratense, Carota selvatica e altre.

    Tutta la nuova area alle Cave Bozzolan, infine, è stata contornata di una capezzagna ciclabile, che facilita il raggiungimento del Corridoio Ecologico di Salvaterra in bicicletta. Partendo dal centro di Badia Polesine l’itinerario si snoda lungo via Masetti, via Loredan, via Francavilla, Piazza San Valentino (Salvaterra), via Cavallo, Fornace ‘Le Giare’. Un percorso di valenza ambientale che si collega alla Ciclovia Atestina, che si sviluppa dall’Alto Adige e, percorrendo la sommità arginale del fiume Adige, giunge sino a Rosolina, sul Mare Adriatico.

  • Sulle tracce di Luigi Masetti

    Sulle tracce di Luigi Masetti

    Siamo partiti con il treno in quella che è stata l’ultima domenica dell’inverno, in una giornata tiepida. L’incontro con gli amici della FIAB, fissato davanti alla stazione ferroviaria di Rovigo, ci trova puntuali. Saliamo sul treno delle ore 10 con destinazione Castagnaro in provincia di Verona. Siamo in diciotto e, dopo circa quaranta minuti, arriviamo a destinazione pronti a scaricare biciclette e zaini, il nostro viaggio alla scoperta delle terre di Masetti ha inizio.

    Ci è piaciuto immaginarlo a bordo delle nostre bici il nostro eroe Luigi Masetti, il trecentano “anarchico delle due ruote”, mentre nel 1884, a soli vent’anni, lascia il suo “Polesine” dilaniato dalle rotte dell’Adige (gravissima quella del 18 settembre 1882), dalla pellagra e dalla malaria. Da questo desolato lembo emigra a Milano dopo aver compiuto le scuole “tecniche” a Lendinara.

    Inizia frattanto il nostro percorso cicloturistico con destinazione Rovigo. Da Castagnaro arrivo ci avviamo verso Gorghi Bisatello, scorgiamo i resti della famosa rotta di Castagnaro del 1438 con i gorghi. Saliamo sull’attuale argine dell’Adige per ridiscendere, dopo un tratto sterrato, in direzione di Villa d’Adige. Proseguiamo per località Barchetta e di lì verso Menà con le relative cave.

    La strada corre lungo gli antichi argini, gli alberi sono ancora spogli, li possiamo identificare nella loro sagoma ed osservare così bene i nidi degli uccelli. Attraversiamo il grigio nastro della superstrada e ci avviamo verso Giacciano con Baruchella, proseguendo poi per Pissatola e Gorgo Malopera, quindi pedaliamo alla volta di Canda dove ci soffermiamo sul ponte ad osservare il fiume Tartato diventare il Canal Bianco.

    Anche il nostro Masetti doveva attraversare Canda quando da ragazzo a piedi o a dorso di asino (la bicicletta era ancora un mezzo sconosciuto) si recava a Lendinara per studiare, dopo aver consumato un’energetica colazione a base di due uova e una tazza di latte. Qualche anno dopo lascia il Polesine raggiungendo Milano dove divide l’appartamento con le sorelle e un gallo portato da Trecenta, che come un bhoemienne gli dà la sveglia, e due piccioni.

    A credere in lui, nella sua voglia di fare ed imparare, erano stati il medico condotto di Trecenta Nicola Badaloni, polesano di adozione ma recanatese di nascita, il Doralice di Badia Polesine e Jessie White sposa di Alberto Mario, che lo aiutarono anche economicamente a frequentare gli studi e lo avviarono a Milano. Nel capoluogo lombardo Luigi Masetti studiò greco e latino superò l’esame liceale e si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pavia.

    Ed è sempre nell’estate del 1884 anno della sua partenza, che in Polesine i contadini abbandonarono i campi al loro destino: al grido di “la boje!, la boje! la va fora”, i bifolchi si ribellarono ai padroni. Arrivarono i carabinieri, i fuochi incendiarono i fienili e le stalle, i contadini che maggiormente si erano esposti nelle azioni di protesta furono arrestati e condannati.

    Ma Masetti è ormai lontano, interessato a conoscere il mondo a vedere ed intrecciare rapporti con persone sconosciute. Il carattere genuino impressogli dalla sua terra sarà quello che egli cercherà negli abitanti dei vari paesi che egli visiterà, spingendosi nei villaggi e nelle campagne, “nei piccoli alberghi dove si spende poco e si ha modo di conoscere la gente”.

    Ricordiamo tutto questo mentre lasciamo Canda, a mezzogiorno, per dirigerci verso località Tre Ponti di Lendinara e lì decidiamo di sostare per consumare il nostro pranzo, rigorosamente al sacco. Chi seduto su un prato chi su alcune sedie rimediate davanti ad un bar (sfortunatamente chiuso) chi in piedi.

    Anche il menù del nostro eroe era in gran parte (a seconda della borsa) a base di pane, formaggio e salame; latte e uova offertegli dai contadini.

    Durante la sosta esce anche un bel sole tiepido che ci conforta l’animo e ci fa alleggerire il nostro vestiario ed immaginare a come sarà stato il bagaglio di un cicloturista dell’epoca…

    “… tre paia di calze, due calzoncini corti, tre maglie, una giacca, un panciotto, due colletti, due paia di polsini, un petto di camicia per le grandi occasioni (girando girando capitano!), una camicia di lana, sei fazzoletti e gli occhialoni (…) Quando giungo a un rivo o a un lago, mi butto in acqua. Ciò serve a lavarmi il corpo e i vestiti, che indosso di nuovo dopo averli strizzati e fatti asciugare al sole”.

    D’estate Luigi Masetti lavora negli alberghi della Svizzera visitati dai turisti, avendo modo di imparare così le lingue: inglese francese, tedesco e spagnolo che gli serviranno in seguito per comunicare durante tutti i suoi viaggi, e saranno anche fonte di onesto guadagno impartendo lezioni. E fu nel 1891 che seduto in riva al lago di Ginevra scopre il “bicicletto”: è una rivelazione! Dopo soli 28 giorni dal dì che poté montare per la prima volta sul suo “Eolo” partecipa alla prima Milano-Torino, a criteruim su pista al trotter milanese e diventa il beniamino dell’allora Corriere della Sera E. Torelli Viollier.

    Intanto noi, così rifocillati, ripartiamo alla volta della vicina Molinella: sulla parete esterna della Chiesa parrocchiale scopriamo che è affissa una lapide che ricorda come qui sia sta fondata il 29 luglio del 1893 la prima Cassa Rurale della Diocesi di Adria, il che lascia immaginare come questo luogo sia stato allora vitale, a confronto dell’odierno declino.

    Ma dov’era Masetti in quell’anno? Per il nostro biciclettista è il tempo dei grandi viaggi. L’anno prima nel 1892, col suo bicicletto e con la sola guida stradale strappata da un atlante scolastico, percorre 3.500 km attraverso l’Europa: Milano-Parigi-Berlino-Vienna-Milano. Poi nel 1893 compie la sua seconda impresa: il “viaggiassimo”. Con sole 930 lire parte da Milano in qualità di inviato del Corriere della Sera; attraversa l’Europa, giunge a Londra; a Liverpool si imbarca per New York, arriva a Chicago e ritorno. A Washington ebbe anche l’onore di essere ricevuto del Presidente degli Stati Uniti allora Grover Cleveland ed ebbe anche numerosi festeggiamenti da parte della comunità italo-americana.

    E’ il biciclettista più famoso d’Italia, “il poeta del bicicletto” come viene definito. Nel 1894 lascia l’Università dove ancora deve sostenere l’esame dei tanti diritti … “ora non ho tempo, ho da fare una scappatina a Costantinopoli, a Chicago, a Ceuta, al mio ritorno un giorno o l’altro mi prenderò la laurea …”

    Luigi Masetti non si fa mancare nemmeno l’esperienza dell’alpinismo e il 20 agosto del 1899 compie la salita del Monte Bianco, poi Lago d’Orta-Friburgo. Nello stesso anno parte il I° maggio da Milano, arriva a Ceuta, Gibilterra, percorre l’Andalusia, raggiunge i Pirenei, Bordeaux, Parigi dove visita l’Expo ed ancora Bruxelles, Amsterdam, Amburgo, Copenaghen, Goteborg, Stoccolma, Pietroburgo e Mosca; a Pagliana incontra anche Leone Tolstoj e dopo prosegue ancora per la Crimea, Costantinopoli, nuovo imbarco e finalmente approda a Napoli percorrendo così ben 18.000 km!.

    Intanto il nostro viaggio, attraverso la frazione di Valdentro, ci porta a Villanova del Ghebbo storico paese calzaturiero diviso a metà dal canale Adigetto, dove sostiamo nuovamente per una meritata pausa caffè. Approfittiamo così per sistemare alcune forature delle nostre biciclette.

    Certo le strade dell’epoca di Masetti non erano come le nostre di adesso, costringevano spesso il biciclettisita a percorrere lunghi tratti a piedi (soprattutto le salite alpine) spingendo il bicicletto (con lo sterzo legato veniva posizionato in verticale e poteva così essere spinto anche con una sola mano!). Nel 1897 il nostro trecentano volle fare come Napoleone: dalle Alpi alle Piramidi. Da Milano raggiunge le Alpi con sosta ad Aosta, poi l’attraversamento della penisola, Piacenza, Bologna l’Italia Centrale, quindi l’arrivo a Brindisi dove si imbarca per Alessandria d’Egitto. E’ il 2 ottobre quando scala la piramide di Cheope per sedersi sulla cima. Quindi prosegue per la Palestina dove visita le Città Sante. A Giaffa si imbarca nuovamente per Brindisi e attraversando la Basilicata risale poi tutta la penisola raggiungendo Milano.

    Noi frattanto raggiungiamo a Costa di Rovigo: attraversiamo il paese e imbocchiamo una bella pista ciclabile da poco realizzata che ci porta, attraversando i campi, fino a Roverdicrè.

    Nel 1898 Masetti compie il quarto grande viaggio: dal Duomo alle Moschee – km 5.000. Si imbarca ancora una volta a Brindisi questa volta per Corfù, l’Ellade, Costantinopoli, Sofia, Budapest, Vienna ed arrivo a Milano. Nel 1901 Ottone Brentari gli dedica un lungo ed appassionato articolo sul numero 1 della rivista del TCI, descrivendolo come un uomo eccezionale. Dopo gli anni venti, di Masetti si perdono le tracce; a Trecenta risulta sconosciuto e sulla sua scomparsa si sono formulate solo delle ipotesi.

    Arriviamo a Rovigo alle 15,30, dopo aver percorso 48 km alle ricerca delle tracce del nostro biciclettista.

    Una volta a casa incomincio a leggere il libro scritto su di lui dal professor Luigi Rossi; in certi tratti mi riconosco, rivedo le città da me visitate in Europa ed in America spostandomi con aerei e treni, e condivido il pensiero scritto su di lui da Brentari “Il Masetti – che non possiede nulla e che vide e corse molto – è un uomo felice. Egli sa badare a se stesso ed anche aiutare i suoi cari; non desidera più di quanto ha; sa di essere amato dai parenti, dagli amici, da quanti lo conoscono; ciclovagò mezzo mondo e, come Dio creatore, lo trovò bello; incontrò delle difficoltà, e le girò; incontrò degli ostacoli, e li superò; non si sconfortò mai; si accontentò sempre di tutto, ma seppe anche voler tutto”.

  • Palazzo Restelli

    Palazzo Restelli

    “Non è vero che il Bassopolesine è una terra gravemente carente di vestigia storiche: è vero invece che le testimonianze del passato pian piano si vanno inesorabilmente perdendo per trascuratezza o carenza di fondi”.

    Per avviare il discorso su Palazzo Restelli ed il suo parco – bene architettonico e paesaggistico di metà Ottocento presente a Boccasette – abbiamo utilizzato lo stesso incipit con cui nel numero 38 di questa rivista abbiamo aperto l’articolo riguardante il Palazzo (ormai irrimediabilmente perduto) di Cao Marina nel Comune di Porto Viro.

    Diciamo subito che il complesso di Boccasette versa in una situazione di grave degrado e che pertanto un intervento di ripristino si presenta quanto mai necessario in tempi non dilazionati. A meno che non si voglia assistere alla stessa fine del citato palazzo di Cao Marina che, solo dopo il crollo, ha suscitato tra la popolazione un moto di sincero disappunto e una tardiva consapevolezza dell’importanza che il bene, ormai definitivamente scomparso, rivestiva per il territorio comunale.

    Complesso edilizio di tutto rispetto, l’ottocentesco palazzo Restelli è dotato – e questo è un altro aspetto sorprendente – di un parco di sicura rilevanza sotto il profilo botanico e paesaggistico. Della valorizzazione dell’importante bene si sta attivamente interessando il WWF, intenzionato a proporlo come fiore all’occhiello nell’ambito del patrimonio architettonico e paesaggistico del Parco del Delta del Po. Sulla sua valenza è stata messa a punto una dettagliata relazione, fondamentale anche per la stesura del presente articolo.

    Cominciamo dunque dal Palazzo, che si erge su un’ampia corte, all’estremità della quale, sul lato opposto, si trova un altro edificio particolare denominato Casa del Fabbro.

    Il Palazzo

    La costruzione, tinteggiata in rosso con ingresso a sud-ovest, si presenta con le caratteristiche di una gradevole villa di stile ottocentesco, con caratteri lombardi e veneti. E’ sviluppata a pianta quadra, su due piani e sottotetto, per complessivi 403 metri quadrati.

    Al piano terra il vano ingresso di forma rettangolare (avente solaio a crociera e pavimento alla veneziana) dà accesso a quattro sale adibite a mezzà, tinello, cucina, salotto, ed ai vani accessori (servizio e dispensa), ai quali si può accedere anche dall’ingresso di servizio posto a nord-est, nel cortile interno.

    Il primo piano, cui si accede mediante un’ampia scala in pietra, è costituito da quattro camere, due bagni e un guardaroba che dà accesso al terrazzo. La pavimentazione del primo piano è costituita da pregevoli tavelle in cotto d’epoca, i soffitti a volta presentano raffinati dipinti con decorazioni Liberty a tempera. Di notevole pregio sono anche gli infissi interni ed esterni.

    Le facciate del palazzo sono decorate con fasce marcapiano, contorno finestre, finto bugnato agli angoli, alla maniera di numerosi edifici veneti e lombardi dell’otto-novecento. La facciata prospiciente il viale secolare del Parco, è caratterizzata da una loggia posta su terrapieno, contornata da una balaustra alquanto gradevole.

    L’immobile ha subìto delle modifiche esterne nel secondo dopoguerra, a cui pure nel corso di un auspicabile intervento di restauro è bene por mano. Tra le aggiunte che hanno in varia misura falsato il progetto iniziale va considerata la presenza di una veranda sul lato meridionale. Probabilmente, negli stessi anni in cui venne realizzata la veranda, fu demolita la torretta belvedere posta sulla sommità dell’edificio, che permetteva la visione delle valli da pesca circostanti. Una costruzione questa che andrebbe riproposta anche alla luce delle nuove necessità scientifico-culturali: potrebbe ospitare un punto di osservazione per il birdwatching, data l’attiguità con Valle Ripiego, Sito di Importanza Comunitaria¹.

    La Casa del fabbro

    Al di là della grande aia, sulla quale venivano stesi i cereali, nell’angolo sud-est, dal quale ha accesso carraio diretto, troviamo la Casa del fabbro, un lungo edificio a pianta rettangolare a un solo piano fuori terra, della superficie di circa 250 mq, che rispecchia le tipologie tipiche degli annessi rustici del Delta del Po. La struttura portante verticale è costituita da pilastri in mattoni pieni 50×50, i muri di tamponamento in laterizio finiti con intonaco con tinteggiatura rossa tipica delle case del Delta del Po. La struttura di copertura, a due falde, è realizzata con travi e listoni di legno con soprastanti tavelle in cotto e manto di copertura in coppi tradizionali.

    Sembra che tale fabbricato ospitasse le macchine a vapore che servirono alla bonifica del luogo e alla coltivazione del riso. Attualmente, grazie ad un intervento di restauro effettuato nel 1988, sono presenti diversi vani che ben si presterebbero a numerose attività di servizio o culturali.

    Il Parco romantico

    Per quanto concerne la valenza del parco storico adiacente alla villa, è da sottolineare la sensibilità del primo proprietario Pasquale Restelli che con il socio Agostino Sopranzi si prodigò nella scelta delle essenze botaniche per il giardino. Un bene paesaggistico questo di vera rilevanza, alla cui realizzazione pare non sia stata estranea la figura dell’architetto Giuseppe Jappelli, uno dei principali progettisti europei di edifici e giardini romantici, autore di opere quali il parco di Villa Picenardi a Cremona, il Caffè Pedrocchi e il parco Treves a Padova, la villa con parco della famiglia Torlonia a Roma, il parco della Villa Selvatico a Battaglia Terme.

    La presenza di un parco storico così interessante in una posizione geografica marginale come Boccasette rappresenta un enigma. Per cercare di comprendere tale singolarità, è necessario collegare la figura di Jappelli alla sua attività di perito agrimensore e ingegnere idraulico, a quella di alcuni bonificatori che operarono nell’area deltizia padana. Questi ultimi (uno dei quali era appunto l’avv. Sopranzi che aveva commissionato allo Jappelli la realizzazione di una delle proprie residenze), erano inoltre i proprietari dei terreni sui quali sarebbe stato edificato Palazzo Restelli. Non è pertanto fuori luogo pensare che la progettualità dell’architetto Jappelli sia stata utilizzata per la realizzazione del parco di Palazzo Restelli, che si qualifica come primo e unico esempio di parco romantico dell’intero Delta del Po, nonché uno dei rari parchi storici della provincia di Rovigo³.

    Le connessioni tra i Restelli e lo Jappelli appaiono essere più d’una. Il loro destino, in alcune occasioni, sembra intrecciarsi per confluire nella realizzazione del parco di Boccasette, il quale potrebbe anche essere ritenuto un atto di devozione dell’ingegnere milanese, alquanto più giovane dell’architetto veneziano, scomparso solamente l’anno successivo a quello in cui il Restelli acquistava l’isola della Batteria e iniziava le bonifiche nelle terre del Delta del Po. Inoltre, anche qualora lo Jappelli non avesse operato direttamente nella progettazione del parco di Boccasette, non si può escludere che lo stesso Sopranzi abbia messo a disposizione dei Restelli, soci in affari, i disegni effettuati dallo Jappelli per la propria villa varesina (custoditi in originale presso i Musei Civici di Padova). Come ultima connessione di una certa rilevanza, si consideri il contesto politico di idee giacobine in cui lo Jappelli e il gruppo Sopranzi-Restelli sembravano essere accomunati.

    Ma altri caratteri unirebbero queste due personalità, al punto da ipotizzare un loro rapporto di collaborazione professionale: entrambi esercitarono il ruolo di ingegneri idraulici a servizio dei Magistrati alle Acque del territorio veneto, entrambi realizzarono importanti opere di bonifica nel Delta padano (lo Jappelli si occupò della bonifica del Foresto⁴ verso il 1833, mentre il Restelli della Batteria, nel 1854), entrambi, infine, frequentarono l’ambiente intellettuale milanese, dal quale si propagarono le principali idee settecentesche e ottocentesche (l’estetica romantica che confluisce nella letteratura del Berchet e del Manzoni, e nel giardino all’inglese) e la modernizzazione industriale che si diffuse poi in tutta l’Italia.

    Le prospettive

    Palazzo Restelli e il suo parco romantico costituiscono dunque un importante bene del Delta che va tutelato. Dalla famiglia Restelli che lo realizzò, la proprietà passò nel 1884 al nobile Luigi Camerini, poi nel 1903 ai coniugi Luigi Ravagnan ed Enrichetta Penzo di Chioggia (Venezia), successivamente ad altri, sino ad approdare all’attuale famiglia De Stefani di Rovigo.

    Gli attuali proprietari nel giugno 2008 hanno proposto il comodato d’uso del parco storico di Palazzo Restelli all’Ente Parco Regionale Veneto del Delta del Po, al fine di assicurarne un’adeguata valorizzazione. A seguito di suddetta proposta si giungerebbe all’inserimento del bene all’interno del Parco Regionale del Po, la cui perimetrazione è in fase di ridefinizione.

    Per Palazzo Restelli ed il suo Parco Storico pertanto siamo forse alla vigilia di una nuova epoca, connessa con la valorizzazione dei beni architettonici e paesaggistici del Delta del Po. Strategica appare la collocazione del complesso nei pressi del mare e delle valli da pesca e fondamentale si palesa la disponibilità della proprietà a stipulare una convenzione con l’Ente Parco.

    Se il parco romantico può richiamare iniziative di visitazione, la villa può venire utilizzata quale luogo di rappresentanza per manifestazioni culturali, mentre la “Casa del fabbro” potrebbe ospitare un ecomuseo e convegni di varia natura.

  • Maratonina da record

    Maratonina da record

    Si è caratterizzata come un vero successo la decima edizione della “Maratonina del Parco del Delta del Po – 9° trofeo ENEL l’Energia che ti ascolta”, facendo registrare un autentico record per l’affluenza di concorrenti.

    10a, 500, 1.500 questi sono i principali numeri della “Maratonina del Parco del Delta del Po” svoltasi lo scorso 26 settembre nella splendida cornice dell’Isola di Albarella lungo un percorso di Km 21,097 tra la macchia mediterranea, milioni di alberi, centinaia di specie alboree tra cui il pino marittimo e il pioppo bianco, “Populus Alba”, da cui l’isola prende il nome, e le valli che la circondano

    La manifestazione, giunta oramai alla sua 10ª edizione è la riprova che il particolare percorso proposto, immerso nella splendida natura del Parco del Delta del Po, è motivo di attrazione e di svago non solo per gli atleti agonisti (500), ma anche e soprattutto per tutti coloro che vogliono semplicemente trascorrere una giornata in relax all’aria aperta, tra il verde della macchia mediterranea e l’azzurro del mare. A tutti i 1.500 partecipanti, agonisti e non, nonché ai rispettivi accompagnatori, è stato rilasciato un “pass” per accedere all’Isola valido per l’intera giornata. Riteniamo importante sottolineare come questa manifestazione sia frutto della collaborazione di vari enti e società che, riconoscendosi nel Comitato Organizzatore Locale della Maratonima presieduto dal Gr. Uff. Sergio Pascucci, hanno dato vita ad una squadra che si è dimostrata vincente sotto tutti i profili e non ultimo quello organizzativo.

    Un grazie quindi a tutti coloro che si sono impegnati ed hanno sostenuto l’iniziativa credendo nel connubio sport-territorio importantissimo per far risaltare peculiarità e bellezze del nostro splendido Parco Veneto del Delta del Po. Un plauso particolare va anche a tutti gli sponsor che hanno sostenuto l’iniziativa, nonché, oltre al Comitato Organizzatore Locale, il Gruppo Atletico Assindustria Rovigo, la Provincia di Rovigo, la FIDAL Provinciale, ENEL “L’Energia che ti ascolta”, Adriatic LNG, l’Associazione Comunione Isola di Albarella, l’Ente Parco Regionale Veneto del Delta del Po ed il Comune di Rosolina.

    Va detto che fin dal secondo anno, la manifestazione ha sempre registrato un crescendo di interesse da parte degli atleti ed appassionati delle corse su strada, ma per la prima volta quest’anno è stato necessario chiudere in anticipo le iscrizioni alla gara agonistica (500 pettorali disponibili) per rispettare il regolamento e soprattutto la sicurezza delle persone all’interno dell’Isola di Albarella. Nessun atleta però è rimasto escluso essendo prevista anche una camminata non competitiva che ricalcava lo stesso percorso della maratonina (km. 21,097 per i più allenati) e 10 km per i meno esperti.

    Ha completato il programma della giornata la gara giovanile di km. 1,5 che molti giovani atleti hanno utilizzato per mettersi alla prova in vista delle future manifestazioni che li vedranno impegnati anche in pista.

    Per gli amanti delle classifiche ecco i risultati della 10a Maratonina del Parco Veneto del Delta del Po, 9° trofeo ENEL l’energia che ti ascolta:

    Assoluti maschile: 1° Migidio Bourifa, tempo 1h 09’42”, Componente la squadra azzurra di maratona agli Europei 2010; 2° Michele Bedin, 1h 14’32” G. A. Assindustria Rovigo; 3° Tiziano Rosati, 1h 16’01” G. A. Assindustria Rovigo.

    Assoluti femminile: 1° Sivia Sommaggio, 1h20’10”, Componente squadra azzurra; 2° Laura Ricci, 1h 21’58” Calcestruzzi Corradini (Mo); 3° Lisa Borzani, 1h 24’19” At. Città di Padova.

  • Un lavoro di cuore e di “cuora”

    Un lavoro di cuore e di “cuora”

    Limonium, Salicornia, Spartina marittima… sono piante spontanee, che vivono nei terreni imbevuti di acqua salmastra. Piante “alofite”, per i botanici. Le loro radici consolidano i sedimenti delle barene, i tipici isolotti delle lagune, salvaguardando l’ambiente naturale dall’erosione e dal moto ondoso.

    La natura è il più abile e creativo architetto che esista, ma se l’ingegno umano le dà una spinta, il successo è garantito. E la spinta viene da Filippo De Sero, 33 anni, imprenditore agricolo di Villadose (Ro), titolare di un’azienda vivaistica associata a Coldiretti Rovigo, che è leader mondiale in ingegneria naturalistica con le piante alofite.

    De Sero è in grado infatti di recuperare le zolle, vivificarle e ripiantumarle. Per questo è l’unico vivaista a collaborare, fin dal 2008, col Consorzio Venezia Nuova all’interno dei cantieri Mose, per ricostruire le barene perdute della laguna veneziana. E, a conferma della sua competenza, è stato ingaggiato dal British Council (ente britannico internazionale per la promozione delle relazioni culturali) per ricostruire l’ambiente lagunare all’interno del padiglione della Gran Bretagna, in occasione della 12^ Mostra internazione di architettura “People meet in architecture” della Biennale di Venezia 2010, che si è chiusa il 21 novembre scorso.

    «La nostra “lagoon room” ha suscitato grande interesse – racconta Filippo De Sero e spiega – Abbiamo realizzato una vasca di acqua salata, di 11 metri per uno e cinquanta, dove, con un sistema di pompe ed un fondo di rotoli di cocco, abbiamo ricostruito, in scala naturale, le varie zone vegetative della barena, con tutte le piante alla loro quota di posizionamento sul medio mare, un ghebo (un canaletto interno) ed un chiaro (una sorta di depressione/laghetto)».

    Una barena vera, che unisce conoscenze di ingegneria, agronomia, biologia e profonda esperienza della vita in laguna. Una realizzazione già adocchiata dagli standisti del padiglione canadese, che hanno invitato De Sero a presentare questo tipo di vasca anche a Vancouver.

    «La Biennale è stata un’esperienza interessantissima – racconta De Sero – ho avuto modo di vedere opere notevoli e di farmi venire anche delle idee nuove. Intanto ho cercato di rendere scientifica la mia partecipazione, accumulando una serie di conoscenze che mi permetteranno di ricostruire la vasca anche altrove senza problemi. Per questo ho analizzato l’acqua tutti i giorni, provato vari sistemi di filtraggio, controllato il ph… direi che le piante hanno risposto oltre ogni più rosea previsione».

    De Sero continuerà a lavorare nella laguna di Venezia ancora per i prossimi tre anni e, nel frattempo, resta in contatto con l’Università tecnica di Berlino, dove risiedono le massime autorità in materia di ingegneria naturalistica con le alofite. I suoi interventi di ripristino ambientale sono ormai numerosi, e non solo in ambiente acquatico: per esempio ha realizzato a Rovigo il primo impianto in Italia di fitodepurazione per trattare percolato da discarica, ha realizzato piantumazioni per il recupero delle aree delle discariche di Villadose e S. Martino di Venezze.

    Un mercato in espansione per un’azienda dalle dimensioni contenute.

    «Fondamentalmente siamo una piccola realtà – commenta De Sero -. Proprio per questo possiamo compiere opere che imprese di grandi dimensioni non potrebbero fare. Quando nell’acqua gelida di gennaio – racconta – andiamo in laguna nord a recuperare le zolle vegetali che stanno franando per propagarle e rimetterle in piantumazione, dopo almeno 12 mesi di vivaio, servono solo una barca, un badile, le mani e una tuta di neoprene, sicché di tutte le macchine modernissime e della tecnologia che possediamo in azienda, non ce ne facciamo più niente. Siamo al freddo nel fango, anzi nella “cuora”, come si dice in dialetto: ho insegnato il termine agli inglesi, ma penso che abbiano capito che è il femminile di “cuore”…». Un lavoro di “cuore” e di “cuora”, dunque, dove, come spiega De Sero: «Ci vuole massima precisione e attenzione perché se si sbaglia la quota di piantumazione di una pianta, si manda all’aria tutto il lavoro».

    «Il nostro successo – commenta De Sero – è dovuto all’alta specializzazione, ma anche alla capacità di adattamento nell’ambito del settore vivaistico, all’investimento in tecnologia e alla formazione del personale dipendente. Oggi essere agricoltori significa essere imprenditori a pieno titolo e, quindi, saper rischiare. Bisogna essere competitivi sulla qualità e sul prezzo, ma se abbiamo un’altissima qualità e forniamo prodotti particolari, legati al territorio, alle nostre tradizioni di cui dobbiamo essere orgogliosi, possiamo salvare anche un prezzo più alto».

    «L’esperienza che sto facendo in laguna – conclude Filippo De Sero – mi ha consentito di accumulare ulteriore conoscenza che mi piacerebbe riportare nel nostro Delta polesano, che amo molto e che ritengo sia l’area umida più bella al mondo. Anche nel nostro Delta ci sono zone che si potrebbero vivificare con le piante naturali e questo avrebbe sia una ricaduta in termini ambientali-paesaggistici, ma anche in termini economici. Penso alle valli da pesca. Se solo venissero rinverdite ad esempio con l’alga Zostera noltii, che con i suoi filamenti trattiene le uova dei pesci, evitandone la dispersione, si darebbe un forte impulso tutto naturale all’itticoltura e, per ricaduta, all’arrivo di molte specie di uccelli che si cibano di pesce. Si innescherebbe un circuito virtuoso molto interessante».

  • Il Miele, un’eccellenza polesana

    Il Miele, un’eccellenza polesana

    Si è sviluppata nel migliore dei modi lo scorso 11 e 12 settembre la terza “Festa del Miele del Parco delta del Po”. Apertasi a Porto Viro con un convegno presso il “Visitors Center” di Piazza Matteotti si è conclusa l’indomani con una giornata di animazione a Ca’ Capellino, sede del Museo del Miele che, con l’occasione, è anche divenuto il fulcro della locale festa parrocchiale dedicata a “Maria bambina”.

    Il Convegno

    E’ toccato ad Alessandro Tessarin, consigliere delegato al Turismo, del Comune di Porto Viro aprire il convegno presso il Visitors Center, sottolineando la necessità di recuperare importanti tradizioni del passato che rischiano di perdersi inesorabilmente. Con la forte emigrazione che ha caratterizzato gli anni ‘50 e ‘60 è mancata un’intera generazione e si sono in gran parte disperse importanti tradizioni – ha osservato Tessarin – mettendo però in risalto la positiva ripresa dell’interesse verso le migliori consuetudini del passato. Recentissima a tal proposito la costituzione dell’ “Accademia dei Sapori e Colori del Delta del Po”, interessata a rivitalizzare le tradizioni alimentari della buona cucina del delta.

    La parola è pertanto passata a Giacomo Bellato, presidente della neocostituita associazione con sede presso il Museo della Corte di Ca’ Cappello. Ha illustrato le finalità associative ed il ruolo di promozione del territorio che l’Accademia dei Sapori e dei Colori del Delta intende perseguire, sottolineando l’importanza dell’apicoltura e dell’utilizzo del miele, alimento dalle tradizioni antichissime. Ha inoltre annunciato uno dei prossimi impegni associativi per riprendere la consuetudine della “zena dei ossi” legata all’allevamento del maiale, importantissimo nella tradizione rurale polesana.

    E’ poi intervenuta la direttrice dell’Ente Parco, Emanuela Finesso, sottolineando l’importanza di promuovere le produzioni locali, tra le quali il miele che, con il riso del delta, rappresenta una sicura eccellenza. Ha osservato come il marchio del Parco sia in grado di dare valore aggiunto ai prodotti dell’area del delta ed ha annunciato un prossimo intervento di riqualificazione del Museo di Ca’ Cappellino, nonchè varie iniziative per rilanciare l’azione dell’Ente Parco.

    Dopo gli indirizzi di saluto del vicesindaco Virginio Mantovan è seguito l’intervento più specifico, relativo “Il miele del Delta. Caratteristiche organolettiche”, sviluppato dal prof. Santo Montagnana, uno dei principali esperti italiani del settore.

    Ha iniziato la sua relazione comunicando i risultati delle analisi svolte dal laboratorio dell’Università di Perugia su campioni di miele del delta. Verdetto: “Eccellente”. Un prodotto con caratteristiche di bontà così elevate, definito inoltre igienicamente perfetto, non deve – ha sottolineato il prof. Montagnana – restare marginale, ma costituire anche una vera occasione di reddito: dunque non solo un vanto per il Delta, ma alternativa reale anche sul piano dell’occupazione.

    E’ poi seguita una disamina sulle caratteristiche delle varie produzioni di miele, ad iniziare da quello di Acacia, tra i più apprezzati, ideale per i bambini (diffidare dal miele importato dalla Cina). Il prof Montagnana ha ricordato come il miele non vada mescolato a bevande calde, pena la perdita di gran parte delle fondamentali caratteristiche rigeneranti (vitamine, enzimi). Sempre apprezzato il Millefiori. Invece poco in sintonia con i gusti italiani quello di Colza, ricercato viceversa dai tedeschi. Molto gradevole quello di Erba medica dal bel colore ambrato.

    Oltre al miele importanti anche gli altri prodotti dell’alveare tra cui la Melata, ricchissima di sali minerali, adattissima agli anziani perché rallenta i processi di invecchiamento. Poi il Polline, che contiene gli elementi vitali delle piante: è un riequilibratore e rivitalizzatore dell’organismo, riequilibria anche la pressione. Eccezionale la Pappa reale, l’elemento più sofisticato dell’alveare che le api nutrici producono solo per la regina.

    Il prof. Montagnana ha concluso la sua relazione con un invito alla valorizzazione del miele del delta che deve puntare all’ottenimento del marchio IGP (Indicazione Geografica Protetta) o DOP (Denominazione di Origine Protetta), incrementando così il suo valore nella commercializzazione. Un obiettivo importante che – questa è stata la conclusione del convegno – sarà perseguito di concerto da Ente Parco, Comune di Porto Viro ed Associazione Apicoltori.

    E’ seguita l’apertura del Buffet, presentato da Angelica Ghezzo, e caratterizzato da alcuni prodotti a base di miele realizzati dal forno artigianale “Il Paniere del Delta”. Prodotti quali Pandoce, Mielizia e Mielotti, che hanno subito fatto golosa presa sul palato dei presenti, destando vivi apprezzamenti.

    La festa e il Concorso

    L’indomani animata giornata domenicale a Ca’ Cappellino, sede del Museo del Miele, con l’apertura alle ore 10 della Mostra a cura dell’Associazione Apicoltori del Delta del Po, seguita dalla degustazione di vari prodotti a base di miele del Delta.

    Per l’occasione tutto il territorio è stato interessato con escursioni in bicicletta e in carrozza lungo itinerari del Delta e visite ad alcuni centri di interesse turistico quali il Museo della Corte di Ca’ Cappello, Oasi di Ca’ Pisani e ovviamente il Museo del Miele di Ca’ Cappellino. Attivato anche il laboratorio della ceramica e della cera d’api.

    Nel primo pomeriggio è stato aperto il “Concorso per il “Miglior Miele del Parco 2010”, mentre tutta l’area veniva animata dalla presenza di esposizioni di artisti locali e prendeva vita anche la festa religiosa, con la messa celebrata alle 17,30. E’ seguita dalla Processione con la statua della Patrona, partita dalla locale chiesa di Ca’ Cappellino, con sosta proprio presso il Museo del Miele, dove è stata impartita la benedizione.

    Indi ritorno alla chiesa con accompagnamento musicale della Banda “Città di Porto Viro”, sosta davanti alla chiesa per la chiusura della cerimonia di fede, ed esibizione della banda che ha eseguito vari brani, concludendo con l’applaudito Inno Nazionale.

    Alle 19,00, apertura degli stand gastronomici e Premiazione dei vincitori del Concorso Miglior Miele del Parco. Il primo premio è stato attribuito a Damiano Conselvan di Adria nella categoria millefiori, a seguire: nella categoria Acacia, Tamara Mattiazzi di Porto Viro, e nella categoria Melata, Pietro Baselli di Cavanella d’Adige.

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